Museo nazionale d’arte orientale Giuseppe Tucci – Museo delle Civiltà

Le collezioni del Museo nazionale d'arte orientale Giuseppe Tucci non sono più a Palazzo Brancaccio: la sede storica dell'Esquilino è stata lasciata e oggi l'arte asiatica dello Stato italiano si vede all'EUR, dentro il Museo delle Civiltà, al Palazzo delle Scienze di Piazza Guglielmo Marconi 14, 00144 Roma. Chi arriva in via Merulana cercando il museo trova un palazzo privato che ospita eventi e uno spazio espositivo, non più le vetrine con il Gandhara e i thang ka. All'EUR si arriva con la metropolitana B, fermata EUR Fermi, oppure con gli autobus 30, 170, 671, 714 e 791; nelle vie adiacenti la sosta è in genere libera. L'orario è martedì-domenica 8:00-19:00, con ultimo ingresso alle 18:30 e chiusura il lunedì: un museo statale che apre alle otto del mattino è una rarità romana e conviene sfruttarla. Il biglietto intero costa 10 euro, l'agevolato 2 euro per i cittadini dell'Unione europea fra i 18 e i 25 anni, gratuito sotto i 18 anni e per le altre categorie previste dalla normativa statale; esistono un biglietto Amico da 5 euro e una card annuale del museo da 22 euro con ingressi illimitati. L'ingresso è gratuito la prima domenica di ogni mese, come in tutti i luoghi della cultura dello Stato. La prenotazione non serve ai visitatori singoli ed è invece richiesta per gruppi e scolaresche, con contingenti di venticinque persone. Telefono 06 549521, posta elettronica mu-civ.info@cultura.gov.it, sito ufficiale museodellecivilta.it. Il museo occupa due edifici sulla stessa piazza, il Palazzo delle Scienze al civico 14 e il Palazzo delle Arti e Tradizioni Popolari al civico 8: la parte asiatica è nel primo.

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Musei Vaticani e Cappella Sistina✦ Vai all'apertura

Musei Vaticani e Cappella Sistina

Il primo slot della giornata o il tardo pomeriggio. A metà mattina è un nastro trasportatore, e non lo diciamo solo noi.

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Tour a piedi✦ Il classico

Tour a piedi

Roma si capisce camminando. La differenza la fa la guida, non l'itinerario: sono quasi tutti uguali sulla carta.

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Galleria Borghese✦ Prenotazione obbligatoria

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Bernini e Caravaggio in due ore contate. Senza prenotazione non si entra, punto.

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Colosseo, Foro e Palatino✦ Va a ruba

Colosseo, Foro e Palatino

L'ingresso a orario sparisce con giorni di anticipo in alta stagione. La versione con i sotterranei è quella che vale il s...

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Tour in golf cart✦ Poco cammino

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Il centro storico in un paio d'ore senza distruggerti i piedi, e passi dove i pullman non entrano.

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Non è un pranzo: sono sei-otto tappe piccole. Il valore è nei posti in cui non saresti mai entrato da solo.

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Bar hopping e vita notturna✦ Dopo le 21

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Tre o quattro locali con qualcuno che sa quali sono aperti quella sera. Funziona meglio da soli che in coppia.

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In Ape ti portano loro, in Vespa guidi tu (serve la patente). Due esperienze molto diverse sotto lo stesso nome.

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Il sidecar vintage con conducente: costa più della Vespa, ma è il giro che finisce in tutte le foto.

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Corsi di cucina✦ Si mangia alla fine

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Pasta a mano e poi ci si siede a tavola. La domanda giusta è quante persone ci sono per postazione.

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Degustazioni di vino✦ Anche in città

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In enoteca in centro o tra le vigne dei Castelli. Due cose diverse: una dura un'ora, l'altra una giornata.

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Frascati, Castel Gandolfo, il lago di Albano. Un'ora da Roma e sembra un'altra regione.

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Tivoli: Villa d'Este e Villa Adriana✦ Patrimonio UNESCO

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Due ville, due epoche, un solo biglietto mentale: le fontane di Villa d'Este e le rovine imperiali di Adriano.

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Catacombe e Appia Antica✦ Sottoterra

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Chilometri di gallerie sotto la via Appia. Fresche d'estate, e sorprendentemente poco affollate.

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Colosseo: sotterranei e arena✦ Accesso limitato

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Il piano dove aspettavano gladiatori e belve, e il pavimento dell'arena. Posti contati ogni giorno.

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Pompei e Costiera Amalfitana✦ Giornata lunga

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Da Roma si fa in giornata, ma è una giornata vera: sveglia presto e rientro a sera.

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Un'ora e mezza di treno e sei sotto il Duomo. Si fa, se accetti di vedere tre cose e non dieci.

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Mausoleo, fortezza, prigione e rifugio dei papi. E la terrazza con la vista migliore su San Pietro.

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Le stesse piazze, senza la folla e con le luci giuste. La città cambia completamente.

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Il cuore barocco a piedi, più il biglietto del Pantheon che ora serve davvero.

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Due ore con la spada di legno in mano, sulla via Appia. Con i ragazzini funziona sempre.

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Ogni mercoledì, quando il Papa è a Roma. Il biglietto è gratuito ma va ritirato.

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Muri alti trenta metri e quasi nessuno intorno. Uno dei posti più sottovalutati di Roma.

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Dentro i Musei prima del pubblico. La Sistina quasi vuota è un'altra cosa.

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Le sette colline con l'assistenza al pedale. L'Appia Antica e il Gianicolo diventano facili.

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Questa guida fa parte della raccolta dedicata ai musei statali di Roma, dove trovate le altre sedi dello Stato in città e le regole di gratuità che valgono anche qui.

Museo nazionale d'arte orientale Giuseppe Tucci, Museo delle Civilta all'EUR
Museo nazionale d'arte orientale Giuseppe Tucci - Museo delle Civiltà

Dove sono davvero oggi le collezioni del Museo nazionale d'arte orientale Giuseppe Tucci

Cominciamo dal punto che manda fuori strada più visitatori di qualunque altro. Per cinquantotto anni il museo ha avuto un indirizzo solo, Palazzo Brancaccio sul Colle Oppio, e quell'indirizzo è entrato nelle guide cartacee, nelle mappe stampate, nella memoria di due generazioni di romani. Nel settembre del 2016 tre decreti ministeriali hanno sciolto quattro istituti autonomi e li hanno fusi in un unico organismo, il Museo delle Civiltà. Nel 2017 le casse hanno attraversato la città: collezioni, archivio fotografico e biblioteca del museo di arte orientale sono arrivati al Palazzo delle Scienze dell'EUR, dove erano già dal 1975-1977 le raccolte preistoriche ed etnografiche del Pigorini e, dal 1967, quelle dell'Alto Medioevo.

La conseguenza pratica è netta. Se cercate il Museo nazionale d'arte orientale Giuseppe Tucci come istituto autonomo, con una sua biglietteria e un suo portone, quell'ente non esiste più: esiste il Museo delle Civiltà, che di quel patrimonio è proprietario e custode, e che lo presenta oggi sotto la voce delle collezioni di Arti e Culture Asiatiche. Il nome di Tucci non è sparito, resta scritto sulle raccolte e nella storia dell'istituzione, ma l'unità amministrativa che portava quel nome è confluita in una più grande.

La seconda conseguenza è meno ovvia e riguarda quello che vedrete. Il patrimonio asiatico conta decine di migliaia di pezzi; quello che è materialmente esposto oggi è una selezione, montata dentro un percorso che il museo stesso definisce un riallestimento in corso. Chi arriva aspettandosi trenta sale in fila con le didascalie di un museo enciclopedico ottocentesco resterà spiazzato. Chi arriva sapendo di entrare in un cantiere culturale dichiarato, con un centinaio di opere scelte e messe in dialogo, esce contento. La differenza fra le due esperienze è tutta nell'aspettativa, e conviene aggiustarla prima di comprare il biglietto.

Un'opinione, per non girarci intorno: il trasferimento all'EUR ha tolto al museo il pubblico casuale che passava per via Merulana e non gli ha ancora restituito il pubblico che merita. È un museo sottovisitato rispetto alla qualità di quello che conserva, e per il visitatore attento questo è un vantaggio, perché si gira in silenzio e senza gomitate.

Che cosa è il Museo nazionale d'arte orientale Giuseppe Tucci - Museo delle Civiltà

La definizione tecnica: una raccolta statale di arte e archeologia asiatica nata nel 1957 da un accordo fra il Ministero della pubblica istruzione e l'Istituto italiano per il Medio ed Estremo Oriente, oggi parte del Museo delle Civiltà. La definizione utile: è il luogo dove si vede che cosa l'archeologia italiana ha scavato in Asia nel Novecento, e che cosa un singolo studioso ha saputo mettere insieme viaggiando dove quasi nessun europeo andava.

Il decreto istitutivo, il DPR n. 1401 del 1957, motiva la fondazione con una formula che vale la pena ricordare: dotare il Paese di un istituto di cui era privo. L'Italia, che aveva orientalisti di primo piano e missioni archeologiche attive, non aveva un museo asiatico nazionale, mentre Parigi aveva il Guimet e Londra le raccolte del British Museum. Il ritardo si colmò in fretta e con una scelta precisa: non un museo di acquisti sul mercato antiquario, ma un museo di scavo. Il nucleo iniziale è archeologia documentata, con contesti e stratigrafie, non oggetti comprati da un collezionista di gusto.

Questo spiega anche la forma delle collezioni, che a un occhio distratto sembrano squilibrate. Ci sono migliaia di frammenti dallo Swat e da Ghazni e relativamente pochi capolavori isolati; ci sono nuclei fortissimi su Iran, Afghanistan, Pakistan, Tibet e Nepal, e nuclei più esili su Giappone e Vietnam, cresciuti per donazione. Non è un difetto di gusto: è la fotografia di dove l'Italia ha lavorato sul campo.

