Pineta di Castel Fusano

La Pineta di Castel Fusano è il parco urbano più esteso di Roma: 916 ettari di pini domestici, lecci e macchia mediterranea fra il Lido di Ostia e la Tenuta presidenziale di Castelporziano, nel Municipio X. L'ingresso è libero e gratuito, il parco non ha cancelli né orari di biglietteria. L'ufficio di gestione decentrato e il Centro di Educazione e Informazione Ambientale sono in via del Martin Pescatore 66, località Pantano, 00124 Roma, telefono 06 5091 7817: gli orari di apertura del centro visite e il calendario delle escursioni guidate vanno controllati sul sito della Riserva Naturale Statale del Litorale Romano, riservalitoraleromano.it, perché cambiano di stagione in stagione. Con i mezzi pubblici si arriva con la Metromare, la vecchia ferrovia Roma-Lido: si scende a Castel Fusano oppure al capolinea Cristoforo Colombo, e il bosco comincia dall'altra parte della strada. In auto si percorre la via Cristoforo Colombo fino in fondo, la stessa strada che taglia in due la pineta; i parcheggi si trovano lungo viale di Castel Fusano e attorno agli ingressi di via del Martin Pescatore e viale Mediterraneo. Il parco fa parte della Riserva Naturale Statale del Litorale Romano, e questa appartenenza spiega buona parte delle regole che ci si trova davanti sui cartelli.

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Il primo slot della giornata o il tardo pomeriggio. A metà mattina è un nastro trasportatore, e non lo diciamo solo noi.

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Tour in sidecar✦ Il più scenografico

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Pasta a mano e poi ci si siede a tavola. La domanda giusta è quante persone ci sono per postazione.

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Degustazioni di vino✦ Anche in città

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Catacombe e Appia Antica✦ Sottoterra

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Un avvertimento che vale più di dieci consigli: la Pineta di Castel Fusano non è un giardino pubblico attrezzato con il chiosco ogni duecento metri. È un bosco vero, con sentieri sterrati, tratti allagati d'inverno, zanzare in estate e settori ancora chiusi per i lavori sugli alberi malati. Chi ci va la prima volta senza acqua e senza scarpe chiuse se ne pente entro mezz'ora.

Pineta di Castel Fusano
Pineta di Castel Fusano

Dove si trova esattamente la Pineta di Castel Fusano

Il parco occupa la fascia di terra compresa fra il litorale di Ostia e l'entroterra dell'Infernetto, a circa cinque chilometri a sud-est della foce del Tevere. I confini sono netti e riconoscibili anche su una mappa muta: a nord-ovest il canale dei Pescatori, l'antico canale dello Stagno, e a sud-est la Tenuta presidenziale di Castelporziano, che continua lo stesso bosco per altre migliaia di ettari ma con un regime di accesso completamente diverso. In mezzo passa la via Cristoforo Colombo, che dal secondo dopoguerra divide la pineta in due metà e che resta l'elemento più violento del paesaggio: una superstrada urbana dentro un'area protetta.

La superficie di 916 ettari fa della Pineta di Castel Fusano la più grande area verde del territorio comunale di Roma. Per dare una misura comprensibile: è più del doppio di Villa Pamphili, ed è quasi undici volte Villa Borghese. La differenza è che qui non ci sono viali disegnati da un architetto di giardini, ma quarti di bosco che portano ancora i nomi delle tenute agricole seicentesche: Quarto delle Tane, Quarto Grande, Spinerba.

Il dato della superficie merita una precisazione. La tenuta storica dei Sacchetti e poi dei Chigi arrivava a 2.078 ettari nel Seicento: quello che si visita oggi è poco meno della metà di quel latifondo, perché il resto è finito frazionato fra privati, coltivato o edificato nel corso del Novecento. L'Infernetto e l'Axa, i quartieri che premono sul bordo settentrionale del parco, sorgono su terra che apparteneva alla stessa tenuta.

Come arrivare alla Pineta di Castel Fusano

Con la Metromare, la ferrovia Roma-Lido

La linea che porta al parco è la vecchia Roma-Lido, oggi marchiata Metromare: 28,3 chilometri da Porta San Paolo a Cristoforo Colombo, tredici stazioni di superficie. Dal 1 gennaio 2022 l'infrastruttura è di Astral e l'esercizio è affidato a Cotral. Le stazioni utili per la Pineta di Castel Fusano sono tre: Stella Polare, aperta nel 1948, che serve il margine occidentale; Castel Fusano, aperta nel 1949, la fermata che porta il nome del parco; e il capolinea Cristoforo Colombo, inaugurato nel 1960, comodo per chi vuole entrare dal lato del mare e per chi combina bosco e spiaggia nella stessa giornata.

La frequenza dichiarata è di venti minuti nei giorni feriali e ventidue nei festivi, con un tempo di percorrenza da un capo all'altro di circa trentasette minuti. Chi arriva dal centro di Roma prende la metro B e cambia a Basilica San Paolo oppure a EUR Magliana, i due punti di interscambio. Il biglietto è quello del sistema Metrebus urbano, lo stesso di metro e autobus: la corsa fino a Ostia rientra nella tariffa cittadina, e questo rende la gita alla pineta una delle uscite fuori porta più economiche che Roma consenta.

Un consiglio da chi la usa: se il piano prevede di camminare dentro il bosco e poi tornare, conviene scendere a Castel Fusano all'andata e risalire a Cristoforo Colombo al ritorno, così si attraversa il parco invece di percorrerlo due volte nello stesso senso.

In auto e dove parcheggiare a Castel Fusano

Dalla città si scende lungo la via Cristoforo Colombo, che da Porta Ardeatina arriva fino al mare. Gli ultimi chilometri corrono dentro la pineta e nelle domeniche estive diventano una fila unica. I posti auto si trovano lungo viale di Castel Fusano, all'altezza degli ingressi pedonali, e nella zona di via del Martin Pescatore, dove hanno sede l'ufficio di gestione e il centro di educazione ambientale. In alta stagione la concorrenza con chi va in spiaggia è spietata: dopo le dieci del mattino di una domenica di luglio trovare posto è questione di fortuna.

La regola che troppi ignorano: non si entra in auto sui sentieri sterrati e non si parcheggia sul ciglio dei viali interni. È un'area protetta, la sosta selvaggia sotto i pini compatta il terreno e danneggia le radici superficiali, ed è sanzionabile.

In bicicletta

La bicicletta è il mezzo che rende giustizia alle dimensioni del parco. Da Ostia si raggiunge la pineta lungo il litorale, e all'interno i viali carrozzabili aperti alle bici permettono di coprire in un'ora distanze che a piedi richiederebbero mezza giornata. Le due ruote sono ammesse sulle strade e sui viali principali, non sui sentieri più stretti della macchia, dove il passaggio erode il fondo. Chi arriva con la Metromare può portare la bici a bordo secondo le condizioni indicate dal gestore, che conviene verificare prima di partire perché variano per fascia oraria.

La Pineta di Castel Fusano dentro la Riserva del Litorale Romano

Nel 1980, il 26 giugno, la Regione Lazio istituisce il Parco Urbano Pineta di Castel Fusano. Sedici anni dopo il quadro cambia scala: il decreto ministeriale del 29 marzo 1996 accorpa il parco urbano alla Riserva Naturale Statale del Litorale Romano, una figura di tutela che copre circa 15.900 ettari e si distende sulla costa dalla marina di Palidoro, a nord, fino alla spiaggia di Capocotta, a sud. Dentro quel perimetro finiscono i pini di Castel Fusano, le aree archeologiche, le zone agricole superstiti e le dune.

