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Cave di Salone

In breve. Le Cave di Salone, note anche come Latomie di Salone, sono antiche cave di tufo scavate lungo la via Collatina, nel quadrante orientale di Roma, fra il Grande Raccordo Anulare e il corso dell'Aniene, nel territorio del Municipio V.

Le Cave di Salone, note anche come Latomie di Salone, sono antiche cave di tufo scavate lungo la via Collatina, nel quadrante orientale di Roma, fra il Grande Raccordo Anulare e il corso dell'Aniene, nel territorio del Municipio V. Si raggiungono dall'uscita 10 del Raccordo, quella intitolata a via Collatina, oppure percorrendo la stessa via Collatina da Roma verso est; l'autostrada A24 Roma-L'Aquila-Teramo corre parallela poco più a nord e dalla carreggiata le pareti tagliate nel tufo si vedono a occhio nudo. Non sono un parco archeologico, non hanno una biglietteria, non hanno un orario di apertura e non hanno un ingresso ufficiale: i fronti di cava e i bacini d'acqua formatisi nelle escavazioni abbandonate ricadono in gran parte su terreni privati, occupati da capannoni, depositi, impianti di pesca sportiva e attività commerciali. Chi arriva qui aspettandosi un sito visitabile con un percorso segnato resta deluso; chi arriva sapendo che cosa guarda vede uno dei paesaggi industriali antichi più impressionanti dell'intera area romana.

Una premessa che viene prima di tutto il resto, perché riguarda l'incolumità delle persone e non la curiosità del viaggiatore: i bacini d'acqua delle Cave di Salone non sono acque di balneazione. Non sono classificati, non sono monitorati, non sono sorvegliati e non hanno nulla delle caratteristiche che rendono sicuro un bagno. Sono cave allagate, con pareti che precipitano a picco sotto il pelo dell'acqua, fondali che sprofondano senza preavviso e temperature che crollano pochi centimetri sotto la superficie. Dove il terreno è recintato e i cartelli vietano l'ingresso, entrare significa violare una proprietà privata e infilarsi in una situazione dalla quale, in caso di guaio, i soccorsi arrivano con difficoltà. In questa guida non troverete un solo rigo che inviti a fare il bagno alle Cave di Salone: non è una cosa che si possa consigliare a nessuno.

Detto questo, il luogo merita di essere raccontato per intero. Da qui è uscita una parte enorme della pietra con cui Roma è stata costruita. A poche centinaia di metri da questi fronti di cava sgorgano le sorgenti che alimentano ancora oggi la Fontana di Trevi. Sotto i campi che si vedono dal cavalcavia corrono i cunicoli di un acquedotto inaugurato nel 19 a.C. e mai abbandonato del tutto da allora. E il terreno intorno ha restituito necropoli protostoriche che hanno cambiato quel che sappiamo del Lazio prima di Roma. Per il tratto urbano dell'Aniene, protetto e attrezzato, la pagina di riferimento è quella della Riserva Naturale Valle dell'Aniene.

Cave di Salone
Cave di Salone

Dove sono le Cave di Salone e come ci si arriva

Salone è una delle zone dell'Agro romano orientale: prende il nome da una tenuta che agli inizi dell'Ottocento misurava seicentoquindici rubbia, più di millecento ettari, e confinava con l'Aniene e con le tenute della Rustica, di Ponte di Nona, del Cerrone, dei Benzoni, di Torragnola, di Torrenova, di Tor Sapienza, della Casetta e di Tor Tre Teste. Sono i nomi che oggi leggete sui cartelli stradali del quadrante est, ed è utile tenerli a mente: il paesaggio delle Cave di Salone si capisce solo se lo si guarda come il residuo di una campagna enorme divorata dall'edilizia del Novecento.