Giuseppe Tucci, l'uomo che ha fatto nascere il museo

Giuseppe Tucci nacque a Macerata il 5 giugno 1894 e si laureò in Lettere all'Università di Roma nell'ottobre del 1919. Fra il 1925 e il 1930 insegnò italiano, tibetano e cinese nelle università di Shantiniketan e di Calcutta: Shantiniketan è la scuola fondata da Rabindranath Tagore, e non è un dettaglio biografico qualunque, perché l'orientalismo di Tucci nasce dentro un'India che discute di sé, non dentro una biblioteca europea. Nel 1929 fu nominato Accademico d'Italia; l'anno dopo ottenne la cattedra di lingua e letteratura cinese all'Istituto universitario orientale di Napoli; dal 1932 insegnò religioni e filosofia dell'India e dell'Estremo Oriente all'Università di Roma.

Le spedizioni sono il cuore della sua biografia: otto in Tibet fra il 1929 e il 1948, sei in Nepal fra il 1950 e il 1954. Andò dove si arrivava a piedi e a dorso di mulo, in regioni che l'amministrazione tibetana teneva chiuse, e tornò con manoscritti, dipinti su stoffa, bronzi, calchi, fotografie e taccuini. Nel 1933, insieme a Giovanni Gentile, promosse la fondazione dell'Istituto italiano per il Medio ed Estremo Oriente: fu una creatura del suo tempo, cresciuta dentro la politica culturale del regime, e lo si dice perché la storia degli istituti si racconta intera. Tucci ne fu presidente dal 1947 al 1978 e presidente onorario dal 1979. Morì a San Polo dei Cavalieri, sui monti Lucretili, il 5 aprile 1984.

Il museo lo fondò nel 1957 con Domenico Faccenna e Guglielmo De Angelis d'Ossat, e gli fu intitolato solo il 31 maggio 2005, ventun anni dopo la morte. Faccenna è il nome da tenere a mente quando si guardano le sculture del Gandhara: fu lui a dirigere per decenni gli scavi italiani nella valle dello Swat, e la maggior parte di quello che vedete in scisto grigio passa dalle sue mani e dai suoi quaderni di scavo.

Sul personaggio si può discutere a lungo, e lo si fa, in Italia e fuori. Resta il fatto che senza quella biografia, per metà accademica e per metà d'avventura, in Italia non ci sarebbe un museo asiatico statale. Il mio giudizio da chi accompagna gruppi: davanti a queste vetrine conviene raccontare l'uomo prima degli oggetti, altrimenti i thang ka restano stoffe dipinte e non diventano il risultato di un viaggio a quattromila metri.

Dal 1957 a oggi: la storia del Museo nazionale d'arte orientale Giuseppe Tucci

Il museo aprì al pubblico il 16 giugno 1958 a Palazzo Brancaccio. Ospitava all'inizio gli oggetti di proprietà dell'Istituto italiano per il Medio ed Estremo Oriente, fra cui quelli raccolti da Tucci in Tibet e in Nepal fra il 1928 e il 1954. Poi arrivarono i materiali degli scavi condotti dall'Istituto: Shahr-i Sokhta in Iran, Ghazni in Afghanistan, la valle dello Swat in Pakistan. Ogni campagna aggiungeva casse e la sede si riempiva.

Nel dicembre del 1974 il museo passò al neonato Ministero per i beni culturali e ambientali, la creatura di Giovanni Spadolini che per la prima volta metteva sotto un unico dicastero il patrimonio italiano. Nel 2005 arrivò l'intitolazione a Tucci. Nel 2011 l'Istituto italiano per l'Africa e l'Oriente, erede dell'IsMEO, entrò in liquidazione, e questo aprì una lunga stagione di incertezza sulle raccolte in deposito e sulla biblioteca.

Il settembre 2016 è la data che cambia tutto: tre decreti dell'allora ministro Dario Franceschini istituiscono il Museo delle Civiltà riunendo il Museo preistorico etnografico Luigi Pigorini, il Museo delle arti e tradizioni popolari Lamberto Loria, il Museo dell'alto Medioevo Alessandra Vaccaro e il Museo d'arte orientale Giuseppe Tucci, cui si erano già aggiunte nel 2011 le collezioni del disciolto Museo africano. Nel 2017 il trasloco all'EUR. Il 3 ottobre 2024 apre EUR_Asia, il percorso che per la prima volta mette insieme in una stessa esposizione i materiali asiatici dell'ex museo di arte orientale e quelli dell'ex museo preistorico etnografico, con orizzonte dichiarato fino al 31 dicembre 2030 e con l'obiettivo di arrivare all'allestimento permanente.

Sessantasette anni in un elenco di date sembrano burocrazia. In realtà raccontano una parabola precisa: un museo nato da missioni archeologiche di Stato, cresciuto per lasciti privati, rimasto senza casa quando la casa storica non era più sostenibile, e oggi ricollocato dentro un contenitore più grande che sta ripensando da capo il modo di esporre culture non europee.

Palazzo Brancaccio, la sede storica che il Museo nazionale d'arte orientale Giuseppe Tucci ha lasciato

Vale la pena raccontare l'edificio, perché è parte della storia di queste collezioni e perché molti visitatori ci finiscono ancora per errore. Palazzo Brancaccio sul Colle Oppio è l'ultimo palazzo nobiliare costruito a Roma, e la sua vicenda dice molto sulla città di fine Ottocento. Fu finanziato con il denaro dell'americana Mary Elizabeth Bradhurst Field, la cui figlia sposò il principe Salvatore Brancaccio portando in dote un milione di dollari: una di quelle alleanze fra aristocrazia romana squattrinata e ricchezza americana che sarebbero poi diventate materia da romanzo.

I cantieri si succedettero a lungo: Gaetano Koch fra il 1879 e il 1883, Luca Carimini fra il 1886 e il 1890, poi Rodolfo Buti e Giuseppe Sacconi fra il 1893 e il 1922. Sacconi è l'architetto del Vittoriano, e il palazzo mostra la stessa idea di magnificenza tardo-umbertina. Dentro ci sono affreschi, sale di rappresentanza, un'alcova; nel parco la Coffee House fu decorata dal pittore romano Francesco Gai.

Oggi la proprietà è divisa. La parte maggiore funziona come sede per matrimoni ed eventi mondani; un piano ospita uno spazio espositivo privato di circa milleottocento metri quadrati; l'estremità dell'isolato è occupata dal Teatro Brancaccio. Se volete vedere quegli ambienti, la strada è quella di una mostra temporanea o di un evento: la pagina dedicata a Palazzo Brancaccio raccoglie quello che oggi si può visitare.

Opinione netta: il museo a Palazzo Brancaccio era bellissimo da attraversare e difficilissimo da gestire. Sale auliche, luce complicata, umidità, percorsi obbligati da un edificio pensato per ricevere e non per conservare. Chi lo rimpiange, e sono molti, rimpiange giustamente l'atmosfera; ma un rilievo di Butkara in una sala con gli stucchi ottocenteschi era anche un problema conservativo di cui nessuno parlava.

Il Palazzo delle Scienze e l'EUR: dove il Museo nazionale d'arte orientale Giuseppe Tucci abita adesso

Il Museo delle Civiltà occupa due edifici razionalisti affacciati su Piazza Guglielmo Marconi e collegati da un colonnato imponente. Furono progettati, come l'intero quartiere, per l'esposizione universale del 1942 che non si tenne mai a causa dello scoppio della Seconda guerra mondiale. Il Palazzo delle Scienze doveva accogliere la Mostra della scienza universale; il Palazzo delle arti e tradizioni popolari doveva ospitare la mostra omonima e fu inaugurato soltanto nel 1956, con quattordici anni di ritardo sul suo scopo.

Il Museo dell'alto Medioevo è nel Palazzo delle Scienze dal 1967, il Museo preistorico etnografico dal 1975-1977; le collezioni asiatiche sono arrivate nel 2017. Il risultato è un condominio di discipline dentro un'architettura di travertino e ordini giganti, con scale monumentali che l'allestimento attuale usa come spazio espositivo invece di considerarle un semplice passaggio.

Chi ha voglia di capire il quartiere prima di entrare trovi mezz'ora per la passeggiata: la pagina sull'EUR spiega come è nato, quella sul laghetto dell'EUR indica dove sedersi dopo, e a poca distanza sono il Palazzo dei Congressi, il Palazzo dello Sport e la Nuvola di Fuksas.

Come arrivare al Museo nazionale d'arte orientale Giuseppe Tucci all'EUR

La via più semplice è la metropolitana B, fermata EUR Fermi: si esce, si risalgono i viali verso la piazza e in pochi minuti a piedi si è davanti al colonnato. Chi preferisce la superficie usa le linee 30, 170, 671, 714 e 791, che servono la piazza e le strade adiacenti. Da Termini il percorso più lineare è la metropolitana B in direzione Laurentina, senza cambi.

In automobile si arriva dalla via Cristoforo Colombo o dalla Pontina; nelle strade intorno alla piazza la sosta è in genere libera e nei giorni feriali, fuori dagli orari di ufficio, si trova posto senza girare a lungo. È uno dei rari musei romani dove venire in macchina non è una condanna, e per chi ha bambini piccoli o problemi di mobilità questo cambia la giornata.

Un avvertimento pratico che nessuna mappa vi dà: Piazza Guglielmo Marconi è vasta e i due palazzi del museo si somigliano. L'ingresso per le collezioni asiatiche è al Palazzo delle Scienze, civico 14; il Palazzo delle Arti e Tradizioni Popolari è al civico 8. Se sbagliate portone perdete dieci minuti buoni ad attraversare la piazza.

EUR_Asia: come si visita oggi il Museo nazionale d'arte orientale Giuseppe Tucci

Il percorso che vedete oggi si chiama EUR_Asia e ha aperto il 3 ottobre 2024. Non è una mostra temporanea nel senso consueto, con tre mesi di vita e poi lo smontaggio: il museo lo indica in corso fino al 31 dicembre 2030 e lo presenta come l'avvio del riallestimento permanente delle collezioni asiatiche. In altre parole, quello che attraversate è il primo capitolo di un museo che si sta riscrivendo mentre lo visitate.