La gestione della riserva è affidata ai Comuni di Roma e di Fiumicino, ciascuno per il territorio di propria competenza: per la Pineta di Castel Fusano l'ente gestore è quindi Roma Capitale. Il Centro di Educazione e Informazione Ambientale di via del Martin Pescatore 66 funziona grazie alla collaborazione di associazioni ambientaliste che lavorano sul litorale da decenni, fra cui Legambiente Lazio, la LIPU di Ostia, il WWF e l'associazione naturalistica Plinio. Dal 2000 il centro porta le scuole dentro il bosco con programmi di educazione ambientale e organizza visite guidate ai siti naturalistici e archeologici della riserva.

La mia opinione, dopo anni di sopralluoghi in questa zona, è che la doppia tutela abbia salvato la pineta dall'edificazione ma non dall'abbandono: un'area protetta senza manutenzione ordinaria continua diventa un deposito di combustibile. Le cronache degli incendi lo dimostrano meglio di qualunque relazione.

Come è nato questo bosco: dune, lagune e limo del Tevere

Duemila anni fa la linea di costa correva molto più all'interno, all'incirca all'altezza di Ostia Antica, e dietro una fascia di dune si aprivano lagune oggi prosciugate. Il Tevere ha lavorato per secoli come una macchina di deposito, portando limo e sabbia che il mare ha ridistribuito in cordoni paralleli alla riva. Ogni cordone è una vecchia spiaggia fossilizzata. La terra su cui cresce la Pineta di Castel Fusano è letteralmente costruita dal fiume.

La cosa bella è che questa storia geologica si legge camminando. Basta imboccare un sentiero perpendicolare al mare e prestare attenzione ai piedi: si salgono e si scendono dossi bassi e regolari, allineati fra loro, che corrispondono agli antichi cordoni dunali. Fra un dosso e l'altro il terreno è più basso e più umido, e la vegetazione cambia di conseguenza: sui rilievi sabbiosi il pino e il ginepro, negli avvallamenti le specie che sopportano il ristagno d'acqua. È una lezione di geomorfologia gratuita, e non serve nessuna competenza per capirla.

Le zone depresse hanno un nome storico: i Pantani. Furono il problema agricolo di ogni proprietario della tenuta, dal Seicento in avanti, e la ragione delle bonifiche ottocentesche di cui si dirà più avanti.

La flora della Pineta di Castel Fusano

Uno studio floristico condotto da Maria Grazia Guerrazzi ha censito nell'area 455 specie vegetali, distribuite in 272 generi e 73 famiglie. È un numero che colloca la Pineta di Castel Fusano fra le aree più ricche del litorale laziale, e va tenuto presente quando si sente dire che qui c'è solo pineta: la pineta è il piano superiore, un'impalcatura piantata dall'uomo sopra un bosco mediterraneo che c'era prima e che continua a esserci sotto.

Il pino domestico, un albero piantato

Il pino domestico, Pinus pinea, è la specie che dà al parco la sua silhouette da cartolina, ed è la specie meno naturale di tutte: fu introdotta massicciamente dall'uomo a partire dal primo Settecento per ragioni economiche, i pinoli e il legname. Il pino non era però estraneo a questa costa: Silio Italico, descrivendo le ville marine del litorale laurentino, le dice ricche di altissimi pini, e Virgilio chiama questo albero pulcherrima pinus. La differenza fra la presenza spontanea e la piantagione ordinata è tutta nella geometria: i filari regolari che si notano in alcuni quarti sono opera di agronomi, non della natura.

La lecceta e la macchia mediterranea sempreverde

Sotto e accanto ai pini vive il bosco vero: il leccio, Quercus ilex, che nei settori più vicini al mare forma vere leccete, e la macchia mediterranea sempreverde con corbezzolo, lentisco, fillirea, erica arborea, mirto, alaterno, ginepro fenicio, rosmarino e osiride. Nel sottobosco crescono gli asparagi selvatici, la cui raccolta è vietata dentro l'area protetta: è una delle infrazioni più diffuse in primavera, e non è una questione di formalismo burocratico, perché la raccolta sistematica impoverisce il sottobosco.

La vegetazione della macchia ha foglie dure e coriacee, adattate a reggere i lunghi periodi di siccità estiva. Chi tocca una foglia di leccio o di lentisco in agosto capisce subito il principio: meno superficie evaporante, cuticola spessa, sopravvivenza.

Le liane, la cosa che rende impenetrabile il bosco

La caratteristica meno raccontata di questo ambiente sono le liane rampicanti. Avvolgono gli arbusti come un mantello, saldano fra loro i cespugli e rendono la macchia impenetrabile, contribuendo a trattenere l'umidità del terreno. Le protagoniste sono la salsapariglia o stracciabraghe, Smilax aspera, la clematide, Clematis flammula, la robbia selvatica, Rubia peregrina, e l'edera. Il nome popolare stracciabraghe è un avvertimento tecnico: gli aculei ricurvi della salsapariglia strappano davvero i pantaloni, e chi lascia il sentiero per tagliare dentro la macchia lo scopre a proprie spese.

Le fioriture, stagione per stagione

La primavera è la stagione dei cisti, dell'erica arborea, del lentisco e della ginestra; il viburno anticipa, fra fine inverno e inizio primavera; il mirto e la clematide arrivano ai primi caldi dell'estate. L'autunno rovescia lo schema: fioriscono il corbezzolo e l'erica multiflora, e nello stesso momento il corbezzolo porta i frutti, quelle bacche rosse e granulose che nel Lazio si chiamano anche cerase di mare. Insieme maturano i frutti del lentisco, della fillirea e della stracciabraghe. Non è un dettaglio ornamentale: quei frutti sono la dispensa invernale degli uccelli stanziali e di quelli di passo.

Se dovessi indicare una sola settimana dell'anno per vedere la Pineta di Castel Fusano al meglio dal punto di vista botanico, sceglierei la fine di ottobre, quando il corbezzolo ha insieme i fiori bianchi e le bacche rosse sullo stesso ramo. È uno spettacolo che dura poco e che quasi nessuno viene a cercare.

Pineta di Castel Fusano
Pineta di Castel Fusano

La fauna della Pineta di Castel Fusano

I mammiferi che ci sono e quelli che non ci sono più

Il bosco ospita oggi volpi, Vulpes vulpes, cinghiali, Sus scrofa, donnole, faine, ricci, Erinaceus europaeus, istrici, Hystrix cristata, talpe, Talpa europaea, conigli selvatici, Oryctolagus cuniculus, e tassi. Il cinghiale è il vicino più ingombrante e il più discusso: si muove al crepuscolo, scava il terreno alla ricerca di radici e bulbi, e in prossimità dei margini urbani ha imparato a frequentare i cassonetti. Non va avvicinato, non va fotografato da vicino e soprattutto non va nutrito.

Il confronto con il passato è impietoso. Nella tenuta vivevano il cervo, Cervus elaphus, il capriolo, Capreolus capreolus, e il daino, Dama dama: tutti estinti localmente. Le concessioni di caccia seicentesche elencavano cinghiali, caprioli, cervi, lepri, istrici e ricci come selvaggina ordinaria. Un secolo dopo la stessa proprietà doveva difendere quel patrimonio con pene corporali e pecuniarie. La curva è quella classica dello sfruttamento eccessivo.

Gli uccelli

L'avifauna è la ragione per cui i birdwatcher frequentano la Pineta di Castel Fusano tutto l'anno. Nel bosco si osservano picchi, upupa, Upupa epops, capinere, Sylvia atricapilla, scriccioli, Troglodytes troglodytes, occhiocotti, Sylvia melanocephala, pettirossi, codirossi, Phoenicurus phoenicurus, e cuculi. Verso i canali e le zone umide il quadro cambia: cannaiole, Acrocephalus scirpaceus, garzette, Egretta garzetta, aironi, sia l'Ardea purpurea sia l'Ardea cinerea, martin pescatori, Alcedo atthis, gallinelle d'acqua, Gallinula chloropus, e cavalieri d'Italia, Himantopus himantopus.

