Riserva naturale provinciale Monte Casoli di Bomarzo
Riserva naturale provinciale Monte Casoli di Bomarzo
Riserva naturale provinciale Monte Casoli di Bomarzo
Riserva naturale provinciale Monte Casoli di Bomarzo
Riserva naturale provinciale Monte Casoli di Bomarzo
Riserva naturale provinciale Monte Casoli di Bomarzo
Riserva naturale provinciale Monte Casoli di BomarzoLa Riserva naturale provinciale Monte Casoli di Bomarzo occupa 285 ettari di pianoro tufaceo e di forre nel comune di Bomarzo, in provincia di Viterbo. Il punto informativo dell'area protetta è a Palazzo Orsini, via Borghese 10, 01020 Bomarzo; la gestione è della Provincia di Viterbo, che risponde ai numeri 0761 313376 e 0761 313403 e all'indirizzo parchi@provincia.vt.it. L'ingresso è libero, non c'è biglietteria, non c'è cancello e non c'è orario: si entra a piedi o in automobile lungo la strada che parte dal centro storico di Bomarzo, segue le indicazioni per il Parco dei Mostri, ne oltrepassa l'ingresso e prosegue per circa tre chilometri di fondo in parte sterrato fino allo spiazzo davanti alla chiesa di Santa Maria di Monte Casoli, dove si lascia l'auto. In treno si arriva alla stazione di Attigliano-Bomarzo sulla linea Roma-Orte-Firenze e da lì servono un taxi o un passaggio, perché la stazione è lontana dal paese; in automobile da Roma si esce ad Attigliano sull'Autostrada del Sole. Prenotazioni non ne servono per la visita libera; per le visite guidate e per le attività di educazione ambientale il riferimento è l'ente gestore. Non ci sono bar, fontane pubbliche sicure né servizi igienici dentro la riserva: acqua e provviste si comprano in paese.
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✦ Fuori portaCastelli Romani
Frascati, Castel Gandolfo, il lago di Albano. Un'ora da Roma e sembra un'altra regione.
✦ Patrimonio UNESCOTivoli: Villa d'Este e Villa Adriana
Due ville, due epoche, un solo biglietto mentale: le fontane di Villa d'Este e le rovine imperiali di Adriano.
✦ Senza faticaTour in e-bike
Le sette colline con l'assistenza al pedale. L'Appia Antica e il Gianicolo diventano facili.
✦ Va a rubaColosseo, Foro e Palatino
L'ingresso a orario sparisce con giorni di anticipo in alta stagione. La versione con i sotterranei è quella che vale il s...
✦ Vai all'aperturaMusei Vaticani e Cappella Sistina
Il primo slot della giornata o il tardo pomeriggio. A metà mattina è un nastro trasportatore, e non lo diciamo solo noi.
✦ Poco camminoTour in golf cart
Il centro storico in un paio d'ore senza distruggerti i piedi, e passi dove i pullman non entrano.
✦ Il classicoTour a piedi
Roma si capisce camminando. La differenza la fa la guida, non l'itinerario: sono quasi tutti uguali sulla carta.
✦ Vieni affamatoFood tour
Non è un pranzo: sono sei-otto tappe piccole. Il valore è nei posti in cui non saresti mai entrato da solo.
✦ Dopo le 21Bar hopping e vita notturna
Tre o quattro locali con qualcuno che sa quali sono aperti quella sera. Funziona meglio da soli che in coppia.
✦ Foto garantiteVespa e Ape Calessino
In Ape ti portano loro, in Vespa guidi tu (serve la patente). Due esperienze molto diverse sotto lo stesso nome.
✦ Il più scenograficoTour in sidecar
Il sidecar vintage con conducente: costa più della Vespa, ma è il giro che finisce in tutte le foto.
✦ Si mangia alla fineCorsi di cucina
Pasta a mano e poi ci si siede a tavola. La domanda giusta è quante persone ci sono per postazione.
✦ Anche in cittàDegustazioni di vino
In enoteca in centro o tra le vigne dei Castelli. Due cose diverse: una dura un'ora, l'altra una giornata.
✦ Prenotazione obbligatoriaGalleria Borghese
Bernini e Caravaggio in due ore contate. Senza prenotazione non si entra, punto.
✦ SottoterraCatacombe e Appia Antica
Chilometri di gallerie sotto la via Appia. Fresche d'estate, e sorprendentemente poco affollate.
✦ Accesso limitatoColosseo: sotterranei e arena
Il piano dove aspettavano gladiatori e belve, e il pavimento dell'arena. Posti contati ogni giorno.
✦ Giornata lungaPompei e Costiera Amalfitana
Da Roma si fa in giornata, ma è una giornata vera: sveglia presto e rientro a sera.
✦ Alta velocitàFirenze in giornata
Un'ora e mezza di treno e sei sotto il Duomo. Si fa, se accetti di vedere tre cose e non dieci.
✦ Terrazza panoramicaCastel Sant'Angelo
Mausoleo, fortezza, prigione e rifugio dei papi. E la terrazza con la vista migliore su San Pietro.
✦ Dopo il tramontoRoma di notte
Le stesse piazze, senza la folla e con le luci giuste. La città cambia completamente.
✦ Libertà di scesaBus hop-on hop-off
Sali e scendi dove vuoi per 24 o 48 ore. Utile il primo giorno, per orientarsi.
✦ MareCapri e Costiera Amalfitana
Da Roma è lunga, ma in due giorni si fa con calma. In giornata solo se accetti di correre.
✦ Centro storicoTrevi, Pantheon e piazze
Il cuore barocco a piedi, più il biglietto del Pantheon che ora serve davvero.
✦ Con i bambiniScuola dei gladiatori
Due ore con la spada di legno in mano, sulla via Appia. Con i ragazzini funziona sempre.
✦ Poco sforzoSegway e monopattino
Copri il doppio del centro senza camminare. Dieci minuti di pratica e ci stai sopra.
✦ MercoledìUdienza papale
Ogni mercoledì, quando il Papa è a Roma. Il biglietto è gratuito ma va ritirato.
✦ Poco affollatoTerme di Caracalla
Muri alti trenta metri e quasi nessuno intorno. Uno dei posti più sottovalutati di Roma.
✦ A 30 minutiOstia Antica
La Pompei di Roma, raggiungibile col treno urbano. Strade, taverne e mosaici, senza folla.
✦ Alta velocitàNapoli e Pompei
Un'ora e dieci di treno. Il centro storico, il museo archeologico e la pizza vera.
✦ Prima dell'aperturaVaticano: ingresso anticipato
Dentro i Musei prima del pubblico. La Sistina quasi vuota è un'altra cosa.
Per inquadrarla nel resto della provincia conviene partire dalla pagina di Viterbo, che raccoglie il capoluogo e i suoi dintorni.

Che cosa protegge la Riserva naturale provinciale Monte Casoli di Bomarzo
La riserva nasce con la legge regionale 30 del 26 ottobre 1999 e affida alla Provincia di Viterbo, in collaborazione con il Comune di Bomarzo, un territorio che i manuali di tutela ambientale faticano a incasellare. Non è un bosco vergine, non è una montagna, non è una zona umida. È un pezzo di Tuscia rupestre: un pianoro di tufo lungo poco meno di due chilometri e mezzo e largo in media duecentocinquanta metri, sospeso fra due forre, che l'uomo ha abitato, fortificato, scavato, coltivato e infine abbandonato per tre volte in tremila anni, e che il bosco si è ripreso con una velocità che sorprende chiunque arrivi aspettandosi rovine ben pettinate.