La scelta curatoriale merita di essere spiegata, perché è insolita e perché senza spiegazione può sembrare un ripiego. Per la prima volta i materiali asiatici che venivano dall'ex Museo nazionale d'arte orientale e quelli che venivano dall'ex Museo nazionale preistorico etnografico sono esposti insieme. Fino a ieri erano due mondi separati da un muro disciplinare: da una parte l'arte e l'archeologia, dall'altra l'etnografia. Un Buddha ligneo cinese finiva nella prima categoria, una maschera rituale nella seconda, e nessuno si chiedeva se quella frontiera avesse senso. EUR_Asia la cancella e mette gli oggetti in dialogo per temi.

Il progetto è coordinato dal direttore del Museo delle Civiltà, Andrea Viliani; alla curatela e alla ricerca scientifica hanno collaborato studiosi delle collezioni asiatiche fra cui Paola D'Amore, Maria Luisa Giorgi, Laura Giuliano e Michael Jung, e il museo ha lavorato in dialogo con il Museo d'Arte Orientale di Torino, con Davide Quadrio, Anna Musini e Francesca Filisetti, e con Laura Vigo per il nucleo Auriti.

Cronache e spettri del restauro

La prima sezione si intitola "Cronache e spettri del restauro: la ricerca scientifica per una museologia critica" e occupa l'ingresso e lo scalone monumentale. È la parte che i visitatori frettolosi attraversano senza guardare, ed è quella che spiega tutto il resto. Qui il museo mette in mostra le analisi scientifiche accanto alle opere: radiografie, indagini sui pigmenti, ricostruzioni delle vicende conservative. Lo scopo dichiarato è mostrare che un oggetto museale non è un dato di natura, ma il risultato di una catena di interventi, restauri, integrazioni, letture successive.

Ad accompagnare la sezione c'è un'installazione sonora di Valentina Ciardelli, "Oro" nella sua versione italiana e "Huángjin" in cinese, scritta per un trio composto da arpa, contrabbasso e guqin, la cetra cinese a sette corde. Sentire il guqin mentre si sale uno scalone razionalista è un'esperienza che vale il biglietto da sola, e chi va di corsa la perde.

I sottoportici e le sedici narrazioni

Il corpo centrale dell'allestimento è ai sottoportici, negli spazi delle logge che girano attorno allo scalone monumentale. Il riferimento dichiarato è l'architettura buddhista rupestre: le nicchie e i corridoi delle grotte scavate lungo le vie carovaniere dell'Asia centrale e della Cina, dove le immagini stavano dentro cavità e si guardavano camminando. Qui sono esposte circa cento opere, articolate in sedici narrazioni trasversali che tagliano i confini geografici.

I temi che le narrazioni affrontano sono quelli grossi: le visioni della morte e dell'immortalità, la cura del corpo e dello spirito, le tecniche contemplative, le sfumature del genere, le cosmologie, i bestiari, la calligrafia, il simbolismo dei colori. Vedrete quindi una porcellana bianca coreana dell'Ottocento vicino a un argento sasanide del VI-VII secolo, e un rilievo in scisto del Gandhara del II-IV secolo accanto a un bronzo cinese del V-VI. Non è una confusione: è una scelta.

Due pezzi da tenere d'occhio in particolare. Il Buddha seduto in legno laccato e dorato, XVI-XVII secolo, dinastia Ming, dal Fujian, alto centodiciassette centimetri, che porta l'inventario del vecchio museo preistorico etnografico. E la Guanyin stante, X-XII secolo, dinastia Liao, Cina settentrionale, in legno, alta centoventiquattro centimetri, che porta l'inventario dell'ex museo di arte orientale. Sono due immagini della compassione, arrivate a Roma per strade diverse e per motivi diversi, e oggi si guardano.

L'installazione centrale e gli artisti contemporanei

Al centro del percorso c'è un intervento di Gala Porras-Kim, artista nata a Bogotà nel 1984, intitolato "A Recollection Returns With a Soft Touch". Il tema del suo lavoro è esattamente la questione che un museo come questo si porta addosso: che cosa significa per un oggetto rituale essere conservato in una vetrina, lontano dal contesto per cui era stato fatto, e che cosa dobbiamo a chi lo ha prodotto. Al centro dell'installazione una figura di Buddha nel gesto dell'abhayamudra, la mano alzata che significa assenza di paura, ripara sotto un chatra, l'ombrello rituale, disegnato per l'occasione da Andrea Anastasio.

Al progetto ha contribuito anche Heba Y. Amin, artista nata al Cairo nel 1980. La presenza di autori contemporanei dentro una collezione archeologica non è decorazione: è il modo con cui questo museo dichiara di non voler ricostruire il racconto ottocentesco delle civiltà in vetrina.

La vetrata di Giulio Rosso e il futuro allestimento

Una sezione affianca gli oggetti alle testimonianze architettoniche e agli oggetti etnografici dell'ex museo preistorico etnografico che non erano esposti da decenni, in vista della sistemazione permanente. Il punto di riferimento visivo è la vetrata di Giulio Rosso che appartiene all'edificio degli anni Trenta: un pezzo di decorazione razionalista che oggi funziona come fondale per opere asiatiche, con un cortocircuito che vale la pena notare.

La quinta sezione non è fisica: un QR code apre i materiali digitali di approfondimento, brochure e schede. Portatevi le cuffie e un telefono carico, perché i testi in sala sono volutamente asciutti e la parte lunga è online.

Shiva, collezioni del Museo nazionale d'arte orientale
Shiva - Museo nazionale d'arte orientale

Le collezioni del Museo nazionale d'arte orientale Giuseppe Tucci, area per area

Quello che segue è il quadro completo delle raccolte, organizzate come le presenta il museo: un percorso geografico e culturale che va dal Mediterraneo orientale al Pacifico. Non tutto è visibile in ogni momento, e più avanti spiego che cosa è esposto e che cosa è in deposito. Ma conoscere l'insieme serve, perché quando davanti a voi c'è un solo piatto sasanide capite che è la punta di un nucleo, non un oggetto isolato capitato lì per caso.

Vicino e Medio Oriente antico nelle collezioni Tucci

È la sezione dove l'Italia ha lavorato di più. Si parte dal IV-II millennio avanti Cristo con i materiali di Shahr-i Sokhta, la "città bruciata" del Sistan iraniano, uno dei grandi cantieri dell'archeologia italiana in Asia. Ci sono le produzioni vascolari di Tepe Siyalk, nell'Iran centrale, e di Tepe Giyan, nell'Iran occidentale: ceramiche dipinte con stambecchi, uccelli acquatici, motivi geometrici che sembrano moderni e hanno cinquemila anni.

L'età del ferro, fra il XV e il VI secolo avanti Cristo, è raccontata dal vasellame e dalla metallurgia iranica e dai materiali delle culture nomadiche eurasiatiche. Poi arrivano gli imperi: Achemenidi, Parti, Sasanidi, dal VI secolo avanti Cristo al VII dopo Cristo, mille e trecento anni di potere sull'altopiano iranico.

I pezzi che vale la pena cercare: un'olla da Haçilar, nell'Anatolia sud-occidentale, della fine del VI o degli inizi del V millennio avanti Cristo; un diadema d'oro dall'Iran settentrionale, 2100-2000 avanti Cristo; un rhyton d'argento a testa bovina, sempre dall'Iran settentrionale, del IV secolo avanti Cristo; e un piatto sasanide in argento niellato del VI-VII secolo. Il piatto sasanide è il tipo di oggetto che spiega da solo come la Persia tardoantica parlasse con Bisanzio e con la Cina lungo la stessa strada.

Shahr-i Sokhta e il perché degli scavi italiani

Un paragrafo a parte lo merita Shahr-i Sokhta, perché è il sito da cui viene una parte consistente del materiale più antico e perché il suo nome ricorre nelle didascalie senza che quasi nessuno spieghi che cosa fosse. Si tratta di un enorme insediamento dell'età del bronzo nel Sistan, l'Iran orientale al confine con l'Afghanistan, in un'area oggi desertica che allora era attraversata dalle acque dell'Helmand. Gli scavi italiani vi hanno documentato un abitato urbano, un'area artigianale e una necropoli vastissima.

Il motivo per cui i reperti sono a Roma è la prassi delle concessioni di scavo del Novecento, che prevedeva la divisione dei materiali fra il paese ospitante e la missione. È un tema che oggi si discute, ed è giusto che si discuta; il museo lo affronta esplicitamente nella sezione dedicata alla museologia critica, e nelle didascalie avverte che le informazioni derivano da documentazione storica e da catalogazioni che non riflettono necessariamente lo stato attuale delle conoscenze. La revisione del database e gli studi di provenienza sono dichiarati in corso.

Archeologia e arte del mondo islamico

La collezione islamica copre undici secoli, dall'VIII al XIX, e comprende ceramiche, metalli, elementi architettonici decorativi in marmo e in terracotta provenienti da Iraq, Spagna moresca, India, Pakistan, Turchia ottomana. Il nucleo iraniano è il più forte, con dipinti a olio e su papier mâché del periodo Qajar, l'Ottocento persiano dei ritratti di corte con i sopraccigli congiunti e le vesti ricamate.

Fra i pezzi notevoli: una coppa da Nishapur, nell'Iran orientale, con una scena di caccia al ghepardo, IX-X secolo; un piatto a lustro metallico da Kashan con iscrizione in caratteri naskhi, inizio del XIII secolo; una decorazione in cotto dal palazzo del sultano Mas'ud III a Ghazni, databile fra il 1099 e il 1115; un bruciaprofumi in rame con decorazione a traforo, Iran, XIX secolo.

Il lustro metallico di Kashan merita una sosta lunga. È una tecnica in cui l'ossido metallico viene applicato sopra lo smalto e fissato in una seconda cottura in atmosfera riducente: il risultato è una superficie che cambia colore secondo l'angolo della luce, dorata in un punto e ramata due centimetri più in là. Provate a spostarvi di lato mentre lo guardate: è l'unico modo per capire perché quei vasai fossero pagati come orafi.