In auto verso le Cave di Salone

Il modo più semplice è il Grande Raccordo Anulare, sessantotto chilometri di anello gestito da ANAS con quarantaquattro svincoli, dei quali trentatré numerati: l'uscita 10 è quella di via Collatina, l'11 quella della via Prenestina, la 9 immette sull'A24. Da via Collatina si procede verso est, fuori dal Raccordo, e la strada attraversa il comprensorio di Salone. Chi arriva dal centro può risalire la Collatina per intero: la strada moderna comincia dalla via Prenestina all'altezza di Villa Gordiani e termina al castello di Lunghezza, ricalcando a tratti il tracciato antico.

Un avvertimento: la Collatina in questo tratto è una strada di lavoro, stretta, con camion, curve cieche e banchine inesistenti. Non è una strada panoramica e non va percorsa a passo d'uomo per godersi il panorama, perché dietro c'è sempre un mezzo pesante. Se volete fermarvi, individuate prima uno spiazzo legittimo, fuori dalla carreggiata, e scendete solo se il punto è sicuro.

Cave di Salone con i mezzi pubblici e a piedi

La zona è servita dal trasporto pubblico di superficie e dalle stazioni ferroviarie della linea che corre verso Tivoli, ma gli itinerari e le frequenze cambiano spesso e vanno controllati il giorno stesso sul sito dell'azienda di trasporto e sull'orario ferroviario ufficiale. Vale una regola pratica: qui non si arriva per caso e non si arriva tardi. Dopo il tramonto il comprensorio si svuota, l'illuminazione pubblica è discontinua e camminare lungo la carreggiata diventa pericoloso.

La passeggiata sensata, per chi vuole il fiume e non il fronte di cava, si fa più a valle, dentro il tratto protetto dell'Aniene: dalla Cervelletta fino al Parco delle Valli, dove il fiume confluisce nel Tevere, il percorso è attrezzato, frequentato e ha un senso anche in famiglia. Le Cave di Salone, invece, si osservano dall'esterno, dai punti pubblici, e si fotografano da lì.

Il contesto: Municipio V, GRA, A24

Tre infrastrutture hanno deciso il destino delle Cave di Salone più di qualunque scelta urbanistica: il Raccordo, completato nel 1970 con l'apertura dell'ultimo tratto il 16 settembre, l'autostrada A24 con la sua penetrazione urbana di 7,3 chilometri fra la Tangenziale Est e il Raccordo, aperta al traffico nel giugno del 1990 nel tratto Roma Casal Bertone-Roma Tangenziale Est, e la ferrovia per Tivoli. Il risultato è che la latomia antica, che per venti secoli era stata un luogo di lavoro raggiungibile dal fiume, si è ritrovata incastrata in un nodo di svincoli e capannoni. Il paesaggio che vedete è il prodotto di questa sovrapposizione, e va letto come tale.

Sicurezza alle Cave di Salone: perché qui non si fa il bagno

Un laghetto di cava ha l'aspetto di un lago e non ne ha quasi nessuna delle proprietà. Nasce quando l'escavazione scende sotto il livello della falda e l'acqua riempie il vuoto lasciato dal materiale portato via: la forma del bacino è quella del taglio, non quella di una conca naturale. Significa pareti verticali, salti improvvisi da pochi centimetri a molti metri, rottami e strutture sommerse rimaste sul fondo, rive che franano perché sono fronti di scavo e non spiagge. L'acqua è ferma, spesso stratificata: in superficie si scalda al sole, appena sotto resta fredda tutto l'anno, e il passaggio brusco fra i due strati è una delle cause classiche degli incidenti in acque non sorvegliate.

Che cosa dice la norma sulle acque di balneazione

La direttiva europea 2006/7/CE, quella che regola la materia in tutta l'Unione, definisce acque di balneazione le acque superficiali nelle quali l'autorità competente si attende un numero elevato di bagnanti e per le quali non ha imposto un divieto permanente di balneazione né emesso una raccomandazione permanente di non balneazione. Sono acque identificate ogni anno, sottoposte a un calendario di monitoraggio fissato prima della stagione, campionate almeno quattro volte per stagione a intervalli non superiori al mese, classificate come scarse, sufficienti, buone o eccellenti, e segnalate al pubblico con cartellonistica in loco e pubblicazione in rete. Un bacino che non compare in quegli elenchi non è un posto dove il bagno sia consentito e non controllato: è un posto che non è considerato balneabile per niente.

