Miriam Cahn al MACRO — “Ciò che mi guarda”

Il MACRO di via Nizza dedica a Miriam Cahn la mostra “Ciò che mi guarda”, a cura di Cristiana Perrella, aperta dall’11 giugno al 15 novembre 2026. È la prima grande retrospettiva museale dedicata all’artista svizzera in Italia: oltre cento opere distribuite su circa 1.400 metri quadrati, la sala principale del museo interamente occupata, un percorso che non procede per anni ma per nuclei tematici. Chi legge queste righe l’11 settembre 2026 ha ancora due mesi pieni di tempo, e il periodo migliore per andarci comincia proprio adesso, quando l’afa romana molla la presa e il museo torna a riempirsi nei fine settimana. Non è una mostra da mezz’ora fra due appuntamenti. È una mostra che chiede di entrare con la testa sgombra e di uscirne più lenti di come si è entrati.

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MACRO, Roma
Il MACRO, museo di arte contemporanea di Roma Capitale, occupa un intero isolato del quartiere Salario fra via Nizza, via Reggio Emilia e via Cagliari. La grande sala espositiva che ospita la retrospettiva di Miriam Cahn, circa 1.400 metri quadrati senza partizioni fisse, è l’ambiente che ha reso possibile un allestimento a costellazioni invece che a corridoio: un impianto del genere, in una sequenza di stanze piccole, non avrebbe funzionato. Foto: Peter Leth, CC BY 2.0, via Wikimedia Commons.

Che cosa è la mostra Miriam Cahn al MACRO e dove si tiene

Il titolo italiano, “Ciò che mi guarda”, rovescia la posizione abituale di chi entra in un museo. Di solito si va a guardare; qui la formula avverte che il rapporto va nella direzione opposta, e che le figure appese alle pareti restituiscono lo sguardo a chi passa. È una dichiarazione di poetica prima ancora che un titolo di mostra, e vale la pena tenerla a mente già dalla biglietteria, perché spiega perché questa retrospettiva risulti faticosa a chi la attraversa di corsa e memorabile a chi le concede tempo.

Le coordinate sono semplici. Sede: MACRO, museo di arte contemporanea di Roma, via Nizza 138, con ingresso secondario su via Reggio Emilia 54, nel quadrante nord orientale della città, a metà strada fra Porta Pia e piazza Fiume. Date: dall’11 giugno al 15 novembre 2026. Curatela: Cristiana Perrella, che dal marzo 2025 è direttrice artistica del museo e firma quindi la mostra dall’interno dell’istituzione, non come curatrice ospite. Promozione: Assessorato alla Cultura di Roma Capitale insieme all’Azienda Speciale Palaexpo, che è anche il soggetto che produce e organizza. Allestimento: Didier Fiúza Faustino con il Bureau des Mésarchitectures.

Questi nomi contano più di quanto sembri. Il fatto che la direttrice artistica curi personalmente la retrospettiva segnala che il museo ci ha investito la propria linea, non un posto in cartellone. Il fatto che l’allestimento sia affidato a un artista architetto che lavora da sempre sul rapporto fra corpo e spazio segnala che la disposizione delle opere non è un problema tecnico risolto a valle, ma parte del discorso. Chi entra trova un percorso progettato da qualcuno che pensa allo spettatore come a un corpo in movimento, non come a un paio di occhi su due gambe.

Perché la retrospettiva arriva a Roma adesso

La ragione dichiarata dal museo è una lacuna. Miriam Cahn è da anni una presenza costante nel circuito internazionale: documenta di Kassel nel 1982 e di nuovo nel 2017, Biennale di Venezia nel 1984 e nel 2022, Museum für Moderne Kunst di Francoforte nel 1998, Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofía di Madrid nel 2017, Palais de Tokyo di Parigi nel 2023, Stedelijk Museum di Amsterdam nel 2024. Nonostante questo percorso, mancava una sintesi ampia dentro un’istituzione italiana. Il MACRO colma quel vuoto con la prima grande retrospettiva museale che il paese le dedica.

C’è poi una ragione meno dichiarata e altrettanto evidente. Il lavoro di Cahn ruota attorno alla guerra, al corpo esposto alla violenza, alla vulnerabilità di chi resta fuori dalle decisioni che lo travolgono. Portarlo a Roma nel 2026, in un’Europa che discute quotidianamente di conflitti armati e di riarmo, significa mettere in sala un corpus di immagini che parla direttamente all’attualità senza essere stato costruito per l’attualità. Le opere sugli effetti dell’arma atomica risalgono agli anni Ottanta e ai primi anni Novanta; la mostra le rimette davanti al pubblico nel momento in cui quel vocabolario è tornato nei notiziari.

Che tipo di mostra si trova, in concreto

Una retrospettiva, quindi un percorso che copre l’intera traiettoria dell’artista, dalla fine degli anni Settanta ai lavori più recenti. Ma una retrospettiva costruita in modo anomalo: il percorso non segue l’ordine cronologico. Le opere sono raggruppate in costellazioni tematiche che mettono in evidenza la continuità delle ossessioni formali e politiche dell’artista, e non la sua evoluzione nel tempo.

La differenza è sostanziale. Una retrospettiva cronologica racconta una storia di sviluppo: l’artista comincia così, cambia, arriva altrove. Una retrospettiva tematica racconta invece una storia di persistenza: cinquant’anni di lavoro che tornano sempre sugli stessi nodi, con strumenti diversi e senza mai risolverli. Cahn appartiene a questa seconda famiglia, e l’impianto scelto dal museo lo rende leggibile. Un carboncino del 1979 e un dipinto a olio degli anni Venti del Duemila si trovano nella stessa sala non per errore di catalogazione, ma perché parlano della stessa cosa.

Il risultato pratico, per chi visita, è che non serve conoscere le date. Serve invece accettare di non avere una scaletta cronologica a cui aggrapparsi, e lasciare che sia l’accostamento fra le opere a suggerire le connessioni. Chi entra in una retrospettiva aspettandosi didascalie che dicano “primo periodo”, “maturità”, “ultima fase”, qui resta senza appigli per i primi dieci minuti. Poi il meccanismo si capisce e funziona meglio del previsto.

Chi è Miriam Cahn

Miriam Cahn nasce a Basilea nel 1949, in una famiglia ebraica, e comincia a lavorare in modo continuativo negli anni Settanta, dentro il clima delle teorie e dei movimenti femministi di quel decennio. È una collocazione che va presa sul serio, perché non riguarda soltanto i temi che affronta ma il modo stesso in cui produce le immagini. La sua formazione avviene in un contesto che discute chi ha il diritto di rappresentare chi, e con quale autorità: una domanda che attraversa tutta la sua opera successiva.

