Oasi di Castel di Guido
L’Oasi di Castel di Guido è un’area naturale protetta che si trova nel quadrante occidentale di Roma, lungo la via Aurelia, a una ventina di chilometri scarsi dal Grande Raccordo Anulare e dentro i confini amministrativi del Comune di Roma. Non è un parco cittadino, non è una riserva recintata con biglietteria e non è nemmeno una proprietà della LIPU: è il risultato di una convenzione, firmata nel 1999, fra il Comune di Roma, l’Azienda Agricola Castel di Guido e la Lega Italiana Protezione Uccelli. Da quella convenzione nasce un’area di circa 250 ettari gestita a fini naturalistici, immersa a sua volta nei circa 2.500 ettari dell’azienda agricola comunale, che resta un’azienda produttiva a tutti gli effetti, con mandrie al pascolo, seminativi, oliveti e mezzi agricoli che lavorano nei campi. L’insieme ricade dentro la Riserva Naturale Statale del Litorale Romano ed è riconosciuto come IBA, cioè Important Bird Area, la classificazione internazionale che segnala i territori decisivi per la conservazione degli uccelli. Al suo interno si trova inoltre una porzione del sito della rete Natura 2000 noto come Macchia Grande di Ponte Galeria, codice IT6030025.
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✦ Fuori portaCastelli Romani
Frascati, Castel Gandolfo, il lago di Albano. Un'ora da Roma e sembra un'altra regione.
✦ Patrimonio UNESCOTivoli: Villa d'Este e Villa Adriana
Due ville, due epoche, un solo biglietto mentale: le fontane di Villa d'Este e le rovine imperiali di Adriano.
✦ Senza faticaTour in e-bike
Le sette colline con l'assistenza al pedale. L'Appia Antica e il Gianicolo diventano facili.
✦ Va a rubaColosseo, Foro e Palatino
L'ingresso a orario sparisce con giorni di anticipo in alta stagione. La versione con i sotterranei è quella che vale il s...
✦ Vai all'aperturaMusei Vaticani e Cappella Sistina
Il primo slot della giornata o il tardo pomeriggio. A metà mattina è un nastro trasportatore, e non lo diciamo solo noi.
✦ Poco camminoTour in golf cart
Il centro storico in un paio d'ore senza distruggerti i piedi, e passi dove i pullman non entrano.
✦ Il classicoTour a piedi
Roma si capisce camminando. La differenza la fa la guida, non l'itinerario: sono quasi tutti uguali sulla carta.
✦ Vieni affamatoFood tour
Non è un pranzo: sono sei-otto tappe piccole. Il valore è nei posti in cui non saresti mai entrato da solo.
✦ Dopo le 21Bar hopping e vita notturna
Tre o quattro locali con qualcuno che sa quali sono aperti quella sera. Funziona meglio da soli che in coppia.
✦ Foto garantiteVespa e Ape Calessino
In Ape ti portano loro, in Vespa guidi tu (serve la patente). Due esperienze molto diverse sotto lo stesso nome.
✦ Il più scenograficoTour in sidecar
Il sidecar vintage con conducente: costa più della Vespa, ma è il giro che finisce in tutte le foto.
✦ Si mangia alla fineCorsi di cucina
Pasta a mano e poi ci si siede a tavola. La domanda giusta è quante persone ci sono per postazione.
✦ Anche in cittàDegustazioni di vino
In enoteca in centro o tra le vigne dei Castelli. Due cose diverse: una dura un'ora, l'altra una giornata.
✦ Prenotazione obbligatoriaGalleria Borghese
Bernini e Caravaggio in due ore contate. Senza prenotazione non si entra, punto.
✦ SottoterraCatacombe e Appia Antica
Chilometri di gallerie sotto la via Appia. Fresche d'estate, e sorprendentemente poco affollate.
✦ Accesso limitatoColosseo: sotterranei e arena
Il piano dove aspettavano gladiatori e belve, e il pavimento dell'arena. Posti contati ogni giorno.
✦ Giornata lungaPompei e Costiera Amalfitana
Da Roma si fa in giornata, ma è una giornata vera: sveglia presto e rientro a sera.
✦ Alta velocitàFirenze in giornata
Un'ora e mezza di treno e sei sotto il Duomo. Si fa, se accetti di vedere tre cose e non dieci.
✦ Terrazza panoramicaCastel Sant'Angelo
Mausoleo, fortezza, prigione e rifugio dei papi. E la terrazza con la vista migliore su San Pietro.
✦ Dopo il tramontoRoma di notte
Le stesse piazze, senza la folla e con le luci giuste. La città cambia completamente.
✦ Libertà di scesaBus hop-on hop-off
Sali e scendi dove vuoi per 24 o 48 ore. Utile il primo giorno, per orientarsi.
✦ MareCapri e Costiera Amalfitana
Da Roma è lunga, ma in due giorni si fa con calma. In giornata solo se accetti di correre.
✦ Centro storicoTrevi, Pantheon e piazze
Il cuore barocco a piedi, più il biglietto del Pantheon che ora serve davvero.
✦ Con i bambiniScuola dei gladiatori
Due ore con la spada di legno in mano, sulla via Appia. Con i ragazzini funziona sempre.
✦ Poco sforzoSegway e monopattino
Copri il doppio del centro senza camminare. Dieci minuti di pratica e ci stai sopra.
✦ MercoledìUdienza papale
Ogni mercoledì, quando il Papa è a Roma. Il biglietto è gratuito ma va ritirato.
✦ Poco affollatoTerme di Caracalla
Muri alti trenta metri e quasi nessuno intorno. Uno dei posti più sottovalutati di Roma.
✦ A 30 minutiOstia Antica
La Pompei di Roma, raggiungibile col treno urbano. Strade, taverne e mosaici, senza folla.
✦ Alta velocitàNapoli e Pompei
Un'ora e dieci di treno. Il centro storico, il museo archeologico e la pizza vera.
✦ Prima dell'aperturaVaticano: ingresso anticipato
Dentro i Musei prima del pubblico. La Sistina quasi vuota è un'altra cosa.
