Abbazia di Farfa (RI)
L'Abbazia di Farfa si trova in via del Monastero 1, a Fara in Sabina, provincia di Rieti, ai piedi del monte Acuziano e a un centinaio di metri dal torrente che le ha dato il nome. Il telefono del monastero è 0765 277065. Le visite si fanno soltanto accompagnati da personale autorizzato dall'abbazia, con partenze a orario fisso: la mattina alle 10, alle 11 e a mezzogiorno, il pomeriggio alle 15 e alle 16 con l'ora solare, alle 15.30 e alle 16.30 con l'ora legale. Il lunedì non si visita. Fino a dieci persone si arriva e ci si aggrega alla partenza successiva; per gruppi organizzati, associazioni, parrocchie e scuole la prenotazione è obbligatoria e si passa dall'ufficio turismo dell'abbazia, che risponde allo 0765 277271 e al 338 6077654 nelle fasce 10-13 e 15-17, oppure all'indirizzo turismo@abbaziadifarfa.it. Il biglietto individuale indicato dall'abbazia è di 6,50 euro, 5 euro per i bambini fra i sette e i dodici anni, gratuito sotto i sei; i gruppi dei tour operator pagano 6 euro, le parrocchie 5,50, le scuole 5. La visita guidata del borgo si aggiunge a 2,50 euro. Tariffe e orari conviene sempre riguardarli sul sito del monastero prima di partire, perché la comunità li adatta alle esigenze della vita liturgica.
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✦ Anche in cittàDegustazioni di vino
In enoteca in centro o tra le vigne dei Castelli. Due cose diverse: una dura un'ora, l'altra una giornata.
✦ Patrimonio UNESCOTivoli: Villa d'Este e Villa Adriana
Due ville, due epoche, un solo biglietto mentale: le fontane di Villa d'Este e le rovine imperiali di Adriano.
✦ Vai all'aperturaMusei Vaticani e Cappella Sistina
Il primo slot della giornata o il tardo pomeriggio. A metà mattina è un nastro trasportatore, e non lo diciamo solo noi.
✦ Fuori portaCastelli Romani
Frascati, Castel Gandolfo, il lago di Albano. Un'ora da Roma e sembra un'altra regione.
✦ SottoterraCatacombe e Appia Antica
Chilometri di gallerie sotto la via Appia. Fresche d'estate, e sorprendentemente poco affollate.
✦ MercoledìUdienza papale
Ogni mercoledì, quando il Papa è a Roma. Il biglietto è gratuito ma va ritirato.
✦ Il classicoTour a piedi
Roma si capisce camminando. La differenza la fa la guida, non l'itinerario: sono quasi tutti uguali sulla carta.
✦ Va a rubaColosseo, Foro e Palatino
L'ingresso a orario sparisce con giorni di anticipo in alta stagione. La versione con i sotterranei è quella che vale il s...
✦ Poco camminoTour in golf cart
Il centro storico in un paio d'ore senza distruggerti i piedi, e passi dove i pullman non entrano.
✦ Vieni affamatoFood tour
Non è un pranzo: sono sei-otto tappe piccole. Il valore è nei posti in cui non saresti mai entrato da solo.
✦ Dopo le 21Bar hopping e vita notturna
Tre o quattro locali con qualcuno che sa quali sono aperti quella sera. Funziona meglio da soli che in coppia.
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In Ape ti portano loro, in Vespa guidi tu (serve la patente). Due esperienze molto diverse sotto lo stesso nome.
✦ Il più scenograficoTour in sidecar
Il sidecar vintage con conducente: costa più della Vespa, ma è il giro che finisce in tutte le foto.
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Pasta a mano e poi ci si siede a tavola. La domanda giusta è quante persone ci sono per postazione.
✦ Prenotazione obbligatoriaGalleria Borghese
Bernini e Caravaggio in due ore contate. Senza prenotazione non si entra, punto.
✦ Accesso limitatoColosseo: sotterranei e arena
Il piano dove aspettavano gladiatori e belve, e il pavimento dell'arena. Posti contati ogni giorno.
✦ Giornata lungaPompei e Costiera Amalfitana
Da Roma si fa in giornata, ma è una giornata vera: sveglia presto e rientro a sera.
✦ Alta velocitàFirenze in giornata
Un'ora e mezza di treno e sei sotto il Duomo. Si fa, se accetti di vedere tre cose e non dieci.
✦ Terrazza panoramicaCastel Sant'Angelo
Mausoleo, fortezza, prigione e rifugio dei papi. E la terrazza con la vista migliore su San Pietro.
✦ Dopo il tramontoRoma di notte
Le stesse piazze, senza la folla e con le luci giuste. La città cambia completamente.
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Sali e scendi dove vuoi per 24 o 48 ore. Utile il primo giorno, per orientarsi.
✦ MareCapri e Costiera Amalfitana
Da Roma è lunga, ma in due giorni si fa con calma. In giornata solo se accetti di correre.
✦ Centro storicoTrevi, Pantheon e piazze
Il cuore barocco a piedi, più il biglietto del Pantheon che ora serve davvero.
✦ Con i bambiniScuola dei gladiatori
Due ore con la spada di legno in mano, sulla via Appia. Con i ragazzini funziona sempre.
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Copri il doppio del centro senza camminare. Dieci minuti di pratica e ci stai sopra.
✦ Poco affollatoTerme di Caracalla
Muri alti trenta metri e quasi nessuno intorno. Uno dei posti più sottovalutati di Roma.
✦ A 30 minutiOstia Antica
La Pompei di Roma, raggiungibile col treno urbano. Strade, taverne e mosaici, senza folla.
✦ Alta velocitàNapoli e Pompei
Un'ora e dieci di treno. Il centro storico, il museo archeologico e la pizza vera.
✦ Prima dell'aperturaVaticano: ingresso anticipato
Dentro i Musei prima del pubblico. La Sistina quasi vuota è un'altra cosa.
✦ Senza faticaTour in e-bike
Le sette colline con l'assistenza al pedale. L'Appia Antica e il Gianicolo diventano facili.
Per la messa: nei giorni feriali alle 7.30, la domenica e nelle solennità alle 9, alle 10.30, a mezzogiorno e alle 19, con i vespri alle 18.30 nei feriali e alle 18 la domenica. Questo non è un dettaglio da calendario parrocchiale: è il motivo per cui l'Abbazia di Farfa non si visita come si visita un museo. Qui dentro vive una comunità benedettina della congregazione sublacense cassinese, e la basilica è anche parrocchia e santuario di Santa Maria di Farfa. Si entra in un luogo di lavoro spirituale, non in una sala espositiva.
Da Roma sono poco meno di sessanta chilometri. In auto si prende l'A1 verso nord e si esce a Fiano Romano, poi si sale lungo la Salaria e si devia sulla Farense seguendo le indicazioni per Fara in Sabina e Farfa; la strada finale è stretta, in discesa, e l'ultimo chilometro attraversa oliveti che hanno l'aria di stare lì da sempre. Con il treno si arriva alla stazione di Fara Sabina-Montelibretti sulla linea FL1, che da Roma Tiburtina passa ogni quindici minuti, ma la stazione è a Passo Corese, una quindicina di chilometri dall'abbazia: senza un'auto o un passaggio la parte finale resta scoperta, e conviene mettere in conto un taxi o un noleggio. Il parcheggio è fuori dal borgo, sulla piazzola d'ingresso: dentro non si entra con la macchina, e questa è una delle ragioni per cui Farfa è rimasta Farfa.
Se state mettendo insieme una giornata in Sabina, il borgo ha una pagina dedicata al borgo di Farfa e il comune la sua, su Fara in Sabina; la valle intorno la trovate raccontata nelle pagine su le gole del Farfa e sulla riserva di Nazzano Tevere-Farfa. Quello che segue è invece il racconto lungo dell'abbazia: la storia, la chiesa opera per opera, il museo, la biblioteca, il borgo e il modo giusto di stare qui dentro per un paio d'ore.

Che cos'è davvero l'Abbazia di Farfa
Chiamarla abbazia è corretto e insieme riduttivo. Per quattro secoli, fra l'VIII e il XII, Santa Maria di Farfa non fu un monastero grande: fu una potenza territoriale con una propria milizia, una flotta commerciale esentata dai dazi, un archivio che oggi vale come una biblioteca di Stato e un abate che trattava alla pari con imperatori e pontefici. Se cercate un paragone comprensibile, immaginate un ente che possiede contemporaneamente centinaia di chiese, decine di castelli, porti, saline, mulini e due città intere, e che risponde all'imperatore invece che al papa. Questo era Farfa.
La geografia spiega quasi tutto. L'abbazia sorge in una piega della Sabina, in una valle chiusa fra il monte Acuziano e i colli olivati, a mezza giornata di cammino dalla Salaria, cioè dalla strada che collegava Roma all'Adriatico attraverso l'Appennino. Era abbastanza lontana da Roma per non essere inghiottita dal potere pontificio e abbastanza vicina per contare in ogni partita che si giocasse fra Tevere e Appennino. Chi controllava Farfa controllava un pezzo di corridoio strategico fra il patrimonio di San Pietro e il ducato longobardo di Spoleto.
La mia opinione, dopo molte visite, è che l'Abbazia di Farfa sia il monumento medievale più sottovalutato del Lazio. Non ha la scenografia verticale di Subiaco appesa alla roccia, non ha il nome universale di Montecassino, e proprio per questo non ha nemmeno la folla. Ci si arriva in un'ora da Roma e ci si trova dentro una vicenda europea, raccontata da un archivio che gli storici del Medioevo europeo consultano ancora oggi. Se avete una sola gita fuori porta da spendere in Sabina, spendetela qui.
Il nome: il Farfarus di Ovidio
Il monastero prende nome dal fiume che gli scorre accanto, il Farfa, che i Latini chiamavano Farfarus e che compare nei versi di Ovidio fra i corsi d'acqua ombrosi della Sabina. Dallo stesso corso d'acqua prende nome il borgo che circonda l'abbazia, e dal borgo la fiera che per secoli fu una delle più importanti dell'Italia centrale. Un fiume piccolo, con un nome antico, che ha battezzato un archivio, un mercato e un pezzo di storia continentale: capita raramente.
Perché si dice Abbazia di Farfa (RI)
La sigla fra parentesi non è un vezzo burocratico. Serve a distinguere questa Farfa dalle altre località omonime e a collocarla nella provincia di Rieti, che per molti romani è ancora terra incognita nonostante cominci a quaranta minuti dal Grande Raccordo Anulare. Amministrativamente l'abbazia ricade nel comune di Fara in Sabina; ecclesiasticamente la Sabina fa capo alla sede suburbicaria di Sabina-Poggio Mirteto. Chi la cerca come Abbazia di Farfa (RI) la trova, e trova anche il fatto meno intuitivo: siamo in Lazio, non in Umbria, anche se il paesaggio e la storia raccontano un'altra geografia.
Le origini dell'Abbazia di Farfa: san Lorenzo Siro
La tradizione farfense fa cominciare tutto fra il 560 e il 570, con un vescovo di nome Lorenzo, detto il Siro perché sarebbe arrivato dall'Oriente. Era titolare di Forum Novum, la città romana che oggi si chiama Vescovio e che conserva la cattedrale più antica della Sabina. A lui la memoria monastica attribuisce la prima fondazione di un cenobio in questa valle, in un momento in cui l'Italia centrale usciva a pezzi dalla guerra greco-gotica e il tessuto delle diocesi rurali si stava disfacendo.
Su Lorenzo Siro le certezze documentarie sono poche e le leggende parecchie. La più bella la racconta il Chronicon farfense, che gli attribuisce la liberazione della valle Acuziana da un drago enorme annidato in un pozzo: il testo latino parla di un immanis draco che abitava in quondam puteo loci qui dicitur Acutianus. Il drago, nella grammatica agiografica altomedievale, non è quasi mai un rettile: è il paganesimo residuo, la palude malarica, il culto locale da estirpare. Sconfiggere il drago significa bonificare, evangelizzare, prendere possesso. Che poi il pozzo esistesse davvero e che l'aria della valle fosse pessima è del tutto probabile.
Questa prima fondazione non sopravvisse. Le guerre gotiche prima e le incursioni longobarde poi la ridussero a rudere, e per circa un secolo la valle rimase senza monaci. Chi visita oggi non vede nulla di quel cenobio: le tracce archeologiche più antiche riconoscibili nel complesso appartengono a fasi successive. Ma la memoria di Lorenzo Siro non è mai stata cancellata, e il museo dell'abbazia conserva una tavola di fine Quattrocento che lo raffigura accanto a san Benedetto: un modo per dire, cinque secoli dopo, che la casa aveva due padri.
Forum Novum, il Vescovio e la Sabina cristiana
Per capire da dove nasce Farfa bisogna guardare a una decina di chilometri di distanza, verso Vescovio. Lì sorgeva Forum Novum, municipio romano e poi sede vescovile, con un complesso episcopale che gli scavi hanno riconosciuto a partire dagli anni ottanta del Novecento. Quando l'organizzazione cittadina si sfalda, fra VI e VII secolo, la funzione di presidio religioso e civile passa progressivamente ai monasteri. Farfa nasce esattamente in questa transizione, e la eredità se la porta dietro per mille anni: fino al 1841 l'abate di Farfa fu a capo di un territorio ecclesiastico proprio, una abbazia nullius dioecesis, cioè esente dalla giurisdizione dei vescovi vicini.
