Riserva naturale della Tenuta di Acquafredda
La Riserva naturale della Tenuta di Acquafredda è un’area naturale protetta interamente compresa nel territorio del Comune di Roma, nel settore occidentale della città, appoggiata al Grande Raccordo Anulare e chiusa a sud dalla via Aurelia. È gestita da RomaNatura, l’ente regionale che amministra il sistema delle aree naturali protette dentro il Comune di Roma, ed è stata istituita con la legge regionale del Lazio numero 29 del 6 ottobre 1997, la stessa norma che nello stesso giorno ha dato forma giuridica a quasi tutte le riserve romane. Sulla superficie le cifre ufficiali oscillano di poco: la carta d’identità pubblicata da RomaNatura indica 249 ettari, la scheda descrittiva della stessa riserva parla di 250 ettari, mentre la misura di 254 ettari circola da tempo nella divulgazione locale. La differenza dipende dalle perimetrazioni successive e dal modo in cui vengono conteggiati i margini lungo il Raccordo e lungo la via di Acquafredda. In ogni caso si parla di poco meno di due chilometri quadrati e mezzo di campagna romana sopravvissuta dentro la città, incastrati fra i quartieri densamente costruiti di Boccea, Primavalle, Montespaccato e Casalotti.
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✦ Prenotazione obbligatoriaGalleria Borghese
Bernini e Caravaggio in due ore contate. Senza prenotazione non si entra, punto.
✦ SottoterraCatacombe e Appia Antica
Chilometri di gallerie sotto la via Appia. Fresche d'estate, e sorprendentemente poco affollate.
✦ Accesso limitatoColosseo: sotterranei e arena
Il piano dove aspettavano gladiatori e belve, e il pavimento dell'arena. Posti contati ogni giorno.
✦ Giornata lungaPompei e Costiera Amalfitana
Da Roma si fa in giornata, ma è una giornata vera: sveglia presto e rientro a sera.
✦ Alta velocitàFirenze in giornata
Un'ora e mezza di treno e sei sotto il Duomo. Si fa, se accetti di vedere tre cose e non dieci.
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✦ Dopo il tramontoRoma di notte
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✦ MareCapri e Costiera Amalfitana
Da Roma è lunga, ma in due giorni si fa con calma. In giornata solo se accetti di correre.
✦ Centro storicoTrevi, Pantheon e piazze
Il cuore barocco a piedi, più il biglietto del Pantheon che ora serve davvero.
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✦ Poco affollatoTerme di Caracalla
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✦ A 30 minutiOstia Antica
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Dentro i Musei prima del pubblico. La Sistina quasi vuota è un'altra cosa.
Da un punto di vista ambientale la tenuta appartiene al sistema Ponte Galeria Arrone, il grande complesso di ambienti fluvio palustri che occupa il quadrante nord occidentale del territorio romano e che scende verso la piana costiera. Da un punto di vista amministrativo la carta d’identità di RomaNatura riporta ancora il Municipio XVIII, una numerazione che appartiene alla stagione precedente la riforma delle circoscrizioni: con la delibera dell’Assemblea Capitolina numero 11 dell’11 marzo 2013 quel municipio è diventato il Municipio XIII Aurelio, che è il riferimento amministrativo attuale per chi cerca un ufficio, una scuola o un assessorato competente sulla zona. Le zone urbanistiche che confinano con la riserva portano nomi che nella tenuta ritrovano la loro origine: Val Cannuta, Fogaccia, Casalotti di Boccea, Aurelio Nord.
La riserva prende il nome dalla freschezza delle acque dei fossi che la solcano, e il toponimo è antico. Compare per la prima volta in una bolla papale di Alessandro III del 1176, con la formula latina terras et vineas in Acqua frigida, quando queste terre vennero concesse ai religiosi legati alla chiesa di San Pancrazio sul Gianicolo. Da allora il nome non è mai cambiato, e la via che attraversa la tenuta lo porta ancora oggi. Chi arriva qui pensando di trovare un parco urbano attrezzato, con cancelli, chioschi e cartelli grandi, resta spiazzato: la Tenuta di Acquafredda è un’area agricola vera, coltivata, in larghissima parte privata, protetta da un vincolo che ne regola gli usi ma che non l’ha trasformata in un giardino pubblico. Per capire come funziona il verde protetto di questo quadrante conviene leggere anche le pagine della Riserva Naturale della Tenuta dei Massimi, della Riserva Naturale Valle dei Casali e della Riserva Naturale dell’Insugherata, che insieme ad Acquafredda compongono la cintura verde a ovest e a nord ovest della città.

Dove si trova la Riserva naturale della Tenuta di Acquafredda e come ci si arriva davvero
La geografia di questa riserva si capisce meglio con una mappa che con una passeggiata, perché la tenuta è un pianoro largo e poco spettacolare, senza un punto alto da cui abbracciare tutto con lo sguardo. Il quadrilatero è chiaro: a sud la via Aurelia, a nord la via di Boccea, a ovest il Grande Raccordo Anulare, a est il tessuto costruito di Montespaccato e di Primavalle. In mezzo scorre la via di Acquafredda, che entra nella tenuta dalla parte dell’Aurelia e la attraversa risalendo il fondovalle, e che di fatto è l’unica strada dalla quale un visitatore comune vede qualcosa.
L’accesso indicato dall’ente gestore si trova in via dell’Acquafredda 88, dove si trovano anche i cartelli d’accesso e dove la Torre dell’Acquafredda segnala il punto di partenza del percorso natura. Non esiste un ingresso monumentale, non esiste una biglietteria, non esiste un centro visite aperto con orario continuato. Esiste una strada di campagna che si stacca dall’Aurelia, un paio di cartelli e dei campi.
Con i mezzi pubblici verso la Tenuta di Acquafredda
Il collegamento indicato da RomaNatura è la linea 906, che parte dalla stazione Valle Aurelia, nodo di scambio fra la linea A della metropolitana e la ferrovia regionale, e che transita lungo via dell’Acquafredda e via Nazareth. È il modo più semplice per arrivare senza auto e senza problemi di sosta, e ha il vantaggio di lasciare il passeggero proprio sul margine della tenuta invece che a un chilometro di distanza. Il capolinea Battistini della linea A della metropolitana è l’altro riferimento utile, perché da lì partono diverse linee di superficie verso il quadrante Boccea e Casalotti.