Il perimetro attuale copre 285 ettari. Il progetto di ampliamento oltre i settecento ettari circola da anni nei documenti dell'ente gestore e non è stato portato a termine: chi legge numeri diversi in giro sta leggendo la superficie prevista, non quella vigente. Il logo dell'area protetta dice in due segni tutto quello che c'è da sapere sulle priorità: una foglia fortemente lobata di quercia virgiliana e la silhouette del borgo di Bomarzo. Natura e uomo, affiancati, senza gerarchia.
La mia opinione, dopo averci accompagnato gruppi in ogni stagione: la Riserva naturale provinciale Monte Casoli di Bomarzo è una delle poche aree protette del Lazio dove l'archeologia non è un contorno del paesaggio, ma la ragione per cui il paesaggio ha quella forma. Chi ci va solo per il bosco si perde metà del posto. Chi ci va solo per le grotte non capisce perché le grotte siano lì.
Dove si trova e come si arriva alla Riserva naturale provinciale Monte Casoli di Bomarzo
In automobile da Roma alla Riserva naturale provinciale Monte Casoli di Bomarzo
Da Roma la strada più semplice è l'Autostrada del Sole in direzione Firenze, uscita Attigliano, poi le indicazioni per Bomarzo: dal casello sono pochi chilometri. In alternativa si sale per la via Flaminia fino a Orte e si prosegue sulla viabilità provinciale. Da Viterbo si arriva da est passando per Soriano nel Cimino oppure per Vitorchiano, con una ventina di chilometri di curve fra castagneti e coltivi. Il tempo di percorrenza da Roma, traffico ordinario del sabato mattina, è di un'ora e un quarto scarsa: è una gita che si fa e si disfa in giornata senza fretta.
In treno e in autobus verso Bomarzo
La fermata ferroviaria più vicina è Attigliano-Bomarzo, sulla dorsale Roma-Orte-Firenze. Il nome inganna: il borgo di Bomarzo è a diversi chilometri, in salita, e il collegamento su gomma fra stazione e paese non è frequente. Chi non guida deve mettere in conto un taxi o un servizio a chiamata, e soprattutto deve organizzare il ritorno prima di partire. Anche dalla stazione di Orte esistono collegamenti verso la zona, con gli stessi limiti di frequenza. Gli orari degli autobus regionali cambiano fra periodo scolastico ed estivo e vanno controllati sul sito del vettore prima di mettersi in viaggio: su questo punto non esistono scorciatoie.
La strada sterrata che porta dentro Monte Casoli di Bomarzo
Dal centro storico di Bomarzo si seguono i cartelli marroni per il Parco dei Mostri. Superato il piazzale del parco, la carreggiata si stringe, l'asfalto si sbriciola e diventa pietrisco. Sono circa tre chilometri, con qualche tratto dissestato e due o tre curve dove un'utilitaria bassa va accompagnata con delicatezza. Non serve un fuoristrada, serve piede leggero. Dopo l'ultima svolta si apre lo spiazzo erboso davanti alla chiesetta di Santa Maria di Monte Casoli: quello è il parcheggio, e finisce lì la parte comoda. Dallo spiazzo in avanti si cammina.
Chi preferisce arrivarci a piedi ha un'opzione seria: il sentiero segnato CAI 125, che collega Vitorchiano a Bomarzo attraversando l'area protetta. È un itinerario da mezza giornata, con dislivelli veri e fondo che dopo la pioggia diventa scivoloso. Consiglio netto: se andate a piedi, andateci in due e con le scarpe giuste, perché la copertura telefonica dentro le forre è capricciosa.
Il pianoro, le forre e la geologia di Monte Casoli di Bomarzo
Il peperino del vulcano Cimino
Il banco di roccia su cui poggia tutto è di origine vulcanica e viene dall'apparato del Cimino, attivo attorno a 1,3 milioni di anni fa. Il materiale che affiora è quello che in zona chiamano peperino tipico: una roccia grigia, compatta ma lavorabile, riconoscibile a occhio nudo per i cristalli neri e lucenti di biotite che la punteggiano come pepe macinato grosso, da cui il nome. Sotto e attorno alla copertura vulcanica affiorano formazioni sedimentarie marine del Plio-Pleistocene: il territorio della riserva mette in fila, in poche centinaia di metri, un fondale marino sollevato e una coltre di eruzioni. Per un geologo è una lezione all'aperto; per un camminatore, la spiegazione del perché il terreno cambi colore e consistenza da un tornante all'altro.
Questo tufo è la ragione di tutto il resto. Si taglia con attrezzi semplici, tiene bene la volta quando lo si scava, e all'aria indurisce. Gli Etruschi lo sapevano, i contadini medievali pure. Se cercate una chiave per leggere la Tuscia intera, dalle necropoli di Tarquinia alle vie cave del Viterbese, la chiave è questa: una roccia che si lascia scavare come burro e poi regge per due millenni.
Il torrente Vezza e le due forre
Il pianoro è isolato su tre lati dall'incisione di due corsi d'acqua: il Vezza a nord e il Sodera a sud, con i loro affluenti minori. Non sono fiumi imponenti, sono torrenti appenninici che d'estate si riducono a pozze e a novembre corrono. Il lavoro che hanno fatto, però, si misura in verticale: hanno inciso il banco tufaceo per decine di metri, isolando l'altopiano come una portaerei di roccia in mezzo al bosco. Le pareti che ne risultano sono ripide e scomode, e questo spiega perché il quarto lato, quello meridionale, sia l'unico che l'uomo abbia dovuto fortificare.
Nel Vezza vive ancora il granchio di fiume, Potamon fluviatile. È un indicatore severo: dove l'acqua è sporca, quel granchio sparisce. La sua presenza dice, senza bisogno di analisi chimiche, che il bacino è in salute.
I pianori, i coltivi e i pascoli della riserva
Il paesaggio della Riserva naturale provinciale Monte Casoli di Bomarzo è a mosaico: aree boscate fitte sui versanti meno esposti al sole, pianori un tempo tenuti a pascolo, appezzamenti ancora coltivati, valli più o meno profonde. Questa alternanza non è casuale né pittoresca: è il risultato di secoli di uso agricolo, e proprio per questo produce una biodiversità più alta di un bosco uniforme. Il margine fra prato e bosco è il posto dove si vede di più, all'alba e al tramonto, ed è lì che vi consiglio di fermarvi in silenzio dieci minuti invece di camminare sempre.
Il bosco e la flora della Riserva naturale provinciale Monte Casoli di Bomarzo
La cerreta, l'ossatura del bosco
L'elemento vegetale dominante è una fitta cerreta, cioè un bosco di cerro, che copre soprattutto i versanti meno esposti al sole. Sotto le chiome si incontrano il corniolo, l'orniello e, nelle esposizioni calde, il leccio, che qui convive con le querce caducifoglie in una di quelle mescolanze di ambiente mediterraneo e ambiente submontano che rendono la Tuscia interna così poco classificabile. In autunno la cerreta vira a un bronzo scuro che dura settimane, perché il cerro tiene le foglie secche sui rami fin quasi a primavera.
Sui tronchi vecchi crescono licheni dei generi Lobaria e Usnea. Sono organismi che non tollerano l'aria sporca: la loro presenza è una certificazione della qualità atmosferica che vale più di qualunque cartello. Guardateli e non toccateli.
