Tenuta di Mazzalupetto – Quarto degli Ebrei

Il monumento naturale intitolato alla Tenuta di Mazzalupetto e al Quarto degli Ebrei è una delle aree protette meno conosciute di Roma, e lo è per una ragione che conviene mettere subito in chiaro: non è un parco urbano con cancelli, biglietteria e sentieri segnati, ma un pezzo di Agro romano rimasto campagna coltivata dentro la cintura dei quartieri nord occidentali. Si trova nel quadrante che sta fuori dal Grande Raccordo Anulare fra via Cassia, via della Storta e il Fosso dell’Acqua Santa, e la sua particolarità è che non si tratta di un blocco unico di terreno: sono due tenute distinte, separate da un paio di chilometri di case costruite negli ultimi decenni, protette con un unico provvedimento. La più grande, Mazzalupetto, occupa circa 140 ettari fra gli insediamenti di via della Storta e il quartiere di Palmarola. La più piccola, il Quarto degli Ebrei, occupa una quarantina di ettari in un quadrilatero compreso fra il Raccordo e il tratto extraurbano della via Trionfale, e confina praticamente con la punta settentrionale della Riserva Naturale dell’Insugherata, all’altezza di Monte Arsiccio. Il provvedimento che le ha vincolate è il decreto del Presidente della Giunta regionale del Lazio numero 54 del 28 gennaio 2000, pubblicato sul Bollettino Ufficiale della Regione Lazio numero 7 del 10 marzo 2000, e la gestione è affidata a RomaNatura. I terreni sono di proprietà pubblica, intestati all’Arsial, l’Agenzia regionale per lo sviluppo e l’innovazione dell’agricoltura del Lazio, e questo spiega da solo perché l’area sia rimasta agricola invece di diventare lottizzazione. Chi arriva qui aspettandosi un bosco da passeggiata sbaglia indirizzo. Chi arriva sapendo di trovare campi a maggese, pascoli, spallette di querce lungo i dossi e una quiete anomala a quattro passi dal Raccordo, esce soddisfatto.

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Dove si trova il monumento naturale e come ci si arriva davvero

La geografia, in questo caso, è metà del problema e metà del fascino. Il monumento naturale si colloca nella fascia peri urbana del settore nord occidentale di Roma, subito fuori dal Grande Raccordo Anulare, in quella striscia che dalla Cassia scende verso Boccea e che i romani attraversano ogni giorno senza guardarla. Il riferimento cartografico che RomaNatura usa nelle proprie pagine è il triangolo fra via Cassia, via della Storta e il Fosso dell’Acqua Santa. La voce dell’enciclopedia libera colloca invece il vincolo in zona Casalotti, la quarantottesima zona dell’Agro romano, e la differenza non è un errore di uno dei due: è la conseguenza del fatto che le due tenute cadono ai margini di più zone urbanistiche contigue, in un’area dove i confini amministrativi e i confini percepiti non coincidono quasi mai.

In auto, che è il modo realistico di arrivarci

Il punto di accesso indicato dall’ente gestore è su via della Storta, all’altezza di via Montagnana. Chi parte dal centro prende la via Cassia e la segue oltre il Raccordo, oppure imbocca il Raccordo stesso e esce allo svincolo della Cassia bis o a quello di Boccea a seconda di dove si trova. Da lì la rete di strade locali diventa fitta e non particolarmente segnalata: via della Storta, via di Santa Cornelia, via di Casal Selce, via Trionfale nel suo tratto extraurbano. Il consiglio pratico è impostare il navigatore sull’incrocio fra via della Storta e via Montagnana e non sul nome dell’area protetta, perché la denominazione ufficiale compare in più varianti e il risultato che restituiscono le mappe non è sempre lo stesso punto.

La sosta si fa sulle strade locali, senza aree attrezzate. Questa è una delle cose che vanno dette con chiarezza: il monumento naturale non ha un parcheggio dedicato, non ha un centro visite aperto al pubblico con orari fissi, non ha una biglietteria. La sede operativa dei guardiaparco che presidiano l’area, secondo la scheda pubblicata da RomaNatura, si trova a Monte Mario, cioè a diversi chilometri di distanza, presso la Riserva Naturale di Monte Mario. Il recapito telefonico pubblicato dall’ente per il monumento naturale è 06.35491587.

Con il trasporto pubblico

La scheda ufficiale indica la linea 031, una linea ultraperiferica che parte da via Bassano e transita lungo via della Storta. Via Bassano si trova accanto alla stazione della Giustiniana, sulla ferrovia Roma Viterbo, quella che le vecchie tabelle chiamavano FM3 e che oggi porta la sigla FL3. La scheda di RomaNatura riporta ancora la dicitura vecchia, come riporta ancora il Municipio XIX, una numerazione superata dalla riforma che ha ridotto i municipi romani da diciannove a quindici: il territorio che allora era il XIX oggi ricade in larga parte nel Municipio XIV. Sono dettagli burocratici, ma servono a capire che la documentazione pubblica su questa area protetta è ferma a parecchi anni fa e va letta con quella consapevolezza.

In bicicletta e a piedi

A piedi il discorso cambia. Le distanze fra un lembo e l’altro sono tali da rendere l’escursione pedonale sensata solo dentro una delle due tenute alla volta. E qui arriva il punto che genera più malintesi: si tratta di terreni agricoli, in parte condotti da aziende, e il transito non è libero ovunque come in un parco pubblico. Il decreto vieta l’apertura di nuove strade e piste carrabili e il transito dei veicoli a motore salvo le eccezioni di servizio, ma non trasforma le proprietà agricole in spazio aperto indifferenziato. Chi vuole entrare in modo ordinato fa bene a muoversi lungo la viabilità pubblica e a chiedere a RomaNatura le iniziative di fruizione organizzata, che l’ente gestore è espressamente autorizzato a realizzare dal testo stesso del decreto.

Tenuta di Mazzalupetto - Quarto degli Ebrei
Il paesaggio agricolo del monumento naturale di Mazzalupetto e del Quarto degli Ebrei, nel quadrante nord occidentale di Roma: pianori tufacei coltivati, basse valli dal fondo piatto e spallette di querce lungo i dossi. È lo stesso schema di pieni e vuoti che caratterizza la campagna romana storica e che qui sopravvive a poche centinaia di metri dai palazzi.