Il suo mezzo principale è il disegno, inteso in senso largo: carboncino su carta di grande formato, pastello, acquerello, e poi pittura a olio su tela. Ha lavorato anche con la fotografia. Il tratto è volutamente rapido, sporco, lontano da qualunque idea di finitura. Non è imperizia: è una scelta che tiene insieme l’urgenza del gesto e il rifiuto di trasformare il dolore in qualcosa di piacevole da guardare. Il museo lo formula in modo preciso parlando di una pratica che rifiuta ogni estetizzazione del dolore e ogni compromesso.

I nuclei tematici sono quattro, e ritornano da decenni: il corpo umano, la violenza, il desiderio, la vulnerabilità. Attorno a questi si dispone tutto il resto, compresa la guerra, che nella sua produzione non è un tema occasionale ma una costante. Cahn ha lavorato sull’arma atomica, sui conflitti dei Balcani, sulle migrazioni forzate, e più di recente sull’invasione russa dell’Ucraina. Non lo fa da reporter e non lo fa da commentatore: reagisce, con la rapidità che governa da sempre la sua pratica.

Una posizione scomoda, per scelta

Il lavoro di Cahn ha suscitato dibattito, in più di un’occasione, e non per scandalo cercato ma per una precisa frizione fra ciò che mostra e ciò che il pubblico è disposto a guardare. Il caso più discusso risale al 2023, in Francia, durante la sua retrospettiva parigina: un’opera legata alla guerra in Ucraina divenne oggetto di una controversia pubblica e di un ricorso giudiziario per ottenerne la rimozione dalla sala. La giustizia amministrativa francese respinse la richiesta e l’opera rimase esposta. La vicenda è entrata nella letteratura sulla libertà di espressione artistica e viene ricordata come un episodio di confronto fra istituzione museale e contestazione organizzata.

Ne parlo qui non per aggiungere piccante a una mostra che non ne ha bisogno, ma perché serve a inquadrare l’artista. Cahn non produce immagini rassicuranti e non si è mai scusata per questo. La sua frase più citata a proposito del lavoro sull’Ucraina dice che la ripetizione della violenza durante le guerre non è intesa per scioccare, ma per denunciare. È una dichiarazione di metodo: l’insistenza è lo strumento, non l’effetto collaterale.

Chi arriva al MACRO deve saperlo. Non troverà provocazioni gratuite, e non troverà nemmeno una mostra confortevole. Troverà un corpus di immagini che chiede di essere guardato con la stessa serietà con cui è stato fatto. Se questo non corrisponde a quello che cercate in un pomeriggio di museo, la scelta più sensata è saperlo prima di comprare il biglietto, non a metà sala.

Una curiosità su Miriam Cahn al MACRO — “Ciò che mi guarda”

La curiosità riguarda un dettaglio che quasi nessuno nota e che cambia il senso della visita: le room installations. Sono la modalità espositiva che Cahn sviluppa fin dagli anni Ottanta, ed è uno degli aspetti più distintivi del suo lavoro. La parola inglese non aiuta a capire, perché suona come una formula generica da comunicato stampa. In realtà indica qualcosa di molto preciso.

Una room installation di Cahn non è un insieme di quadri appesi vicini. È un nucleo autonomo, concepito come unità di senso: ogni installazione corrisponde a un ciclo specifico di lavori, pensati per entrare in relazione reciproca dentro una configurazione spaziale definita dall’artista. In altre parole, l’opera non è il singolo dipinto ma l’insieme e la sua disposizione. Spostare un pezzo o cambiare l’ordine equivale a modificare l’opera, non l’allestimento.

Il museo lo spiega con una formula che vale la pena ricordare: per Cahn le room installations sono uno strumento di pensiero, un modo di articolare nello spazio ciò che un singolo dipinto non può contenere da solo. Vuol dire che l’artista usa la stanza come si usa un paragrafo. La curiosità, per chi visita, è che questo trasforma il comportamento corretto davanti a quelle sale: non si guarda un’opera alla volta avvicinandosi e allontanandosi, si prende posizione al centro e si lascia che l’insieme si componga.

Ho visto molte persone attraversare sale di questo tipo nel modo sbagliato, mettendosi a quaranta centimetri da ogni tela in sequenza, come si fa in una pinacoteca. Con Cahn è il modo più sicuro per non capire niente. La disposizione è l’informazione principale, e la si legge solo da lontano.

La sua opera

Riassumere cinquant’anni di lavoro in qualche paragrafo significa per forza semplificare, ma ci sono alcune linee che tengono e che aiutano a orientarsi in sala.

Il carboncino degli esordi

I lavori più antichi in mostra risalgono alla fine degli anni Settanta e sono carboncini su carta di grande formato. Grande davvero: fogli che chiedono al corpo di chi disegna di muoversi per intero, non solo al polso. La gestualità di quel periodo nasce da una pratica quasi performativa, in cui il disegno è anche traccia del movimento che lo ha prodotto. Il nero del carboncino, denso e polveroso, restituisce figure che emergono dal fondo e rischiano continuamente di essere riassorbite.

È qui che si stabilisce uno dei caratteri più riconoscibili del suo linguaggio, quello che il museo definisce come il diafano e lo spettrale: le figure di Cahn non sono mai completamente presenti né completamente assenti. Compaiono e scompaiono, e questa oscillazione fra emersione e sparizione è il modo in cui l’artista pone la questione della visibilità dei corpi.

Gli acquerelli e il nucleo Atombombe

Negli anni Ottanta e nei primi anni Novanta arriva il colore, con acquerelli dai toni intensi, e arriva un tema che segna un intero ciclo: l’Atombombe, l’arma atomica. Sono opere nate nel clima della guerra fredda, quando la minaccia nucleare era materia di dibattito pubblico quotidiano in Europa e nei movimenti pacifisti, e sono opere che il MACRO rimette in circolazione oggi rilevando quanto quel tema sia tornato di drammatica attualità.

Vale la pena soffermarsi su queste sale anche per una ragione tecnica. L’acquerello è un mezzo che si associa alla delicatezza, al paesaggio, all’esercizio da taccuino. Usarlo per parlare di annientamento è una scelta che mette in cortocircuito le aspettative del pubblico, e il cortocircuito fa parte del messaggio. L’intensità dei colori impedisce qualunque lettura decorativa.