In auto: lo svincolo, la via di Acquafredda e la questione della sosta
Chi arriva in macchina esce dal Grande Raccordo Anulare allo svincolo dell’Aurelia e imbocca la consolare verso il centro, oppure allo svincolo di Boccea scendendo dalla parte opposta. In entrambi i casi il punto di riferimento è l’innesto di via di Acquafredda. Il problema non è arrivare: è fermarsi. La via di Acquafredda è stretta, senza marciapiede continuo, con banchine irregolari e con tratti in cui due auto che si incrociano devono rallentare. Non esiste un parcheggio dedicato alla riserva. Le automobili che si fermano lungo la banchina restringono ulteriormente la carreggiata e questo, in una strada percorsa anche dai mezzi agricoli, non è un dettaglio.
La soluzione ragionevole è lasciare l’auto nelle vie residenziali di Montespaccato o di Casalotti, dove la sosta è regolare e meno contesa, e mettere in conto una camminata di dieci o quindici minuti sull’asfalto prima di entrare nell’atmosfera della campagna. È una perdita di tempo apparente che evita il rischio concreto di trovare la macchina spostata o di intralciare chi in quella strada lavora tutti i giorni.
A piedi e in bicicletta dai quartieri vicini
Per chi abita a Montespaccato, a Val Cannuta, a Primavalle, a Casalotti o lungo la Boccea bassa, la Tenuta di Acquafredda funziona come il retrobottega verde del quartiere. Si esce di casa e in un quarto d’ora si passa dal cemento ai campi. Questo spiega perché la popolazione che frequenta la riserva sia quasi interamente locale: persone che portano il cane, corridori del mattino, famiglie del sabato, qualche ciclista che risale il fondovalle. I turisti stranieri non ci arrivano quasi mai, e il motivo è semplice: la riserva non compare su nessuna guida internazionale di Roma, non ha un monumento riconoscibile da lontano e non offre il tipo di servizio che un visitatore di passaggio si aspetta.
Che cosa è davvero la Riserva naturale della Tenuta di Acquafredda: una tenuta agricola sotto tutela
Qui si gioca la comprensione di tutto il resto, ed è il punto in cui le descrizioni generiche sbagliano più spesso. La Tenuta di Acquafredda non nasce come parco progettato per il tempo libero. Nasce come strumento di tutela di un pezzo di Agro Romano che il vincolo ha fermato mentre tutto intorno veniva costruito. La formula che si legge nei documenti ufficiali è precisa: la riserva rappresenta il collegamento ecologico fra le aree agricole di Casal del Marmo, la Tenuta dei Massimi e la Valle dei Casali. Tradotto in pratica, questo verde serve prima di tutto agli animali e alle piante per spostarsi da nord a sud senza dover attraversare il costruito. Il beneficio per chi cammina è un effetto collaterale.
La seconda cosa da tenere ferma è la proprietà. La documentazione di RomaNatura scrive che la superficie della riserva rientra interamente nella proprietà del Capitolo Vaticano, e all’interno del perimetro operano diverse aziende agricole di piccole e medie dimensioni, che coltivano ortaggi, frutta, fichi e fava romanesca e che vendono direttamente o al mercato rionale Trionfale. Questo significa che la riserva non è un terreno pubblico dove si entra come si entra in un giardino comunale. Il percorso natura ufficiale, quello segnalato dall’ente, si sviluppa dichiaratamente su proprietà privata, e la sterrata di fondovalle che prosegue oltre l’anello si inoltra fra le coltivazioni e su terreni privati. Chi la percorre lo fa con la discrezione di chi passa dentro il posto di lavoro di qualcun altro, non con la disinvoltura di chi attraversa un prato pubblico.
La quarta cosa è lo stato di salute. Le stesse fonti ufficiali, e questo è un pregio della loro onestà, segnalano che i fossi mostrano oggi condizioni di degrado legate alla forte antropizzazione delle aree limitrofe e all’invasione di specie esotiche come la robinia e l’ailanto. Chi arriva qui aspettandosi una natura intatta rimane deluso. Chi arriva sapendo di guardare un frammento di campagna sotto pressione, che resiste per vincolo e per ostinazione di chi ci lavora, capisce cosa ha davanti.
Il Fosso di Acquafredda, l’acqua che dà il nome a tutto
Il nome della tenuta viene dall’acqua, e l’acqua è ancora l’elemento che organizza tutto il resto. Il Fosso di Acquafredda raccoglie le acque dei ruscelletti e dei rigagnoli che scendono dai versanti e percorre longitudinalmente l’intera area protetta, confluendo più a valle nel Fosso della Magliana, che a sua volta arriva al Tevere all’altezza dell’omonimo quartiere. Insieme al Fosso di Acquafredda lavorano il Fosso di Valcannuta e il Fosso di Montespaccato, e sono questi tre solchi a disegnare la trama del territorio.
La freschezza di queste acque è quella che ha generato il toponimo nel dodicesimo secolo e che ancora oggi giustifica il nome. Nelle giornate torride di luglio, scendendo nel fondovalle dai campi in pieno sole, la differenza di temperatura si percepisce chiaramente: la vegetazione ripariale trattiene l’umidità, il canneto ferma il vento caldo, e il microclima cambia nel giro di pochi metri di dislivello. È un’esperienza banale dal punto di vista scientifico e sorprendente dal punto di vista fisico, soprattutto per chi arriva dall’asfalto della Boccea.
Il ruolo ecologico dell’ambiente ripariale è quello che gli specialisti chiamano di corridoio: la fascia umida lungo il fosso funziona come una strada per gli animali, che la percorrono restando coperti dalla vegetazione. Nelle formazioni vegetali lungo le sponde si osservano la rana verde e la biscia dal collare, e numerosi uccelli legati agli ambienti umidi. Nelle pozze che a primavera si formano dopo le piogge compaiono i girini del rospo comune, e nel sistema di pozze e stagni temporanei ancora esistenti in alcune zone della riserva vive un certo numero di coleotteri ditiscidi, insetti acquatici che sono fra i migliori indicatori della qualità di queste acque ferme.