Questo intreccio di soggetti e di sigle spiega la cosa più importante da sapere prima di mettersi in macchina: l’Oasi di Castel di Guido non funziona come una riserva a ingresso libero permanente. Le aperture seguono un calendario stabilito dalla gestione LIPU e le visite si svolgono spesso su prenotazione, con accompagnamento. Chi arriva a caso una domenica qualunque rischia di trovare il cancello chiuso e di consolarsi con una passeggiata lungo la strada provinciale, che è esattamente il contrario di quello che merita questo posto. Le date, gli orari e le modalità vanno controllati direttamente sui canali della Lega Italiana Protezione Uccelli prima di partire, perché cambiano di stagione in stagione e nessuna pagina esterna può garantirli.
Detto questo, e messa da parte la parte burocratica, quello che si attraversa qui è una delle ultime porzioni riconoscibili di Campagna Romana: colline basse e larghe, boschi di cerro e farnetto, garighe profumate, pascoli con mandrie di vacche maremmane, fossi che scendono verso il mare, casali isolati. È il paesaggio che ha riempito per due secoli le tele dei vedutisti e i taccuini dei viaggiatori del Grand Tour, e che oggi resiste in pochi frammenti stretti fra l’autostrada, l’aeroporto di Fiumicino, i capannoni e le lottizzazioni. Se cercate altri frammenti della stessa tessitura, valgono le pagine dedicate a Macchiagrande, al Bosco di Palo e al Parco della Cellulosa.

Dove si trova Oasi di Castel di Guido e come ci si arriva davvero
La geografia, qui, conta più di quanto sembri. Castel di Guido è una località della periferia occidentale di Roma disposta lungo la via Aurelia, in quella fascia di territorio che scende dalle ultime propaggini collinari verso la pianura costiera di Fiumicino e Maccarese. Il borgo si riconosce da lontano per la torre e per il nucleo di case che si affaccia sulla statale; l’azienda agricola e l’Oasi occupano il territorio alle spalle, verso nord e verso l’interno, in un’area vastissima che dall’auto non si intuisce nemmeno.
In auto lungo la via Aurelia
L’auto resta il mezzo realistico per arrivare. Da Roma si esce dal Grande Raccordo Anulare all’uscita della via Aurelia e si prosegue verso ovest, in direzione Civitavecchia, lasciandosi alle spalle Casalotti, Massimina e la fascia di quartieri che ha mangiato la campagna negli ultimi quarant’anni. Dopo qualche chilometro il tessuto edificato si sfilaccia, compaiono i primi pascoli, e sulla destra si apre il territorio dell’azienda agricola. Dall’autostrada A12 Roma Civitavecchia si può uscire a Torrimpietra e risalire l’Aurelia verso Roma, soluzione comoda per chi arriva da nord o dal litorale.
Il consiglio pratico: la via Aurelia in questo tratto è una strada a scorrimento veloce con immissioni laterali brusche e poca segnaletica per le destinazioni naturalistiche. Impostate il navigatore sul punto di ritrovo indicato dalla LIPU al momento della prenotazione e non sulla generica dicitura del paese, altrimenti finite nel borgo e non all’ingresso dell’area gestita, che si trova altrove. Il parcheggio è sterrato e informale: in inverno, dopo giorni di pioggia, il fondo diventa pesante e una vettura ribassata soffre.
In treno e con i mezzi pubblici
Va detto con chiarezza: non esiste una stazione ferroviaria di Castel di Guido. La linea FL5 Roma Civitavecchia corre più a sud, lungo la costa, e le fermate utilizzabili come riferimento sono Maccarese Fregene e Torre in Pietra Palidoro, entrambe però a diversi chilometri di distanza e collegate all’interno da una viabilità pensata per i residenti. Sulla via Aurelia transitano i servizi extraurbani Cotral e alcune linee di superficie del trasporto romano che servono le borgate del quadrante ovest, ma le frequenze nei fine settimana sono ridotte e la fermata più vicina lascia comunque un tratto a piedi lungo una strada senza marciapiede continuo.
La mia opinione, da chi accompagna gruppi su questo quadrante da anni, è semplice: l’Oasi di Castel di Guido è una meta da auto, o da visita organizzata con trasporto collettivo. Chi non ha la macchina faccia gruppo con qualcuno che ce l’ha, oppure si affidi a un’uscita guidata che parta dal centro. Improvvisare l’ultimo tratto con i mezzi è il modo più rapido per bruciare due ore di giornata e arrivare in ritardo alla visita, che qui parte a orario fisso e non aspetta i ritardatari.
Che cosa è davvero l’Oasi di Castel di Guido: una convenzione, non un parco recintato
Il fraintendimento più comune riguarda la natura giuridica del posto. Molti arrivano convinti di entrare in un parco naturale con ingresso, sentieristica segnalata e orari continuati, e si trovano invece dentro un’azienda agricola funzionante dove una parte del territorio è gestita per scopi naturalistici. Sono due cose diverse e la differenza cambia completamente l’esperienza.
La convenzione del 1999 mette insieme tre soggetti con obiettivi compatibili ma distinti. Il Comune di Roma, proprietario dell’azienda agricola, ha interesse a mantenere un patrimonio fondiario pubblico enorme senza trasformarlo in area edificabile. L’Azienda Agricola Castel di Guido deve continuare a produrre: carne, foraggio, cereali, olio. La LIPU porta la competenza naturalistica e trasforma una porzione dei terreni in laboratorio di conservazione, con rimboschimenti, siepi, piccole zone umide, cassette nido, monitoraggi ornitologici e attività di educazione ambientale. Il risultato è un modello che in Italia ha pochi paralleli per dimensione: un’oasi dentro una fattoria pubblica dentro una riserva statale.
Questo spiega anche perché i confini non sono sempre percepibili sul terreno. Camminando si passa da un bosco maturo a un pascolo, da un rimboschimento giovane a un campo arato, e non c’è un cartello a ogni cambio. La regola operativa è che si cammina dove accompagna la guida e dove indicano le tabelle: uscire dai percorsi non è una bravata, è un problema concreto perché nei recinti ci sono bovini adulti, perché alcune aree sono in tutela per la nidificazione e perché i mezzi agricoli si muovono su strade poderali dove non si aspettano pedoni.