La pittura a olio recente

I dipinti su tela più recenti mostrano che la radicalità del linguaggio è rimasta intatta. Cambia il mezzo, cambia la scala, ma il segno resta urgente e grezzo, deliberatamente lontano da qualunque perfezione formale. Il corpo continua a essere al centro: frantumato, esposto, e insieme resistente. La compresenza di queste tre condizioni è il punto. Non c’è compiacimento nella distruzione, e non c’è consolazione nella sopravvivenza: ci sono entrambe, nella stessa figura.

Uno dei nuclei tematici che la mostra mette in evidenza è la rappresentazione del corpo femminile. Cahn si forma dentro il femminismo degli anni Settanta e rappresenta le diverse sfaccettature della femminilità con uno sguardo intimo che rifiuta gli ideali socioculturali legati alla bellezza femminile. È una posizione critica e non compiaciuta: le figure non sono costruite per essere guardate con piacere, e la nudità in Cahn funziona come condizione di esposizione e di vulnerabilità, non come richiamo.

Una coerenza di cinquant’anni

Il filo che tiene insieme tutto, secondo la lettura proposta dal museo, è una coerenza etica e formale rara: oltre cinquant’anni di ricerca senza cambi di rotta strategici, senza adeguamenti al gusto del momento, senza il passaggio da un linguaggio all’altro in cerca di visibilità. In un sistema dell’arte che premia le svolte, questa costanza è di per sé una posizione politica.

Che cosa si vede in mostra

Oltre cento opere, distribuite su circa 1.400 metri quadrati, nella sala principale del museo. La cifra dei metri quadrati non è un dettaglio da scheda tecnica: significa che l’intera grande sala del MACRO è dedicata a questa sola mostra, senza divisioni con altri progetti, e che il percorso ha spazio per respirare.

Le costellazioni tematiche

Il percorso si articola per nuclei che mettono in evidenza la continuità delle ossessioni formali e politiche dell’artista. Le direttrici indicate dal museo sono tre: la rappresentazione del corpo femminile, la denuncia della violenza bellica, la dimensione erotica intesa come atto di resistenza. Attorno a queste si dispongono i lavori a carboncino degli esordi, gli acquerelli degli anni Ottanta e dei primi Novanta, i dipinti su tela recenti.

Il dialogo fra mezzi e decenni diversi è esplicito e voluto. I carboncini di grande formato conversano con gli acquerelli e con le tele più nuove, e il confronto restituisce la sensazione di un linguaggio che nel tempo non ha perso forza espressiva. Chi conosce già l’artista troverà accostamenti che in una mostra cronologica non sarebbero possibili; chi non la conosce affatto avrà il vantaggio di non avere aspettative da smentire.

Herumliegen, 2022

La prima delle due room installations presenti al MACRO è Herumliegen, realizzata nel 2022 in risposta all’invasione russa dell’Ucraina. Porta con sé l’urgenza di una reazione immediata agli eventi: Cahn non documenta e non commenta, reagisce, con la rapidità che da sempre governa la sua pratica.

Il titolo tedesco vale come chiave di lettura. Herumliegen significa giacere intorno, essere sparsi, e nel lessico quotidiano si dice delle cose lasciate in disordine. Applicato a un ciclo sulla guerra, evoca corpi abbandonati, presenze inermi, l’immagine della morte di massa nella sua versione meno eroica e più insopportabile: non la battaglia, ma ciò che resta sul terreno dopo. È una sala che va attraversata con lentezza e senza commentare ad alta voce, cosa che vale la pena dire perché la tentazione di riempire il silenzio con una battuta è forte e comprensibile.

Familienraum, 1996-2009

La seconda room installation è Familienraum, composta da dodici dipinti a olio e quattro disegni realizzati nell’arco di oltre un decennio, dal 1996 al 2009. Riunisce figure, personaggi, spazi e luoghi che sono tutti ritratti astratti di familiari dell’artista, oppure visioni di paesaggi interiori.

La parola chiave è ritratti astratti. Non sono somiglianze: sono presenze, restituite con lo stesso vocabolario che l’artista usa per le figure anonime dei cicli sulla guerra. Il ricordare e il comunicare per immagini diventano la materia stessa del lavoro, e i momenti visivi individuali si collocano come punto d’intersezione fra passato e presente personale e collettivo, trovando nell’opera un’autonomia che si stacca dal tempo.

Perché le due installazioni vanno lette insieme

Il museo suggerisce una lettura incrociata che è la cosa più utile da portarsi in sala. Se Herumliegen è la risposta viscerale ai conflitti in corso, Familienraum è lo sguardo che si volta verso l’interno: la memoria, l’affezione, le geografie private. Messe in relazione, le due installazioni tracciano le coordinate di una pratica che non conosce separazione fra sfera pubblica e sfera privata. La guerra e la famiglia, il massacro e la memoria affettiva, il grido politico e l’esperienza intima si tengono insieme e si contaminano.

Se dovessi indicare un solo motivo per cui vale il prezzo del biglietto, indicherei questo: la possibilità di vedere due nuclei così distanti per materia e così vicini per linguaggio nello stesso percorso, a pochi metri l’uno dall’altro. È un confronto che le mostre monografiche costruite per temi separati non permettono quasi mai.

L’allestimento di Didier Fiúza Faustino

Il progetto allestitivo porta la firma di Didier Fiúza Faustino con il Bureau des Mésarchitectures. Artista concettuale e architetto franco portoghese, Fiúza Faustino lavora sul rapporto fra corpo e spazio, al crocevia fra arte e architettura. La sua pratica va dall’installazione alla sperimentazione, dalla creazione di opere plastiche alla progettazione di spazi capaci di coinvolgere i sensi, e nei suoi lavori interroga il corpo nella dimensione percettiva, sociale e politica, portandolo in uno stato di instabilità.

Tradotto in esperienza concreta di visita: l’allestimento non è neutro e non prova a esserlo. Chi lo attraversa fa i conti con un percorso che gli assegna posizioni, distanze e angoli di vista, e che usa lo spazio come strumento di lettura delle opere. Per una mostra che parla di corpi esposti, affidare l’allestimento a qualcuno che lavora sull’instabilità del corpo dello spettatore è una coerenza che si sente camminando.