La rifondazione dell'Abbazia di Farfa: Tommaso di Morienna
La rinascita ha una data approssimativa, intorno al 680, e un protagonista con un nome che sembra uscito da una canzone di gesta: Tommaso di Morienna, monaco franco originario della Maurienne savoiarda. La Constructio monasterii Farfensis racconta che Tommaso, pellegrino a Gerusalemme, mentre pregava davanti al Santo Sepolcro ebbe una visione della Vergine che gli ordinava di tornare in Italia e di rialzare Farfa. Nella stessa notte, secondo il racconto, la medesima visione toccava a Faroaldo II, duca longobardo di Spoleto, con l'ordine di aiutarlo. I due si incontrarono, il duca mise a disposizione terre e mezzi, e il monastero risorse.
La storiografia moderna legge questo racconto per quello che è: un atto di fondazione politico travestito da miracolo. Faroaldo II aveva bisogno di un presidio longobardo ai confini meridionali del suo ducato, in un'area contesa con Roma; un monastero guidato da un franco, cioè da un uomo estraneo alle faide locali, era lo strumento perfetto. La visione serviva a rendere incontestabile la scelta. Che poi Tommaso fosse un pellegrino vero e un asceta vero è anch'esso probabile: le due cose non si escludono.
Il dato interessante è la regola. Tommaso non impiantò subito il puro benedettinismo: la comunità visse a lungo secondo una regola mista, che teneva insieme la disciplina di san Colombano, arrivata con il monachesimo irlandese che in quel secolo attraversava l'Europa, e la regola di san Benedetto. L'uniformazione benedettina piena arriverà solo con la riforma generale di Benedetto d'Aniane, nel primo Ottocento carolingio. Farfa nasce quindi come laboratorio, non come filiale: e questo spiega perché dalla sua cerchia siano usciti altri due monasteri decisivi, San Vincenzo al Volturno e San Salvatore Maggiore sul Cicolano.
Tommaso morì intorno al 720, dopo aver retto la casa per circa quarant'anni. Per più di un secolo, dopo di lui, gli abati di Farfa furono franchi: Walderperto, Mauroaldo, Fulcoaldo, Probato, Ingoaldo, Sicardo. Leggere l'elenco degli abati farfensi dell'VIII e IX secolo è come leggere un elenco di funzionari imperiali, perché è esattamente quello che erano.
Faroaldo II e il ducato di Spoleto
Faroaldo II governò Spoleto fra la fine del VII e l'inizio dell'VIII secolo, e finì male: deposto e costretto alla tonsura monastica dal figlio Trasimondo II, chiuse la vita in monastero. Prima di quell'epilogo aveva però fatto due cose che hanno lasciato traccia lunghissima: aveva sostenuto la rifondazione di Farfa e aveva provato a spostare l'equilibrio longobardo verso il mare, occupando Classe, il porto di Ravenna. La prima gli è sopravvissuta di tredici secoli. Nella storia dei potenti succede spesso: quello che pensavano fosse il loro capolavoro politico è polvere, e quello che consideravano un investimento devozionale è ancora in piedi con i monaci dentro.
L'Abbazia di Farfa abbazia imperiale: Carlo Magno e i privilegi
Il salto di scala avviene nel 774. In quell'anno, mentre Carlo Magno smonta il regno longobardo, l'abate Probato sceglie il campo giusto e ottiene per Farfa l'immunità imperiale: il monastero passa sotto la protezione diretta del re dei Franchi, sottratto alla giurisdizione dei duchi e, cosa politicamente decisiva, non soggetto al potere temporale dei papi. Da quel momento e per quattro secoli l'Abbazia di Farfa è una abbazia imperiale, cioè un pezzo di impero incastonato a sessanta chilometri da San Pietro.
Non è un dettaglio giuridico da manuale. Significa che l'abate risponde all'imperatore, che i beni del monastero non si toccano, che le controversie si portano davanti ai messi imperiali e non alla curia romana, e che l'abbazia diventa uno strumento di politica estera. Farfa fu, di fatto, l'ambasciata permanente dell'impero presso la Santa Sede e insieme il presidio armato degli interessi imperiali nel Lazio. Si diceva, con una formula che è arrivata fino a noi, che l'abate di Farfa potesse fare ombra al papa: la verità è più prosaica e più interessante, perché il suo potere era quello di un legato, non quello di un rivale.
Carlo Magno in persona salì fin quassù. Il passaggio è collocato dalle fonti farfensi poche settimane prima dell'incoronazione in San Pietro del giorno di Natale dell'800: il futuro imperatore si fermò in abbazia, e la comunità ne conservò memoria come del momento fondativo della propria fortuna. Durante il suo regno il complesso conobbe la fase edilizia più imponente della sua storia altomedievale, con un cantiere che modificò a tal punto l'impianto precedente che solo l'archeologia degli ultimi decenni ha permesso di ricostruirne le linee. In pochi decenni Farfa divenne uno dei centri più prestigiosi d'Europa, alla pari con le grandi case franche e renane.
La nave dell'abate Ingoaldo
C'è un documento che vale più di dieci pagine di elogi. Nel terzo decennio del IX secolo, sotto l'abate Ingoaldo, l'abbazia possedeva una propria nave commerciale esentata dai dazi in tutti i porti dell'impero carolingio: il privilegio è del 822. Fermiamoci un secondo su cosa significa. Un monastero dell'entroterra sabino, cinquanta chilometri dal mare, armava e faceva navigare una nave propria, e quella nave attraccava franca di imposta da Marsiglia a Ravenna. Farfa non era un luogo di preghiera che riceveva elemosine: era un'impresa continentale con una regola monastica.
Da qui discende tutto il resto: i mulini, le saline, i porti fluviali, le fiere. E discende anche il carattere dell'archivio farfense, che è un archivio di amministratori prima che di teologi. Quando leggerete, nel museo, che i monaci tenevano registri di concessioni e di affitti con la precisione di un notaio, ricordatevi della nave: era la stessa mentalità.
L'abate Sicardo, parente di Carlo Magno
Fra gli abati franchi il più celebrato a Farfa è Sicardo, in carica intorno alla metà del IX secolo, che le fonti dicono imparentato con la famiglia di Carlo Magno. Di lui il monastero conserva una lapide, ritrovata nel 1959 dentro la chiesa dove era stata reimpiegata come materiale da costruzione: è uno dei pezzi che si incontrano nel percorso di visita, ed è un piccolo trattato di storia in sé. Un abate imperiale del IX secolo finisce, sei o sette secoli dopo, tagliato e murato da qualche capomastro che aveva bisogno di una pietra squadrata. Il Medioevo non era sentimentale con il proprio passato.
Il patrimonio feudale dell'Abbazia di Farfa
I numeri del patrimonio farfense circolano da secoli e vengono in gran parte dallo spoglio delle carte fatto in età moderna, a partire da Ludovico Antonio Muratori. Nel momento di massima estensione, fra X e XI secolo, l'abbazia controllava 683 fra chiese e monasteri, 132 castelli o piazzeforti, 16 fortezze, 7 porti, 7 saline, 14 ville, 82 mulini, cinque castaldati e un numero enorme di laghi, pascoli e terreni, oltre a più di trecento fra villaggi e borghi. Nell'elenco compaiono due città intere: Centumcellae, cioè Civitavecchia, e Alatri.
Aggiungete una milizia propria, perché un patrimonio del genere senza uomini armati non si difende, e capirete perché per quattro secoli nessuno in Italia centrale abbia potuto ignorare l'Abbazia di Farfa. L'abate non era un amministratore di beni ecclesiastici: era un signore territoriale che batteva un pezzo di Lazio, di Umbria, di Marche e di Abruzzo con i suoi funzionari, i suoi contratti e i suoi tribunali.
Questa ricchezza è anche la spiegazione delle crisi. Ogni volta che il patrimonio cresceva, cresceva il numero di persone interessate a metterci le mani: parenti degli abati, famiglie baronali romane, papi che volevano riportare la Sabina sotto controllo, imperatori che volevano tenersela. La storia interna di Farfa è una successione di riforme e di rilassamenti, e in mezzo ci sono episodi durissimi. Fra il 1119 e il 1125 la comunità si spaccò nella rivalità fra l'abate Guido e il monaco Berardo, entrambi decisi a governare: anni di scomuniche, occupazioni e monaci esiliati, fra cui, per un periodo, lo stesso Gregorio di Catino.
L'abate a capo di una diocesi
C'è un dettaglio che spiazza chi conosce il diritto canonico moderno: l'abate di Farfa era a capo di un territorio ecclesiastico proprio, con poteri di tipo episcopale su un'area vastissima, che in origine seguiva l'orografia appenninica fino a lambire il primo nucleo del patrimonio pontificio, quello ricavato dal corridoio bizantino con la donazione di Sutri. L'attuale sede suburbicaria di Sabina-Poggio Mirteto ne è soltanto una parte. Questa condizione, tecnicamente una abbazia nullius, cessò nel 1841 con l'erezione della diocesi di Poggio Mirteto: mille anni di autonomia finiti con un decreto.
Le incursioni saracene e l'incendio dell'Abbazia di Farfa
Alla fine del IX secolo la pressione delle bande saracene risalite dal Garigliano arriva anche in Sabina. La cronaca farfense racconta una resistenza lunga sette anni, condotta dalle milizie agli ordini del capitolo del monastero: sette anni sono un tempo enorme, e da soli dicono che Farfa era una piazzaforte prima ancora che una chiesa. Alla fine l'abate Pietro I capì che la posizione non era più tenibile e organizzò l'evacuazione. Il monastero fu preso, saccheggiato e incendiato all'inizio del X secolo.
I monaci si divisero in tre gruppi. Uno riparò a Rieti, uno a Fermo sull'Adriatico, uno a Roma. Portarono con sé quello che era trasportabile e soprattutto le carte, e questo spiega perché l'archivio farfense sia sopravvissuto a un incendio che invece divorò il resto. Le comunità in esilio conservarono la propria identità e la propria disciplina, il che nel X secolo non era affatto scontato.
Del gruppo romano è rimasta una traccia archeologica che pochi conoscono e che vale il viaggio mentale. Nella zona che sarebbe poi diventata l'insula dei Francesi, fra la chiesa di San Luigi dei Francesi e l'area occupata in antico dalle Terme di Nerone, durante i lavori di restauro dei sotterranei di Palazzo Madama condotti dall'amministrazione del Senato alla fine degli anni ottanta del Novecento vennero individuate tracce di un cimitero appartenente al capitolo degli abati di Farfa. Sotto il palazzo del Senato della Repubblica, quindi, riposano monaci sabini in fuga dai saraceni. Roma è fatta così: si scava per rifare un impianto elettrico e si trova il X secolo.
Perché Farfa era un obiettivo
Le bande che risalivano dal Mediterraneo non cercavano martiri: cercavano metallo, tessuti e uomini da rivendere. Un monastero ricco come Farfa, con arredi liturgici d'oro e d'argento, magazzini pieni e una popolazione servile numerosa, era un bersaglio economico razionale. Che l'assedio sia durato sette anni dice però un'altra cosa: la valle era difendibile e i farfensi sapevano difenderla. Quando si visita il complesso conviene ricordarlo, perché la basilica gentile che si vede oggi copre le fondamenta di una struttura che per secoli fu anche militare.
La rinascita dell'Abbazia di Farfa: Ratfredo e l'abate Ugo
Il ritorno lo guida Ratfredo, che riporta il capitolo nella valle e nel 913 porta a termine la chiesa. È una ricostruzione dura, in un secolo in cui le risorse scarseggiano e i vicini approfittano. La vera rifondazione arriva alla fine del X secolo con Ugo I, abate a più riprese fra il 998 e il 1039, uomo di governo e di cultura come se ne trovano pochi in tutto il Medioevo italiano.
Ugo fa tre cose insieme. Rimette in ordine il patrimonio, recuperando terre usurpate con una campagna giudiziaria e documentaria sistematica. Introduce a Farfa la riforma cluniacense, cioè il modello di vita monastica più rigoroso e più moderno del suo tempo, quello che stava riscrivendo il monachesimo europeo da Cluny in giù. E riorganizza lo scriptorium, dando alla scrittura farfense una fisionomia riconoscibile che i paleografi chiamano ancora oggi romanesca farfense.
Il risultato è che nell'XI secolo Farfa torna a essere un centro di prima grandezza, con una biblioteca che le fonti collocano fra le più ricche d'Europa e una capacità di produzione libraria da grande officina. Il fatto che un monastero incendiato un secolo prima arrivi a questo livello dice molto sulla tenuta delle istituzioni monastiche: bruciano gli edifici, non l'organizzazione.
Che cosa significava la riforma cluniacense
Vale la pena spiegarlo, perché a Farfa è la chiave di volta. Cluny propone un monachesimo centrato sulla liturgia solenne e prolungata, sull'esenzione dalle interferenze dei signori laici e dei vescovi locali, sulla disciplina interna e sull'ordine amministrativo. In pratica: meno parenti degli abati che si spartiscono le terre, più ore in coro, più registri tenuti bene. Per un patrimonio come quello farfense, la riforma è insieme spiritualità e risanamento aziendale. Ugo I capì che le due cose andavano fatte insieme, e questa lucidità è il motivo per cui la sua abbazia produce, poche decine di anni dopo, il più grande archivista del Medioevo italiano.

