Riserva Naturale dell’Insugherata

La Riserva Naturale dell’Insugherata è un’area naturale protetta compresa interamente nel territorio del Comune di Roma, incastrata fra la via Trionfale a ovest e la via Cassia a est, nelle zone che i romani chiamano ancora Ottavia e Tomba di Nerone. È gestita da RomaNatura, l’ente regionale che si occupa del sistema delle aree protette dentro il Comune di Roma, ed è stata istituita con la legge regionale del Lazio 6 ottobre 1997 numero 29, pubblicata sul Bollettino Ufficiale della Regione Lazio del 10 novembre 1997. Sulla superficie le fonti non coincidono: la scheda della Regione Lazio indica 697 ettari, mentre la cifra di 740 ettari circola da anni ed è quella che si legge sui pannelli più vecchi e su buona parte della divulgazione. La differenza dipende dalle riperimetrazioni successive e dai lavori di ampliamento del Grande Raccordo Anulare, che hanno eroso la porzione a nord del Raccordo. In ogni caso si parla di una delle aree protette più estese e meno frequentate del sistema romano: un corridoio verde lungo e stretto che collega i quartieri costruiti a nord della città al grande sistema naturalistico di Veio e Cesano, e che si sviluppa tutto dentro il bacino idrografico del fosso dell’Acqua Traversa. L’ingresso è libero, gratuito, aperto tutti i giorni, e il punto di accesso ufficiale si trova in via Paolo Emilio Castagnola, parallela della Trionfale all’altezza dell’ospedale San Filippo Neri.

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Chi arriva qui aspettandosi un parco urbano attrezzato resta spiazzato. L’Insugherata non è un giardino: è campagna romana sopravvissuta dentro la città, con forre umide, boschi misti, lembi di sughereta, campi coltivati, fossi, resti di ville e sepolcri romani sparsi lungo i due margini. Il nome deriva proprio dalle sughere, Quercus suber, che qui formano nuclei residui di un paesaggio vegetale antico e che in gran parte del Lazio litoraneo sono state tagliate da secoli. Per orientarsi nel resto del verde protetto romano conviene leggere anche le pagine della Riserva Naturale di Monte Mario, del Parco regionale urbano del Pineto e della Tenuta di Acquafredda, che con l’Insugherata formano la cintura verde del quadrante nord occidentale.

Via Francigena - Riserva Naturale dell'Insugherata
Il tracciato della Via Francigena attraversa il quadrante settentrionale di Roma proprio in corrispondenza della Riserva Naturale dell’Insugherata: il corridoio verde fra la Cassia e la Trionfale è l’ultimo lembo di campagna che i pellegrini diretti a San Pietro incontrano prima di entrare nel tessuto costruito della città.

Dove si trova la Riserva Naturale dell’Insugherata e come ci si arriva davvero

La geografia dell’Insugherata è di quelle che si capiscono meglio guardando una mappa che camminandoci dentro. La riserva occupa una fascia allungata da sud est a nord ovest, schiacciata fra due consolari che corrono più o meno parallele: la via Cassia a est, la via Trionfale a ovest. In mezzo, per diversi chilometri, c’è un sistema di valli e di crinali che l’edilizia del dopoguerra ha circondato senza riuscire a riempirlo. Il Grande Raccordo Anulare la taglia trasversalmente nella parte settentrionale, separando la porzione più vicina alla città da quella che guarda verso l’agro di Isola Farnese e di Formello.

Il punto che conviene tenere a mente è che non esiste un ingresso principale monumentale, con parcheggio, biglietteria e cartello grande. L’accesso ufficiale, quello che RomaNatura indica come riferimento, si trova in via Paolo Emilio Castagnola, una parallela della Trionfale nei pressi dell’ospedale San Filippo Neri. Da lì si scende verso il fondovalle e in pochi minuti il rumore del traffico si attenua, anche se non sparisce mai del tutto.

Con i mezzi pubblici verso la Riserva Naturale dell’Insugherata

La riserva si raggiunge senza auto, e questa è una delle sue qualità meno pubblicizzate. Le linee di superficie che servono il versante Trionfale sono le 998, la 997 e la 907: portano lungo la consolare fino all’altezza del San Filippo Neri, da dove si prosegue a piedi verso via Castagnola. Sul versante opposto la ferrovia regionale Roma Viterbo, quella che parte da piazzale Flaminio e risale la valle del Tevere prima di piegare verso la Cassia, ha una fermata intitolata proprio a San Filippo Neri: è il modo più rapido per arrivare dal centro senza infilarsi nel traffico della Trionfale nelle ore di punta. Gli orari e le frequenze di queste linee cambiano con le stagioni e con i cantieri, per cui vanno controllati sui canali ufficiali del trasporto pubblico capitolino il giorno stesso dell’uscita, non settimane prima.

In auto: il Raccordo, la Trionfale e il nodo dei parcheggi

Chi arriva in macchina esce dal Grande Raccordo Anulare allo svincolo Trionfale, quello dell’Ipogeo degli Ottavi, e poi imbocca la consolare verso il centro fino all’altezza del San Filippo Neri. Dal lato Cassia si esce invece allo svincolo della Cassia e si scende verso la città fino alle traverse che scendono nella valle. In entrambi i casi il problema non è arrivare: è fermarsi. Non esiste un parcheggio dedicato alla riserva, e le vie residenziali che portano agli accessi sono strette, spesso a senso unico, occupate dalle auto dei residenti e in alcuni tratti dai mezzi del personale ospedaliero. Nei giorni feriali, fra le otto e le dieci del mattino, trovare posto vicino a via Castagnola è un’impresa che consuma buona parte del tempo che avevate dedicato alla passeggiata.

La soluzione pratica è banale ma funziona: parcheggiare più lontano, lungo le vie del quartiere Ottavia dove la sosta è meno contesa, e mettere in conto un quarto d’ora di camminata in più sull’asfalto. Oppure lasciare l’auto a casa.

