Amelia Rosselli al MACRO — “Un canto nel suo spazio”

Il MACRO di via Nizza dedica ad Amelia Rosselli la mostra “Un canto nel suo spazio”, curata da Andrea Cortellessa e aperta dal 29 aprile al 20 settembre 2026. Chi legge queste righe l’11 settembre 2026 arriva quindi negli ultimi giorni utili: restano poco più di una settimana e un calendario di aperture che esclude il lunedì. La mostra non espone quadri e non è un percorso di oggetti: al centro c’è la voce registrata della poetessa, e lo spazio del museo funziona come una cassa di risonanza in cui quella voce torna udibile. È un allestimento che chiede tempo e orecchio, e che premia chi entra senza fretta.

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MACRO, Roma
Il MACRO di via Nizza 138, sede della mostra dedicata ad Amelia Rosselli. L’edificio nasce come stabilimento industriale della Birra Peroni e viene convertito a museo alla fine degli anni Novanta, con l’ampliamento progettato dallo studio di Odile Decq che ha aggiunto il corpo vetrato, le rampe interne e la terrazza sul tetto. La struttura a livelli sovrapposti e a volumi aperti è la ragione per cui una mostra costruita sul suono, come questa, trova qui una sede adatta: i volumi si comportano da camere acustiche. Foto: Peter Leth, CC BY 2.0, via Wikimedia Commons.

Amelia Rosselli è una delle voci più riconoscibili e meno addomesticabili della poesia italiana del Novecento. Chi la incontra per la prima volta di solito si trova spiazzato: la sintassi si torce, le parole scivolano l’una sull’altra, la lingua italiana si contamina di inglese e di francese, il verso procede per urti e per scarti invece che per periodi compiuti. Non è disordine, e questo è il punto che la mostra al MACRO prova a rendere percepibile: dietro quella scrittura c’è una formazione musicale seria, una teoria del verso pensata in termini di spazio e di durata, e un orecchio addestrato che misura le sillabe come si misurano le battute. Ascoltarla leggere cambia completamente la percezione del testo. Molte delle cose che sulla pagina sembrano fratture, nella voce diventano respiri.

Il titolo della mostra, “Un canto nel suo spazio”, allude proprio a questo nesso fra la parola e la sua estensione fisica. Rosselli aveva elaborato una nozione di spazio metrico, cioè l’idea che il verso occupi una porzione misurabile e che il poeta la componga come un musicista compone una battuta. Il museo, con i suoi ambienti industriali riconvertiti, offre un’estensione fisica reale a un’idea che era nata sulla carta e nel pensiero. Il risultato è una mostra da attraversare lentamente, seduti più che in piedi, con l’orecchio al posto dell’occhio.

Che cosa è la mostra Amelia Rosselli al MACRO e dove si tiene

La mostra si tiene al MACRO, il Museo di arte contemporanea di Roma, nella sede di via Nizza 138, all’incrocio con via Cagliari, nel quadrante fra il quartiere Salario e il Nomentano. Le date ufficiali comunicate dal museo sono 29 aprile 2026 come apertura e 20 settembre 2026 come chiusura. La cura è affidata ad Andrea Cortellessa, critico letterario che sull’opera di Rosselli lavora da molti anni e che ha contribuito in modo determinante alla riscoperta della sua figura presso un pubblico non specialistico.

Il progetto nasce in collaborazione con la RAI, e questo dettaglio spiega da solo la natura del percorso. Il materiale sonoro proviene in larga parte dagli archivi radiofonici: la mostra raccoglie registrazioni della voce di Rosselli, letture pubbliche e private, frammenti tratti dal programma radiofonico “Con l’ascia dietro le spalle. Dieci anni senza Amelia Rosselli”, trasmesso da RAI Radio3 nel 2006, dieci anni dopo la sua morte. Non si tratta quindi di una mostra documentaria costruita su carte e cimeli, ma di un ambiente d’ascolto.

Questo rovesciamento della grammatica espositiva è la cosa più interessante dell’operazione. Una mostra di poesia, nella tradizione italiana, di solito assume la forma della teca: manoscritti sotto vetro, prime edizioni aperte alla pagina giusta, fotografie dell’autore, lettere, quaderni di appunti. È una forma rispettabile e spesso istruttiva, ma ha un limite evidente, cioè il fatto che la poesia sotto vetro resta muta. Chi entra legge tre righe di un manoscritto, ammira la grafia, passa oltre. Qui il meccanismo cambia: l’opera viene restituita nella dimensione in cui era stata concepita, cioè quella orale e temporale. La poesia torna a durare nel tempo invece che occupare uno spazio sulla parete.

La scelta ha anche una giustificazione biografica robusta. Rosselli non era una poetessa che si limitasse a scrivere: aveva studiato musica in modo rigoroso, si era occupata di teoria musicale ed etnomusicologia, e la sua idea di composizione poetica derivava direttamente da categorie musicali. Restituirne l’opera attraverso il suono non è un espediente per rendere più moderna una mostra letteraria, è la scelta filologicamente più coerente possibile.

Il MACRO è gestito dall’Azienda Speciale Palaexpo, lo stesso soggetto che gestisce il Palazzo delle Esposizioni in via Nazionale. Questa appartenenza spiega la linea di programmazione del museo negli ultimi anni: mostre di ricerca, taglio sperimentale, attenzione ai linguaggi non pittorici, apertura a discipline che nei musei d’arte contemporanea di solito restano ai margini, come la poesia, la radiofonia, il suono e l’editoria. La mostra su Rosselli si colloca esattamente dentro questa linea.

Chi era Amelia Rosselli

Amelia Rosselli nasce a Parigi nel 1930 e muore a Roma nel 1996. Fra questi due estremi si distende una biografia che attraversa mezza Europa e gli Stati Uniti, quattro lingue, l’esilio politico, la ricostruzione del dopoguerra e infine una lunga permanenza romana.

