PubblicaAccediRegistratiIl mio viaggio

Poggio Mirteto (RI)

Poggio Mirteto si trova in provincia di Rieti, a 250 metri di quota sul crinale che separa la valle del Tevere dalle prime colline della Sabina, e il suo centro storico gravita su piazza Martiri della Libertà, 02047 Poggio Mirteto (RI). Da Roma sono circa 55-65 chilometri a seconda del percorso: in automobile si prende l'autostrada A1 Milano-Napoli, si esce a Fiano Romano e si prosegue sulla SS 313 Ternana fino a Poggio Mirteto Scalo, da cui la strada provinciale sale al paese in una decina di minuti; in alternativa la via Tiberina (SP 15/a) da Prima Porta, più lenta e più bella. In treno si usa la linea regionale FL1 Orte-Fiumicino Aeroporto, con partenze da Roma Tiburtina, Ostiense e Trastevere e fermata a Poggio Mirteto, che però si trova allo Scalo, nella frazione di fondovalle, a circa 8 chilometri dal centro storico: da lì si sale con gli autobus urbani del Comune o con una corsa di taxi, e nei festivi conviene verificare gli orari prima di partire. Gli autobus Cotral collegano il paese con Rieti e con la stazione (orari su cotralspa.it). Le vie del centro storico sono strette e in parte a traffico limitato: si parcheggia lungo la circonvallazione e nelle aree di sosta attorno alla piazza, poi si prosegue a piedi. La visita del paese non costa nulla: le chiese sono a ingresso libero negli orari di apertura, la cattedrale segue gli orari delle messe (feriali alle 7:30 e alle 17:30 in inverno, 19:00 in estate; festivi alle 8:00, 10:00, 11:30 e la messa vespertina) pubblicati dalla parrocchia su smassunta.it; la chiesa di San Paolo apre in occasioni e visite guidate concordate con la parrocchia. Per il centro storico bastano due o tre ore; con San Paolo, la frazione di Castel San Pietro e una sosta allo Scalo si riempie una giornata intera, che si completa con l'abbazia di Farfa a un quarto d'ora d'auto.

Prepara la tua visita a Roma
Biglietti, hotel, transfer e trasporti: prenota il meglio per il tuo viaggio.
🏨Hotel a RomaLe migliori offerteCerca →Expedia
🚗Noleggio autoPer gite fuori RomaNoleggia →DiscoverCars
🚕Transfer aeroportoDa/per Fiumicino e CiampinoPrenota →GetTransfer
🚄Treni per RomaAlta velocitàOrari →Omio
✈️VoliVoli low cost per RomaCerca →Kiwi.com
🎟️Biglietti attrazioniColosseo, Vaticani, salta-filaPrenota →GetYourGuide
🧭Tour & esperienzeVisite guidate e attività a RomaScopri →Viator
🍝Food TourMangia come un romano: trapizzino, carbonaraPrenota →Viator
🛺Golf Cart TourRoma in golf cart, centro senza faticaPrenota →Viator
🎫Roma City PassMusei e trasporti in un passScopri →GetYourGuide
🚌Bus low costArriva in pullmanCerca →Omio
🛵Tour in VespaGiro di Roma in Vespa o ApeScopri →Viator
⛴️TraghettiSardegna, Sicilia, SpagnaPrenota →Tirrenia
🛡️Assicurazione viaggioCopertura medica, bagaglio e imprevistiAssicurati →Insubuy
🚢CrociereOfferte MSC e crociere last minuteScopri →
🎟️Biglietti eventiConcerti, spettacoli e sport a RomaCerca →Iltuoticket
🍫Cioccolato VenchiGelato e cioccolato italianoAssaggia →
Alcuni link sono affiliati: prenotando tramite questi link sostieni EstateRomana, senza costi aggiuntivi per te.

Poggio Mirteto è la porta della Bassa Sabina e la base più comoda per esplorarla: il punto di partenza è la pagina dedicata a Rieti e alla sua provincia, mentre il quadro complessivo delle gite da Roma è nella sezione delle attrazioni turistiche del Lazio.

Perché Poggio Mirteto non è un borgo come gli altri

Ci sono paesi che si raccontano da soli e paesi che vanno interrogati. Poggio Mirteto appartiene alla seconda categoria. Non ha la piazzetta con il pozzo e i gerani studiata per l'obiettivo, non ha il monumento che organizza la visita al posto tuo. Ha invece la fisionomia inconfondibile dei centri che sono stati importanti prima di diventare tranquilli: palazzi con portali sovradimensionati, una piazza pensata per contenere folle, un palazzo vescovile, una cattedrale, un ex tribunale, un teatro di memoria, una biblioteca comunale intitolata a Peppino Impastato nell'antico palazzo della Pretura. Con i suoi circa seimila abitanti è una cittadina vera, con il mercato, le scuole superiori di mezzo comprensorio, le banche, i bar dove la mattina si discute di politica e di raccolto. Proprio questo la rende utile a chi viaggia: in Sabina i borghi minuscoli sono bellissimi e chiusi alle otto di sera d'inverno; Poggio Mirteto no.

La prima volta ci si arriva quasi per caso, con in mente l'abbazia di Farfa, che è la calamita di tutta la zona, e Poggio Mirteto è soltanto un nome sul cartello. Poi si vede la mole del centro storico contro il cielo, si parcheggia, si sale a piedi e la giornata cambia programma. Da allora, per me, questa è la chiave per entrare nella Bassa Sabina: il punto da cui la geografia di tutto il territorio diventa comprensibile. La risposta breve a chi mi chiede se vale la pena è sì, a patto di sapere che cosa si cerca. La risposta lunga è tutto il resto di questa pagina.

Come arrivare a Poggio Mirteto (RI) e come muoversi

Poggio Mirteto in automobile

Chi viaggia in automobile ha la vita facile. Dall'A1 si esce a Fiano Romano e si imbocca la SS 313 Ternana, la strada che risale la valle verso nord-est e che rappresenta la spina dorsale della viabilità sabina: collega Passo Corese a Terni passando sotto il paese, all'altezza dello Scalo. È un percorso lineare, ben segnalato, senza tornanti fino all'ultimo tratto, quando si lascia il fondovalle e si sale verso il colle. Dall'uscita autostradale al centro storico si contano venti minuti abbondanti in condizioni normali; io ne calcolo sempre trenta, perché la statale attraversa centri abitati e nelle ore di punta il traffico locale rallenta parecchio. Da Rieti si arriva invece con la SP 46 via Tancia, che scavalca i Monti Sabini passando sotto il monte Tancia: più lunga, ma è una delle strade panoramiche più belle della provincia. Dalla via Salaria si stacca la SP 42 Mirtense. Chi scende da Terni percorre la Ternana in direzione opposta e può agganciare la Sabina all'altezza di Ponzano-Nazzano, entrando dalla riserva naturale Tevere-Farfa: un modo di arrivare che vale già mezza gita.

Poggio Mirteto in treno con la FL1

Il treno merita un discorso a parte, perché è il vantaggio competitivo di Poggio Mirteto su quasi tutti gli altri paesi dell'entroterra laziale. La linea regionale FL1, quella che collega Orte a Fiumicino Aeroporto attraversando Roma da Tiburtina a Ostiense e Trastevere, ferma a Poggio Mirteto con un servizio cadenzato che nei feriali è frequente. Significa che qui si può arrivare senza automobile. C'è però un dettaglio che va spiegato bene, perché è la fonte di equivoci più comune: la stazione si trova allo Scalo, cioè nella frazione di fondovalle nata attorno alla ferrovia, e tra la stazione e il paese alto ci sono circa otto chilometri e un dislivello considerevole. Non è una distanza che si copre a piedi, soprattutto d'estate. Il Comune gestisce alcune linee urbane che collegano centro, frazioni e stazione, pensate soprattutto per pendolari e studenti: funzionano bene nei feriali e si diradano la domenica. La regola d'oro è verificare gli orari sul sito del Comune il giorno stesso, oppure chiedere al bar della stazione, dove di solito sanno tutto meglio di qualsiasi sito.

Il mio suggerimento, per chi arriva in treno, è di considerare lo Scalo non come un ostacolo ma come parte della visita. La frazione è un pezzo di Novecento italiano ben conservato: nata attorno ai binari della Roma-Orte inaugurata nel 1865, cresciuta con il commercio e la piccola industria, racconta la seconda vita di questo territorio, quella che comincia quando il treno arriva e i paesi di collina smettono di essere isole. Mezz'ora per attraversarla a piedi prima di salire non è tempo perso.

Parcheggio, tempi di visita e stagioni a Poggio Mirteto

Sul parcheggio, una raccomandazione che vale oro. Il centro storico ha strade strette, curve cieche e passaggi in cui due auto non si incrociano; il nucleo medievale oltre Porta Farnese è pedonale di fatto. Non tentare l'ingresso: si lascia l'auto lungo la circonvallazione e nelle aree di sosta attorno a piazza Martiri della Libertà, e da lì il paese si gira benissimo a piedi. È piccolo, è compatto, e camminarlo è l'unico modo per capirlo. Chi ha difficoltà motorie deve sapere che l'abitato è in pendenza, con selciato irregolare in diversi tratti: non è impraticabile, ma richiede calma e scarpe adatte.

Sui tempi, la mia stima onesta. Il centro storico in senso stretto si percorre in un paio d'ore camminando con attenzione, entrando in cattedrale, salendo al Poggio Vecchio, affacciandosi dalla Porta di Sotto. Una mezza giornata copre il paese con agio, compresa la chiesa di San Paolo se è aperta. Una giornata intera permette di aggiungere Castel San Pietro e l'abbazia di Farfa, che a pochi chilometri è praticamente obbligatoria per capire la storia di questo territorio, o la vicina Fara in Sabina, che del sistema farfense era il caposaldo di collina. Chi ha due giorni costruisce un anello con Casperia, con il suo dedalo di vicoli, e Roccantica, appoggiata contro la montagna.

Il periodo migliore dipende da che cosa si cerca. La primavera è la stagione dei colori: gli oliveti si risvegliano, le ginestre esplodono lungo le scarpate, l'aria è tersa e dal bordo del paese si vede lontanissimo. L'autunno è la stagione della sostanza: si raccolgono le olive, i frantoi lavorano, e chi ama il cibo trova qui il momento in cui la Sabina dà il meglio di sé. L'estate è calda ma non torrida come in pianura, perché quota e ventilazione aiutano, e le sere sono piacevoli; a luglio, quando si tiene, la rassegna del grande cinema italiano al parco di San Paolo è un motivo in più. L'inverno è la stagione più autentica e meno frequentata, ed è anche quella del Carnevalone: fa freddo, il paese si chiude un po' su se stesso, poi in una domenica di Quaresima esplode.