Le Cave di Salone rientrano in questa seconda categoria. Nessuno preleva campioni, nessuno pubblica una classificazione, nessun cartello informa sulla qualità dell'acqua, nessun bagnino sorveglia la riva. La conseguenza pratica è secca: qui non si nuota, non si fa il tuffo dal fronte di cava, non si porta un gommone, non si lascia un bambino avvicinarsi alla riva.

Proprietà privata, recinzioni e cartelli alle Cave di Salone

Gran parte dei fronti di cava e degli specchi d'acqua ricade in aree private, recintate, con destinazioni produttive o sportive. Dove esiste una recinzione, un cancello o un cartello di divieto, quello è il confine e non c'è margine di interpretazione: scavalcare significa introdursi in proprietà altrui, e nel caso di un'area estrattiva dismessa significa anche mettere piede su un terreno instabile senza che nessuno sappia dove siete. Le ordinanze comunali e i provvedimenti delle autorità locali possono introdurre ulteriori divieti puntuali, e vanno rispettati come sono scritti sui cartelli affissi sul posto.

Se qualcuno è in difficoltà in acqua

Il numero unico europeo per le emergenze in Italia è il 112. In un bacino di cava il soccorso è complicato da tre fattori che conviene conoscere prima: l'accesso dei mezzi è spesso impossibile fino alla riva, il punto esatto è difficile da descrivere perché mancano riferimenti civici, e le sponde verticali impediscono di entrare in acqua e uscirne in sicurezza anche a chi nuota bene. Chi tenta il salvataggio a nuoto in un contesto simile, senza attrezzatura, in acqua fredda e con pareti a strapiombo, aggiunge una seconda persona in pericolo alla prima. La regola dei soccorritori professionisti vale anche qui: si chiama aiuto, si resta visibili, si tenta l'aiuto da riva con qualcosa che galleggi e che si possa allungare, non si entra.

Un giudizio senza giri di parole

Su questo punto la nostra opinione è netta: le Cave di Salone sono un soggetto magnifico da guardare e da fotografare, e un posto pessimo da usare come piscina. Il fascino del laghetto verde fra le pareti rosse è reale, e proprio per questo va detto con chiarezza che quel fascino non ha nulla a che vedere con la sicurezza. Chi vuole nuotare all'aperto vicino a Roma ha alternative attrezzate, sorvegliate e controllate; questa non è una di quelle.

Il tufo delle Cave di Salone: che pietra è e perché è stata scavata qui

Il tufo è la più diffusa delle rocce piroclastiche: si forma dall'accumulo e dalla successiva compattazione dei materiali espulsi durante le eruzioni, lapilli compresi, cioè frammenti fra due e trenta millimetri. Il Lazio ne è una delle regioni più ricche d'Europa grazie a due distretti vulcanici: l'apparato Sabatino, attivo fra circa seicentomila e trecentomila anni fa, e i Colli Albani, attivi fra circa seicentomila e trentaseimila anni fa, ai quali si deve fra l'altro il tufo lionato, quello di colore fulvo usato in edilizia fin dal III secolo a.C.

Perché i Romani hanno scelto il tufo delle Cave di Salone

La ragione è tutta pratica. I Romani cominciarono a usare il tufo come materiale da costruzione già nel VII secolo a.C. perché unisce due qualità che di solito non convivono: resiste abbastanza da reggere murature imponenti e si lavora abbastanza facilmente da poter essere tagliato in blocchi regolari con strumenti semplici. In cava si estrae quasi tenero e indurisce all'aria dopo l'esposizione; pesa poco rispetto alle pietre da taglio compatte, e questo, in un'epoca in cui il trasporto era il costo maggiore, valeva quanto la resistenza.