Che cosa è davvero questo monumento naturale: due tenute separate, non un parco unico

Il nome ufficiale del vincolo, quello scritto nel decreto, è monumento naturale Quarto degli Ebrei e Tenuta di Mazzalupetto. Nella toponomastica corrente le due parti vengono spesso invertite e il risultato è che la stessa area protetta si trova citata in almeno tre modi diversi, il che complica la ricerca di informazioni e contribuisce alla scarsa notorietà del posto. Chiarito il nome, resta la sostanza: si tratta di due proprietà agricole pubbliche, non contigue, riunite sotto un solo atto di tutela perché presentano lo stesso carattere e svolgono la stessa funzione ecologica.

La tenuta di Mazzalupetto

È la parte grande, circa 140 ettari. Il paesaggio dominante è quello dei campi coltivati che tappezzano gran parte del territorio, con coltivazioni estensive e prati pascolo, e con spallette boschive che corrono lungo i dossi. In quelle fasce di bosco dominano le querce: il cerro, il leccio, la roverella e la sughera. La tenuta si incastra fra gli insediamenti che si sono sviluppati lungo via della Storta e il quartiere di Palmarola, che sorge a ridosso del Raccordo. Questa posizione racconta la storia recente meglio di qualsiasi descrizione: quello che oggi è vincolato è ciò che è rimasto dopo che l’edilizia ha occupato il resto.

Il Quarto degli Ebrei

È la parte piccola, una quarantina di ettari, e le sue caratteristiche naturali sono molto simili alla precedente. Occupa un quadrante di territorio compreso fra il Grande Raccordo Anulare e il tratto extraurbano della via Trionfale, e di entrambe le infrastrutture subisce inevitabilmente l’influenza pesante, per usare le parole della scheda dell’ente gestore. Il dato più interessante è la continuità: questo lembo confina con la parte più settentrionale della Riserva Naturale dell’Insugherata all’altezza di Monte Arsiccio, il che significa che sulla carta le due aree protette formano un corpo unico interrotto soltanto dal nastro stradale.

Perché due pezzi separati sotto un solo vincolo

La ragione la spiega il decreto stesso. La legge regionale del Lazio numero 29 del 6 ottobre 1997, all’articolo 6, prevede l’istituzione di monumenti naturali a tutela di habitat o ambienti di limitata estensione, sottoponendoli a norme di tutela dirette alla conservazione. È uno strumento pensato esattamente per situazioni come questa: superfici troppo piccole e troppo frammentate per diventare riserve o parchi, ma troppo significative per essere lasciate al caso. Il decreto motiva la scelta osservando che nel territorio del Comune di Roma esistono due aree a ridosso del Grande Raccordo Anulare, di proprietà dell’Arsial, che presentano l’aspetto tipico della campagna romana con un buon grado di conservazione del paesaggio naturale, caratterizzato dall’alternanza di pianalti e avvallamenti, sui quali si è svolta l’attività agricola e di allevamento del bestiame. Aggiunge poi che nelle stesse aree sono presenti lembi di vegetazione arborea costituita in gran parte di piante di sughera e roverella, che svolgono funzione di corridoio biologico per il rifugio e lo spostamento di animali selvatici.

Tradotto: il valore di Mazzalupetto e del Quarto degli Ebrei non risiede nella rarità di un singolo elemento, ma nella funzione di collegamento. Sono nodi di una rete. All’interno della rete ecologica cittadina risultano funzionalmente collegati con il comprensorio ambientale del settore settentrionale della città, costituito principalmente dalle aree agricole di Casal del Marmo, dalla Riserva Naturale dell’Insugherata e dal Parco di Veio. Chi ragiona su Roma come sistema verde e non come somma di giardini capisce subito perché un frammento di quaranta ettari possa contare quanto un parco dieci volte più grande.

La superficie: un numero che balla

Qui va segnalata un’incongruenza che chiunque cerchi il dato incontra. L’elenco ufficiale delle aree protette italiane e la scheda enciclopedica indicano 186 ettari. La carta d’identità pubblicata da RomaNatura sulle proprie pagine indica 180 ettari. La somma delle due tenute come le descrive lo stesso ente gestore, 140 più circa 40, restituisce all’incirca la stessa cifra, e la differenza di sei ettari dipende con ogni probabilità da come è stato misurato il perimetro rispetto alla cartografia allegata al decreto. Il decreto, dal canto suo, non contiene alcuna cifra: rimanda alla cartografia allegata come parte integrante del provvedimento. Chi ha bisogno del dato preciso, per una tesi o per un lavoro tecnico, deve chiedere la cartografia all’ente gestore, non fidarsi del numero tondo trovato online.

Il decreto del 2000 e le regole che valgono dentro l’area protetta

Poche aree protette romane hanno un atto istitutivo così leggibile. Il decreto del Presidente della Giunta regionale numero 54 del 28 gennaio 2000 occupa poco più di una pagina del Bollettino Ufficiale ed è scritto in modo comprensibile anche a chi non mastica diritto ambientale. Vale la pena ripercorrerlo, perché contiene tutto quello che serve sapere prima di mettere piede in questi campi.

Chi lo ha firmato e con quale procedura

Il provvedimento nasce su proposta dell’Assessore regionale all’utilizzo, tutela e valorizzazione delle risorse ambientali, passa per il parere favorevole della competente Commissione consiliare permanente espresso nella seduta del 24 gennaio 2000 e viene firmato quattro giorni dopo dal Presidente della Giunta regionale del Lazio, all’epoca Piero Badaloni. Il testo precisa che il decreto non è soggetto a controllo ai sensi della legge numero 127 del 1997 e che viene pubblicato sul Bollettino Ufficiale. La pubblicazione arriva il 10 marzo 2000, nel numero 7, parte prima.