La quercia virgiliana, la foglia del logo
La specie simbolo della riserva è la quercia virgiliana, Quercus virgiliana, rara nel Lazio e per questo scelta come emblema dell'area protetta insieme al profilo del borgo. Si riconosce dalla foglia fortemente lobata, dai margini profondamente incisi, e dalla ghianda grande. Appartiene al gruppo delle roverelle e i botanici discutono da decenni se sia una specie autonoma o una variante di Quercus pubescens: la questione è aperta, e chi ve la racconta come chiusa vi sta semplificando. Quello che non è in discussione è la sua rarità regionale, che è la ragione per cui compare nel logo.
Le orchidee spontanee della Riserva naturale provinciale Monte Casoli di Bomarzo
Fra le presenze floristiche di maggior pregio l'ente gestore segnala numerose orchidee spontanee. Sono piante piccole, che fioriscono fra aprile e giugno nei prati aridi e ai margini dei coltivi, e che il novantacinque per cento dei visitatori calpesta senza accorgersene. La regola è semplice e non negoziabile: non si raccolgono, non si spostano, non si scava attorno al bulbo per fotografarle meglio. Un'orchidea spontanea strappata non ricresce l'anno dopo. Se volete vederle, andate a maggio, camminate sui sentieri e guardate in basso dove l'erba è bassa e il suolo è magro.
La fauna della Riserva naturale provinciale Monte Casoli di Bomarzo
L'abbondanza d'acqua, la varietà degli ambienti e la scarsa presenza umana danno alla riserva una comunità animale ricca per un'area di 285 ettari. Chi arriva a mezzogiorno di agosto non vedrà quasi niente e se ne andrà deluso; chi arriva un'ora prima del tramonto di ottobre farà fatica a non incontrare qualcosa.
I mammiferi
Il cinghiale, Sus scrofa, è il padrone di casa: le sue grufolate ai bordi dei pianori sono il segno più comune che troverete sul terreno. Ci sono poi la volpe, la martora, Martes martes, animale forestale schivo legato ai boschi maturi, la puzzola, Mustela putorius, e il tasso, Meles meles, le cui tane scavate nei pendii tufacei si riconoscono per il grande cumulo di terra all'ingresso. Fra i roditori vivono l'istrice, lo scoiattolo, il moscardino, il topo selvatico dal collo giallo, l'arvicola di Savi e l'arvicola rossastra. Gli insettivori sono rappresentati dal riccio, dalla talpa e dal toporagno comune. L'istrice si annuncia con gli aculei perduti lungo i sentieri: raccoglierne uno è la cosa più innocua che si possa fare qui, e l'unico souvenir che vi autorizzo.
I rapaci notturni
Di notte cacciano il gufo comune, Asio otus, l'allocco, Strix aluco, e il barbagianni, Tyto alba. Le rovine e gli anfratti del pianoro offrono posatoi e siti di nidificazione che in un bosco ordinario non esisterebbero: l'archeologia, qui, è anche edilizia residenziale per rapaci. Il verso dell'allocco, quel richiamo tremolante che i film usano a sproposito per fare atmosfera, nelle sere di fine inverno si sente davvero e arriva da più punti contemporaneamente.
I rapaci diurni e il falco lanario
Di giorno lavorano la poiana, Buteo buteo, lo sparviero, Accipiter nisus, e il gheppio, Falco tinnunculus. La presenza che gli specialisti citano per prima, però, è quella del falco lanario, Falco biarmicus: un rapace mediterraneo raro, legato alle pareti rocciose, che in Italia conta poche decine di coppie ed è considerato fra i rapaci più minacciati del Paese. L'ente gestore lo indica fra i motivi di pregio faunistico della riserva insieme alle orchidee e alla quercia virgiliana. Segnalato anche il nibbio bruno. Opinione secca: le pareti delle forre non si avvicinano in periodo riproduttivo, e i droni qui non hanno nessun diritto di volare.
Gli altri uccelli del bosco di Monte Casoli di Bomarzo
Fra gli alberi non è raro incontrare il picchio verde, Picus viridis, che si annuncia con una risata lunga prima di farsi vedere, il rigogolo, Oriolus oriolus, giallo e nero e quasi impossibile da osservare malgrado il colore, il colombaccio, Columba palumbus, e l'upupa, Upupa epops, che ai margini dei coltivi apre la cresta come un ventaglio. In primavera il bosco è una parete sonora: portate un'applicazione per il riconoscimento dei canti e vi accorgerete di quante specie stiate ignorando.
Rettili e anfibi
Abbondano le lucertole e il ramarro. Fra i serpenti si incontrano il biacco, oggi classificato come Hierophis viridiflavus, nervoso e velocissimo ma privo di veleno, il cervone, Elaphe quatuorlineata, il più grande serpente europeo, docile e protetto dalla Direttiva Habitat, e il saettone, oggi Zamenis longissimus. Nessuno di questi è pericoloso per l'uomo. La vipera comune esiste nel Lazio ed è prudente guardare dove si mettono le mani sui muretti a secco, ma la probabilità di incontrarla è bassa e la reazione giusta è allontanarsi, non colpire.
La salamandrina dagli occhiali
La peculiarità faunistica dell'area è una comunità di salamandrina dagli occhiali, piccolo anfibio endemico italiano che vive nei boschi umidi presso i ruscelli e che si riproduce in acque limpidissime. Nel Lazio settentrionale la specie presente è la salamandrina settentrionale, Salamandrina perspicillata, descritta da Savi nel 1821; la congenere meridionale, Salamandrina terdigitata, occupa invece il sud della penisola. Entrambe sono tutelate dalla Convenzione di Berna e dalla Direttiva Habitat. È un animale lungo pochi centimetri, nerissimo sopra, con il ventre bianco e rosso acceso che mostra inarcandosi quando si sente minacciato. Non si tocca, non si sposta, non si mette in una bottiglia per farlo vedere ai bambini: le mani calde e unte le fanno male. Si guarda dove è, e la si lascia dove è.

Il sito rupestre etrusco e medievale di Monte Casoli di Bomarzo
Qui bisogna essere precisi, perché sul rupestre della Tuscia circola molta letteratura entusiasta e poca stratigrafia. Distinguo tre livelli: quello che risulta da documenti scritti o da strutture leggibili, quello che è tradizione locale raccolta e tramandata, e quello che resta ipotesi di studio. Confonderli è il modo più rapido per raccontare sciocchezze davanti a un gruppo.
Quello che è documentato
Documentato è il quadro storico generale. Nel 283 a.C. il territorio di Bomarzo, che le fonti tarde chiamano Polimartium, entrò nell'orbita di Roma e fu iscritto alla tribù Arnensis. Documentata è la conquista romana di Volsinii nel 264 a.C. e la riorganizzazione viaria che seguì, la quale tolse importanza ai centri etruschi minori dell'interno. Documentato è che nel 607 il corso del Vezza segnava il confine fra la Tuscia longobarda e quella rimasta bizantina e poi romana: il torrente che oggi sentite gorgogliare in fondo alla forra era una frontiera politica.
Documentata è, soprattutto, la vicenda medievale del castello. La prima menzione del castrum in un atto scritto è del 1207. Nel 1280 il sito subì un attacco, e dopo quella data le fonti lo mostrano progressivamente svuotato. Nel 1293 il castrum passò a Viterbo, nel 1298 entrò nel Patrimonio di San Pietro. Nel 1359 fu dato in dote a Vannozza Orsini da Ludovico dei Prefetti di Vico, e con quel passaggio Monte Casoli entra nell'orbita della famiglia che governerà Bomarzo per secoli. Nel 1416 i registri lo elencano fra le terre destructe et inhabitate, cioè distrutte e disabitate: continuava a essere tassato, ma non ci viveva più nessuno. Nel 1520 fu affidato alla camera apostolica dietro un canone simbolico consistente in un cane da caccia, poi commutato in otto libbre di cera. Nell'Ottocento passò agli Orsini di Mugnano e quindi ai Lante della Rovere.