Il cognome pesa. Il padre era Carlo Rosselli, fra le figure centrali dell’antifascismo italiano, teorico del socialismo liberale e fondatore del movimento Giustizia e Libertà. Lo zio, fratello del padre, era Nello Rosselli, storico. I due fratelli furono assassinati in Francia nel 1937: un fatto storico accertato, che segna in modo irreversibile la storia della famiglia e che va riportato per quello che è, senza retorica. Amelia aveva sette anni. La madre era Marion Cave, inglese, e la nonna paterna era Amelia Pincherle Rosselli, scrittrice e drammaturga, da cui la poetessa prese il nome.

L’infanzia e l’adolescenza si svolgono in movimento: Francia, poi Inghilterra, poi gli Stati Uniti, con un passaggio svizzero. È un’educazione da apolide colta, che produce una competenza linguistica tripla, con italiano, inglese e francese posseduti tutti a un livello alto e nessuno dei tre vissuto come lingua materna indiscutibile. È una condizione che molti scrittori del Novecento hanno conosciuto, ma pochi l’hanno trasformata in materia poetica con la radicalità di Rosselli.

Il ritorno in Italia avviene nella seconda metà degli anni Quaranta. Rosselli si stabilisce a Roma, lavora come traduttrice, si occupa di musica, frequenta gli ambienti intellettuali della città. Negli anni Cinquanta studia composizione e teoria musicale, si interessa di etnomusicologia e partecipa alla stagione dei corsi estivi di Darmstadt, il laboratorio dove in quegli anni si formava l’avanguardia musicale europea. Questo passaggio è decisivo: la sua formazione non è letteraria in senso stretto, è musicale, e la poesia arriva dopo, portando con sé la grammatica della musica.

L’esordio poetico pubblico arriva nel 1963, quando alcune sue poesie compaiono sulla rivista Il Menabò accompagnate da una nota di presentazione di Pier Paolo Pasolini. Pasolini interpreta gli scarti e le deviazioni della lingua rosselliana come lapsus, cioè come scivolamenti dell’inconscio dentro il tessuto verbale. È una lettura che ha avuto enorme fortuna e che ha anche condizionato per decenni la ricezione dell’opera, forse in modo eccessivo: Rosselli stessa, negli anni successivi, ha rivendicato il carattere consapevole e costruito delle proprie scelte formali, che a suo dire nascevano da un calcolo metrico e non da un cedimento.

Nel 1964 esce Variazioni belliche, il libro che la impone all’attenzione. Seguono Serie ospedaliera nel 1969, Documento nel 1976, Primi scritti nel 1980, Impromptu nel 1981, La libellula pubblicata nel 1985 ma scritta molti anni prima. C’è poi il corpo delle poesie in inglese, raccolte sotto il titolo Sleep, e il Diario in tre lingue, esperimento di scrittura simultanea in tre idiomi che resta uno dei documenti più impressionanti della sua ricerca.

La vita romana di Rosselli fu appartata. Visse a lungo nel centro storico, in condizioni economiche modeste, sostenuta da un lavoro di traduzione e da collaborazioni editoriali. La salute, negli ultimi decenni, fu segnata da una lunga malattia. Morì a Roma nel 1996. Su questo punto non serve aggiungere altro, e chiunque scriva di lei dovrebbe resistere alla tentazione di trasformare la fine della sua vita in una chiave di lettura della sua opera: sarebbe una semplificazione, e anche una mancanza di rispetto verso un lavoro intellettuale che si regge benissimo da solo.

Quello che conta, ai fini di una visita alla mostra, è tenere presente due cose. La prima è che Rosselli fu una scrittrice europea per formazione e per esperienza, e che l’italiano fu per lei una lingua scelta e conquistata, non una lingua data. La seconda è che la sua autorità non deriva dalla biografia drammatica, ma dalla qualità e dalla coerenza di una ricerca formale durata quarant’anni.

Una curiosità su Amelia Rosselli al MACRO — “Un canto nel suo spazio”

La curiosità riguarda il modo in cui la mostra si trasforma nel tempo. Il percorso non è rimasto identico dal primo giorno: la prima fase, aperta ad aprile, era costruita sugli ascolti di registrazioni degli anni Ottanta e Novanta, cioè su frammenti, letture pubbliche, testimonianze sonore raccolte in occasioni diverse. Dal 29 giugno 2026 si è aggiunto un elemento nuovo, cioè la lettura integrale di Impromptu, il lungo poema del 1981 articolato in tredici sezioni, registrato dalla stessa Rosselli nel 1993.

Questo significa che chi ha visitato la mostra a maggio e chi la visita a settembre hanno visto, o meglio ascoltato, due mostre parzialmente diverse. È una scelta curatoriale poco comune e piuttosto coraggiosa, perché rinuncia alla comodità dell’allestimento fisso e accetta che l’esperienza dipenda dal momento della visita. In un certo senso replica il funzionamento di un palinsesto radiofonico più che quello di una galleria.

Il dettaglio importante per chi arriva adesso è che l’ultima fase è anche la più completa: chi entra in questi giorni trova sia il materiale della prima parte sia la lettura integrale aggiunta a giugno. Chi aveva visitato la mostra all’inizio e volesse tornare, in altre parole, non troverebbe una replica ma un’aggiunta sostanziale.

C’è poi una seconda curiosità, di ordine tecnico. Una registrazione del 1993 di un poema del 1981 non è un documento neutro: significa che l’autrice torna su un proprio testo a dodici anni di distanza e lo rilegge, con la voce che ha allora e con l’esperienza che ha accumulato nel frattempo. Chi ascolta non sente la lettura di un testo appena scritto, sente una rilettura. Il tempo che passa fra la scrittura e la registrazione entra a far parte del materiale.

Questa stratificazione temporale, del resto, è coerente con il modo in cui Rosselli lavorava. Molti dei suoi libri furono pubblicati anni o decenni dopo la stesura, con riordini, ripensamenti, aggiunte. La sua bibliografia non segue l’ordine cronologico della composizione, e chi la studia deve continuamente distinguere la data di scrittura da quella di pubblicazione. La mostra, con la sua distanza fra testo e registrazione, mette in scena esattamente questo fenomeno.