Gregorio di Catino e il Regesto di Farfa
Se dell'Abbazia di Farfa dovesse restare una cosa sola, io salverei l'archivio. E l'archivio, nella forma in cui lo conosciamo, è opera di un uomo: Gregorio di Catino, nato intorno al 1060 a Poggio Catino da una famiglia della piccola nobiltà sabina, figlio di Dono e Teodoranda, entrato a Farfa da bambino come oblato e rimasto nel monastero quasi cinquant'anni, con l'eccezione di un periodo di esilio dovuto al conflitto con l'abate Berardo II. Rientrò definitivamente nel 1099 e da lì in poi non fece che una cosa: copiare, ordinare, indicizzare.
Il capolavoro è il Regestum Farfense, chiamato anche Liber Gemniagraphus sive Cleronomialis Ecclesiae Farfensis, avviato intorno al 1103: oltre milletrecento documenti, mille e trecentoventiquattro secondo il computo tradizionale, trascritti in ordine cronologico a partire dal 705. Donazioni, privilegi, permute, sentenze, diplomi imperiali. Per la storia del ducato di Spoleto, della Sabina e più in generale della società italiana fra VIII e XII secolo è una fonte senza rivali in Europa meridionale: si conoscono i nomi dei contadini, le misure dei campi, i canoni pagati in olio e in grano, i confini descritti albero per albero.
Il Liber Largitorius
Nello stesso torno di anni Gregorio compila il Liber Largitorius, detto anche Liber Notarius sive emphiteuticus: circa duemila documenti in forma abbreviata, a partire dal 792, che registrano le concessioni fatte dal monastero ai suoi affittuari e livellari. È l'inventario del rapporto fra l'abbazia e chi lavorava le sue terre. Chi studia la storia economica italiana lo apre ancora oggi, perché contiene una serie continua di contratti agrari su un arco di tre secoli: una cosa che, per l'Alto Medioevo, in Europa non ha molti paragoni.
Il Chronicon Farfense
Fra il 1107 e il 1119 Gregorio scrive il Chronicon Farfense, la storia del monastero costruita sulle carte: la fondazione, gli abati, le acquisizioni territoriali in tutta l'Italia centrale, con cataloghi di papi e sovrani a fare da impalcatura cronologica. Non è una cronaca ingenua. È un'opera d'avvocatura: serve a dimostrare, documento alla mano, che i beni farfensi appartengono a Farfa e che le pretese altrui non reggono alla prova delle carte. Il fatto che sia anche uno dei testi storiografici più solidi del secolo è, in un certo senso, un effetto collaterale del rigore giuridico.
Il Liber Floriger
A settant'anni, per potersi orientare nella propria produzione, Gregorio compila un indice topografico delle sue opere precedenti, il Liber Floriger chartarum cenobii Farfensis: un repertorio che segue le proprietà dalle Marche all'Abruzzo alla Campania. Un vecchio monaco che, arrivato all'età in cui gli altri smettono, costruisce il motore di ricerca del proprio archivio. Nell'XI e XII secolo questo era un pensiero rivoluzionario, ed è il motivo per cui il nome di Gregorio di Catino compare in qualunque manuale serio di diplomatica medievale.
Perché il Regesto conta ancora
Faccio un esempio concreto, perché la parola archivio addormenta e non dovrebbe. Grazie alle carte farfensi sappiamo quando e come nasce l'incastellamento in Italia centrale, cioè il processo per cui fra IX e XI secolo la popolazione sparsa nelle campagne si concentra in villaggi fortificati d'altura. Molti dei paesi che oggi si visitano in Sabina, da Casperia a Torri in Sabina, esistono in quella forma perché qualcuno, in un documento farfense, ha scritto che si costruiva un castello in un certo luogo in un certo anno. Il paesaggio che vedete dal piazzale dell'abbazia è, in senso letterale, il paesaggio descritto in quelle pergamene.
Lo scriptorium dell'Abbazia di Farfa e la romanesca farfense
Sotto Ugo I lo scriptorium farfense diventa una officina di scrittura con una identità propria. La minuscola in uso nell'area romana, la cosiddetta minuscola romanesca, viene rielaborata a Farfa fino a diventare una scrittura riconoscibile a colpo d'occhio: lettere strette, aste marcate, un ritmo verticale insistito. I paleografi la chiamano romanesca farfense e la usano come marcatore per attribuire a questo scriptorium codici sparsi oggi in mezza Europa.
Non è un dettaglio da specialisti. Nel Medioevo una scrittura riconoscibile era un marchio di fabbrica e una garanzia di autenticità: chi riceveva un documento farfense sapeva da dove veniva prima ancora di leggerlo. E una casa che si costruisce una propria grafia è una casa che produce libri in quantità industriale, con maestri, allievi e correttori. Al culmine, verso la fine dell'XI secolo, la biblioteca dell'Abbazia di Farfa era considerata fra le più ricche del continente.
Che cosa si copiava
Si copiavano i libri liturgici, prima di tutto, perché la liturgia consumava volumi come un cantiere consuma calce. Poi la Scrittura e i Padri, i testi canonistici, le regole monastiche, e naturalmente i documenti dell'amministrazione. La produzione farfense non era da museo: era da uso quotidiano. Quando entrerete nella sala della biblioteca e vedrete gli scaffali, tenete presente che quello che si conserva oggi è la coda di un fiume, non il fiume.
La lotta per le investiture: l'Abbazia di Farfa dalla parte dell'impero
Nel grande scontro fra papato e impero che attraversa l'XI e il XII secolo, Farfa non ebbe dubbi. Fedele alla propria condizione di abbazia imperiale, il monastero si schierò con la parte ghibellina e produsse anche un testo di battaglia, la Orthodoxa defensio imperialis, in difesa delle ragioni dell'impero. La stessa collezione di testi canonici inserita nel Regesto sembra omettere deliberatamente i canoni dei pontefici riformatori dell'XI secolo: un silenzio che, in un archivio così meticoloso, è una presa di posizione.
Questa fedeltà costò cara e durò a lungo. Il filo-germanesimo dei farfensi attraversa tutto il periodo svevo e si spegne soltanto nel 1268, quando la sconfitta di Corradino chiude la stagione della dominazione germanica in Italia. Da quel momento il vento gira, e Farfa entra in una fase difensiva da cui non uscirà più. È una parabola politica esemplare: l'abbazia era stata grande perché imperiale, e declina esattamente con l'impero.
Un archivio che sceglie da che parte stare
Amo raccontare questo passaggio ai gruppi perché smonta un'idea comoda, quella dell'archivio neutro. Gregorio di Catino non era un notaio imparziale: era un monaco farfense che difendeva la sua casa. La sua straordinaria precisione è al servizio di una tesi. Questo non toglie nulla al valore della fonte, anzi lo rende più interessante, perché costringe lo storico a leggere anche i vuoti. Che cosa non c'è nel Regesto è una domanda buona quanto che cosa c'è.
Dalla commenda ai Farnese: la lunga decadenza dell'Abbazia di Farfa
Nel 1399 papa Bonifacio IX assegnò Farfa in commenda. La parola merita una spiegazione, perché è la chiave della decadenza di quasi tutte le grandi abbazie italiane. Un abate commendatario è un ecclesiastico, spesso un cardinale, che riceve le rendite del monastero senza viverci e senza guidarne la comunità: il patrimonio serve a mantenere lui e la sua corte, non la casa. Per un secolo e mezzo Farfa fu la rendita di famiglie potentissime, gli Orsini in particolare.
Il paradosso è che proprio i commendatari lasciarono l'impronta architettonica più visibile. La basilica che si visita oggi è opera degli Orsini: cantiere avviato nel 1494, consacrazione nel 1496. Nel 1494 Alessandro VI aveva unito Farfa all'abbazia di San Salvatore Maggiore. Nel 1547, sotto la mano del cardinale Alessandro Farnese, il monastero entrò nella Congregazione Cassinese, cioè tornò a una vita regolare inquadrata in una rete monastica seria, e il Farnese lasciò a Farfa un chiostro rinascimentale che porta il suo nome.
Nel 1568 fu chiamato qui Jacopo Barozzi da Vignola, uno degli architetti più richiesti del secolo, per la fontana e il mulino; l'opera fu poi completata da Giacomo Della Porta. Che due nomi di quel calibro lavorino a Farfa dice quanto la committenza farnesiana facesse sul serio. Ma il baricentro del potere si era spostato altrove da tempo, e nei due secoli successivi, fra restauri e nuove costruzioni, l'abbazia perse progressivamente peso politico ed economico.
Gli Orsini e il gusto del Quattrocento
Gli Orsini erano una delle due grandi famiglie baronali romane, rivali storici dei Colonna, e trattavano le abbazie in commenda come pezzi del proprio sistema territoriale. Il cantiere farfense di fine Quattrocento risponde a due esigenze: dare al complesso una chiesa moderna, secondo il gusto rinascimentale che arrivava da Roma, e firmarla. Gli stemmi orsiniani sul soffitto ligneo non sono un dettaglio decorativo: sono un atto notarile dipinto e intagliato, alto dodici metri sopra la testa dei fedeli.
Napoleone, l'Unità d'Italia e il ritorno dei monaci
Il colpo più duro arriva alla fine del Settecento. Nel 1798 la soppressione napoleonica chiude il monastero e disperde beni e libri. Con la Restaurazione la vita riprende a fatica, ma nel 1841 l'abbazia perde anche l'antica autonomia ecclesiastica con l'erezione della diocesi di Poggio Mirteto. Dopo l'annessione al Regno d'Italia, nel 1861, buona parte dei beni farfensi viene incamerata dallo Stato e venduta a privati cittadini: è la fine materiale del patrimonio millenario.
La risalita comincia nel primo Novecento. Il conte Giuseppe Volpi acquista e poi dona al monastero proprietà e terreni, restituendo alla casa una base economica. Nel 1920 un gruppo di monaci inviati da Alfredo Ildefonso Schuster, allora alla guida della comunità di San Paolo fuori le Mura a Roma e più tardi cardinale arcivescovo di Milano, ripopola Farfa e ne rilancia la vita regolare. Nel 1928 l'abbazia è dichiarata monumento nazionale, condizione che garantisce la tutela dei beni e apre la strada agli interventi di restauro del secondo Novecento.
La comunità che oggi accoglie i visitatori discende da quel ritorno del 1920. Non è una ricostruzione scenografica: è una linea interrotta e riannodata, come è successo a Montecassino, a Subiaco e in quasi tutte le grandi case benedettine italiane. Vale la pena saperlo prima di entrare, perché cambia il modo in cui si guarda un monaco che attraversa il chiostro mentre voi state fotografando un capitello.
Alfredo Ildefonso Schuster, l'uomo che riaccese Farfa
Schuster merita una riga in più. Benedettino, storico della liturgia di livello europeo, abate di San Paolo fuori le Mura e poi arcivescovo di Milano dal 1929, fu una delle figure ecclesiastiche più complesse del Novecento italiano. Il rilancio di Farfa rientra in un suo disegno più ampio di rinascita del monachesimo benedettino nel Lazio, che tocca anche altri complessi della regione. Senza quella decisione presa a Roma nel 1920, oggi qui probabilmente troveremmo un bel museo vuoto invece di una comunità viva.
La basilica dell'Abbazia di Farfa: la facciata
Si arriva alla chiesa da una piazzetta piccola, chiusa fra il fianco del monastero e le case del borgo, e la prima impressione è di sobrietà quasi severa. La facciata è a salienti, cioè segue con i suoi spioventi l'andamento delle tre navate interne, e termina in alto con un frontone triangolare semplice. Al centro si apre il portale, incorniciato in marmo, sormontato da una lunetta affrescata con la Madonna col Bambino incoronata da due angeli fra san Benedetto e santa Scolastica: i due fratelli di Norcia, il fondatore e la sorella, che in ogni casa benedettina fanno da guardia all'ingresso.
Sopra si aprono tre rosoni, uno per ciascuna navata, con quello centrale più grande. È un impaginato quattrocentesco che cita il romanico senza copiarlo, e che dice esattamente quello che il cantiere degli Orsini voleva dire: continuità con la tradizione, forme aggiornate. Guardate la muratura da vicino, soprattutto sul lato sinistro: si leggono riprese, tamponature, blocchi di reimpiego. La facciata è un palinsesto, come tutto qui.
La soglia e il portale
La cornice marmorea del portale è la prima cosa da toccare con gli occhi. Il marmo non è locale: in Sabina non ci sono cave di questo tipo, e i blocchi migliori nel Medioevo e nel Rinascimento venivano quasi sempre da spolii romani o da acquisti a Roma. Il gesto di incorniciare la porta di casa con marmo antico è un gesto di legittimazione: il monastero si dichiara erede di Roma. Anche quando la pietra è stata lavorata di fresco, il messaggio resta quello.
Dentro la basilica dell'Abbazia di Farfa
L'interno è a croce latina, con tre navate divise da due file di archi a tutto sesto poggianti su colonne marmoree con capitelli ionici. La struttura è quella rinascimentale di fine Quattrocento, ma la veste che si vede oggi è in larga parte barocca, frutto degli interventi seicenteschi e settecenteschi: stucchi, altari laterali, cornici, il coro ligneo dell'abside. Chi arriva aspettandosi il romanico rimane spiazzato per trenta secondi, poi comincia a divertirsi, perché la stratificazione è proprio il punto.
Il consiglio pratico che do sempre: entrate, fate cinque passi e fermatevi. Non guardate subito l'altare. Girate le spalle e guardate la parete da cui siete entrati. Il pezzo più forte della chiesa è lì, sulla controfacciata, e nessuno lo vede finché non esce, quando ormai la guida sta già parlando d'altro.