Una curiosità su Riserva naturale della Tenuta di Acquafredda
La curiosità più solida di questa riserva è nascosta dentro una formula latina di otto secoli fa. Nel 1176 papa Alessandro III emanò una bolla con la quale confermava ai religiosi legati alla chiesa di San Pancrazio il possesso di terras et vineas in Acqua frigida, cioè terre e vigne ad Acquafredda. Quella riga è la prima attestazione scritta del toponimo, e contiene due informazioni che il paesaggio odierno non racconta più.
La prima riguarda le vigne. Nel dodicesimo secolo questo pianoro era coltivato a vite, e non per caso: le colline di sabbia e ghiaia con esposizione aperta e drenaggio rapido sono esattamente il terreno che la viticoltura medievale del suburbio romano cercava. Il vino prodotto nelle tenute attorno alla via Aurelia riforniva la città e gli enti religiosi che ne possedevano i fondi. Oggi nella tenuta si coltivano ortaggi, frutta, fichi e fava romanesca, e la vite è sparita dal paesaggio produttivo: il passaggio dalla vigna all’orto racconta in una riga l’evoluzione dell’agricoltura periurbana romana, che nel Novecento si è specializzata nel fornire verdura fresca ai mercati rionali della città in espansione.
C’è poi una nota sulla continuità di questo possesso. La documentazione ufficiale riferisce che l’intera superficie della riserva rientra nella proprietà del Capitolo Vaticano. Vuol dire che il filo che lega il fondo del dodicesimo secolo alla situazione fondiaria contemporanea non si è mai spezzato del tutto: cambiano gli enti, cambiano le forme giuridiche, cambiano i contratti agrari, ma questo pezzo di campagna è rimasto nell’orbita degli stessi grandi proprietari ecclesiastici per una quantità di secoli che rende ridicolo il concetto di lungo periodo applicato al mercato immobiliare. Ed è probabilmente questa continuità proprietaria, più ancora del vincolo ambientale del 1997, la ragione per cui ottocento anni dopo qui si vedono ancora dei campi invece che delle palazzine.
La Torre dell’Acquafredda e la tagliata dell’antica via Cornelia
La testimonianza storica più evidente della tenuta è la Torre dell’Acquafredda, che si trova lungo la via omonima, all’altezza del civico 88, proprio dove l’ente gestore colloca l’accesso alla riserva. È una torre a pianta quadrata, di origine medievale, costruita sui ruderi di una villa romana. La muratura racconta questa storia meglio di qualsiasi cartello: nella parte inferiore si vedono scaglie di selce frammiste a materiale marmoreo di reimpiego, evidentemente proveniente dalle preesistenze romane del sito, mentre la parte superiore è in laterizi e appartiene a una fase costruttiva successiva. Sui muri si riconoscono ancora inserti marmorei e pezzi di basolato, cioè le lastre di basalto con cui i romani lastricavano le strade consolari, riutilizzate come pietrame da costruzione.
La funzione della torre era strategica e visiva. Insieme a Torre Spaccata e a Torre Vecchia metteva in comunicazione ottica il tratto suburbano della via Aurelia con le vie Cassia e Trionfale, a loro volta controllate dalla Torre della Castelluccia. Questo sistema di torri di avvistamento è il tratto caratteristico del paesaggio medievale dell’Agro Romano: una rete di punti alti che permetteva di trasmettere un segnale, di controllare i movimenti lungo le strade e di offrire un rifugio fortificato ai fondi agricoli. Il fatto che siano quasi tutte costruite sopra rovine romane non è un caso: le fondazioni antiche erano solide e il materiale era già lì, pronto da riusare.
Il secondo elemento archeologico della tenuta è più difficile da vedere ma più interessante da capire: la tagliata dell’antica via Cornelia, lungo via Nazareth. Della via Cornelia si sa poco. Non è chiaro da quale Cornelio abbia preso il nome e i rinvenimenti archeologici lungo il suo percorso sono scarsi. Si sa però che faceva parte della rete stradale che collegava la Roma transtiberina con l’Etruria, amministrata da un’unica figura, il Curator Viae Aureliae veteris novae Corneliae et Triumphalis, il cui titolo elenca in sequenza le quattro strade del quadrante. La Cornelia proveniva dal Pons Aelius, cioè da ponte Sant’Angelo, probabilmente staccandosi dalla via Triumphalis, fiancheggiava il Circo di Caligola prima che venisse costruita la basilica costantiniana di San Pietro, e proseguiva lungo l’attuale via dei Monti di Creta, via di Boccea e Tragliata, in direzione di Cerveteri.
La parola tagliata indica un taglio artificiale del banco di tufo o di terreno compatto, praticato per attenuare le pendenze e far passare la strada a quota costante. È una tecnica di origine etrusca, adottata sistematicamente nel Lazio settentrionale, e lascia sul terreno delle trincee profonde con pareti verticali che sopravvivono per millenni. Da questa pratica deriva il toponimo Montespaccato, il monte spaccato: il quartiere che oggi confina con la riserva porta nel nome il ricordo di un’opera di ingegneria stradale antica. Durante il Medioevo la via Cornelia decadde e venne sostituita dalla via di Boccea, che ne riprende parzialmente il tracciato, e questo è il motivo per cui una strada romana di una certa importanza è oggi quasi invisibile.

Una cosa che non ti dice nessuno su Riserva naturale della Tenuta di Acquafredda
La cosa che quasi nessuna descrizione mette in chiaro è che questa riserva non è un’area a libero accesso nel senso in cui lo sono Villa Pamphilj o il Parco degli Acquedotti. Il vincolo del 1997 ha imposto una tutela ambientale su una tenuta che era e resta agricola e privata. Nella documentazione ufficiale dell’ente gestore, alla voce del percorso escursionistico, si legge testualmente che il tracciato si sviluppa su proprietà privata. Non è una nota a piè di pagina: è la condizione fondamentale di tutta la visita.