Documentata è infine la topografia: tre linee di fossati parallele in direzione nord-sud tagliano l'unico lato accessibile del pianoro, e tratti di cinta in blocchi squadrati di tufo sono ancora leggibili sul terreno. Documentate sono le circa quaranta cavità artificiali allineate sul versante meridionale, i colombari scavati nei costoni e la chiesa di Santa Maria con la sua fase più antica inglobata.
Quello che è tradizione
È tradizione locale, raccolta a Bomarzo e tramandata oralmente, che le grotte del pianoro fossero abitazioni stabili di contadini e pastori nell'alto medioevo. La tradizione è sostenuta da un argomento linguistico gradevole: il toponimo Mons Casuli viene letto come monte delle case. È un'etimologia plausibile e diffusa, non è una prova. Sono tradizione anche i racconti sull'abbandono improvviso del villaggio, che il paese ripete in più versioni e che nessun documento conferma nei dettagli.
Quello che resta ipotesi
Resta ipotesi la questione più interessante di tutte: le quaranta cavità nacquero come tombe etrusche e furono poi riadattate a ricoveri, oppure furono scavate fin dall'origine come abitazioni? Gli studiosi si dividono. A favore della prima lettura gioca la tipologia di alcuni ambienti, con banchine laterali che somigliano ai letti funebri delle camere etrusche della zona. A favore della seconda gioca l'organizzazione in più vani comunicanti, le finestrelle, le mangiatoie, i canaletti per lo scolo dell'acqua e la presenza di macine e di un palmento, cioè di una vasca per la pigiatura dell'uva: attrezzature da vivi, non da morti. La verità più probabile è che valgano entrambe le cose in punti diversi del pianoro, ma finché non si scava con metodo la domanda resta aperta. Va detto chiaramente: sul sito non risultano campagne di scavo sistematiche pubblicate, e quasi tutto quello che si sa viene da ricognizioni di superficie e da studi universitari sul territorio.
Resta ipotesi, per quanto molto accreditata, anche la datazione delle fortificazioni al quarto e terzo secolo avanti Cristo, con la funzione di contrastare l'espansione romana verso la valle del Tevere e della Nera.
Le circa quaranta cavità della Riserva naturale provinciale Monte Casoli di Bomarzo
Si aprono quasi tutte sullo stesso livello, allineate per centinaia di metri sul fianco sud-orientale del pianoro. La pianta ricorrente è quadrangolare, il soffitto piano, le banchine corrono lungo le pareti. Nelle pareti si contano nicchie per riporre oggetti, fori per i pali, finestrelle e canaletti che raccoglievano l'acqua di stillicidio. In molte si leggono i segni del riuso: mangiatoie ricavate nel tufo, incavi per fissare travi, allargamenti fatti per trasformare l'ambiente in ovile o stalla. Camminare davanti a questa fila di aperture con il bosco alle spalle è l'esperienza che giustifica il viaggio.
I colombari scavati nel tufo
Sui costoni si aprono grandi colombari: pareti interamente coperte di nicchie regolari, in alcuni casi fino a terra. La cura della lavorazione, e in particolare la forma pentagonale delle buche in uno dei quattro colombari maggiori, fa propendere per un'origine funeraria etrusca. In età medievale furono riconvertiti all'allevamento dei colombi, che davano carne e, altrettanto importante, guano da usare come fertilizzante. È una delle trasformazioni di funzione più eleganti che si vedano nella Tuscia: una tomba diventata dispensa.
Le vie cave e le tagliate
Per superare le pareti del colle gli abitanti incisero nel tufo trincee profonde, quelle che in zona si chiamano vie cave o tagliate. Sono corridoi a cielo aperto con pareti alte anche diversi metri, che collegavano il pianoro al fondovalle e, attraverso la valle del Vezza, all'insediamento rupestre di Corviano. Quando ci si cammina dentro il rumore si attenua, la luce cala e la temperatura scende di qualche grado: è l'effetto che ha convinto generazioni di viaggiatori a parlare di magia, e che in realtà dipende dalla geometria e dall'inerzia termica del tufo.
Il castello di Monte Casoli
Del castello duecentesco restano poche murature emergenti dal terreno, qualche tratto di fondazione e il disegno dei fossati. Fu costruito riutilizzando anche blocchi di tufo delle fortificazioni più antiche, secondo una prassi di cantiere normale in tutto il medioevo laziale. Chi arriva aspettandosi torri e merli resterà deluso: qui si legge una pianta, non un profilo. Ma la posizione spiega tutto, e vale la pena camminare fino al ciglio per capire perché chi controllava questo pianoro controllava il passaggio fra la Tuscia interna e la valle del Tevere.
La chiesa di Santa Maria di Monte Casoli
La chiesetta davanti alla quale si parcheggia è il monumento meglio conservato dell'intera area protetta. L'aspetto attuale è cinquecentesco: facciata a capanna, portale sormontato da un timpano triangolare, due basse finestre quadrate, un occhio superiore e un campaniletto a vela. L'impianto però è più antico, romanico, riferibile all'undicesimo o dodicesimo secolo. La cosa notevole è quello che c'è dietro e sotto: la fabbrica cinquecentesca ha inglobato una chiesa rupestre più antica, scavata nel tufo, con presbiterio a tre absidi e tracce di affreschi fra cui una figura di san Michele arcangelo riferita al Duecento. Se trovate aperto, guardate il retro dell'aula: è lì che la stratificazione si legge meglio. Se trovate chiuso, e capita spesso, il giro esterno resta comunque istruttivo.

Il Sacro Bosco degli Orsini e la Riserva naturale provinciale Monte Casoli di Bomarzo
La strada per il pianoro passa davanti all'ingresso del Parco dei Mostri, e l'ente gestore lo elenca fra i punti di interesse dell'area protetta. Vale la pena capire il rapporto fra i due luoghi, perché non è un accostamento turistico: è una continuità di famiglia e di territorio. Il Sacro Bosco fu voluto da Vicino Orsini fra il 1552 e il 1580 su circa tre ettari di vallone, e le sue figure colossali furono ricavate scolpendo direttamente i massi vulcanici affioranti sul posto, senza trasportarli. Stessa roccia del pianoro, stesse mani abituate a lavorarla.
Gli Orsini che commissionarono il bosco delle meraviglie sono la stessa casata che nel 1359 aveva ricevuto in dote il castrum di Monte Casoli. Nel giro di due secoli la famiglia passa dal fortificare un pianoro al trasformare un vallone in una macchina letteraria fatta di orchi, draghi, sirene e di una casa pendente costruita fuori piombo apposta. Chi visita soltanto il parco vede il punto di arrivo; chi sale anche a Monte Casoli vede da dove quella famiglia veniva.
Opinione netta, e impopolare: se avete una sola giornata e amate le folle poco, invertite l'ordine consueto. La mattina presto al pianoro, con il bosco vuoto, e il Sacro Bosco nel pomeriggio inoltrato. Il parco è a pagamento e va verificato sul suo sito ufficiale per orari e tariffe; la riserva no, ed è aperta sempre.
Una curiosità su Riserva naturale provinciale Monte Casoli di Bomarzo
La curiosità più bella di Monte Casoli è un canone d'affitto. Nel 1520, quando ormai il castello era un rudere e il pianoro non ospitava più nessuno, il sito fu affidato alla camera apostolica dietro il pagamento di un tributo annuo consistente in un cane da caccia. Non denaro: un cane. Più tardi il canone fu commutato in otto libbre di cera. Sono i cosiddetti canoni ricognitivi, versamenti simbolici il cui scopo non era arricchire il proprietario ma far riconoscere ogni anno, pubblicamente, chi fosse il padrone della terra. Il valore economico contava zero, il valore giuridico tutto.