Il canale dei Pescatori, al confine nord-occidentale, è il posto migliore per l'osservazione: l'acqua concentra le specie e i margini alberati offrono riparo. Serve il binocolo, serve il silenzio e serve arrivare presto. Dopo le nove del mattino il traffico pedonale della domenica azzera le possibilità.

Il parco ospita anche specie di insetti rari, legate al legno morto e alle radure. Ed è il motivo per cui la rimozione indiscriminata dei tronchi caduti, che a molti visitatori sembra buona manutenzione, va calibrata con criterio: quel legno è un habitat.

La storia della Pineta di Castel Fusano, secolo per secolo

Laurentum, Enea e i pini di Virgilio

Il territorio della pineta apparteneva in antico all'agro di Laurentum, la regione che secondo Virgilio i fati assegnarono a Enea dopo lo sbarco. Le fonti letterarie latine descrivono un litorale coperto di ville e di boschi, e citano il pino fra gli alberi caratteristici. Iscrizioni ritrovate sul posto e testi antichi permettono di ricostruire con una certa sicurezza l'assetto della zona in età imperiale: una fascia costiera di residenze marittime, servita da una strada litoranea e da un porto, a poche ore di viaggio da Roma.

La via Severiana

La strada è la via Severiana, lastricata sotto Settimio Severo alla fine del II secolo e destinata a collegare Ostia con Lavinio, Anzio e Terracina. Aveva una funzione logistica precisa: portare fino a Ostia la calce dei Monti Lepini, indispensabile per la manutenzione del porto. Il percorso esisteva come pista costiera già alcuni secoli prima della pavimentazione.

Due iscrizioni ritrovate a Castel Fusano documentano interventi sulla strada: il restauro del ponte che segnava il confine fra il territorio degli Ostiensi e quello dei Laurentini, dove la via superava il canale dello Stagno, opera degli imperatori Carino e Numeriano, e la costruzione di argini verso Ardea voluta da Massimino e Massimo per difendere la costa dalle mareggiate. Il dato interessante è topografico: oggi il tracciato dista dal mare circa due chilometri al confine nord-occidentale e milleduecento metri sul lato sud-orientale, ma al momento della costruzione era la strada litoranea. La costa si è spostata, la strada no.

Alcuni basoli del lastricato sono ancora visibili dentro la pineta. Una parte era stata asportata alla fine dell'Ottocento dal cardinale Sigismondo Chigi per abbellire il viale della villa verso il mare, e fu ricollocata nel Novecento su iniziativa dell'archeologo Rodolfo Lanciani. Camminare su quelle pietre, sapendo che sono le stesse su cui passavano i carri della calce, vale la deviazione.

Il nome Fusano

Il toponimo è di origine romana e ricorre in numerose epigrafi ostiensi. L'etimologia più accreditata lo riferisce alla gens Furia o Fusia, che possedeva fondi nella contrada detta fusiano. Rodolfo Lanciani proponeva invece di collegarlo alle due tenute vicine di Trefusa e Trefuselle. Le due ipotesi convivono nella letteratura senza che nessuna delle due sia dimostrata: sono ipotesi erudite, non fatti accertati, e vanno raccontate come tali.

Il Medioevo: papi, abbazie e il divieto del 1277

La massa Fusana compare nel 1074 fra i beni donati da Gregorio VII all'abbazia di San Paolo fuori le mura. Nel secolo successivo la tenuta passa al monastero dei Santi Vincenzo e Anastasio ad Aquas Salvias, che negli anni seguenti annette fondi limitrofi. Nel 1183 il fondo risulta già frazionato in più proprietà, e una porzione, con la chiesa di Santa Maria de Fusano, appartiene all'abbazia di Sant'Anastasio delle Tre Fontane.

La selvaggina era abbondante al punto da generare conflitti. Gli abitanti di Ostia entravano nella tenuta senza permesso per cacciare, i proprietari li denunciavano, e la vertenza si chiuse a favore del monastero con una sentenza riconfermata il 5 giugno 1277, che vieta di uccellare e di transitare senza autorizzazione. Una delle prime norme di accesso regolamentato a questo bosco è dunque medievale, e nasce da un problema di bracconaggio.

Papazzurri, De Fabi, Mazzinghi

Nel 1453 il casale e la tenuta di Santa Maria de Fusano appartengono alla famiglia Papazzurri. Nel 1488 risultano dei De Fabi del rione Sant'Angelo, e passano poi ai Mazzinghi. In questi decenni il fondo funziona come azienda agricola e silvo-pastorale: si allevano cavalli e bufale, il bosco si taglia per farne carbone e fascine, e la caccia resta una risorsa economica accanto alle altre. L'area verde faceva parte del circondario del castello e del monastero di San Saba, prima con la famiglia Corona e poi con gli Orsini.

I Sacchetti, dal 1620

Nel 1620 i creditori di Vincenzo Mazzinghi cedono la proprietà, chiamata allora tumuleto di Fassano, per sedicimila scudi al cardinale Giulio Sacchetti. La famiglia, di origine toscana e legata ai Barberini, era già dal 1607 affittuaria della confinante tenuta di Decima. I Sacchetti acquistano poi la tenuta di Spinerba e il casale di Fusano: nel 1634 il fondo unificato misura 2.078 ettari.

Sono i Sacchetti a inventare la pineta. Ai primi del Settecento, probabilmente portando dalla Toscana l'esperienza economica delle pinete litoranee, la famiglia comincia la semina sistematica del pino domestico: intorno al 1713 risultano piantati con successo circa settemila esemplari. Nello stesso periodo si mettono a dimora pioppi, olmi e salici lungo le sponde dei canali e si avvia, nella fascia più vicina al mare, la conversione della macchia in lecceta. Il paesaggio che oggi si fotografa come naturale è il risultato di un progetto agronomico di trecento anni fa.

I Chigi, dal 1755

Il 27 giugno 1755 un chirografo di Benedetto XIV autorizza la vendita della proprietà per centotrentacinquemila scudi al principe Agostino Chigi. I Chigi proseguono l'impianto dei pini quarto per quarto fino al 1887, data delle ultime piantagioni ottocentesche; un ulteriore rimboschimento arriverà negli anni Trenta del Novecento a Quarto delle Tane, Quarto Grande e Spinerba.

Nel 1888 la zona viene data in affitto a Umberto I di Savoia e utilizzata come riserva di caccia: senza interventi selvicolturali la vegetazione riprende per qualche decennio il suo corso naturale. Il problema dell'acqua resta invece aperto. Una prima bonifica dei Pantani è intrapresa dal principe Chigi nel 1884, ma pochi anni dopo ampie zone si allagano di nuovo per la vicinanza dello stagno di Ostia; nel 1896 lo Stato prende in carico il problema e prosciuga lo stagno, e nel 1916 i Pantani vengono messi a coltura.

1932 e 1933: la pineta diventa pubblica

Nel 1932 il Governatorato di Roma acquista la pineta dal principe Francesco Chigi, che trattiene per sé la villa e una porzione della tenuta di circa trentatré ettari. Il 21 aprile 1933, giorno del Natale di Roma, il parco è aperto al pubblico. Castel Fusano diventa in pochissimo tempo meta giornaliera di migliaia di romani, e per collegare il bosco alla spiaggia viene aperto un varco nella duna, l'attuale viale Mediterraneo.

Di quegli anni sono le strade carrozzabili, i viali illuminati e le stradelle rustiche con i nomi che ancora si leggono sui cartelli: viale del Lupo, viale della Lepre, viale dei Ginepri, viale degli Elci. Furono realizzate anche fontanelle e servizi igienici per i visitatori. È il momento in cui la Pineta di Castel Fusano smette di essere una tenuta privata e diventa il polmone verde della città che si stava allargando verso il mare.