I 250 ettari dell’Oasi e i 2.500 dell’Azienda Agricola Castel di Guido
I numeri aiutano a farsi un’idea della scala. L’area a gestione naturalistica misura circa 250 ettari. L’azienda agricola che la contiene ne misura circa 2.500, ed è una delle proprietà agricole pubbliche più estese d’Europa in capo a una singola amministrazione comunale. Per capire cosa significhi: duemilacinquecento ettari sono venticinque chilometri quadrati, una superficie paragonabile a quella di un comune di media dimensione, tutta dentro il territorio di Roma e tutta a poca distanza dal raccordo.
Dentro questo perimetro pascola quella che viene indicata come la più grande mandria di vacche maremmane del Lazio, dell’ordine dei quattrocentocinquanta capi. La maremmana è una razza rustica, grigia, con corna a lira nei maschi e a mezzaluna nelle femmine, adattata da secoli al pascolo brado su terreni poveri e umidi. Vederla al lavoro in un pascolo aperto, con il bosco alle spalle, è uno dei motivi per cui vale la pena venire: quel paesaggio, vacche comprese, è la Campagna Romana come la raccontavano i pittori, non una ricostruzione folkloristica.
La distribuzione degli ambienti è varia e questo è il vero patrimonio del posto. Ci sono boschi di cerro e farnetto, cioè querceti caducifogli tipici delle colline laziali interne; ci sono lembi di macchia mediterranea con leccio, fillirea, lentisco e corbezzolo; ci sono garighe aperte con cisti, elicrisi e labiate aromatiche che d’estate profumano a distanza; ci sono pascoli permanenti, seminativi, rimboschimenti realizzati dalla gestione, fossi con vegetazione ripariale e piccoli specchi d’acqua. La somma di tutti questi ambienti in poche centinaia di ettari è il motivo per cui la fauna qui è così ricca: ogni specie trova una nicchia e le zone di contatto fra un ambiente e l’altro, che gli ecologi chiamano ecotoni, sono le più produttive di tutte.
Le colline sono dolci, i dislivelli minimi, i sentieri battuti e larghi. È un terreno adatto anche a chi cammina poco, a famiglie con bambini, a persone anziane in buona salute. Non serve attrezzatura tecnica: bastano scarpe chiuse che si possano sporcare, acqua e, nei mesi caldi, un cappello. Chi si aspetta una camminata di montagna resterà deluso; chi cerca tre o quattro ore di paesaggio aperto a mezz’ora da casa trova esattamente quello che serve.
Una curiosità su Oasi di Castel di Guido
La curiosità che spiazza quasi tutti riguarda il simbolo scelto per l’Oasi: la rondine. Sembra una scelta banale, perché la rondine è l’uccello più familiare che esista nell’immaginario italiano, quello dei proverbi e dei calendari. In realtà è una dichiarazione precisa. La rondine comune, il balestruccio e il rondone dipendono in modo diretto dall’agricoltura tradizionale: nidificano nelle stalle, sotto i cornicioni dei casali, nei fienili aperti, e si nutrono degli insetti che il bestiame al pascolo e i prati non trattati mettono a disposizione in quantità. Quando una campagna si trasforma in monocoltura intensiva, oppure in lottizzazione residenziale, le rondini spariscono nel giro di pochi anni. Il loro calo in Italia è uno dei più documentati fra gli uccelli comuni.
Scegliere la rondine come emblema di un’oasi significa quindi dire una cosa precisa: qui si protegge una campagna che funziona, non un pezzo di natura selvaggia da cui l’uomo è stato escluso. Le stalle dell’azienda, i casali, i ricoveri per gli attrezzi sono parte dell’habitat tanto quanto il bosco. È il rovesciamento dell’idea corrente di conservazione, che tende a immaginare la tutela come sottrazione di territorio all’attività umana. Qui la tutela consiste nel tenere in vita un’attività umana di un certo tipo, con il pascolo brado, le siepi ai margini dei campi, gli edifici rurali che restano accessibili agli uccelli.
C’è una seconda curiosità che va nella stessa direzione e che riguarda le dimensioni. Poche capitali europee possiedono, dentro i propri confini amministrativi, un’azienda agricola di duemilacinquecento ettari di proprietà pubblica. Roma sì, e quasi nessun romano lo sa. Nelle conversazioni di viaggio capita spessissimo di sentire dire che la Capitale è la città più verde d’Europa: la frase viene ripetuta senza che quasi mai qualcuno sappia indicare da dove nasce. Nasce anche da qui, da questi grandi corpi agricoli pubblici sopravvissuti dentro il perimetro comunale, che nelle statistiche entrano come superficie non urbanizzata e che nella percezione quotidiana dei residenti, invece, semplicemente non esistono.

La fauna dell’Oasi di Castel di Guido: 160 uccelli censiti e i mammiferi della Campagna Romana
Il valore faunistico è la ragione per cui questo territorio ha ricevuto i riconoscimenti che ha. L’area rientra nell’IBA legata alla Riserva Naturale Statale del Litorale Romano e comprende una porzione del sito Natura 2000 Macchia Grande, il complesso boschivo che si estende nella zona di Ponte Galeria e Galeria. I censimenti condotti dalla gestione LIPU parlano di circa centosessanta specie di uccelli rilevate, un numero molto alto per una superficie di queste dimensioni e che si spiega con la varietà di ambienti descritta sopra.
Gli uccelli
Fra i rapaci il nome che ricorre più spesso è il nibbio bruno, un rapace di media taglia dalla coda leggermente forcuta che in primavera e in estate pattuglia i pascoli e i margini dei fossi cercando carogne, pesci e piccole prede. Vederlo volteggiare basso sopra un campo appena falciato, con la mandria che pascola sotto, è uno spettacolo che da solo giustifica la giornata. Accanto a lui compaiono le poiane, che qui sono stanziali e numerose, il gheppio che si ferma in volo sul posto sopra i prati, e nella stagione giusta il falco pecchiaiolo in migrazione.