La cosa che rende questo dettaglio prezioso è quello che rivela del posto. Nel 1416 i registri fiscali avevano già classificato Monte Casoli fra le terre destructe et inhabitate, distrutte e disabitate: nessuno ci viveva, eppure il fisco continuava a iscriverlo e i signori continuavano a litigarselo, come mostrano le cause fra rami degli Orsini e i testamenti che lo nominano ancora nella seconda metà del Quattrocento. Un pianoro spopolato da un secolo valeva ancora una causa legale, perché possederlo significava controllare pascoli, legna, colombari e soprattutto il passaggio.
C'è poi una seconda curiosità, di tipo diverso, che riguarda il nome. Mons Casuli viene comunemente sciolto come monte delle case, un toponimo che descriverebbe proprio quella fila di cavità abitate sul versante meridionale. Se l'etimologia è giusta, e resta una lettura plausibile più che una certezza, allora il nome della riserva conserva la memoria della funzione delle grotte molto meglio di qualunque scavo. Il paesaggio ha continuato a chiamarsi come chi ci abitava, per mille anni dopo che se ne erano andati tutti.
Una cosa che non ti dice nessuno su Riserva naturale provinciale Monte Casoli di Bomarzo
Che qui non c'è un percorso. Nessuna biglietteria, nessun centro visite aperto sul posto, nessuna bacheca con la mappa dei sentieri all'imbocco, nessuna freccia che dica grotte a destra e colombari a sinistra. Le guide stampate raccontano Monte Casoli come se fosse un parco archeologico attrezzato: non lo è. È un'area protetta ad accesso libero dove le emergenze archeologiche sono immerse nel bosco e raggiungibili per tracce di sentiero non segnalate, alcune delle quali si perdono nel sottobosco da maggio in poi, quando la vegetazione chiude tutto.
La conseguenza pratica è che la qualità della vostra visita dipende quasi per intero da due cose: la stagione e la preparazione. In gennaio, con il bosco spoglio, il pianoro si legge come una carta geografica e le aperture delle grotte si vedono da lontano. In giugno, con la cerreta in piena foglia, si può passare a venti metri da un colombaro monumentale senza accorgersene. Scaricate la traccia prima di partire, portate una batteria di scorta e non contate sul telefono per orientarvi dentro le forre, dove il segnale va e viene.
La seconda cosa che nessuno dice è che le cavità non sono tutte visitabili con la stessa tranquillità. Sono ambienti scavati nel tufo, esposti da secoli al gelo e al disgelo, con distacchi possibili dalle volte e dai cornicioni. Entrare in una grotta larga e bassa dopo aver guardato bene il soffitto è un conto; infilarsi in un cunicolo stretto, da soli, con il telefono come unica luce, è un altro. Da professionista dico la cosa antipatica: in un sito senza custodia, senza copertura telefonica affidabile e senza segnaletica, la prudenza non è pignoleria, è l'unica infrastruttura di sicurezza disponibile.
Terza informazione poco diffusa: la strada di accesso, essendo sterrata e a uso anche agricolo, può essere temporaneamente impraticabile dopo piogge intense o durante lavori forestali. Se piove da giorni, chiamate l'ente gestore ai numeri della Provincia di Viterbo prima di partire da Roma.
Il consiglio che ti do per visitare Riserva naturale provinciale Monte Casoli di Bomarzo
Andateci fra novembre e marzo, di mattina, con il sole basso. È il consiglio più utile che possa darvi e vale più di qualunque itinerario. Ci sono tre ragioni, tutte concrete. La prima: senza foglie il pianoro si apre e le strutture scavate diventano leggibili, il che trasforma una passeggiata gradevole in una visita archeologica vera. La seconda: d'inverno non ci sono zecche in attività, che nella Tuscia boschiva da aprile a ottobre sono un problema serio e sottovalutato. La terza: la luce radente del mattino invernale entra nelle cavità e ne rivela le banchine, le nicchie e i segni degli attrezzi, che a mezzogiorno d'estate spariscono in un contrasto piatto.
Sul come attrezzarsi sono categorico. Scarponcini con suola scolpita, non scarpe da ginnastica: il tufo bagnato è viscido come sapone e i sentieri corrono spesso a ridosso di salti verticali. Pantaloni lunghi, anche d'estate. Acqua per tutta la giornata, perché dentro l'area non c'è nessun punto di rifornimento. Una torcia frontale, non il telefono, se volete guardare dentro le grotte: serve avere le mani libere. Un bastone da trekking aiuta nei tratti in discesa sul fondo di foglie.
Sulla durata: due ore bastano per il giro attorno alla chiesa e alla prima fila di cavità; mezza giornata è la misura giusta per arrivare ai colombari, ai fossati e ai punti panoramici sulla forra del Vezza; una giornata intera serve solo a chi vuole fare il collegamento a piedi con Vitorchiano sul sentiero CAI 125. Con un gruppo numeroso io calcolo sempre quattro ore e non prometto le grotte più lontane: nel bosco fitto un gruppo si sfilaccia, e il conto delle persone si fa più spesso di quanto si creda.
Ultimo consiglio, il più prezioso. Non trattate la Riserva naturale provinciale Monte Casoli di Bomarzo come un'appendice del Parco dei Mostri da liquidare in quaranta minuti. È il contrario: il Sacro Bosco è un'ora e mezza di visita concentrata, questo pianoro è un luogo che si merita il tempo lungo. Se dovete sacrificare qualcosa, sacrificate la terza chiesa di Bomarzo, non il pianoro.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Che questo pianoro fosse un nodo stradale, e non un rifugio isolato. Lo ripetono tutte le schede ufficiali dell'area protetta, e quasi nessuno ci si sofferma: nella riserva si riconoscono le tracce delle vie di comunicazione che in età etrusca collegavano la costa tirrenica, e in particolare la potenza di Tarquinia, con la valle del Tevere. Il Tevere era l'autostrada commerciale dell'Italia antica; la costa era il mare, cioè i Greci, i Fenici, i metalli. Chi teneva i passaggi intermedi teneva il commercio.
Questa è la chiave che spiega ogni pietra del sito. Spiega perché un altopiano scomodo e ventoso sia stato fortificato con tre linee di fossati paralleli invece che semplicemente abitato. Spiega perché gli Etruschi abbiano investito lavoro in mura di blocchi squadrati in un posto che difendeva pochi ettari di seminativo. Spiega, soprattutto, perché dopo la conquista romana di Volsinii nel 264 a.C. e la riorganizzazione della viabilità il pianoro si sia svuotato: le nuove strade consolari passavano altrove, e un nodo che non è più su nessun percorso diventa un pascolo. In età imperiale Monte Casoli non ebbe più abitanti stabili, solo pastori di passaggio.
E spiega infine la rinascita medievale. Quando l'Italia centrale si frammenta e le strade romane si fanno insicure, l'altura torna a valere: nel decimo secolo il pianoro viene rioccupato, cinto di nuovo con blocchi di tufo, dotato di edifici di culto, e nel Duecento coronato da un castello. La geografia non era cambiata; era cambiato chi ne aveva bisogno. Tre nuclei di necropoli riconosciuti nel territorio comunale, alle località Monte Casoli, Pianmiano e Pian della Colonna, indicano che di centri abitati etruschi, qui attorno, ce n'era più d'uno.