Che cosa è vietato

L’elenco dei divieti è secco e conviene conoscerlo, perché vale per tutti, visitatori compresi. Dentro il monumento naturale sono vietati: l’esecuzione di qualsiasi opera edilizia, con l’eccezione degli interventi di manutenzione ordinaria, straordinaria e di restauro conservativo del patrimonio edilizio esistente; la manomissione e l’alterazione delle caratteristiche naturali; la raccolta e il danneggiamento della flora spontanea, la raccolta dei funghi e dei prodotti del sottobosco, salvo quanto eseguito ai fini di ricerca e di studio nel rispetto della normativa vigente; l’apertura di nuove strade o piste carrabili e il transito di veicoli a motore, fatta eccezione per i mezzi di servizio, di soccorso, per le attività agricole e pastorali e per quelli strettamente necessari ai lavori di conservazione e alla gestione dell’area; la realizzazione di opere che comportano modificazione permanente del regime delle acque; l’effettuazione di qualsiasi scavo o movimento terra, con l’eccezione dello scavo archeologico; l’apertura di cave e discariche.

Due divieti meritano un commento. Il primo è quello sulla raccolta: chi immagina di venire qui a funghi o ad asparagi selvatici deve sapere che il decreto lo esclude, e lo esclude in modo esplicito, ammettendo soltanto la raccolta a fini di ricerca. Il secondo è quello sul regime delle acque: il divieto di opere che modifichino in modo permanente il deflusso protegge i fossi, ed è la norma che di fatto salva le farnie isolate lungo i corsi d’acqua, quelle che sono scampate alle rettifiche e alle puliture delle sponde eseguite in passato. Senza quel comma, un’operazione di manutenzione idraulica fatta con la ruspa cancellerebbe in una settimana alberi che hanno impiegato un secolo a diventare quello che sono.

Che cosa è consentito

Il decreto lascia una porta aperta: è consentita la realizzazione da parte dell’ente gestore di interventi per la fruizione. È la base giuridica su cui poggiano le visite guidate, la sentieristica e le attività didattiche che RomaNatura organizza sulle proprie aree. La gestione del monumento naturale è affidata all’ente di diritto pubblico previsto dall’articolo 40, comma 1, della legge regionale numero 29 del 1997, cioè a RomaNatura, che deve anche adottare il regolamento previsto dall’articolo 27 della stessa legge. Infine l’ente di gestione riceve un incarico preciso: notificare il decreto all’Arsial e trascrivere il vincolo sui registri immobiliari. È l’operazione che rende il vincolo opponibile a chiunque e che lo lega materialmente ai terreni, non alla volontà di un’amministrazione.

Una curiosità su Tenuta di Mazzalupetto – Quarto degli Ebrei

La curiosità riguarda il nome, e in particolare la parola meno appariscente delle due: quarto. Nel lessico dell’Agro romano il quarto non è un aggettivo numerale generico ma un termine tecnico della gestione fondiaria: indica una porzione di tenuta, una delle parti in cui una grande proprietà agricola veniva divisa per organizzare la rotazione fra semina, maggese e pascolo. L’Agro romano è pieno di toponimi costruiti così, con il termine quarto seguito dal nome di un proprietario, di un affittuario o di una famiglia. Non sono nomi pittoreschi: sono etichette catastali fossilizzate, sopravvissute al sistema agrario che le aveva prodotte.

Il secondo elemento del nome rimanda alla comunità ebraica romana, ed è qui che serve la massima sobrietà, perché è esattamente il punto su cui in rete circolano ricostruzioni di fantasia. I fatti documentati sono questi. La comunità ebraica di Roma è la più antica d’Europa e ha avuto per secoli un rapporto complicato con la proprietà fondiaria: la bolla Cum nimis absurdum, emanata nel 1555 da papa Paolo IV, istituì il ghetto e, fra le altre prescrizioni, proibì agli ebrei romani di possedere beni immobili, limitandone il commercio a quello degli stracci e dei vestiti usati. Un toponimo che associ un quarto di tenuta alla comunità ebraica va quindi letto dentro questa cornice: può riferirsi a una situazione anteriore al 1555, a un rapporto di affitto o di enfiteusi, a un credito, a un uso consolidato, oppure a una denominazione popolare consolidatasi per ragioni che i documenti accessibili non chiariscono.

La posizione onesta è questa: l’origine precisa del toponimo non risulta stabilita dalla documentazione pubblica disponibile sull’area protetta, che si limita a registrare il nome senza spiegarlo. Chi vuole approfondire deve andare sui catasti storici, e in particolare sul Catasto Alessandrino del 1660, che per l’Agro romano enumera 380 tenute, e sulla Topografia geometrica dell’Agro Romano del 1692, che ne conta 411. Sono le fonti dove i quarti compaiono con i loro nomi e dove un’attribuzione seria si può costruire. Fino ad allora, la cosa corretta da dire è che il toponimo lega un termine tecnico dell’agricoltura papalina a un riferimento alla comunità ebraica romana, e che questa associazione è un frammento di storia sociale che merita ricerca d’archivio e non aneddoti da guida turistica.

Aggiungo una nota che di solito sorprende: il nome Quarto degli Ebrei non vive soltanto nelle carte delle aree protette. È entrato nella toponomastica infrastrutturale della città. Sul Grande Raccordo Anulare, nel tratto del quadrante nord occidentale riqualificato con i lavori della terza corsia, esistono manufatti che portano questo nome. Il fatto che un’opera stradale del ventunesimo secolo abbia ereditato l’etichetta di un quarto di tenuta agricola è, a suo modo, la prova che il toponimo era radicato e riconosciuto nella cartografia locale molto prima che diventasse il nome di un vincolo ambientale.

Il paesaggio vulcanico, i pianori tufacei e il reticolo del Fosso di Galeria

Per capire perché questa campagna ha la forma che ha bisogna guardare sotto. La morfologia del territorio è costituita da pianori tufacei piuttosto ampi, prodotti dall’attività vulcanica del complesso Sabatino, interrotti da basse valli dal fondo piatto. È una descrizione tecnica che diventa immediatamente visiva appena si sale su un dosso: superfici quasi orizzontali, tagliate da incisioni poco profonde con il fondo pianeggiante, versanti brevi e più o meno ripidi a seconda della coerenza delle vulcaniti che li costituiscono.