Fra i non rapaci il protagonista estivo è il gruccione, un uccello dai colori improbabili per le nostre latitudini, con il dorso castano, la gola gialla, il ventre turchese e un verso liquido e rotondo che si sente molto prima di vedere l’animale. I gruccioni nidificano in gallerie scavate nelle pareti di terra dei fossi e delle cave, e la Campagna Romana occidentale offre esattamente quel tipo di substrato. Poi ci sono le upupe, le averle, i beccamoschini, le allodole e le cappellacce dei prati aperti, i picchi nei querceti maturi, gli aironi e le garzette lungo i corsi d’acqua, le tortore selvatiche, i cuculi, i rigogoli che in maggio si sentono ovunque e si vedono quasi mai.
E naturalmente ci sono le rondini, i balestrucci e i rondoni, che nell’insieme costituiscono il simbolo e il termometro dell’intero sistema. Un pomeriggio di maggio, con centinaia di rondini che cacciano radenti sul pascolo mentre le vacche si spostano e sollevano insetti, è la sintesi visiva di tutto il ragionamento ecologico che regge questo posto.
I mammiferi
La lista dei mammiferi è lunga e comprende specie che molti non immaginano a mezz’ora dal centro di Roma. Il tasso, notturno e schivo, lascia tracce riconoscibili nei sentieri e latrine scavate ai margini del bosco. L’istrice, il più grande roditore europeo, abbandona ovunque gli aculei bianchi e neri che i bambini raccolgono come trofei. La volpe si vede anche di giorno nei periodi di allevamento dei cuccioli. La faina frequenta i casali e i fabbricati rurali. A questi si aggiungono i cinghiali, la cui presenza in tutto il litorale romano è ormai massiccia, e la microfauna che regge l’intera catena alimentare: arvicola di Savi, crocidura minore, crocidura a ventre bianco, toporagni, ghiri e moscardini dove il bosco è più fitto.
La gestione segnala anche il lupo. La notizia va presa per quello che è, cioè il risultato dell’espansione della specie in tutta la penisola negli ultimi decenni, con branchi e individui in dispersione che hanno raggiunto le aree agricole periurbane risalendo i corridoi ecologici. Non è un animale che si vede: si documenta con fototrappole, tracce, resti di predazione. Chi viene qui sperando di incontrarlo perde tempo; chi capisce che la sua presenza racconta la qualità e la continuità del territorio ha capito la cosa giusta.
Rettili e anfibi
La componente meno appariscente e più significativa è quella degli anfibi e dei rettili, che sono gli indicatori più sensibili della salute di un ambiente perché dipendono da acqua pulita, microhabitat umidi e assenza di pesticidi. Qui si trovano la raganella, che canta a sera dai roveti presso i fossi, il rospo smeraldino con la sua livrea a chiazze verdi su fondo chiaro, il cervone, uno dei serpenti più grandi d’Europa e del tutto innocuo per l’uomo, e la testuggine terrestre. La conservazione di queste specie passa da interventi minuti e poco spettacolari: mantenere abbeveratoi, non prosciugare le pozze temporanee, lasciare cataste di legna e muretti a secco, non ripulire ossessivamente i margini.
Una cosa che non ti dice nessuno su Oasi di Castel di Guido
La cosa che non viene quasi mai raccontata, e che invece è la più straordinaria di tutte, non riguarda gli uccelli né le vacche: riguarda quello che c’è sotto i piedi. Il territorio di Castel di Guido ospita uno dei giacimenti paleolitici più importanti d’Italia e uno dei più significativi d’Europa per una categoria di reperti molto particolare: gli strumenti ricavati da ossa di elefante.
Gli scavi condotti in quest’area hanno restituito un contesto di alcune centinaia di migliaia di anni fa in cui gruppi umani del Paleolitico inferiore, appartenenti a popolazioni precedenti alla nostra specie, lavoravano le ossa lunghe di elefanti antichi per ricavarne bifacciali e altri strumenti scheggiati, applicando all’osso le stesse tecniche che altrove venivano applicate alla pietra. È una pratica rara e documentata in pochissimi siti al mondo, e Castel di Guido è uno dei riferimenti internazionali su questo tema. I reperti sono finiti nella letteratura scientifica e nelle collezioni museali, non nei cartelli turistici della via Aurelia.
Il contesto paleoambientale che ne emerge è quello di una pianura costiera con corsi d’acqua, praterie e boschi frequentata da elefanti antichi, uri, cervi, ippopotami e rinoceronti, cioè una fauna che oggi associamo all’Africa e che abitava il basso Lazio in un clima diverso dall’attuale. Camminare oggi su questi pascoli sapendo che sotto quel manto erboso si trovano livelli con ossa di proboscidati lavorate da mani umane cambia completamente la percezione del posto. Non è una campagna, è un archivio stratificato di trecentomila anni di occupazione.
La seconda cosa che nessuno racconta è più prosaica e riguarda il presente: il territorio dell’azienda ha convissuto per decenni con pressioni pesantissime. La vicinanza a insediamenti produttivi, a infrastrutture viarie ad alto traffico e alla grande discarica che per quarant’anni ha operato nel quadrante di Malagrotta ha reso questo lembo di campagna un caso di studio sulla resilienza degli ecosistemi periurbani. Che a poca distanza da tutto questo sopravvivano centosessanta specie di uccelli, una mandria di maremmane e un querceto maturo dice qualcosa sia sulla capacità di recupero della natura sia sul lavoro di chi ha tenuto il punto per anni contro proposte di riconversione e di consumo di suolo.
Il consiglio che ti do per visitare Oasi di Castel di Guido
Il consiglio principale è uno e va detto prima di tutti gli altri: telefonate o scrivete prima, e andate solo quando avete una conferma. Le aperture seguono un calendario deciso dalla gestione e le visite si svolgono in larga parte su prenotazione, con accompagnamento di personale o volontari. Non è una scortesia verso il visitatore occasionale: è la conseguenza del fatto che il territorio appartiene a un’azienda agricola in attività, con mezzi in movimento, animali al pascolo e aree di nidificazione da proteggere. Chi si presenta senza preavviso non entra, e non ha senso arrabbiarsi con chi applica la regola.
Il secondo consiglio riguarda l’orario. Le uscite mattutine presto valgono il triplo di quelle di metà giornata, e questo in un’area a vocazione ornitologica non è una preferenza estetica ma un dato tecnico: l’attività canora e alimentare degli uccelli si concentra nelle prime ore dopo l’alba, e nelle giornate calde crolla quasi a zero fra le undici e le sedici. Se la proposta include una fascia mattutina, prendete quella. Il secondo momento buono è l’ultima ora e mezza prima del tramonto, quando i mammiferi crepuscolari si muovono e la luce sul pascolo diventa quella che i fotografi cercano.