Ghazni e l'Afghanistan

Ghazni, nell'Afghanistan orientale, fu la capitale dei Ghaznavidi, la dinastia turca che fra X e XII secolo dominò un impero esteso dall'Iran orientale all'India settentrionale. La missione archeologica italiana vi lavorò a lungo e riportò a Roma i materiali del palazzo di Mas'ud III, con la sua straordinaria decorazione in marmo e in cotto. Le fasce iscritte in persiano che correvano lungo il cortile del palazzo sono uno dei documenti più importanti per la storia della lingua e dell'arte di quel mondo.

Guardate le terracotte con attenzione: l'ornato vegetale ghaznavide è un vocabolario che nasce dal repertorio abbaside e finisce, secoli dopo, nelle moschee dell'India moghul. Chi conosce Delhi o Lahore riconosce qui il capostipite di forme che ha già visto a quattromila chilometri di distanza.

Le antichità sudarabiche

Una sezione più piccola e poco frequentata riguarda lo Yemen antico, con opere che vanno dall'VIII secolo avanti Cristo al VII dopo Cristo. È il mondo dei regni sudarabici, Saba, Ma'in, Qataban, Himyar, quello dell'incenso e della mirra, delle dighe e delle iscrizioni in alfabeto monumentale. Le stele funerarie sudarabiche hanno una stilizzazione del volto che colpisce chiunque: occhi grandi, naso rettilineo, bocca appena accennata, e un'aria di astrazione che nel Novecento ha interessato gli scultori europei.

Il Gandhara e la valle dello Swat, il cuore delle collezioni Tucci

È il cuore della collezione e il motivo per cui gli studiosi vengono a Roma. Il Gandhara è la regione dell'antico nord-ovest indiano, oggi divisa fra Pakistan e Afghanistan, dove fra il I e il V secolo dopo Cristo si formò l'arte buddhista che per la prima volta rappresentò il Buddha in forma umana. Prima di allora lo si indicava con simboli: un'impronta, un albero, una ruota, un trono vuoto.

I rilievi in scisto grigio esposti a Roma provengono in gran parte dagli scavi della missione archeologica italiana nella valle dello Swat, in Pakistan, e in particolare dai santuari dell'area di Saidu Sharif e di Butkara. Raccontano scene della vita del Buddha, cortei di donatori, bodhisattva ingioiellati, personaggi principeschi dentro architetture con colonne, archi e mensole.

Fra i pezzi da cercare: una statua in scisto di Maitreya, il Buddha del futuro, del II-III secolo dopo Cristo; una lastra di decorazione architettonica con acanto e palmette; e un rilievo con un Ercole riconoscibile dalla clava e dalla pelle di leone. Quest'ultimo è il pezzo che spiega da solo che cosa sia il Gandhara: l'eroe greco arriva fin lì con la conquista di Alessandro e con i regni indo-greci, e viene assorbito nell'iconografia buddhista come Vajrapani, il portatore del fulmine, il compagno armato del Buddha. Se vi capita davanti, fermatevi: state guardando l'Ercole di Lisippo che diventa una divinità protettrice indiana.

L'India nelle collezioni del museo Giuseppe Tucci

La sezione indiana copre dal IX al XX secolo e tiene insieme la "grande tradizione" e la tradizione popolare: sculture, stele templari, bronzi, dipinti folclorici, miniature. Le stele in pietra provengono dai templi dell'India centrale e orientale e conservano quella densità di corpi, membra e attributi che a un occhio europeo sembra affollamento e a un occhio indiano è teologia leggibile riga per riga.

I bronzi meridionali, quando sono presenti in esposizione, sono la parte che consiglio di guardare più a lungo: la tecnica della cera persa nell'India del Sud raggiunge una perfezione tale che le figure sembrano pesare la metà di quanto pesano. La Shiva della collezione romana è una di quelle immagini che, una volta viste, restano.

Tibet e Nepal, il nucleo raccolto da Giuseppe Tucci

Qui siamo nel nucleo raccolto personalmente da Giuseppe Tucci. Ci sono suppellettili, oggetti rituali, statue in lega metallica, dipinti arrotolabili su stoffa, i thang ka, cretule votive dette tsha tsha, affreschi staccati, mobili e gioielli. In esposizione se ne vede una selezione, e questo è uno dei punti in cui il visitatore percepisce con chiarezza il divario fra il posseduto e il visibile.

I pezzi principali: una statua in bronzo del bodhisattva Padmapani, area del Kashmir e Tibet occidentale, XI-XII secolo; una statua in bronzo del Buddha Shakyamuni del XIV secolo; un dipinto con Yama danzante su un cadavere, Tibet occidentale, XV-XVI secolo; un dipinto del Tibet orientale del XVII secolo. Yama è il signore della morte e il suo aspetto terrificante non è cattiveria: nel buddhismo tibetano le divinità irate sono forze protettive, e la loro violenza figurativa serve a spaventare gli ostacoli, non i fedeli.

Sui thang ka una raccomandazione tecnica: sono dipinti su tessuto, temono la luce e per questo vengono ruotati. Se ne vedete tre esposti oggi, fra sei mesi potrebbero essere altri tre. È il motivo migliore per tornare.

Sud-est asiatico

Sezione varia e sottovalutata. Comprende reperti khmer dalla Cambogia e dalla Thailandia, bronzetti, ceramiche, sculture in arenaria e teste di Buddha databili fra il IX e il XVIII secolo; statue in legno dorato dal Myanmar dell'Ottocento; testi su foglie di palma laccate; statuine legate al Ramayana; strumenti musicali; una collezione di arte orafa dall'Indonesia databile fra il IV e il XV secolo; statue in terracotta a scala reale; e le marionette del teatro delle ombre giavanese, i wayang.

Le teste khmer in arenaria sono la cosa che fermerà i vostri accompagnatori anche se non sanno nulla di Asia: quel sorriso appena accennato, gli occhi chiusi, la fronte larga sono un'invenzione formale che nell'arte mondiale ha pochi paragoni. E le marionette giavanesi, ritagliate in cuoio e traforate, vanno guardate pensando che il pubblico originale vedeva soltanto la loro ombra proiettata su un telo.

La Cina nelle collezioni del museo Giuseppe Tucci

La raccolta cinese va dal neolitico al Novecento e comprende giade, bronzi, tessuti, ceramiche. Ci sono quattro teste in pietra di Buddha e bodhisattva provenienti dai templi rupestri di Tianlongshan, nello Shanxi; statuine funerarie della dinastia Tang, 618-907; vasi monocromi della dinastia Qing, 1644-1911.

Pezzi da cercare: un finimento in bronzo con maschera zoomorfa della dinastia Shang, XII-XI secolo avanti Cristo; una statua funeraria in terracotta raffigurante un cantastorie, dal Sichuan, databile alla dinastia Han orientale, 25-220 dopo Cristo, o al periodo dei Tre regni, 220-280; una statua in legno dipinto e dorato di Guanyin, Song settentrionali, 960-1127, o Jin, 1115-1234; un corteo funerario in ceramica invetriata sancai della dinastia Ming, 1368-1644.

Il cantastorie di terracotta è il pezzo che consiglio a chi porta ragazzi: è una figura che ride a bocca spalancata, con la pancia scoperta e il tamburo sotto il braccio, e appartiene a un genere di statuine funerarie che dovevano intrattenere il morto nell'aldilà. Duemila anni dopo funziona ancora, e la gente sorride guardandolo.

La Corea nelle collezioni del museo Giuseppe Tucci

Il nucleo coreano nasce in buona parte da una donazione della Repubblica di Corea del 1960, con ceramiche delle dinastie Goryeo e Joseon, e copre dai Tre Regni, 300-668, alla fine della dinastia Joseon nel 1910, con l'aggiunta di opere contemporanee donate da artisti del XX e XXI secolo.

Pezzi da cercare: un'urna funeraria a forma di edificio del X secolo; una bottiglia a mazzuolo in ceramica invetriata, Goryeo, fine del XII secolo; un piatto da dolci in porcellana, Joseon, XVIII secolo; bottiglie a zucca in porcellana con decorazione vegetale, Joseon, XIX secolo. Il celadon coreano di epoca Goryeo, con quel verde-azzurro che i cinesi stessi consideravano insuperabile, è un capitolo che in Italia si vede in pochissimi luoghi.

Il Giappone nelle collezioni del museo Giuseppe Tucci

La raccolta giapponese comprende specchi e oggetti liturgici in bronzo dei periodi Heian, 794-1185, e Kamakura, 1185-1333, materiali archeologici, una statua lignea di Buddha del periodo Edo, 1615-1868, e ceramiche fra cui la donazione fatta all'IsMEO da Kitaoji Rosanjin, 1883-1959.

Rosanjin è un personaggio che merita due righe: ceramista, calligrafo, ristoratore, teorico della cucina, sosteneva che il piatto e il cibo fossero un'opera sola e faceva le proprie stoviglie per il proprio ristorante. Le sue ceramiche non sono oggetti da museo per destinazione: sono utensili, e vanno guardate immaginandoci dentro il pesce.

Il Vietnam nelle collezioni del museo Giuseppe Tucci

La sezione vietnamita nasce da una selezione del lascito di Ivanoe Tullio Dinaro e comprende ceramiche invetriate dal XII al XVIII secolo. È il nucleo più piccolo e uno dei più istruttivi, perché mostra una produzione che ha assorbito i modelli cinesi e li ha reinterpretati con una libertà decorativa maggiore, con pennellate rapide e figure appena accennate.

Le donazioni che hanno fatto crescere il Museo nazionale d'arte orientale Giuseppe Tucci

Accanto agli scavi, il museo è cresciuto per generosità privata e per diplomazia culturale. Lo Stato ha praticato una politica di acquisizioni fatta di trattative con gli uffici esportazione, di acquisti sul mercato antiquario, di scambi internazionali, in particolare con la Thailandia e con il Pakistan, e di donazioni. L'elenco dei donatori è una piccola storia sociale del collezionismo italiano.