Questo produce una situazione che spiazza chi arriva con le abitudini del parco pubblico. Non ci sono cancelli con orari, ma non c’è nemmeno il diritto di andare dove si vuole. Non ci sono biglietti, ma non c’è personale a cui chiedere. I campi che si vedono dal sentiero sono campi di qualcuno, i pollai che si costeggiano sono pollai di qualcuno, i frutteti che si attraversano sono il reddito di famiglie che lavorano su tre, quattro o sette ettari. Le aziende agricole censite dall’ente gestore dentro il perimetro coltivano ortaggi, frutta, fichi, prugne, albicocche e fava romanesca, e vendono direttamente in azienda oppure ai banchi del mercato rionale Trionfale. Alcune espongono banchetti stagionali lungo la via dell’Acquafredda.
La conseguenza pratica è duplice. Da un lato, chi visita la tenuta deve comportarsi come un ospite: restare sui tracciati evidenti, non entrare nei campi coltivati, non raccogliere frutta, tenere il cane al guinzaglio, chiudere i cancelli che trova chiusi. Dall’altro lato, il modo migliore per entrare davvero in contatto con questo posto non è la passeggiata ma l’acquisto: fermarsi a comprare le verdure da chi le coltiva a duecento metri da dove le vende è il gesto che sostiene concretamente l’agricoltura che tiene in piedi il paesaggio. Un’area protetta agricola vive se l’agricoltura regge, e l’agricoltura periurbana regge solo se trova mercato.
Il secondo elemento che non viene quasi mai detto riguarda la fauna. La stessa documentazione ufficiale scrive, con una franchezza che merita di essere riportata, che le specie di mammiferi presenti sono poche. Fra quelle segnalate ci sono il pipistrello Myotis myotis e l’istrice, accanto a tasso, volpe, riccio europeo, moscardino e cinghiale. Gli uccelli censiti sono trentanove specie, di cui trentasei nidificanti. Sono numeri onesti, che descrivono un ambiente compresso fra strade ad alto scorrimento e quartieri densi, non un santuario della biodiversità. Chi viene qui per il birdwatching trova materiale interessante, ma chi cerca l’abbondanza di specie della Marcigliana o di Decima Malafede farà meglio a spostarsi.
Il consiglio che ti do per visitare Riserva naturale della Tenuta di Acquafredda
Il consiglio è di trattare questa tenuta come una visita breve e mirata, non come una gita di giornata, e di costruirla intorno al percorso ufficiale invece che intorno all’idea vaga di una passeggiata nella natura.
Il percorso che l’ente gestore descrive si chiama Sentiero Natura La Torre. Parte dalla via di Acquafredda, presso la torre omonima e i cartelli d’accesso, è un anello, misura un chilometro, ha trenta metri di dislivello e si percorre in una ventina di minuti. Lungo il tracciato sono collocati quattro tabelloni informativi. Punti d’acqua non ce ne sono, e questo va tenuto presente d’estate. L’ambiente attraversato è fatto di campi, orti, sentieri in terra battuta e vegetazione ripariale di pioppi, salici e canneto. L’ente lo indica come percorribile tutto l’anno e ciclabile con cautela, e raccomanda scarpe comode, meglio se scarponcini da trekking.
La descrizione del tracciato è precisa e conviene averla in testa prima di partire. Dalla Torre dell’Acquafredda si ha una panoramica della vallata interessata dal sentiero. Si scende lungo un tracciato evidente e dopo pochi metri si incontra un bivio, riconoscibile per un cumulo di rocce laviche, dove comincia l’anello. Si gira a sinistra, costeggiando affioramenti di cineriti vulcaniche e alcuni pollai, e si incontra il primo tabellone fra i campi e gli orti. Si scende dritti, si oltrepassa una fascia di canneto e si arriva a un tavolo da pic nic nei pressi di una cisterna d’acqua. Si gira a destra prima di un boschetto di salici e pioppi e si incrocia la sterrata di fondovalle, che segue il fosso per qualche chilometro. Quella sterrata è suggestiva e panoramica, ma si inoltra fra le coltivazioni e su terreni privati, quindi richiede attenzione. Per chiudere l’anello si risale a destra oltrepassando di nuovo il canneto in direzione della torre, fino al bivio di partenza.
Venti minuti di cammino sono pochi, e proprio per questo il consiglio vero è un altro: non venite qui solo per il sentiero. Venite con un’idea di mezza giornata che metta insieme tre cose. La prima è il percorso ad anello, fatto con calma, fermandosi ai quattro tabelloni e guardando davvero cosa cresce ai margini dei campi. La seconda è la lettura della torre da fuori, con il naso sulla muratura, cercando i frammenti di marmo e i pezzi di basolato reimpiegati. La terza è la spesa: informarsi in anticipo su quali aziende della tenuta praticano la vendita diretta e in quali orari, e tornare a casa con qualcosa che è cresciuto dentro un’area protetta a otto chilometri dal Vaticano.
Aggiungo un consiglio di prudenza che vale per tutte le riserve agricole romane. Le condizioni di accesso alle proprietà private cambiano nel tempo: un tracciato aperto una primavera può risultare recintato l’anno dopo, perché il proprietario ha cambiato coltura o ha avuto problemi con i visitatori. Prima di muoversi conviene contattare l’ente gestore, che ha sede a Villa Mazzanti in via Gomenizza 81, nella Riserva Naturale di Monte Mario, con recapito telefonico 06.35405350, e chiedere se il Sentiero Natura La Torre risulta percorribile e se sono previste uscite accompagnate. È una telefonata di due minuti che evita un viaggio a vuoto.
Flora e fauna della Tenuta di Acquafredda
Il quadro naturalistico della tenuta si legge per fasce, e ogni fascia ha le sue specie. La logica è semplice: dove il terreno è ripido e non arabile resiste il bosco, dove è pianeggiante e fertile c’è il campo, dove c’è acqua c’è la vegetazione ripariale. Queste tre fasce si alternano in poche centinaia di metri, ed è questa alternanza, più che la qualità assoluta di ciascun ambiente, a produrre la varietà biologica del posto.