I servizi di Poggio Mirteto, capoluogo della Bassa Sabina

Un'ultima nota pratica. Poggio Mirteto non è un borgo di duecento anime: è un centro con funzioni amministrative e commerciali reali, sede dell'Unione dei Comuni della Bassa Sabina e, fino alla soppressione decisa con i decreti legislativi 155 e 156 del 7 settembre 2012, di una sezione di tribunale. Qui si trovano farmacie, banche, uffici postali, supermercati, bar e ristoranti aperti anche fuori stagione, un polo scolastico con licei e istituti tecnici che raccoglie studenti da tutta la valle. È una differenza enorme rispetto ai paesi residuali dell'entroterra. Chi usa Poggio Mirteto come base per esplorare la Sabina fa un ragionamento intelligente, perché ha alle spalle un paese che funziona. Per chi progetta un soggiorno più lungo con una logica regionale, la guida in inglese al Lazio di ItalyPlanner offre il quadro d'insieme, mentre chi preferisce affidarsi a un professionista per una giornata fra i borghi trova su TourLeaderPro il servizio di accompagnamento turistico con tour leader che sanno far quadrare tempi e spostamenti reali.

Chiudo il capitolo pratico con l'avvertenza che ripeto a tutti: Poggio Mirteto va visitata di giorno feriale se si vuole vederla viva, e la mattina se si vuole vedere il mercato settimanale, il cui giorno va controllato sul sito del Comune. La domenica il centro rallenta, molte attività chiudono, resta la bellezza dell'architettura ma si perde il rumore della comunità. Che poi è la cosa per cui, secondo me, vale davvero la pena di venire qui.

Poggio Mirteto
Poggio Mirteto

Prima di Poggio Mirteto: Sabini, ville romane e i Bagni di Lucilla

Per capire Poggio Mirteto bisogna partire da un'immagine geografica, non da una data. Immagina il Tevere che scende da nord verso Roma, largo e lento, e alla sua destra un sistema di colline che si alza progressivamente fino a diventare i Monti Sabini veri e propri, con il Tancia a chiudere l'orizzonte. Su questa fascia intermedia corre una linea di crinale abitata da sempre, perché è il punto in cui si è al sicuro dalle piene e dalla malaria del fondovalle e si resta abbastanza in basso per coltivare. Poggio Mirteto occupa esattamente quella linea, alle falde del monte San Cosimo, con il fiume a quattro chilometri, e la sua intera storia è la conseguenza di questa posizione.

La Sabina è un nome antichissimo. I Sabini furono uno dei popoli italici con cui Roma si scontrò e si fuse nei primi secoli della sua esistenza, e il ratto delle Sabine, al di là della leggenda, racconta un processo reale: l'assorbimento di una popolazione confinante attraverso la parentela e il conflitto insieme. In età romana queste colline furono tra le prime a essere integrate e coperte di ville. Nel territorio di Poggio Mirteto le tracce sono numerose e furono censite già nel 1885 dal professor Ercole Nardi, un erudito locale che incontreremo di nuovo: ruderi di terme sul fosso di Volpignano, ruderi alle Prata nelle Ferrare e a Monte Vascello, e soprattutto due ville nella zona di San Valentino. Una è detta dei Casoni e la tradizione la attribuisce a Marco Terenzio Varrone, il grande erudito reatino; l'altra è conosciuta come villa dei Bagni di Lucilla e risale al primo secolo. Le attribuzioni ai personaggi sono ipotesi ottocentesche, non documenti: quello che è certo è la densità dell'insediamento, tipica della Sabina tiberina dove i senatori romani avevano le loro tenute. Nel 1801 da queste campagne uscì un mosaico con Diana Efesina che oggi si trova nel Museo Chiaramonti dei Musei Vaticani: è il pezzo più prestigioso mai rinvenuto qui, ed è a Roma, come quasi sempre accade ai reperti di provincia.

Ci sono poi le Castellacce di Montorso, che la tradizione locale identifica con un antico approdo sul Tevere, e i ruderi della selva Marcigliana, dove si ricorda un combattimento fra tarda antichità e alto medioevo. Sono luoghi per camminatori e per appassionati, senza pannelli né percorsi attrezzati: chi vuole vederli chiede in paese, perché la cartografia turistica non li segna. Il fiume, intanto, resta a portata di mano: il territorio comunale confina con la riserva naturale di Nazzano, Tevere-Farfa, il primo parco fluviale del Lazio, dove il Tevere si allarga in un lago artificiale pieno di aironi. È l'antico fondovalle malsano che l'incastellamento medievale aveva abbandonato, tornato oggi paesaggio da proteggere.

Il crinale, Farfa e la nascita di Poggio Mirteto

Il salto decisivo avviene nel Medioevo, ed è un salto che ha un nome preciso: Farfa. L'abbazia imperiale di Santa Maria, fondata in età longobarda e cresciuta fino a diventare uno dei poteri monastici più ricchi d'Europa, controllava un territorio che andava molto oltre i confini della Sabina. Poggio Mirteto nasce dentro questo sistema, e nasce tardi rispetto ai castelli vicini: nella prima metà del Duecento, quando gli abitanti dei castelli di Volpignano, Marcigliana, Montorso e San Valentino, sparsi e difficili da difendere, si riunirono su questo poggio per ragioni di sicurezza. È un caso da manuale di incastellamento di seconda generazione: non un villaggio che si fortifica, ma quattro comunità che si fondono in una nuova. Il nome, Podium Myrtetum, il poggio dei mirti, descrive la vegetazione che copriva il colle prima che l'olivo lo conquistasse; è un toponimo concreto, come quasi tutti quelli sabini, dove ai luoghi si dà il nome per dire che cosa c'è. Ancora oggi, lungo i sentieri che scendono verso il fondovalle, si incontrano macchie di mirto e di lentisco negli angoli non coltivati, memoria vegetale del paesaggio precedente, e il mirto è finito nello stemma comunale a circondare la torre rossa su tre monti.

Il monumento che documenta questa fase è il Palazzo Abbaziale, costruito fra il 1285 e il 1300, con la severità delle architetture civili duecentesche: era la sede da cui l'abate di Farfa amministrava il nuovo castello. Essere terra abbaziale significava avere protezione ma anche pagare decime, censi e corvées, e soprattutto non avere autonomia giurisdizionale. Per una comunità che cresceva e che grazie alla posizione stava diventando un nodo commerciale, questa condizione divenne progressivamente insopportabile, e la spinta all'emancipazione è la chiave psicologica per capire il carattere di questo posto ancora oggi. Poggio Mirteto restò possedimento farfense fino al Cinquecento, quando l'abbazia passò in commenda ai Farnese e con essa il paese: è il momento in cui il centro si dota della sua porta monumentale, aperta nel 1576, e della Torre dell'Orologio. Seguirono altre famiglie e poi il governo diretto dello Stato della Chiesa, con un ruolo crescente di capoluogo della Bassa Sabina: qui si veniva a vendere e comprare, dal notaio e dal medico, a scuola, a sbrigare ciò che nel proprio paese non si poteva sbrigare.

L'Ottocento è il secolo dei riconoscimenti. Nel 1837 Gregorio XVI concede a Poggio Mirteto il titolo di città; nel 1841 il paese diventa sede di diocesi, con la chiesa dell'Assunta elevata a cattedrale e il primo vescovo, Nicola Crispigni, insediato solennemente nel 1842. La diocesi durerà fino al 1925, quando verrà unita alla sede suburbicaria di Sabina: da allora il titolo ufficiale è Sabina-Poggio Mirteto e il vescovo titolare è un cardinale, il che fa di questa cittadina di collina, sulla carta, una delle sette sedi cardinalizie storiche attorno a Roma. Pochi lo sanno, e ancora meno sanno che nel 1993 Giovanni Paolo II venne qui in visita alla sua cattedrale. Un paese cresciuto all'ombra di un'abbazia e sotto il governo pontificio produce, quando arriva il momento, la rivolta del 1861 e un carnevale anticlericale: la logica, a pensarci, è coerente. Chi ha passato secoli a rivendicare autonomia dal potere feudale ecclesiastico ha una predisposizione culturale a rivendicarla anche dal potere temporale.

Una curiosità su Poggio Mirteto (RI)

Se dovessi riassumere in una frase perché Poggio Mirteto mi interessa più di tanti borghi più fotogenici, direi questo: è un paese che si è preso la libertà con le proprie mani e non ha mai smesso di ricordarselo. Ma la curiosità che racconto per prima non è una battaglia: è una fabbrica. Pochi passi sotto la piazza principale, scendendo per via San Paolo, si arriva a piazza della Vetreria, dove una ciminiera in mattoni svetta ancora fra le case. È quello che resta della vetreria di Poggio Mirteto, l'opificio di cristalli fondato nel 1826 dalla famiglia Faiella e considerato la prima fabbrica italiana di lastre di vetro, il primo stabilimento di carattere industriale sorto nello Stato della Chiesa fuori Roma. Giuseppe Marocco, che nel 1833 pubblicava la sua descrizione dei Monumenti dello Stato Pontificio, scriveva che l'opificio di cristalli suscitava l'ammirazione dei colti stranieri e degli artisti: in un paese di olivi e pecore, a due giornate di carro da Roma, si soffiava vetro e si laminavano lastre.

La cosa che nessuno collega è che quella fabbrica spiega il resto della storia. Una vetreria vuol dire operai, e operai concentrati vuol dire una classe sociale che non esisteva negli altri castelli sabini, fatti di contadini e di canonici. Furono proprio gli operai delle vetrerie, il 27 febbraio 1861, a chiedere in delegazione al commissario Gioacchino Napoleone Pepoli l'annessione di Poggio Mirteto al nascente Regno d'Italia, tre giorni dopo la rivolta che aveva cacciato le autorità pontificie. Il Carnevalone Liberato, la festa più anomala del Lazio, ha le sue radici in quel fumo di ciminiera. Oggi la vetreria non c'è più, gli edifici superstiti ospitano ristoranti e bar, e la piazza è uno dei posti più piacevoli dove sedersi la sera; ma se si guarda la ciminiera sapendo che cosa ha significato, il paese cambia faccia. Chi vuole approfondire trova il volume di Valeria Bacci, La fabbrica dei cristalli, pubblicato nel 2010, che ha ricostruito la vicenda sui documenti.