Le colonne e la luce
Le colonne ioniche scandiscono lo spazio con un passo largo, e la luce entra dai rosoni e dalle finestre alte con un'inclinazione che nelle prime ore del pomeriggio taglia la navata centrale in diagonale. È la ragione per cui consiglio la visita delle 15 o delle 15.30: in quella fascia oraria la chiesa si legge meglio, il soffitto ligneo prende colore e il pavimento smette di essere un tappeto scuro e diventa una carta geografica.
Il transetto e l'abside
Oltre la crociera, in asse con la navata centrale, si apre l'abside profonda, poligonale, occupata dagli stalli lignei barocchi del coro dei monaci. È lo spazio della preghiera comunitaria, quello in cui la comunità si dispone su due file affrontate per la salmodia. Quando capita di assistere ai vespri, guardate come cambia l'acustica quando le voci partono da dentro il coro invece che dalla navata: la chiesa è stata costruita per quel suono, non per il nostro passo di visitatori.
Il Giudizio Universale sulla controfacciata dell'Abbazia di Farfa
La controfacciata della basilica è interamente dipinta con un Giudizio Universale firmato e datato 1561 da Dirck Barendsz, pittore olandese di Amsterdam vissuto fra il 1534 e il 1592, in Italia negli anni centrali del Cinquecento. È l'opera che nessuno si aspetta di trovare in Sabina e la ragione per cui gli storici dell'arte nordica passano di qui.
Barendsz è un pittore della generazione che, nei Paesi Bassi, assorbe la lezione italiana e la rielabora. In Italia i suoi contemporanei lo avrebbero chiamato genericamente fiammingo, come si faceva con tutti i pittori venuti dal Nord: la definizione è imprecisa in senso geografico e utilissima in senso stilistico, perché indica una maniera riconoscibile, fatta di figure allungate, drammaturgia affollata, dettaglio minuto anche nelle zone secondarie. La sua opera più celebre ad Amsterdam è una Giuditta; la Caduta di Lucifero, dipinta per la milizia cittadina, andò distrutta nelle furie iconoclaste. Il muro di Farfa è, di fatto, il suo grande superstite italiano.
Il tema del Giudizio sulla controfacciata risponde a una logica antichissima: il fedele lo vede uscendo, non entrando. Si entra guardando l'altare e la salvezza; si esce guardando il giudizio e portandoselo fuori. Nel 1561 il Giudizio Universale di Michelangelo in Sistina aveva meno di vent'anni e stava già ridefinendo l'iconografia europea del tema; qui si vede un artista che conosce quel modello e lo declina con una sintassi propria, meno titanica e più narrativa.
Opinione netta: è il pezzo migliore della chiesa e merita almeno dieci minuti da solo. Portatevi un binocolo piccolo o usate lo zoom del telefono per le zone alte, dove la lettura a occhio nudo si perde. E resistete alla tentazione di fotografarlo e basta: qui la fotografia restituisce un decimo di quello che si vede.

Il soffitto ligneo cassettonato dell'Abbazia di Farfa
Alzate la testa. Il soffitto della navata centrale è un cassettonato ligneo datato al 1494, cioè al cantiere orsiniano, decorato con gli stemmi della famiglia. È uno dei pochi soffitti quattrocenteschi del Lazio rimasti sostanzialmente al loro posto, e da solo giustificherebbe una visita.
Il cassettonato rinascimentale è un oggetto tecnicamente complicato: una struttura portante di travi, una griglia di cornici, una serie di riquadri incassati con rosoni o stemmi al centro, il tutto sospeso sopra una navata larga e soggetto a movimenti stagionali del legno. Farlo durare cinque secoli richiede legname stagionato bene, un tetto che non perda e una manutenzione continua. Quando lo guardate, state guardando anche il lavoro silenzioso di generazioni di falegnami che sono saliti là sopra a cambiare un cavicchio.
Gli stemmi degli Orsini
Lo stemma orsiniano, con la rosa e le bande, ripetuto nei riquadri, trasformava il soffitto in una dichiarazione di committenza permanente. Nel Quattrocento non esisteva la targa del donatore: esisteva l'araldica, e l'araldica si metteva dove tutti alzavano gli occhi. Che oggi quello stemma sia sopra una comunità benedettina che con gli Orsini non ha più niente a che fare è una di quelle ironie che il tempo produce in serie.
Il pavimento dell'Abbazia di Farfa: cosmatesco e mosaico carolingio
Il pavimento è la seconda sorpresa. Nella zona del transetto si conserva una porzione di pavimentazione riferita al IX secolo, cioè alla fase carolingia della chiesa: un lacerto sopravvissuto all'incendio, ai rifacimenti e a mille anni di piedi. È il pezzo più antico che si calpesta a Farfa.
Accanto e attorno si legge il lavoro dei marmorari romani di tradizione cosmatesca: tessere di porfido rosso e serpentino verde ricavate da colonne romane segate a fette, disposte in cerchi e nastri dentro riquadri di marmo bianco. La tecnica è quella delle grandi chiese romane, da Santa Maria in Cosmedin a San Clemente, e il principio è sempre lo stesso: il materiale è antico, il disegno è medievale. Ogni disco di porfido che vedete era, prima, un pezzo di colonna imperiale.
Consiglio pratico: guardate il pavimento controluce, mettendovi in modo che la finestra sia davanti e non alle spalle. Il porfido consumato dai passi restituisce un riflesso che a luce piatta non si vede, e le differenze di livello fra le varie fasi diventano evidenti. È il modo migliore per capire, senza leggere una riga di archeologia, quante chiese ci sono dentro questa chiesa.
L'altare maggiore, il ciborio e il coro
L'altare maggiore è sormontato da un ciborio di ottima fattura, che presenta sulla cuspide un bassorilievo con l'Assunzione di Maria. Il ciborio è la struttura a quattro colonne con copertura che segna e protegge l'altare: nella tradizione liturgica antica delimita lo spazio più sacro della chiesa, e in molte basiliche romane è il fulcro visivo dell'intero edificio. Qui svolge lo stesso ruolo, con la dedicazione mariana della casa scolpita in alto, dove chi sta all'altare non la vede e chi guarda dalla navata sì.
Dietro, gli stalli del coro barocco chiudono l'abside. Il legno è scuro, il disegno è quello dei cori monastici post-tridentini, pensati per una comunità numerosa. Contare gli stalli è un esercizio istruttivo: dice quanti monaci quella chiesa si aspettava di ospitare, e il confronto con la comunità di oggi racconta cinque secoli di storia religiosa italiana senza bisogno di commenti.
La colonna del ciborio e la sua fama
Sulla colonna posteriore sinistra del ciborio circola una storia curiosa, riportata da Umberto Cordier nella sua Guida ai luoghi misteriosi d'Italia: al contatto restituirebbe una inspiegabile sensazione di scossa elettrica. Non la spaccio per un fatto fisico e non vi invito a toccare gli arredi liturgici, che nelle chiese non si toccano. La riporto perché è una traccia interessante di come la letteratura dei luoghi insoliti abbia trattato Farfa nel Novecento, e perché nove visitatori su dieci, dopo averla sentita, guardano quella colonna con occhi diversi. La suggestione è un fenomeno reale anche quando l'elettricità non c'è.
Le cappelle laterali e gli affreschi dell'Abbazia di Farfa
Lungo le navate laterali si aprono le cappelle, decorate fra Cinquecento e Seicento. La prima a sinistra conserva un Trionfo di sant'Orsola attribuito a Orazio Gentileschi ed eseguito sul finire del Cinquecento, negli anni compresi fra il 1597 e il 1599. Gentileschi è il pittore pisano che a Roma passa dal tardo manierismo alla luce caravaggesca, ed è il padre di Artemisia: vederlo qui, in una fase ancora di formazione, è un privilegio che a Roma non capita spesso.
Al ciclo decorativo della basilica lavorò anche la bottega degli Zuccari, la famiglia di pittori marchigiani che nella seconda metà del Cinquecento dominò i cantieri romani, da Taddeo a Federico. Farfa entra così, con pieno diritto, nella geografia della grande decorazione tardomanierista dell'Italia centrale. Sono nomi che ci si aspetta di trovare al Quirinale o in Vaticano, non a mezz'ora da Rieti: eppure la commenda cardinalizia funzionava così, e portava in provincia le squadre migliori.
Come guardare una cappella laterale
Un metodo che uso sempre e che funziona: prima si guarda l'altare della cappella e si capisce a chi è dedicata, poi si guardano le pareti laterali, poi la volta, e solo alla fine si torna sulla pala. La decorazione di una cappella è un discorso costruito, non una collezione di quadri: le scene laterali commentano la pala centrale, la volta apre il cielo. Con questo ordine di lettura anche una cappella minore diventa comprensibile in due minuti.
L'organo della basilica dell'Abbazia di Farfa
L'organo a canne è collocato dietro la trifora della parete di fondo dell'abside, con consolle mobile indipendente nel presbiterio, e fu costruito dalla ditta organaria Pedrini nel 1947. È a trasmissione elettro-pneumatica, con dodici registri distribuiti su due tastiere di cinquantotto note ciascuna e pedaliera concavo-radiale di trenta.
Tradotto per chi non è organista: dodici registri sono una tavolozza sonora contenuta, adatta all'accompagnamento liturgico più che al grande repertorio da concerto; la trasmissione elettro-pneumatica, tipica della prima metà del Novecento, permette di staccare la consolle dal corpo dello strumento, e infatti l'organista qui siede in presbiterio mentre le canne suonano dietro l'abside. Il risultato acustico è particolare: il suono arriva da dietro e da sopra, riflesso dalla conca absidale, e riempie la navata senza che si veda la sorgente. Chi capita a Farfa durante un concerto d'organo se ne accorge subito.
Il campanile dell'Abbazia di Farfa e le tracce carolingie
Il campanile è il pezzo di archeologia più eloquente del complesso e quasi nessuno lo guarda con attenzione, perché per vederlo bene bisogna uscire dalla chiesa e girare intorno. Alla base conserva caratteri di architettura carolingia, con lesene ancora perfettamente leggibili sulle superfici murarie: sono i segni della grande fase edilizia dell'VIII e IX secolo, quella che fece di Farfa uno dei cantieri più importanti d'Europa. Le trifore delle parti alte appartengono invece a una fase successiva, romanica.
Alla base della torre abbaziale sono stati rinvenuti affreschi medievali, ed è uno dei punti in cui il percorso di visita mostra la stratificazione senza bisogno di spiegazioni. Gli studi hanno riconosciuto nel complesso anche tracce di un westwerk, cioè di quel corpo occidentale monumentale, con torre e ambienti sopraelevati, che caratterizza le grandi chiese carolingie e ottoniane d'oltralpe. Trovarlo in Sabina significa una cosa sola: Farfa non costruiva all'italiana, costruiva all'imperiale.
Come leggere una lesena
La lesena è un pilastro piatto, appena aggettante, addossato al muro: nell'architettura altomedievale serve a scandire le superfici in specchiature verticali e a irrigidire la muratura. Vederle conservate su un campanile è raro, perché i rifacimenti successivi tendono a intonacare e a cancellare. Qui si leggono. Quando le individuate, avete davanti l'unico brandello visibile della Farfa di Carlo Magno: tutto il resto di quel cantiere è sotto il livello di calpestio o dentro i muri.
I chiostri dell'Abbazia di Farfa
Il monastero si articola intorno ai chiostri, e la visita ne tocca più di uno. Il primo, piccolo, è il cosiddetto chiostrino longobardo, con una bifora romanica del XIII secolo che è uno degli elementi più fotografati del complesso. Il nome tradisce l'abitudine ottocentesca di chiamare longobardo tutto ciò che era altomedievale e non classificabile altrimenti; la bifora è più tarda, ma l'impianto dell'ambiente conserva memoria delle fasi antiche.
Il chiostro grande risale alla seconda metà del Seicento e raccoglie sculture ed epigrafi romane, materiali recuperati nel territorio e murati lungo i portici secondo un uso comune nei monasteri: fare del chiostro un museo lapidario prima ancora che i musei esistessero. Da qui, attraverso un portale a punte di diamante, si passa nella biblioteca. C'è poi il chiostro rinascimentale legato al cardinale Alessandro Farnese, che è l'ambiente più elegante del complesso e il segno più visibile della stagione farnesiana.
Perché i chiostri hanno un pozzo al centro
Quasi sempre al centro di un chiostro benedettino c'è un pozzo o una cisterna. La ragione è pratica, l'acqua serviva, ma la simbolica è altrettanto forte: il chiostro è il giardino chiuso, l'hortus conclusus, e l'acqua al centro rimanda al fonte della vita. Quando attraversate il chiostro grande, guardate il rapporto fra il quadrato dei portici e il cielo ritagliato sopra: è l'unico luogo del monastero in cui il monaco vedeva il cielo restando dentro casa. Tutta l'architettura monastica gira intorno a questo compromesso.
Il monastero dell'Abbazia di Farfa: refettorio e aula capitolare
Il percorso di visita accompagna dentro alcuni ambienti della vita comune. Il refettorio conserva opere del Seicento: era la sala in cui la comunità mangiava in silenzio mentre un monaco leggeva dal pulpito, e la decorazione aveva la funzione di dare da pensare a chi non poteva parlare. L'aula capitolare è la sala delle decisioni, quella in cui il capitolo dei monaci si riuniva ogni giorno per ascoltare un capitolo della Regola, da cui il nome, e per deliberare sulle questioni della casa.