Terzo: portate un binocolo. Sembra ovvio e invece la maggior parte delle persone arriva a mani vuote e poi passa la mattina a chiedere alla guida di descrivere a parole un rapace che si trova a trecento metri. Un binocolo anche modesto, otto o dieci ingrandimenti, cambia radicalmente la giornata. Se ne avete uno solo in famiglia, mettete d’accordo prima chi lo usa e a turno, perché discutere di binocolo davanti a un nibbio è il modo migliore per perdere il nibbio.
Quarto: vestitevi per la campagna, non per la passeggiata urbana. Scarpe chiuse che si possano infangare, pantaloni lunghi nei mesi delle zecche, cioè da aprile a ottobre, e un controllo della pelle alla fine della giornata, che è la buona pratica di chiunque frequenti pascoli con bestiame. Nei mesi caldi servono cappello, acqua abbondante e crema solare, perché gran parte del percorso corre allo scoperto e l’ombra del bosco arriva solo a tratti. In autunno e inverno il fango è la variabile dominante: il terreno argilloso della Campagna Romana, dopo la pioggia, diventa pesante e appiccicoso.
Quinto, e vale come regola di comportamento: silenzio, o quasi. Un gruppo che parla a voce alta svuota il paesaggio davanti a sé. Gli uccelli si allontanano, i mammiferi si nascondono, e alla fine della camminata la sensazione è che non ci fosse niente da vedere. Non c’era niente da vedere perché lo avete annunciato con un quarto d’ora di anticipo. Chi viene con bambini lo spieghi loro in anticipo come una regola del gioco, e funziona molto meglio di quanto ci si aspetti.
Sesto: non portate il cane. In un’area con bestiame al pascolo e fauna selvatica nidificante il cane è un problema anche quando è tranquillo e al guinzaglio, perché il suo odore basta a far abbandonare i nidi a terra e a innervosire i bovini. Le regole vanno chieste alla gestione, ma la risposta più comune, in contesti di questo tipo, è che l’accesso con animali domestici non sia consentito.
La flora, il censimento del 2000 e le 526 entità determinate
La parte botanica è quella che i visitatori sottovalutano di più, e che invece qui è stata studiata con una precisione rara per un’area di questa dimensione. Fra il giugno del 2000 e l’ottobre del 2003 è stato condotto un censimento floristico sistematico del territorio, curato dal dottor Fabrizio Bartolucci e dalla dottoressa Alessia De Lorenzis. Il lavoro ha determinato 526 entità, delle quali 9 legate all’attività di rimboschimento, cioè introdotte dagli interventi di piantumazione e non spontanee.
Le 517 entità spontanee risultano ripartite in 513 specie, distribuite in 305 generi appartenenti a 87 famiglie: 4 famiglie di Pteridophyta, cioè felci e affini, 1 di Gymnospermae, cioè conifere, e 82 di Angiospermae, le piante a fiore. Sono numeri che a una lettura distratta scorrono via, ma che vale la pena decodificare: oltre cinquecento specie vegetali spontanee in poche centinaia di ettari è un dato di ricchezza floristica molto elevato, e riflette proprio quel mosaico di ambienti che rende il posto interessante anche dal punto di vista faunistico.
Che cosa si riconosce camminando
Nei querceti dominano il cerro e il farnetto, due querce caducifoglie che in autunno colorano il bosco di bruno ramato e che in primavera ospitano la maggior parte delle specie forestali di uccelli. Nel sottobosco compaiono il pungitopo, la robbia, l’edera, i ciclamini che in settembre bucano la lettiera con i loro fiori rosa prima ancora delle foglie. Nei tratti più mediterranei entrano il leccio, il lentisco, la fillirea, l’alaterno, il corbezzolo che fruttifica in autunno mentre è ancora in fiore, immagine che sorprende sempre chi la vede per la prima volta.
Le garighe sono la sorpresa olfattiva. In maggio e giugno i cisti fioriscono a ondate, con le corolle rosa e bianche che durano poche ore ciascuna, e le labiate aromatiche, insieme all’elicriso, riempiono l’aria di un profumo resinoso e dolce che si sente prima di arrivare. Sono ambienti poveri di suolo e ricchissimi di insetti impollinatori, e quindi punti eccellenti per fermarsi dieci minuti e osservare.
I pascoli e i prati, in primavera, producono la fioritura che la maggior parte dei visitatori ricorda: orchidee spontanee di diverse specie, tra cui le ofridi che imitano con il labello la forma e l’odore di un insetto femmina per farsi impollinare dai maschi, asfodeli, ranuncoli, trifogli, margherite, papaveri lungo i margini coltivati. Le orchidee spontanee vanno fotografate e lasciate dove si trovano: sono protette e la raccolta è vietata.
Lungo i fossi, infine, si sviluppa la vegetazione ripariale, con salici, pioppi, olmi, cannucce di palude e giunchi nei tratti più umidi. Sono i corridoi che tengono insieme il sistema, permettono agli animali di spostarsi fra un bosco e l’altro e ospitano anfibi, libellule e uccelli legati all’acqua.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Il fatto risaputo è che l’area ricade dentro la Riserva Naturale Statale del Litorale Romano. Lo scrivono tutti, compresa la prima riga di qualunque presentazione del posto. Quello che quasi nessuno aggiunge è che cosa comporti concretamente, e cioè che l’Oasi di Castel di Guido non è un’isola verde isolata ma il segmento interno di un sistema continuo che arriva fino al mare.
La Riserva del Litorale Romano è un’area protetta statale istituita all’inizio degli anni Novanta e distribuita fra i territori di Roma e Fiumicino, con una configurazione a macchie e corridoi che comprende pinete, dune, zone umide, boschi planiziali e aree agricole. Dentro questo perimetro si trovano ambienti fra loro diversissimi: le pinete di Castel Fusano e di Ostia, le dune di Capocotta, le aree umide di Focene e Maccarese, i boschi relitti della fascia interna. Castel di Guido ne rappresenta la componente più continentale e agricola, quella dove la pianura costiera comincia a sollevarsi in colline.