Aggiungo il dettaglio che preferisco: la stessa logica di crinale e di forra è leggibile a poche centinaia di metri, nell'insediamento rupestre di Corviano, collegato a Monte Casoli attraverso la valle del Vezza. Non si trattava di villaggi isolati, ma di un sistema.
La foto giusta da fare a Riserva naturale provinciale Monte Casoli di Bomarzo
La fotografia che porta a casa questo posto è una sola, ed è la fila delle cavità sul fianco meridionale del pianoro ripresa di taglio, non di fronte. Mettetevi all'estremità della serie, in modo che le aperture scure si allineino in prospettiva una dietro l'altra lungo la parete di tufo chiaro. Con la luce del mattino invernale, che arriva bassa da sinistra, le banchine interne si illuminano e ogni ingresso diventa un rettangolo nero con dentro un accenno di profondità. Frontalmente la stessa parete restituisce solo una serie di macchie piatte: è l'errore che fanno quasi tutti.
La seconda inquadratura che consiglio è dentro una via cava. Trincea stretta, pareti verticali, un filo di cielo in alto: mettete una persona in fondo al corridoio, piccola, e la scala del taglio nel tufo diventa immediatamente comprensibile. Senza figura umana quelle immagini non dicono niente. Esposizione difficile per via del contrasto fra ombra e cielo: se potete, scattate a cielo coperto, che qui è un regalo e non un problema.
La terza è la chiesa di Santa Maria di Monte Casoli con la sua facciata a capanna, il timpano sul portale e il campaniletto a vela, fotografata da appena sotto il livello del sagrato in modo che il bosco le faccia da quinta. Un tre quarti da destra, con il campanile stagliato contro il cielo, funziona meglio del prospetto frontale.
Due avvertenze da chi fotografa in aree protette da vent'anni. La prima: i droni qui non si fanno volare, per il disturbo alla nidificazione dei rapaci rupicoli, il falco lanario per primo. La seconda: dentro le grotte il flash diretto appiattisce tutto e in più danneggia gli affreschi residui dove ci sono. Una frontale a luce calda appoggiata di lato, e tempi lunghi con la macchina posata su una pietra, danno risultati incomparabilmente migliori.
Se cercate la cartolina classica, invece, non la troverete: la Riserva naturale provinciale Monte Casoli di Bomarzo non ha un panorama da belvedere con il borgo incorniciato. Ha qualcosa di meglio e di più difficile da riprendere, cioè un paesaggio che si capisce camminandoci dentro.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
Il primo avvenimento che segna il pianoro non ha data precisa ma ha una causa chiara: la fortificazione etrusca del quarto e terzo secolo avanti Cristo, con il sistema dei tre fossati paralleli scavati sull'unico lato accessibile. È un cantiere di difesa collettiva, e si colloca negli anni in cui Roma preme sull'Etruria meridionale.
Il secondo è del 283 a.C.: il territorio di Bomarzo, il Polimartium delle fonti tarde, entra nell'orbita romana e viene iscritto alla tribù Arnensis. Vent'anni dopo, nel 264 a.C., la caduta di Volsinii chiude la partita etrusca nell'area e la riorganizzazione viaria romana declassa i centri interni. Il pianoro si spopola. Per secoli ci salgono soltanto greggi.
Il terzo è del 607: il torrente Vezza, che scorre in fondo alla forra settentrionale, viene fissato come confine fra la Tuscia longobarda e quella rimasta in mano bizantina. Un limite politico passa sotto le grotte, e la valle diventa terra di frontiera, con tutto quello che comporta in termini di insicurezza e di rioccupazione delle alture.
Il quarto è la rioccupazione del decimo secolo, testimoniata da una cinta muraria in blocchi di tufo e dalla presenza sul pianoro di almeno cinque edifici di culto. Cinque chiese su un altopiano di due chilometri e mezzo raccontano una comunità strutturata, non un accampamento.
Il quinto avvenimento è il più drammatico. Nel 1207 il castrum compare per la prima volta in un documento; nel 1280 il sito viene attaccato e devastato, secondo le ricostruzioni locali per mano di Vitorchiano, in uno di quei conflitti fra comuni e signori che nel Duecento insanguinano tutto il Patrimonio. Il castello non si riprenderà mai davvero. Nel 1293 passa a Viterbo, nel 1298 entra nel Patrimonio di San Pietro, nel 1359 finisce in dote a Vannozza Orsini per mano di Ludovico dei Prefetti di Vico.
Il sesto è una riga di registro, e vale quanto una battaglia: nel 1416 Monte Casoli compare fra le terre destructe et inhabitate. Il villaggio rupestre che aveva attraversato Etruschi, Romani, Longobardi e comuni medievali finisce lì, in una formula fiscale. Seguono le liti fra Orsini fra il 1445 e il 1502, l'affidamento del 1520 alla camera apostolica per un cane da caccia, e infine i passaggi ottocenteschi agli Orsini di Mugnano e ai Lante della Rovere.
Il settimo è recentissimo e riguarda noi: la legge regionale 30 del 26 ottobre 1999, pubblicata sul bollettino il 10 novembre dello stesso anno, istituisce l'area protetta e affida 285 ettari alla Provincia di Viterbo. Dopo sei secoli di abbandono, il pianoro torna a essere qualcosa di definito per legge. Non un castello, non un villaggio: una riserva.
Chi è passato da Riserva naturale provinciale Monte Casoli di Bomarzo
Le persone che hanno lasciato un nome su questo pianoro non sono viaggiatori romantici con il taccuino: sono proprietari, signori feudali e funzionari. La storia di Monte Casoli si legge negli archivi più che nei diari di viaggio, e vale la pena prendere i personaggi uno per uno.
Nel 1280, quando il sito viene attaccato, le fonti indicano come proprietari Contuccio e Angelo di Stefano. Sono nomi di piccoli signori locali, il tipo di famiglia che nel Duecento controllava un castello e poco altro, e che nelle guerre fra comuni finiva schiacciata. Tredici anni dopo il castrum passa al comune di Viterbo, che in quegli anni allargava metodicamente la propria influenza su tutto il territorio circostante, e nel 1298 entra nel Patrimonio di San Pietro, cioè nel dominio diretto della Chiesa.
Il passaggio decisivo porta due nomi. Ludovico dei Prefetti di Vico, esponente della dinastia che per due secoli contese ai papi il controllo della Tuscia, e Vannozza Orsini, che nel 1359 riceve Monte Casoli come dote. Con quel matrimonio il pianoro entra nel patrimonio degli Orsini di Bomarzo e non ne uscirà per secoli. Fra il 1445 e il 1502 il nome di Monte Casoli ricorre nelle liti e nei testamenti dei rami della famiglia: un rudere disabitato che genera carte bollate.
Poi c'è Vicino Orsini, il personaggio più celebre della casata, che fra il 1552 e il 1580 fece scolpire nel vallone sotto il paese le figure colossali del Sacro Bosco. Non risulta documentato un suo intervento sul pianoro di Monte Casoli, e non voglio attribuirgliene uno: quello che è certo è che la roccia con cui giocò era la stessa, e che il territorio di cui disponeva comprendeva l'altopiano abbandonato dei suoi antenati. Chi ha visto il Sacro Bosco e poi sale a Monte Casoli riconosce la stessa mano culturale nel modo di trattare il tufo, anche se le mani materiali erano diverse e distanti di tre secoli.
Nell'Ottocento il sito passa agli Orsini di Mugnano e quindi ai Lante della Rovere, famiglia romana legata alla Tuscia e nota soprattutto per la villa di Bagnaia. È l'ultimo capitolo feudale: da lì in avanti il pianoro è terreno agricolo e forestale.