La seconda curiosità è una meridiana. Sul civico 63 di piazza Martiri della Libertà c'è un orologio solare con la scritta NARDI POSUIT, che Ercole Nardi installò nel 1889: lo stesso professore che quattro anni prima aveva censito le ville romane del territorio. Un maestro di paese che misura il tempo con il sole e cataloga le rovine dei senatori: è un'immagine dell'Italia umbertina che vale un capitolo di storia sociale. Quando la vedete, controllate l'ora sul telefono. In genere Nardi ha ragione.

La visita di Poggio Mirteto luogo per luogo

Il centro storico è fatto di due parti che si tengono per mano. In alto e più a monte c'è il Poggio Vecchio, il nucleo medievale chiuso dalle mura trecentesche e dalla Porta Farnese; sotto, in leggera discesa, la città moderna nata attorno a piazza Martiri della Libertà, che dal Seicento in poi ha spostato il baricentro del paese verso valle. Si visita in questo ordine: prima la piazza e le sue chiese, poi la porta, poi il nucleo antico fino alla Porta di Sotto, infine si scende a San Paolo e alla vetreria. Le due chiese periferiche, la Misericordia e San Valentino, e la frazione di Castel San Pietro richiedono l'automobile.

Piazza Martiri della Libertà, il salotto di Poggio Mirteto

La piazza è il centro sociale e commerciale del paese, e la sua forma racconta un progetto. Le fondamenta risalgono al 1610, quando la comunità decise di darsi uno spazio pubblico fuori dalle mura, sul terreno che scende verso il rio Sole: da allora gli edifici si sono alzati, è stato costruito un muro di sostegno verso il rio e nel 1893 il piano stradale fu livellato per ottenere la spianata attuale. È sovradimensionata rispetto a un paese di collina, e questo è il punto: le comunità che emergono costruiscono sopra le proprie misure. Vi si affacciano la cattedrale e la chiesa di San Rocco, il palazzo comunale, i caffè. Al centro, il monumento ai caduti inaugurato il 9 agosto 1926 su progetto dell'architetto Balestrieri. Sulle facciate, una collezione di lapidi che conviene leggere una per una: quelle ai caduti risorgimentali e della Seconda guerra mondiale, quella del 10 giugno 1984 che ricorda i civili uccisi dal cannoneggiamento tedesco quarant'anni prima, e al civico 34 la targa che ricorda l'ospitalità data ad Anita Garibaldi, incinta, nella casa di una famiglia del paese, quando nel luglio 1849 la colonna garibaldina in ritirata da Roma si accampò qui.

C'è poi un dettaglio macabro che nessuna guida stampa. Nel punto in cui oggi c'è l'edicola dei giornali si eseguivano le condanne capitali dello Stato Pontificio, e l'ultima esecuzione, nel 1844, fu condotta da Giovanni Battista Bugatti, Mastro Titta, il celebre boia di Roma che teneva un registro delle proprie giustizie. Che la piazza della libertà sia nata sul patibolo è una di quelle ironie che la storia di questo paese produce con regolarità. La mia opinione: la piazza è il posto in cui fermarsi per primo e per ultimo, la mattina per il mercato e la sera per l'aperitivo, perché è qui che si capisce se un paese è vivo. Poggio Mirteto lo è.

La Cattedrale di Santa Maria Assunta di Poggio Mirteto

La cattedrale chiude la piazza con una facciata in cotto, sobria e larga, che non cerca l'effetto. Il cantiere fu lungo: le fonti collocano l'inizio dei lavori attorno alla metà del Seicento, la benedizione nel 1684, l'apertura al culto nel 1721 e la consacrazione il 3 ottobre 1779 da parte di monsignor Contessini; il progetto viene attribuito a Martino Longhi il Giovane, l'architetto romano dei Santi Vincenzo e Anastasio a Fontana di Trevi, morto nel 1660. L'attribuzione è tradizionale e va presa come tale, ma le proporzioni dell'interno, a tre navate, con quel barocco romano tenuto a freno dai mezzi di una comunità di provincia, sono coerenti con l'ambiente longhiano. Era una chiesa che non doveva esistere: in un territorio dominato da Farfa, dotarsi di una chiesa madre importante significava sottrarre alla dipendenza abbaziale battesimi, matrimoni, funerali, confraternite, cioè l'intera trama sociale della comunità. Nel 1841, con l'istituzione della diocesi, diventò cattedrale, e cattedrale è rimasta anche dopo l'unione con la Sabina nel 1925.

Dentro si guardano le tele seicentesche: una Madonna in trono con il Bambino, un Transito di San Giuseppe, un Battesimo di Cristo. Nessuna è un capolavoro da manuale, tutte guardano a Roma e appartengono alla stagione in cui i vescovi e i canonici di provincia commissionavano a Roma quello che potevano permettersi. La luce è quella tipica delle chiese di collina: entra da poche aperture, taglia lo spazio in fasce e cambia radicalmente con l'ora. Al mattino l'interno è chiaro e quasi didattico; nel tardo pomeriggio si fa profondo, le navate laterali si scuriscono, gli altari emergono. Se potete scegliere, scegliete il pomeriggio. E non fermatevi alla navata centrale: nelle chiese come questa il materiale storico più ricco è ai lati, nelle cappelle di patronato, nelle lapidi, negli stemmi, nelle iscrizioni che ricordano donazioni e legati. Sono documenti a cielo aperto: dicono quali famiglie contavano e per che cosa volevano essere ricordate. La cattedrale apre negli orari delle funzioni, che la parrocchia pubblica su smassunta.it; fuori da quegli orari si chiede in sacrestia o si torna più tardi, come sempre nei centri minori.

La chiesa di San Rocco

Sull'altro lato della piazza, San Rocco è la chiesa della confraternita e della peste, come in tutta l'Italia centrale: il santo pellegrino guariva dal contagio e ogni comunità gli dedicava un oratorio alle porte dell'abitato. L'edificio attuale, dalle linee baroccheggianti, fu ultimato nel 1779, lo stesso anno della consacrazione della cattedrale: due cantieri che si chiudono insieme dicono che negli anni Settanta del Settecento Poggio Mirteto aveva denaro e fiducia. È una chiesa piccola, spesso chiusa, e vale soprattutto per la facciata che dialoga con quella della cattedrale attraverso la piazza. Vederle insieme, al tramonto, spiega il Settecento sabino meglio di una lezione.

Porta Farnese, la soglia di Poggio Mirteto

Dalla piazza si sale di pochi metri e ci si trova davanti alla Porta Farnese, l'accesso monumentale al nucleo medievale e, senza esagerazione, uno degli elementi architettonici più eloquenti della Sabina. Fu aperta nel 1576, in forme rinascimentali poi arricchite in età barocca, negli anni in cui l'abbazia di Farfa e le sue terre erano in commenda ai Farnese: il nome dice chi comandava. La casata che dal Cinquecento ha lasciato tracce dal Ducato di Castro a Caprarola e alle committenze romane volle che chi entrava a Poggio Mirteto capisse a quale sistema apparteneva. Una porta intitolata a una famiglia è un atto di comunicazione: dice chi ti protegge. Quello che colpisce è la sproporzione, ambiziosa per un centro di queste dimensioni, ed è esattamente il punto: chi passava di qui, mercante o pellegrino o funzionario, capiva di entrare nel centro ordinatore di un comprensorio, non in un villaggio.

Il mio consiglio è di attraversarla due volte. La prima entrando, di giorno, per vedere la struttura, i materiali, il modo in cui la muratura si innesta nelle case addossate alle mura trecentesche. La seconda uscendo, verso il tramonto, quando la luce radente mette in evidenza ogni irregolarità della pietra e la porta smette di essere un monumento per tornare quello che è sempre stata: la soglia tra il dentro e il fuori, fra la comunità e la campagna, fra la sicurezza e il rischio. Attorno alla porta si legge ancora bene la logica difensiva: le case sulle mura, i vicoli che si stringono, la scarsità di aperture nei livelli inferiori. Chi ha occhio per queste cose troverà qui una lezione di urbanistica più chiara che in tanti borghi restaurati con eccessivo zelo. Oggi la porta segna il confine fra la città nuova, che è cresciuta verso la piazza, e il Poggio Vecchio.

Il Poggio Vecchio: Torre dell'Orologio, Sala Farnese, San Giovanni e il Palazzo Vescovile

Oltre la porta il tessuto cambia: vicoli stretti, spesso gradonati, archi di controspinta, portali in pietra con date incise. Il primo edificio che si incontra è la Torre dell'Orologio, costruita a metà del Cinquecento nello stesso programma farnesiano della porta: nella cella campanaria custodisce le campane che provenivano dalla chiesa di San Paolo, una delle quali porta incisa la data 1290. Sono fra i bronzi datati più antichi della provincia, e il fatto che siano state spostate dalla chiesa vecchia alla torre civica racconta il passaggio del tempo pubblico dalla parrocchia al Comune. Poco oltre, l'ex chiesa della Santissima Trinità, un'aula quattrocentesca sconsacrata che oggi si chiama Sala Farnese e ospita mostre e convegni: è il luogo in cui il Comune riceve e in cui, nelle giornate di apertura, si vede l'interno di una chiesa sabina del Quattrocento senza gli altari barocchi che altrove lo hanno coperto.

La chiesa di San Giovanni Battista, detta anche di San Giovanni Decollato, è il monumento seicentesco del nucleo antico: la costruì l'architetto Angelo Savi, una figura locale di cui si sa poco, e la dedicazione al Battista decollato rimanda alle confraternite che assistevano i condannati a morte, un dettaglio che, dopo la storia del patibolo in piazza, non suona più come un caso. Di fronte, il Palazzo Vescovile, imponente per un paese, costruito e ampliato quando Poggio Mirteto divenne diocesi: un vescovo doveva avere una residenza degna, e i canonici una curia. Insieme al Palazzo Abbaziale duecentesco, sono i tre poteri che hanno governato il paese raccolti in poche decine di metri: l'abate, il Comune, il vescovo. Non conosco altro borgo del Lazio in cui la sequenza sia così leggibile.

La Porta di Sotto e il panorama sul Soratte

Il nucleo medievale termina sul lato opposto con la Porta di Sotto, l'altro accesso alle mura, dal quale si apre il panorama che giustifica da solo la salita: la valle del Tevere che si allarga verso ovest, la piana di Fiano e di Passo Corese, e in fondo, isolato come un'isola di roccia, il monte Soratte, la montagna di Orazio e del bunker di Kesselring. Nelle mattine limpide d'inverno si vede fino ai Monti Cornicolani e alle propaggini dei Lucretili; nelle mattine di nebbia il fondovalle scompare sotto una coltre bianca e i paesi di crinale emergono come isole. È esattamente la scena che ha determinato l'insediamento su queste alture: si viveva in alto perché in basso c'erano l'umidità, la nebbia e, storicamente, la malaria. Da qui, in autunno, si vedono anche le reti stese sotto gli olivi.