I boschetti e le spallette
I boschetti della riserva sono limitati e si sviluppano lungo i versanti più ripidi e le spallette, cioè quei terrazzamenti e quelle scarpate che l’aratro non riesce a raggiungere. Sono formati prevalentemente da querce: roverelle, lecci e sughere. La sughera, Quercus suber, merita una nota: è la quercia da sughero, specie mediterranea legata a suoli acidi e sabbiosi, e la sua presenza qui è il segno di un paesaggio vegetale antico che in gran parte del Lazio litoraneo è stato cancellato dai tagli e dalle bonifiche. La documentazione ufficiale segnala che soprattutto nella zona più a sud della riserva, lungo alcune spallette, la sughera domina i lembi di vegetazione arborea superstiti, accompagnata da arbusti come il cisto, la ginestra e la fillirea.
Fra gli arbusti segnalati c’è anche la rosa serpeggiante, Rosa gallica, definita rara nell’area romana. È il tipo di presenza che giustifica un vincolo: una specie che altrove è scomparsa e che qui sopravvive perché qualche ettaro non è stato né costruito né arato. Ai margini dei campi coltivati si trovano invece alberi di Giuda, carpini neri e aceri campestri, punteggiati da rosa canina, ginestra odorosa, sambuco, prugnolo e biancospino: la classica siepe campestre dell’Agro Romano, che oltre a delimitare i fondi funziona da rifugio e da dispensa per gli uccelli.
Le orchidee spontanee
La presenza più notevole della flora erbacea sono le fioriture di orchidee che in primavera ornano i campi incolti. Le specie citate dall’ente gestore sono l’orchidea italiana, l’orchidea farfalla e l’orchidea purpurea. Sono orchidee spontanee europee, piccole, con infiorescenze a spiga, niente a che vedere con le orchidee tropicali dei vivai. Hanno un ciclo breve e capriccioso: fioriscono in aprile e maggio, e la loro presenza da un anno all’altro dipende dalle piogge invernali e soprattutto dal fatto che quel prato non sia stato sfalciato al momento sbagliato.
La fascia umida lungo i fossi
Lungo il Fosso dell’Acquafredda e il Fosso di Montespaccato si trovano le specie legate alle zone umide: salici bianchi, pioppi neri, ontani e cannucce di palude. Il salice bianco, Salix alba, è la componente principale della vegetazione ripariale, riconoscibile per i riflessi argentei delle foglie quando il vento le rovescia. Nelle aree gestite da RomaNatura si trovano anche il salice rosso, il salice da ceste e il salicone.
Gli uccelli
Le specie di uccelli censite nella riserva sono trentanove, di cui trentasei nidificanti. Fra quelle segnalate come significative ci sono la sterpazzola, il luì grosso e la balia nera. Lungo i fossi si osservano l’airone cenerino, la folaga, la gallinella d’acqua e il pendolino, e dalla vegetazione ripariale fitta si sente spesso il verso sonoro dell’usignolo di fiume.
Il pendolino, Remiz pendulinus, è l’uccello che vale la pena imparare a cercare. Costruisce un nido a borsa, soffice, appeso ai rami giovani dei salici sopra l’acqua, con una forma che ricorda un fiasco rovesciato: una volta che si è visto non lo si confonde con nient’altro, ed è visibile soprattutto in inverno quando le foglie sono cadute. Nei mesi estivi sopra i campi si vedono rondini, balestrucci, rondoni e gruccioni, questi ultimi riconoscibili per il piumaggio variopinto e per il richiamo gorgogliante che precede sempre l’avvistamento.
Ci sono poi due presenze che dividono gli osservatori: i parrocchetti dal collare e i parrocchetti monaci, pappagalli verdi insediati da anni nell’area urbana romana e in continua espansione. Si vedono in volo rapido e rettilineo sopra i campi oppure mentre si nutrono sugli alberi da frutto. Sono spettacolari e sono alloctoni, cioè non appartengono alla fauna originaria: la loro diffusione è uno dei fenomeni più visibili del cambiamento ecologico della città, e nelle aree agricole comporta anche danni alle colture di frutta. Chi li fotografa qui sta documentando una trasformazione in corso, non un pezzo di natura originaria.
Mammiferi, rettili e anfibi
Le specie di mammiferi, come segnala la documentazione ufficiale, sono poche. Fra quelle presenti ci sono il tasso, la volpe, il riccio europeo, il moscardino e il cinghiale, oltre al pipistrello Myotis myotis e all’istrice. Quest’ultimo, Hystrix cristata, è il più grande roditore italiano dopo il castoro: lungo fra i cinquanta e i settanta centimetri, pesante fra i dieci e i quindici chili, con il dorso coperto di aculei bianchi e neri lunghi fino a trenta o quaranta centimetri. Contrariamente alla credenza diffusa, l’istrice non lancia gli aculei: li perde con facilità perché sono debolmente inseriti nella pelle, e chi cammina di primo mattino lungo un sentiero di campagna ne trova spesso uno per terra. Ha abitudini notturne, scava tane profonde o adatta quelle di tasso e volpe, si nutre di radici, bulbi e cortecce, ed è protetto dalla legge 157 del 1992 oltre a essere inserito nella Direttiva Habitat.
Fra i rettili si segnalano il geco comune, la lucertola muraiola, il biacco, la luscengola e la biscia dal collare; fra gli anfibi la rana verde, il rospo comune, il rospo smeraldino e la raganella italiana. La raganella, Hyla intermedia, è diventata rara nell’area urbana romana e sopravvive in poche popolazioni isolate: piccola, verde brillante, con i polpastrelli adesivi che le permettono di arrampicarsi sulla vegetazione, si sente molto più di quanto si veda, soprattutto nelle sere umide di aprile e maggio.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Il fatto è questo: la riserva è nata insieme a otto sorelle, con un solo atto normativo, e da sola non si capisce.
La legge regionale del Lazio numero 29 del 6 ottobre 1997, intitolata alle norme in materia di aree naturali protette regionali, è il provvedimento che ha riorganizzato l’intero sistema del verde tutelato del Lazio e che ha istituito in blocco le riserve urbane romane. Nello stesso giorno, con la stessa firma, sono diventate aree protette la Tenuta di Acquafredda, la Tenuta dei Massimi, la Valle dei Casali, l’Insugherata, Monte Mario, la Marcigliana, la Valle dell’Aniene, Decima Malafede, il Laurentino Acqua Acetosa, oltre ai parchi regionali urbani di Aguzzano e del Pineto. È l’operazione che ha dato corpo a RomaNatura come ente gestore unico.