Nell'aula capitolare di un'abbazia come questa si sono decise cose che hanno pesato sulla storia dell'Italia centrale: elezioni di abati, alleanze politiche, cause patrimoniali, la scelta di stare con l'impero contro il papa. Entrare in quello spazio sapendolo è tutta un'altra visita rispetto a entrarci pensando di vedere una sala vuota con qualche affresco.
Lungo il percorso sono esposti numerosi pezzi di struttura medievale recuperati nel complesso: capitelli, frammenti scultorei, elementi architettonici. Fra questi la lapide dell'abate Sicardo del IX secolo, ritrovata nel 1959 nella chiesa dove era stata reimpiegata. Sono i mattoni superstiti della Farfa carolingia, e messi in fila raccontano la vicenda edilizia meglio di qualunque pannello.
Il museo dell'Abbazia di Farfa
Al piano terra si sviluppano le sale del museo, articolate in una sezione dedicata alla Sabina antica e in una sezione medievale. Non è un museo enorme, ma contiene almeno tre pezzi che in qualunque grande città sarebbero teste di serie di una collezione.
La sezione arcaica e il Cippo di Cures
La sezione arcaica espone materiali archeologici dei popoli che abitavano l'antica Sabina, un territorio molto più esteso della Sabina amministrativa di oggi, in gran parte provenienti dalla vicina necropoli di Colle del Forno, il grande sepolcreto aristocratico collegato alla città sabina di Cures. Tombe a camera, corredi, oggetti di prestigio: il ritratto di una aristocrazia italica del VII e VI secolo avanti Cristo.
Il pezzo che vale il biglietto è il Cippo di Cures, unico esemplare noto di epigrafia sabina su pietra, databile alla fine del VI secolo avanti Cristo. Fu rinvenuto nel marzo del 1982 nell'alveo del torrente Farfa, e la sua interpretazione non è ancora completa. Fermatevi davanti a questa pietra più di quanto vi verrebbe spontaneo. È l'unica voce diretta che ci resta di un popolo che i Romani hanno raccontato per intero e che di sé, per iscritto, ha lasciato quasi nulla. I Sabini della leggenda del ratto, di Numa Pompilio, della virtù antica: la loro lingua è qui, incisa su un blocco trovato in un torrente da qualcuno che passava.
Il cofanetto eburneo amalfitano
Nella sezione medievale il capolavoro è un cofanetto in avorio di scuola amalfitana, della seconda metà dell'XI secolo, con intarsi che documentano la nascita di una bottega dell'avorio sulla costa di Amalfi. Fu dedicato alla Vergine dal committente, un certo Mauro Comite di Amalfi, che vi fece incidere anche i nomi dei suoi sei figli, ed è annoverato fra le opere maggiori dell'arte medievale mediterranea. Nei primi mesi del 2008 fu esposto a Salerno nella rassegna dedicata agli enigmi degli avori medioevali.
Perché un oggetto amalfitano sia finito a Farfa non è un mistero: nell'XI secolo Amalfi era il ponte fra il Mediterraneo islamico e l'Italia cristiana, i suoi mercanti arrivavano dappertutto, e un cofanetto d'avorio era il dono di prestigio per eccellenza. Il nome dei sei figli inciso sul reliquiario è la cosa che mi colpisce ogni volta: un mercante del Mille che affida alla Madonna la sua famiglia intera, per iscritto, sperando che qualcuno la legga. Mille anni dopo la leggiamo.
Le tavole di scuola di Antoniazzo Romano
Sempre nella sezione medievale si conservano due tavole opistografe, cioè dipinte sui due lati, di fine Quattrocento, che raffigurano san Lorenzo Siro e san Benedetto da una parte, san Tommaso di Morienna e san Placido dall'altra: opera di uno scolaro di Antoniazzo Romano, il pittore che a Roma tenne insieme la tradizione tardogotica e le novità rinascimentali. Le tavole opistografe servivano da stendardo processionale o da anta mobile, e vedevano entrambe le facce in uso. Il programma iconografico è una dichiarazione: i due fondatori di Farfa accanto ai due santi maggiori del monachesimo benedettino. Un albero genealogico dipinto.
Si aggiunge una tela del primo Cinquecento con la Vergine col Bambino e un Angelo, che completa il piccolo nucleo di pittura antica della raccolta.
Le scene di Emanuele Luzzati
In una sala del museo monastico l'artista Emanuele Luzzati ha realizzato una installazione con dodici scene ispirate agli scritti di Gregorio di Catino e al Chronicon Farfense. Luzzati, genovese, scenografo e illustratore fra i più amati del Novecento italiano, due volte candidato all'Oscar per i suoi cortometraggi animati, aveva una capacità rara di rendere la storia leggibile senza banalizzarla. Le sue dodici scene sono il modo migliore per far entrare un bambino nella vicenda farfense, e funzionano benissimo anche con gli adulti che dei diplomi imperiali non sanno nulla.
Trovo che questa sala sia una delle scelte museografiche più intelligenti fatte in un monastero italiano. Invece di riempire una parete di pannelli con date, hanno chiamato un narratore per immagini. Il risultato è che il visitatore esce sapendo davvero chi era Gregorio di Catino.
La biblioteca dell'Abbazia di Farfa
Dal chiostro grande, attraverso un portale a punte di diamante, si accede alla biblioteca. È una biblioteca statale, il che significa che dal 1964 la gestione dei fondi è passata allo Stato pur restando fisicamente dentro il monumento nazionale; nel 2000 un importante intervento di restauro architettonico ne ha ampliato gli spazi e i servizi. La consistenza si aggira sulle cinquantamila unità, con un nucleo antico che comprende manoscritti medievali, incunaboli e cinquecentine.
Il patrimonio librario farfense ha attraversato secoli di dispersioni: la fuga davanti ai saraceni, le spoliazioni della commenda, la soppressione napoleonica del 1798, l'incameramento del 1861. Quello che si conserva qui è ciò che nei momenti difficili non prese la strada di altre sedi. Gli originali del Regesto e del Chronicon di Gregorio di Catino non sono più a Farfa da secoli, e questo va detto con chiarezza: chi viene sperando di vedere la pergamena originale resterà deluso. Quello che si vede è la casa che l'ha prodotta, che è un'altra cosa e non è meno emozionante.
Come si consulta
La biblioteca ha una funzione di studio e non fa parte in senso stretto del giro turistico: la sala di lettura è un luogo di lavoro per ricercatori. Chi ha necessità di consultare i fondi contatta direttamente la biblioteca e concorda modalità e orari, che variano nei periodi estivi e nelle festività. Il portale a punte di diamante, quello sì, si vede durante la visita: è uno degli elementi decorativi più belli del complesso, con il bugnato a piramide che nel Rinascimento italiano segnalava sempre un ingresso importante.
Il borgo dell'Abbazia di Farfa
Uscendo dalla chiesa si entra nel borgo, e qui succede la cosa che rende Farfa unica in Italia. Non si tratta di un paese cresciuto accanto a un monastero: si tratta del borgo dell'abbazia, costruito dai monaci come struttura di servizio del monastero e rimasto integro nella sua forma originaria. Case a schiera di uguale altezza, allineate lungo due strade brevi, con archi di passaggio, scale esterne e finestre piccole. Un impianto urbanistico progettato, non spontaneo.
La funzione era commerciale. Durante le grandi fiere di aprile e di settembre i monaci affittavano queste casette ai mercanti più facoltosi che convenivano a Farfa da mezza Italia: erano insieme magazzino, bottega e alloggio. Fuori dai giorni di fiera restavano chiuse. Il borgo, in altre parole, era una fiera permanente in forma di architettura, e la sua uniformità dipende esattamente da questo: nessuno lo abitava stabilmente, quindi nessuno lo modificava a proprio gusto.
Oggi ci vivono poche decine di persone e le case ospitano botteghe artigiane, laboratori e negozi di prodotti tipici. Si trovano ceramiche, tessuti fatti a mano, piccolo antiquariato, oggetti in legno, prodotti alimentari della Sabina. È una continuità di funzione che ha del prodigioso: nello stesso spazio in cui nel Duecento si vendeva panno e ferro, oggi si vende artigianato. Cambia la merce, non il mestiere del luogo.
Il borgo abbaziale come tipo architettonico
In Italia i borghi nati da un monastero sono decine, ma quasi tutti sono stati inglobati in paesi cresciuti sopra di loro, oppure sono spariti. Farfa è comunemente citata come l'unico esempio rimasto integro di borgo abbaziale: la sua pianta si legge ancora per intero, con la piazzetta davanti alla chiesa, le due file di case, i passaggi coperti. Chi si occupa di storia dell'urbanistica medievale viene qui apposta, perché è l'unico posto in cui si può camminare dentro il modello invece che studiarlo su un rilievo.
Il consiglio è di percorrerlo due volte, in due direzioni opposte. Andando verso l'abbazia si legge la gerarchia: le case sono al servizio del monastero, la strada porta alla chiesa. Tornando indietro si legge il commercio: le soglie, i banconi in pietra, i gradini consumati. Sono due paesi diversi nello stesso spazio.
Le botteghe e l'erboristeria dell'Abbazia di Farfa
Presso l'erboristeria dell'abbazia si trovano miele, olio d'oliva, liquori d'abbazia, cioccolata, creme ed erbe. È il tipo di negozio che nei monasteri esiste da sempre e che ha una logica precisa: la farmacia monastica medievale, con il suo orto dei semplici, è l'antenata diretta di questi scaffali. L'olio della Sabina, poi, non è un souvenir generico: siamo in una delle zone olivicole storiche d'Italia, e il comune di Fara in Sabina fa parte dell'associazione nazionale delle città dell'olio.
Nel borgo, accanto alle botteghe, c'è anche la caffetteria taverna del monaco, utile per una sosta breve. Opinione personale: se dovete comprare una cosa sola, comprate l'olio. È il prodotto in cui questo territorio è oggettivamente eccellente, e a differenza di molti souvenir monastici non è un oggetto sentimentale, è cibo buono.
Il mercatino della prima domenica del mese
Ogni prima domenica del mese, dall'alba al tramonto, nel borgo dell'Abbazia Benedettina di Santa Maria in Farfa si tiene il mercatino di antiquariato, artigianato, modernariato e collezionismo vintage, con stand riservati ai professionisti del settore e agli hobbisti che vogliono far conoscere le proprie creazioni. È il giorno in cui Farfa si riempie e in cui il borgo torna, letteralmente, a fare il mestiere per cui era stato costruito.
Il rovescio della medaglia: la prima domenica del mese non è la giornata giusta per chi vuole visitare l'abbazia in pace. Il parcheggio si satura presto, le vie del borgo diventano un fiume di gente e la visita guidata si affolla. Il mio consiglio è netto: se venite per il mercatino, arrivate presto e mettete in conto di dedicare la mattina agli stand e il pomeriggio all'abbazia. Se venite per l'abbazia, scegliete un'altra domenica o, meglio ancora, un giorno feriale.
La fiera di Farfa e la prima commedia musicale
La fiera di Farfa fu una delle più importanti dell'Italia medievale. Si teneva sotto la protezione dell'abbazia, che garantiva la sicurezza dei mercanti e riscuoteva i diritti, e attirava commercianti da tutto il centro Italia. Nel sistema economico medievale una fiera protetta era un'infrastruttura strategica: senza la garanzia di un potere forte, nessuno si sarebbe messo in viaggio con un carico di merce lungo strade infestate.
Il nome di questa fiera è finito nella storia della musica. Nel 1639 il giovane monsignor Giulio Rospigliosi, che nel 1667 sarebbe salito al soglio pontificio con il nome di Clemente IX, firmò il testo di una commedia musicale intitolata Chi soffre speri, il cui celebre intermezzo si chiama proprio La fiera di Farfa e mette in scena il mercato sabino con i suoi venditori, i suoi imbonitori e la sua confusione. Alla realizzazione partecipò anche Salvator Rosa, pittore napoletano e insieme musicista e attore comico di talento.
Perché conta: Chi soffre speri è considerata una delle prime commedie musicali della storia del teatro, un momento in cui l'opera smette di occuparsi solo di dei ed eroi e mette in scena gente comune che compra e vende. Che il modello di quella gente comune sia stato il mercato di Farfa è un piccolo titolo di gloria per questa valle. La prossima volta che passate davanti alle botteghe del borgo, pensate che quella scena è stata cantata a Roma davanti alla corte dei Barberini.
Perché le fiere si tenevano ad aprile e a settembre
Non è un dettaglio folkloristico. Aprile e settembre sono i due momenti in cui le strade sono percorribili e i conti agricoli si chiudono: in primavera si vende quello che serve per la stagione, in autunno si liquida il raccolto. Le grandi fiere europee del Medioevo seguono tutte questo ritmo. Farfa lo seguiva, con l'aggiunta di un calendario liturgico che dava alle date una copertura devozionale. Fiera e festa, mercato e pellegrinaggio: erano la stessa cosa, e i monaci lo sapevano benissimo.
La comunità benedettina dell'Abbazia di Farfa oggi
Nel monastero vive una comunità di monaci benedettini della congregazione sublacense cassinese. Non sono custodi di un museo: sono una comunità con la sua giornata scandita dalle ore liturgiche, dal lavoro e dallo studio, e la basilica è anche parrocchia e santuario di Santa Maria di Farfa, con la cura pastorale del territorio. L'abbazia ospita una foresteria, organizza attività culturali e musicali, propone percorsi didattici per le scuole e sostiene una missione in Sri Lanka.