Giovanni Andreino lasciò una collezione di arte birmana. Giacomo Mutti donò oggetti provenienti da contesti indiani diversificati. La Repubblica di Corea, nel 1960, fece dono di ceramiche delle dinastie Joseon e Goryeo. Antonia Gisondi e Manlio Flacchi, nel 1970, cedettero oggetti del mondo cinese. Pompeo Carotenuto, nel 2017, donò ceramiche iraniche che vanno dall'età del ferro al periodo imperiale. Ivanoe Tullio Dinaro lasciò le ceramiche vietnamite.

Il lascito più importante è quello di Francesca Bonardi, moglie di Giuseppe Tucci. La donazione arrivò nel 2000 e alla sua morte si aggiunse l'eredità, perché la signora Bonardi aveva nominato il Museo nazionale d'arte orientale suo erede universale: nel complesso circa cinquemila oggetti. È il gesto che ha raddoppiato di fatto il patrimonio tibetano e nepalese e che ha portato in museo anche il materiale documentario delle spedizioni.

Un'osservazione che faccio sempre ai gruppi: in un museo di scavo la donazione privata è il contrappeso indispensabile. Le missioni portano quello che si trova sotto terra, sempre frammentario e spesso funerario; i collezionisti portano quello che è rimasto vivo sopra la terra, oggetti d'uso, dipinti, tessuti, ceramiche da tavola. Senza le donazioni questo museo sarebbe una sequenza di cocci archeologici; senza gli scavi sarebbe un salotto di curiosità. È l'incrocio che lo rende serio.

Che cosa è esposto e che cosa è in deposito al Museo delle Civiltà

Il numero che serve per capire: le collezioni asiatiche del Museo delle Civiltà, sommando i due nuclei di provenienza, contano circa cinquantacinquemila oggetti, di cui oltre quindicimila dall'ex museo preistorico etnografico e circa quarantamila dall'ex museo di arte orientale. Le opere del percorso EUR_Asia sono circa un centinaio. Il rapporto è impietoso e va detto senza infingimenti: quello che si vede è una frazione minima di quello che c'è.

Non è una anomalia romana. Tutti i grandi musei enciclopedici del mondo espongono una percentuale piccolissima delle proprie raccolte, e nel caso di materiali fragili come i dipinti su stoffa, i tessuti e le carte l'esposizione permanente sarebbe una condanna a morte. Ma qui c'è un elemento in più: il trasferimento del 2017 ha comportato una ricollocazione integrale di depositi, archivio fotografico e biblioteca, e il riallestimento definitivo è un lavoro pluriennale.

La fase attuale ha una data di riferimento dichiarata dal museo: il progressivo riallestimento delle collezioni asiatiche punta al piano terra del Palazzo delle Scienze, con il 2026 come orizzonte per la riunione dei due nuclei in un unico percorso permanente. Chi vuole essere sicuro di quello che troverà aperto nel giorno della visita faccia la cosa più semplice del mondo: una telefonata al 06 549521 o un controllo sul sito ufficiale.

Le sale chiuse per lavori al Museo delle Civiltà

Un dato pratico che cambia la giornata a chi non lo sa. Al primo piano del Palazzo delle Scienze le collezioni di Arti e Culture Africane, Americane e Oceaniane sono temporaneamente inaccessibili, per verifiche sui dispositivi antisismici, per la realizzazione di nuovi impianti antincendio e di climatizzazione, per il restauro degli infissi storici e per il riallestimento; la riapertura è indicata alla conclusione dei lavori, prevista nell'inverno 2026. Nel frattempo all'ingresso del Palazzo delle Scienze il museo presenta "In corso d'opera", una selezione rotante di capolavori provenienti dalle collezioni chiuse.

Tradotto in termini di visita: se venite per l'Asia, quello che vi interessa è aperto; se contavate di fare in una volta sola anche l'Africa e l'Oceania, aggiustate il programma. La selezione rotante all'ingresso è un buon risarcimento, ma è una vetrina, non un piano.

Il resto del Museo delle Civiltà: cosa si vede con lo stesso biglietto

Il Museo nazionale d'arte orientale Giuseppe Tucci è oggi una delle voci di un organismo molto più ampio, e chi arriva all'EUR farebbe un errore a considerare le altre collezioni un contorno. Ecco che cosa c'è nello stesso complesso.

Preistoria e protostoria, l'eredità di Luigi Pigorini

Nel 1875 l'archeologo Luigi Pigorini fondò al Collegio Romano il Regio Museo Nazionale Preistorico Etnografico, con lo scopo di documentare le culture preistoriche italiane, europee ed extraeuropee. Il primo nucleo venne dalla raccolta del gesuita Athanasius Kircher, il celebre Museo Kircheriano. Il museo ospitò la prima cattedra universitaria di paletnologia in Italia e coordinò gli scavi preistorici della penisola.

Fra il 1975 e il 1977 le collezioni si trasferirono al Palazzo delle Scienze, dove sono oggi al secondo piano con un riallestimento intitolato "Preistoria? Storie dell'Antropocene", che rimette in discussione la nozione stessa di preistoria. Il patrimonio supera i centocinquantamila reperti. Fra i pezzi celebri: il cranio neandertaliano Guattari 1 dalla Grotta Guattari al Circeo, tre statuette femminili paleolitiche da Savignano, dal lago Trasimeno e da La Marmotta, le piroghe del lago di Bracciano, i materiali del villaggio neolitico de La Marmotta, i reperti della necropoli eneolitica di Gricignano d'Aversa, i bronzi nuragici e la Fibula Prenestina in oro. La pagina dedicata al Museo preistorico Pigorini entra nel dettaglio.

Alto Medioevo

La collezione dell'Alto Medioevo è nel Palazzo delle Scienze dal 1967 e conserva i materiali dei secoli fra la caduta dell'impero d'Occidente e l'anno Mille, con i corredi funerari longobardi e le opere di oreficeria che sono il documento più eloquente di quel periodo. Chi la salta perde il pezzo che tiene insieme la Roma antica e la Roma medievale: la pagina sul Museo dell'alto Medioevo racconta il percorso.

Arti e culture africane, americane e oceaniane

Sono le raccolte etnografiche extraeuropee, oggi temporaneamente chiuse per lavori come si è detto. Contengono materiali raccolti da missionari, viaggiatori, funzionari coloniali, spedizioni scientifiche, e sono al centro del lavoro di revisione critica che il museo conduce sulle provenienze.

Ex Museo Coloniale

Le collezioni del disciolto Museo africano sono confluite qui nel 2011 e oggi il museo le presenta sotto la denominazione di Ex Museo Coloniale, con un lavoro di riallestimento critico dei materiali. Il progetto di un Museo Italo-Africano intitolato a Ilaria Alpi è stato annunciato e a lungo discusso; a oggi le raccolte sono presentate all'interno del Museo delle Civiltà come collezione dell'Ex Museo Coloniale. Chi vuole seguire la vicenda trova gli aggiornamenti nella pagina sul Museo Italo-Africano Ilaria Alpi.

Paleontologia e lito-mineralogia

Una delle novità meno note: fra le collezioni del Museo delle Civiltà figurano oggi quelle di paleontologia e lito-mineralogia provenienti dall'ISPRA, cioè il patrimonio storico del servizio geologico nazionale. È il nucleo che per anni è stato indicato come futuro museo di geopaleontologia italiana intitolato a Quintino Sella, con le raccolte del Museo geologico nazionale che dal 1885 al 1995 furono a Palazzo Canevari, nel rione Sallustiano.

Arti e tradizioni popolari italiane, al Palazzo delle Arti

Dall'altra parte della piazza, al civico 8, il Palazzo delle Arti e Tradizioni Popolari conserva le collezioni etnografiche italiane raccolte a partire dall'impresa di Lamberto Loria. Carri siciliani, costumi, strumenti di lavoro, ex voto, presepi, tessuti: è il museo dell'Italia contadina e artigiana prima dell'industria, e in Italia non ha eguali. La pagina sul Museo delle arti e tradizioni popolari Lamberto Loria ne racconta le sale, e la pagina generale sul Museo delle Civiltà tiene insieme il quadro.

Quanto costa e come si risparmia al Museo nazionale d'arte orientale Giuseppe Tucci

Il biglietto intero è 10 euro. L'agevolato a 2 euro riguarda i cittadini dell'Unione europea fra i 18 e i 25 anni. Sotto i 18 anni l'ingresso è gratuito per i cittadini dell'Unione europea; la gratuità si estende alle categorie previste dalla normativa statale, fra cui persone con disabilità e accompagnatore, guide turistiche e interpreti dell'Unione europea nell'esercizio della professione, soci ICOM, studenti di determinati corsi universitari, docenti di materie artistiche, giornalisti in attività, gruppi scolastici dell'Unione europea con prenotazione. Esiste un biglietto Amico da 5 euro riservato ad alcune convenzioni.

Il modo più intelligente di risparmiare, se pensate di tornare, è la card annuale del Museo delle Civiltà: 22 euro per dodici mesi di ingressi illimitati, con inviti a eventi e riduzioni su bookshop e corsi. Con due visite e mezza si è già in pari, e in un museo che cambia allestimento a pezzi è una scelta che ha senso.

Poi c'è la prima domenica del mese, gratuita in tutti i luoghi della cultura dello Stato. Vale anche qui. La pagina sui musei gratis a Roma raccoglie il calendario delle aperture senza biglietto.

La MIC card non vale al Museo delle Civiltà

Punto da chiarire, perché genera equivoci ogni settimana alla biglietteria. La MIC card, la tessera da 5 euro annui riservata a chi risiede o studia nella Città metropolitana di Roma Capitale, dà accesso al Sistema dei Musei Civici, cioè ai musei di proprietà comunale. Il Museo delle Civiltà è un museo dello Stato, dipende dal Ministero della cultura e non appartiene al circuito civico: la MIC card qui non consente l'ingresso. Chi ne è titolare la usi per i Musei Capitolini e per le altre sedi comunali, e per l'EUR metta in conto il biglietto o la card del museo.