La ragione per cui questo va ricordato è che spiega la forma di Acquafredda. Non si tratta di un parco scelto per la sua bellezza o per la sua vocazione ricreativa: si tratta di un tassello di un disegno più ampio, quello della cosiddetta rete ecologica romana, che mira a tenere collegati fra loro i frammenti superstiti di campagna dentro il perimetro comunale. Acquafredda, in quel disegno, ha un compito preciso: fare da giunzione fra le aree agricole di Casal del Marmo a nord, la Tenuta dei Massimi a sud e la Valle dei Casali verso est. È un anello di catena. Se si spezza, le aree che collega diventano isole, e le isole ecologiche perdono specie con una regolarità che gli studiosi hanno misurato in decine di casi.
C’è una seconda implicazione, meno rassicurante. Una riserva che nasce come corridoio è una riserva stretta e lunga, cioè con un rapporto sfavorevole fra perimetro e superficie. Tutto quello che succede appena fuori dal confine entra dentro: il rumore del Grande Raccordo Anulare, i cani vaganti, i gatti domestici, le sementi delle piante esotiche invasive come la robinia e l’ailanto che la documentazione ufficiale segnala come problema conclamato, gli sversamenti nei fossi, l’abbandono di materiali lungo le sterrate. Duecentocinquanta ettari sembrano tanti finché non si considera che quasi ogni punto della riserva si trova a poche centinaia di metri da una strada o da una casa.
La terza implicazione riguarda il modo in cui si legge la mappa del verde romano. Chi vuole capire questo quadrante dovrebbe guardare Acquafredda insieme al Monumento naturale di Mazzalupetto, a Galeria Antica, al Parco della Cellulosa e all’Oasi di Castel di Guido: sono tutti pezzi dello stesso sistema occidentale, tutti piccoli o medi, tutti separati da strade, e tutti destinati a funzionare solo se considerati insieme.
La foto giusta da fare a Riserva naturale della Tenuta di Acquafredda
La foto giusta qui non è un panorama, perché il panorama non c’è. È un ritratto di muratura.
Il soggetto è la Torre dell’Acquafredda vista da vicino, con l’inquadratura stretta sulla parte bassa dell’edificio, quella costruita con scaglie di selce frammiste a materiale marmoreo di recupero. Quello che si fotografa non è una torre: è una stratigrafia. In una singola inquadratura larga un metro e mezzo si vedono il marmo bianco di una villa romana, il basalto scuro del basolato di una strada consolare, la selce scheggiata di una cava locale e, poco più sopra, il laterizio rosso di una fase costruttiva più recente. Quattro epoche, quattro materiali, un muro solo. È il modo più diretto per far capire a chi guarda la foto come si costruiva nell’Agro Romano medievale: prendendo quello che c’era già.
Per farla bene servono due accorgimenti. Il primo riguarda la luce: la muratura rende al meglio con luce radente, cioè nella prima ora dopo l’alba o nell’ultima prima del tramonto, quando le ombre laterali fanno emergere il rilievo delle pietre. A mezzogiorno la stessa parete diventa piatta e illeggibile. Il secondo riguarda la scala: conviene inserire nell’inquadratura un elemento di riferimento dimensionale, una mano, un cappello appoggiato, un ciuffo d’erba alla base, perché altrimenti chi guarda non capisce se i blocchi sono grandi come un pugno o come una testa.
La seconda foto da portare a casa è completamente diversa ed è quella che d’estate racconta meglio la riserva: il contrasto fra il campo in pieno sole e la fascia scura del canneto nel fondovalle. Ci si mette sul bordo alto del sentiero, si tiene il campo dorato nella metà inferiore del fotogramma e la linea verde scura dei salici e delle canne nella metà superiore, con le palazzine di Boccea appena visibili sullo sfondo. In una sola immagine ci sono i tre elementi che definiscono questo posto: l’agricoltura, l’acqua e la città che preme.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
La storia di questo pianoro si legge per soglie, e ognuna ha lasciato un segno che si può ancora vedere o almeno localizzare.
L’accampamento di Totila nel 547
Il secondo evento è quello più citato e anche il più delicato da trattare. Nell’anno 547, durante la guerra greco gotica, il re dei Goti Totila arrivò sotto Roma. Procopio di Cesarea, nella Guerra Gotica, riferisce di un accampamento presso un corso d’acqua che chiama Algidon. Secondo alcune ipotesi storiografiche quel fiume sarebbe da identificare con il fosso dell’Acquafredda, e la zona sarebbe dunque il luogo dove i Goti si fermarono prima della presa della città. La tradizione locale ha fatto il resto, legando stabilmente il nome di Totila a questo pianoro.
Conviene essere chiari sul livello di certezza: la fonte antica parla di un corso d’acqua con un nome greco, l’identificazione con il fosso locale è un’ipotesi di studiosi, non un dato accertato da scavo. È comunque un’ipotesi ragionevole, perché un esercito che assedia Roma da ovest ha bisogno di acqua fresca in quantità, di terreno pianeggiante per il campo e di una posizione a controllo delle consolari: e questo pianoro, con i suoi fossi perenni fra l’Aurelia e la Boccea, risponde a tutte e tre le esigenze meglio di qualsiasi altro punto del settore.
Il dodicesimo secolo e la nascita del nome
Il terzo passaggio è documentario. Nel 1176 la bolla di Alessandro III con la formula terras et vineas in Acqua frigida fissa per iscritto il toponimo, e nello stesso secolo un’altra bolla pontificia conferma la proprietà del Fundus Aque frigule alla Basilica di San Pietro. Da questo momento in avanti l’identità fondiaria del posto è stabile: un fondo agricolo con un nome proprio, inserito nel patrimonio di istituzioni ecclesiastiche romane, coltivato a vigne e a seminativi. È l’assetto che, con tutte le trasformazioni del caso, arriva fino a oggi, dato che la documentazione dell’ente gestore riferisce che la superficie della riserva ricade nella proprietà del Capitolo Vaticano.