La conseguenza pratica è che le specie non vivono chiuse dentro i 250 ettari dell’Oasi: si muovono lungo i fossi e i corridoi boscati fra l’entroterra e la costa. Un nibbio che caccia sui pascoli di Castel di Guido può nidificare altrove nel sistema; gli anfibi colonizzano nuove pozze risalendo i corsi d’acqua; il lupo, quando compare, arriva attraverso questi stessi corridoi. Tutela un pezzo e interrompi il corridoio e hai tutelato molto meno di quanto credevi: è questa la ragione per cui le aree protette moderne vengono progettate come reti e non come recinti.
Il secondo fatto risaputo e poco approfondito riguarda la proprietà. Che l’azienda agricola sia comunale viene ripetuto ovunque, ma raramente si spiega quanto sia inusuale. Significa che una superficie enorme di suolo agricolo, dentro una delle città più estese d’Europa, è sottratta al mercato immobiliare e vincolata a una destinazione produttiva e ambientale decisa da un’amministrazione pubblica. Nella storia urbanistica romana degli ultimi cinquant’anni, fatta di espansione continua, questa è un’anomalia rilevante. Ed è anche il motivo per cui il destino dell’area viene discusso periodicamente in sede politica: un patrimonio così grande attira progetti di ogni tipo, e la convenzione con la LIPU ha funzionato anche come argine culturale, perché ha dato all’area un’identità riconoscibile che rende più difficile smontarla in silenzio.
La foto giusta da fare a Oasi di Castel di Guido
La fotografia sbagliata è quella che quasi tutti tornano a casa con: il prato verde ripreso frontalmente a mezzogiorno, con il cielo bianco sopra e nessun soggetto. Non racconta niente perché manca la cosa che rende riconoscibile questo paesaggio, cioè la stratificazione dei piani.
La foto giusta si costruisce così. Cercate un punto leggermente rialzato lungo una delle colline basse e componete l’inquadratura su tre fasce orizzontali: in primo piano l’erba alta o i cardi secchi, in piano intermedio il pascolo con le vacche maremmane, sullo sfondo il profilo scuro del bosco di cerro. È l’immagine della Campagna Romana come è stata dipinta per due secoli, e funziona perché dichiara subito le tre componenti del sistema: il terreno, l’allevamento, la foresta. Se riuscite a inserire in un angolo un casale o un fabbricato rurale, la foto acquista scala e racconto.
L’ora conta più dell’attrezzatura. La luce radente della prima mattina e quella dell’ultima ora prima del tramonto modellano le colline e rendono leggibili i dislivelli che a mezzogiorno scompaiono. Nelle mattine di autunno e inverno, in particolare, i fossi trattengono la nebbia bassa e per un’ora il pascolo galleggia sopra un velo bianco: è la condizione migliore che questo posto offra, e vale la sveglia prima dell’alba.
Per il soggetto animale il consiglio è opposto a quello istintivo. Non rincorrete l’animale: trovate il posto e aspettate. Un abbeveratoio, un margine di bosco, un palo di recinzione usato come posatoio dal gheppio sono luoghi di passaggio certo. Sedetevi a venti metri, restate immobili e lasciate che sia il soggetto a entrare in inquadratura. Chi ha un teleobiettivo lo usi a distanza rispettosa; chi ha solo il telefono lasci perdere gli uccelli e si concentri sul paesaggio, sulle vacche, sui dettagli ravvicinati. Un aculeo di istrice appoggiato su un tronco muschioso, fotografato da vicino con luce laterale, è una foto migliore di un rapace lontano ridotto a quattro pixel.
Due dettagli che meritano attenzione: i cisti in fiore a maggio, fotografati controluce in modo che la corolla sottilissima si accenda, e i ciclamini di settembre nella lettiera del querceto, ripresi dal basso con la fotocamera appoggiata a terra. Sono le due immagini che nessuno fa e che raccontano meglio il ciclo delle stagioni in questa campagna.
Una regola di comportamento, che viene prima di tutte: mai avvicinarsi ai nidi, mai spostare vegetazione per avere l’inquadratura libera, mai entrare nei recinti del bestiame per migliorare l’angolo. La fotografia naturalistica fatta male produce danni reali, e in un’area gestita per la conservazione la prima responsabilità di chi fotografa è non interferire.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
Il Paleolitico e gli strumenti in osso di elefante
Il primo strato è quello già citato: alcune centinaia di migliaia di anni fa questa pianura ospitava gruppi umani del Paleolitico inferiore che cacciavano o comunque sfruttavano carcasse di elefanti antichi e ne lavoravano le ossa lunghe per ricavarne strumenti. Gli scavi hanno restituito bifacciali in osso, schegge, resti faunistici e strutture di accumulo che hanno reso il sito un riferimento nella letteratura scientifica sul Paleolitico europeo. Il territorio risulta frequentato dall’uomo, in forme diverse, da un tempo che la nostra percezione ordinaria non riesce nemmeno a rappresentare.
Lorium e l’imperatore Antonino Pio
Il secondo strato è romano ed è quello che dà a questa zona un rango storico che sorprende chi ci passa distrattamente. Lungo la via Aurelia, in corrispondenza approssimativa del territorio di Castel di Guido, si trovava la stazione di Lorium, a una dozzina di miglia da Roma. Lorium non era un centro qualunque: qui si trovava una villa imperiale nella quale Antonino Pio trascorse l’infanzia, cresciuto dal nonno, e che una volta divenuto imperatore fece ricostruire e ampliare. In quella villa Antonino Pio si ritirava con regolarità durante il suo lungo principato, e in quella villa morì, nel marzo del 161 dopo Cristo.
La cosa vale la pena di essere pesata. Antonino Pio regnò per ventitré anni, in quello che la tradizione storiografica considera il periodo più tranquillo e prospero dell’impero, e la sua residenza preferita non si trovava a Tivoli, non a Baia, non sul Palatino, ma qui, su queste colline basse affacciate verso il litorale. Il centro del potere romano, per settimane ogni anno, si spostava lungo l’Aurelia e si insediava in questa campagna. Di quella villa restano tracce archeologiche note agli specialisti e materiali dispersi in varie collezioni, mentre il paesaggio che la circondava, nelle sue linee generali di colline, boschi e pascoli, è ancora leggibile.