La chiesa di San Paolo, il capolavoro di Poggio Mirteto

Se a Poggio Mirteto c'è un luogo per cui vale la pena di organizzare la giornata, è la chiesa di San Paolo, fuori dal centro, in basso lungo la via omonima, accanto al parco pubblico che ne porta il nome. È la chiesa più antica del paese e per secoli fu la parrocchiale e la chiesa cimiteriale: nacque come semplice cappella rurale, divenne romitorio attorno all'anno Mille e fu ampliata nel Duecento nelle forme romanico-gotiche attuali, con una facciata semplicissima ornata soltanto dal portale in pietra locale e da un modesto rosone. Il campanile, a metà del fianco destro, ha due ordini di monofore e bifore ed è privo di campane: sono quelle finite nella Torre dell'Orologio, con la data 1290. L'interno è a navata unica, scandita da quattro archi a sesto acuto, ed è interamente affrescato con pitture che vanno dal Duecento al Cinquecento. Con l'apertura del nuovo cimitero nel 1888 la chiesa perse la sua funzione e cominciò un lungo declino; i restauri del 2007-2009 e la campagna del FAI che l'ha portata fra i Luoghi del Cuore le hanno ridato dignità.

Il pezzo forte è l'abside, affrescata nel 1521 e attribuita con buona probabilità ai fratelli Torresani, pittori veronesi attivi in Sabina nei primi decenni del Cinquecento (le fonti oscillano fra i due fratelli e il solo Lorenzo). In alto, Cristo incorona Maria in mezzo a un coro di angeli musicanti che suonano strumenti dell'epoca, riprodotti con una precisione che interessa gli storici della musica; in basso, la Conversione di San Paolo, con Saulo caduto da cavallo sulla via di Damasco. Sull'arco trionfale, restaurato nel 2007, il re Salomone e il profeta Isaia reggono cartigli latini che commentano l'incoronazione. Sulla parete sinistra si trova la scena più singolare della chiesa: il Cavaliere Coronato, un affresco quattrocentesco in cui un cavaliere con la corona medita davanti a un cadavere in decomposizione, accompagnato da un'iscrizione in volgare umbro-sabino, una delle rarissime testimonianze scritte di quella parlata; è una variante locale del tema dell'incontro dei vivi e dei morti, il memento mori che nell'Italia del Trecento e del Quattrocento seguiva le pestilenze. Accanto, una Deposizione nel sepolcro di gusto giottesco, anch'essa del Quattrocento. Le cappelle dell'Immacolata e della Vergine, le figure di santi e un'Annunciazione sono tornate leggibili con i restauri del 2008-2009, insieme alle tracce del movimento penitenziale dei Bianchi del 1399, la processione di flagellanti vestiti di bianco che attraversò l'Italia centrale in quell'anno di paura e lasciò dipinte le proprie immagini in decine di chiese fra Umbria e Sabina. Un medaglione ricorda infine il restauro fatto a spese della popolazione nel 1749.

La chiesa non ha orari turistici: la parrocchia della cattedrale, da cui dipende, la apre per le funzioni, per le visite guidate e nelle giornate del FAI. Chi ci tiene scrive o telefona alla parrocchia prima di partire, e mette in conto un secondo tentativo. Il mio giudizio è netto: San Paolo vale più della cattedrale, della porta e della piazza messe insieme. Se avete un'ora sola a Poggio Mirteto e la chiesa è aperta, passatela lì.

Poggio Mirteto
Poggio Mirteto

Piazza della Vetreria e la ciminiera

Scendendo da San Paolo, o dalla piazza principale per via San Paolo, si arriva in centocinquanta metri a piazza della Vetreria. Della fabbrica di cristalli del 1826 restano la ciminiera e alcuni edifici, riconvertiti in locali. È il posto giusto per l'aperitivo e per una riflessione: qui, in un paese dello Stato della Chiesa, per decenni si è fatta industria vera, con fornaci, operai, un mercato che arrivava a Roma. Quando la fabbrica chiuse, la classe operaia che aveva formato rimase, e fece la rivolta del 1861. Poche ciminiere in Italia hanno un curriculum politico simile.

Il Santuario della Madonna della Misericordia e il convento di San Valentino

Fuori dal paese, due luoghi di devozione completano il quadro religioso. Il santuario della Madonna della Misericordia è settecentesco e resta la meta delle processioni cittadine; la parrocchia vi celebra messa nel pomeriggio, e quello è il momento in cui trovarlo aperto. Il convento di San Valentino, nella campagna omonima verso il Tevere, risale al Trecento e sorge nell'area in cui il professor Nardi individuò le due ville romane, quella attribuita a Varrone e i Bagni di Lucilla: i frati costruirono, come spesso accade, sopra i senatori. Anche qui la messa domenicale è l'occasione per entrare. Sul colle di San Cosimo, che domina il paese, la chiesa omonima è invece in abbandono e si vede da fuori: è un rudere con vista, e in primavera la passeggiata per raggiungerla è una delle più belle del territorio.

Il Museo Arti e Mestieri di Poggio Mirteto

Il paese ha anche un museo etnografico, il Museo Arti e Mestieri, una mostra permanente con più di mille oggetti del lavoro tradizionale e della vita quotidiana sabina: attrezzi da frantoio e da vigna, telai, utensili dei mestieri che i ruderi di officine, mulini e fornaci sparsi per il territorio raccontano in negativo. Apre nei fine settimana e nei festivi; conviene verificare gli orari sul sito del Comune prima di contarci. Per chi viene con i bambini è la tappa che tiene insieme le pietre e le persone.

Castel San Pietro, l'isola di Poggio Mirteto

La frazione di Castel San Pietro è una curiosità amministrativa e un piccolo capolavoro di paesaggio. È un'isola: il suo territorio è circondato dai comuni di Salisano e Montopoli di Sabina e non tocca il resto di Poggio Mirteto, a cui appartiene per vicende feudali. Il borgo sorge, secondo la tradizione, sui resti di una villa romana attribuita a Diocleziano; nel 1449 la Camera Apostolica lo vendette agli Orsini, seguirono vari passaggi fino al 1706, quando Clemente XI ne autorizzò la cessione ad altri proprietari. Il castello, documentato dagli inizi dell'XI secolo e noto come Castello Pinci dal nome dell'ultima famiglia, ha forme cinquecentesche con rimaneggiamenti di ogni epoca ed è stato restaurato di recente: si visita su appuntamento. Attorno, in Piazza Grande, il parco con un tasso monumentale a cui si attribuiscono cinquecento anni, la chiesa di San Pietro con una pala d'altare fra Seicento e Settecento, la Porta Romana del Duecento-Trecento e, nella campagna, la chiesa rurale di San Sebastiano dell'XI secolo. Il borgo è sempre accessibile, e il colpo d'occhio sulla valle, dal piazzale, è il più bello di tutto il comune.

Poggio Mirteto Scalo, l'altro paese

Infine lo Scalo, la frazione lungo il Tevere nata attorno alla stazione della Roma-Orte. Ha una chiesa moderna dedicata alla Sacra Famiglia, negozi, scuole, la zona industriale di Capacqua, e una popolazione ormai paragonabile a quella del centro. Ha anche una storia che pochi conoscono: il 19 settembre 1943, nella sua stazione, i partigiani Redento Masci, Eugenio Meneghini e Giorgio Labò sabotarono due treni merci tedeschi e il treno privato di Mussolini fermi sui binari; una fotografia scattata quel giorno da Torrita Tiberina mostra la colonna di fumo che si alzava dalla valle. Labò era l'artificiere della polveriera clandestina di via Giulia, a Roma. Vale una sosta, prima di risalire.

Una cosa che non ti dice nessuno su Poggio Mirteto (RI)

Arriviamo alla parte che scrivo più volentieri, quella in cui metto le cose che nelle presentazioni ufficiali non compaiono mai. Non perché siano segrete, ma perché sono scomode, o poco lusinghiere, o troppo poco spettacolari per un depliant. Sono però le informazioni che avrei voluto avere la prima volta, e che avrebbero cambiato il modo in cui ho impostato la visita.

Poggio Mirteto è due paesi, e devi decidere quale stai visitando

Esistono due Poggio Mirteto, separati da otto chilometri e da centocinquant'anni, con identità che si sono divaricate. C'è il paese storico sul crinale, con la Porta Farnese, la cattedrale, i vicoli, la piazza. E c'è Poggio Mirteto Scalo, lungo il Tevere, nato attorno alla stazione della ferrovia Roma-Orte inaugurata nel 1865 e cresciuto nel Novecento con una logica opposta. Non è un dettaglio topografico: è la struttura profonda di questo posto. Lo Scalo ha oggi una consistenza demografica ed economica notevole, ha commercio, servizi, una parrocchia, una zona industriale, una vita propria; molte persone che dicono di essere di Poggio Mirteto intendono lo Scalo. La duplicità è così marcata che chi arriva senza saperlo può passare un pomeriggio intero al fondovalle convinto di aver visitato il paese, e andarsene senza idea di che cosa si sia perso.

La ragione è la ferrovia, e la ferrovia a Poggio Mirteto ha una storia particolare, perché secondo la tradizione locale fu la ricompensa offerta al paese per la rivolta del 1861: il commissario Pepoli avrebbe fatto passare la linea più vicino all'abitato, e la popolazione avrebbe preferito un'altra ricompensa, il permesso di fare carnevale in Quaresima. Quando la linea arrivò, si creò per la prima volta un motivo per vivere in basso. Prima si viveva in alto per necessità difensiva e sanitaria; dopo si vive in basso per convenienza. È lo stesso processo che ha sdoppiato decine di paesi italiani in un nome storico e in una frazione detta Scalo, Stazione o Marina, con lo stesso risultato: il baricentro demografico scende, il centro storico conserva le funzioni simboliche e amministrative e perde abitanti. La conseguenza pratica è duplice. Se arrivi in treno, devi pianificare il trasferimento e non darlo per scontato. Se arrivi in auto e imposti il navigatore su Poggio Mirteto senza specificare, potresti trovarti allo Scalo: verifica la destinazione. La conseguenza culturale è più interessante: in pochi chilometri si passa da un tessuto medievale e moderno, denso, verticale, pensato per la difesa e la vita comunitaria, a un tessuto novecentesco orizzontale, disperso, organizzato attorno alla mobilità. Sono due modi opposti di abitare lo stesso territorio. Io consiglio di guardarli tutti e due, sapendo che raccontano due capitoli successivi della stessa storia.