Il dopoguerra, l'autodromo e la Colombo

Dal secondo dopoguerra la via Cristoforo Colombo attraversa il parco per raggiungere il litorale. Il 30 dicembre 1953 comincia la costruzione di un autodromo comunale, oggi abbandonato: i resti dell'anello si intravedono ancora ai margini del bosco, e sono uno dei ruderi più incongrui che si possano incontrare dentro un'area protetta. Non è archeologia romana, è archeologia industriale del boom.

Il 26 giugno 1980 la Regione Lazio istituisce il Parco Urbano. Il decreto ministeriale del 29 marzo 1996 lo accorpa alla Riserva Naturale Statale del Litorale Romano. Fra le due date, e anche dopo, la richiesta più insistente dei comitati di cittadini del Municipio è sempre la stessa: un piano di gestione operativo e una manutenzione ordinaria costante.

Pineta di Castel Fusano
Pineta di Castel Fusano - Villa della Palombara

La Villa di Plinio nella Pineta di Castel Fusano

Dentro il bosco, sul lato verso il mare, si trovano i resti di una grande villa marittima romana che tutti chiamano Villa di Plinio e che gli archeologi chiamano Villa della Palombara. Le due denominazioni raccontano due errori diversi e istruttivi.

Perché si chiama Villa di Plinio, e perché il nome è sbagliato

Il complesso fu riscoperto nel 1713. L'erudizione settecentesca lo identificò con la villa Laurentina che Plinio il Giovane descrive nella lettera all'amico Gallo, un testo celebre che elenca stanze, portici, il criptoportico e la vista sul mare. L'identificazione resse per due secoli e mezzo, ma le indagini archeologiche condotte fra gli anni Ottanta e il 2008 l'hanno smontata. L'ipotesi oggi più accreditata, formulata da Antonio Maria Colini, assegna la villa all'oratore Quinto Ortensio Ortalo, il grande rivale di Cicerone nei tribunali. Va detto con chiarezza: anche questa è un'attribuzione, non un fatto documentato da un'iscrizione.

Il secondo nome, Villa della Palombara, viene invece dalla pratica venatoria. La costruzione sorge su un terrapieno circondato da lecci di notevoli dimensioni, una disposizione che si prestava alla caccia alle palombe con le reti: da lì il toponimo che la località conserva ancora.

Che cosa si vede oggi

Le campagne di scavo, iniziate nel 1933 quando il Comune di Roma acquisì l'area e riprese fra gli anni Ottanta e il 2008 sotto la soprintendenza, hanno riconosciuto almeno sei fasi edilizie, dal I secolo a.C. fino almeno al III secolo d.C. Si distinguono un peristilio quadrangolare con gli ambienti che vi si affacciano, di età giulio-claudia, un quartiere residenziale di lusso sul rialzo a est, un muro di cinta che chiudeva la proprietà e, a sud-ovest, il complesso termale.

Il pezzo forte è nelle terme: un mosaico bicromo, tessere bianche e nere, con Nettuno, le Nereidi e i pesci, datato al 139 d.C. È lo stesso repertorio iconografico che si ritrova nei celebri mosaici marini di Ostia Antica, e il confronto fra i due contesti è il modo migliore per capire il gusto di questa costa in età antonina. Il nome del dio del mare torna anche nella toponomastica del litorale laziale, fino alla città di Nettuno.

L'acqua veniva sollevata dal sottosuolo con una ruota idraulica. Le murature superstiti sono in condizioni migliori di quanto ci si aspetterebbe, probabilmente perché la vegetazione le ha protette dagli agenti atmosferici e dai recuperi di materiale. Gli scavi settecenteschi e ottocenteschi hanno però spogliato l'edificio degli arredi marmorei, finiti in parte nelle collezioni vaticane e successivamente nelle raccolte comunali: chi cerca le sculture di questa villa le deve cercare nei musei, non nel bosco. Vale la stessa dinamica che ha svuotato mezzo Lazio per riempire le sale dei Musei Vaticani.

L'accesso all'area archeologica non è sempre garantito e dipende dall'apertura programmata dalla soprintendenza e dalle visite guidate del centro visite: conviene informarsi prima sul sito della riserva, perché arrivare fin lì e trovare il cancello chiuso è un'esperienza che ho visto ripetersi troppe volte.

Il Castello Chigi di Castel Fusano

Al centro della tenuta storica sorge la villa fortificata che i romani chiamano semplicemente il Castello: una costruzione a pianta quadrata con torre centrale, altana e quattro torrette angolari, circondata dai pini. È una residenza privata, tuttora della famiglia Chigi, e questo la rende un edificio raro: non un museo, ma una casa di campagna aristocratica del Seicento che non ha mai cambiato destinazione d'uso.

Dai Sacchetti a Pietro da Cortona

Le origini dell'edificio risalgono all'età medievale, quando i documenti attestano in zona una massa Fusana e poi un castrum Fusani. La forma attuale nasce però negli anni Venti del Seicento, quando il cardinale Giulio Cesare Sacchetti commissiona la ristrutturazione dell'edificio preesistente: i lavori si svolgono fra il novembre del 1624 e il 1629. Nella letteratura storica la parte architettonica è stata riferita anche a Girolamo Rainaldi, coadiuvato da Francesco Raparelli e Bernardino Radi, mentre il ruolo documentato di Pietro da Cortona riguarda l'ideazione complessiva e soprattutto la decorazione.

Pietro Berrettini, detto Pietro da Cortona, era allora un pittore toscano giovane e protetto dai Sacchetti: qui lavora coordinando una squadra in cui compaiono Andrea Sacchi e Alessandro Salucci. I temi degli affreschi furono con ogni probabilità scelti dal committente: soggetti religiosi al primo piano, mitologici e scientifici al secondo, con un filo conduttore che allude alla vocazione agricola della tenuta e al paesaggio circostante. La decorazione risulta compiuta entro il 1631. La cappella è considerata uno dei vertici della pittura barocca romana della prima maturità di Cortona, e la Galleria conserva riproduzioni di carte geografiche affrescate fra il 1627 e il 1631.

Come si visita

Il castello si trova in viale Mediterraneo 52. Non ha un'apertura quotidiana da museo: si entra in occasione di eventi culturali, concerti, attività all'aperto e visite guidate programmate, il cui calendario viene pubblicato dalla proprietà sul sito castelfusano.org. Fra le iniziative ospitate negli anni recenti ci sono rassegne musicali estive e attività sportive gestite da un'associazione locale.

Il mio consiglio è di considerare la visita al castello come un colpo di fortuna da programmare, non come una certezza: chi organizza la giornata alla Pineta di Castel Fusano contando di entrare a vedere Pietro da Cortona senza aver verificato il calendario rischia una delusione. Chi invece capita nella settimana giusta vede una cosa che a Roma non ha molti equivalenti: un ciclo barocco integro dentro una casa ancora abitata.

L'incendio del 2000 e la ferita che non si è chiusa

Il 4 luglio 2000 la Pineta di Castel Fusano brucia. Le stime parlano di trecento, trecentocinquanta ettari percorsi dal fuoco, con circa duecentottanta ettari completamente distrutti: quasi un terzo del parco. Fu uno degli incendi più gravi mai avvenuti dentro il territorio comunale di Roma, e cambiò per sempre l'aspetto del bosco.