Restano gli ultimi passaggi, i più discreti. Il sito rupestre è stato studiato da ricercatori e da gruppi universitari che hanno condotto ricognizioni di superficie sul territorio di Bomarzo, identificando i nuclei di necropoli di Monte Casoli, Pianmiano e Pian della Colonna. Ci passano, ogni anno, gli escursionisti del sentiero CAI 125 che collega Vitorchiano a Bomarzo, gli speleologi urbani che documentano le cavità, e i fotografi che salgono d'inverno. Il pianoro non è mai stato così frequentato come oggi, e mai da così poche persone alla volta: è una fortuna che vi invito a non sprecare lasciando rifiuti o incidendo iniziali nel tufo, che è tenero e ricorda tutto.

Come si visita davvero la Riserva naturale provinciale Monte Casoli di Bomarzo
Quanto dura la visita
Due ore per il nucleo attorno alla chiesa e alla prima serie di cavità. Quattro ore per un giro che comprenda i colombari, i fossati e gli affacci sulla forra. Una giornata intera solo per chi affronta il collegamento escursionistico con Vitorchiano. Tenete conto che il ritorno all'auto è in salita e che nel bosco d'inverno la luce cala presto: alle sedici e mezza di dicembre, sotto la cerreta, si cammina già male.
La Riserva naturale provinciale Monte Casoli di Bomarzo con i bambini
Funziona bene dai sette o otto anni in su, a condizione di rinunciare ai tratti esposti. Le grotte, i colombari e le vie cave esercitano su un bambino un effetto che nessun museo ottiene, e il racconto del villaggio scomparso regge benissimo la passeggiata. Con i più piccoli, invece, sconsiglio: non ci sono parapetti, il fondo è irregolare e alcuni sentieri corrono a ridosso di salti. Zaino porta bambino accettabile solo nel tratto pianeggiante attorno al parcheggio. Verificate sempre le zecche al ritorno, sui bambini e sui cani.
Accessibilità
Va detto senza giri di parole: la riserva non è accessibile in sedia a rotelle né con passeggino oltre lo spiazzo del parcheggio. Il fondo è sterrato, sconnesso, con radici e gradini naturali nel tufo. Chi ha difficoltà motorie può comunque arrivare in auto fino alla chiesa di Santa Maria di Monte Casoli e godersi il contesto, che già da lì è notevole, ma il percorso verso le cavità non è percorribile. Per informazioni su eventuali visite guidate adattate il riferimento è l'ente gestore.
Quanto costa e cosa serve prenotare
L'accesso alla riserva è gratuito e non richiede prenotazione. Le spese di una giornata sono il carburante o il treno, l'eventuale taxi dalla stazione, il pranzo in paese e il biglietto del Sacro Bosco se decidete di abbinarlo: per orari e tariffe di quest'ultimo il riferimento è il suo sito ufficiale. Le visite guidate e i laboratori di educazione ambientale organizzati dall'ente gestore hanno modalità e costi propri, da chiedere direttamente.
Quando andare e quando evitare
Il periodo migliore va da novembre a marzo per la leggibilità archeologica, e aprile-maggio per le fioriture, orchidee comprese. Da evitare: le giornate di pioggia battente, perché il tufo bagnato è pericoloso e la sterrata si rovina; le domeniche di piena estate, quando il caldo sul pianoro senza ombra è severo e la vegetazione nasconde tutto; i giorni immediatamente successivi a un temporale violento, per il rischio di rami e di distacchi. Un'informazione che pochi considerano: durante la stagione venatoria conviene indossare qualcosa di colore acceso e restare sui percorsi principali.
Cani, fuochi, raccolta
Il cane si porta al guinzaglio, sempre, per il disturbo alla fauna selvatica e per la sicurezza dell'animale stesso, visto che i cinghiali qui sono numerosi. Fuochi e bivacchi sono vietati, e nella Tuscia estiva la cosa non è formale. La raccolta di piante, l'asportazione di reperti anche minimi e l'uso di metal detector sono vietati: il terreno è archeologicamente vincolato oltre che protetto dal punto di vista naturalistico.
Scheda tecnica dell'area protetta
Denominazione: Riserva naturale provinciale Monte Casoli di Bomarzo. Tipologia: riserva naturale regionale istituita dalla Regione Lazio e affidata in gestione alla Provincia di Viterbo. Provvedimento istitutivo: legge regionale 30 del 26 ottobre 1999. Estensione: 285 ettari. Ambito territoriale: provincia di Viterbo. Comune interessato: Bomarzo. Ente gestore: Amministrazione provinciale di Viterbo, in collaborazione con il Comune di Bomarzo. Punto informativo: Palazzo Orsini, via Borghese 10, 01020 Bomarzo. Telefoni: 0761 313376 e 0761 313403. Posta elettronica: parchi@provincia.vt.it. Sentiero segnalato che attraversa l'area: CAI 125, Vitorchiano-Bomarzo. La scheda ufficiale dell'area protetta è pubblicata sul portale regionale ParchiLazio.
Cosa c'è intorno alla Riserva naturale provinciale Monte Casoli di Bomarzo
Bomarzo e il Sacro Bosco
Il borgo merita mezz'ora di camminata prima o dopo il pianoro: il tessuto medievale, il palazzo degli Orsini che ospita il punto informativo dell'area protetta, gli scorci sulla valle. E naturalmente il Parco dei Mostri, che è il motivo per cui la maggioranza dei visitatori arriva fin qui e che con Monte Casoli forma una coppia molto più coerente di quanto il marketing turistico lasci intendere.
La piramide etrusca e il territorio di Chia
A poca distanza, nel territorio di Soriano nel Cimino e raggiungibile anche da Bomarzo, si trova il grande masso scalinato che da vent'anni tutti chiamano piramide etrusca. Era noto ai contadini come sasso del predicatore e fu riportato all'attenzione degli studiosi nel 2001 da associazioni archeologiche locali. Gli interpreti concordi vi riconoscono un altare rupestre, con una datazione discussa fra il settimo e il sesto secolo avanti Cristo e ipotesi di frequentazione anche più antica: la funzione precisa resta materia di dibattito, e chi ve la spaccia per certa vi sta vendendo una storia. Si raggiunge a piedi, con circa mezz'ora di sentiero dal campo sportivo di Bomarzo. Nella stessa zona si arriva alla frazione di Chia, con le sue cascate e la torre.
Altre aree protette della Tuscia
Chi prende gusto al rupestre e ai boschi del Viterbese ha da riempire molti fine settimana. Il Parco Marturanum a Barbarano Romano conserva necropoli e vie cave spettacolari; la Riserva naturale di Tuscania protegge il tratto del Marta e il contesto delle basiliche; la Riserva naturale del lago di Vico offre il cratere boscoso più integro del Lazio; la Selva del Lamone, verso il confine toscano, è un caos di colate laviche e macchia dove ci si perde volentieri. Più a nord la Riserva naturale di Monte Rufeno chiude il quadro.
Borghi e città d'arte a portata di giornata
Da Bomarzo si raggiungono in poco tempo Orte con la sua città sotterranea, Civita di Bagnoregio, Bolsena e Montefiascone sul lago, Caprarola con il Palazzo Farnese, Blera e Barbarano Romano per chi insegue le necropoli. Sul versante etrusco costiero restano i grandi riferimenti di Tarquinia e della Necropoli della Banditaccia di Cerveteri, mentre a Roma i materiali di questo mondo si leggono al Museo Etrusco di Villa Giulia.