Una cosa che non ti dice nessuno su Miriam Cahn al MACRO — “Ciò che mi guarda”

La cosa che nessuno dice riguarda il tempo. Non il tempo della visita, che si può calcolare, ma il modo in cui questa mostra distribuisce la fatica.

Le grandi retrospettive si visitano di solito con una curva costante: si entra con energia, si perde concentrazione verso la metà, si recupera un poco sul finale sapendo che manca poco. Qui la curva è diversa. Il percorso a costellazioni fa sì che le sale più dense arrivino in punti imprevedibili, e che il carico emotivo si concentri in due o tre momenti precisi invece di distribuirsi. Chi entra con un’ora di tempo e una tabella di marcia si trova a dedicare tre minuti a una sala che ne chiedeva venti e venti minuti a una che ne chiedeva cinque.

Il consiglio pratico che ne deriva, e che nessun materiale ufficiale può darvi perché non è un’informazione ma un’abitudine: fate un primo passaggio rapido dell’intera sala, senza fermarvi davanti a nulla, giusto per sapere che cosa c’è e dove. Poi tornate indietro e scegliete dove spendere il tempo. Con una mostra cronologica sarebbe una perdita di tempo; con una mostra a costellazioni è il modo più efficiente di visitarla, perché la struttura non vi viene incontro e conviene costruirsela.

La seconda cosa che non viene detta riguarda l’uscita. Dopo una mostra come questa, la tentazione di andarsene subito e riprendere la giornata è forte. Sconsiglio. Il MACRO ha una terrazza sul tetto e un ristorante all’ultimo piano, e prendersi venti minuti seduti prima di rimettersi in strada fa una differenza reale. Non per motivi sentimentali: perché il materiale che avete appena guardato lavora ancora, e vale la pena lasciarlo lavorare in un posto tranquillo invece che su un autobus affollato.

Il MACRO come sede

Il MACRO, museo di arte contemporanea di Roma, è un museo civico: la proprietà è di Roma Capitale e la gestione è affidata dal gennaio 2018 all’Azienda Speciale Palaexpo, l’ente strumentale del Comune che manda avanti anche il Palazzo delle Esposizioni. Questa collocazione istituzionale spiega parecchie cose, compreso il fatto che il biglietto del MACRO non funzioni come quello dei musei capitolini: la MIC Card qui non vale e la prima domenica del mese non porta l’ingresso gratuito. Vale la pena saperlo prima di arrivare in cassa.

La sede occupa un intero isolato del quartiere Salario, fra via Nizza, via Reggio Emilia e via Cagliari, sul confine con il Nomentano. L’edificio nasce come stabilimento industriale della Birra Peroni, in una zona che a fine Ottocento e nei primi decenni del Novecento era il fronte produttivo di una città in espansione oltre le Mura Aureliane. La conversione a museo avviene alla fine degli anni Novanta, e l’intervento che ha dato al MACRO la faccia con cui lo si riconosce oggi è l’ampliamento progettato dallo studio di Odile Decq, con il fronte vetrato, le rampe interne e la terrazza praticabile sulla copertura.

L’origine industriale è la ragione tecnica per cui una mostra da 1.400 metri quadrati senza partizioni è possibile qui e sarebbe impensabile in un palazzo storico. Le campate larghe e le altezze da capannone permettono di appendere fogli di grande formato e di lasciare fra un nucleo e l’altro le distanze che l’allestimento richiede. Chi ha visto retrospettive di Cahn in sedi ottocentesche sa quanto le stanze piccole penalizzino questo lavoro.

Il museo dopo la riapertura

Il MACRO ha attraversato un decennio complicato, fatto di cambi di modello e di direzione. La direzione artistica è affidata dal 26 marzo 2025 a Cristiana Perrella, con un mandato di tre anni; il museo, chiuso per lavori nella fase di transizione, ha riaperto al pubblico l’11 dicembre 2025 con un nuovo assetto degli spazi. La retrospettiva di Cahn appartiene quindi al primo ciclo espositivo pieno della nuova gestione, e va letta anche come dichiarazione di programma.

Dalla riapertura sono attivi un ristorante all’ultimo piano, la terrazza, un bar al mezzanino, una caffetteria libreria con pubblicazioni d’arte, editoria per l’infanzia e oggettistica, oltre a una sala biblioteca e a due aule studio aperte al pubblico. Per i visitatori delle mostre è disponibile un servizio di guardaroba che segue gli orari di apertura, dettaglio da tenere presente se arrivate con uno zaino o con la borsa della spesa.

Che altro si vede al MACRO nello stesso periodo

Il MACRO programma per cicli, con più mostre che convivono e scadenze diverse. Nel periodo della retrospettiva di Cahn, il museo ha in corso Hito Steyerl. Mechanical Kurds, a cura di Alice Labor, aperta dal 29 aprile al 1 novembre 2026, e ha ospitato fino al 20 settembre 2026 uno, cinque, dodici. Ottant’anni del Premio Strega, a cura di Maria Luisa Frisa e Mario Lupano, She Devil 14 e Amelia Rosselli, un canto nel suo spazio, a cura di Andrea Cortellessa.

Dal 24 settembre 2026 entrano in cartellone tre nuovi progetti: Gaia De Megni con “Maria’s dream” e Robin Rimbaud, in arte Scanner, con “52 Spaces”, entrambe a cura di Maria Lodovica Ferrari e in programma fino all’8 novembre 2026, e Marialba Russo con “Sguardo rovescio”, a cura di Cristiana Perrella ed Elena Magini, fino al 31 gennaio 2027.

Il calcolo che conviene fare è semplice. Chi va al MACRO fra la fine di settembre e il 1 novembre 2026 trova in un solo biglietto la retrospettiva di Cahn, la mostra di Hito Steyerl e i tre progetti nuovi. Per sei euro è un rapporto che nessun altro museo romano regge.

Il consiglio che ti do per visitare Miriam Cahn al MACRO — “Ciò che mi guarda”

Il consiglio principale riguarda l’orario, e non è quello che vi aspettate.

Il MACRO apre da martedì a venerdì dalle 12 alle 19 e il sabato e la domenica dalle 10 alle 19, con l’ultimo ingresso trenta minuti prima della chiusura. La finestra migliore per questa mostra è il martedì o il mercoledì fra le 12 e le 14. Non perché sia vuota, ma perché è il momento in cui la sala grande riceve la luce di mezzogiorno e il pubblico è ancora rado. Con una mostra che lavora sull’emersione e la sparizione delle figure, la quantità di luce ambientale cambia concretamente quello che si vede, e la presenza di poche persone permette di stare a distanza dai gruppi di opere senza doversi spostare ogni trenta secondi.