A piedi e in bicicletta dai quartieri vicini

Per chi abita a Ottavia, Palmarola, Torrevecchia, Primavalle, Casalotti o lungo la Cassia bassa, l’Insugherata funziona come un parco di quartiere di dimensioni fuori scala. Si entra da casa, senza mezzi. Questo spiega perché la popolazione che frequenta la riserva sia in larghissima maggioranza locale: gente che porta il cane, corridori, famiglie del sabato mattina, qualche gruppo di birdwatcher. I turisti stranieri, praticamente, non ci arrivano mai, e il motivo è semplice: non c’è nulla che li porti qui, perché la riserva non compare su nessuna guida internazionale di Roma e non ha un monumento fotografabile all’ingresso.

Che cosa è davvero la Riserva Naturale dell’Insugherata: un corridoio, non un parco

Qui si gioca la comprensione di tutto il resto. L’Insugherata non nasce come parco urbano progettato per il tempo libero: nasce come strumento di tutela di un corridoio ecologico. La formula che si legge nei documenti della Regione Lazio è precisa e vale la pena riprenderla: la riserva costituisce un rilevante corridoio naturalistico fra i confini urbanizzati a nord della città e il grande sistema Veio Cesano. Tradotto in termini pratici significa che questa striscia di verde serve soprattutto agli animali e alle piante per spostarsi, non alle persone per passeggiare. Il beneficio per chi cammina è un effetto collaterale, gradito ma secondario rispetto all’obiettivo dichiarato.

Questo spiega molte cose che altrimenti sembrano difetti. Spiega perché la segnaletica interna sia scarsa e in certi punti assente. Spiega perché non ci siano chioschi, bagni pubblici diffusi, aree giochi attrezzate o punti ristoro. Spiega perché il perimetro sia frastagliato, con proprietà private che si incuneano dentro l’area protetta e rendono alcuni collegamenti difficili o impraticabili. Una riserva di questo tipo non viene disegnata per l’uso ricreativo: viene disegnata seguendo il limite ecologico, cioè il crinale, il fosso, il margine del bosco, e poi ci si arrangia con gli accessi.

La forma della riserva e il bacino dell’Acqua Traversa

L’elemento che dà unità a tutta l’area protetta è l’acqua. La riserva rientra nel bacino idrografico del fosso dell’Acqua Traversa, un corso d’acqua minore che raccoglie le acque di questo settore e scende verso il Tevere. Attorno al fosso e ai suoi affluenti si è conservato un mosaico ambientale che in pianura è rarissimo: fondovalle umidi con vegetazione igrofila, versanti boscati con querce, lembi aperti a prato e a coltivo sui pianori. In pochi chilometri si attraversano ambienti diversi che altrove richiederebbero ore di trasferimento in auto.

La geologia aiuta a capire il paesaggio. Questo settore di Roma poggia su depositi vulcanici del distretto sabatino, quello che ha generato anche il lago di Bracciano, coperti in parte da sedimenti più recenti. I tufi si incidono facilmente, e il risultato sono valli strette con pareti ripide, le forre, che l’agricoltura non ha mai potuto spianare. Sono proprio queste forre ad aver salvato il bosco: dove l’aratro non arriva, gli alberi restano. Lo stesso meccanismo si osserva nel vicino Parco di Veio e nella Valle del Sorbo, dove le forre tufacee conservano ambienti di grande valore a poche centinaia di metri da campi arati.

Perché si chiama Insugherata

Il toponimo deriva dalle sughere, e conviene fermarsi un attimo su questo punto perché è il tratto identitario dell’area. La sughera, Quercus suber, è una quercia sempreverde mediterranea con corteccia spessa e spugnosa, quella da cui si ricava il sughero. Nel Lazio è diffusa nelle aree costiere e sub costiere, ma dentro il Comune di Roma i nuclei residui sono pochissimi e frammentari. Qui le sughere formano gruppi sparsi, spesso miste ad altre specie, e rappresentano la testimonianza vivente di un paesaggio vegetale che copriva vaste porzioni della campagna romana prima che il pascolo, il taglio e infine l’espansione edilizia lo riducessero a brandelli.

Chi gestisce l’area protetta

La gestione è affidata a RomaNatura, l’ente regionale per la gestione del sistema delle aree naturali protette nel Comune di Roma, con sede in via Gomenizza 81. RomaNatura amministra un insieme di riserve e parchi urbani che comprende, fra gli altri, la Marcigliana, la Valle dell’Aniene, la Tenuta dei Massimi, la Valle dei Casali, Decima Malafede e il Laurentino Acqua Acetosa. Vedere l’Insugherata come pezzo di questo sistema, e non come giardino isolato, cambia il modo di leggerla: è uno dei nodi di una rete che tiene insieme quasi un quinto del territorio comunale.

Gli accessi della Riserva Naturale dell’Insugherata: quali funzionano e quali no

Gli ingressi sono cinque e vale la pena elencarli con precisione, perché è l’informazione che serve davvero prima di partire. Tre si aprono sul lato della via Trionfale: da via Paolo Emilio Castagnola, da via Rosa Gattorno e da via Conti. Due si aprono sul lato della via Cassia: da via Panattoni e da via Angiulli. Non sono equivalenti fra loro, né per facilità di individuazione né per quello che si incontra una volta dentro.

  • Via Paolo Emilio Castagnola, lato Trionfale, all’altezza del San Filippo Neri: è l’accesso ufficiale, quello indicato dall’ente gestore e il più facile da trovare per chi non conosce la zona.
  • Via Rosa Gattorno, lato Trionfale: ingresso di quartiere, comodo per chi abita nella zona, meno evidente per chi arriva da fuori.
  • Via Conti, lato Trionfale: anche questo un varco a servizio del tessuto residenziale circostante.
  • Via Panattoni, lato Cassia: il versante orientale, quello che guarda verso la Tomba di Nerone.
  • Via Angiulli, lato Cassia: l’altro varco del versante orientale.