Il primo Novecento, la bonifica e la borgata
Il quinto passaggio è quello che ha disegnato il paesaggio attuale. Nei primi anni del Novecento un vasto territorio di proprietà dell’Ospedale Santo Spirito venne acquistato dai conti Piero, Marietta e Giulia Fogaccia, famiglia originaria di Clusone, in provincia di Bergamo. I Fogaccia avviarono un’intensa opera di bonifica e di modernizzazione agricola che portò alla nascita di un nucleo abitato chiamato borgata Fogaccia, che è l’origine dell’attuale Montespaccato. La zona urbanistica del Municipio XIII porta ancora ufficialmente il nome Fogaccia. È un esempio quasi didattico di come l’agricoltura capitalistica di inizio secolo abbia trasformato l’Agro: bonifica, case coloniche, strade poderali, manodopera stabile, e infine borgata.
Il 1924 e la villa di Piacentini
Il sesto passaggio è architettonico. Nel 1924 le sorelle Fogaccia commissionarono all’amico architetto Marcello Piacentini un edificio che richiamasse il palazzo di famiglia a Clusone. Ne nacque Villa Fogaccia, in via Nazareth 35, nella parte più settentrionale della riserva: una costruzione che mette insieme i caratteri della torre, del palazzo, della villa e del maniero, con il prospetto articolato in volumi diversi e la facciata in pietra rustica di tufo, un portale bugnato sormontato da un cartiglio con lo stemma e il motto di famiglia, Ni ma tarme ni spantarme, che in dialetto bergamasco significa né mi ammazzi né mi spaventi. Gli interni sono riccamente ornati, con inserti di elementi architettonici classici di reimpiego, elementi araldici pavimentali in ceramiche di Vietri e Deruta, rubinetterie che riproducono gli animali della campagna romana e ritratti di famiglia. La villa è immersa in un parco di otto ettari con piante mediterranee, viali alberati che si dipartono a raggiera dall’edificio e si raccordano a un viale anulare, il galoppatoio.
La Seconda guerra mondiale
Il settimo evento è bellico. Durante la Seconda guerra mondiale Villa Fogaccia fu occupata dai tedeschi e subì bombardamenti: per alcuni giorni si trovò esattamente sulla linea di fuoco fra i tedeschi in ritirata e gli alleati che avanzavano sparando dalle postazioni della Pineta Sacchetti. È un dettaglio che colloca questo angolo tranquillo di campagna dentro i giorni della liberazione di Roma del giugno 1944, quando il fronte attraversò i quadranti occidentali della città.
Il 1997 e la tutela
L’ottavo e ultimo passaggio è normativo. Con la legge regionale numero 29 del 6 ottobre 1997 il pianoro diventa Riserva naturale della Tenuta di Acquafredda, con una superficie che le fonti ufficiali indicano fra i 249 e i 250 ettari, affidata alla gestione di RomaNatura. È la soglia che ha fermato l’espansione edilizia su questi campi nel momento in cui i quartieri intorno stavano completando la loro saturazione. Senza quel provvedimento, con ogni probabilità, oggi da via di Acquafredda si vedrebbero palazzine.
Chi è passato da Riserva naturale della Tenuta di Acquafredda
L’elenco delle persone legate a questo pezzo di campagna è breve, ma non banale.
Totila, re dei Goti, è il nome che la tradizione lega più strettamente al posto. Regnò dal 541 al 552 e fu il protagonista della fase gotica della guerra contro l’impero d’Oriente, conducendo un’offensiva che gli permise di riprendere gran parte dell’Italia. Nel 546 entrò a Roma per la prima volta, e nel 547 tornò sotto le mura. Se l’identificazione del fiume Algidon di Procopio con il fosso dell’Acquafredda regge, il suo accampamento si trovava proprio qui. La documentazione ufficiale di RomaNatura riporta questa tradizione nel testo introduttivo della riserva.
Papa Alessandro III, al secolo Rolando Bandinelli, pontefice dal 1159 al 1181, è l’autore della bolla del 1176 che nomina per la prima volta Acqua frigida. Il suo pontificato è quello dello scontro con Federico Barbarossa, della Lega Lombarda e della pace di Venezia del 1177: nel pieno di quella stagione politica, l’amministrazione ordinaria del patrimonio fondiario romano andava comunque avanti, e una di quelle carte ha dato il nome a questa tenuta.
I conti Fogaccia, Piero, Marietta e Giulia, arrivati da Clusone all’inizio del Novecento, sono le persone che hanno materialmente rifatto questo paesaggio. Comprarono i terreni dall’Ospedale Santo Spirito, bonificarono, misero a coltura, costruirono case e strade, e finirono per dare il nome a una borgata e a una zona urbanistica. La loro impronta sul territorio è più profonda di quella di qualsiasi altro personaggio di questo elenco.
Marcello Piacentini, architetto romano fra i più influenti e più discussi del Novecento italiano, progettò Villa Fogaccia nel 1924 come favore a un’amicizia. È l’uomo della Città Universitaria della Sapienza, di via della Conciliazione, del piano dell’Esposizione universale che ha prodotto l’Eur: trovare una sua opera minore e privata in fondo a una strada di campagna del quadrante ovest è una di quelle sorprese che rendono interessante il margine di Roma.
Infine ci sono le persone senza nome, e sono quelle che contano di più per capire cosa si vede oggi: le famiglie di agricoltori che hanno lavorato questi campi per generazioni e che ancora oggi conducono le aziende censite dentro il perimetro della riserva, con estensioni di tre, quattro o sette ettari, producendo ortaggi, frutta, fichi e fava romanesca. Il paesaggio che il vincolo protegge è opera loro, non della natura.
Quando andare alla Tenuta di Acquafredda e quando evitarla
Il periodo migliore in assoluto è la primavera, fra metà marzo e fine maggio. È la finestra in cui la campagna è verde, i fossi hanno ancora acqua, gli uccelli nidificanti sono attivi e rumorosi, e soprattutto è il momento delle fioriture di orchidee nei campi incolti. Aprile è il mese più pieno. Il rovescio della medaglia è il fango: dopo una settimana di pioggia i sentieri in terra battuta diventano pesanti, e senza scarponcini si torna a casa con le scarpe da buttare.