Poggio Mirteto ha una storia di guerra che le guide saltano

La seconda cosa che nessuno dice è che questo paese sorridente ha pagato la Resistenza e la guerra più di quasi ogni altro centro del Lazio, e che le lapidi in piazza sono soltanto l'indice. Il 23 ottobre 1943 Mario Dottori, un giovane del paese, morì lungo la ferrovia nel torrente Galantina coprendo la ritirata di ventun compagni della brigata che trasportava tre casse di tritolo: fu la prima vittima della resistenza locale e gli è intitolata una piazza. Il 7 aprile 1944 il rastrellamento del monte Tancia, pianificato dal capo repubblichino di Rieti ed eseguito da un battaglione di polizia delle SS con l'appoggio della Guardia nazionale repubblicana, costò la vita a sei partigiani nella battaglia dell'Arcucciola, sopra Salisano, e la stessa sera a diciotto civili, donne e bambini compresi, nell'eccidio del Tancia a Monte San Giovanni. Il 9 aprile quattro persone arrestate a Poggio Mirteto durante il rastrellamento, fra cui il podestà Giuseppe De Vito, che collaborava con i partigiani, e un operaio di diciotto anni, furono fucilate alle Fosse Reatine. E il 10 giugno 1944, con gli Alleati ormai a Roma, i tedeschi in ritirata invitarono la popolazione affamata a prendere le derrate alimentari nel centro storico; quando la gente fu in trappola, un reparto appostato a Colle Pulcino, sopra Montopoli, cannoneggiò il paese uccidendo quindici persone, fra cui un bambino di nove anni e un ragazzo di quattordici. La lapide in piazza Martiri della Libertà porta i nomi. Dal 1980 una Maratona del Partigiano sale ogni anno dalla piazza fino all'Arcucciola, e l'ANPI locale, intitolata a Dottori, ha costruito un museo diffuso della Resistenza in Sabina. Chi viene qui per il carnevale dovrebbe sapere anche questo: l'anticlericalismo allegro della domenica di Quaresima e la memoria del giugno 1944 sono la stessa cultura civica.

L'olio non è un souvenir: è la cosa più seria che c'è a Poggio Mirteto

Nelle presentazioni turistiche l'olio Sabina DOP compare in un elenco che lo mette sullo stesso piano del formaggio, del miele e dei biscotti. La parificazione è fuorviante. In Sabina l'olio non è un prodotto: è il prodotto, l'attività che ha costruito il paesaggio, determinato la struttura della proprietà, scandito il calendario e fatto la ricchezza e la povertà delle famiglie per generazioni. La Sabina fu fra i primi territori italiani a ottenere la denominazione di origine protetta per l'olio extravergine, con il riconoscimento comunitario del Regolamento CE 1263 del 10 luglio 1996, e Poggio Mirteto rientra nella zona di produzione, che copre trentacinque comuni della provincia di Rieti e tredici della Città metropolitana di Roma. Il disciplinare fissa un'acidità massima di 0,6 grammi per cento grammi e descrive un olio giallo-verde con sfumature d'oro, fruttato, vellutato, con un amaro e un piccante netti negli oli freschissimi. Qui la cultivar storica è la Carboncella, pregiata e oggi in crisi; accanto ci sono Leccino, Frantoio, Raja e le altre varietà del disciplinare. Chi è abituato agli oli industriali trova questa aggressività sconcertante la prima volta e indispensabile dalla terza. Il momento giusto è l'autunno, da fine ottobre a dicembre: i frantoi lavorano a pieno regime e l'aria dei paesi ha quell'odore di sansa e di olio nuovo che è una delle esperienze sensoriali più forti dell'Italia rurale. Comprate dal produttore o dal frantoio, chiedete l'annata, non aspettatevi che costi poco: un extravergine raccolto a mano e molito entro poche ore ha un costo di produzione che non permette prezzi da supermercato. E ricordate che l'oliveto sabino è un paesaggio a rischio: gli alberi secolari richiedono manutenzione, la raccolta in pendenza è poco meccanizzabile, il ricambio generazionale è difficile. Ogni bottiglia comprata qui tiene in piedi un pezzo del panorama che siete venuti a fotografare.

La Sabina non è l'Umbria, e questa è la sua fortuna

Ultima cosa, e forse la più importante, perché riguarda le aspettative. Chi visita la Sabina spesso arriva con in testa l'Umbria: borghi perfetti, accoglienza diffusa, agriturismi, enoteche, segnaletica curata. La Sabina non è quello. L'offerta ricettiva è più rada, le informazioni sono meno organizzate, gli orari sono meno prevedibili, i luoghi non sono confezionati come esperienze. Un turista abituato agli standard umbri o toscani lo vive come una carenza; io lo vivo come una condizione diversa e per certi versi preferibile, ma bisogna sapere in che cosa si entra. Il vantaggio è che non c'è saturazione: non si fa la coda, non si paga il sovrapprezzo da destinazione famosa, in un giorno feriale spesso si è l'unico visitatore, le persone hanno tempo, le conversazioni sono vere. Lo svantaggio è che si deve lavorare di più: verificare, telefonare, mettere in conto che qualcosa sarà chiuso. Devi, in una parola, viaggiare invece che consumare. C'è poi un rischio speculare: la vicinanza a Roma, il pendolarismo e il lavoro da remoto stanno portando in Sabina persone che comprano casa e restano. È un fenomeno che contrasta lo spopolamento, ma rischia di trasformare i paesi in quartieri dormitorio. Poggio Mirteto, con la sua storia di autonomia e la sua struttura sociale robusta, ha probabilmente gli anticorpi per gestirlo meglio di altri. È una partita aperta, e si gioca ora.

Il consiglio che ti do per visitare Poggio Mirteto (RI)

Il consiglio principale è uno solo e lo metto subito: non trattare Poggio Mirteto come una tappa. La tentazione, per chi viaggia in Sabina, è considerarla la sosta funzionale sulla strada per Farfa, il posto dove si parcheggia, si prende un caffè e si riparte. È il modo sbagliato di usarla, e lo dico avendolo fatto io stesso la prima volta. Poggio Mirteto va usata come base. Ha la dimensione, i servizi e la posizione per funzionare da centro di gravità di una giornata o di un fine settimana in Sabina: da qui si raggiungono in tempi brevissimi quasi tutti i luoghi che meritano una visita, e la sera si torna in un posto con bar aperti, gente per strada e una vita propria.

Il secondo consiglio riguarda il ritmo. Questo è un paese senza un monumento-calamita capace di organizzare la visita al posto tuo, con l'eccezione di San Paolo, che è spesso chiusa. Il valore è nella somma dei dettagli e nella percezione dell'insieme, e questo richiede un modo di camminare diverso da quello delle città d'arte. Bisogna girare senza meta per almeno mezz'ora, lasciando che il paese si dichiari da solo, e solo dopo cercare le cose che si erano lette. Chi arriva con la lista in mano e la spunta in quaranta minuti se ne andrà convinto che non ci fosse niente da vedere, e avrà torto.

Terzo, molto pratico: venite di mattina e di giorno feriale. Poggio Mirteto è un paese funzionante, e le sue funzioni si esercitano negli orari in cui gli uffici sono aperti, i negozi lavorano e la gente circola. Il pomeriggio di un festivo il centro è bellissimo e vuoto, il che ha il suo fascino ma restituisce metà della verità. La mattina di un martedì qualunque si vede un organismo sociale in movimento, e questa è la cosa che qui non si trova facilmente altrove nel Lazio interno. Se cercate San Paolo, invece, scrivete prima alla parrocchia: un'ora di quella chiesa vale la giornata.

Quarto, sul cibo. La Sabina ha una cucina povera nel senso nobile: pochi ingredienti, molta tecnica, un rapporto stretto con la stagionalità. L'olio è protagonista assoluto e va assaggiato consapevolmente, sul pane, non usato come condimento distratto. I formaggi ovini hanno una tradizione antica quanto la pastorizia appenninica: il cacio magno, un pecorino morbido, porta un nome che la tradizione lega a Carlo Magno, il quale l'avrebbe assaggiato all'abbazia di Farfa; è una leggenda, ma il formaggio è vero. Le paste fatte a mano, i legumi, le carni da cortile, le verdure di campo raccolte quando è il loro momento, le ciambelle all'anice che si distribuiscono il 17 gennaio, per Sant'Antonio abate, alla benedizione degli animali: è un repertorio che premia chi si affida al gestore invece di ordinare quello che ordinerebbe a casa. La domanda giusta, entrando in una trattoria, non è che cosa avete di tipico, ma che cosa avete di fresco oggi.

Quinto, sulla combinazione delle tappe. Con una giornata intera, l'abbinamento più forte è Poggio Mirteto la mattina e l'abbazia di Farfa il pomeriggio. Il motivo è narrativo prima che logistico: si passa la mattina in un paese la cui identità si è costruita nella rivendicazione di autonomia da quell'abbazia, e nel pomeriggio si va a vedere l'abbazia. La visita acquista uno spessore che non avrebbe se le tappe fossero invertite. Il borgo di Farfa attorno al monastero, con la strada porticata e le botteghe, chiude la giornata; chi vuole la versione inglese trova la guida all'abbazia di Farfa di ItalyPlanner. Con due giornate aggiungo l'anello di Fara in Sabina per il belvedere, Toffia per la compattezza medievale e Castelnuovo di Farfa per il tema dell'olio affrontato in modo didattico. Con tre, si sale verso la montagna con Roccantica e Poggio Catino, o si scende a nord verso Montebuono e Torri in Sabina, e non si può ignorare Casperia, forse il borgo più fotografato della Sabina. Chi viaggia in gruppo, in azienda o con esigenze particolari fa prima a farsi costruire l'itinerario da chi lo fa di mestiere: le esperienze private su misura di TourLeaderPro partono da Roma e coprono anche la Sabina.