La riserva risulta aperta tutti i giorni e non è previsto alcun biglietto d’ingresso. Questa è una delle poche informazioni pratiche davvero stabili nel tempo: l’accesso libero e gratuito è la regola per tutte le riserve di RomaNatura, salvo aree recintate specifiche o iniziative con accompagnamento.

Il problema dei varchi e delle proprietà private

Qui serve onestà, perché è il punto su cui la maggior parte delle descrizioni sorvola. Il perimetro dell’Insugherata è profondamente irregolare e, in diversi tratti, proprietà private si spingono fin dentro l’area protetta. Il risultato è che alcuni varchi possono risultare recintati, chiusi o difficilmente individuabili, e che i collegamenti fra un settore e l’altro non sono sempre percorribili come una carta lascerebbe immaginare. Chi arriva convinto di poter attraversare l’intera riserva da un capo all’altro in linea retta rischia di trovarsi davanti a una rete metallica e di dover tornare sui propri passi.

Che cosa ha cambiato il Grande Raccordo Anulare

I lavori di ampliamento del Grande Raccordo Anulare e la nuova perimetrazione hanno ridotto in modo considerevole l’area protetta a nord del Raccordo. È un dato che compare nelle descrizioni ufficiali e che spiega, almeno in parte, la discrepanza fra i 740 ettari della divulgazione più datata e i 697 ettari riportati dalla scheda regionale. Il Raccordo, oltre a sottrarre superficie, funziona come barriera: interrompe la continuità del corridoio ecologico proprio nel punto in cui dovrebbe collegare l’Insugherata al sistema Veio Cesano. Per la fauna terrestre un’autostrada urbana a più corsie è un ostacolo quasi insormontabile, e la funzione di corridoio che giustifica l’esistenza stessa della riserva ne risulta indebolita.

Una curiosità su Riserva Naturale dell’Insugherata

La curiosità che racconto sempre riguarda un gufo comune. Nella riserva è stata segnalata la nidificazione di un gufo comune sulla terrazza di un condominio: non su un albero al centro del bosco, ma su un balcone di un edificio residenziale affacciato sull’area protetta. Un rapace notturno di taglia media che sceglie una terrazza romana come sito riproduttivo è un episodio che vale più di mille pagine di retorica sulla convivenza fra uomo e natura, perché dimostra una cosa concreta: quando il corridoio ecologico funziona, gli animali non restano confinati dentro il perimetro disegnato dalla legge, ma usano la città come estensione del proprio territorio.

Il dettaglio interessante è che il gufo comune non è una specie generalista come il gabbiano o la cornacchia, cioè non è uno di quegli animali che si adattano a qualunque contesto urbano. Ha bisogno di aree di caccia aperte, di prede abbondanti, di siti riproduttivi tranquilli. Che ne abbia trovati abbastanza in un quartiere costruito significa che il sistema Insugherata, con i suoi fondovalle, i suoi prati e i suoi boschi, produce abbastanza biomassa da sostenere anche i livelli alti della catena alimentare. Nella maggior parte delle città europee di dimensioni analoghe questo non accade.

C’è poi una seconda curiosità, più nascosta, che riguarda il numero delle piante. Nella riserva sono state censite oltre 630 specie floristiche, di cui 44 peculiari, cioè presenti qui e non altrove nel sistema delle aree protette romane. È l’area protetta che contiene la maggior parte delle erbe censite a Roma: un primato botanico che nessun cartello all’ingresso comunica e che quasi nessuno dei frequentatori abituali conosce. Chi cammina qui la domenica mattina attraversa, senza saperlo, la collezione vegetale spontanea più ricca della città.

L’archeologia della riserva e la cosiddetta Tomba di Nerone

La descrizione ufficiale dell’area lo dice in modo secco: lungo le due linee di confine, cioè lungo la Cassia e lungo la Trionfale, numerosi sono i resti archeologici di ville e sepolcri romani. Non è un dettaglio marginale. Le consolari romane erano corridoi di sepoltura, perché la legge vietava l’inumazione dentro il pomerio e imponeva di collocare i monumenti funerari lungo le strade in uscita dalla città. Il risultato è che ogni consolare, dalla Appia in giù, è fiancheggiata da una sequenza di tombe. La Cassia non fa eccezione, e l’Insugherata conserva questo margine funerario dentro il verde.

Il sepolcro di Publio Vibio Mariano

Il monumento più importante di tutto il settore si trova al sesto miglio della via Cassia, in corrispondenza dell’attuale via Tomba di Nerone, all’altezza del chilometro 9,8 della consolare, in posizione raggiungibile in prossimità di uno degli accessi alla riserva. Tutti lo chiamano Tomba di Nerone, ma con Nerone non ha niente a che vedere. Il sepolcro appartenne a Publio Vibio Mariano, funzionario e militare romano, ed è databile al terzo secolo dopo Cristo.

La struttura è ancora leggibile e merita una sosta. Si compone di un alto basamento, che misura 2,30 metri, sormontato da un sarcofago marmoreo monumentale di tipo architettonico. La decorazione è ricca: vi compaiono grifi alati e rilievi con Marte, aquile e figure di Vittoria. Per un monumento funerario di privato collocato al sesto miglio di una consolare non principale, questo livello di apparato scultoreo indica un committente di rango elevato, orgoglioso della propria carriera e intenzionato a comunicarla a chiunque passasse sulla strada.

Perché si chiama Tomba di Nerone

Il nome nasce nel Medioevo e nasce dalla paura. Nerone era, nell’immaginario medievale, la figura archetipica del tiranno malefico, e ai monumenti antichi isolati lungo le strade di campagna veniva spesso attribuita un’origine sinistra. La superstizione voleva che il luogo fosse infestato da influenze maligne legate all’imperatore, e la credenza risulta essersi mantenuta viva fino all’Ottocento inoltrato. Il toponimo si è poi fossilizzato: oggi esiste una via Tomba di Nerone, esiste una zona urbanistica Tomba di Nerone, esistono fermate e indirizzi che portano quel nome. Un errore di attribuzione medievale che è diventato geografia amministrativa contemporanea.