Questo cambia le regole di ingaggio del visitatore, e le dico in chiaro perché sono la parte che più spesso viene trascurata. Si parla a voce bassa. Non si entra in chiesa durante le celebrazioni per fare il giro turistico, si aspetta la fine. Non si fotografa un monaco senza chiedere. Non si attraversa il coro. Se arrivate durante i vespri, invece di girare i tacchi sedetevi in fondo e ascoltate venti minuti: è la cosa più autenticamente medievale che potrete fare in tutta la giornata, perché quel canto in quel luogo è una pratica ininterrotta da mille e trecento anni, salvo le interruzioni che la storia ha imposto.
Opinione netta: chi visita Farfa senza mettere in conto almeno una manciata di minuti di silenzio non ha visto Farfa. Ha visto un edificio storico ben conservato, che è la parte meno interessante.
La regola di san Benedetto in tre parole
Ora et labora è uno slogan tardo, ma rende l'idea. La Regola scritta da Benedetto da Norcia nel VI secolo organizza la giornata monastica alternando preghiera comune, lettura meditata e lavoro manuale, con una attenzione quasi ossessiva alla misura e all'equilibrio. È il testo che ha strutturato mille anni di vita comunitaria europea e che, di fatto, ha inventato il concetto di orario. A Farfa, dopo la parentesi della regola mista colombaniana delle origini, questa Regola governa da dodici secoli. Quando sentite suonare la campana, state assistendo alla forma più antica di gestione del tempo ancora in funzione in Occidente.
La Riserva naturale Tevere-Farfa e il paesaggio intorno
A pochi chilometri, dove il Farfa confluisce nel Tevere, si estende la Riserva naturale Nazzano Tevere-Farfa, istituita nel 1979 e prima area naturale protetta creata dalla Regione Lazio. Il suo elemento caratteristico è uno specchio d'acqua bassa, largo alcune centinaia di ettari e profondo in molti punti pochi decimetri, formatosi in seguito allo sbarramento idroelettrico costruito sul Tevere fra il 1953 e il 1955. Un incidente industriale che ha prodotto una delle zone umide più importanti dell'Italia centrale: già nel 1977 l'area era stata riconosciuta come zona umida di importanza internazionale ai sensi della convenzione di Ramsar.
Per chi guarda gli uccelli è uno dei posti migliori a portata di Roma: aironi, garzette, anatidi, rapaci, oltre a una lunga lista di migratori che usano la valle del Tevere come corridoio. Ci sono sentieri, capanni di osservazione lungo le rive, aree attrezzate e un museo del fiume. È il complemento naturale della visita all'abbazia: la mattina il Medioevo, il pomeriggio i binocoli. Le informazioni aggiornate su accessi e visite si trovano sui canali ufficiali della riserva.
Il torrente Farfa e le sue gole
Risalendo il corso d'acqua si incontrano le gole scavate dal Farfa, con pozze, salti e una vegetazione ripariale fitta. Nei mesi caldi sono uno dei rifugi preferiti dai romani che cercano acqua fresca senza andare al mare, e nei mesi di piena sono uno spettacolo diverso e molto più severo. Se pensate di unire abbazia e gole nella stessa giornata, calcolate bene i tempi e ricordate che le condizioni del torrente cambiano rapidamente con le piogge.
Gli oliveti della Sabina
Il paesaggio che circonda l'abbazia è disegnato dall'olivo, coltivato qui in modo continuativo da età romana. Alcune piante hanno dimensioni che raccontano secoli di potature. La Sabina è una delle aree olivicole storiche della penisola, e il rapporto fra monastero e olivo è diretto: le carte farfensi sono piene di canoni pagati in olio, e l'olio era anche una necessità liturgica, perché senza olio non si accendono le lampade. Guardare questi filari dopo aver letto quanti mulini possedeva l'abbazia rende il paesaggio molto più leggibile.

Come si visita davvero l'Abbazia di Farfa
La visita è accompagnata e dura all'incirca un'ora, un'ora e un quarto. Si parte dalla basilica, si prosegue nel monastero con il refettorio, l'aula capitolare e i chiostri, si attraversano le sale espositive con le scene di Luzzati dedicate al Chronicon Farfense e si esce nel borgo. Chi vuole approfondire il borgo può aggiungere la visita guidata dedicata, che ha un supplemento di 2,50 euro.
Il fatto che non si giri da soli è, secondo me, il pregio maggiore di questo posto e non un limite. Farfa senza spiegazione è una bella chiesa di provincia; Farfa spiegata è una lezione di storia europea. Il personale autorizzato dall'abbazia conosce il complesso a memoria e sa dove sono le cose che nessuna guida cartacea segnala.
Quanto tempo mettere in conto
Un'ora e mezza per la visita accompagnata e il giro delle botteghe è il minimo sindacale. Tre ore permettono di fare le cose per bene, con una sosta al bar e il tempo di stare seduti in chiesa. Una mezza giornata piena, contando il viaggio da Roma, è la misura giusta. Se aggiungete la riserva o le gole del Farfa, la giornata è intera e non ci sta altro dentro.
Fotografie: cosa si può fare
La regola d'oro in una chiesa monastica è chiedere e guardare i cartelli, che comandano su qualunque consiglio letto online. In generale non si fotografa durante le celebrazioni, non si usa il flash sulle superfici dipinte e non si fotografano i monaci senza permesso. Il treppiede in molti ambienti non è ammesso, sia per ragioni di sicurezza sia perché il percorso è accompagnato e il gruppo va avanti.
L'Abbazia di Farfa con i bambini
Funziona meglio di quanto ci si aspetti, a due condizioni. La prima è avere qualcosa da raccontare, e a Farfa il materiale narrativo è di prima qualità: il drago della valle Acuziana ucciso da san Lorenzo Siro, la visione di Tommaso a Gerusalemme, i saraceni che assediano per sette anni, la nave dell'abate che non pagava dazio, Carlo Magno che arriva a cavallo poche settimane prima di diventare imperatore. Sono storie che tengono banco meglio di qualunque laboratorio didattico.
La seconda condizione è la sala di Luzzati. Dodici scene disegnate da uno dei più grandi illustratori italiani, che raccontano il Chronicon Farfense per immagini, sono il modo perfetto per far arrivare a un bambino di otto anni una vicenda che altrimenti resterebbe un elenco di abati. Portateceli e lasciateli guardare senza fretta.
Da sapere: il complesso ha scale, dislivelli e pavimentazioni antiche, quindi il passeggino è scomodo; meglio il marsupio o lo zaino porta bambino per i più piccoli. Fuori, il borgo è pedonale, quindi una volta parcheggiato non ci sono auto in circolazione e i bambini possono camminare liberi. Il biglietto è gratuito fino ai sei anni e ridotto a 5 euro dai sette ai dodici.
Accessibilità dell'Abbazia di Farfa
La basilica è a livello della piazzetta e la navata è percorribile senza difficoltà particolari. Il resto del complesso, con i chiostri, le sale del museo e i collegamenti fra gli ambienti del monastero, presenta gradini, soglie e passaggi che in un edificio stratificato dall'VIII secolo in poi sono difficili da eliminare. Chi ha problemi di mobilità o viaggia con una sedia a rotelle farà bene a telefonare in anticipo all'ufficio turismo dell'abbazia e a concordare un percorso: la comunità è abituata alle richieste e sa indicare che cosa è raggiungibile e che cosa no.
Il borgo, sul piano pratico, è più semplice di quanto sembri: le due strade principali sono pianeggianti e lastricate, e le distanze sono brevissime. Il parcheggio è a pochi passi. Anche chi cammina poco riesce a vedere la piazzetta, la facciata della chiesa, l'interno della basilica e almeno una parte delle botteghe.
Quando andare all'Abbazia di Farfa
La primavera è la stagione migliore in assoluto: la valle è verde, gli oliveti hanno appena finito la potatura, la luce del pomeriggio entra nella basilica come si deve. L'autunno è il secondo momento buono, con la raccolta delle olive e i colori del bosco intorno al monte Acuziano. In estate la Sabina è calda ma non torrida come Roma, e la chiesa resta fresca; il problema, se mai, sono i week end del mercatino.
L'inverno ha un vantaggio che pochi considerano: si visita quasi da soli, la basilica è silenziosa, il borgo è vuoto e le botteghe sono aperte lo stesso. Vestitevi bene, perché una chiesa di pietra a gennaio è una chiesa di pietra a gennaio, e portate una sciarpa anche se fuori c'è il sole.
I giorni e le ore da evitare
Il lunedì non si visita, ed è la prima informazione da segnarsi. Le domeniche mattina sono impegnate dalle messe delle 9, delle 10.30 e di mezzogiorno, quindi la chiesa non è disponibile per il giro turistico negli stessi orari. La prima domenica del mese, come dicevo, il borgo è pieno per il mercatino. Il momento migliore, per chi può scegliere, è un martedì o un mercoledì pomeriggio fuori stagione: partenza delle 15 o delle 15.30, e con un po' di fortuna siete in cinque.
Che cosa vedere intorno all'Abbazia di Farfa
La Sabina è una delle zone del Lazio che regge meglio una giornata intera fuori porta, e l'abbazia si combina bene con parecchie mete a breve distanza. Il paese di Fara in Sabina, arroccato a quasi cinquecento metri, offre uno dei panorami più ampi della valle del Tevere e un centro storico di palazzi fra Quattro e Seicento. Castelnuovo di Farfa è a pochi minuti e ospita il museo dell'olio. Poggio Mirteto è la cittadina di riferimento della bassa Sabina, sede vescovile dal 1841.
Chi vuole vedere altri borghi può puntare su Casperia, con il suo impianto a spirale e le vie interamente pedonali, su Torri in Sabina o su Poggio Catino, il paese da cui veniva Gregorio, l'archivista di Farfa. Verso nord si arriva a Rieti e alla valle santa francescana, con il santuario di Greccio e quello di Poggio Bustone. Verso est, in una piega dei monti Lucretili, c'è Orvinio.
Per chi vuole costruire un itinerario monastico, il confronto naturale è con Subiaco e il monastero di Santa Scolastica, cioè con il luogo in cui il benedettinismo occidentale è nato, e con l'abbazia di Montecassino. A Roma, l'abbazia delle Tre Fontane offre un termine di paragone urbano interessante.
Un itinerario di una giornata
Il giro che consiglio più spesso: partenza da Roma verso le otto e mezza, arrivo a Farfa per la visita delle 10, un'ora e mezza fra abbazia e borgo, pranzo in zona, pomeriggio a Fara in Sabina per il panorama e il museo civico archeologico, rientro con luce. Se invece siete tipi da natura, sostituite il pomeriggio a Fara con la riserva di Nazzano e i suoi capanni di osservazione. In entrambi i casi si torna a Roma per cena senza correre.
Nel borgo l'offerta è piccola e va bene così: una caffetteria taverna gestita in ambito abbaziale per una sosta breve, e qualche esercizio nei dintorni immediati. Per un pranzo vero conviene spostarsi nei paesi vicini, dove la cucina sabina si presenta con quello che ci si aspetta da una zona di olio e di pascolo: minestre di legumi, pasta fatta in casa, carni alla brace, pecorino, e naturalmente l'olio nuovo se siete qui fra novembre e dicembre.
Per dormire, l'abbazia dispone di una foresteria, che è la formula tradizionale dell'ospitalità monastica: alloggio sobrio, orari della casa, rispetto del silenzio. Non è un albergo e non va confuso con un albergo, ma per chi cerca qualche giorno di calma è la soluzione più coerente con il luogo. Intorno, la Sabina ha una buona offerta di agriturismi e case di campagna, spesso dentro aziende olivicole.
Quanto costa una giornata all'Abbazia di Farfa
Facciamo due conti onesti. Il biglietto della visita accompagnata è di 6,50 euro a persona, 5 euro per i ragazzi fra sette e dodici anni, gratuito sotto i sei; la guida del borgo aggiunge 2,50 euro. Per una coppia siamo intorno ai tredici euro, diciotto con il borgo. Ci sono da aggiungere il carburante e il pedaggio autostradale da Roma, oppure il biglietto ferroviario regionale fino a Fara Sabina più il trasferimento finale. Il pranzo in zona sta su cifre da provincia, non da centro storico romano.
Il risultato è che una giornata completa per due persone, con visita, pranzo e qualche acquisto in erboristeria, resta ampiamente sotto quello che a Roma costerebbe un solo biglietto d'ingresso a due grandi attrazioni. Detto senza giri di parole: è una delle gite fuori porta con il miglior rapporto fra quello che si spende e quello che si porta a casa in tutto il Lazio.
Un consiglio sui gruppi
Se siete più di dieci, la prenotazione è obbligatoria e conviene farla con largo anticipo, specialmente nei fine settimana di primavera. Per gruppi organizzati di tour operator la tariffa indicata è di 6 euro, per le parrocchie di 5,50, per le scuole di 5. Chiamare l'ufficio turismo dell'abbazia negli orari 10-13 o 15-17 è il modo più rapido per fissare la partenza giusta ed evitare di trovarsi in dodici davanti a una porta chiusa.