La sua opera poetica e musicale

Per capire che cosa si ascolta al MACRO conviene avere un’idea di come funzionava la costruzione del verso in Rosselli. Il nodo teorico ha un nome preciso: spazio metrico. Con questa formula Rosselli indicava l’idea che il verso non vada misurato contando le sillabe secondo la tradizione, ma concepito come una porzione di spazio, o meglio di tempo-spazio, all’interno della quale le parole si dispongono con una densità variabile. Il modello è geometrico e musicale insieme: una battuta di durata definita che può contenere più o meno materiale sonoro a seconda di come il compositore la riempie.

Ne deriva una scrittura in cui la lunghezza dei versi tende a essere regolare a occhio, quasi squadrata sulla pagina, mentre il contenuto sintattico al loro interno si comprime o si dilata. È una poesia che si guarda anche prima di leggerla: i blocchi di testo hanno un profilo compatto, e quella compattezza non è un vezzo grafico ma la conseguenza visibile di una regola di composizione.

Sopra questa impalcatura metrica si innesta il trattamento della lingua. Rosselli forza continuamente l’italiano, introduce parole inglesi e francesi, deforma i termini, li accosta per somiglianza fonica invece che per logica, produce cortocircuiti semantici. Il critico che legge questi passaggi come errori sbaglia di grosso: la deformazione segue quasi sempre una logica sonora, cioè una parola richiama la successiva per affinità di suono e non di significato. È un procedimento che la musica conosce bene, dove un intervallo genera il successivo per ragioni interne al materiale.

La componente musicale, del resto, non è metaforica. Rosselli si era formata sulla teoria, aveva lavorato su questioni di acustica e di organizzazione del suono, si era occupata di etnomusicologia, aveva composto. Il passaggio alla poesia non fu un abbandono della musica ma uno spostamento di campo: le stesse questioni, affrontate con un materiale diverso. Questo spiega anche la sua diffidenza verso le letture puramente psicologiche o biografiche della propria opera. Un compositore non ama sentirsi dire che le sue dissonanze sono lapsus.

Un altro elemento centrale è il plurilinguismo. Il Diario in tre lingue, scritto nella seconda metà degli anni Cinquanta, è il documento più radicale di questa condizione: la scrittura passa da una lingua all’altra dentro la stessa pagina, a volte dentro la stessa frase, senza segnalazione e senza gerarchia. Non è esibizione di virtuosismo, è la trascrizione di come effettivamente funzionava una mente formata in tre sistemi linguistici simultanei. Le poesie in inglese raccolte in Sleep mostrano l’altra faccia dello stesso fenomeno, cioè la capacità di lavorare a piena potenza in una lingua diversa dall’italiano.

Sul piano dei temi, l’opera di Rosselli attraversa la guerra e le sue conseguenze, la condizione femminile, la malattia, il rapporto con il potere e con le istituzioni, l’amore nelle sue forme meno consolatorie. Variazioni belliche porta la guerra nel titolo e la tratta come una condizione permanente più che come un evento datato. Serie ospedaliera affronta l’esperienza dell’istituzione medica. Documento ha un andamento più civile e diretto. Impromptu, nel 1981, è forse il testo in cui la macchina ritmica raggiunge la massima velocità, e non a caso è quello che la mostra ha scelto di far ascoltare per intero.

Una precisazione doverosa: in queste pagine non si riportano versi. L’opera di Amelia Rosselli è protetta dal diritto d’autore e i testi vanno letti nelle edizioni pubblicate, non estratti in rete. Chi vuole leggerla trova le raccolte nelle librerie e nelle biblioteche pubbliche romane, e in mostra ascolta la sua voce, che è il modo migliore per cominciare.

Che cosa si vede in mostra

La formula corretta, in questo caso, sarebbe che cosa si ascolta. Il nucleo del percorso è costituito da registrazioni sonore della voce di Amelia Rosselli, selezionate a partire dagli archivi radiofonici e da altre fonti, e organizzate in ambienti di ascolto all’interno degli spazi del museo.

Il primo blocco di materiali raccoglie registrazioni degli anni Ottanta e Novanta. Sono letture e interventi che restituiscono la voce di Rosselli in situazioni diverse, con la varietà di tono e di intenzione che ogni occasione porta con sé. Una parte di questo materiale proviene dal programma radiofonico “Con l’ascia dietro le spalle. Dieci anni senza Amelia Rosselli”, andato in onda su RAI Radio3 nel 2006, che rappresenta una delle raccolte documentarie più importanti sull’argomento.

Il secondo blocco, introdotto in mostra dal 29 giugno 2026, è la lettura integrale di Impromptu, il poema del 1981 in tredici sezioni, nella registrazione realizzata dall’autrice nel 1993. Qui la differenza è di scala: non frammenti, ma un testo lungo ascoltato dall’inizio alla fine. Chi si siede e lo segue per intero fa un’esperienza diversa dall’ascolto di un estratto, perché la macchina ritmica di quel poema si rivela pienamente solo sulla lunga durata.

L’allestimento è essenziale. Non si trovano sale ricostruite, ambientazioni d’epoca, oggetti personali messi in scena. La scelta curatoriale è di togliere invece che aggiungere, lasciando che sia il suono a occupare lo spazio. Per un pubblico abituato alle mostre immersive con proiezioni a parete e colonne sonore invadenti, l’impatto iniziale può sembrare povero. Dopo qualche minuto di permanenza, però, il meccanismo si capisce: la sottrazione serve a creare le condizioni dell’ascolto, che è cosa diversa dal sentire.

Un avvertimento pratico utile. La durata della visita dipende interamente da quanto si decide di ascoltare. Chi attraversa il percorso senza fermarsi impiega dieci minuti e non porta a casa nulla. Chi si siede e segue almeno una sequenza completa impiega fra quaranta minuti e un’ora, e in quel caso la visita ha senso. Chi vuole ascoltare Impromptu per intero deve mettere in conto un tempo ancora maggiore e considerare la possibilità di dedicare alla sola mostra su Rosselli l’intera visita, rinviando le altre mostre in corso a un secondo ingresso.

Il MACRO, in questo periodo, ospita infatti più esposizioni in parallelo, e il biglietto del museo permette in genere di vederle nello stesso passaggio. Chi vuole combinare gli ingressi trova nelle stesse settimane la mostra dedicata agli ottant’anni del Premio Strega, la rassegna di videoarte She Devil 14, il progetto di Hito Steyerl e la personale di Miriam Cahn. Le date di chiusura sono diverse fra loro, quindi il programma effettivo del giorno della visita va confermato sul sito ufficiale del museo.