Ville, cisterne e frammenti lungo i margini

Oltre al sepolcro maggiore, il perimetro dell’Insugherata conserva tracce di insediamenti rustici e residenziali di età romana. Erano ville dell’agro suburbano, cioè aziende agricole con parte residenziale, che sfruttavano la vicinanza alla città per produrre e vendere. In molti casi quello che resta sono strutture murarie interrate, tratti di opus reticolatum, cisterne, frammenti di pavimentazione affioranti dopo le piogge. Non ci sono aree archeologiche attrezzate con percorsi di visita, cartellonistica e biglietteria: si tratta di evidenze diffuse, che un occhio allenato riconosce e un occhio distratto scavalca senza accorgersene.

Riserva Naturale dell'Insugherata
Uno dei fondovalle della Riserva Naturale dell’Insugherata: il mosaico di bosco, prato e coltivo che si osserva qui è il motivo per cui l’area conserva oltre 630 specie vegetali, il numero più alto fra le aree protette del Comune di Roma.

Una cosa che non ti dice nessuno su Riserva Naturale dell’Insugherata

La cosa che non viene quasi mai detta è che l’Insugherata confina con l’ex ospedale psichiatrico di Santa Maria della Pietà, e che questa vicinanza non è un caso geografico ma una conseguenza diretta di come veniva pensata la cura psichiatrica all’inizio del Novecento. I grandi manicomi venivano costruiti fuori città, su terreni ampi, isolati, con parco: il verde faceva parte del progetto terapeutico e, contemporaneamente, l’isolamento faceva parte del progetto di segregazione. Il risultato paradossale è che proprio quelle istituzioni hanno preservato dall’edilizia enormi superfici di campagna romana, che oggi ritroviamo dentro o accanto alle aree protette.

Nel comprensorio dell’ex manicomio si trova oggi il Museo Laboratorio della Mente, in piazza Santa Maria della Pietà 5, che documenta la storia dell’istituzione manicomiale: i metodi di trattamento, gli strumenti medici, la vita quotidiana dentro la struttura. Le visite guidate risultano disponibili su prenotazione al numero 06 68352857, oppure 06 68352927. È un museo duro, non consolatorio, e proprio per questo tra i più onesti della città. Chi visita l’Insugherata al mattino e il museo nel pomeriggio compone una giornata che racconta una storia sola: quella del margine nord occidentale di Roma come luogo dove la città metteva ciò che non voleva vedere, e dove per questo la natura è sopravvissuta.

La seconda cosa poco detta riguarda il rumore. Molte descrizioni parlano di silenzio e di pace assoluta. Non è così, e chi arriva con questa aspettativa resta deluso. In diversi settori si sente il traffico della Trionfale o della Cassia, in altri si sente il Grande Raccordo Anulare, in altri ancora arrivano i suoni dell’ospedale e delle sirene delle ambulanze. Il silenzio pieno esiste, ma va cercato: si trova nei fondovalle più incassati, dove il rilievo fa da barriera acustica, e si trova nelle prime ore del mattino. Sapere questo prima di partire evita la delusione tipica di chi si aspetta una riserva di montagna e trova una riserva urbana.

Terza cosa che nessuno dice: il fondo. Da ottobre ad aprile i fondovalle diventano fangosi, in alcuni tratti molto fangosi, perché il suolo argilloso trattiene l’acqua e il drenaggio è lento. Le scarpe da ginnastica bianche del sabato pomeriggio non sopravvivono. In compenso, l’inverno e l’inizio della primavera sono le stagioni migliori per la vegetazione e per l’osservazione degli anfibi, per cui la scelta non è fra bello e brutto, ma fra pulito e interessante.

Il consiglio che ti do per visitare Riserva Naturale dell’Insugherata

Il consiglio principale è uno e lo dico senza giri di parole: venite presto, molto presto, e venite con l’obiettivo di osservare, non di macinare chilometri. L’Insugherata premia chi si ferma. Chi arriva con l’idea di fare un percorso ad anello di quindici chilometri e tornare a casa soddisfatto della distanza percorsa ne uscirà con la sensazione di aver visto un bosco qualunque tagliato da un raccordo autostradale. Chi arriva alle sette del mattino di un sabato di aprile, scende in un fondovalle, si siede su un tronco e aspetta venti minuti in silenzio, vede cose che in nessun altro punto del Comune di Roma si possono vedere.

Come organizzare l’uscita in pratica

Entrate dall’accesso di via Paolo Emilio Castagnola, che è quello ufficiale e il più semplice da individuare. Prendetevi il tempo di scendere verso il fondovalle senza fretta e senza obiettivi di distanza. Portate acqua, perché dentro la riserva non esistono fontanelle attrezzate né punti ristoro, e portate qualcosa da mangiare se pensate di restare oltre le due ore. Indossate scarpe che possano sporcarsi: scarponcini leggeri nella stagione umida, scarpe da trekking basse d’estate. Pantaloni lunghi sono consigliabili in primavera e in estate per via della vegetazione erbacea alta e delle zecche, che nella campagna romana sono presenti come ovunque.

Portate un binocolo. È l’attrezzo che cambia completamente il valore di una visita all’Insugherata, perché qui la cosa da vedere principale è l’avifauna, e senza ottica si perde il novanta per cento di quello che accade sopra la testa.

Le regole da rispettare

Si tratta di un’area naturale protetta, con tutto quello che ne consegue. Non si raccolgono piante, non si prelevano funghi o fiori, non si accendono fuochi, non si abbandona nulla. I cani vanno tenuti al guinzaglio: in un’area dove nidificano rapaci notturni al suolo e dove vivono anfibi e piccoli mammiferi, un cane libero è un predatore efficacissimo e un fattore di disturbo enorme, soprattutto nel periodo riproduttivo fra marzo e giugno. Non si esce dai percorsi battuti per infilarsi nella vegetazione, sia per rispetto degli habitat sia perché il perimetro confina con proprietà private e si rischia di ritrovarsi dove non si dovrebbe.