Una curiosità su Abbazia di Farfa (RI)
La curiosità che preferisco riguarda una nave. Nel terzo decennio del IX secolo, sotto l'abate Ingoaldo, l'Abbazia di Farfa possedeva una propria imbarcazione commerciale, e nell'822 ottenne per essa l'esenzione dai dazi in tutti i porti dell'impero carolingio. Un monastero della Sabina interna, circondato da colline di ulivi, a una cinquantina di chilometri dal mare, aveva una nave franca di imposta che poteva attraccare da un capo all'altro dell'impero. Non era un simbolo: era logistica.
Se ci pensate, quel privilegio dice più cose di dieci diplomi imperiali messi insieme. Dice che Farfa produceva ed esportava, non solo pregava. Dice che l'abate trattava direttamente con la cancelleria imperiale su materie doganali. Dice che il monastero aveva bisogno di far viaggiare merci pesanti, olio e grano probabilmente, e che il trasporto via acqua era l'unico conveniente. E dice che qualcuno, a corte, considerava questa casa abbastanza importante da concederle un vantaggio che i mercanti laici si sognavano.
C'è poi il rovescio della curiosità, ed è la ragione per cui la racconto sempre. Quella nave è anche il motivo per cui i saraceni, settant'anni dopo, sapevano benissimo che cosa c'era dentro Farfa. La ricchezza attira, e nella storia di questa abbazia il momento della massima potenza economica e il momento dell'incendio sono separati da tre generazioni. Il privilegio dell'822 e l'assedio di fine secolo sono lo stesso racconto letto da due lati.
Una cosa che non ti dice nessuno su Abbazia di Farfa (RI)
Che sotto il Senato della Repubblica ci sono i monaci di Farfa. Quando le bande saracene costrinsero l'abate Pietro I ad abbandonare la valle, la comunità si divise in tre gruppi diretti a Rieti, a Fermo e a Roma. Il gruppo romano si insediò nell'area che sarebbe poi diventata l'insula dei Francesi, fra l'attuale chiesa di San Luigi dei Francesi e i resti delle Terme di Nerone. Alla fine degli anni ottanta del Novecento, durante i lavori di restauro dei sotterranei di Palazzo Madama condotti dall'amministrazione del Senato, vennero individuate tracce di un cimitero appartenente al capitolo degli abati di Farfa.
Ci passano davanti ogni giorno migliaia di persone dirette a vedere i Caravaggio di San Luigi dei Francesi, e nessuno sa che sotto quell'isolato riposano monaci sabini scappati dal fuoco nel X secolo. È il tipo di collegamento che rende Roma insopportabilmente ricca: tiri un filo in una valle di provincia e ti si muove un palazzo del centro.
La seconda cosa che nessuno dice riguarda il perché l'archivio si sia salvato. In una fuga si porta via ciò che pesa poco e vale molto: i monaci farfensi portarono le carte. È per questo che oggi possiamo leggere milletrecento documenti dell'VIII, IX, X e XI secolo su una comunità che ha visto la propria chiesa bruciare. La memoria scritta ha viaggiato in tre direzioni diverse dentro le bisacce di uomini in fuga, ed è arrivata fino a noi. Le pietre, invece, sono ricadute.
Aggiungo una terza cosa, molto meno drammatica e molto utile: quasi nessuno dice che l'ingresso al monastero è possibile soltanto con la visita accompagnata a orari fissi. Chi arriva alle 13 e trova tutto chiuso pensa a una chiusura straordinaria, e invece è semplicemente il ritmo della casa. Guardate gli orari di partenza prima di mettervi in macchina, e vi risparmiate un'ora di attesa in piazzetta.
Il consiglio che ti do per visitare Abbazia di Farfa (RI)
Prendete la partenza del primo pomeriggio, quella delle 15 con l'ora solare o delle 15.30 con l'ora legale, in un giorno feriale. Le ragioni sono tre. La prima è la luce: in quella fascia oraria il sole entra dai rosoni con una inclinazione che accende il soffitto cassettonato e rende leggibile il pavimento, mentre la mattina la navata resta piatta. La seconda è la calma: i gruppi organizzati privilegiano quasi sempre la mattina, e nel pomeriggio infrasettimanale capita di essere in pochissimi. La terza è che uscendo avrete ancora un'ora e mezza di luce per il borgo, che al tramonto è di gran lunga la cosa più bella di Farfa.
Secondo consiglio, meno ovvio: dedicate al Giudizio Universale della controfacciata più tempo di quanto il gruppo gliene dedicherà. Chiedete alla guida se potete restare qualche minuto in più mentre gli altri si spostano, oppure tornate indietro alla fine, prima di uscire. Quel muro del 1561 è un pezzo di pittura nordica che in Italia centrale non ha molti pari, e liquidarlo in due minuti è uno spreco.
Terzo consiglio, il più importante e il meno tecnico: mettete in conto venti minuti di niente. Sedetevi in fondo alla navata, spegnete il telefono, e state. Se capitate all'ora dei vespri, restate. Farfa non si capisce guardandola: si capisce standoci. È un luogo costruito per il tempo lungo, e il turismo è per definizione tempo corto. Il compromesso migliore è concedersi venti minuti in cui non si fa nulla, e vi assicuro che sono i venti minuti che vi ricorderete fra dieci anni.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Che il Regesto di Farfa è una delle fonti più importanti del Medioevo europeo, lo sanno tutti quelli che hanno dato un esame di storia medievale. Quello che si cita raramente è la conseguenza pratica: buona parte di quello che sappiamo sulla nascita dei paesi dell'Italia centrale la sappiamo grazie a un monaco sabino che copiava pergamene nel 1103.
Gregorio di Catino non stava facendo storiografia disinteressata. Stava costruendo l'arsenale giuridico della sua casa in un momento in cui i beni farfensi erano contesi da tutti. Per farlo trascrisse milletrecentoventiquattro documenti a partire dal 705, poi circa duemila atti di concessione nel Liber Largitorius, poi la cronaca, poi un indice topografico per orientarsi nelle proprie opere. Il risultato collaterale è che oggi lo storico può ricostruire, anno per anno, chi possedeva che cosa in un pezzo enorme di Italia centrale, e soprattutto può datare il fenomeno dell'incastellamento, cioè il passaggio dalla popolazione sparsa nelle campagne ai villaggi fortificati d'altura.
Traduzione per chi guarda il paesaggio dal piazzale dell'abbazia: i paesi che vedete sui crinali intorno, con le case addossate e il campanile in cima, esistono in quella forma per processi documentati nelle carte di Farfa. La Sabina è una delle poche regioni d'Europa in cui si può dire con precisione quando e perché il paesaggio abitato è diventato quello che è. Ed è merito di un uomo che, arrivato a settant'anni, invece di riposare si mise a compilare l'indice.
Il secondo fatto risaputo e poco citato riguarda la condizione giuridica dell'abbazia. Farfa era abbazia imperiale ed esente: l'abate era a capo di un territorio ecclesiastico proprio, con poteri di tipo episcopale. Questa condizione durò fino al 1841. Mille anni di autonomia che si chiudono con l'erezione della diocesi di Poggio Mirteto: un fatto che si trova su qualunque manuale e che quasi nessuna guida racconta, benché spieghi da solo perché questo monastero abbia potuto costruirsi una biblioteca da capitale.
La foto giusta da fare a Abbazia di Farfa (RI)
La foto giusta non è la facciata. La facciata è frontale, la piazzetta è stretta, e vi verrà quella foto schiacciata che avete già visto mille volte. La foto giusta si fa dal fondo del borgo, guardando verso l'abbazia lungo la strada delle case a schiera: le due file di facciate uguali fanno da corridoio prospettico e il campanile chiude l'inquadratura in alto. È l'unica immagine che racconta insieme il monastero e il borgo, cioè la cosa che rende Farfa diversa da qualunque altra abbazia italiana.
Ora il quando. La luce migliore per questo scatto è quella dell'ultima ora prima del tramonto, quando il sole radente accende l'intonaco chiaro delle case e il campanile prende un colore caldo. In inverno significa presentarsi verso le quattro del pomeriggio, in estate verso le sette e mezza. Se venite a mezzogiorno, la stessa inquadratura vi restituirà un contrasto durissimo e un cielo bruciato.
Dentro la chiesa, se dovete portare a casa una sola immagine, puntate verso l'alto: il soffitto ligneo del 1494 con gli stemmi degli Orsini fotografato dal centro della navata, tenendo il telefono orizzontale e appoggiando i gomiti al petto per non muoversi, restituisce una geometria che sorprende chiunque. In alternativa, il dettaglio del pavimento cosmatesco preso da vicino, con i dischi di porfido, funziona benissimo e non richiede attrezzatura.
Un avvertimento che vale più di ogni consiglio tecnico: si fotografa senza flash, mai durante le celebrazioni, e non si fotografano i monaci. È una comunità che vive qui, non uno scenario. E il treppiede, in un percorso accompagnato, oltre a essere spesso non ammesso è semplicemente scortese verso il gruppo che vi aspetta.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
Il primo è la rifondazione intorno al 680. Tommaso di Morienna, monaco franco della Savoia, arriva in una valle disabitata con l'appoggio del duca longobardo Faroaldo II di Spoleto e rimette in piedi un monastero rovinato dalle guerre. È l'atto che genera tutto il resto, e avviene nel momento in cui il monachesimo irlandese di tradizione colombaniana sta attraversando l'Europa e portando in Italia una energia nuova. Farfa nasce da quell'incrocio.
Il secondo è il 774, quando l'abate Probato si schiera con Carlo Magno contro i Longobardi e ottiene l'immunità imperiale. È il giorno in cui un monastero di provincia diventa un attore politico continentale. Da quel momento e per quattro secoli Farfa risponde all'imperatore, non al papa.
Il terzo è la visita di Carlo Magno, poche settimane prima dell'incoronazione del giorno di Natale dell'800. Il futuro imperatore si ferma in abbazia sulla via di Roma. Nella memoria farfense quel passaggio vale come una consacrazione, e apre la stagione edilizia più imponente del complesso.
Il quarto è l'assedio saraceno di fine IX secolo, con sette anni di resistenza, l'abbandono deciso dall'abate Pietro I e l'incendio del monastero all'inizio del X secolo. È la catastrofe che spezza la storia farfense in due e disperde la comunità fra Rieti, Fermo e Roma.
Il quinto è il ritorno con Ratfredo, che riporta il capitolo nella valle e nel 913 porta a termine la chiesa, seguito alla fine del secolo dalla grande riforma di Ugo I, che introduce la disciplina cluniacense, recupera le terre usurpate e rilancia lo scriptorium.
Il sesto è l'impresa di Gregorio di Catino, fra il 1103 e il 1130: il Regesto, il Liber Largitorius, il Chronicon, il Liber Floriger. Un uomo solo che costruisce l'archivio più importante del Medioevo italiano mentre intorno a lui il monastero si dilania fra fazioni.
Il settimo è il cantiere degli Orsini: basilica avviata nel 1494 e consacrata nel 1496, con il soffitto ligneo cassettonato datato 1494 e gli stemmi di famiglia. È la chiesa che si visita oggi.
L'ottavo è il 1547, quando il cardinale Alessandro Farnese porta Farfa nella Congregazione Cassinese, restituendole una vita regolare dopo un secolo e mezzo di commenda, e lascia al complesso il chiostro rinascimentale che porta il suo nome. Nel 1568 arriva a lavorare qui Jacopo Barozzi da Vignola, per la fontana e il mulino, opere poi completate da Giacomo Della Porta.
Il nono è la doppia soppressione: quella napoleonica del 1798 e l'incameramento dei beni da parte dello Stato italiano nel 1861, con la vendita a privati di gran parte del patrimonio. Sono i due colpi che chiudono materialmente la storia millenaria dell'abbazia feudale.
Il decimo è la rinascita del 1920, quando un gruppo di monaci inviati da Alfredo Ildefonso Schuster, allora alla guida di San Paolo fuori le Mura, ripopola il monastero. Nel 1928 Farfa è dichiarata monumento nazionale. La comunità che oggi vi accoglie discende da quel ritorno.
Chi è passato da Abbazia di Farfa (RI)
Il nome più grande è quello di Carlo Magno, che secondo le fonti farfensi sostò in abbazia poche settimane prima dell'incoronazione imperiale in San Pietro, il 25 dicembre dell'800. Con lui, e dopo di lui, passò da qui l'intera catena di comando dell'impero: messi imperiali, conti, vescovi di corte. Farfa era una tappa naturale sulla via che dai valichi appenninici scendeva verso Roma, e un monastero imperiale offriva a un sovrano in viaggio l'unica cosa che non si trovava altrove, cioè un tetto sicuro e ostile a nessuno.
Poi ci sono gli uomini di casa, che valgono quanto i sovrani. Tommaso di Morienna, il monaco savoiardo che ricostruì il monastero e vi morì intorno al 720. Probato, l'abate che nel 774 scelse i Franchi. Ingoaldo, quello della nave esente. Sicardo, imparentato con la famiglia carolingia, la cui lapide è tornata alla luce nel 1959. Pietro I, l'abate che dovette dare l'ordine di abbandonare la casa ai saraceni, che è il tipo di decisione per cui non esiste manuale. Ratfredo, che riportò indietro la comunità e finì la chiesa nel 913. Ugo I, il riformatore. E Gregorio di Catino, l'archivista, che qui arrivò bambino e qui morì vecchio dopo mezzo secolo di lavoro.