Una cosa che non ti dice nessuno su Amelia Rosselli al MACRO — “Un canto nel suo spazio”

Quello che nessuno dice è che questa mostra funziona molto meglio in un giorno feriale a metà pomeriggio che nel fine settimana. Non per snobismo, ma per ragioni acustiche e di comportamento del pubblico.

Una mostra sonora dipende dal silenzio degli altri visitatori. Con le sale affollate, il rumore di fondo prodotto dai passi, dalle conversazioni e dai telefoni degrada l’ascolto in modo diretto. La voce registrata di Rosselli non è declamatoria, non ha la proiezione teatrale che permette di imporsi su un brusio: ha un timbro contenuto, e molte delle sue inflessioni più interessanti si perdono se intorno c’è movimento. Il sabato e la domenica pomeriggio il MACRO ha il suo picco di pubblico, ed è il momento peggiore per questa specifica mostra, anche se è il momento migliore per altre.

L’orario del museo aiuta chi può organizzarsi: da martedì a venerdì l’apertura è alle dodici, e le prime due ore della giornata feriale sono in genere le più tranquille dell’intera settimana. Chi entra appena aperto in un martedì o in un mercoledì ha buone probabilità di trovare gli ambienti d’ascolto quasi vuoti.

La seconda cosa che raramente viene detta riguarda il pubblico atteso. Una mostra di poesia sembra destinata a chi la poesia la legge già. Nel caso di Rosselli vale il contrario: chi non l’ha mai letta spesso reagisce meglio di chi la conosce dai libri, perché arriva senza il filtro della pagina e senza la frustrazione di chi ha provato a leggerla trovandola difficile. L’ascolto scavalca l’ostacolo della decifrazione. Molte persone che avevano abbandonato Variazioni belliche dopo dieci pagine, sentendo la voce dell’autrice, capiscono all’improvviso il principio che regge quelle pagine.

Terza osservazione, meno tecnica. Questa mostra è uno dei pochi luoghi di Roma in cui una persona può stare seduta e ferma per un’ora senza dover consumare nulla e senza che nessuno le chieda di spostarsi. In una città in cui lo spazio pubblico gratuito e coperto si riduce di anno in anno, non è un dettaglio secondario. Il MACRO, per come è concepito, ha sempre avuto una vocazione da spazio urbano prima ancora che da contenitore di opere, e un allestimento come questo la rende evidente.

Il MACRO come sede

Il MACRO occupa l’area dell’ex stabilimento della Birra Peroni fra via Nizza, via Cagliari e via Reggio Emilia. L’impianto industriale risale ai primi decenni del Novecento e faceva parte di quel tessuto produttivo che a Roma si era insediato appena fuori dalle mura, lungo le direttrici di espansione ottocentesche e primonovecentesche. Quando la produzione della birra si sposta altrove, l’area resta come vuoto urbano di grande dimensione dentro un quartiere ormai centrale.

La trasformazione in museo avviene alla fine degli anni Novanta, quando il Comune di Roma destina il complesso all’arte contemporanea. La prima fase riutilizza i capannoni con interventi misurati, mantenendo la struttura industriale a vista. L’ampliamento successivo, progettato dallo studio dell’architetta francese Odile Decq e inaugurato nel 2010, aggiunge invece un corpo nuovo, riconoscibile per il volume vetrato, le rampe interne sospese, l’uso del rosso come colore identitario e la terrazza praticabile sulla copertura.

Il risultato è un edificio dalla personalità molto forte, che non fa da contenitore neutro. Chi visita il MACRO percepisce l’architettura almeno quanto le opere, e questo è stato oggetto di discussione fin dall’inaugurazione. Nel caso di una mostra sonora, però, la caratteristica diventa un vantaggio: i volumi ampi, le superfici dure, i passaggi che collegano livelli diversi producono comportamenti acustici articolati, e un allestimento costruito sull’ascolto può sfruttarli invece di subirli.

Il museo dispone inoltre di una biblioteca, di aree di studio, di un guardaroba per i visitatori delle mostre e di uno spazio di ristorazione sulla terrazza, chiamato Materia Terrazza MACRO. La terrazza è uno dei punti panoramici meno noti della zona nord del centro: non offre la cartolina dei tetti barocchi, ma un panorama urbano di palazzi umbertini e novecenteschi che ha un suo carattere.

Sul piano istituzionale, il MACRO ha una storia movimentata. Negli anni ha cambiato più volte direzione e formula: è stato museo di collezione, poi laboratorio di programmazione sperimentale, poi di nuovo qualcosa di intermedio. La gestione attuale fa capo all’Azienda Speciale Palaexpo. Questa instabilità ha avuto conseguenze negative sulla continuità della collezione permanente, che oggi non è il punto di forza della sede, ma ha prodotto anche un effetto positivo: il museo si è specializzato nel formato della mostra di ricerca, ed è diventato il luogo romano dove è più probabile trovare progetti che altrove non avrebbero spazio. Una mostra interamente costruita sulla voce di una poetessa è esattamente uno di quei progetti.

Il consiglio che ti do per visitare Amelia Rosselli al MACRO — “Un canto nel suo spazio”

Il consiglio è uno solo e va preso alla lettera: arriva con le cuffie in tasca, no, meglio, arriva senza cuffie e senza telefono in mano, e metti in conto di restare fermo almeno quaranta minuti. Questa mostra si visita da seduti.

Provo a spiegare perché insisto su un punto apparentemente banale. Il comportamento standard del visitatore italiano medio, in una mostra, è quello del passo continuo: si cammina, ci si ferma tre secondi davanti a ogni pezzo, si scatta una fotografia, si prosegue. Applicato a un percorso sonoro, questo comportamento produce un risultato nullo, perché ogni registrazione richiede un tempo minimo per dare qualcosa, e quel tempo si misura in minuti e non in secondi. Chi mantiene il passo da mostra pittorica esce dal MACRO convinto che non ci fosse niente da vedere, e tecnicamente ha ragione, perché non c’era niente da vedere: c’era qualcosa da ascoltare.