Il vulcanismo sabatino

Il distretto vulcanico sabatino è l’apparato che ha generato, fra le altre cose, la conca del lago di Bracciano e quella di Martignano. Le sue eruzioni hanno coperto tutto il settore a nord ovest di Roma con depositi piroclastici che, compattandosi, hanno dato origine ai tufi su cui è costruita mezza città. Qui quei tufi affiorano nei versanti dei fossi e determinano la vegetazione: dove la roccia è più coerente il pendio è ripido e il bosco resiste, dove è più friabile il pendio si addolcisce e l’aratro arriva fino al bordo. Chi ha occhio per il paesaggio legge la geologia semplicemente guardando dove finiscono i campi e dove cominciano gli alberi.

Le acque

Le due tenute appartengono al bacino del Rio di Galeria e dei suoi fossi affluenti, un reticolo che raccoglie le acque del settore nord occidentale e le porta verso il Tevere. Il dato idrografico più elegante riguarda il confine: il bacino del Galeria è separato da quello contiguo dell’Acqua Traversa dallo spartiacque che corre lungo la via Trionfale. Significa che la strada consolare non è soltanto una direttrice storica, ma la linea di displuvio che divide due sistemi d’acqua. Le strade antiche, in questa parte del Lazio, seguono quasi sempre i crinali, e questo è uno dei casi in cui la regola si vede a occhio nudo sulla carta.

I fossi e la loro manutenzione

I fossi che incidono i pianori sono l’elemento più fragile del sistema. In passato molti di questi corsi d’acqua sono stati rettificati e le sponde ripulite con interventi meccanici pesanti, un tipo di manutenzione che elimina la vegetazione ripariale e trasforma un corso naturale in un canale. Gli esemplari isolati di farnia che punteggiano i fossi delle due tenute, spesso imponenti, sono descritti dall’ente gestore come scampati miracolosamente a quelle operazioni. Il decreto del 2000, vietando le opere che modificano in modo permanente il regime delle acque, ha messo un argine giuridico alla ripetizione di quegli interventi. È probabilmente il lascito più concreto del vincolo.

Una cosa che non ti dice nessuno su Tenuta di Mazzalupetto – Quarto degli Ebrei

Quello che non viene quasi mai detto è che questa non è un’area protetta strappata a un progetto edilizio da una battaglia di quartiere, come accade spesso a Roma. È un’area protetta costruita sopra una proprietà pubblica agricola già esistente. I terreni erano e restano dell’Arsial, l’agenzia regionale che si occupa di sviluppo e innovazione in agricoltura. Il decreto, all’ultimo capoverso operativo, incarica RomaNatura di notificare il provvedimento proprio all’Arsial e di trascrivere il vincolo sui registri immobiliari. In altre parole: la Regione ha messo un vincolo ambientale su terreni di una propria agenzia, affidandone la sorveglianza a un altro proprio ente.

Questa origine spiega molte cose che al visitatore risultano incomprensibili. Spiega perché l’area non abbia l’aspetto di un parco: perché non è nata come parco, è nata come azienda agricola pubblica. Spiega perché l’attività agricola continui invece di essere sospesa: perché il decreto non la vieta, anzi la presuppone, escludendo espressamente dal divieto di transito i mezzi necessari alle attività agricole e pastorali. Spiega perché il progetto di valorizzazione più citato sia un laboratorio agro alimentare e non un centro visite naturalistico: perché la vocazione del luogo, nella testa di chi lo ha vincolato, è la campagna produttiva, non il santuario della natura.

E spiega, infine, il punto più delicato: la tutela di un’area come questa dipende dalla continuità della gestione agricola molto più che dalla sorveglianza. Un campo a maggese che smette di essere lavorato non diventa bosco in tre anni, diventa un incolto invaso dal rovo, e con l’incolto arrivano gli scarichi abusivi, i fuochi e le discariche. Il decreto vieta esplicitamente l’apertura di discariche, segno che chi lo scrisse aveva ben presente quale fosse il rischio reale in quel quadrante di città. La differenza fra un monumento naturale vivo e un terreno abbandonato con un cartello sopra la decidono gli agricoltori che continuano a seminare, non i divieti.

Aggiungo una seconda cosa che di solito non si legge da nessuna parte. La vicinanza fisica al Raccordo, che sembrerebbe una condanna, è anche la ragione per cui questi due frammenti contano tanto nella rete ecologica. Una infrastruttura stradale è una barriera per la fauna terrestre: interrompe gli spostamenti, uccide gli animali che tentano l’attraversamento, frammenta le popolazioni. Avere aree seminaturali attaccate alla barriera, su entrambi i lati, significa mantenere la possibilità che una popolazione sopravviva a ridosso dell’ostacolo e che, dove esistono sottopassi o varchi, l’attraversamento resti praticabile. Il decreto usa esattamente questa espressione, corridoio biologico, parlando dei lembi di sughera e roverella. Non è retorica ambientalista: è la funzione tecnica che giustifica il vincolo.

Il consiglio che ti do per visitare Tenuta di Mazzalupetto – Quarto degli Ebrei

Il consiglio è uno solo e va detto senza giri di parole: non venite qui pensando a una visita, venite pensando a una ricognizione. Questo non è un luogo che si consuma in un’ora e si archivia. È un luogo che si capisce se lo si inserisce in un ragionamento più largo sul verde di Roma, e che deluderà chiunque lo affronti con l’aspettativa di trovare un sentiero segnato, una fontanella e un’area picnic.

Come impostare la giornata

Il modo che consiglio è abbinare il monumento naturale a un’area attrezzata vera, e usare le due tenute come tappa di contesto. La combinazione migliore, per contiguità geografica e per continuità ecologica, è con la Riserva Naturale dell’Insugherata, che comincia praticamente dove finisce il Quarto degli Ebrei. Si dedica la mattina all’Insugherata, che ha percorsi riconoscibili e una struttura di fruizione, e nel pomeriggio si risale verso la Trionfale e si guarda il quadrante del Quarto degli Ebrei dalla viabilità pubblica, capendo come i due lembi si tengano. Chi ha più tempo aggiunge il terzo pezzo, Mazzalupetto, spostandosi verso via della Storta.