Visite guidate e didattica

Il museo organizza visite guidate: per i singoli nei fine settimana con una quota a persona, per i gruppi con una tariffa forfetaria e una versione in lingua inglese a costo maggiorato, e le prenotazioni si fanno con qualche giorno di anticipo. Le tariffe cambiano nel tempo: i numeri esatti e i recapiti del servizio didattico sono sul sito ufficiale del museo. Chi porta un gruppo scolastico deve prenotare in ogni caso.

Una curiosità su Museo nazionale d'arte orientale Giuseppe Tucci - Museo delle Civiltà

L'arte asiatica è arrivata a Roma molto prima del 1957, e non per via di un archeologo ma per via di un gesuita. Athanasius Kircher, vissuto fra il 1602 e il 1680, insegnò al Collegio Romano e mise insieme una delle raccolte più celebri d'Europa, il Museo Kircheriano, alimentata dalla rete mondiale delle missioni della Compagnia di Gesù. Fra gli oggetti che vi confluirono ce n'erano dal Congo e dall'Angola, dal Brasile e dal Canada, e dalla Cina. Quando nel 1875 Luigi Pigorini fondò il Regio Museo Nazionale Preistorico Etnografico, il primo nucleo delle sue collezioni venne proprio di lì.

La curiosità è che quegli oggetti e quelli portati da Tucci quasi tre secoli dopo hanno viaggiato per due strade opposte, la missione religiosa e la spedizione scientifica, e sono finiti nello stesso edificio all'EUR. Fino al 2016 restavano divisi da un confine amministrativo che li teneva in due musei diversi: gli oggetti kircheriani erano etnografia, quelli di Tucci erano arte. Il percorso EUR_Asia è la prima volta in cui si affacciano alla stessa vetrina.

Chi ha pratica di storia della cultura si accorge subito di quanto la cosa sia meno tecnica di quanto sembri. La distinzione fra arte ed etnografia non descrive gli oggetti: descrive noi, e il modo in cui l'Europa del XIX secolo decise quali culture avessero prodotto arte e quali avessero prodotto artigianato o costume. Un bronzo cinese Song finiva a sinistra, una maschera oceaniana finiva a destra, e nessuno chiedeva conto del criterio. Vedere quella frontiera saltare dentro un palazzo costruito per una esposizione universale del 1942 ha un che di paradossale, e vale il viaggio fino all'EUR.

La mia opinione: è la ragione culturale più forte per venire in questo museo oggi. Non ci si viene per il numero dei pezzi esposti, che è modesto; ci si viene per assistere a un cambio di paradigma museografico in diretta, con le opere che ne sono l'occasione.

Una cosa che non ti dice nessuno su Museo nazionale d'arte orientale Giuseppe Tucci - Museo delle Civiltà

Quasi nessuno vi dirà che il museo apre alle otto del mattino. Nell'immaginario romano i musei aprono alle nove o alle nove e mezza; qui il portone si apre alle 8:00 e chiude alle 19:00, con ultimo ingresso alle 18:30, dal martedì alla domenica. Un'ora intera di vantaggio su tutta la città, in un quartiere dove alle otto di mattina circolano solo gli impiegati dei ministeri. Se avete un volo nel pomeriggio da Fiumicino, questo museo è a metà strada e apre quando gli altri dormono.

La seconda cosa che nessuno dice riguarda il rapporto fra il posseduto e l'esposto. Le collezioni asiatiche del museo superano complessivamente le cinquantamila unità; il percorso attuale ne mostra circa un centinaio. Non c'è alcuna intenzione di nasconderlo, il museo lo dichiara apertamente, ma il visitatore che non lo sa arriva con l'idea di un museo enciclopedico e trova una selezione ragionata. Sapere in anticipo il rapporto fra i due numeri cambia completamente l'umore della visita.

La terza è che le didascalie del museo contengono un avviso che quasi nessun museo italiano ha il coraggio di scrivere: le informazioni derivano da documentazione storica e da catalogazioni che non riflettono necessariamente lo stato attuale delle conoscenze, e la revisione del database, con particolare attenzione agli studi di provenienza, è in corso. Tradotto: alcune attribuzioni e alcune provenienze scritte negli anni Sessanta oggi sono in discussione, e il museo preferisce dirlo piuttosto che far finta di niente.

La quarta, la più pratica: le collezioni africane, americane e oceaniane del primo piano sono chiuse per lavori fino alla conclusione del cantiere, indicata per l'inverno 2026, con una selezione rotante di capolavori all'ingresso. Chi programma una visita completa di tutto il Museo delle Civiltà deve saperlo prima di uscire di casa.

Il consiglio che ti do per visitare Museo nazionale d'arte orientale Giuseppe Tucci - Museo delle Civiltà

Venite di mattina presto, e in un giorno feriale. Alle otto e un quarto avrete i sottoportici tutti per voi, la luce di taglio sulle logge e l'installazione sonora che si sente pulita, senza il brusio dei gruppi. Alle undici il museo si popola di scolaresche dirette al Pigorini e il silenzio finisce. In un percorso costruito sui dettagli e sulle relazioni fra oggetti, il silenzio non è un lusso: è uno strumento di lavoro.

Secondo consiglio: chiedete in biglietteria che cosa è aperto quel giorno. In una struttura in riallestimento permanente le sezioni ruotano, e sapere in partenza che cosa si può vedere evita di girare a vuoto. Sono trenta secondi di conversazione che valgono mezz'ora di visita.

Terzo: non fate l'errore di considerare EUR_Asia un antipasto e di correre al secondo piano dalla preistoria. Il percorso asiatico chiede almeno un'ora e mezza se lo si guarda davvero, con le sedici narrazioni da leggere e le opere da confrontare. Se avete tre ore, dividetele in un'ora e mezza per l'Asia, un'ora per la preistoria, mezz'ora per il resto. Se avete due ore, fate solo l'Asia e tornate.

Quarto, e qui vado controcorrente rispetto a molte guide: scaricate i materiali digitali dal QR code prima di entrare, non durante. In sala il telefono spezza la visita, e i testi lunghi si leggono meglio dopo, magari seduti al laghetto dell'EUR a dieci minuti a piedi. La sala serve per guardare, non per leggere sullo schermo.

Quinto: portate una giacca leggera anche d'estate. Il Palazzo delle Scienze è un edificio in travertino con volumi enormi e la climatizzazione, tarata sulla conservazione, tiene temperature che al visitatore fermo davanti a una vetrina risultano fresche. Ci si accorge del problema al quarantesimo minuto, quando ormai è tardi.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Che l'EUR sia nato per un'esposizione universale mai celebrata lo sanno in molti. Quello che si cita meno è il ritardo con cui gli edifici destinati ai musei hanno effettivamente cominciato a fare i musei, e la cronologia vale la pena di essere messa in fila perché è quasi comica.

Il Palazzo delle Scienze fu progettato e costruito per la Mostra della scienza universale dell'esposizione del 1942. L'esposizione non si tenne, per lo scoppio della Seconda guerra mondiale. Il Palazzo delle arti e tradizioni popolari, edificio coevo, fu concepito per accogliere la Mostra delle arti e tradizioni popolari e fu inaugurato solo nel 1956, quattordici anni dopo la data per cui era stato pensato. Il Museo dell'alto Medioevo entrò nel Palazzo delle Scienze nel 1967, venticinque anni dopo. Le collezioni preistoriche ed etnografiche del Pigorini vi arrivarono fra il 1975 e il 1977, dopo un secolo passato al Collegio Romano. Le collezioni asiatiche vi sono arrivate nel 2017, settantacinque anni dopo la mancata inaugurazione.

C'è di più. I due palazzi sono collegati da un colonnato imponente, e quel colonnato non fu costruito per unire due musei ma per articolare un asse scenografico dell'esposizione. Il fatto che oggi funzioni come cerniera fra le collezioni etnografiche italiane e quelle mondiali è una coincidenza urbanistica che nessuno aveva progettato.

Il dettaglio che preferisco riguarda la vetrata di Giulio Rosso, decorazione degli anni Trenta pensata per un edificio della scienza fascista, che oggi fa da fondale a opere buddhiste e a un intervento di un'artista colombiana nata nel 1984. Un edificio costruito per celebrare una idea di civiltà oggi ospita un museo che quella idea la smonta pezzo per pezzo. Non capita spesso che l'architettura e il suo contenuto siano in disaccordo così esplicito, e la cosa si vede a occhio nudo.

La foto giusta da fare a Museo nazionale d'arte orientale Giuseppe Tucci - Museo delle Civiltà

La fotografia che porta a casa questo museo non è il primo piano di una statua. È lo scalone monumentale ripreso dal basso, con le logge dei sottoportici che salgono ai lati e le opere collocate dentro le nicchie: il richiamo all'architettura buddhista rupestre si legge solo in campo largo, e in una inquadratura stretta si perde completamente. Mettetevi ai piedi della prima rampa, tenete la fotocamera bassa e verticale, e lasciate entrare tutta l'altezza dell'edificio.

La seconda fotografia è la Guanyin lignea di epoca Liao, X-XII secolo, ripresa di tre quarti e leggermente dal basso. È alta centoventiquattro centimetri, il che significa che a distanza di un metro e mezzo la si inquadra intera senza deformarla, e il legno con le tracce di policromia restituisce una superficie che alla luce radente diventa materia viva. Non usate il flash: oltre a essere in genere vietato, appiattisce esattamente quello che rende bella questa scultura.

La terza è esterna e non costa il biglietto: il colonnato che unisce i due palazzi, fotografato in controluce nella prima mezz'ora dopo l'apertura o nell'ultima ora del pomeriggio, quando le ombre delle colonne disegnano una sequenza regolare sul travertino e sulla piazza. È la fotografia che spiega l'EUR meglio di qualunque didascalia.

Due avvertenze. La prima: le regole sulle riprese cambiano da sezione a sezione e in alcune vetrine i prestiti hanno vincoli propri; il personale in sala è l'autorità sul punto e conviene chiedere prima di scattare. La seconda: i treppiedi e le luci aggiuntive in un museo statale richiedono autorizzazione, e non è una formalità aggirabile con un sorriso. Per una fotografia a mano libera, senza flash, nella grande maggioranza dei casi non ci sono problemi.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

Il 16 giugno 1958 il Museo nazionale d'arte orientale aprì al pubblico a Palazzo Brancaccio. Era un'apertura carica di significato politico e culturale: l'Italia repubblicana, uscita dalla guerra e dalla perdita delle colonie, sceglieva di darsi un museo asiatico fondato sulla ricerca archeologica invece che sul bottino. Le prime vetrine mostravano il materiale dell'Istituto italiano per il Medio ed Estremo Oriente e le raccolte tibetane e nepalesi di Tucci.