Il sabato pomeriggio è il momento peggiore. Non per affollamento da museo internazionale, che al MACRO non esiste, ma perché la sala grande in coda di giornata diventa rumorosa e le room installations chiedono silenzio per funzionare.

Quanto tempo mettere in conto

Per la sola retrospettiva, novanta minuti sono la misura giusta. Un’ora basta a vederla, ma non a guardarla. Due ore sono tante per chi si avvicina a Cahn per la prima volta e poche per chi la conosce. Se l’obiettivo è vedere anche le altre mostre in corso nello stesso ciclo, mettete in conto tre ore piene e non prendete appuntamenti subito dopo.

Come prepararsi, se volete prepararvi

Non serve leggere niente prima. Anzi, il consiglio è il contrario: arrivare senza sapere cosa aspettarsi funziona meglio, perché questa mostra costruisce senso per accumulo e non per riconoscimento. Se però volete un appiglio, tenete a mente soltanto la distinzione fra le due room installations, una rivolta all’esterno e ai conflitti e l’altra rivolta all’interno e alla memoria familiare. Con quella coppia in testa il resto si dispone da solo.

Con chi andare, e con chi no

È una mostra che si visita bene da soli. Si visita bene anche in due, a patto di accettare di separarsi e di ritrovarsi all’uscita. Si visita male in gruppo di quattro o cinque persone che parlano fra loro, e si visita male con bambini piccoli, non per i contenuti in sé ma perché la modalità richiesta, stare fermi a distanza in silenzio, è esattamente quello che un bambino di sei anni non può fare.

Per le famiglie il MACRO ha una risposta migliore: il Laboratorio d’arte, con attività dedicate alle fasce 3-6 anni e 7-11 anni, e con percorsi pensati per scuole e famiglie. È la strada sensata per portare i più piccoli al museo senza trasformare la visita in un negoziato.

Biglietti, orari e accesso

Gli orari

Il MACRO è chiuso il lunedì. Da martedì a venerdì apre dalle 12 alle 19, il sabato e la domenica dalle 10 alle 19. L’ultimo ingresso è consentito trenta minuti prima della chiusura, e oltre quell’orario non è più possibile entrare nel museo né utilizzare i servizi. Il guardaroba segue gli orari di apertura.

La differenza fra apertura feriale e festiva vale due ore piene ed è la variabile che le persone sbagliano più spesso: arrivare alle 10.30 di mercoledì significa trovare il museo ancora chiuso.

I prezzi

Il biglietto per le mostre costa 6 euro intero e 4 euro ridotto. La sala cinema ha un titolo d’ingresso a parte, 7 euro intero e 5 euro ridotto.

Il ridotto a 4 euro spetta a chi ha fra i 7 e i 26 anni, agli over 65, agli insegnanti in attività, alle forze dell’ordine, ai giornalisti iscritti all’Ordine nazionale, ai gruppi di almeno dieci persone con prenotazione obbligatoria, a studenti, dottorandi e ricercatori, e a chi rientra in una delle numerose convenzioni attive.

L’ingresso è gratuito per i bambini fino a 6 anni, durante l’opening delle mostre, per un accompagnatore ogni dieci studenti, per i visitatori con disabilità o invalidità insieme al loro accompagnatore, per le guide turistiche nazionali e per i possessori di tessera ICOM e ICROM. Per i giornalisti che intendono visitare le mostre in corso per recensirle è previsto l’accesso gratuito previa richiesta di accredito all’ufficio stampa.

Le convenzioni che vale la pena controllare

La lista delle convenzioni del MACRO è lunga e comprende molte tessere che i romani hanno già nel portafogli senza pensarci. Fra quelle più diffuse: ATAC, per i possessori di Metrebus card e per i dipendenti; ARCI; FAI; Touring Club Italiano; Bibliocard; Carta Più e Carta MultiPiù La Feltrinelli; Roma Pass e Roma Pass 48 hours; Lazio Youth Card; gli abbonati e i dipendenti di diversi teatri romani, dal Teatro di Roma al Quirino, dall’Olimpico all’Ambra Jovinelli, oltre ai possessori di Opera Card del Teatro dell’Opera e della Santa Cecilia Card; studenti e dipendenti di Sapienza, Tor Vergata, Roma Tre e Campus Bio-Medico; i possessori di My MAXXI e Amici del MAXXI. Un paio di convenzioni danno addirittura l’ingresso gratuito, come quelle con il Castello di Rivoli e con la Fondazione Palazzo Strozzi per i dipendenti.

Il consiglio spiccio: prima di pagare l’intero, controllate se una delle tessere che avete già rientra nell’elenco. Due euro su sei sono un terzo del prezzo.

Visite guidate, gruppi e laboratori

La visita guidata costa 100 euro a gruppo, 80 euro per le scolaresche. Il laboratorio per gruppi scolastici costa 80 euro. La prenotazione del turno per un gruppo costa 30 euro, 20 euro per le scuole. Esiste anche una formula più leggera per i singoli: la visita guidata individuale il sabato, la domenica e nei festivi costa 4 euro. Per i bambini, il laboratorio nella fascia 3-6 anni costa 8 euro, quello 7-11 anni costa 12 euro comprensivi di biglietto e attività.

La visita guidata individuale del fine settimana a 4 euro è l’informazione meno conosciuta di tutto l’elenco, e per una retrospettiva come questa è denaro ben speso da chi non ha familiarità con l’artista.

Come si arriva

L’indirizzo è via Nizza 138, con il secondo ingresso su via Reggio Emilia 54, 00198 Roma. Il telefono del museo è +39 06 696271; il servizio di risposta via mail è attivo dal lunedì al venerdì dalle 9.30 alle 17.

In autobus, le linee indicate dal museo sono la 38, fermata Nizza / Regina Margherita, la 80, fermata Dalmazia, e le linee 60, 62, 82, 89 e 90 alla fermata Nomentana / Regina Margherita. In metropolitana, i riferimenti sono la linea A a Termini e la linea B a Castro Pretorio, da cui si prosegue a piedi o con un autobus di superficie. Chi arriva alla stazione Termini può prendere da piazza dei Cinquecento il 90 in direzione Libia e scendere dopo tre fermate a Nomentana / Regina Margherita, oppure il 38 in direzione Porta di Roma e scendere dopo sei fermate a Nizza / Regina Margherita.