Con chi venire

L’Insugherata funziona benissimo con i bambini, a patto di calibrare le aspettative: niente giostre, niente chioschi, niente percorsi attrezzati, ma fossi, girini, tracce di animali, cortecce da toccare e piante da riconoscere. Per una famiglia abituata ai parchi urbani attrezzati come Villa Ada o Villa Borghese l’impatto è forte, in positivo e in negativo: è più selvatico, più sporco, più imprevedibile e più educativo.

Per chi non conosce la zona e vuole capirci qualcosa senza perdere mezza giornata a cercare i varchi, la soluzione migliore è una prima uscita con un accompagnatore che conosca il terreno. Le associazioni locali e l’ente gestore organizzano periodicamente attività di educazione ambientale e visite: verificare sui canali ufficiali di RomaNatura quali iniziative siano attive nel periodo in cui si vuole venire è il modo più rapido per non sbagliare.

Flora, fauna e le sughere che danno il nome alla riserva

È la parte che giustifica l’esistenza dell’area protetta, e conviene affrontarla con ordine partendo dai numeri. Nella riserva sono state censite oltre 630 specie floristiche, di cui 44 peculiari della sola Insugherata: risulta l’area protetta che contiene la maggior parte delle erbe censite a Roma. Per un territorio di poche centinaia di ettari stretto fra due consolari e tagliato da un’autostrada urbana è un dato quasi paradossale, e si spiega con la varietà degli ambienti: il fondovalle umido, il versante boscato, il pianoro coltivato e il margine incolto ospitano ciascuno un corteggio vegetale diverso, e la somma produce una ricchezza che un ambiente uniforme non potrebbe mai raggiungere.

Il bosco e le sughere

Le sughere, come dice il nome del luogo, sono l’elemento identitario. Quercus suber è una quercia sempreverde dalla corteccia spessa, elastica, profondamente fessurata, capace di proteggere l’albero dal fuoco e di rigenerarsi dopo l’estrazione. Riconoscerla è facile anche per chi non ha mai studiato botanica: la corteccia ha un aspetto che nessun’altra quercia italiana possiede, spugnosa al tatto e chiara nelle fessure. Gli esemplari presenti nella riserva formano nuclei sparsi, spesso misti ad altre latifoglie, e rappresentano un residuo di un paesaggio vegetale che in gran parte della campagna romana è stato cancellato.

Accanto alle sughere il bosco comprende le querce caducifoglie tipiche del suburbio romano, con il sottobosco arbustivo mediterraneo nelle esposizioni più calde e secche. Nei fondovalle umidi il quadro cambia completamente: qui compaiono le specie legate all’acqua, con i pioppi, i salici e la vegetazione erbacea igrofila che accompagna i corsi minori del bacino dell’Acqua Traversa. Il passaggio da un ambiente all’altro avviene in poche decine di metri di dislivello, ed è uno degli aspetti più istruttivi di una passeggiata qui: si vede con gli occhi come l’acqua e l’esposizione determinino la vegetazione.

I mammiferi

Tra i mammiferi risultano comuni la volpe, la donnola e l’istrice. La volpe è l’animale che si ha più probabilità di incrociare, soprattutto all’alba e al tramonto, e nelle aree protette romane ha ormai un comportamento parzialmente confidente nei confronti dell’uomo. La donnola è molto più difficile da vedere: piccola, rapidissima, la si intuisce più che osservarla, di solito come un lampo bruno che attraversa il sentiero. L’istrice lascia invece tracce inconfondibili, cioè gli aculei caduti, che si trovano lungo i percorsi e che sono la prova più facile della sua presenza per chi non esce di notte.

È segnalato anche il tasso, la cui presenza risulta probabilmente saltuaria, ed è presente il cinghiale. Sul cinghiale vale la pena spendere qualche parola in più, perché è il tema che più interessa chi cammina con bambini o con cani. Il cinghiale nella campagna romana è ampiamente diffuso, si muove soprattutto di notte e nelle ore crepuscolari, e in condizioni normali evita il contatto. Le situazioni di rischio sono due e ben definite: una femmina con i piccoli e un animale che si sente accerchiato senza via di fuga. La regola pratica è semplice: non avvicinarsi mai, non fotografare da vicino, non mettersi fra la madre e la prole, tenere il cane al guinzaglio e allontanarsi con calma nella direzione da cui si è arrivati. Non correre e non urlare.

Tra i micromammiferi la riserva ospita roditori come il moscardino, il topo selvatico e l’arvicola di Savi, e insettivori come la talpa, il mustiolo e il riccio. Il moscardino merita una nota: è un piccolo gliride arboricolo, notturno, di colore rossiccio, legato a boschi con sottobosco ricco e continuo. La sua presenza è un indicatore di qualità dell’habitat, perché scompare quando il bosco viene ripulito e frammentato.

Gli uccelli, il vero patrimonio dell’Insugherata

L’avifauna è ricchissima ed è la ragione per cui i birdwatcher romani conoscono questo posto molto meglio del pubblico generalista. Nidificano regolarmente quattro specie di rapaci notturni: l’allocco, il barbagianni, la civetta e l’assiolo. Avere quattro strigiformi nidificanti dentro il perimetro comunale di una capitale europea è un fatto notevole, e ciascuno di essi racconta un ambiente diverso.