Nel Rinascimento e nell'età moderna passano da Farfa i grandi nomi della committenza romana. Gli Orsini, che costruirono la basilica alla fine del Quattrocento e ci misero sopra i propri stemmi. Il cardinale Alessandro Farnese, nipote di Paolo III e uno dei più munifici mecenati del Cinquecento europeo, che nel 1547 riportò la casa nella Congregazione Cassinese. Con la sua committenza arrivano qui a lavorare gli artisti migliori sulla piazza: Jacopo Barozzi da Vignola nel 1568, Giacomo Della Porta a completare, e sul fronte pittorico la bottega degli Zuccari e il giovane Orazio Gentileschi, autore del Trionfo di sant'Orsola nella prima cappella di sinistra fra il 1597 e il 1599.
Va aggiunto un olandese, Dirck Barendsz, vissuto fra il 1534 e il 1592, che nel 1561 dipinse il Giudizio Universale della controfacciata durante il suo soggiorno italiano. Ed è passato di qui, almeno con la penna, anche un futuro papa: Giulio Rospigliosi, poi Clemente IX, autore nel 1639 del testo di Chi soffre speri, la commedia musicale il cui intermezzo più celebre porta il nome della fiera di Farfa e mette in scena questo mercato; alla realizzazione partecipò Salvator Rosa, pittore, musicista e attore.
Nel Novecento due nomi contano più di tutti. Il conte Giuseppe Volpi, che con le sue donazioni restituì al monastero una base patrimoniale, e Alfredo Ildefonso Schuster, benedettino, storico della liturgia e poi cardinale arcivescovo di Milano, che nel 1920 inviò a Farfa i monaci che ne riaccesero la vita. Senza di loro, oggi qui ci sarebbe soltanto un bel monumento vuoto. E infine, in tempi recenti, Emanuele Luzzati, che ha lasciato in una sala del museo dodici scene dedicate agli scritti di Gregorio di Catino: un artista del Novecento che dialoga con un archivista dell'XI secolo, il che a Farfa non stona affatto.

Domande veloci su Abbazia di Farfa (RI)
Dove si trova esattamente l'Abbazia di Farfa
In via del Monastero 1, nel territorio del comune di Fara in Sabina, provincia di Rieti, ai piedi del monte Acuziano, a poco meno di sessanta chilometri da Roma. Il borgo che circonda il monastero si chiama Farfa e prende il nome dal torrente che scorre poco lontano.
Quanto costa visitare l'Abbazia di Farfa
La tariffa individuale indicata dall'abbazia è di 6,50 euro. I bambini fino a sei anni entrano gratis, dai sette ai dodici pagano 5 euro. I gruppi dei tour operator pagano 6 euro a persona, le parrocchie 5,50, le scuole 5. La visita guidata del borgo costa 2,50 euro in più. Conviene sempre riscontrare le tariffe sul sito del monastero prima di partire.
Quali sono gli orari delle visite all'Abbazia di Farfa
Le partenze sono alle 10, alle 11 e a mezzogiorno la mattina; il pomeriggio alle 15 e alle 16 con l'ora solare, alle 15.30 e alle 16.30 con l'ora legale. Il lunedì il monastero non si visita.
Serve prenotare per visitare l'Abbazia di Farfa
Per gruppi fino a dieci persone non è necessario: si arriva e ci si aggrega alla partenza successiva. Per gruppi organizzati, associazioni, tour operator, parrocchie e scuole la prenotazione è obbligatoria e si effettua tramite l'ufficio turismo dell'abbazia.
Si può visitare l'Abbazia di Farfa da soli
No. L'accesso agli ambienti del monastero avviene esclusivamente accompagnati da personale autorizzato dall'abbazia. La basilica, in quanto chiesa parrocchiale e santuario, è accessibile per la preghiera secondo gli orari delle celebrazioni.
Quanto dura la visita all'Abbazia di Farfa
Circa un'ora, un'ora e un quarto per il percorso accompagnato. Aggiungendo il borgo e una sosta si arriva comodamente a due ore e mezza o tre.
Come si arriva all'Abbazia di Farfa da Roma
In auto, autostrada A1 in direzione nord con uscita a Fiano Romano, poi Salaria e strada Farense seguendo le indicazioni per Fara in Sabina e Farfa. In treno, linea FL1 da Roma Tiburtina fino alla stazione di Fara Sabina-Montelibretti, che però si trova a Passo Corese, a una quindicina di chilometri dall'abbazia: l'ultimo tratto va coperto in auto o in taxi.
C'è un parcheggio all'Abbazia di Farfa
Sì, all'esterno del borgo. Dentro il borgo non si circola in auto, il che è la ragione principale per cui l'insieme è rimasto integro. Nelle giornate del mercatino il parcheggio si riempie molto presto.
L'Abbazia di Farfa è aperta la domenica
Sì, ma la mattina la basilica è impegnata dalle messe delle 9, delle 10.30 e di mezzogiorno, e questo condiziona il percorso di visita. La domenica pomeriggio è più tranquilla, con l'eccezione della prima domenica del mese, quando il borgo ospita il mercatino dell'antiquariato.
Quando c'è il mercatino all'Abbazia di Farfa
Ogni prima domenica del mese, dall'alba al tramonto, nel borgo dell'abbazia: antiquariato, artigianato, modernariato e collezionismo vintage, con espositori professionisti e hobbisti.
Si possono fare fotografie all'Abbazia di Farfa
In generale sì negli spazi aperti al pubblico, ma senza flash sulle superfici dipinte, mai durante le celebrazioni e mai ai monaci senza permesso. Le indicazioni del personale e i cartelli in loco hanno sempre la precedenza. Il treppiede in molti ambienti non è ammesso.
L'Abbazia di Farfa è accessibile in sedia a rotelle
La basilica è raggiungibile a livello della piazzetta e la navata si percorre senza ostacoli rilevanti. Gli ambienti del monastero, i chiostri e le sale del museo presentano gradini e soglie tipiche di un complesso stratificato dall'Alto Medioevo. Chi ha esigenze particolari faccia bene a contattare in anticipo l'ufficio turismo per concordare il percorso possibile.
L'Abbazia di Farfa è adatta ai bambini
Molto. La sala con le dodici scene di Emanuele Luzzati dedicate al Chronicon Farfense funziona benissimo con i più piccoli, e le storie farfensi, dal drago della valle Acuziana all'assedio dei saraceni, si raccontano da sole. Il borgo pedonale permette ai bambini di camminare in sicurezza. Passeggino sconsigliato per gli interni.
Che cosa si vede durante la visita all'Abbazia di Farfa
La basilica rinascimentale con il Giudizio Universale di Dirck Barendsz sulla controfacciata, il soffitto ligneo cassettonato con gli stemmi degli Orsini, il pavimento antico, l'altare con il ciborio e il coro; poi gli ambienti del monastero, fra cui il refettorio e l'aula capitolare, i chiostri, e le sale espositive con i materiali archeologici della Sabina, il cofanetto eburneo amalfitano e le opere medievali.
Che cos'è il Regesto di Farfa
È la grande raccolta documentaria compilata dal monaco Gregorio di Catino a partire dal 1103: milletrecentoventiquattro documenti trascritti in ordine cronologico dal 705 in poi. Insieme al Liber Largitorius, al Chronicon Farfense e al Liber Floriger costituisce uno dei complessi archivistici più importanti del Medioevo europeo.
Chi ha fondato l'Abbazia di Farfa
La tradizione attribuisce la prima fondazione, fra il 560 e il 570, a Lorenzo Siro, vescovo di Forum Novum. Dopo la distruzione la rifondazione avvenne intorno al 680 a opera del monaco franco Tommaso di Morienna, con il sostegno del duca longobardo di Spoleto Faroaldo II.
Perché l'Abbazia di Farfa era così potente
Perché dal 774 godette dell'immunità imperiale, cioè dipendeva direttamente dall'imperatore e non dal papato, e perché accumulò un patrimonio enorme: centinaia di chiese e monasteri, centotrentadue castelli, sedici fortezze, sette porti, sette saline, ottantadue mulini, due città e più di trecento fra villaggi e borghi, con una milizia propria a difenderli.
C'è ancora una comunità di monaci all'Abbazia di Farfa
Sì. Nel monastero vive una comunità benedettina della congregazione sublacense cassinese, che cura anche la parrocchia e santuario di Santa Maria di Farfa. La presenza attuale discende dal ritorno dei monaci nel 1920.
Quali sono gli orari delle messe all'Abbazia di Farfa
Nei giorni feriali alle 7.30; la domenica e nelle solennità alle 9, alle 10.30, a mezzogiorno e alle 19. I vespri sono alle 18.30 nei feriali e alle 18 la domenica. Gli orari possono variare con il calendario liturgico e vanno riscontrati sul sito del monastero.
Si può dormire all'Abbazia di Farfa
L'abbazia dispone di una foresteria, secondo la tradizione dell'ospitalità benedettina. Non è una struttura alberghiera: si condividono gli orari e il silenzio della casa. Le modalità si concordano direttamente con il monastero.
Che cosa si compra nel borgo di Farfa
Nell'erboristeria dell'abbazia si trovano miele, olio d'oliva, liquori, cioccolata, creme ed erbe. Nelle botteghe del borgo si trovano ceramiche, tessuti fatti a mano, oggetti artigianali e piccolo antiquariato. L'olio della Sabina è il prodotto su cui questo territorio è oggettivamente più forte.
Che differenza c'è fra l'Abbazia di Farfa e il borgo di Farfa
L'abbazia è il complesso monastico con la basilica, i chiostri, il museo e la biblioteca; il borgo è l'insieme di case a schiera costruito dai monaci intorno al monastero come struttura di servizio delle fiere. Si visitano insieme e vale la pena aggiungere la guida del borgo, perché il rapporto fra i due è la vera particolarità di Farfa.
Che cos'è il Cippo di Cures
È l'unico esemplare noto di epigrafia sabina su pietra, databile alla fine del VI secolo avanti Cristo, rinvenuto nel marzo del 1982 nell'alveo del torrente Farfa ed esposto nella sezione arcaica del museo. La sua interpretazione non è ancora completa.
Chi ha dipinto il Giudizio Universale dell'Abbazia di Farfa
Dirck Barendsz, pittore olandese di Amsterdam vissuto fra il 1534 e il 1592, che lo eseguì nel 1561 sulla controfacciata della basilica durante il suo soggiorno in Italia. In Italia i pittori venuti dal Nord venivano genericamente detti fiamminghi, e con quella etichetta l'opera compare spesso nelle descrizioni.
Quando è stata costruita la basilica dell'Abbazia di Farfa
La chiesa attuale fu costruita dagli Orsini nel 1494 e consacrata nel 1496; il soffitto ligneo cassettonato con gli stemmi di famiglia porta la data del 1494. Le fasi precedenti, dalla chiesa carolingia a quella completata da Ratfredo nel 913, sono leggibili soprattutto nel campanile, nelle strutture inglobate e nella pavimentazione antica del transetto.
L'Abbazia di Farfa si può visitare in mezza giornata
Sì, ed è la formula più frequente: partenza da Roma in mattinata, visita accompagnata, giro del borgo e rientro nel pomeriggio. Se volete aggiungere Fara in Sabina, la riserva di Nazzano o le gole del Farfa, serve la giornata intera.
Che cosa vedere vicino all'Abbazia di Farfa
Fara in Sabina con il suo panorama e il museo civico archeologico, Castelnuovo di Farfa con il museo dell'olio, Poggio Mirteto, i borghi di Casperia, Torri in Sabina e Poggio Catino, la Riserva naturale Nazzano Tevere-Farfa e le gole del torrente. Più lontano, Rieti e la valle santa francescana.
Qual è il periodo migliore per visitare l'Abbazia di Farfa
La primavera per la luce e il verde, l'autunno per la raccolta delle olive e i colori. L'inverno è la stagione dei visitatori pochi e del silenzio vero. L'estate funziona bene perché la chiesa resta fresca, ma nei fine settimana il borgo si riempie.
L'Abbazia di Farfa è un monumento nazionale
Sì, dal 1928. La biblioteca annessa è biblioteca statale dal 1964 e conserva circa cinquantamila volumi, con un nucleo antico di manoscritti, incunaboli e cinquecentine.
Si possono portare i cani all'Abbazia di Farfa
Il borgo è all'aperto e pedonale, quindi per la passeggiata esterna non ci sono difficoltà particolari; per gli ambienti interni del monastero e per la basilica valgono le regole della casa, che conviene verificare in loco o telefonando prima. Nei luoghi di culto, in generale, l'ingresso degli animali non è previsto salvo i cani guida.
La mia conclusione sull'Abbazia di Farfa
Di posti a un'ora da Roma che valgono una giornata ce ne sono parecchi. Di posti a un'ora da Roma in cui si entra dentro una vicenda europea di tredici secoli, con un archivio che gli storici di mezzo mondo continuano a citare, una chiesa quattrocentesca con un Giudizio Universale nordico sulla controfacciata, un borgo commerciale medievale rimasto integro e una comunità di monaci che canta i vespri alle sei e mezza, ce n'è uno solo.
Andateci in un pomeriggio feriale, prendete la visita accompagnata, chiedete alla guida di raccontarvi la storia della nave dell'abate Ingoaldo, restate qualche minuto in più davanti al muro dipinto da Dirck Barendsz, poi uscite nel borgo e camminate fino in fondo alla strada delle case a schiera. Girate le spalle alla piazza, guardate indietro verso il campanile e fermatevi lì il tempo che serve. Quella è l'immagine per cui si viene a Farfa, e nessuna fotografia la rende del tutto.
Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.
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