Chi ha camminato in quei settori negli anni successivi ricorda un paesaggio di tronchi anneriti in piedi e di tronchi caduti di traverso sull'antico tracciato della via Severiana, che per anni risultò interrotta proprio per questo. Le fiamme non sono state un episodio isolato: incendi gravi si sono ripetuti nel 2002, nel 2003, nel 2004, nel 2005 e nel 2008, e il 17 luglio 2017 il fuoco ha percorso di nuovo un centinaio di ettari.

La rinascita non è stata quella promessa. Nei settori bruciati la macchia mediterranea ha ripreso con vigore, perché lentisco, corbezzolo, fillirea ed erica sono specie che ricacciano dalla ceppaia dopo il passaggio del fuoco; il pino domestico invece no, e non è stato ripiantato in quantità paragonabile a quella perduta. Il risultato è che dove c'era la pineta alta oggi c'è un arbusteto fitto: ecologicamente non è affatto un disastro, anzi è vegetazione più naturale di prima, ma il paesaggio monumentale dei pini in quelle aree è perduto.

Su questo ho un'opinione netta e la dico senza cautele: raccontare la Pineta di Castel Fusano come se fosse ancora integra è disonesto verso il visitatore. Chi arriva aspettandosi ottocento ettari di pini secolari trova invece un mosaico di boschi maturi, radure bruciate, arbusteti giovani e cantieri. Sapendolo prima, la visita diventa interessante; scoprendolo sul posto, diventa una delusione.

La cocciniglia tartaruga, il nemico arrivato dopo il fuoco

Come se gli incendi non bastassero, dal 2018 i pini romani affrontano un parassita nuovo: la cocciniglia tartaruga, Toumeyella parvicornis, un insetto originario del Nord America. La sua prima comparsa europea è del 2015 in Campania, poi arriva a Roma nel 2018 e a Pescara nel 2019. Colpisce in modo specifico il pino domestico: succhia la linfa e produce grandi quantità di melata, che favorisce lo sviluppo di una fumaggine nera. Quella coltre scura riduce la fotosintesi e, nei casi peggiori, porta l'albero alla morte.

La conseguenza pratica è visibile a chiunque percorra la via Cristoforo Colombo: chiome diradate, aghi ingialliti, alberi abbattuti per motivi di sicurezza. Nei reimpianti condotti dal 2018 in poi si è cominciato a introdurre il pino d'Aleppo, che risulta non attaccato dalla cocciniglia e che ha ottime capacità di adattamento sui suoli sabbiosi del litorale.

La scelta divide, e capisco entrambe le posizioni. Il pino d'Aleppo salva il bosco dal punto di vista funzionale, ma cambia la fisionomia storica del paesaggio disegnato dai Sacchetti e dai Chigi: chioma più irregolare, portamento diverso, un'altra idea di pineta. Chi torna fra vent'anni vedrà un bosco che somiglia più alla macchia costiera spontanea che alla piantagione settecentesca. Personalmente lo trovo un compromesso accettabile, a patto che venga spiegato ai visitatori invece di essere fatto in silenzio.

Itinerari e sentieri della Pineta di Castel Fusano

Gli itinerari possibili sono numerosi e si sviluppano lungo due direttrici: parallela al mare, seguendo l'andamento dei cordoni dunali, e perpendicolare, attraversando le fasce di vegetazione una dopo l'altra. Chi parte dalla stazione Castel Fusano o dalla stazione Cristoforo Colombo trova gli accessi principali a poche centinaia di metri.

L'itinerario della via Severiana

È il percorso storico per eccellenza: si segue l'antico tracciato lastricato sotto Settimio Severo, si osservano i basoli superstiti e si attraversano i settori in cui la vegetazione si è ricostituita dopo gli incendi, con tratti di ricrescita sorprendentemente vigorosa. L'itinerario collega idealmente il bosco alla Villa della Palombara e restituisce la logica antica di questa costa: una strada, una fila di ville, il mare.

Il percorso da via del Martin Pescatore

Chi vuole cominciare dal centro di educazione ambientale imbocca via del Martin Pescatore, nei pressi del bar ristorante che serve la zona di Pantano, e prende i sentieri che scendono verso il canale dei Pescatori. È la scelta migliore per chi cerca gli ambienti umidi e l'osservazione degli uccelli acquatici.

Quanto tempo serve

Una passeggiata breve con la Villa della Palombara e un tratto di macchia si chiude in due ore. Un giro serio, con il canale dei Pescatori, i cordoni dunali e i settori interni, richiede mezza giornata piena. In bicicletta le stesse distanze si dimezzano. Un consiglio operativo: il segnavia in questa pineta non ha la qualità che si trova in un parco alpino, e i viali si somigliano tutti. Una traccia GPS scaricata prima di partire evita un'ora di giri a vuoto.

La Pineta di Castel Fusano con i bambini

È uno dei pochi posti a Roma dove un bambino può camminare per un'ora senza incontrare un'automobile. I viali principali sono larghi, in piano e adatti anche ai passeggini robusti, e la combinazione bosco più spiaggia risolve una giornata intera senza spostamenti in auto. Il centro di educazione ambientale organizza dal 2000 programmi rivolti alle scuole, e le stesse attività vengono talvolta aperte alle famiglie: vale la pena controllare il calendario prima di andare.

Due avvertenze pratiche. La prima: in estate le zanzare qui non scherzano, soprattutto vicino ai canali e nelle ore serali, quindi repellente obbligatorio. La seconda: il cinghiale è un animale selvatico, e va spiegato ai bambini prima di incontrarne uno, non dopo. Niente cibo, niente avvicinamenti, si cambia direzione con calma.

Accessibilità della Pineta di Castel Fusano

La situazione è a due velocità. I viali carrozzabili asfaltati e le strade principali sono percorribili anche in sedia a rotelle, con l'aiuto di un accompagnatore per via di qualche tratto sconnesso; i sentieri sterrati nella macchia, con sabbia, radici affioranti e ristagni d'acqua dopo le piogge, non lo sono. Le stazioni della Metromare hanno dotazioni differenti fra loro e conviene verificare la situazione aggiornata con il gestore prima di partire.

Anche l'area archeologica della Villa della Palombara ha un fondo irregolare, tipico di uno scavo. Chi ha esigenze specifiche fa bene a contattare il centro visite della riserva e chiedere quali percorsi sono effettivamente praticabili nel periodo scelto: la risposta cambia con la stagione e con lo stato dei lavori.

Quando andare alla Pineta di Castel Fusano

La stagione migliore è quella intermedia. Aprile e maggio per le fioriture della macchia e per le temperature; ottobre e novembre per i frutti del corbezzolo, i funghi del sottobosco e la luce bassa che passa fra i tronchi. L'estate è la stagione peggiore per il bosco e la migliore per la spiaggia: se il programma prevede entrambi, si cammina presto la mattina e si va al mare dopo.

D'inverno il parco è quasi vuoto e ha un fascino severo, ma i sentieri interni possono essere allagati. Nelle giornate di vento forte e nei periodi di massima allerta per gli incendi, in estate, alcuni settori possono essere interdetti: sono decisioni che vengono prese giorno per giorno e che si verificano sul posto o sul sito della riserva.

Il momento da evitare, se si cerca il silenzio, è la domenica pomeriggio di maggio e giugno, quando metà del Municipio X viene qui a fare picnic. Il momento perfetto è il martedì mattina di fine ottobre, con la nebbia bassa che si alza dai Pantani.

Cosa vedere intorno alla Pineta di Castel Fusano

Il parco archeologico di Ostia Antica, in viale dei Romagnoli 717, è a pochi minuti con la stessa linea ferroviaria e rappresenta il complemento naturale della visita: la città portuale che quelle ville marittime rifornivano. L'ingresso è gratuito ogni prima domenica del mese. Accanto agli scavi vale una sosta il Borgo di Ostia Antica, con il castello di Giulio II.