L’allocco è la specie del bosco maturo, con alberi di grandi dimensioni e cavità dove nidificare: il suo canto, un verso profondo e modulato, è il suono che meglio identifica una notte all’Insugherata. Il barbagianni preferisce gli ambienti aperti e i vecchi edifici, e la sua presenza qui è legata al mosaico di campi e costruzioni rurali lungo i margini. La civetta ama le aree aperte con alberi isolati e ruderi, ed è legata al paesaggio agrario tradizionale. L’assiolo, il più piccolo dei quattro, è migratore: arriva in primavera e riparte a fine estate, e il suo canto monotono e ripetuto, un fischio sommesso che si ripete ogni pochi secondi, è la colonna sonora delle sere di maggio in tutto il suburbio romano.

Fra i nidificanti diurni la riserva ospita estese colonie di gruccioni, l’upupa, il gheppio, il picchio rosso maggiore, il cuculo, il picchio verde, la gallinella d’acqua e il nibbio bruno. I gruccioni sono l’attrazione visiva più forte: uccelli dai colori tropicali, verde, azzurro, giallo e castano, che scavano gallerie nelle pareti sabbiose e argillose e che in volo emettono un richiamo gorgogliante inconfondibile. Le colonie si osservano da maggio ad agosto e valgono da sole il viaggio. Il nibbio bruno, rapace diurno di buone dimensioni, si riconosce dalla coda leggermente forcuta e dal volo lento sopra i fondovalle. Il picchio verde e il picchio rosso maggiore si sentono prima di vederli: il primo con una risata sonora, il secondo con il tambureggiare ritmato sui tronchi.

Rettili e anfibi

Tra i rettili risultano presenti la biscia d’acqua dal collare, la vipera, il ramarro e il biacco. Due parole sulla vipera, perché è il tema che genera più ansia: è un animale schivo, che fugge alla percezione delle vibrazioni del passo e che morde quasi esclusivamente se calpestato o afferrato. Camminare sui percorsi battuti, guardare dove si mettono le mani quando ci si siede su un muretto o su un tronco, e non infilare le dita in fessure e cataste di pietre riduce il rischio a valori trascurabili. Il biacco, che è il serpente che si incontra più spesso, è completamente innocuo per l’uomo, veloce e nervoso, e la sua fuga rumorosa nel sottobosco spaventa molto più di quanto meriti.

Gli anfibi sono forse il gruppo più prezioso di tutta la riserva, perché sono i primi a sparire quando un ambiente si degrada e i primi a tornare quando migliora. Qui risultano presenti il rospo comune, la rana verde, la rana italica, la raganella e la salamandrina dagli occhiali. Di tutti questi è facile scoprire le uova nelle pozze e nei tratti a lento scorrimento, ed è uno degli spettacoli più adatti ai bambini, a patto di guardare senza toccare e senza spostare nulla. La salamandrina dagli occhiali merita un’attenzione particolare: è un anfibio endemico italiano, cioè non vive in nessun altro paese al mondo, legato ai ruscelli puliti e ombreggiati dei boschi collinari. Trovarla dentro il Comune di Roma è, per chi si occupa di questi temi, un fatto di rilievo.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Il fatto risaputo è che la Via Francigena passa di qui. Tutti sanno che il grande itinerario di pellegrinaggio che collega Canterbury a Roma entra nella capitale da nord, lungo il corridoio della Cassia, ripercorrendo a grandi linee il tracciato descritto alla fine del decimo secolo dall’arcivescovo Sigerico nel diario del suo viaggio di ritorno. Quello che si cita molto meno spesso è che l’ultimo tratto di campagna vera che un pellegrino incontra prima di entrare nel tessuto costruito di Roma è proprio questo settore, quello dell’Insugherata e dei terreni attorno alla Tomba di Nerone.

Ha un significato che va oltre il dato geografico. Per secoli chi arrivava a piedi dal nord Europa faceva un’esperienza precisa: dopo settimane di campagna, di boschi, di guadi e di ospizi, la città si annunciava progressivamente. Prima i sepolcri lungo la strada, poi le vigne, poi le prime case, poi la cupola. Quella gradualità oggi è quasi completamente perduta, perché l’espansione urbana ha reso brusco il passaggio fra fuori e dentro. L’Insugherata è uno dei pochissimi punti in cui quella transizione è ancora leggibile sul terreno: si cammina nel bosco e, voltandosi, si vedono i palazzi. Chi percorre la Via Francigena nelle sue ultime tappe capisce immediatamente di che cosa parlo.

C’è un secondo fatto risaputo e poco citato, di natura amministrativa. La legge regionale che ha istituito l’Insugherata, la numero 29 del 6 ottobre 1997, non ha creato soltanto questa riserva: ha riorganizzato l’intero sistema delle aree naturali protette regionali del Lazio. Da quel provvedimento discende l’architettura che ancora oggi regge la tutela del verde romano, compreso l’ente gestore che amministra le riserve interne al Comune. Significa che l’Insugherata non è un caso isolato ma il prodotto di una stagione legislativa precisa, quella della seconda metà degli anni Novanta, in cui la Regione Lazio decise di mettere sotto tutela in blocco quello che restava della campagna romana dentro i confini comunali. Senza quella decisione, presa in pochi anni e in condizioni politiche particolari, con ogni probabilità oggi di questi 700 ettari resterebbe molto poco.

La foto giusta da fare a Riserva Naturale dell’Insugherata

La fotografia all’Insugherata è più difficile di quanto sembri, e conviene dirlo subito: non esiste il punto panoramico da cartolina. Non c’è un belvedere sulla cupola di San Pietro, non c’è una rovina isolata in mezzo al prato con la luce radente, non c’è un lago. Chi viene a caccia dello scatto facile torna a casa con quaranta fotografie di bosco indistinto. La foto giusta qui è un’altra cosa e va costruita.

Lo scatto che racconta il luogo

La fotografia che descrive davvero l’Insugherata è quella che tiene dentro l’inquadratura due mondi in contrasto: il verde in primo piano e la città sullo sfondo. Si ottiene salendo su uno dei crinali che separano i fondovalle, girandosi verso il margine urbanizzato e componendo con il bosco che occupa i due terzi inferiori del fotogramma e i palazzi che emergono dietro la linea degli alberi. È l’immagine che spiega in un colpo solo che cosa significhi area protetta urbana: non wilderness, ma resistenza.