Il secondo periodo buono è l’autunno, da metà ottobre a fine novembre. La luce è bassa e calda per tutta la giornata, il che aiuta molto la fotografia della muratura della torre, i colori dei pioppi e dei salici lungo il fosso virano al giallo, e le temperature rendono piacevole camminare anche a mezzogiorno. È anche la stagione in cui le aziende agricole della tenuta hanno più prodotto sui banchi.
L’estate è il periodo da evitare, e non per modo di dire. Da metà giugno a fine agosto i campi in pieno sole sono impraticabili nelle ore centrali, non ci sono punti d’acqua lungo il percorso, l’ombra è limitata alla fascia ripariale e le zanzare del fondovalle nelle ore serali sono aggressive. Chi ci tiene ad andarci in estate parta all’alba, porti almeno un litro e mezzo d’acqua a testa e sia fuori entro le nove e mezza del mattino.
Cosa c’è intorno alla Tenuta di Acquafredda
La riserva da sola occupa mezza giornata scarsa, per cui conviene sapere cosa metterle accanto. Il quadrante è ricco di verde tutelato e povero di attrazioni classiche, il che lo rende interessante per chi ha già visto il centro di Roma.
Verso sud, oltre la via Aurelia, si arriva rapidamente alla Riserva Naturale della Tenuta dei Massimi, che con Acquafredda condivide origine normativa, carattere agricolo e problemi di accesso, e che scende verso la valle della Magliana. Proseguendo verso est si entra nella Riserva Naturale Valle dei Casali, dove ha sede operativa il servizio di guardiaparco competente anche su Acquafredda, e da lì il passo verso Villa Doria Pamphilj è breve: è il parco pubblico più grande di Roma ed è l’alternativa ovvia per chi ad Acquafredda ha trovato un cancello chiuso.
Verso nord, superata la via di Boccea e il Grande Raccordo Anulare, si trovano il Monumento naturale della Tenuta di Mazzalupetto e, più lontano, Galeria Antica, il borgo abbandonato sopra la valle dell’Arrone che è la visita più suggestiva di tutto il settore. Sempre a nord, il Parco della Cellulosa offre un’area attrezzata vera, con servizi, adatta a chi viaggia con bambini. Più a ovest, verso il mare, c’è l’Oasi di Castel di Guido, con la sua azienda agricola comunale.
Verso nord est, oltre la Trionfale, si entra nel territorio della Riserva Naturale dell’Insugherata, attraversata dal tracciato della Via Francigena, e da lì si scende verso la Riserva Naturale di Monte Mario, dove si trova Villa Mazzanti, sede dell’ente gestore, e dove il belvedere sulla città ripaga di tutte le passeggiate piatte del quadrante. Il Parco regionale urbano del Pineto chiude il cerchio verso il centro, con la sua valle di pini fra Balduina e Aurelio.
Per chi vuole un contrasto forte, dalla campagna di Acquafredda alla Basilica di San Pietro ci sono meno di otto chilometri in linea d’aria: la stessa istituzione che possiede questi campi da ottocento anni ha la sua sede monumentale poco più in là, e fare i due luoghi nella stessa giornata è un esercizio di prospettiva che consiglio.
Domande veloci sulla Riserva naturale della Tenuta di Acquafredda
Si può entrare liberamente nella Tenuta di Acquafredda?
No, non nel senso in cui si entra in un parco pubblico. Gran parte della tenuta è proprietà privata in attività agricola, e lo stesso percorso natura indicato dall’ente gestore si sviluppa su proprietà privata. Si segue il tracciato segnalato, non si esce dai sentieri evidenti e conviene informarsi prima presso RomaNatura.
Quanto è grande la riserva?
Le fonti ufficiali indicano 249 ettari nella carta d’identità e circa 250 ettari nelle schede descrittive. La cifra di 254 ettari circola nella divulgazione locale ma non trova conferma nei documenti dell’ente gestore.
In quale municipio si trova?
La carta d’identità di RomaNatura riporta il Municipio XVIII, numerazione anteriore alla riforma del 2013. Oggi il territorio corrisponde al Municipio XIII Aurelio, istituito con delibera dell’Assemblea Capitolina numero 11 dell’11 marzo 2013.
Come ci si arriva con i mezzi?
Con il bus 906 dalla stazione Valle Aurelia, sulla linea A della metropolitana: transita lungo via dell’Acquafredda e via Nazareth. Il capolinea Battistini della linea A è l’altro riferimento utile.
C’è un sentiero segnato?
Sì, il Sentiero Natura La Torre: anello di un chilometro, trenta metri di dislivello, circa venti minuti, quattro tabelloni informativi, nessun punto d’acqua. Parte dalla via di Acquafredda presso la torre e si sviluppa su proprietà privata.
Si possono comprare prodotti agricoli dentro la riserva?
Sì, alcune aziende della tenuta praticano la vendita diretta in azienda e alcune espongono banchetti stagionali lungo la via dell’Acquafredda; altre vendono al mercato rionale Trionfale. Modalità e orari variano, quindi conviene chiedere direttamente.
Villa Fogaccia si può visitare?
Si trova in via Nazareth 35 e la documentazione ufficiale la indica come visibile dall’esterno; viene utilizzata come sede per eventi, matrimoni e congressi, quindi l’accesso dipende dalla proprietà.
Il mio giudizio, dopo molte uscite nel verde protetto del quadrante ovest, è che la Tenuta di Acquafredda non sia la riserva più bella di Roma e non provi nemmeno a esserlo. È però una delle più istruttive, perché mostra con chiarezza che cosa significa tutelare un paesaggio che è insieme agricolo, privato e urbano. Qui non si viene per la natura selvaggia, che non c’è: si viene per capire come mezza dozzina di famiglie di agricoltori, una legge regionale del 1997 e una proprietà ecclesiastica vecchia di otto secoli abbiano tenuto insieme duecentocinquanta ettari di campagna mentre tutto intorno diventava città. Chi arriva con questa aspettativa torna soddisfatto. Chi arriva cercando un parco attrezzato farà meglio a scendere alla fermata successiva.
Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P. Per una giornata organizzata nelle riserve naturali del quadrante occidentale di Roma, con accompagnatore turistico abilitato, si parte dalla pagina contatti di TourLeaderPro; i tour operator che costruiscono itinerari di turismo lento nell’Agro Romano trovano il servizio di consulenza nella sezione dedicata ai tour operator.
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