Sesto, sulle scarpe e sul passo. Il centro storico è in pendenza, il selciato è irregolare, alcuni vicoli sono gradonati. Non serve attrezzatura da trekking, ma le suole lisce sono una pessima idea dopo la pioggia. Chi ha problemi di deambulazione si gode la piazza e la zona attorno, che sono pianeggianti, e rinuncia ai vicoli del Poggio Vecchio senza perdere l'essenziale. Settimo, forse il più importante: parlate con qualcuno. Qui la gente risponde. Non c'è la diffidenza dei luoghi saturi né la performance di ospitalità dei borghi che vivono di turismo. Il barista, il commerciante, la persona seduta in piazza sono la fonte migliore per sapere quando c'è il mercato, dove si mangia bene, se la cattedrale è aperta. Ottavo, un invito mentale: guardate in alto e guardate lontano. In alto, perché le facciate conservano stemmi, architravi datati, finestre murate, tracce di rifacimenti che raccontano la storia edilizia meglio di un cartello. Lontano, perché il vero patrimonio di Poggio Mirteto, quello che nessun restauro può rovinare, è la vista sulla valle del Tevere con il Soratte in fondo e i Sabini alle spalle. Si guarda in silenzio per qualche minuto e resta in memoria molto più a lungo di un affresco.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Che Poggio Mirteto abbia fatto una rivolta nel 1861 lo sanno tutti in Sabina; che la rivolta sia cominciata per una decapitazione lo dicono in pochi, e ancora meno spiegano perché la data conta. Bisogna ricordare la geografia politica di quell'inverno. Nel settembre 1860 l'esercito piemontese aveva occupato l'Umbria e le Marche, e con l'Umbria la delegazione di Rieti: la Sabina alta era già Italia. Poggio Mirteto era rimasta pontificia, ultimo lembo dello Stato della Chiesa incastrato fra il Tevere e un confine nuovo che passava a pochi chilometri. In quella situazione, nelle prime settimane del 1861 (le fonti locali indicano il 24 gennaio, altre il 24 febbraio), l'esecuzione di un suddito del papa fece scoppiare una rivolta popolare: gli abitanti cacciarono le autorità pontificie e si autoproclamarono liberati, senza aspettare alcun esercito. Il 27 febbraio una delegazione di operai delle vetrerie chiese formalmente al marchese Gioacchino Napoleone Pepoli, commissario generale per l'Umbria, l'annessione al Regno d'Italia, che sarebbe stato proclamato il 17 marzo. È uno dei pochissimi casi in cui un paese dello Stato della Chiesa si è liberato da solo, prima e senza Garibaldi.

Il seguito è la parte che si racconta volentieri. Pepoli, riconoscente, avrebbe fatto passare la nuova ferrovia Pio Centrale, la Roma-Orte inaugurata nel 1865, più vicino al paese. La popolazione, secondo la tradizione, chiese in cambio un'altra cosa: l'autorizzazione a festeggiare il carnevale la prima domenica di Quaresima, cioè quando la Chiesa lo vieta. Il regalo della ferrovia arrivò lo stesso, e ha prodotto lo Scalo. Il permesso del carnevale ha prodotto il Carnevalone Liberato. Un fatto risaputo, quindi, ma con tre conseguenze che quasi nessuno mette in fila: un paese sdoppiato, una festa unica in Italia e un prefisso telefonico, lo 0765, che ancora oggi si chiama distretto di Poggio Mirteto e copre comuni di due province, ultima eco di quando qui c'erano la pretura, il tribunale e tutte le funzioni di un piccolo capoluogo. Il tribunale è stato soppresso nel 2012; il prefisso resiste.

Il Carnevalone Liberato di Poggio Mirteto

Arriviamo al pezzo forte, quello per cui secondo me vale la pena di scrivere una pagina intera su Poggio Mirteto. Il Carnevalone Liberato è una festa di piazza che non somiglia a nessun altro carnevale italiano, per una ragione precisa: non è una festa di maschere, è una festa politica travestita da carnevale, e si tiene la prima domenica di Quaresima, cioè in un tempo in cui il carnevale, canonicamente, non dovrebbe più esistere. È un carnevale fuori posto, e lo sforamento è esattamente il messaggio: la comunità continua a festeggiare quando l'autorità ecclesiastica ha deciso che è ora di smettere. Non c'è modo più elegante di dire che ci si è emancipati. L'aggettivo Liberato non è decorativo: rimanda alla liberazione del 1861 dallo Stato Pontificio, e la festa nacque con la richiesta della popolazione di celebrare ogni anno la propria autoliberazione.

La storia del Carnevalone Liberato: 1861, 1929, 1977

Per quasi settant'anni la festa si tenne con il suo carattere sacrilego e satirico, prendendo di mira la moda, i notabili e i fatti del paese e del Regno con maschere e pupazzi di cartapesta. Poi arrivò il fascismo: con la firma dei Patti Lateranensi del 1929 e la politica di alleanza con il Vaticano, il regime la soppresse, o meglio la riportò alle date canoniche prima della Quaresima, il che equivaleva a svuotarla di senso; le fonti locali collocano il trasferimento già nel 1926. La manifestazione decadde. Fu ripristinata nel 1977, nel clima di quegli anni, dal Circolo ARCI di Poggio Mirteto, che ancora oggi la organizza, e ha conservato per intero il suo carattere anticlericale: il simbolo è il tridente sulle bandiere rosse, il pranzo in piazza è a base di carne in aperta violazione del digiuno quaresimale, e ogni anno un manifesto satirico prende di mira un personaggio della politica nazionale. Nel 2007 Giorgia Meloni, allora vicepresidente della Camera, presentò un'interrogazione parlamentare contro la festa, finita nel nulla; nel 2024 il manifesto se la prese con lei. Il Carnevalone non fa sconti a nessuno, e questa coerenza è la sua forza.

Bammoccio, Pantasima e Processione dei Moccoletti

La giornata ha i suoi riti. Il Bammoccio è il grande pupazzo di cartapesta che raffigura il bersaglio dell'anno e viene portato in corteo per il paese fino a piazza Martiri della Libertà. La Pantasima è un fantoccio danzante, una figura femminile gigantesca mossa da un portatore che balla, presa in prestito dalle feste d'agosto della tradizione sabina. Alla fine, dopo la satira, i canti e il pranzo, entrambi vengono bruciati in piazza, e la giornata si chiude con la Processione dei Moccoletti, la parodia con le candele accese di una processione religiosa. Il pubblico arriva da tutto il Lazio e dall'Umbria, e nelle edizioni recenti ha superato le diecimila presenze. Non è una rievocazione in costume con figuranti che leggono un copione: è una comunità che si organizza, costruisce, scrive testi sull'attualità e invade la piazza. Chi arriva aspettandosi Viareggio resterà spiazzato; chi vuole capire come un paese elabora la propria memoria collettiva troverà pane per i denti.

Il Carnevalone Poggiano e la Sagra della Bruschetta

C'è poi l'altro carnevale, e la confusione fra i due è frequente. Il Carnevalone Poggiano è il carnevale del calendario, quello dell'ultima domenica prima della Quaresima: fu istituito nel 1862, l'anno dopo la liberazione, e ha superato le centosessanta edizioni. Ha carri allegorici, macchine addobbate, gruppi mascherati, un carnevale dei bambini, e culmina con la lettura del testamento e la cremazione di un fantoccio chiamato Sua Maestà Carnevalone. La prima notizia scritta di un carnevale a Poggio Mirteto risale al febbraio 1579, e il termine Carnevalone, per il grande pupazzo bruciato in piazza, compare proprio nel 1861. Con il Carnevalone Poggiano si tiene la Sagra della Bruschetta, dove il pane abbrustolito si condisce con l'olio Sabina DOP nuovo: è il modo più semplice e più giusto di assaggiare il territorio. Due domeniche, quindi, a distanza di una o due settimane: la prima tradizionale e familiare, la seconda politica e irriverente. Le date dipendono dalla Pasqua e vanno verificate ogni anno sul sito del Comune o sui canali del Circolo ARCI.

Una cosa va detta con chiarezza: in una giornata di Carnevalone il centro storico è impraticabile per una visita contemplativa. Parcheggiare vicino al centro è impossibile, i collegamenti dallo Scalo sono sovraccarichi, la cattedrale non si visita con calma. Chi vuole vedere il paese in tranquillità sceglie un altro giorno; chi vuole vederlo essere se stesso nel modo più intenso, viene quel giorno. Il mio suggerimento è venire due volte: in un feriale qualunque per l'architettura e il paesaggio, e alla festa per la gente.

La foto giusta da fare a Poggio Mirteto (RI)

Ogni paese ha una fotografia che lo definisce, e quasi sempre non è quella che si scatta per prima. A Poggio Mirteto la foto che tutti fanno è la Porta Farnese frontale, in piena luce, con l'arco che incornicia il vicolo. È una bella immagine, funziona, e nessuno dovrebbe rinunciarci. Ma non è la foto giusta, perché racconta un monumento, non il paese. La foto giusta, secondo me, si fa spostandosi: bisogna uscire dal centro e cercare uno dei punti in cui la strada per lo Scalo o quella per Castel San Pietro si apre sul versante, in modo da avere davanti il paese di profilo e alle spalle il vuoto della valle. Da lì si vede Poggio Mirteto per quello che è: un abitato compatto disteso sul crinale, con il campanile della cattedrale e la Torre dell'Orologio che emergono dai tetti, la fascia degli oliveti che sale a incontrarlo dal basso, e sullo sfondo il Tancia. È una fotografia che contiene tre elementi in una sola inquadratura: l'insediamento, la coltura che lo ha reso possibile, il paesaggio che lo ha determinato.

La luce è il fattore decisivo. Le due ore migliori sono la prima mattina e l'ultima prima del tramonto. La mattina presto, in autunno e in inverno, la valle del Tevere si riempie di nebbia bassa: il fondovalle scompare e i paesi di crinale emergono come isole. Chi riesce a essere alla Porta di Sotto in quel momento porta a casa un'immagine che vale il viaggio, perché è la scena che ha determinato l'insediamento umano su queste alture. La sera è un'altra fotografia: la luce radente accende il colore delle pietre, gli oliveti diventano argento vivo, le ombre lunghe modellano i terrazzamenti rendendo visibile una geometria che a mezzogiorno è piatta. Se dovessi scegliere una sola uscita, sceglierei il tardo pomeriggio di novembre, con le reti stese sotto gli alberi. Un'avvertenza tecnica: il grandangolo spinto qui non funziona, allontana i monti e appiattisce le distanze. Meglio una focale normale o un leggero tele, che comprime i piani e restituisce la stratificazione paese-oliveti-valle-monti; con il telefono, zoom ottico se c'è, mai digitale.