La corteccia della sughera

Il secondo soggetto è a distanza ravvicinata: la corteccia di una sughera. È un’immagine astratta, tattile, fatta di solchi profondi e di rilievi, che funziona benissimo in bianco e nero e che ha il vantaggio di essere l’unica fotografia davvero identitaria di questo luogo. La corteccia della sughera non somiglia a nulla di quello che si fotografa a Villa Borghese o al Parco della Caffarella. Serve luce laterale morbida, quella di una giornata leggermente velata, che scava le fessure senza bruciare i rilievi.

I gruccioni, per chi ha l’attrezzatura

Se avete un teleobiettivo lungo e pazienza, il soggetto fotografico più spettacolare della riserva sono i gruccioni in volo o appollaiati sui rami secchi vicino alle pareti di nidificazione, fra maggio e agosto. Sono uccelli dai colori improbabili e producono immagini che nessuno associa a Roma. Due avvertenze serie: non avvicinarsi mai alle pareti dove nidificano, perché il disturbo in periodo riproduttivo può far fallire la covata, e usare il teleobiettivo proprio per evitare l’avvicinamento. Fotografare fauna selvatica in un’area protetta comporta una responsabilità che viene prima dello scatto.

Riserva Naturale dell'Insugherata
Il bosco della Riserva Naturale dell’Insugherata visto dall’interno: querce, sughere e sottobosco compongono l’ambiente in cui nidificano regolarmente quattro specie di rapaci notturni, allocco, barbagianni, civetta e assiolo.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

Terzo secolo dopo Cristo: viene eretto al sesto miglio della via Cassia il sepolcro di Publio Vibio Mariano, con basamento di 2,30 metri e sarcofago marmoreo monumentale decorato con grifi alati, Marte, aquile e Vittorie. È l’episodio meglio datato di tutta l’area e resta il monumento di riferimento del settore.

Medioevo: il sepolcro perde memoria del proprio committente e la tradizione popolare lo attribuisce a Nerone, per superstizione legata alle influenze malefiche associate all’imperatore. La credenza risulta viva ancora nell’Ottocento e finisce per fissarsi nella toponomastica, che oggi chiama così una via e un’intera zona urbanistica. Negli stessi secoli il corridoio della Cassia funziona come ultima tappa di avvicinamento a Roma per i pellegrini della Via Francigena.

Primi decenni del Novecento: il grande complesso ospedaliero di Santa Maria della Pietà viene realizzato su questo margine di campagna, secondo il modello del manicomio a padiglioni immerso nel verde e lontano dalla città. La scelta sottrae all’edilizia una superficie enorme e contribuisce, involontariamente, a conservare il paesaggio che oggi confina con la riserva.

6 ottobre 1997: la legge regionale del Lazio numero 29 istituisce la Riserva Naturale dell’Insugherata, pubblicata sul Bollettino Ufficiale della Regione Lazio del 10 novembre dello stesso anno. È il provvedimento che riorganizza il sistema delle aree protette regionali e affida la gestione delle riserve interne al Comune di Roma a RomaNatura.

Anni Duemila: l’ampliamento del Grande Raccordo Anulare e la nuova perimetrazione riducono in modo considerevole l’area protetta a nord del Raccordo, indebolendo la funzione di corridoio verso il sistema Veio Cesano. Nello stesso periodo le attività di educazione ambientale vengono affidate a soggetti esterni in due cicli distinti, fra il 2000 e il 2004 e fra il 2008 e il 2011.

2010: risulta inaugurato all’interno della riserva un percorso dedicato al picchio, pensato come itinerario di visita naturalistica. La sua fruibilità nel tempo è stata condizionata dalla presenza di proprietà private lungo il perimetro, che in alcuni tratti limitano i collegamenti.

Chi è passato da Riserva Naturale dell’Insugherata

Il primo nome è quello certo: Publio Vibio Mariano, il funzionario e militare romano che scelse questo tratto della Cassia per il proprio sepolcro e che vi è ricordato da un apparato scultoreo di livello notevole. Non è un personaggio celebre, ed è proprio questo a renderlo interessante: rappresenta la classe dirigente intermedia dell’impero, quella che costruiva la propria memoria lungo le strade suburbane.

Il secondo nome è quello di Nerone, ed è un nome passato di qui soltanto nell’immaginazione collettiva. L’imperatore con questo luogo non ha alcun rapporto documentato: ci è arrivato attraverso mille anni di paura popolare, che gli ha intestato un monumento altrui. Vale come promemoria su quanto la memoria dei luoghi sia una costruzione culturale più che un archivio.

Poi ci sono i pellegrini, che non hanno nome ma hanno numeri. Per secoli decine di migliaia di persone hanno percorso il corridoio della Cassia diretti a San Pietro, seguendo l’itinerario che l’arcivescovo Sigerico di Canterbury descrisse attorno all’anno Mille nel resoconto del proprio viaggio di ritorno. Questo settore è l’ultima campagna che vedevano prima della città.

Infine ci sono le persone che qui sono state portate e non sono passate: i ricoverati del manicomio di Santa Maria della Pietà, migliaia nel corso del Novecento, la cui storia è oggi documentata nel Museo Laboratorio della Mente. Includerli in un elenco di questo tipo non è retorica: la loro presenza ha determinato la forma fisica di questo margine di Roma quanto e più di qualunque personaggio illustre.

Quello che non troverete qui, e che dico apertamente, sono artisti, registi o scrittori famosi legati alla riserva. L’Insugherata non ha una tradizione letteraria né cinematografica: è un luogo di biologi, di birdwatcher e di gente del quartiere. Meglio saperlo che inventarsi aneddoti.