Secondo elemento del consiglio: scegli l’orario. Come ho già osservato, i giorni migliori sono martedì, mercoledì e giovedì, nella fascia subito dopo l’apertura delle dodici. Il sabato e la domenica il museo apre alle dieci e ha un afflusso maggiore. L’ultimo ingresso è fissato mezz’ora prima della chiusura delle diciannove, ma presentarsi alle diciotto e trenta per una mostra di questo tipo non ha senso: il tempo residuo non basta.

Terzo elemento: prepara l’orecchio. Non serve avere letto l’opera omnia, ma arrivare sapendo tre cose aiuta molto. La prima è che la deformazione della lingua è voluta. La seconda è che il verso segue una logica di durata e non di conteggio sillabico. La terza è che l’italiano, per Rosselli, era una delle sue lingue e non l’unica. Con queste tre informazioni in testa, l’ascolto cambia di qualità immediatamente.

Quarto elemento: se puoi, vai da solo o con una sola persona, e mettiti d’accordo prima di non parlare durante l’ascolto. Le mostre sonore sono l’unico formato espositivo in cui la conversazione a bassa voce, di solito innocua, danneggia direttamente l’esperienza degli altri e la propria.

Quinto e ultimo: dopo l’ascolto, sali in terrazza e resta lì dieci minuti prima di uscire in strada. Non è un suggerimento estetico. Dopo un’ora di concentrazione su un materiale verbale denso, il passaggio diretto al traffico di via Nizza cancella in pochi minuti quello che si è appena costruito. Una pausa in alto, con il rumore della città attutito dalla distanza, permette alla cosa di sedimentare. Dopodiché la giornata può proseguire, e la zona intorno offre parecchie possibilità, che vedremo più avanti.

Biglietti, orari e accesso al MACRO

Gli orari comunicati dal museo sono chiari: lunedì chiuso; da martedì a venerdì apertura dalle 12:00 alle 19:00; sabato e domenica dalle 10:00 alle 19:00. L’ultimo ingresso è consentito trenta minuti prima della chiusura, quindi alle 18:30. In occasioni particolari il museo ha praticato aperture straordinarie in giorni normalmente di chiusura, ma si tratta di eccezioni annunciate di volta in volta.

La biglietteria del MACRO opera attraverso il sistema di ticketing di CoopCulture, sia online sia in loco. L’acquisto anticipato non è indispensabile nei giorni feriali, perché il museo raramente registra code, ma nel fine settimana e negli ultimi giorni di una mostra può far risparmiare tempo. Le tariffe esatte, le riduzioni e le eventuali gratuità vanno verificate direttamente sui canali ufficiali del museo e sulla piattaforma di vendita: le politiche tariffarie dei musei romani cambiano con una certa frequenza, e riportare un prezzo non aggiornato sarebbe peggio che non riportarlo affatto.

Quello che si può dire con sicurezza è che il biglietto del MACRO dà accesso al complesso delle mostre in corso nella sede, e non a una singola esposizione. È un modello diverso da quello di molte sedi espositive romane, dove ogni mostra ha un titolo d’ingresso proprio, e conviene saperlo perché cambia il calcolo di convenienza: entrare per Rosselli significa poter vedere anche le altre mostre in programma nello stesso giorno.

Per raggiungere il museo, l’indirizzo è via Nizza 138, con accesso anche dal lato di via Cagliari. La stazione della metropolitana più vicina è Policlinico, sulla linea B, da cui servono circa quindici minuti a piedi verso nord attraversando il reticolo di strade del quartiere. In alternativa, i tram 3 e 19 percorrono viale Regina Margherita e lasciano il museo a pochi minuti di cammino; diverse linee di autobus passano per piazza Fiume e per via Nomentana. Le linee e i percorsi del trasporto pubblico romano subiscono variazioni, quindi la verifica sui canali dell’azienda di trasporto resta la mossa più prudente.

Per chi visita Roma da fuori e vuole costruire una giornata intera in questo settore urbano, la combinazione più efficiente prevede il MACRO al mattino o nel primo pomeriggio e poi uno spostamento a piedi verso Villa Torlonia o verso il quartiere Coppedè, entrambi raggiungibili senza mezzi pubblici.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Il fatto risaputo è che Amelia Rosselli portava il nome della nonna, Amelia Pincherle Rosselli, scrittrice e drammaturga di origine veneziana, autrice teatrale attiva fra fine Ottocento e primo Novecento e figura di rilievo nella cultura italiana del suo tempo. Lo sanno tutti quelli che hanno letto una biografia della poetessa. Quello che si cita molto meno spesso è la conseguenza: nella famiglia Rosselli la scrittura era un mestiere praticato da donne almeno due generazioni prima che Amelia nascesse.

Questo dettaglio smonta una narrazione ricorrente, quella della poetessa isolata e autodidatta che emerge dal nulla. Rosselli nasce dentro un ambiente in cui la produzione intellettuale era normale, in cui si scriveva, si pubblicava, si discuteva di politica e di cultura, e in cui le donne della famiglia avevano voce pubblica. L’isolamento della sua vita adulta romana fu una condizione successiva, dovuta a circostanze biografiche ed economiche, non un punto di partenza.

C’è un secondo fatto altrettanto noto e altrettanto poco sviluppato: la lingua italiana, per Rosselli, arriva relativamente tardi come lingua d’uso quotidiano. Cresciuta fra inglese e francese, l’italiano lo pratica in profondità soprattutto dal ritorno in Italia in poi. Questo viene ripetuto ovunque, ma quasi sempre come aneddoto biografico. La conseguenza tecnica, invece, è sostanziale: chi impara una lingua da adulto o da adolescente mantiene con quella lingua un rapporto analitico che i madrelingua perdono. Sente i suoni prima dei significati, percepisce le irregolarità, nota le affinità foniche fra parole che un parlante nativo non accosterebbe mai. Buona parte della sua poetica deriva da questa posizione di ascolto esterno.