Dentro il centro storico le fotografie sono di altro tipo. I vicoli del Poggio Vecchio ripresi dall'alto danno la prospettiva a imbuto tipica dei borghi di crinale: le case si stringono, il selciato si inclina, in fondo compare uno spicchio di valle; meglio ancora se una figura umana entra nell'inquadratura e dà la scala. I dettagli abbondano perché il paese non è stato restaurato con uniformità: architravi con date incise, stemmi sopra i portali, finestre murate, mensole e archetti che affiorano da intonaci recenti. Fotografarli sistematicamente costruisce un piccolo archivio della storia edilizia del paese. La cattedrale pone il classico problema delle chiese di piazza: la facciata in cotto si riprende bene solo dal lato opposto della piazza, la mattina, quando il sole la colpisce; nel pomeriggio è in ombra. A San Paolo, se è aperta, si fotografa senza flash, e il soggetto è l'abside con gli angeli musicanti, che richiede un tempo lungo e un appoggio. Durante il Carnevalone il registro diventa reportage, e vale una regola di comportamento prima che di tecnica: la ripresa d'insieme non pone problemi, il ritratto ravvicinato di uno sconosciuto chiede uno sguardo di intesa. Nei paesi della Sabina la gente è disponibile, spesso divertita, quasi mai ostile: basta non comportarsi come se si fotografasse un fenomeno esotico. È una comunità che fa una cosa che fa da generazioni.

Un'ultima idea per chi vuole uscire dallo schema. La fotografia più insolita si fa allo Scalo: la stazione della FL1, i binari che tagliano il fondovalle e, in alto sullo sfondo, il profilo del paese sul crinale. In un'unica immagine ci sono i due tempi di questo territorio, quello lungo dell'insediamento medievale e quello breve della ferrovia che dal 1865 ha rimescolato le carte. È una fotografia concettuale, meno bella delle altre, ed è quella che io tengo più volentieri.

Poggio Mirteto
Poggio Mirteto

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

Metto in fila le date che contano, perché la storia di Poggio Mirteto si capisce meglio come sequenza che come racconto. Nel 1290 viene fusa la campana di San Paolo che oggi suona dalla Torre dell'Orologio, la testimonianza datata più antica del paese. Fra il 1285 e il 1300 l'abate di Farfa fa costruire il Palazzo Abbaziale, sede del governo monastico sul castello fondato pochi decenni prima. Nel 1399 la processione dei Bianchi attraversa la Sabina e lascia le sue immagini sulle pareti di San Paolo. Nel 1449 la Camera Apostolica vende Castel San Pietro agli Orsini. Nel 1521 i Torresani affrescano l'abside di San Paolo. Nel febbraio 1579 un documento registra per la prima volta il carnevale del paese. Nel 1576 i Farnese aprono la porta che porta il loro nome. Nel 1610 si gettano le fondamenta della piazza. Nel 1749 la popolazione paga di tasca propria il restauro di San Paolo; nel 1779 si consacra la cattedrale e si ultima San Rocco. Nel 1801 dalle campagne di San Valentino esce il mosaico di Diana Efesina, oggi in Vaticano. Nel 1826 apre la vetreria. Nel 1837 Gregorio XVI concede il titolo di città; nel 1841 nasce la diocesi. Nel 1844 Mastro Titta esegue in piazza l'ultima condanna capitale.

Poi il secolo si accelera. Il 6 luglio 1849 Garibaldi, in ritirata da Roma con circa quattromila uomini e con Anita, si accampa a Poggio Mirteto. Nell'inverno del 1861 il paese si libera da solo dal governo pontificio e il 27 febbraio chiede l'annessione all'Italia; il 1862 vede la prima edizione del Carnevalone Poggiano. Nel 1865 arriva la ferrovia Roma-Orte e nasce lo Scalo. Nel 1867 la banda musicale del paese segue i garibaldini nella campagna dell'Agro Romano, quella di Monterotondo e Mentana: cento anni dopo, nel 1967, ne avrà il titolo di Banda Nazionale Garibaldina. Nel 1888 apre il nuovo cimitero e San Paolo perde la sua funzione; nel 1889 Nardi installa la meridiana in piazza; nel 1893 la piazza viene livellata. Nel 1925 la diocesi si fonde con la Sabina. Nel 1926 si inaugura il monumento ai caduti e, con i Patti Lateranensi del 1929, il Carnevalone Liberato viene soppresso. Il 19 settembre 1943 i partigiani sabotano i treni tedeschi allo Scalo; il 23 ottobre muore Mario Dottori; il 7 e il 9 aprile 1944 il rastrellamento del Tancia e le fucilazioni delle Fosse Reatine; il 10 giugno 1944 il cannoneggiamento del centro storico con quindici morti. Nel 1977 il Carnevalone Liberato rinasce. Nel 1980 parte la prima Maratona del Partigiano. Nel 1993 Giovanni Paolo II visita la cattedrale. Nel 2012 due decreti legislativi sopprimono il tribunale, chiudendo un capitolo di centralità amministrativa lungo secoli. L'avvenimento che io racconto sempre per primo resta quello del 1861: un paese di seimila anime che caccia da solo un governo millenario e, come premio, chiede di poter ridere in Quaresima.

Chi è passato da Poggio Mirteto (RI)

Un paese come questo non ha una galleria di celebrità da esibire, ma ha più passaggi documentati di quanti si crederebbe, e alcuni sono sorprendenti. Cominciamo dai più antichi, con le cautele del caso. Marco Terenzio Varrone, il più grande erudito della Roma repubblicana, reatino di nascita, è il nome che la tradizione ottocentesca ha attaccato alla villa dei Casoni a San Valentino: possibile, perché i Varrones avevano terre in Sabina, non dimostrato. La villa dei Bagni di Lucilla porta il nome di una donna della famiglia imperiale, e Castel San Pietro sorgerebbe su una villa di Diocleziano: sono le attribuzioni con cui l'erudizione locale ha nobilitato i propri ruderi, e vanno lette come tali. Documentati sono invece i monaci di Farfa, che dal Duecento amministrarono il castello dal loro palazzo, e i Farnese, che nel Cinquecento vi lasciarono la porta e la torre.

Il passaggio più celebre è quello di Giuseppe Garibaldi. Il 6 luglio 1849, lasciata Roma dopo la caduta della Repubblica con la colonna di circa quattromila volontari che cercava di raggiungere Venezia, si fermò a Poggio Mirteto; con lui c'era Anita, incinta, che una famiglia del paese ospitò nella casa al civico 34 di piazza Martiri della Libertà, dove una lapide lo ricorda. Anita sarebbe morta un mese dopo nelle valli di Comacchio. Diciotto anni più tardi, nel 1867, la banda musicale di Poggio Mirteto seguì i garibaldini nella campagna dell'Agro Romano che finì a Mentana: per questo si chiama ancora oggi Banda Nazionale Garibaldina e conta quarantacinque elementi. Nel 1861 passò Gioacchino Napoleone Pepoli, il marchese bolognese commissario del re per l'Umbria, che ricevette la delegazione degli operai e, secondo la tradizione, fece deviare la ferrovia. Nel 1844 era passato Mastro Titta, il boia di Roma, per un lavoro che non gli faceva onore.

Poi vengono gli studiosi e i viaggiatori. Giuseppe Marocco nel 1833 descrisse il paese e la sua vetreria nei Monumenti dello Stato Pontificio; Antonio Nibby, il grande topografo dell'Italia romana, lo incluse nel 1844 nel suo Itinerario di Roma e delle sue vicinanze; Ercole Nardi, che era di qui, censì le ville romane nel 1885 e lasciò la meridiana nel 1889. I disegnatori e i pittori nordeuropei del Grand Tour che si stabilivano a Roma facevano escursioni nella campagna a caccia del paesaggio ideale con rovine, pastori e alberi contorti, e i Monti Sabini entrarono in quel repertorio, anche se mai con la fama dei Castelli Romani o di Tivoli. Nel Novecento passarono gli ingegneri e i ferrovieri, i partigiani della brigata che nel settembre 1943 fece saltare allo Scalo due treni merci tedeschi e il treno privato di Mussolini, e il 10 giugno 1944 le truppe tedesche in ritirata verso nord, con la scia di morte che si è detta. Nel 1993 Giovanni Paolo II venne a visitare la cattedrale della più piccola delle sedi suburbicarie. E nel 2007 un'interrogazione parlamentare di Giorgia Meloni portò per un giorno il Carnevalone sui giornali nazionali: la festa ha risposto a modo suo, diciassette anni dopo.

Ci sono infine i passaggi senza nome, quelli che spiegano di più. I monaci amministratori con i registri, grazie ai quali l'archivio di Farfa è uno dei più straordinari archivi monastici d'Europa. I mercanti che salivano dal fondovalle per il mercato. I pastori della transumanza, a cui si devono il pecorino e il lessico. I pellegrini che scendevano dall'Umbria verso Roma per la valle del Tevere, una via alternativa alla Francigena classica, con Farfa come tappa. Gli emigranti del Novecento, verso l'America, verso Roma, verso il nord. E oggi i pendolari della FL1, ogni mattina, ogni sera: la categoria più numerosa e la meno romantica, ma è quella che tiene in vita il territorio. Un paese non è fatto dalle persone famose che lo hanno sfiorato. È fatto dalle migliaia di persone anonime che lo hanno attraversato, ci hanno lasciato qualcosa, e sono andate avanti.

Cosa vedere intorno a Poggio Mirteto nel raggio di mezz'ora

La Sabina va letta come un sistema di paesi che si guardano da un versante all'altro, e da Poggio Mirteto si vedono i profili degli altri centri appollaiati sui rispettivi colli, ognuno con una variazione sul tema. L'abbazia di Farfa, a un quarto d'ora, è la tappa che spiega tutto il resto, con la biblioteca, la chiesa carolingia e il borgo porticato. Fara in Sabina, sul colle sopra l'abbazia, ha il belvedere più ampio della zona e il museo civico archeologico. Toffia è il borgo medievale intatto, con le case-torri a strapiombo. Castelnuovo di Farfa ha fatto dell'olio un museo. Bocchignano e Montebuono presidiano la fascia settentrionale verso l'Umbria, Torri in Sabina custodisce l'abbazia di Santa Maria in Vescovio, l'antica cattedrale della Sabina. Verso la montagna, Poggio Catino con la torre pentagonale sotto la rupe, Roccantica e Casperia, il borgo interamente pedonale. Verso il fiume, la riserva Tevere-Farfa con i suoi capanni per gli uccelli e, sull'altra sponda, il monte Soratte. A quaranta minuti c'è Rieti, con la Valle Santa francescana, per cui esiste anche una guida in inglese su ItalyPlanner. Sono variazioni di uno stesso tema, e capirne una aiuta a capirle tutte. Ma Poggio Mirteto, fra queste, ha una cosa che le altre non hanno: la dimensione urbana. È un paese che è stato città, e si vede.