Farsi accompagnare
Su un sito senza segnaletica e senza custodia, una guida cambia completamente la resa della giornata: sa dove sono i colombari, conosce le tracce che d'estate spariscono e soprattutto sa distinguere quello che è documentato da quello che è racconto. Per gruppi, scolaresche, aziende ed esperienze private il riferimento è il servizio di accompagnamento turistico professionale di TourLeaderPro, che lavora anche fuori Roma, in Tuscia compresa; per i viaggi organizzati di associazioni e comunità la pagina utile è quella sull'organizzazione di viaggi di gruppo in Italia, e per un preventivo si passa dalla pagina dei contatti.
Chi viaggia con amici stranieri e ha bisogno di materiale in inglese trova su ItalyPlanner l'indice regionale con le guide del Lazio, comprese Viterbo e Bomarzo, e una sezione dedicata alle escursioni naturalistiche in montagna e nei parchi italiani utile per capire come funzionano i sentieri qui da noi.
Domande veloci su Riserva naturale provinciale Monte Casoli di Bomarzo
Quanto costa entrare alla Riserva naturale provinciale Monte Casoli di Bomarzo?
Niente. L'accesso è libero e gratuito, non esiste biglietteria. Sono a pagamento soltanto le eventuali visite guidate organizzate su richiesta.
Quali sono gli orari di apertura?
Non ci sono orari: l'area protetta non ha recinzione né cancelli. Il vincolo vero è la luce. In inverno programmate di essere all'auto entro le sedici e trenta.
Serve prenotare?
No per la visita libera. Sì per le visite guidate e per le attività didattiche, che si concordano con l'ente gestore, cioè la Provincia di Viterbo, ai numeri 0761 313376 e 0761 313403 o all'indirizzo parchi@provincia.vt.it.
Quanto è grande la riserva?
285 ettari, istituiti con la legge regionale 30 del 26 ottobre 1999. Un ampliamento oltre i settecento ettari è previsto nei documenti di programmazione ma non è in vigore.
Chi gestisce la Riserva naturale provinciale Monte Casoli di Bomarzo?
La Provincia di Viterbo, in collaborazione con il Comune di Bomarzo. Il punto informativo è a Palazzo Orsini, via Borghese 10, a Bomarzo.
Si arriva in auto fino alle grotte?
No. In auto si arriva allo spiazzo davanti alla chiesa di Santa Maria di Monte Casoli, dopo circa tre chilometri di strada in parte sterrata dal paese. Da lì in poi si procede a piedi.
Serve un fuoristrada?
No. Una vettura normale ce la fa, guidando piano. Dopo piogge prolungate però il fondo può rovinarsi: in quel caso conviene informarsi prima.
Quanto dura la visita a Monte Casoli di Bomarzo?
Due ore per il nucleo principale, quattro per un giro completo, una giornata se si affronta il sentiero CAI 125 verso Vitorchiano.
È adatta ai bambini?
Dai sette o otto anni in su sì, ed è anzi una delle gite più efficaci della Tuscia. Con bambini molto piccoli no: mancano parapetti e il fondo è irregolare.
È accessibile in sedia a rotelle?
No. Oltre il parcheggio il terreno è sterrato, sconnesso e in pendenza. Il contesto attorno alla chiesa resta comunque godibile da chi arriva in auto.
Si possono fare fotografie?
Sì, liberamente, ed è un posto che ripaga chi fotografa. I droni invece non si fanno volare, per non disturbare la nidificazione dei rapaci rupicoli.
Ci sono bagni, bar o fontane?
Dentro la riserva no. Ci si rifornisce in paese a Bomarzo prima di salire.
Si può portare il cane?
Sì, al guinzaglio. Considerate che i cinghiali sono numerosi e che un cane libero qui è un problema per la fauna e per sé stesso.
Si può entrare nelle grotte?
Le cavità sono accessibili, ma sono ambienti naturali non attrezzati né sorvegliati: valutate la stabilità della volta, non infilatevi in cunicoli stretti e non andateci da soli senza dirlo a nessuno.
Quali animali si vedono davvero?
Con pazienza: caprioli no, ma cinghiali, volpi, istrici, rapaci in caccia, picchi verdi e upupe. Le tracce, le grufolate e gli aculei si vedono sempre; gli animali, solo all'alba e al tramonto.
Che differenza c'è fra la riserva e il Parco dei Mostri?
Sono due luoghi distinti. Il Parco dei Mostri è il giardino cinquecentesco di Vicino Orsini, recintato e a pagamento, e si trova lungo la strada che porta al pianoro. La riserva è l'area naturale protetta di 285 ettari che comprende l'altopiano rupestre, ad accesso libero.
Le grotte sono tombe etrusche o case medievali?
La questione è aperta. Alcune hanno banchine che ricordano i letti funebri etruschi, altre mostrano mangiatoie, finestrelle, macine e un palmento, cioè attrezzature da abitazione e da lavoro. Molto probabilmente convivono le due cose in punti diversi, ma senza scavi sistematici la risposta resta un'ipotesi.
La chiesa di Santa Maria di Monte Casoli si visita all'interno?
L'apertura non è garantita e dipende dalle iniziative locali. Chi la trova aperta può vedere, dietro l'aula cinquecentesca, la chiesa rupestre più antica scavata nel tufo, con presbiterio a tre absidi e affreschi fra cui una figura di san Michele.
Qual è il periodo migliore per visitare la Riserva naturale provinciale Monte Casoli di Bomarzo?
Da novembre a marzo per l'archeologia, perché il bosco spoglio lascia vedere le strutture. Aprile e maggio per le fioriture e le orchidee spontanee.
Ci sono zecche?
Sì, come in tutta la Tuscia boschiva, soprattutto da aprile a ottobre. Pantaloni lunghi, repellente e controllo accurato al rientro, anche per i cani.
Come ci si arriva senza automobile?
Con il treno fino ad Attigliano-Bomarzo sulla linea Roma-Orte-Firenze e poi taxi o passaggio, perché il collegamento fra stazione e paese non è frequente. Chi cammina volentieri può salire da Vitorchiano sul sentiero CAI 125.
Si può fare il bagno nel torrente Vezza?
Non è un luogo attrezzato per la balneazione e non è il caso: le acque ospitano il granchio di fiume e popolazioni di anfibi protetti, fra cui la salamandrina, che risentono pesantemente del disturbo.
Si può usare il metal detector o raccogliere un frammento?
No. Il metal detector è vietato e ogni reperto, anche minimo, deve restare dov'è. Vale anche per le pietre lavorate che sembrano abbandonate: non lo sono.
Conviene abbinare Monte Casoli di Bomarzo ad altre visite in giornata?
Sì. L'abbinamento naturale è con il Parco dei Mostri e il borgo di Bomarzo. Chi ha più tempo può aggiungere Orte, oppure spingersi verso Soriano nel Cimino e la piramide etrusca.
Vi lascio con l'opinione che ripeto a ogni gruppo alla fine della salita. Di posti dove si vedono tombe etrusche, in Italia, ce ne sono a centinaia; di posti dove si capisce come un territorio abbia cambiato mestiere quattro volte in tremila anni, restando sempre la stessa roccia, ce ne sono pochissimi. Monte Casoli è uno di questi, e ha la fortuna, o la sfortuna, di non essere attrezzato: niente pannelli, niente percorsi, niente bar. Andateci d'inverno, camminate piano, sedetevi dieci minuti sul ciglio del pianoro sopra la forra del Vezza e provate a contare le aperture nella parete di fronte. Quando smettete di contarle, avete capito perché questa riserva esiste.
Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.
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