Terzo elemento poco valorizzato: la RAI. La collaborazione con la radio pubblica non nasce oggi per questa mostra. La radiofonia italiana ha svolto per decenni una funzione di archivio della voce degli scrittori che nessuna altra istituzione ha svolto con la stessa continuità. Senza quegli archivi, una mostra come questa sarebbe semplicemente impossibile da realizzare, perché il materiale non esisterebbe. È un servizio pubblico i cui effetti si vedono a distanza di trent’anni e che raramente viene riconosciuto quando se ne parla.

Accessibilità al MACRO

Il MACRO è un museo di recente riconversione e il suo percorso interno si sviluppa su più livelli collegati da rampe e da collegamenti verticali. Rispetto a molte sedi museali romane ospitate in edifici storici, la situazione di partenza è quindi favorevole, perché l’edificio è stato progettato e ampliato in epoca contemporanea, con i vincoli normativi che questo comporta.

Detto questo, le informazioni puntuali sui servizi dedicati alle persone con disabilità vanno chieste direttamente al museo prima della visita, al numero di telefono +39 06 696271 oppure ai contatti di posta elettronica indicati sul sito ufficiale, attivi nei giorni feriali. Le condizioni specifiche di una mostra temporanea, in termini di percorso, di posti a sedere disponibili e di accessibilità dei singoli ambienti, possono differire da quelle generali del museo, ed è più utile una risposta diretta che una informazione generica raccolta altrove.

Alcune considerazioni pratiche valgono comunque in generale per questa esposizione. La prima riguarda le persone con disabilità uditive: una mostra fondata quasi interamente sull’ascolto pone un problema evidente di fruizione, e chiunque si trovi in questa condizione dovrebbe chiedere in anticipo se siano disponibili trascrizioni o supporti testuali dei materiali sonori. È una domanda legittima e vale la pena porla prima di acquistare il biglietto.

La seconda riguarda invece un vantaggio non ovvio: per chi ha difficoltà di deambulazione o si affatica facilmente, una mostra che si fruisce da seduti è più comoda di un percorso lungo da attraversare in piedi. La disponibilità di sedute è il fattore da verificare, perché cambia completamente la sostenibilità della visita.

Sul fronte dei servizi generali, il museo dispone di guardaroba per i visitatori delle mostre, di aree di sosta e di uno spazio di ristorazione. Per chi visita con bambini, va detto con franchezza che questa specifica mostra non è adatta a un pubblico infantile: richiede silenzio prolungato e concentrazione, due condizioni difficili da ottenere sotto una certa età. Le altre mostre in corso al museo nello stesso periodo offrono materiali visivi più immediati.

La foto giusta da fare a Amelia Rosselli al MACRO — “Un canto nel suo spazio”

Qui la risposta onesta comincia con una rinuncia: dentro gli ambienti d’ascolto la fotografia non serve a niente. Una registrazione sonora non si fotografa, e il tentativo di documentare una mostra di questo tipo con lo schermo del telefono produce immagini vuote, ambienti scuri con qualche seduta, e nel frattempo disturba gli altri con la luce e con il movimento. La prima indicazione, quindi, è di non fotografare durante l’ascolto.

La fotografia buona, al MACRO, si trova altrove, ed è architettonica. L’ampliamento di Odile Decq ha prodotto due o tre situazioni visive che funzionano molto bene in immagine. La prima è la sequenza delle rampe interne: linee oblique che tagliano lo spazio, superfici chiare, inserti di rosso. Fotografate dal basso verso l’alto o in diagonale restituiscono la logica del progetto molto meglio di qualsiasi inquadratura frontale.

La seconda è il volume vetrato visto dall’esterno, sul fronte di via Nizza, preferibilmente nelle ore in cui la luce radente di fine giornata accende il vetro. In settembre questo momento cade poco prima della chiusura, quindi conviene uscire dieci minuti prima delle diciannove per prendere la facciata con la luce giusta.

La terza è la terrazza. Da lassù l’inquadratura da cercare non è il panorama generico, che risulta piatto, ma il gioco fra i volumi della copertura del museo in primo piano e la città che si distende dietro. La differenza fra una fotografia banale e una riuscita, in terrazza, è tutta nella decisione di includere il parapetto e le geometrie dell’edificio invece di puntare l’obiettivo direttamente sull’orizzonte.

Vale anche il promemoria generale: le politiche fotografiche variano da mostra a mostra e da sede a sede, e in alcune sale possono valere restrizioni specifiche. L’indicazione esposta all’ingresso e quella del personale di sala prevalgono su qualsiasi consiglio letto prima.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

Il luogo in cui si trova il museo ha una storia industriale prima che culturale, e vale la pena ripercorrerla perché spiega la forma dell’edificio.

L’area fra via Nizza, via Cagliari e via Reggio Emilia entra a far parte della città costruita con l’espansione successiva al 1870, quando Roma diventa capitale e il tessuto urbano si allarga oltre le Mura Aureliane. Il quadrante nord orientale viene lottizzato secondo un impianto a maglia regolare, con strade dedicate alle città italiane, e accoglie un misto di edilizia residenziale borghese e di impianti produttivi.

Fra questi impianti c’è lo stabilimento della Birra Peroni, azienda che a Roma aveva trovato la sua sede principale dopo essere nata altrove nell’Ottocento. Il complesso produttivo si sviluppa nei primi decenni del Novecento, con capannoni, magazzini e strutture di servizio. Nel panorama romano rappresenta uno dei casi più significativi di architettura industriale di quel periodo, in una città che di industria ne ha avuta storicamente poca.

La produzione prosegue per gran parte del Novecento. Quando lo stabilimento cessa l’attività e la produzione viene trasferita, resta un vuoto urbano consistente in una posizione ormai del tutto interna alla città consolidata. È la condizione tipica delle aree industriali dismesse europee della seconda metà del secolo, e come in molti altri casi la destinazione culturale diventa la via d’uscita.

Alla fine degli anni Novanta il complesso viene destinato a museo di arte contemporanea. È un passaggio che si inserisce in una stagione precisa della politica culturale romana, quella in cui la città decide di dotarsi di infrastrutture per il contemporaneo dopo decenni di ritardo rispetto alle altre capitali europee. Nello stesso arco di anni maturano altri progetti di riconversione e di nuova costruzione nel settore.