Che cosa non fare

Non raccogliete niente: il divieto è nel decreto e vale per la flora spontanea, per i funghi e per i prodotti del sottobosco. Non entrate nei campi coltivati: sono superfici in produzione e il passaggio danneggia la semina, oltre a essere una scortesia verso chi ci lavora. Non portate il mezzo a motore fuori dalle strade pubbliche: il divieto di transito è esplicito e le eccezioni riguardano soltanto servizio, soccorso, agricoltura e gestione. Non accendete fuochi, mai, e in particolare da giugno a settembre, quando i campi a stoppie prendono con una scintilla e il vento di questo quadrante spinge le fiamme verso le case.

Il consiglio che nessuno vi darà

Se potete scegliere, venite dopo una pioggia di primavera, a metà mattina, con il cielo mosso. È il momento in cui questo paesaggio dà il meglio: il verde dei coltivi è saturo, i fossi hanno acqua, le querce isolate sui dossi si stagliano contro le nuvole e la luce laterale rivela l’ondulazione dei pianori che in piena estate, con il sole a picco e i campi bruciati, semplicemente non si vede. La stessa campagna, in agosto alle due del pomeriggio, sembra un terreno qualunque in attesa di essere edificato. È lo stesso posto, ma non lo direste mai.

La flora, la fauna e il laboratorio agro ambientale

La ricchezza biologica di queste due tenute è residua, e proprio per questo importante. Si concentra sui versanti brevi che raccordano i pianori alle valli, là dove l’aratro non arriva. È un principio generale della campagna romana: la biodiversità sopravvive negli angoli che l’agricoltura meccanizzata non riesce a raggiungere.

I boschi residui

Sui versanti si trovano lembi di bosco a dominanza di cerro, accompagnato dalla roverella o dall’olmo a seconda dell’esposizione, oppure, dove lo sfruttamento umano è stato più forte, stadi di degradazione di quelle stesse formazioni. Sui dossi di Mazzalupetto dominano le querce in senso largo: cerro, leccio, roverella e sughera. La sughera, in particolare, è la specie che il decreto cita esplicitamente insieme alla roverella quando descrive i lembi arborei con funzione di corridoio biologico. Alcune di queste querce raggiungono dimensioni importanti e ospitano, nel legno morto e nelle cavità, larve di coleotteri, fra cui quelle del raro cerambice della quercia. È un dettaglio che sembra minore e invece è decisivo: il cerambice è una specie legata agli alberi vecchi e di grande diametro, e la sua presenza certifica che qui esistono querce mature, non giovani ricacci.

Le specie da segnalare

Fra la vegetazione, la presenza più significativa secondo l’ente gestore è il frassino, ormai molto rarefatto nel comprensorio, insieme agli esemplari isolati e spesso imponenti di farnia che punteggiano il corso dei fossi. La farnia è una quercia che chiede terreni freschi e profondi, e nel Lazio costiero è diventata rara: incontrarla isolata in mezzo a un coltivo, con la chioma ampia e il tronco enorme, è una delle emozioni che questo paesaggio riserva a chi sa cosa sta guardando.

Ai margini dei campi coltivati si trovano il rosmarino, la ginestra dei carbonai e il lentisco sempreverde, con presenze sporadiche di alberi da frutto: il fico, il melo, l’albicocco dai fiori bianchi che aprono a fine inverno. Nei prati e ai bordi dei coltivi si incontrano piante erbacee comuni e bellissime: il trifoglio dei prati, la carota selvatica, il tarassaco, il papavero, la borragine, pianta officinale usata tradizionalmente per calmare la tosse secca. È una flora che nessuno definirebbe rara, e che però costituisce la base alimentare degli impollinatori e, di conseguenza, di tutto quello che sta sopra nella catena.

La fauna

Il dato faunistico che rende speciale questo monumento naturale non riguarda un grande mammifero né un rapace spettacolare, ma due animali che quasi nessuno vedrà mai. Oltre a una consistente presenza di rapaci e dei mammiferi più comuni, la documentazione ufficiale segnala l’esistenza di popolazioni di toporagno appenninico, Sorex samniticus, e di arvicola rossastra, Clethrionomys glareolus, estremamente localizzate nell’area romana. Il commento che accompagna il dato è la parte interessante: sebbene poco appariscenti, queste due specie sono indici di condizioni climatiche piuttosto fresche e di processi ecologici ancora non compromessi dall’espansione delle attività umane.

Il decreto ha aggiunto un elemento che cambia la vita della fauna più di qualunque altra norma: l’area è sottratta al bracconaggio. In un quadrante periurbano dove la caccia abusiva è stata a lungo una realtà, la protezione formale e la presenza dei guardiaparco hanno un effetto misurabile sulla confidenza degli animali e sulla loro densità.

Il laboratorio agro ambientale

Il progetto di valorizzazione più citato per questa area protetta è l’idea di un laboratorio agro alimentare e agro ambientale che metta a disposizione dei quartieri vicini un luogo dove imparare come funziona la produzione del cibo. L’impostazione è quella di offrire ai cittadini, bambini e adulti, la conoscenza della vita agricola e del consumo alimentare consapevole, attraverso attività educative, escursioni guidate e laboratori. Ha senso proprio qui, per la ragione detta prima: la proprietà è pubblica, agricola e già attrezzata, e la distanza dai quartieri residenziali si misura in centinaia di metri, non in chilometri.

Va detto con onestà che la disponibilità effettiva di queste attività varia nel tempo e dipende dalla programmazione dell’ente gestore. Chi vuole partecipare deve rivolgersi direttamente a RomaNatura e verificare il calendario in corso, senza dare per scontato che esista un servizio permanente e prenotabile in qualsiasi giorno.

Tenuta di Mazzalupetto - Quarto degli Ebrei
Le spallette boschive lungo i dossi sono la parte più preziosa del monumento naturale: qui dominano cerro, leccio, roverella e sughera, e proprio queste fasce arboree svolgono la funzione di corridoio biologico citata nel decreto istitutivo del 2000 come motivo della tutela.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Il fatto risaputo è che il Grande Raccordo Anulare, nel suo quadrante nord occidentale, è stato interamente rifatto fra il 2002 e la fine del decennio. Quello che si cita molto meno è quanto quei lavori abbiano avuto a che fare con la tutela del paesaggio di questa parte di città, e quanto il nome Quarto degli Ebrei compaia nelle carte di quel cantiere.