Verso sud il bosco prosegue senza soluzione di continuità nella Tenuta di Castelporziano, e la costa arriva alla spiaggia di Capocotta, l'ultimo tratto di litorale laziale con le dune intatte, dove si trova anche l'oasi naturista di Capocotta. Verso nord, dentro lo stesso perimetro di riserva, ci sono l'oasi WWF di Macchiagrande e, più all'interno, l'oasi di Castel di Guido. Chi vuole restare sul filone dei parchi romani trova più a nord il Parco del Pineto e il Parco dell'Appia Antica.

Per chi organizza la giornata con un accompagnatore o vuole costruire un itinerario che leghi bosco, scavi e litorale, i professionisti abilitati di TourLeaderPro lavorano abitualmente su questo quadrante della città.

Una curiosità su Pineta di Castel Fusano

La curiosità più bella di questo posto è che la pineta non è un bosco antico: è una piantagione. I pini domestici che oggi vengono fotografati come simbolo del paesaggio romano furono seminati dalla famiglia Sacchetti a partire dai primi anni del Settecento, e intorno al 1713 ne risultavano attecchiti circa settemila. L'operazione aveva una logica industriale: i Sacchetti venivano dalla Toscana, dove il valore economico delle pinete litoranee era già stato sperimentato, e importarono qui il modello. I pinoli erano una merce, il legname un'altra, e la resina serviva.

La seconda parte della curiosità è che il pino non era comunque un intruso. Silio Italico, parlando delle ville marine di questo litorale, le descrive ricche di altissimi pini, e Virgilio riserva a questo albero l'epiteto pulcherrima pinus. Quindi il pino c'era, ma sparso; quello che i Sacchetti fecero fu trasformarlo da elemento della macchia in coltura dominante, piantandolo a filari nei quarti della tenuta. I Chigi proseguirono il lavoro fino al 1887, e negli anni Trenta del Novecento arrivò un ulteriore rimboschimento nei quarti delle Tane, Grande e Spinerba.

Questo cambia il modo di guardare la Pineta di Castel Fusano. Non è natura selvaggia sopravvissuta alla città: è un paesaggio agricolo di trecento anni fa che ha smesso di produrre reddito ed è diventato un parco. Le due cose hanno un valore diverso, e la seconda impone una domanda scomoda: un bosco piantato dall'uomo va conservato com'era, oppure lasciato evolvere verso la lecceta e la macchia che occuperebbero quel terreno senza di noi? La risposta che si dà a questa domanda decide anche come si ricostruiscono le aree bruciate.

Aggiungo un dettaglio che quasi nessuno cita: nello stesso progetto settecentesco furono messi a dimora pioppi, olmi e salici lungo le sponde dei canali. Chi cammina verso il canale dei Pescatori e vede specie diverse dal pino non sta osservando un'anomalia: sta leggendo l'altra metà del piano dei Sacchetti.

Una cosa che non ti dice nessuno su Pineta di Castel Fusano

Nessuna guida lo scrive, ma il suolo della Pineta di Castel Fusano è un archivio geologico leggibile con i piedi. Percorrendo un qualsiasi sentiero perpendicolare alla costa si attraversano una serie di rilievi bassi e paralleli: sono gli antichi cordoni dunali, cioè le linee di riva successive che il mare ha costruito con la sabbia e il limo scaricati dal Tevere. Duemila anni fa la costa correva circa all'altezza di Ostia Antica, e fra le dune e la terraferma si stendevano lagune oggi prosciugate.

La prova archeologica di quello spostamento è la via Severiana. Quando fu lastricata era la strada litoranea, correva cioè lungo il mare; oggi il suo tracciato dista circa due chilometri dalla riva sul lato nord-occidentale del parco e milleduecento metri sul lato opposto. In diciotto secoli la costa è avanzata di quella misura. È uno dei pochi luoghi del Lazio in cui un fenomeno geologico si misura con un metro archeologico.

La seconda cosa che non viene detta riguarda le zone basse fra un cordone e l'altro: sono i Pantani, e sono stati per secoli il problema di ogni proprietario. Il principe Chigi tentò una bonifica nel 1884, l'acqua tornò, lo Stato prosciugò lo stagno di Ostia nel 1896 e solo nel 1916 i Pantani furono messi a coltura. Quando in inverno un sentiero risulta impraticabile per il fango, non è cattiva manutenzione: è la geografia originaria che si riprende il suo spazio per qualche settimana.

Terzo elemento poco noto: dentro il parco ci sono i resti di un autodromo comunale la cui costruzione cominciò il 30 dicembre 1953 e che non ha mai avuto la vita che gli era stata immaginata. Passeggiare in un bosco protetto e imbattersi nel cemento di un anello per automobili è un cortocircuito che nessun depliant racconta, e che dice molto su come Roma ha trattato questa zona nel Novecento.

Il consiglio che ti do per visitare Pineta di Castel Fusano

Il consiglio numero uno è di trattare la Pineta di Castel Fusano come una escursione, non come una passeggiata al parco sotto casa. Scarpe chiuse, calzini alti, pantaloni lunghi se si esce dai viali principali, acqua nello zaino, repellente per zanzare da maggio a ottobre. Il sottobosco è pieno di salsapariglia con aculei ricurvi, il terreno sabbioso stanca più dell'asfalto e le fontanelle non sono affidabili come punti di rifornimento.

Il consiglio numero due riguarda l'orario. Si entra presto: le prime tre ore della giornata sono le migliori per la luce, per gli animali e per il silenzio. Nel pomeriggio della domenica i viali vicini agli ingressi si riempiono, e il rumore della via Cristoforo Colombo, che attraversa il parco, si sente più di quanto si vorrebbe.

Il consiglio numero tre è di costruire un itinerario che alterni gli ambienti invece di restare su un solo viale. Un giro sensato è questo: ingresso dal lato di via del Martin Pescatore, discesa verso il canale dei Pescatori per l'avifauna, rientro verso l'interno attraversando i cordoni dunali, deviazione sull'antico tracciato della via Severiana, e chiusura verso il mare all'altezza della Villa della Palombara. Sono quattro paesaggi diversi in mezza giornata.

Il consiglio numero quattro, quello che nessuno segue: verificare prima le aperture. Il Castello Chigi apre in occasione di eventi e visite guidate; l'area archeologica non ha un orario continuo; il centro visite cambia orario con le stagioni. Tre telefonate o tre pagine consultate prima di partire trasformano una giornata mediocre in una giornata piena.

Ultimo consiglio, controcorrente: non venite qui se cercate la cartolina della pineta intatta. Dopo il 2000 quel paesaggio esiste solo in alcuni settori. Venite per il mosaico di ambienti, per la storia stratificata e per il silenzio delle mattine feriali, e il posto vi ripaga.

Pineta di Castel Fusano
Pineta di Castel Fusano

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Che la Pineta di Castel Fusano sia la più grande area verde di Roma lo sanno tutti. Quello che si cita di rado è la conseguenza amministrativa: questo bosco è contemporaneamente un parco urbano regionale, istituito il 26 giugno 1980, e una porzione di una riserva naturale statale, quella del Litorale Romano, che il decreto del 29 marzo 1996 ha esteso su circa 15.900 ettari dalla marina di Palidoro alla spiaggia di Capocotta. Due livelli di tutela sovrapposti, con una gestione affidata ai Comuni di Roma e Fiumicino per le rispettive competenze territoriali.

La sovrapposizione ha prodotto un effetto che i cittadini del litorale conoscono benissimo: la difficoltà storica di arrivare a un piano di gestione operativo. Il piano avrebbe dovuto essere approvato entro sei mesi dall'istituzione del parco. Su questa vicenda si sono costituiti comitati civici del Municipio, che da anni chiedono manutenzione ordinaria, fasce tagliafuoco efficienti e vigilanza.