Il 2010 segna il secondo momento decisivo: l’inaugurazione dell’ampliamento progettato da Odile Decq, che dà al museo la sua immagine attuale. Il progetto è discusso, come quasi sempre accade a Roma quando un intervento contemporaneo si innesta su un tessuto storico, ma consolida l’identità della sede.

Gli anni successivi sono segnati da cambi di indirizzo, di direzione e di formula gestionale, fino all’assetto attuale sotto l’Azienda Speciale Palaexpo. In questa fase il museo ha ospitato progetti espositivi di ricerca su linguaggi eterogenei, e la mostra dedicata ad Amelia Rosselli rappresenta uno degli esiti più coerenti di quella impostazione.

Va aggiunto un ultimo elemento storico che riguarda il quartiere più che l’edificio. La zona ha avuto, nel Novecento, una densità intellettuale notevole: fra il Salario, il Nomentano e le vie intorno a viale Regina Margherita hanno abitato e lavorato scrittori, editori, redazioni, case editrici, e la vicinanza con l’area universitaria ha alimentato questa vocazione. Ospitare qui una mostra su una poetessa del secondo Novecento, quindi, ha una pertinenza geografica che va oltre la disponibilità degli spazi.

Chi è passato da Amelia Rosselli al MACRO — “Un canto nel suo spazio”

Il pubblico di questa mostra si divide, per osservazione diretta, in quattro gruppi piuttosto riconoscibili.

Il primo è quello degli studiosi e degli studenti di letteratura italiana contemporanea. Arrivano preparati, spesso con un’idea precisa di quale registrazione vogliono ascoltare, e sono quelli che restano più a lungo. Per chi lavora su Rosselli, la possibilità di ascoltare materiali audio raccolti e organizzati in un unico luogo rappresenta una occasione di studio e non soltanto una visita.

Il secondo gruppo è quello dei poeti e degli scrittori. Rosselli ha esercitato un’influenza profonda sulla poesia italiana delle generazioni successive, e chi scrive versi oggi in Italia ha quasi sempre dovuto fare i conti con la sua opera, per assimilazione o per reazione. Questo pubblico arriva con un rapporto personale, quasi professionale, con il materiale.

Il terzo gruppo è quello dei frequentatori abituali del MACRO, che entrano per vedere il programma nel suo insieme e scoprono la mostra su Rosselli come una delle tappe del percorso. È il gruppo che produce le reazioni più interessanti, perché molti di loro non hanno un rapporto preesistente con la poesia e si trovano davanti a un materiale inatteso.

Il quarto gruppo, numericamente il più piccolo ma non irrilevante, è quello di chi arriva per ragioni legate alla storia della famiglia Rosselli e all’antifascismo. La memoria di Carlo e Nello Rosselli è un capitolo importante della storia civile italiana, e una parte del pubblico si presenta con quel riferimento in mente. È un accesso legittimo, a patto di ricordare che l’opera di Amelia Rosselli non è una appendice della vicenda familiare: è un lavoro autonomo che regge da solo, e la mostra fa bene a trattarla come tale.

Sul versante di chi ha frequentato la figura di Rosselli nel corso del tempo, il nome che ricorre con maggiore insistenza è quello di Pier Paolo Pasolini, che ne presentò le poesie nel 1963 sulla rivista Il Menabò e che contribuì in modo decisivo a farla conoscere. Nel corso della sua vita Rosselli ha intrecciato rapporti con l’ambiente della neoavanguardia italiana e con il mondo della musica contemporanea, muovendosi fra ambienti che raramente comunicavano fra loro. Andrea Cortellessa, curatore di questa mostra, appartiene invece alla generazione di studiosi che ne ha condotto la riscoperta sistematica dagli anni Novanta in poi, lavorando sia sulle edizioni sia sulla divulgazione.

Chi attraversa oggi gli ambienti d’ascolto del museo, in ogni caso, incontra soprattutto una presenza: quella della voce dell’autrice, che è l’unico protagonista reale dell’allestimento.

Cosa c’è intorno a via Nizza e nel quartiere Salario

Uscire dal MACRO e non sfruttare la posizione sarebbe uno spreco, perché il quadrante offre una concentrazione di cose notevoli nel raggio di venti minuti a piedi.

La meta più immediata e più sorprendente è il quartiere Coppedè, che si raggiunge camminando verso nord est in una decina di minuti. È un complesso edilizio progettato da Gino Coppedè negli anni Venti intorno a piazza Mincio, e costituisce uno dei pochi episodi di architettura fantastica presenti a Roma: archi, torrette, mosaici, ferri battuti, motivi medievali e liberty mescolati senza troppi scrupoli filologici. Piace o non piace, ma non lascia indifferenti, e in una città dominata dal travertino e dai mattoni rappresenta un’eccezione vistosa. È anche l’antidoto perfetto dopo un’ora di ascolto concentrato: passare dal rigore di una mostra sonora all’eccesso decorativo di Coppedè produce uno stacco netto.

Poco più a est si apre Villa Torlonia, che è insieme parco pubblico e complesso museale. All’interno si trovano il Casino Nobile, con le sale ottocentesche e la sezione dedicata alla Scuola Romana, e la Casina delle Civette, edificio singolare noto per le vetrate liberty. Villa Torlonia ha anche una storia novecentesca pesante, essendo stata residenza di Mussolini, e conserva strutture sotterranee legate a quel periodo. Come parco, funziona bene per una pausa all’ombra.

Verso nord, su via Salaria, si estende Villa Ada, uno dei parchi più grandi di Roma, con un carattere meno addomesticato rispetto ad altri giardini storici della città. Chi ha tempo e gambe può trattarla come la seconda metà di una giornata, con percorsi lunghi e zone boscose.

Scendendo invece verso sud si arriva rapidamente a piazza Fiume e al margine settentrionale del centro storico, con via Veneto che sale verso Porta Pinciana e con l’ingresso a Villa Borghese. Dentro il parco, il Museo Carlo Bilotti, ospitato nell’Aranciera, offre una piccola raccolta di arte del Novecento con un nucleo dedicato a Giorgio de Chirico, e la sua dimensione contenuta lo rende compatibile con una visita che abbia già avuto una parte impegnativa. Nella stessa zona si trova il Museo Hendrik Christian Andersen, altra sede di piccole dimensioni e di grande carattere.