Quando andare alla Riserva Naturale dell’Insugherata e quando evitarla

La stagione migliore in assoluto è la primavera, da metà marzo a fine maggio. La vegetazione è al massimo, gli anfibi si riproducono, gli uccelli cantano e nidificano, l’assiolo torna dall’Africa, i gruccioni arrivano a maggio, la temperatura consente di camminare per ore. Il prezzo da pagare è il fondo umido nei fondovalle e la vegetazione erbacea alta.

L’autunno, da fine settembre a novembre, è la seconda scelta: colori, funghi da guardare e non da raccogliere, luce bassa eccellente per le fotografie, poca gente. L’inverno è la stagione dei fondi fangosi ma anche quella in cui il bosco spoglio consente di vedere gli uccelli con una facilità impossibile d’estate; le giornate limpide dopo una perturbazione offrono la migliore visibilità dell’anno.

L’estate è la stagione da evitare, o quantomeno da gestire. Fra metà giugno e fine agosto il caldo romano rende inutile qualunque uscita fra le dieci e le diciotto, l’erba secca è ovunque e il rischio incendi in questo tipo di ambiente è concreto. Se venite d’estate, venite all’alba e uscite entro le nove del mattino: è l’unica finestra ragionevole.

Cosa c’è intorno alla Riserva Naturale dell’Insugherata

Il quadrante nord occidentale di Roma è, per chi ama il verde, uno dei più densi della città. A poca distanza si trovano la Riserva Naturale di Monte Mario, con la terrazza panoramica più famosa della capitale e l’Osservatorio astronomico, e il Parco regionale urbano del Pineto, con le sue pinete e la valle dell’Inferno. Verso l’esterno si incontrano la Tenuta di Acquafredda e il Parco della Cellulosa.

Uscendo dal Raccordo il discorso si allarga al grande Parco di Veio, di cui l’Insugherata rappresenta il terminale urbano, con la Valle del Sorbo e, più a nord, il Parco Natura La Selvotta a Formello. Chi vuole spingersi oltre trova il sistema del Parco Naturale Regionale di Bracciano Martignano e il lago di Bracciano. L’elenco completo delle aree verdi laziali si trova nella sezione dedicata ai parchi.

Per mangiare e dormire la zona di riferimento è quella dei quartieri circostanti, Ottavia, Torrevecchia e la Cassia bassa, dove l’offerta è di tipo residenziale e di quartiere: trattorie, pizzerie al taglio, forni. Dentro la riserva non esistono punti ristoro, per cui l’acqua e il cibo vanno portati da casa.

Domande veloci sulla Riserva Naturale dell’Insugherata

Si paga l’ingresso alla Riserva Naturale dell’Insugherata?

No. La riserva risulta aperta tutti i giorni e non è previsto alcun biglietto d’ingresso.

Quanto è grande la riserva?

La scheda della Regione Lazio indica 697 ettari; la cifra di 740 ettari, più diffusa nella divulgazione, riflette una perimetrazione precedente ai lavori del Grande Raccordo Anulare.

Quando è stata istituita e chi la gestisce?

È stata istituita con la legge regionale del Lazio 6 ottobre 1997 numero 29 ed è gestita da RomaNatura, con sede in via Gomenizza 81 a Roma.

Quali sono gli accessi?

Cinque: tre dal lato della via Trionfale, da via Paolo Emilio Castagnola, da via Rosa Gattorno e da via Conti, e due dal lato della via Cassia, da via Panattoni e da via Angiulli. Quello ufficiale è via Paolo Emilio Castagnola, all’altezza del San Filippo Neri.

Come ci si arriva con i mezzi?

Con le linee bus 998, 997 e 907 lungo la Trionfale, oppure con la ferrovia regionale Roma Viterbo, fermata San Filippo Neri. In auto si esce dal Grande Raccordo Anulare allo svincolo Trionfale, Ipogeo degli Ottavi.

Si possono portare i cani?

Sì, al guinzaglio. In un’area dove nidificano rapaci e vivono anfibi e micromammiferi un cane libero è un fattore di disturbo rilevante, soprattutto fra marzo e giugno.

Ci sono cinghiali?

Sì, il cinghiale è presente come in gran parte della campagna romana. Si tiene la distanza, non ci si mette fra una femmina e i piccoli, si tiene il cane al guinzaglio e ci si allontana con calma.

È adatta ai bambini?

Sì, con aspettative giuste: niente aree gioco né servizi, ma fossi, girini, tracce di animali e alberi da riconoscere. Servono scarpe che possano sporcarsi.

Che cosa è la Tomba di Nerone?

Un sepolcro romano del terzo secolo appartenuto a Publio Vibio Mariano, situato al sesto miglio della via Cassia, all’altezza del chilometro 9,8. Il nome è un’attribuzione medievale priva di fondamento storico.

Il mio giudizio, dopo molte uscite in questo quadrante, è che l’Insugherata sia la riserva romana che richiede più preparazione e restituisce di più a chi gliela concede. Non regala nulla al visitatore distratto: niente panorama, niente monumento all’ingresso, niente percorso segnato che risolva la giornata. In cambio offre la maggiore ricchezza botanica della città, quattro rapaci notturni nidificanti, un anfibio che esiste solo in Italia e l’ultimo tratto di campagna che i pellegrini vedevano prima di Roma. Se cercate un parco, andate altrove. Se cercate un pezzo di campagna romana sopravvissuto in mezzo ai palazzi, qui lo trovate ancora intero.

Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P. Per un’uscita naturalistica guidata nelle riserve del quadrante nord di Roma, con accompagnatore turistico abilitato, si parte dalla pagina contatti di TourLeaderPro; i tour operator che costruiscono itinerari fra Roma e l’agro veiente trovano il servizio di consulenza nella sezione dedicata ai tour operator.

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RiassuntoRiserva Naturale dell'Insugherata - Via Paolo Emilio Castagnola, 00135 Roma RM, Italia
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IndirizzoVia Paolo Emilio Castagnola, 00135 Roma RM, Italia 135
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