Nel dicembre del 1974 il museo fu trasferito al Ministero per i beni culturali e ambientali appena istituito: fu il passaggio che portò tutte le raccolte statali sotto un unico dicastero e che diede alla tutela una fisionomia autonoma. Il 31 maggio 2005 il museo ricevette l'intitolazione a Giuseppe Tucci, ventun anni dopo la sua morte.

Nel 2011 l'Istituto italiano per l'Africa e l'Oriente entrò in liquidazione, e nello stesso anno le collezioni del disciolto Museo africano confluirono all'EUR. Nel settembre 2016 i decreti che istituirono il Museo delle Civiltà chiusero l'autonomia di quattro istituti e ne fecero un organismo solo. Nel 2017 avvenne il trasferimento materiale delle collezioni asiatiche dall'Esquilino al Palazzo delle Scienze: casse, imballaggi, movimentazione di migliaia di oggetti fragili attraverso Roma, una delle operazioni logistiche più delicate compiute su un museo italiano in quel decennio.

Il 3 ottobre 2024 ha aperto EUR_Asia, e con esso il riallestimento progressivo che il museo indica in corso fino al 31 dicembre 2030. Nella stessa fase si colloca il cantiere che ha chiuso il primo piano delle collezioni africane, americane e oceaniane per gli adeguamenti antisismici e impiantistici, con riapertura prevista alla conclusione dei lavori nell'inverno 2026.

Nell'edificio, va aggiunto, è successo altro di storicamente rilevante che riguarda le collezioni vicine: qui è conservato ed esposto il cranio neandertaliano Guattari 1, ritrovato al Circeo, uno dei reperti più discussi della paleoantropologia europea del Novecento, e qui sono le piroghe monossili del lago di Bracciano e i materiali del villaggio neolitico de La Marmotta, uno dei siti umidi meglio conservati del Mediterraneo.

Chi è passato da Museo nazionale d'arte orientale Giuseppe Tucci - Museo delle Civiltà

Il primo nome è ovvio e va detto per esteso: Giuseppe Tucci, 1894-1984, che di questo museo fu l'ideatore, il fornitore materiale di buona parte delle collezioni e il presidente dell'istituto che le depositò. Ma con lui sono passate persone che meritano più di una nota a piè di pagina.

Domenico Faccenna, archeologo, fondò il museo insieme a Tucci nel 1957 e diresse per decenni gli scavi italiani nella valle dello Swat: i rilievi del Gandhara che vedete portano la sua firma scientifica. Guglielmo De Angelis d'Ossat, architetto e storico dell'architettura, direttore generale delle antichità e belle arti, fu il terzo fondatore e l'uomo che ne rese possibile l'esistenza amministrativa.

Giovanni Gentile, filosofo, promosse con Tucci la fondazione dell'IsMEO nel 1933: l'istituto da cui le collezioni provengono nacque nel clima culturale del regime, e ometterlo sarebbe una comodità storiografica che non ci si può permettere. Francesca Bonardi, moglie di Tucci, fu la donatrice decisiva: nel 2000 la donazione, poi l'eredità universale, per un totale di circa cinquemila oggetti.

Fra i donatori sono passati Giovanni Andreino con l'arte birmana, Giacomo Mutti con i materiali indiani, Antonia Gisondi e Manlio Flacchi nel 1970 con gli oggetti cinesi, Pompeo Carotenuto nel 2017 con le ceramiche iraniche, Ivanoe Tullio Dinaro con le ceramiche vietnamite. Nel 1960 fu la Repubblica di Corea a donare le ceramiche Goryeo e Joseon, e il ceramista giapponese Kitaoji Rosanjin, 1883-1959, personaggio leggendario della cultura del Novecento nipponico, donò le proprie opere all'IsMEO.

Nella storia dell'edificio e delle collezioni vicine passano Luigi Pigorini, fondatore nel 1875 del museo preistorico etnografico, e per interposta raccolta il gesuita Athanasius Kircher, 1602-1680, il cui museo del Collegio Romano ne costituì il primo nucleo. Oggi il Museo delle Civiltà è diretto da Andrea Viliani, che ha coordinato il progetto EUR_Asia, e nelle sue sale hanno lavorato artisti contemporanei come Gala Porras-Kim, nata a Bogotà nel 1984, Heba Y. Amin, nata al Cairo nel 1980, la compositrice Valentina Ciardelli e il designer Andrea Anastasio.

Chi si aspettava una teoria di imperatori e papi resti con me un momento: il valore di questo elenco è proprio che non contiene sovrani. Contiene studiosi, vedove generose, ceramisti, gesuiti del Seicento e artiste contemporanee. È una storia fatta da chi lavora, e in una città abituata a raccontarsi attraverso i potenti è una variazione che rinfresca.

Il Museo nazionale d'arte orientale Giuseppe Tucci con i bambini

Funziona, a due condizioni. La prima è non presentarlo come un museo di arte orientale, formula che a otto anni non dice niente. La seconda è scegliere quattro o cinque oggetti e costruirci sopra una storia, invece di attraversare tutto.

Gli oggetti che tengono i bambini incollati alla vetrina sono sempre gli stessi e li elenco per esperienza diretta. Il cantastorie di terracotta cinese che ride a bocca spalancata, con il tamburo sotto il braccio: era lì per far divertire un morto, e questa spiegazione produce mezz'ora di domande. Le marionette del teatro delle ombre giavanese, perché si può raccontare che il pubblico ne vedeva solo l'ombra su un telo. Il rilievo con Ercole che nel Gandhara diventa una divinità indiana, perché è la prova che gli dèi viaggiano. Le figure irate del Tibet, che fanno paura e vanno spiegate come guardiani e non come mostri. E, al piano di sopra, le piroghe del lago di Bracciano e il cranio neandertaliano, che vincono su tutto.

La combinazione più efficace per una famiglia è mezz'ora abbondante sull'Asia e poi il secondo piano con la preistoria: il museo del Pigorini, con i suoi centocinquantamila reperti e il riallestimento "Preistoria? Storie dell'Antropocene", è uno dei posti di Roma dove i ragazzini si divertono davvero. Sotto i 18 anni i cittadini dell'Unione europea entrano gratis, quindi l'operazione costa il biglietto degli adulti e basta.

Ultimo consiglio da chi ci è passato: la piazza davanti al museo è vastissima e senza traffico sui lati interni, e il laghetto dell'EUR è a poca distanza. Una visita museale seguita da mezz'ora di corse all'aperto è la formula che salva il pomeriggio.

Accessibilità e servizi al Museo nazionale d'arte orientale Giuseppe Tucci

La normativa statale prevede l'ingresso gratuito per le persone con disabilità e per un accompagnatore, e questa gratuità vale anche qui. Sull'accessibilità materiale dei percorsi, cioè rampe, ascensori, servizi igienici attrezzati e collegamento fra i piani del Palazzo delle Scienze, il modo corretto di procedere è una telefonata preventiva al 06 549521 o un messaggio all'indirizzo mu-civ.info@cultura.gov.it, indicando le esigenze specifiche: in un edificio in cantiere i percorsi possono variare da un mese all'altro.

Il museo dispone di bookshop e organizza attività didattiche e visite guidate con un servizio dedicato. Le informazioni su depositi bagagli, guardaroba e servizi al pubblico sono indicate nella pagina di visita del sito ufficiale, e conviene guardarle il giorno prima se arrivate con valigie o zaini da viaggio, cosa non improbabile visto che l'EUR è sulla strada di Fiumicino.

Sul fronte della sosta, la situazione è la migliore fra i musei romani: le strade intorno a Piazza Guglielmo Marconi hanno parcheggio libero in buona parte, e nei giorni feriali fuori dagli orari di ufficio si trova posto senza fatica. Chi ha problemi di deambulazione può quindi arrivare in automobile fino a poche decine di metri dall'ingresso, cosa impensabile in centro.

Quando andare al Museo nazionale d'arte orientale Giuseppe Tucci e quando evitarlo

Il momento migliore è la mattina presto di un martedì, mercoledì o giovedì, fra le otto e le dieci. Il museo è appena aperto, i gruppi scolastici non sono ancora arrivati, la luce nelle logge è quella buona e nel silenzio si sente l'installazione sonora come è stata pensata.

Il momento da evitare, se cercate concentrazione, è la prima domenica del mese. L'ingresso gratuito porta molta gente, l'EUR è comodo da raggiungere in metropolitana e le famiglie arrivano in massa. Se il vostro obiettivo è risparmiare dieci euro va benissimo; se il vostro obiettivo è guardare i thang ka in pace, scegliete un altro giorno e pagate il biglietto. È uno dei casi in cui il gratuito costa in qualità dell'esperienza.

Le mattine di fine primavera e di inizio autunno sono ideali anche per la parte esterna: il colonnato, le prospettive della piazza, la passeggiata verso il laghetto. In pieno agosto il quartiere si svuota e il museo diventa un rifugio climatizzato quasi deserto, cosa che a Roma non è poco. In gennaio e febbraio, con la luce bassa, le fotografie della piazza sono le più belle dell'anno.

Ultima nota di calendario: il lunedì è chiuso, e nei giorni di chiusura infrasettimanali eccezionali il museo lo comunica sul proprio sito. Non presentatevi il lunedì contando su una eccezione: non c'è.

Cosa vedere intorno al Museo nazionale d'arte orientale Giuseppe Tucci

L'EUR si visita a piedi e in un pomeriggio. A pochi minuti dalla piazza sono il Palazzo dei Congressi di Adalberto Libera, con la sua volta a padiglione, e il Palazzo della Civiltà Italiana che tutti chiamano Colosseo Quadrato. Il laghetto dell'EUR è il posto giusto per una sosta, con i ciliegi giapponesi donati dalla città di Tokyo che in marzo fanno una fioritura che vale una passeggiata a sé.