Come si tagliava un blocco alle Cave di Salone

Il metodo antico è leggibile ancora oggi sulle pareti. Si procedeva per gradoni, isolando il blocco su tre lati con solchi verticali praticati con il piccone a punta stretta, poi si staccava il blocco dal fondo con cunei. Il risultato è la parete verticale scanalata che caratterizza tutte le latomie del Mediterraneo, e che alle Cave di Salone si osserva in più punti, insieme alle cavità e agli antri che l'escavazione in galleria ha lasciato dietro di sé. Quelle grotte non sono naturali: sono il negativo della pietra portata a Roma.

Perché il paesaggio delle Cave di Salone sembra una montagna tagliata

Il fronte di cava si presenta come una successione di colline spezzate da pareti a strapiombo di tufo rossiccio, bucate da caverne di dimensioni molto diverse, alcune piccole come una stanza, altre capaci di ospitare un capannone. Nel corso del Novecento quelle cavità sono state adattate agli usi più vari, dai depositi alle officine. È un paesaggio ibrido, mezzo antico e mezzo industriale, e non ha eguali nell'immediata periferia romana.

Lucullo, l'agro Lucullano e le latomie di Salone

Il nome che la tradizione erudita lega a queste cave è quello di Lucio Licinio Lucullo, nato nel 117 e morto nel 56 a.C., generale e uomo politico romano. La sua carriera militare si svolse in Oriente: combatté agli ordini di Silla nella guerra sociale e nella prima guerra mitridatica, fu console nel 74 a.C. e condusse la campagna contro Mitridate VI, vincendo a Cabira e davanti a Tigranocerta, prima di essere sostituito da Pompeo nel 66 a.C. in forza della lex Manilia; il trionfo gli fu concesso soltanto nel 63 a.C., dopo lunghe resistenze politiche.

Quel che interessa qui è il seguito. Dalle conquiste orientali Lucullo tornò con una ricchezza enorme, che investì in proprietà, ville e imprese: la villa di Tusculum con la sua biblioteca aperta agli intellettuali greci, quella di Napoli con le peschiere e gli approdi, i giardini sul Pincio che i Romani chiamarono horti Lucullani. Il suo nome è rimasto nella lingua italiana attraverso l'aggettivo luculliano, che ancora oggi indica un pranzo smisurato, e nella battuta tramandata dagli antichi, quando il servo si stupiva della tavola imbandita per il solo padrone: oggi Lucullo cena da Lucullo.

L'agro Lucullano e il tufo per Roma

La tradizione locale, ripresa anche dalle fonti moderne che descrivono le Latomie di Salone, attribuisce a Lucullo l'avvio nel I secolo a.C. dello sfruttamento sistematico delle cave di tufo di questo tratto della valle dell'Aniene, con i blocchi calati su zattere e portati a Roma lungo il fiume. Va detto per correttezza che l'attribuzione appartiene alla tradizione storiografica locale più che a un documento antico esplicito, mentre l'esistenza dell'agro Lucullano come denominazione del territorio delle sorgenti è attestata dalle fonti sull'acquedotto. La sostanza però non cambia: le latomie di Salone hanno lavorato per secoli e il loro materiale è finito nei cantieri dell'Urbe.

L'Aniene, il nastro trasportatore delle Cave di Salone

L'Aniene misura 98,5 chilometri, nasce sui Monti Simbruini al confine fra Lazio e Abruzzo da due rami, l'Aniene propriamente detto con sorgente a 1.200 metri sul livello del mare sul Monte Tarino e il Simbrivio che scende dal Monte Autore, e porta al Tevere una media di circa 31 metri cubi al secondo. È il secondo affluente di sinistra del Tevere dopo il Nera. Un fiume così, con una portata regolare e un corso che passa a poche decine di metri dalle cave, era il modo più economico per muovere pietra pesante: le zattere scendevano con la corrente fino a Roma, dove il carico veniva scaricato sugli scali fluviali. Senza quel fiume, le Cave di Salone sarebbero rimaste una risorsa locale, e la storia edilizia di Roma sarebbe diversa.

Dal tufo di Salone ai monumenti di Roma

Il materiale estratto qui è stato impiegato per secoli nei cantieri più importanti della città, Colosseo compreso. Chi visita l'anfiteatro Flavio guarda quasi sempre il travertino esterno e dimentica il resto: la macchina muraria che regge le gradinate è fatta in larga misura di blocchi di tufo e di getti di calcestruzzo romano con inerti vulcanici. Il tufo occupa la parte del monumento che non si fotografa, e senza quella parte il monumento che si fotografa non esisterebbe.