Verso ovest, superata la zona di piazza Fiume e seguendo la direttrice che porta verso il quartiere Flaminio, si raggiunge in autobus o in bicicletta l’Auditorium Parco della Musica, che è la meta logica per chi volesse chiudere in musica una giornata cominciata con la voce di una poetessa che dalla musica proveniva.

Domande veloci

La mostra su Amelia Rosselli al MACRO è ancora aperta?

Sì. Le date ufficiali comunicate dal museo vanno dal 29 aprile al 20 settembre 2026. Chi legge in questi giorni si trova quindi nell’ultima settimana e mezza di apertura, con il lunedì escluso. Considerando i giorni di chiusura settimanale, le occasioni residue sono poche, e conviene programmare la visita subito anziché rinviarla.

Chi cura la mostra?

La cura è di Andrea Cortellessa, critico letterario che si occupa da lungo tempo dell’opera di Amelia Rosselli. Il progetto è realizzato in collaborazione con la RAI, da cui proviene buona parte dei materiali sonori esposti.

Che cosa si trova esattamente in mostra?

Registrazioni della voce di Amelia Rosselli: letture e interventi degli anni Ottanta e Novanta, materiali provenienti dal programma radiofonico di RAI Radio3 “Con l’ascia dietro le spalle. Dieci anni senza Amelia Rosselli” del 2006, e dal 29 giugno 2026 la lettura integrale di Impromptu, poema del 1981 in tredici sezioni, registrata dall’autrice nel 1993.

Quanto tempo serve per la visita?

Dipende da quanto si ascolta. Un passaggio rapido richiede dieci minuti e non produce nulla. Una visita sensata richiede almeno quaranta minuti o un’ora. Chi vuole seguire per intero la lettura di Impromptu deve prevedere di più e considerare di dedicare a questa sola mostra l’intera visita.

Quali sono gli orari del MACRO?

Lunedì chiuso. Da martedì a venerdì dalle 12:00 alle 19:00. Sabato e domenica dalle 10:00 alle 19:00. Ultimo ingresso alle 18:30. Le aperture straordinarie vengono comunicate di volta in volta sul sito ufficiale.

Quanto costa il biglietto?

La vendita avviene tramite il sistema di ticketing CoopCulture, online e in biglietteria. Le tariffe, le riduzioni e le eventuali gratuità vanno controllate sui canali ufficiali del museo, perché cambiano nel tempo. Il biglietto dà accesso al complesso delle mostre in corso nella sede e non a una singola esposizione.

Dove si trova il museo e come si arriva?

Via Nizza 138, con accesso anche da via Cagliari, nel quadrante fra il Salario e il Nomentano. La stazione di metropolitana più vicina è Policlinico sulla linea B, a circa quindici minuti a piedi. I tram 3 e 19 passano per viale Regina Margherita. Diverse linee di autobus servono piazza Fiume e via Nomentana. I percorsi del trasporto pubblico vanno verificati il giorno stesso.

La mostra è adatta ai bambini?

Non particolarmente. Richiede silenzio prolungato e concentrazione, condizioni difficili da mantenere sotto una certa età. Le altre mostre in corso nella stessa sede offrono materiali visivi più immediati e funzionano meglio con un pubblico giovane.

Serve conoscere l’opera di Amelia Rosselli prima di andare?

No, e in molti casi arrivare senza avere letto aiuta. L’ascolto della voce dell’autrice rende percepibile la struttura ritmica dei testi in modo più immediato della lettura. Bastano tre nozioni di partenza: la deformazione linguistica è voluta, il verso segue una logica di durata, e l’italiano era per lei una delle sue lingue e non l’unica.

Si possono fare fotografie?

Negli ambienti d’ascolto la fotografia è inutile e disturba gli altri visitatori. Le immagini interessanti al MACRO sono architettoniche: le rampe interne, il volume vetrato su via Nizza, la terrazza. Le regole specifiche esposte all’ingresso e le indicazioni del personale di sala vanno comunque seguite.

Che cosa si può vedere nei dintorni?

Il quartiere Coppedè a dieci minuti a piedi, Villa Torlonia con il Casino Nobile e la Casina delle Civette, Villa Ada verso nord, e scendendo verso il centro Villa Borghese con il Museo Carlo Bilotti.

Quali altre mostre ci sono al MACRO nello stesso periodo?

Nelle stesse settimane il museo ospita la mostra sugli ottant’anni del Premio Strega, la rassegna She Devil 14, il progetto di Hito Steyerl e la personale di Miriam Cahn. Le date di chiusura sono diverse fra loro e il programma effettivo va confermato sul sito ufficiale del museo.

Il giudizio finale, da chi accompagna visitatori a Roma da anni, è che questa sia una delle mostre più intelligenti viste al MACRO negli ultimi tempi, e anche una delle meno accomodanti. Non offre nulla da guardare e chiede in cambio tempo, silenzio e attenzione. In un’epoca in cui le mostre competono a colpi di proiezioni immersive e di sale fotogeniche, la scelta di costruire un percorso intorno a una voce registrata è quasi una provocazione. Funziona perché il materiale è straordinario e perché il soggetto lo richiedeva: l’opera di Amelia Rosselli nasce dall’orecchio, e solo attraverso l’orecchio si lascia capire davvero. Chi ha ancora qualche giorno a disposizione prima del 20 settembre faccia il possibile per andarci, e ci vada con calma.

Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P. Per una visita guidata di Roma con accompagnatore turistico abilitato, compresi i quartieri fra il Salario, il Nomentano e Coppedè, si parte dalla pagina contatti di TourLeaderPro; le agenzie e i tour operator che costruiscono itinerari culturali sulla città trovano il servizio di consulenza nella sezione dedicata ai tour operator.

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TagsAmelia Rosselli al MACRO — “Un canto nel suo spazio”bigliettieventi Roma 2026MostreRoma

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Data Evento29 Aprile 2026 10:00 — 30 Agosto 2026
IndirizzoVia Nizza 138, 00198 Roma Roma Città
CategorieEventiMostre
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