Poggio Mirteto con i bambini e con chi cammina poco

Poggio Mirteto con i bambini

Con i bambini Poggio Mirteto funziona meglio di molti borghi da cartolina, perché ha spazio: la piazza grande dove correre, il parco di San Paolo con l'arena estiva del cinema, i vicoli gradonati del Poggio Vecchio che per un bambino sono un labirinto, la ciminiera della vetreria da indovinare a che cosa serviva, la meridiana su cui leggere l'ora. Il Museo Arti e Mestieri, nei fine settimana, mostra attrezzi che i bambini possono riconoscere e toccare con gli occhi. A Castel San Pietro c'è il tasso di cinquecento anni da abbracciare. Il Carnevalone Poggiano ha un carnevale dei bambini dedicato; quello Liberato è una festa di adulti, rumorosa e satirica, e con i piccoli lo eviterei. In autunno la visita a un frantoio, chiesta con garbo, vale una lezione di scienze.

Accessibilità a Poggio Mirteto

Piazza Martiri della Libertà, la cattedrale e San Rocco sono in piano e accessibili con la sedia a rotelle, con qualche attenzione ai gradini d'ingresso delle chiese. Oltre la Porta Farnese il nucleo medievale è in salita, con selciato irregolare e tratti a gradoni: percorribile solo con accompagnatore e con fatica. San Paolo si raggiunge in auto e ha un ingresso a livello, ma il piazzale è sterrato. Castel San Pietro ha un piazzale pianeggiante. Lo Scalo è piano. Chi cammina poco si organizza così: piazza, cattedrale, un tratto della circonvallazione per il panorama, San Paolo in auto, e il resto si guarda dal basso.

Domande veloci su Poggio Mirteto (RI)

Quanto dista Poggio Mirteto da Roma?

Circa 55-65 chilometri secondo il percorso: A1 fino a Fiano Romano e poi SS 313, oppure via Tiberina. In auto tra 50 minuti e un'ora e un quarto a seconda del traffico; in treno con la FL1 da Roma Tiburtina circa un'ora fino a Poggio Mirteto Scalo, più il trasferimento al centro.

Quanto costa visitare Poggio Mirteto?

Nulla. Le chiese sono a ingresso libero, la piazza e il centro storico sono aperti, Castel San Pietro è sempre accessibile. Si paga solo il treno, l'eventuale parcheggio dove segnalato, e il pranzo.

Quanto tempo serve per Poggio Mirteto?

Due o tre ore per il centro storico; mezza giornata con San Paolo; una giornata intera con Castel San Pietro, lo Scalo e Farfa.

La stazione di Poggio Mirteto è in paese?

No. La stazione della FL1 è a Poggio Mirteto Scalo, nel fondovalle, a circa otto chilometri e un centinaio di metri di dislivello dal centro storico. Si sale con gli autobus urbani del Comune, nei feriali, o in taxi.

Dove si parcheggia a Poggio Mirteto?

Lungo la circonvallazione e nelle aree di sosta attorno a piazza Martiri della Libertà. Il nucleo oltre la Porta Farnese non si affronta in auto. Nei giorni di carnevale e di sagra il parcheggio vicino al centro è impossibile.

Quando si tiene il Carnevalone Liberato di Poggio Mirteto?

La prima domenica di Quaresima, quindi fra febbraio e marzo secondo la data della Pasqua. La data esatta si trova ogni anno sui canali del Comune e del Circolo ARCI che lo organizza.

Che differenza c'è fra Carnevalone Liberato e Carnevalone Poggiano?

Il Poggiano è il carnevale tradizionale, l'ultima domenica prima della Quaresima, con carri, maschere, il rogo di Sua Maestà Carnevalone e la Sagra della Bruschetta; nasce nel 1862. Il Liberato è la festa anticlericale della prima domenica di Quaresima, che ricorda la liberazione del 1861 dallo Stato Pontificio, con il Bammoccio, la Pantasima e la Processione dei Moccoletti; soppresso nel 1929, è tornato nel 1977.

Perché Poggio Mirteto ha una cattedrale?

Perché dal 1841 al 1925 fu sede di una diocesi autonoma; oggi fa parte della sede suburbicaria di Sabina-Poggio Mirteto, retta da un cardinale, e la chiesa dell'Assunta conserva il titolo di cattedrale.

La cattedrale di Poggio Mirteto è sempre aperta?

Apre per le messe, feriali alle 7:30 e nel tardo pomeriggio, festive dalle 8:00 alla sera; gli orari aggiornati sono sul sito della parrocchia, smassunta.it. Fuori da quelle fasce può essere chiusa.

Come si visita la chiesa di San Paolo a Poggio Mirteto?

Dipende dalla parrocchia della cattedrale, che la apre per funzioni, visite guidate e giornate del FAI. Conviene contattare la parrocchia prima della visita. È la chiesa con gli affreschi dei Torresani del 1521 e il Cavaliere Coronato con l'iscrizione in volgare sabino.

Che cos'è la Porta Farnese di Poggio Mirteto?

L'ingresso monumentale al nucleo medievale, aperto nel 1576 quando il paese e l'abbazia di Farfa erano in commenda ai Farnese; rinascimentale con aggiunte barocche.

Che cos'era la vetreria di Poggio Mirteto?

Una fabbrica di cristalli e lastre di vetro fondata nel 1826, considerata la prima del genere in Italia; ne resta la ciminiera in piazza della Vetreria. I suoi operai furono protagonisti della richiesta di annessione all'Italia nel 1861.

Che cosa è successo a Poggio Mirteto nel 1861?

Una rivolta popolare cacciò le autorità pontificie mentre il resto della Sabina era già italiano; il 27 febbraio una delegazione chiese l'annessione al commissario Pepoli. Da quella liberazione nacque il Carnevalone Liberato.

Garibaldi è passato da Poggio Mirteto?

Sì, il 6 luglio 1849, in ritirata da Roma con circa quattromila uomini e con Anita, ospitata in una casa di piazza Martiri della Libertà ricordata da una lapide.

Poggio Mirteto è adatta ai bambini?

Sì: piazza grande, parco di San Paolo, vicoli-labirinto, museo dei mestieri nei fine settimana, carnevale dei bambini. Il Carnevalone Liberato è invece una festa per adulti.

Poggio Mirteto si visita in sedia a rotelle?

La piazza, la cattedrale, San Rocco, la circonvallazione panoramica e lo Scalo sì; il nucleo medievale oltre la Porta Farnese è in salita e gradonato, difficile.

Cosa si mangia a Poggio Mirteto?

Olio Sabina DOP sul pane, pecorini e cacio magno, paste fatte a mano, legumi, carni da cortile, ciambelle all'anice a gennaio. La bruschetta con l'olio nuovo alla sagra di carnevale è il piatto identitario.

Quando è il periodo migliore per Poggio Mirteto?

Primavera per i colori e le passeggiate, autunno per l'olio nuovo e i frantoi, fine inverno per i due carnevali, luglio per la rassegna del cinema italiano al parco di San Paolo. Sempre di giorno feriale, la mattina.

Che cos'è Castel San Pietro di Poggio Mirteto?

Una frazione che è un'isola amministrativa, con il castello Pinci di forme cinquecentesche visitabile su appuntamento, un tasso di cinquecento anni, la Porta Romana medievale e un grande panorama sulla valle.

Poggio Mirteto o Casperia: quale scegliere?

Casperia per la cartolina, con il borgo pedonale perfetto. Poggio Mirteto per la vita vera, i servizi, San Paolo, la storia del 1861 e come base per tutta la Sabina. Se si può, tutte e due nello stesso giorno: sono a venti minuti.

Poggio Mirteto e Farfa si visitano insieme?

Sì, ed è l'abbinamento migliore: Poggio Mirteto la mattina, l'abbazia nel pomeriggio, a un quarto d'ora d'auto.

Serve una guida per visitare Poggio Mirteto?

Per il paese no, basta questa pagina e la voglia di chiedere. Per una giornata organizzata fra più borghi, con un gruppo o con esigenze particolari, un tour leader professionista fa la differenza: TourLeaderPro organizza tour privati e aziendali anche in Sabina.

Poggio Mirteto
Poggio Mirteto

Perché torno a Poggio Mirteto

Non è il borgo più bello della Sabina, e lo dico senza problemi: Casperia e Toffia sono più fotogenici, Farfa è più importante. Ma è il paese che, in tutta la provincia, ha la storia più coerente: quattro castelli che si fondono, un'abbazia da cui emanciparsi, una vetreria in mezzo agli olivi, una rivolta fatta da soli e un carnevale che da centosessant'anni ride della Quaresima. Il modo giusto di attraversarlo è quello dell'ospite, non del cliente. Salite fino alla Porta Farnese, attraversatela, arrivate in piazza, sedetevi e restate fermi venti minuti. Poggio Mirteto non si consegna in fretta. Ma se le date il tempo, ve ne accorgete.

Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.

Prepari un viaggio a Roma? Le guide in inglese per visitare la città sono su ItalyPlanner.com.

RiassuntoPoggio Mirteto (RI) -
Tagsantichi saporiborghi medievali vicino Romaborghi più belli d'Italia vicino Romaborghi più belli da visitare vicino Romaborghi più belli vicino Romaborghi vicino romaborgo medievale vicino Romaborgo più bello vicino Romaborgo vicino Romacambiare aria da Romacambiare aria Romacarnevale anticlericalecarnevalone liberatoda vedere vicino Romadove andare vicino RomaDove dormire a Poggio Mirteto (RI)entro due ore da Romagita capitalegita con amici vicino Romagita da Romagita fuori portagita in famiglia vicino Romagita poco fuori il GRAgita poco fuori Romagita romantica vicino Romagita vicino la capitalegita vicino Romalontani dallo stress di Romaorganizza una gita vicino Romapaese vicino Romapaesino vicino Romapoggio mirtetorilassarsi vicino RomaRoma fuori portasagra vicino Romasagre vicino Romascampagnata vicino Romascopri i borghi vicino Romascopri il borgo vicino Romascopri vicino Romastaccare dallo stress di Romastaccare la spina vicino Romaun'ora da Romavicino al G.R.A.vicino Romaweekend al borgoweekend al borgo medievaleweekend con amiciweekend in famigliaweekend rilassante vicino Romaweekend romantico vicino Romaweekend vicino Roma

Contact Information

Telefono0765 405210

Le proposte giuste, una volta a settimana

Scegli cosa ti interessa: ti scriviamo solo di quello, con date, orari e prezzi verificati. Niente spam, ti cancelli con un clic.

I tuoi temi