I lavori per la terza corsia nel quadrante nord ovest cominciarono nel 2002, fra gli svincoli Aurelia e Castel Giubileo, su uno sviluppo di 18,5 chilometri. Furono fra gli interventi più complessi dell’intero ammodernamento del Raccordo: circa 3 chilometri su 18,5 vennero realizzati in variante di tracciato, con numerose modifiche altimetriche, tratti in galleria artificiale o naturale e viadotti. Fra le opere più rilevanti, la nuova galleria di Selva Candida, lunga circa un chilometro, fu realizzata per ricucire i quartieri di Selva Candida e Palmarola, che il vecchio tracciato di superficie aveva separato.

Il passaggio che interessa direttamente questa storia è un altro. Fra la galleria Volusia e lo svincolo Trionfale venne realizzata una variante di tracciato più settentrionale e più bassa di circa venti metri rispetto alla precedente, con due obiettivi dichiarati: recuperare la continuità paesaggistica della Riserva Naturale dell’Insugherata ed eliminare un tratto reso insidioso da una brusca variazione altimetrica in curva. Fra i nuovi manufatti di quella variante ci sono la galleria Cassia, la cui sezione stradale di 18,50 metri risulta la più larga fra i tunnel italiani, e il viadotto Quarto degli Ebrei. Il vecchio viadotto omonimo venne abbattuto nel 2006. Il 23 gennaio 2007 la cerimonia per l’apertura di due delle quattro rampe dello svincolo Trionfale si tenne al chilometro 10 del Raccordo, all’altezza della galleria Quarto degli Ebrei, alla presenza dell’allora Ministro delle infrastrutture Antonio Di Pietro, del Sindaco di Roma Walter Veltroni e del presidente dell’Anas Pietro Ciucci.

Il fatto poco citato, dunque, è questo: nel punto in cui il Raccordo sfiora il lembo protetto del Quarto degli Ebrei e la punta settentrionale dell’Insugherata, la progettazione della terza corsia ha esplicitamente inseguito un obiettivo paesaggistico, abbassando e spostando il tracciato per ridurre la frattura. È raro che un’opera stradale italiana metta nero su bianco una motivazione del genere, e vale la pena saperlo quando si guarda quella porzione di campagna dal margine della Trionfale. Va aggiunta però una precisazione di metodo: che il manufatto stradale e la tenuta agricola condividano il nome è un fatto documentato, mentre l’esatta corrispondenza fra i confini del quarto storico e il punto in cui sorge il viadotto non risulta stabilita dalle fonti consultabili. È un’indicazione toponomastica, non una misura catastale.

La foto giusta da fare a Tenuta di Mazzalupetto – Quarto degli Ebrei

Questa è un’area difficile da fotografare bene, e conviene saperlo prima di partire con l’idea della cartolina. Non ci sono rovine scenografiche, non c’è un panorama sul mare, non c’è un monumento. C’è un paesaggio agricolo ondulato con qualche albero notevole, che è esattamente il tipo di soggetto che in una foto mediocre sembra un campo qualunque e in una foto riuscita diventa memorabile.

Il soggetto

Il soggetto giusto è la quercia isolata in mezzo al coltivo, o la farnia lungo il fosso. Serve un albero singolo, grande, con la chioma libera, e un contesto di terra lavorata che gli faccia da tappeto. È l’iconografia classica della campagna romana, quella che i pittori del Grand Tour hanno costruito nell’Ottocento e che qui sopravvive per caso, dentro il Comune di Roma, a cinque minuti dal traffico. Il secondo soggetto è la spalletta boschiva che corre lungo il dosso: una linea scura e sinuosa che taglia il verde o il giallo dei campi, e che se fotografata da un punto rialzato disegna la morfologia del pianoro meglio di una carta topografica.

La luce e la stagione

La luce da cercare è quella radente del mattino presto o dell’ora prima del tramonto, perché un paesaggio a ondulazioni basse ha bisogno di ombre lunghe per esistere. A mezzogiorno la stessa scena si appiattisce e diventa illeggibile. La stagione migliore è la primavera avanzata, fra la fine di marzo e i primi di maggio, quando i coltivi sono verdi e i papaveri accendono i bordi dei campi; la seconda scelta è la fine di giugno, quando le stoppie danno un giallo caldo che con un cielo mosso funziona benissimo. In agosto e a settembre inoltrato il paesaggio è arido e monocorde, e serve un cielo eccezionale per salvare lo scatto.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

La storia di questo pezzo di campagna non è fatta di battaglie e di date memorabili, ma di atti amministrativi, catasti e decisioni di pianificazione. È una storia meno spettacolare e più istruttiva, perché spiega perché il paesaggio abbia questa forma.

Il passaggio dei pellegrini

Il riferimento storico che l’ente gestore mette in prima pagina riguarda il medioevo: questo è lo stesso paesaggio che i pellegrini dei giubilei attraversavano venendo dalla Cassia e dall’Aurelia, le due direttrici che da nord e da nord ovest portavano a San Pietro. La via Francigena, nel suo tratto finale, scendeva lungo la Cassia proprio in questo settore, e chi arrivava vedeva la basilica comparire dopo l’ultima ondulazione. L’alternanza di pianori coltivati e vallecole che si osserva oggi è la stessa struttura di allora, con colture diverse e senza il rumore di fondo.

I catasti e la nascita del quarto

La struttura fondiaria dell’Agro romano si consolida in età moderna. Il Catasto Alessandrino del 1660 enumera 380 tenute; la Topografia geometrica dell’Agro Romano del 1692 ne conta 411. È in questo sistema che nascono e si fissano i nomi dei quarti, cioè delle porzioni in cui le grandi tenute venivano suddivise. Con il Catasto Gregoriano, a partire dal 1835, l’Agro romano assume anche una precisa valenza giuridica e amministrativa, con limiti esattamente determinati. Il catasto riformato di Roma del 1870 conta 357 tenute agricole per un’estensione complessiva di 197.840 ettari. Le tenute, vaste centinaia di rubbia, restano pressoché le stesse fino alla metà del Novecento: è quel sistema, sopravvissuto quasi intatto per tre secoli, che l’espansione urbana del secondo dopoguerra smonta in trent’anni.