Anche Marco Aurelio conosceva bene Lorium: fu qui che passò parte della giovinezza accanto al padre adottivo, e nei suoi scritti il nome della località compare come luogo di formazione e di quiete. Sapere che il futuro autore dei Ricordi ha camminato su questa campagna aggiunge alla passeggiata una dimensione che nessun cartello dichiara.
Il Medioevo, il castrum e le proprietà ecclesiastiche
Il terzo strato è medievale e dà il nome al posto. Il toponimo Castel di Guido deriva da un castrum, cioè da un insediamento fortificato, legato al nome di un Guido, in un’epoca in cui la campagna romana si organizzava attorno a torri e casali fortificati per difendersi dalle scorrerie e per controllare le strade consolari. La torre che ancora domina il borgo appartiene a questa fase. Come gran parte dell’Agro Romano, nei secoli successivi la tenuta passò sotto il controllo di istituzioni ecclesiastiche e assistenziali romane, che amministrarono per secoli enormi proprietà fondiarie fuori le mura: è il meccanismo che ha prodotto il paesaggio del latifondo, con casali isolati, greggi transumanti e pochissimi abitanti stabili.
La malaria, la bonifica e la riforma agraria
Il quarto strato è quello che ha disegnato la campagna che vediamo oggi. Per secoli l’Agro Romano è stato un territorio spopolato e malarico, coltivato in modo estensivo da braccianti stagionali che arrivavano dalle montagne e ripartivano, e quasi privo di insediamento stabile. Le grandi opere di bonifica, avviate dalla fine dell’Ottocento e proseguite per decenni, hanno prosciugato gli acquitrini, combattuto l’anofele, costruito strade poderali, case coloniche e canali, trasformando un deserto sanitario in un’area produttiva. La struttura dell’azienda agricola moderna, con i suoi poderi, le stalle e la rete di strade interne, nasce da lì.
Il passaggio al Comune e la convenzione del 1999
Il quinto strato è contemporaneo. Nella seconda metà del Novecento la tenuta entra nel patrimonio del Comune di Roma, che si ritrova a gestire un’azienda agricola di dimensioni fuori scala rispetto a qualunque standard municipale europeo. Per anni la vocazione resta puramente produttiva, con l’allevamento della maremmana come attività di punta. Nel 1999 arriva la svolta: la convenzione fra il Comune di Roma, l’Azienda Agricola Castel di Guido e la LIPU istituisce formalmente l’Oasi e destina circa 250 ettari a finalità di conservazione, ricerca ed educazione ambientale. È l’atto che ha dato a questo territorio la seconda vita e l’identità con cui oggi lo conosciamo.
Fra i due estremi, nel frattempo, si colloca l’istituzione della Riserva Naturale Statale del Litorale Romano all’inizio degli anni Novanta, che ha portato sotto tutela statale una fascia amplissima di territorio fra Roma e Fiumicino e ha collocato Castel di Guido dentro una cornice di protezione più ampia. Il censimento floristico condotto fra il 2000 e il 2003, subito dopo la nascita dell’Oasi, rappresenta invece la prima grande operazione scientifica della nuova gestione e resta la base conoscitiva sulla vegetazione dell’area.
Chi è passato da Oasi di Castel di Guido
La lista di chi è passato da queste colline è più illustre di quanto il luogo lasci sospettare, e comincia con due imperatori.
Antonino Pio è il nome principale. Cresciuto a Lorium, tornato qui da imperatore per ventitré anni, morto qui nel 161. Se esiste un luogo del Lazio che possa dirsi la casa privata di un imperatore romano nel senso pieno del termine, questo territorio ha titolo per rivendicarlo.
Marco Aurelio ha frequentato lo stesso posto da giovane, come figlio adottivo e successore designato. La formazione filosofica e il carattere del personaggio si sono costruiti anche in questi mesi di campagna lontano dalla corte, e il nome di Lorium ricorre nei suoi scritti personali.
Poi ci sono i pittori della Campagna Romana. Fra Settecento e primo Novecento questo paesaggio è stato uno dei soggetti più dipinti d’Europa: i vedutisti del Grand Tour, i paesaggisti nordici che scendevano a Roma per studiare la luce, e poi la generazione italiana di fine Ottocento che ha fatto della campagna intorno a Roma il proprio tema quasi esclusivo, con le mandrie, i butteri, gli acquedotti, i casali isolati sotto cieli larghissimi. Non parliamo di un singolo artista legato a questo preciso podere, ma di una tradizione figurativa intera che ha preso da paesaggi identici a questo la propria materia. Quando si cammina qui, si cammina dentro un quadro di quella scuola.
Ci sono i viaggiatori del Grand Tour, che percorrevano l’Aurelia in carrozza diretti a Civitavecchia per imbarcarsi, e che nei loro diari hanno lasciato descrizioni della desolazione grandiosa dell’Agro Romano: pochissime case, mandrie sterminate, rovine antiche affioranti nei campi, e quel senso di vastità malinconica che per due secoli ha costituito una delle attrazioni letterarie del viaggio in Italia.
Ci sono gli archeologi e i paleontologi che dagli anni Ottanta hanno scavato i livelli paleolitici, portando il nome di Castel di Guido nella bibliografia internazionale sul Paleolitico inferiore europeo, e i botanici che fra il 2000 e il 2003 hanno determinato le 526 entità del censimento floristico.
E ci sono, ogni anno, le classi scolastiche e i gruppi che la LIPU accompagna lungo questi sentieri. È la categoria meno spettacolare e forse la più decisiva, perché un’area protetta periurbana sopravvive nel lungo periodo solo se abbastanza persone sanno che esiste e la considerano propria.
Quando andare all’Oasi di Castel di Guido e quando evitarla
La stagione migliore in assoluto è la primavera, e in particolare la finestra che va da metà marzo a fine maggio. In quelle settimane arrivano i migratori, il canto territoriale è al massimo, le orchidee spontanee fioriscono nei prati, i cisti accendono le garighe e la temperatura permette di camminare tutto il giorno. Se dovessi indicare un solo periodo a chi viene una volta sola, indicherei aprile senza esitare.