A piedi, da Porta Pia si arriva in una decina di minuti e da piazza Fiume in cinque, su marciapiedi larghi e in piano. Un avvertimento che ripeto ogni volta: il museo non si vede da Porta Pia, e nemmeno da via Nomentana. Via Nizza è una strada residenziale interna e il fronte del MACRO è lungo e basso. L’ingresso vetrato si riconosce solo quando ci si è quasi davanti.

In auto, la zona è interamente a parcheggio a pagamento e negli orari di ufficio trovare posto in via Nizza o via Reggio Emilia richiede pazienza. Il museo dispone di posti riservati ai visitatori con disabilità. In bicicletta il quartiere si percorre bene, le pendenze sono minime e la maglia stradale a scacchiera dell’edilizia post unitaria rende il percorso leggibile anche a chi non conosce Roma.

Il regolamento del visitatore, in breve

Poche regole, tutte ragionevoli, ma val la pena conoscerle prima. Il telefono si può usare in sala, a patto di tenere la suoneria abbassata e di non far emettere suoni all’apparecchio. Non è consentito telefonare, fotografare con il flash o effettuare riprese video. Non ci si avvicina a meno di un metro dalle opere e non si toccano teche, vetrine o elementi dell’allestimento. Si possono prendere appunti e disegnare, ma evitando penne stilografiche e pennarelli, che potrebbero danneggiare le opere. Non si consumano cibi e bevande nelle aree di sosta e transito e non si fuma negli spazi chiusi. Per foto e video professionali e per la distribuzione di materiali promozionali serve l’autorizzazione della direzione dell’Azienda Speciale Palaexpo. Gli animali non sono ammessi, con l’eccezione dei cani guida per non vedenti e degli animali di supporto emotivo muniti di certificato medico.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Il fatto risaputo è che il MACRO è economico. Sei euro l’intero, quattro il ridotto. Lo sanno tutti e lo si ripete in ogni articolo.

Quello che si cita di rado è la seconda metà della frase: il biglietto del MACRO è basso perché il museo è civico e perché per anni l’ingresso è stato addirittura libero. Il titolo d’accesso è tornato con la riapertura del dicembre 2025, dopo una fase di gratuità che ha accompagnato le prime settimane di attività. Chi ricorda gli anni senza cassa tende a percepire il ritorno del biglietto come un peggioramento.

La conseguenza pratica di questa storia è quella che interessa davvero: sei euro danno accesso a tutte le mostre in corso, non a una sola. In un periodo in cui il MACRO tiene aperti quattro o cinque progetti contemporaneamente, il prezzo per singola mostra scende a poco più di un euro. Per confronto, una singola grande esposizione temporanea nelle sedi private romane costa fra i dodici e i diciotto euro. Nessuno lo dice mai in questi termini, e invece è il modo più onesto di valutare la convenienza.

C’è un corollario meno allegro. Un museo civico dipende dal bilancio comunale e dagli indirizzi politici del momento, e la storia recente del MACRO, con tre identità diverse in sette anni, lo dimostra. La programmazione può cambiare rapidamente. È la ragione per cui conviene sempre aprire il sito ufficiale prima di partire, anche quando le date sembrano ampie: una mostra annunciata fino a novembre resta fino a novembre, ma gli orari, le chiusure straordinarie e le aperture speciali si muovono.

Accessibilità al MACRO

Il museo dichiara di essere accessibile a tutti e mette in campo alcune misure concrete che vale la pena conoscere prima di arrivare.

Durante gli orari di apertura l’ingresso è sorvegliato dal personale del museo, presente per accogliere i visitatori, aiutarli e facilitare l’accesso al museo e agli spazi espositivi. È un dettaglio che sembra banale e non lo è: significa che c’è sempre qualcuno a cui rivolgersi appena entrati, senza doversi cercare un addetto in fondo alla sala.

È disponibile un servizio di noleggio gratuito di sedie a rotelle per i visitatori con disabilità motoria o con problemi di deambulazione. Il museo è accessibile anche a chi arriva con mobility scooter o con sedie a ruote elettriche. Nelle aree in cui, per motivi di ingombro, l’accesso o la fruizione con quei mezzi non è consentito, il visitatore viene invitato a trasferirsi su una sedia a ruote tradizionale, noleggiabile gratuitamente presso il guardaroba. In ciascuna delle aree dei bagni sono presenti servizi igienici riservati.

Sul fronte economico, i visitatori con disabilità o invalidità entrano gratuitamente insieme al loro accompagnatore. È una delle voci di gratuità più chiare dell’elenco e non richiede procedure particolari oltre alla documentazione.

Il Laboratorio d’arte del MACRO porta avanti inoltre progetti di accessibilità pensati per superare le barriere economiche, culturali e fisiche che limitano la fruizione degli spazi museali e delle proposte espositive: visite tattili, incontri in LIS, la Lingua Italiana dei Segni, giornate di studio, percorsi dedicati e strumenti inclusivi progettati insieme a enti, istituti e associazioni specializzate. Non si tratta di un servizio continuativo disponibile su richiesta in qualunque momento, ma di una programmazione che si attiva per cicli: chi ne ha bisogno per una data specifica fa bene a scrivere al museo con qualche settimana di anticipo, usando il servizio di risposta via mail attivo dal lunedì al venerdì fra le 9.30 e le 17.

Una nota sull’accessibilità di tipo diverso, e cioè quella dei contenuti. La mostra affronta temi duri, fra cui la guerra e la violenza sui corpi, e il museo li dichiara con chiarezza nella presentazione. Chi accompagna persone particolarmente sensibili a questi argomenti, o chi arriva con adolescenti, fa bene a spiegare prima di che cosa si tratta. La sala di Herumliegen, in particolare, è costruita attorno all’immagine della morte di massa in un conflitto contemporaneo, e non ha filtri narrativi.

La foto giusta da fare a Miriam Cahn al MACRO — “Ciò che mi guarda”

Cominciamo da ciò che il regolamento consente. In sala si può fotografare senza flash; sono vietati il flash e le riprese video, e per foto e video professionali serve l’autorizzazione della direzione dell’Azienda Speciale Palaexpo. Quindi sì, una foto ricordo si può fare, purché il telefono resti silenzioso e a una certa distanza dalle opere, mai sotto il metro.

Detto questo, la foto giusta non è quella dell’opera. Fotografare un carboncino di grande formato con il telefono produce quasi sempre un rettangolo grigio senza qualità, perché il nero polveroso del carboncino e la luce museale non vanno d’accordo con i sensori piccoli. Il risultato è deludente e non conserva nulla di quello che avevate davanti.