Il 1997 e la legge regionale

Il 6 ottobre 1997 la Regione Lazio approva la legge numero 29, che riordina l’intero sistema delle aree naturali protette regionali. L’articolo 5 disciplina parchi e riserve, l’articolo 6 introduce i monumenti naturali per habitat o ambienti di limitata estensione, l’articolo 40 istituisce l’ente di diritto pubblico che gestirà le aree protette nel Comune di Roma, cioè RomaNatura. Senza quella legge il vincolo su Mazzalupetto e sul Quarto degli Ebrei non sarebbe esistito: mancavano sia lo strumento sia il soggetto gestore.

Il 28 gennaio 2000

È la data che conta. Il Presidente della Giunta regionale firma il decreto numero 54 e istituisce il monumento naturale, quattro giorni dopo il parere favorevole della Commissione consiliare permanente del 24 gennaio. La pubblicazione sul Bollettino Ufficiale arriva il 10 marzo dello stesso anno. Da quel momento i due lembi di campagna dell’Arsial diventano area protetta, con un elenco di divieti, un ente gestore e l’obbligo di trascrizione del vincolo sui registri immobiliari.

Il cantiere della terza corsia del Raccordo nel quadrante nord occidentale apre nel 2002 e modifica in modo permanente il bordo orientale di questo territorio, con la variante di tracciato fra la galleria Volusia e lo svincolo Trionfale e con i manufatti che portano il nome Quarto degli Ebrei. Il 23 gennaio 2007 l’apertura parziale dello svincolo Trionfale viene celebrata proprio lì, al chilometro 10. È l’ultimo grande evento che ha cambiato l’aspetto del margine di quest’area.

Chi è passato da Tenuta di Mazzalupetto – Quarto degli Ebrei

Va detto subito, per correttezza: questo non è un luogo con un albo di visitatori illustri, e chiunque lo racconti come tale sta costruendo un’attrazione che non esiste. I nomi che si legano a queste due tenute lo fanno attraverso documenti, non attraverso aneddoti, ed è esattamente per questo che vale la pena elencarli.

I contadini e i pastori dell’Agro

La seconda categoria è quella che ha fatto il paesaggio. Il decreto del 2000 descrive un territorio su cui si è svolta l’attività agricola e di allevamento del bestiame, e la scheda dell’ente gestore precisa che l’utilizzazione agricola estensiva è dominata dalle coltivazioni a maggese e dal pascolo, sia ovino sia bovino. Sono generazioni di lavoratori senza nome che hanno disegnato i limiti fra campo e bosco, aperto le carrarecce e lasciato in piedi le querce da ombra per gli animali. Le farnie isolate lungo i fossi e i grandi esemplari nelle fasce boscate esistono perché qualcuno, decidendo dove passare con l’aratro, ha scelto di risparmiarli.

Piero Badaloni

Il giornalista televisivo diventato Presidente della Regione Lazio è la firma apposta in calce al decreto istitutivo del 28 gennaio 2000. Il legame con il luogo è documentale e non biografico, ma è il legame più solido che questo monumento naturale abbia con una persona identificabile.

Antonio Di Pietro, Walter Veltroni e Pietro Ciucci

Il 23 gennaio 2007 l’allora Ministro delle infrastrutture, l’allora Sindaco di Roma e l’allora presidente dell’Anas si trovarono fisicamente al chilometro 10 del Grande Raccordo Anulare, all’altezza della galleria Quarto degli Ebrei, per l’apertura di due rampe dello svincolo Trionfale. Non è una visita all’area protetta, è una cerimonia stradale a poche decine di metri dal suo confine: la cito perché è l’unico evento pubblico documentato che abbia portato il nome di questo luogo su tutti i notiziari nazionali.

Gli agronomi dell’Arsial e i guardiaparco di RomaNatura

Sono le persone che oggi frequentano davvero questi campi. L’agenzia regionale è proprietaria dei terreni, l’ente di gestione ha la sede operativa dei guardiaparco a Monte Mario e presidia l’area. Se incontrate qualcuno con un mezzo di servizio in mezzo ai coltivi, con ogni probabilità appartiene a una di queste due organizzazioni.

Quando andare e quando evitare l’area

La stagionalità qui è netta e vale la pena rispettarla, perché la differenza fra il periodo giusto e quello sbagliato non è di comfort ma di senso: nel periodo sbagliato non si vede quasi niente di quello che rende questo posto degno di una deviazione.

Primavera, la stagione giusta

Da metà marzo a metà maggio i coltivi sono verdi, i fossi hanno acqua, i papaveri e la borragine accendono i bordi dei campi, l’albicocco fiorisce bianco e i rapaci sono attivi sopra i seminativi. Le temperature permettono di camminare a lungo e la luce, con le perturbazioni di stagione, regala i cieli che questo paesaggio richiede. È il momento in cui consiglio di venire, senza esitazioni.

Da metà ottobre a fine novembre il paesaggio si riprende dopo l’estate, le arature rimettono in movimento il colore della terra e la luce bassa funziona benissimo. Le giornate sono corte e il fango sulle carrarecce diventa un fattore, per cui servono calzature serie.

Estate, da evitare

Da fine giugno a settembre la campagna è bruciata, l’ombra è scarsa e concentrata sulle sole spallette boschive, il caldo nei pianori aperti è pesante e il rischio di incendio sulle stoppie è concreto. Chi ci viene comunque parta all’alba, porti molta acqua e rinunci alle ore centrali. Non accendete nulla e segnalate immediatamente qualsiasi principio di fuoco.

L’inverno è la stagione più solitaria e ha un suo fascino austero, con le querce spoglie sui dossi e le nebbie del mattino nelle vallecole. Il limite è il terreno: dopo le piogge le carrarecce diventano impraticabili e i bordi dei campi si trasformano in fango profondo. Da gennaio, però, le mandorle e poi gli albicocchi cominciano a fiorire, ed è un anticipo di primavera che pochi si aspettano di trovare dentro il Comune di Roma.

Cosa c’è intorno

Il vero motivo per venire da queste parti è che il monumento naturale funziona come tessera di un mosaico. Ecco le altre tessere, in ordine di vicinanza.