Il secondo fatto risaputo e poco citato riguarda le dimensioni storiche. La tenuta seicentesca dei Sacchetti misurava 2.078 ettari; il parco odierno ne conta 916. La differenza non è evaporata: è stata frazionata, venduta, coltivata e infine edificata. I quartieri residenziali che oggi confinano con il bosco sorgono su quella superficie perduta, e la pressione urbanistica sul margine settentrionale resta il fattore che più incide sulla salute del parco, tra rifiuti, incendi dolosi e accessi non controllati.

C'è infine una circostanza che si ripete nei racconti e che merita una precisazione: il pino domestico e la cocciniglia tartaruga. Molti pensano che gli alberi malati siano una conseguenza degli incendi. Non lo sono: l'insetto, Toumeyella parvicornis, arriva dal Nord America, viene segnalato per la prima volta in Europa nel 2015 in Campania e raggiunge Roma nel 2018. Due emergenze diverse, sovrapposte sullo stesso bosco, con cause del tutto indipendenti.

La foto giusta da fare a Pineta di Castel Fusano

La fotografia che funziona qui non è l'inquadratura frontale del viale alberato, che risulta sempre piatta. La foto giusta si fa nella prima ora dopo l'alba, mettendosi su un viale orientato est-ovest e lasciando che i raggi radenti passino orizzontalmente fra i tronchi: la sabbia chiara del fondo riflette la luce verso l'alto e le chiome dei pini si stagliano in controluce. Serve un diaframma chiuso, intorno a f/11 o f/16, per ottenere la stella sul sole e per tenere a fuoco l'intera profondità del viale.

La seconda inquadratura da cercare è quella verticale sulle chiome. Il pino domestico ha il portamento a ombrello, e una foto scattata dal basso verso l'alto, con l'obiettivo grandangolare appoggiato quasi a terra, restituisce la struttura del bosco meglio di qualunque panoramica. Nei settori colpiti dagli incendi la stessa inquadratura racconta l'altra storia: i tronchi anneriti in piedi contro il cielo.

Il soggetto storico è la Villa della Palombara. Le murature romane emergono dal terrapieno circondate dai lecci, e la combinazione fra pietra antica e vegetazione mediterranea funziona nelle giornate leggermente coperte, quando il contrasto si abbassa e il dettaglio delle murature resta leggibile. Nelle terme, se l'apertura lo consente, il mosaico bicromo con Nettuno e le Nereidi datato al 139 d.C. va fotografato dall'alto, il più possibile perpendicolare al piano, evitando le ombre proprie.

Un consiglio poco intuitivo: in autunno vale la pena dedicare uno scatto ravvicinato al corbezzolo che porta contemporaneamente i fiori bianchi a campanella e le bacche rosse. È l'immagine che sintetizza la macchia mediterranea meglio di qualunque veduta d'insieme, e in una galleria di fotografie della Pineta di Castel Fusano risulta sempre quella che le persone guardano più a lungo. Ultima raccomandazione, seria: i droni sopra un'area protetta hanno regole precise, e volare senza le autorizzazioni previste è un problema, non una bravata.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

Il primo avvenimento è tardo antico e amministrativo, ma dice molto: le due iscrizioni ritrovate a Castel Fusano che documentano il restauro del ponte sul canale dello Stagno, al confine fra il territorio ostiense e quello laurentino, opera degli imperatori Carino e Numeriano, e la costruzione degli argini verso Ardea voluta da Massimino e Massimo per difendere la costa dalle mareggiate. Due imperatori che si occupano di un ponte e di una difesa costiera in questo tratto di litorale: significa che la via Severiana era infrastruttura strategica, non una strada di campagna.

Il secondo avvenimento è del 5 giugno 1277, quando una sentenza chiude la lunga vertenza fra i proprietari del fondo e gli abitanti di Ostia, che entravano abusivamente a cacciare: viene sancito il divieto di uccellare e di transitare senza autorizzazione. È la nascita documentata di un regime di accesso controllato su questo bosco, quasi settecentocinquanta anni prima dell'istituzione della riserva.

Il terzo è il chirografo di Benedetto XIII che, un secolo dopo le concessioni venatorie seicentesche, ristabilisce la riserva di caccia con pene corporali e pecuniarie per i contravventori. È la fotografia di un collasso: l'elenco delle specie cacciabili concesse dai Sacchetti, cinghiali, caprioli, cervi, lepri, istrici e ricci, in cento anni aveva ridotto la fauna al punto da richiedere una protezione severa.

Il quarto avvenimento è del 21 aprile 1933: la pineta, acquistata l'anno prima dal Governatorato di Roma, viene aperta al pubblico. Da tenuta di caccia privata a parco cittadino nel giro di dodici mesi. Nel 1932 il principe Francesco Chigi aveva venduto conservando per sé la villa e circa trentatré ettari, ed è la ragione per cui ancora oggi il castello è proprietà privata dentro un parco pubblico.

Il quinto, il più doloroso, è il 4 luglio 2000: l'incendio che percorre fra i trecento e i trecentocinquanta ettari e ne distrugge completamente circa duecentottanta. Il fuoco tornerà nel 2002, 2003, 2004, 2005, 2008 e ancora il 17 luglio 2017, quando bruciano un centinaio di ettari. Il sesto, silenzioso ma decisivo, è del 2018: l'arrivo a Roma della cocciniglia tartaruga e l'inizio dei reimpianti con il pino d'Aleppo, la prima volta in tre secoli in cui la specie dominante della Pineta di Castel Fusano viene deliberatamente cambiata.

Chi è passato da Pineta di Castel Fusano

Il primo nome è quello di un poeta, ed è una presenza letteraria più che storica: Virgilio colloca nell'agro laurentino, di cui questo territorio faceva parte, l'approdo di Enea. Silio Italico descrive le ville marine del litorale come ricche di altissimi pini. Sono testimonianze antiche di come questa costa veniva immaginata e raccontata a Roma.

Il secondo nome è storicamente documentato ed è forse il più sorprendente: Riccardo Cuor di Leone. Il 25 agosto 1190, di passaggio verso l'Oriente per la terza crociata, il re d'Inghilterra attraversa un bosco di questo litorale descritto come abbondante di cervi e caprioli. Un re crociato che attraversa il bosco che oggi si raggiunge con la Metromare in trentasette minuti: è la sproporzione che rende affascinante la storia di questo posto.

Poi vengono i papi. Gregorio VII, che nel 1074 dona la massa Fusana all'abbazia di San Paolo fuori le mura. Benedetto XIII, che con un chirografo istituisce la riserva di caccia. Benedetto XIV, che il 27 giugno 1755 autorizza la vendita della tenuta al principe Agostino Chigi per centotrentacinquemila scudi.

Il nome artisticamente più pesante è quello di Pietro Berrettini da Cortona, che negli anni Venti del Seicento lavora al castello per il cardinale Giulio Cesare Sacchetti, con una squadra in cui compaiono Andrea Sacchi e Alessandro Salucci. La cappella affrescata è considerata uno dei momenti alti della pittura barocca romana, e la Galleria conserva carte geografiche dipinte fra il 1627 e il 1631. Il committente, cardinale e uomo di fiducia dei Barberini, scelse verosimilmente lui stesso i temi: religiosi al primo piano, mitologici e scientifici al secondo.

Nell'Ottocento passano di qui due figure agli antipodi. Il cardinale Sigismondo Chigi, che fa asportare i basoli della via Severiana per ornare il viale della villa verso il mare, e l'archeologo Rodolfo Lanciani, che nel Novecento ne cura la ricollocazione e che si occupò anche dell'etimologia del toponimo Fusano. Infine Umberto I di Savoia, che dal 1888 tiene in affitto la tenuta come riserva di caccia, e il principe Francesco Chigi, che nel 1932 vende la pineta alla città conservando il castello. Da lì in avanti, i protagonisti della Pineta di Castel Fusano sono i romani che ogni domenica la attraversano.