Poco più in là sono il Palazzo dello Sport di Nervi e Piacentini, costruito per le Olimpiadi del 1960, e la Nuvola di Fuksas, che è l'unico edificio contemporaneo del quartiere capace di reggere il confronto con il razionalismo che lo circonda. La pagina generale sull'EUR mette in ordine tutto l'itinerario.

Chi invece vuole restare sul tema asiatico e antiquario ha in città due tappe naturali: il Museo del Vicino Oriente, Egitto e Mediterraneo della Sapienza, che copre lo stesso arco geografico con materiali di scavo universitari, e il Museo etrusco di Villa Giulia, per capire come una civiltà si racconta attraverso i corredi funerari. Chi passa dall'Esquilino per altri motivi trova a due passi da Palazzo Brancaccio la Domus Aurea, il Palazzo Merulana e la basilica di Santa Maria Maggiore. Il quadro completo dei musei della città è nella pagina sui musei di Roma.

Domande veloci su Museo nazionale d'arte orientale Giuseppe Tucci - Museo delle Civiltà

Dove si trova oggi il Museo nazionale d'arte orientale Giuseppe Tucci?

All'EUR, dentro il Museo delle Civiltà, al Palazzo delle Scienze di Piazza Guglielmo Marconi 14, 00144 Roma. Le collezioni hanno lasciato Palazzo Brancaccio e sono arrivate qui nel 2017.

Il museo di Palazzo Brancaccio in via Merulana è ancora aperto?

No, come museo di arte orientale non esiste più in quella sede. Palazzo Brancaccio, sul Colle Oppio, oggi è in gran parte una sede privata per eventi, con uno spazio espositivo su un piano e il Teatro Brancaccio all'estremità dell'isolato.

Quanto costa il biglietto del Museo nazionale d'arte orientale Giuseppe Tucci?

Il biglietto del Museo delle Civiltà costa 10 euro intero e 2 euro agevolato per i cittadini dell'Unione europea fra 18 e 25 anni. Esiste un biglietto Amico da 5 euro riservato ad alcune convenzioni e una card annuale del museo da 22 euro.

Quali sono gli orari del Museo nazionale d'arte orientale Giuseppe Tucci?

Dal martedì alla domenica, dalle 8:00 alle 19:00, con ultimo ingresso alle 18:30. L'apertura alle otto del mattino è una delle più anticipate fra i musei romani.

Che giorno chiude?

Il lunedì. Negli altri giorni eventuali chiusure straordinarie sono comunicate sul sito ufficiale del museo.

Serve prenotare la visita?

Per i visitatori singoli no. La prenotazione è richiesta per i gruppi e per le scolaresche, con contingenti di venticinque persone, e per le visite guidate del servizio didattico.

Si entra gratis la prima domenica del mese?

Sì. Il Museo delle Civiltà è un luogo della cultura dello Stato e applica la gratuità della prima domenica di ogni mese.

La MIC card vale al Museo nazionale d'arte orientale Giuseppe Tucci?

No. La MIC card dà accesso al Sistema dei Musei Civici di Roma Capitale, cioè ai musei comunali. Questo è un museo statale e la tessera comunale non è valida per l'ingresso.

Quanto dura la visita al Museo nazionale d'arte orientale Giuseppe Tucci?

Per il solo percorso asiatico un'ora e mezza è la misura giusta. Per l'intero Museo delle Civiltà, compresa la preistoria al secondo piano, calcolate tre ore.

Si possono fare fotografie?

La fotografia a mano libera, senza flash, in genere è consentita, ma le regole cambiano da sezione a sezione e alcune opere in prestito hanno vincoli propri: il personale in sala è l'autorità sul punto. Treppiedi e luci aggiuntive richiedono autorizzazione.

È accessibile alle persone con disabilità?

L'ingresso è gratuito per le persone con disabilità e per un accompagnatore. Per l'accessibilità materiale dei percorsi, che in una struttura con cantieri aperti può variare, conviene contattare prima il museo al 06 549521.

È adatto ai bambini?

Sì, se si sceglie qualche oggetto e ci si costruisce sopra una storia. Le statuine funerarie cinesi, le marionette giavanesi e, al piano superiore, le piroghe di Bracciano e il cranio neandertaliano funzionano sempre. Sotto i 18 anni i cittadini dell'Unione europea entrano gratis.

Con lo stesso biglietto si vedono anche le collezioni preistoriche del Pigorini?

Le collezioni fanno parte del medesimo istituto, il Museo delle Civiltà, e sono nello stesso Palazzo delle Scienze. Per la validità del titolo di ingresso sulle due sedi di Piazza Guglielmo Marconi la conferma è alla biglietteria o sul sito ufficiale.

Che differenza c'è fra il Museo delle Civiltà e il Museo nazionale d'arte orientale Giuseppe Tucci?

Il Museo delle Civiltà è l'istituto nato nel 2016 dalla fusione di quattro musei statali. Il museo di arte orientale intitolato a Tucci è uno di quei quattro: oggi il suo patrimonio è presentato come collezione di Arti e Culture Asiatiche del Museo delle Civiltà.

Che cosa è EUR_Asia al Museo delle Civiltà?

È il percorso espositivo aperto il 3 ottobre 2024 che riunisce per la prima volta i materiali asiatici dell'ex museo di arte orientale e dell'ex museo preistorico etnografico. Il museo lo indica in corso fino al 31 dicembre 2030 e lo presenta come avvio del riallestimento permanente.

Quante opere del Museo nazionale d'arte orientale Giuseppe Tucci sono esposte?

Il percorso EUR_Asia presenta circa cento opere, articolate in cinque sezioni e sedici narrazioni. Le collezioni asiatiche complessive del museo superano le cinquantamila unità.

Ci sono sale chiuse al pubblico al Museo delle Civiltà?

Sì. Le collezioni di Arti e Culture Africane, Americane e Oceaniane al primo piano del Palazzo delle Scienze sono chiuse per adeguamenti antisismici, impianti antincendio e climatizzazione, restauro degli infissi e riallestimento, con riapertura prevista alla conclusione dei lavori nell'inverno 2026. All'ingresso è visibile una selezione rotante di capolavori.

Si fa la coda per entrare?

Nella normalità dei giorni feriali no, si entra subito. La prima domenica del mese e nelle giornate con eventi l'afflusso è molto maggiore.

Come si arriva in metropolitana al Museo nazionale d'arte orientale Giuseppe Tucci?

Metropolitana B, fermata EUR Fermi, poi pochi minuti a piedi. Da Termini è una linea diretta senza cambi in direzione Laurentina.

Quali autobus servono il museo?

Le linee 30, 170, 671, 714 e 791 servono Piazza Guglielmo Marconi e le strade adiacenti.

Si può arrivare in automobile?

Sì, dalla via Cristoforo Colombo o dalla Pontina, e nelle strade intorno alla piazza la sosta è in genere libera. È uno dei pochi musei romani dove l'automobile non è un problema.

C'è un bookshop?

Sì, il museo dispone di bookshop, e la card annuale da 22 euro dà diritto a riduzioni sugli acquisti e sui corsi.

Ci sono visite guidate?

Sì, il museo organizza visite guidate per singoli nei fine settimana e per gruppi, anche in lingua inglese, con prenotazione anticipata. Tariffe e recapiti del servizio didattico sono sul sito ufficiale.

Vale la pena se ho solo tre giorni a Roma?

Onestamente, no: con tre giorni il tempo va speso in centro. Vale invece per chi torna a Roma, per chi ha interessi asiatici o archeologici, per chi ha un volo pomeridiano da Fiumicino e una mattina libera, e per chi vuole vedere l'EUR.

Che differenza c'è con il Museo del Vicino Oriente della Sapienza?

Il museo universitario della Sapienza espone i materiali delle missioni archeologiche dell'ateneo in Vicino Oriente, Egitto e Mediterraneo, con un taglio didattico e una scala minore. Le collezioni di Tucci coprono un arco geografico più ampio, dall'Iran al Giappone, e nascono dalle missioni dell'IsMEO.

Il nome ufficiale del Museo nazionale d'arte orientale Giuseppe Tucci è cambiato?

L'ente autonomo Museo nazionale d'arte orientale Giuseppe Tucci non esiste più dal 2016: il patrimonio appartiene al Museo delle Civiltà, che lo presenta come collezione di Arti e Culture Asiatiche. Il nome di Tucci resta legato alle raccolte e alla storia dell'istituzione.

Ci sono opere di artisti contemporanei?

Sì. Il percorso EUR_Asia comprende interventi di Gala Porras-Kim, di Heba Y. Amin, un'installazione sonora di Valentina Ciardelli per arpa, contrabbasso e guqin, e un ombrello rituale disegnato da Andrea Anastasio.

Quanto costa la card annuale del museo?

22 euro per dodici mesi, con ingressi illimitati, inviti a eventi e riduzioni su bookshop e corsi. Con due visite e mezza si rientra della spesa.

Un'ultima parola, da chi accompagna gruppi in questa città da vent'anni. Questo museo non regala niente: non ha una facciata da cartolina, non è in centro, non espone trenta sale di capolavori in fila. Chiede di arrivare informati e di guardare lentamente, e in cambio dà una cosa che a Roma quasi nessun altro luogo dà, cioè la possibilità di vedere l'Asia raccontata attraverso il lavoro di archeologi italiani e attraverso la biografia di un uomo che è andato in Tibet otto volte quando ci si andava a piedi. Andateci di mattina presto, prendete la card se pensate di tornare, e considerate le sale chiuse per quello che sono: il segno che qualcuno ci sta lavorando davvero.

Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.

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RiassuntoMuseo nazionale d'arte orientale Giuseppe Tucci - Museo delle Civiltà - Piazza Guglielmo Marconi, 14, 00144 Roma RM, Italia
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IndirizzoPiazza Guglielmo Marconi, 14, 00144 Roma RM, Italia 144
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