L’autunno è la seconda scelta ed è sottovalutato. Da metà settembre a novembre il querceto vira al ramato, i ciclamini bucano la lettiera, il corbezzolo porta contemporaneamente fiori e frutti, i funghi compaiono nei margini boscati e la migrazione di ritorno riempie i cieli. Le prime piogge risvegliano il paesaggio dopo la secca estiva e le mattine di nebbia bassa sui fossi sono la condizione fotografica più bella dell’anno.
L’estate è il periodo da gestire con attenzione. Da metà giugno ad agosto il caldo nelle ore centrali è severo, l’ombra scarseggia sui percorsi aperti, l’attività degli animali crolla e il paesaggio si asciuga fino al giallo. Non è un periodo da escludere, ma va vissuto all’alba o nell’ultima luce: a mezzogiorno di luglio si cammina in un forno e non si vede nulla. Chi è in zona d’estate faccia la mattina qui e il pomeriggio al mare, che si trova a una ventina di minuti.

Cosa c’è intorno all’Oasi di Castel di Guido
Verso il litorale, la combinazione più naturale è con le altre aree protette della stessa riserva statale: l’oasi di Macchiagrande, nel territorio di Fiumicino, conserva un bosco planiziale e ambienti umidi complementari a quelli di Castel di Guido, mentre il Lido di Maccarese offre la spiaggia più vicina e ordinata di tutto il quadrante. Poco più a nord si trova Fregene, con la sua pineta e i suoi stabilimenti storici, e risalendo l’Aurelia si arriva a Ladispoli e al Bosco di Palo, uno dei pochissimi lembi di foresta planiziale sopravvissuti sul litorale, con accanto il Castello di Palo Odescalchi.
Per chi vuole abbinare archeologia e natura, Cerveteri con la sua necropoli etrusca si trova a breve distanza risalendo la costa, e più a nord ancora il Castello di Santa Severa e la Riserva naturale di Macchiatonda completano una giornata lunga di litorale settentrionale.
Verso l’interno e verso la città, restando nello stesso quadrante, funzionano bene il Parco della Cellulosa, il Parco regionale urbano del Pineto, la Riserva Naturale Valle dei Casali e la Riserva Naturale di Monte Mario, che insieme compongono la rete verde occidentale di Roma. Chi ha una seconda giornata e vuole restare sul tema della campagna storica trova materiale nel Parco di Veio, nel Bosco Macchia Grande di Manziana e nella Riserva di Monterano. Per il confronto con l’altro grande paesaggio archeologico e pastorale romano resta d’obbligo il Parco dell’Appia Antica.
Sul fronte pratico: nel raggio immediato i servizi sono quelli di una borgata, con bar e alimentari lungo l’Aurelia e qualche trattoria di campagna. Chi vuole mangiare bene programmi il pranzo a Fiumicino, verso il porto e il canale, oppure a Maccarese, oppure porti il necessario e faccia sosta dove la gestione lo consente. Il rifornimento di acqua va fatto prima: sui percorsi non ci sono fontanelle e contare sugli abbeveratoi del bestiame non è una buona idea.
Domande veloci su Oasi di Castel di Guido
Si entra liberamente all’Oasi di Castel di Guido?
No. Le aperture seguono un calendario stabilito dalla gestione LIPU e le visite si svolgono in gran parte su prenotazione e con accompagnamento, perché l’area si trova dentro un’azienda agricola in attività. Date e modalità vanno verificate sui canali ufficiali della LIPU prima di partire.
Quanto è grande l’Oasi?
Circa 250 ettari a gestione naturalistica, inseriti nei circa 2.500 ettari dell’Azienda Agricola Castel di Guido, di proprietà comunale.
Da quando esiste?
Dal 1999, anno della convenzione fra il Comune di Roma, l’Azienda Agricola Castel di Guido e la Lega Italiana Protezione Uccelli.
È adatta ai bambini?
Molto. I percorsi sono larghi, i dislivelli minimi e il materiale di osservazione abbondante. Funziona meglio se impostata come esplorazione e non come lezione frontale.
Si può portare il cane?
In presenza di bestiame al pascolo e di fauna nidificante la risposta, in aree di questo tipo, è di norma negativa. La regola va chiesta direttamente alla gestione.
Che animali si vedono davvero in una visita?
Uccelli, soprattutto: rapaci in volo, passeriformi dei prati e del bosco, e in estate rondini e gruccioni. Le vacche maremmane al pascolo sono praticamente garantite. I mammiferi selvatici sono schivi e si osservano più spesso attraverso tracce, impronte e aculei che in carne e ossa.
Serve attrezzatura particolare?
Scarpe chiuse adatte al fango, acqua, cappello nei mesi caldi e un binocolo. Nient’altro di tecnico.
Quanto dura una visita?
Le uscite accompagnate in aree di questa dimensione occupano di norma una mezza giornata. La durata effettiva dipende dal programma proposto e va chiesta al momento della prenotazione.
Si arriva con i mezzi pubblici?
Con difficoltà. Non esiste una stazione ferroviaria di Castel di Guido e le linee su gomma che percorrono l’Aurelia lasciano comunque un tratto scomodo da coprire. È una meta da automobile o da visita organizzata.
Il mio giudizio, dopo anni passati a portare gruppi nel quadrante ovest di Roma, è che l’Oasi di Castel di Guido sia il posto giusto per chi ha capito che la natura intorno alle città non si gioca sulla spettacolarità del paesaggio, perché quella è altrove, ma sulla combinazione fra continuità storica, lavoro agricolo e conservazione. Qui questa combinazione è più densa che in qualunque altro punto del territorio comunale: una mandria di maremmane al pascolo, un querceto con centosessanta specie di uccelli censite, una villa imperiale sotto i campi e un giacimento paleolitico di rilievo europeo, tutto dentro i confini di Roma. Chi cerca la cartolina resterà indifferente; chi cerca un luogo che si spiega a strati, tornerà.
Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P. Per una giornata organizzata nella Campagna Romana, con accompagnatore turistico abilitato, si parte dalla pagina contatti di TourLeaderPro; i tour operator che costruiscono itinerari naturalistici intorno a Roma trovano il servizio di consulenza nella sezione dedicata ai tour operator.
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