Domande veloci su Pineta di Castel Fusano

Quanto costa entrare nella Pineta di Castel Fusano?

Nulla. Il parco urbano è ad accesso libero e gratuito, senza biglietteria. Hanno un costo, semmai, alcune visite guidate organizzate e gli eventi ospitati al castello privato.

Quanto è grande la Pineta di Castel Fusano?

916 ettari, il che ne fa la più estesa area verde del territorio comunale di Roma. La tenuta storica da cui deriva misurava però 2.078 ettari nel Seicento.

Come si arriva alla Pineta di Castel Fusano con i mezzi pubblici?

Con la Metromare, la ex ferrovia Roma-Lido, che parte da Porta San Paolo e ha interscambio con la metro B a Basilica San Paolo e a EUR Magliana. Le fermate utili sono Stella Polare, Castel Fusano e il capolinea Cristoforo Colombo. Il biglietto è quello urbano Metrebus.

Quanto tempo ci vuole dal centro di Roma?

La percorrenza dell'intera linea da Porta San Paolo al capolinea Cristoforo Colombo è di circa trentasette minuti, con corse ogni venti minuti nei giorni feriali e ogni ventidue nei festivi.

La Pineta di Castel Fusano è aperta tutti i giorni?

Il parco non ha cancelli e si percorre tutto l'anno. Possono essere interdetti singoli settori per lavori, per sicurezza sugli alberi malati o nelle giornate di massima allerta incendi in estate.

Si può portare il cane nella Pineta di Castel Fusano?

I cani sono ammessi al guinzaglio nelle aree consentite dell'area protetta. Il guinzaglio non è una formalità: qui vivono cinghiali, istrici e uccelli che nidificano a terra.

Si può andare in bicicletta?

Sì, sui viali carrozzabili e sulle strade principali. I sentieri stretti dentro la macchia sono riservati ai pedoni, perché il passaggio delle ruote erode il fondo sabbioso.

Si possono raccogliere asparagi o funghi?

La raccolta degli asparagi selvatici è vietata. Trattandosi di riserva naturale statale, ogni forma di raccolta di prodotti del sottobosco è soggetta a regolamento: prima di riempire un cesto conviene leggere i cartelli.

Si può fare un picnic o accendere un fuoco?

Il picnic nelle aree consentite è una consuetudine radicata. Accendere fuochi, bruciare qualsiasi cosa o usare barbecue è vietato, e in un bosco che ha bruciato nel 2000, nel 2017 e in mezza dozzina di altre occasioni la ragione non richiede spiegazioni.

Ci sono cinghiali nella Pineta di Castel Fusano?

Sì, il cinghiale è presente e attivo soprattutto all'alba e al tramonto. Non va avvicinato né alimentato; se lo si incontra sul sentiero si arretra con calma senza correre e senza mettersi fra la femmina e i piccoli.

Si può visitare il Castello Chigi?

Il castello è una residenza privata della famiglia Chigi, in viale Mediterraneo 52. Si entra solo in occasione di eventi culturali, attività e visite guidate programmate, con calendario pubblicato dalla proprietà sul proprio sito.

Si può vedere la Villa di Plinio?

L'area archeologica della Villa della Palombara, comunemente detta Villa di Plinio, non ha un'apertura continua. L'accesso dipende dai programmi della soprintendenza e dalle visite organizzate dal centro visite della riserva: va verificato prima di andare.

La villa apparteneva davvero a Plinio il Giovane?

No. L'identificazione risale al Settecento, quando il complesso fu riscoperto nel 1713, ed è stata superata dalle indagini archeologiche fra gli anni Ottanta e il 2008. L'ipotesi oggi più seguita, formulata da Antonio Maria Colini, la attribuisce all'oratore Quinto Ortensio Ortalo.

Quanto dura la visita alla Pineta di Castel Fusano?

Da due ore per un giro breve fino a mezza giornata per un itinerario che comprenda il canale dei Pescatori, i cordoni dunali e il tracciato della via Severiana. In bicicletta i tempi si dimezzano.

La Pineta di Castel Fusano è accessibile in sedia a rotelle?

I viali principali asfaltati sono percorribili, meglio con un accompagnatore. I sentieri sabbiosi della macchia e l'area di scavo della villa romana non lo sono.

Quando è bruciata la Pineta di Castel Fusano?

L'incendio più grave è del 4 luglio 2000: fra trecento e trecentocinquanta ettari percorsi dalle fiamme, circa duecentottanta distrutti. Altri incendi rilevanti nel 2002, 2003, 2004, 2005, 2008 e il 17 luglio 2017.

Perché tanti pini sono secchi o abbattuti?

Per la cocciniglia tartaruga, Toumeyella parvicornis, insetto nordamericano segnalato in Europa dal 2015 e a Roma dal 2018, che attacca il pino domestico. Nei reimpianti si utilizza il pino d'Aleppo, che il parassita non colpisce.

Si può fare il bagno vicino alla Pineta di Castel Fusano?

Sì, il litorale di Ostia e di Castel Fusano è a poche centinaia di metri dal margine meridionale del bosco, collegato dal viale Mediterraneo aperto negli anni Trenta nella duna. Più a sud si arriva alla spiaggia di Capocotta.

La Pineta di Castel Fusano è adatta ai bambini?

Molto, sui viali principali. Servono repellente per zanzare in estate, acqua, e la regola sui cinghiali spiegata prima di entrare.

Chi gestisce la Pineta di Castel Fusano?

Il parco urbano fa parte della Riserva Naturale Statale del Litorale Romano, la cui gestione è affidata ai Comuni di Roma e di Fiumicino per i rispettivi territori. L'ufficio decentrato e il Centro di Educazione e Informazione Ambientale sono in via del Martin Pescatore 66, località Pantano.

Che differenza c'è fra la Pineta di Castel Fusano e la Tenuta di Castelporziano?

Sono lo stesso bosco separato da un confine amministrativo. La pineta è parco urbano pubblico ad accesso libero; Castelporziano è tenuta presidenziale, con visite regolamentate e contingentate.

Conviene abbinare la Pineta di Castel Fusano a Ostia Antica?

È l'abbinamento migliore che questa zona consenta, perché li collega la stessa linea ferroviaria e perché il parco archeologico spiega la ragione economica delle ville marittime del litorale. L'ingresso agli scavi è gratuito ogni prima domenica del mese.

Torno spesso in questo bosco e continuo a consigliarlo, ma a una condizione: che chi ci va sappia che cosa sta guardando. La Pineta di Castel Fusano non è una cartolina intatta, è un paesaggio ferito e stratificato, dove una piantagione settecentesca, una strada imperiale, una villa repubblicana, un castello barocco abitato, un autodromo abbandonato e trecento ettari bruciati convivono su novecento ettari di sabbia portata dal Tevere. Andateci di mattina, a piedi, con il tempo di fermarvi a guardare il terreno. Poi scendete al mare e giudicate voi se Roma ha trattato bene il suo bosco più grande. La mia risposta ce l'ho, e non è generosa. Chi prepara un itinerario più ampio su Roma e il litorale trova materiale utile anche nelle guide in inglese di ItalyPlanner e nell'itinerario di tre giorni pubblicato su ItalyPlanner, mentre chi cerca un accompagnamento professionale per gruppi può rivolgersi al team di TourLeaderPro a Roma.

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RiassuntoDi storia antica, la Pineta di Castel Fusano copre un'area di 916 ettari e si trova a cinque chilometri a sud-est della foce del Tevere. La Pineta di Castel Fusano è la più ampia area verde di Roma.
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