La Riserva Naturale dell’Insugherata

È la vicina diretta: la punta settentrionale della riserva, all’altezza di Monte Arsiccio, tocca il lembo del Quarto degli Ebrei. L’Insugherata è più grande, più boscosa e molto più attrezzata per la visita, e rappresenta il naturale completamento di una giornata da queste parti. La scheda dedicata all’Insugherata spiega come organizzare l’escursione.

Il Parco di Veio

Verso nord, oltre la Cassia, comincia il Parco di Veio, che la documentazione ufficiale indica come uno dei nodi con cui queste due tenute risultano funzionalmente collegate nella rete ecologica cittadina. È il contesto naturale e archeologico più ampio in cui inserire tutto il quadrante, con le forre tufacee, le cascate e l’area etrusca.

Il Parco della Cellulosa e Galeria Antica

A ovest, sul lato sinistro del fiume Arrone, si trova il monumento naturale del Parco della Cellulosa, un’altra area protetta di questo settore con una storia completamente diversa, legata alla ricerca sperimentale sulla pioppicoltura. Più a nord ovest, sopra il fosso che dà il nome a tutto il bacino idrografico di questa zona, si raggiunge Galeria Antica, il borgo abbandonato che è forse il luogo più suggestivo dell’intero quadrante.

L’Oasi di Castel di Guido

Scendendo sull’Aurelia si arriva all’Oasi di Castel di Guido, l’azienda agricola pubblica più estesa del territorio comunale, dove lo stesso modello di campagna lavorata e bosco residuo si legge su una scala molto maggiore.

Il resto del sistema

Chi vuole capire come Roma abbia messo insieme il proprio sistema di aree protette può completare il giro con la Riserva Naturale di Monte Mario, dove ha sede operativa il servizio di vigilanza che presidia anche questa area, con il Parco regionale urbano del Pineto, che porta il verde fin dentro la città costruita, con la Riserva Naturale Valle dei Casali sul versante meridionale dell’Aurelio, e sulla costa con la Riserva Naturale Statale del Litorale Romano, che chiude verso il mare la rete verde del quadrante occidentale.

Domande veloci sul monumento naturale

Qual è il nome ufficiale di questa area protetta?

Il decreto istitutivo la denomina monumento naturale Quarto degli Ebrei e Tenuta di Mazzalupetto. Nella toponomastica corrente e negli elenchi delle aree protette compare anche con i due nomi invertiti.

Quando è stata istituita e con quale atto?

Con il decreto del Presidente della Giunta regionale del Lazio numero 54 del 28 gennaio 2000, adottato ai sensi dell’articolo 6 della legge regionale 6 ottobre 1997 numero 29 e pubblicato sul Bollettino Ufficiale della Regione Lazio numero 7 del 10 marzo 2000.

Quanto è grande?

Gli elenchi nazionali delle aree protette indicano 186 ettari; la scheda dell’ente gestore ne indica 180. Le due tenute che la compongono misurano rispettivamente circa 140 ettari, Mazzalupetto, e circa 40 ettari, il Quarto degli Ebrei. Il decreto non riporta cifre e rinvia alla cartografia allegata.

Qual è l’accesso indicato?

La scheda ufficiale indica via della Storta, all’altezza di via Montagnana, e il collegamento con la linea di autobus 031 proveniente da via Bassano, presso la stazione della Giustiniana sulla ferrovia Roma Viterbo. Non risultano pubblicati orari di apertura, perché non si tratta di un’area recintata con ingressi a orario.

Si possono raccogliere funghi o asparagi?

No. Il decreto vieta espressamente la raccolta e il danneggiamento della flora spontanea, la raccolta dei funghi e dei prodotti del sottobosco, salvo quanto eseguito a fini di ricerca e di studio nel rispetto della normativa vigente.

Si può entrare in auto o in moto?

No. È vietato il transito dei veicoli a motore, con eccezione dei mezzi di servizio, di soccorso, di quelli impiegati nelle attività agricole e pastorali e di quelli necessari ai lavori di conservazione e alla gestione dell’area.

Perché si chiama Quarto degli Ebrei?

Il termine quarto indica, nel lessico storico dell’Agro romano, una porzione di tenuta. Il riferimento alla comunità ebraica romana è registrato dal toponimo, ma la sua origine precisa non risulta stabilita dalla documentazione pubblica disponibile sull’area protetta e andrebbe cercata nei catasti storici.

È adatta ai bambini?

Come camminata sì, perché i dislivelli sono modesti, ma senza servizi, senza acqua e senza aree attrezzate. Per una giornata pensata per i più piccoli conviene appoggiarsi alle attività didattiche programmate da RomaNatura oppure scegliere un’area protetta con strutture di accoglienza, come l’Insugherata o l’Oasi di Castel di Guido.

Il mio giudizio finale, dopo anni passati ad accompagnare persone nel verde di Roma, è che Mazzalupetto e il Quarto degli Ebrei siano un luogo per chi ha già visto il resto. Chi arriva a Roma per tre giorni non deve venirci: ha altro da fare, e farebbe bene a farlo. Chi vive in città, chi studia paesaggio, chi ha capito che l’Agro romano è il vero patrimonio sottovalutato della capitale, qui trova una lezione di due ore su come funziona la campagna storica e su che cosa serve, giuridicamente e praticamente, per tenerla in piedi. Sono quaranta ettari da una parte e centoquaranta dall’altra, protetti da una pagina di Bollettino Ufficiale firmata nel gennaio del 2000, e il fatto che esistano ancora è tutto fuorché scontato.

Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P. Per una giornata dedicata all’Agro romano e alle aree protette del quadrante nord occidentale, con accompagnatore turistico abilitato, si parte dalla pagina contatti di TourLeaderPro; i tour operator che costruiscono itinerari naturalistici intorno a Roma trovano il servizio di consulenza nella sezione dedicata ai tour operator.

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RiassuntoLa Tenuta di Mazzalupetto - Quarto degli Ebrei occupa una superficie di 186 ha nel territorio di Roma Capitale, in zona Casalotti - Area della Castelluccia
Tags"Area della Castelluccia"Parco naturaleQuarto degli EbreiRiserva naturaleTenuta di MazzalupettoTenuta di Mazzalupetto - Quarto degli Ebrei

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