La foto giusta è quella dello spazio. Mettetevi sul lato lungo di una delle room installations, abbastanza indietro da comprendere l’intera configurazione, e fotografate la sala intera con le opere in sequenza e il vuoto che le separa. Quella sì che restituisce qualcosa, perché la disposizione è l’opera e la distanza è l’informazione. Se nell’inquadratura entra una persona ferma a guardare, tanto meglio: dà la scala e racconta il rapporto fra il corpo dello spettatore e le dimensioni dei fogli.

Il secondo scatto che consiglio non è dentro la mostra. È sulla terrazza del MACRO, salendo all’ultimo piano: da lì si vede lo skyline basso e regolare del Salario, con i tetti delle palazzine umbertine e le cupole del centro sullo sfondo. È una delle vedute meno frequentate di Roma, perché nessuno associa il quartiere a un punto panoramico, e funziona particolarmente bene nell’ora che precede il tramonto, quando la luce arriva radente da ovest e il cornicione delle case si colora.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

La storia del luogo è più lunga di quella del museo, e vale la pena ripercorrerla per capire perché l’edificio abbia la forma che ha.

La fabbrica

L’isolato fra via Nizza, via Reggio Emilia e via Cagliari nasce come stabilimento industriale della Birra Peroni. Siamo in un quartiere costruito dopo il 1870, nella Roma che cresce fuori dalle Mura Aureliane per diventare capitale del regno, e in quella fase la zona ospita produzione e residenza nello stesso perimetro. La fabbrica lavora qui per decenni, e la sua struttura, campate ampie e altezze generose, è quella che oggi rende possibile una mostra come questa.

La conversione in museo

Alla fine degli anni Novanta il Comune di Roma converte il complesso in museo d’arte contemporanea. È una scelta che si inserisce in una stagione europea di riuso industriale per la cultura, la stessa che in quegli anni produce operazioni analoghe in molte capitali. Per Roma è una novità sostanziale: una città che aveva costruito la propria identità museale sull’antico e sul moderno storicizzato si dota finalmente di una sede dedicata al contemporaneo.

L’ampliamento di Odile Decq

L’intervento che dà al MACRO la sua identità architettonica attuale è l’ampliamento progettato dallo studio dell’architetta francese Odile Decq: il corpo vetrato, le rampe interne che collegano i livelli, la terrazza praticabile sulla copertura. È un progetto che lavora per innesti e trasparenze invece che per addizione di volumi chiusi, e che produce un interno dove i livelli si vedono l’uno dall’altro. Chi visita oggi cammina dentro quel disegno anche senza saperlo.

I cambi di gestione

Dal 2018 il museo è gestito dall’Azienda Speciale Palaexpo; fino al 2017 faceva parte del circuito dei musei civici gestito dalla Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali. Il passaggio non è un dettaglio burocratico, perché è la ragione per cui oggi il MACRO ha una politica dei biglietti separata da quella dei musei capitolini. Negli anni successivi il museo ha cambiato più volte modello e identità, con periodi di ingresso libero e stagioni di sperimentazione radicale sul formato espositivo.

La riapertura del dicembre 2025

L’ultimo capitolo è recente. Dopo un periodo di chiusura per lavori, il MACRO ha riaperto al pubblico l’11 dicembre 2025 con un nuovo assetto degli spazi e con Cristiana Perrella alla direzione artistica, nominata il 26 marzo 2025 con un mandato triennale. La retrospettiva di Miriam Cahn appartiene al primo ciclo espositivo pieno di questa fase, insieme alle mostre di Hito Steyerl, alla rassegna She Devil e ai progetti dedicati ad Amelia Rosselli e agli ottant’anni del Premio Strega. Chi visita oggi il museo lo trova in un momento di ridefinizione, e questo si sente nella programmazione come nella disposizione degli spazi comuni.

Chi è passato da Miriam Cahn al MACRO — “Ciò che mi guarda”

La domanda ammette due risposte, e sono entrambe interessanti.

La prima riguarda le istituzioni da cui l’opera di Cahn è passata prima di arrivare in via Nizza. Il suo percorso espositivo attraversa alcune delle sedi più autorevoli del sistema internazionale: documenta di Kassel nel 1982, quando l’artista ha poco più di trent’anni, e di nuovo nel 2017; la Biennale di Venezia nel 1984 e ancora nel 2022; il Museum für Moderne Kunst di Francoforte nel 1998; il Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofía di Madrid nel 2017; il Palais de Tokyo di Parigi nel 2023; lo Stedelijk Museum di Amsterdam nel 2024. Due partecipazioni a documenta e due alla Biennale, a trentacinque anni di distanza le une dalle altre, sono un dato raro: significa che il suo lavoro è stato riconosciuto come necessario da due generazioni diverse di curatori.

La seconda risposta riguarda le persone che hanno costruito la mostra romana. Cristiana Perrella la firma come curatrice e come direttrice artistica del museo. Didier Fiúza Faustino, con il Bureau des Mésarchitectures, ne ha disegnato l’allestimento. Dietro, l’Assessorato alla Cultura di Roma Capitale e l’Azienda Speciale Palaexpo, che promuovono il progetto, con Palaexpo nel ruolo di soggetto che produce e organizza.

C’è poi il pubblico, che è la parte più difficile da descrivere e la più visibile in sala. Una retrospettiva di questo tipo attira tre gruppi distinti: chi segue l’arte contemporanea e conosceva già l’artista, spesso arrivato da fuori Roma apposta; gli studenti delle accademie e delle facoltà di storia dell’arte, che al MACRO entrano a tariffa ridotta e che qui trovano materiale di studio poco reperibile altrove in Italia; e i romani del quartiere, che frequentano il museo come si frequenta una biblioteca di zona, entrando per un’ora senza cerimonie. Il terzo gruppo è quello che rende il MACRO diverso dagli altri musei della città, ed è anche la ragione per cui in sala si sentono conversazioni più libere e meno reverenti che altrove.

Cosa c’è intorno a via Nizza

Il Salario è uno dei quartieri romani che i visitatori attraversano senza accorgersene, e ha invece parecchio da offrire a chi si concede un paio d’ore in più dopo il museo.

A dieci o quindici minuti a piedi

Villa Torlonia è la meta più ovvia e la migliore: parco pubblico e gratuito, con gli edifici museali a pagamento. Dentro si trovano la Casina delle Civette, con le sue vetrate liberty, e il Casino Nobile, dove si trova anche la biglietteria dei musei della villa. È un quarto d’ora abbondante a piedi da via Nizza, risalendo verso via Nomentana, e chiude bene una mattinata al MACRO.

Poco più in là, il quartiere Coppedè è a una ventina di minuti. Non è un museo e non ha biglietto: è un isolato di architettura eclettica dei primi anni Venti del Novecento, con il grande arco di ingresso e la fontana delle rane. Si visita camminando, in venti minuti, e produce un effetto straniante che funziona particolarmente bene dopo una mostra di arte contemporanea.

Verso il centro, Porta Pia si raggiunge in dieci minuti e da lì si segue il tratto delle Mura Aureliane verso piazza Fiume e corso d’Italia. Continuando a scendere si arriva a via Veneto e in una mezz’ora complessiva a piazza Barberini.

Poco più lontano

Villa Borghese è raggiungibile in poco più di venti minuti a piedi risalendo da corso d’Italia, e contiene di suo tre istituzioni che valgono una giornata: la Galleria Borghese, il Museo Carlo Bilotti nell’Aranciera e il Museo Hendrik Christian Andersen poco fuori dal parco. La Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di viale delle Belle Arti è il completamento naturale di una giornata cominciata al MACRO, se l’interesse è per il Novecento e per il contemporaneo.

In direzione opposta, scendendo verso Termini, si incontrano le Terme di Diocleziano, che con il MACRO condividono soltanto la scala monumentale degli spazi e il piacere di attraversare ambienti enormi.

Per chi vuole restare sul contemporaneo, il MAXXI del quartiere Flaminio è il confronto obbligato: museo nazionale, biglietto più alto, mostre di taglio diverso. La scelta fra i due dipende dal tempo a disposizione. Con un pomeriggio solo e la voglia di una grande esposizione, il MAXXI; per capire che cosa si muove adesso a Roma, il MACRO. L’Auditorium Parco della Musica è a poca distanza dal MAXXI, se la giornata prosegue fino a sera.

Dove mangiare e dove fermarsi

Il museo ha un ristorante all’ultimo piano con terrazza, un bar al mezzanino e una caffetteria libreria. Per chi preferisce uscire, il Salario è un quartiere di uffici e residenza con una ristorazione di tipo quotidiano: bar da colazione, gastronomie, trattorie senza pretese frequentate da chi lavora in zona. Le vie intorno a piazza Fiume e quelle che salgono verso via Nomentana sono le più fornite.

Domande veloci

La mostra di Miriam Cahn al MACRO è aperta adesso

Sì. La mostra “Ciò che mi guarda” è aperta dall’11 giugno al 15 novembre 2026 e al momento risulta in corso sul sito ufficiale del museo. Restano quindi poco più di due mesi.

Chi cura la mostra

Cristiana Perrella, direttrice artistica del MACRO dal marzo 2025. Il progetto è promosso dall’Assessorato alla Cultura di Roma Capitale e dall’Azienda Speciale Palaexpo, che ne è anche produttore e organizzatore.

Quante opere ci sono

Oltre cento, distribuite su circa 1.400 metri quadrati nella sala principale del museo, con lavori che vanno dalla fine degli anni Settanta ai più recenti.

È la prima mostra di Miriam Cahn in Italia

È la prima grande retrospettiva museale che le viene dedicata in Italia. L’artista aveva già esposto nel paese, fra l’altro alla Biennale di Venezia nel 1984 e nel 2022, ma mancava una sintesi ampia del suo percorso dentro un’istituzione italiana.

Quanto tempo serve per la visita

Novanta minuti per la sola retrospettiva, tre ore se si vogliono vedere anche le altre mostre in corso nello stesso ciclo.

Quali sono gli orari

Da martedì a venerdì dalle 12 alle 19, sabato e domenica dalle 10 alle 19, lunedì chiuso. Ultimo ingresso trenta minuti prima della chiusura.

Quanto costa il biglietto

Sei euro l’intero, quattro il ridotto. Il biglietto comprende tutte le mostre in corso. La sala cinema ha un titolo separato, sette euro intero e cinque ridotto.

Serve prenotare

Per la visita individuale non è richiesta la prenotazione. È obbligatoria per i gruppi di almeno dieci persone, che accedono alla tariffa ridotta, e per le visite guidate.

Dove si trova il museo

Via Nizza 138, con ingresso anche da via Reggio Emilia 54, nel quartiere Salario. Autobus 38 alla fermata Nizza / Regina Margherita, 80 alla fermata Dalmazia, 60, 62, 82, 89 e 90 alla fermata Nomentana / Regina Margherita. Metro A a Termini e metro B a Castro Pretorio, con un tratto a piedi o un autobus di superficie.

La mostra è adatta ai bambini

Non particolarmente. I temi sono la violenza, la guerra e il corpo esposto, e la modalità di visita richiede attenzione prolungata e silenzio. Il MACRO offre però laboratori dedicati alle fasce 3-6 e 7-11 anni, che sono la risposta migliore per le famiglie.

Si possono fare fotografie

Sì, senza flash. Sono vietate le riprese video e l’uso del flash; per foto e video professionali serve un’autorizzazione della direzione dell’Azienda Speciale Palaexpo.

Il museo è accessibile

Sì. Sono disponibili sedie a rotelle a noleggio gratuito, l’accesso è consentito a mobility scooter e sedie elettriche, e in ciascuna area dei bagni ci sono servizi igienici riservati. I visitatori con disabilità e il loro accompagnatore entrano gratuitamente.

Quali altre mostre ci sono al MACRO nello stesso periodo

Fino al 1 novembre 2026 Hito Steyerl. Mechanical Kurds. Dal 24 settembre 2026 i progetti di Gaia De Megni e di Robin Rimbaud, in arte Scanner, fino all’8 novembre, e quello di Marialba Russo fino al 31 gennaio 2027.

La MIC Card vale al MACRO

No. Il MACRO è gestito dall’Azienda Speciale Palaexpo e non fa parte del circuito dei musei capitolini: la MIC Card non è valida e la prima domenica del mese non prevede l’ingresso gratuito.

Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private, Aziendali e V.I.P.

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Contact Information

Data Evento29 Aprile 2026 10:00 — 30 Agosto 2026
IndirizzoVia Nizza 138, 00198 Roma Roma Città
CategorieEventiMostre
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