Cave di Salone
Cave di Salone

L'Acqua Vergine nasce accanto alle Cave di Salone

Il 9 giugno del 19 a.C. Marco Vipsanio Agrippa, genero di Augusto e uomo che a Roma costruiva più di chiunque altro, inaugurò l'acquedotto che porta il nome di Aqua Virgo. Serviva ad alimentare le sue terme nel Campo Marzio, il primo grande impianto termale pubblico della città. La presa era poco prima dell'ottavo miglio a nord della via Collatina, nell'area delle sorgenti alimentate dal sistema idrico dell'Aniene, a circa ventiquattro metri sul livello del mare: siamo esattamente qui, nel comprensorio di Salone.

Venti chilometri e quattro metri di dislivello dalle Cave di Salone al centro

I numeri dell'opera restano impressionanti anche oggi. L'acquedotto misura 20,5 chilometri, pari a circa dodici miglia e mezzo, corre quasi interamente sottoterra tranne gli ultimi 1.800 metri, in parte su arcate, e perde in tutto quattro metri di quota dalla presa all'arrivo. Quattro metri su ventimila: una pendenza media di venti centimetri per chilometro, mantenuta costante scavando cunicoli a mano, con pozzi di servizio e livelle ad acqua. La portata era dell'ordine di centomila metri cubi al giorno. Chi lavora con il cemento armato e i laser sa quanto sia difficile tenere una pendenza simile su quella distanza: qui è stato fatto nel I secolo a.C.

Perché si chiama Vergine

La tradizione riferita dagli antichi racconta che una fanciulla indicò la sorgente a soldati assetati, e che da quell'episodio la fonte prese il nome di Aqua Virgo. È una leggenda eziologica, cioè un racconto costruito per spiegare un nome, e va presa per quello che è; il nome, in ogni caso, è rimasto per duemila anni ed è arrivato fino alle mappe dell'acquedotto moderno.

L'acqua di Salone nelle fontane del centro

La storia dell'Aqua Virgo non si interrompe con l'antichità. Restaurata da Tiberio nel 37, rimessa in efficienza da Claudio fra il 45 e il 46 dopo i danni provocati dalle asportazioni di materiale volute da Caligola, riparata da papa Adriano I nell'VIII secolo e rimessa in funzione da Niccolò V nel 1453, è diventata la Acqua Vergine dei papi, poi sdoppiata fra Vergine Antica e Vergine Nuova, quest'ultima realizzata negli anni Trenta del Novecento come impianto in pressione. Oggi l'acqua che arriva dall'area di Salone alimenta la Fontana di Trevi, la Barcaccia di piazza di Spagna, le fontane di piazza del Popolo sotto il Pincio e quella davanti al Pantheon, oltre a numerose altre.

Vale la pena fermarsi un attimo su questa catena. L'acqua che i turisti fotografano mentre precipita nella vasca di Trevi parte da un pezzo di campagna incastrato fra capannoni e svincoli, a una decina di chilometri di distanza, e ci arriva per gravità lungo un tracciato disegnato sotto Augusto. È la cosa più straordinaria delle Cave di Salone, e nessun cartello lo dice.

Prima di Roma: Collatia, Caenina e la protostoria intorno alle Cave di Salone

Il territorio fra la via Tiburtina e la via Collatina, sui due lati dell'Aniene, ha restituito tracce consistenti di insediamenti dei popoli italici risalenti alla protostoria. Non si tratta di un dettaglio erudito: è la ragione per cui questo tratto di campagna, oggi ridotto a retro industriale, compare nei manuali di archeologia laziale accanto a siti ben più celebri.

Collatia, la città di Lucrezia

Collatia era una città del Latium vetus posta al termine della via Collatina. Le indagini archeologiche degli ultimi decenni ne hanno identificato il sito nel quartiere della Rustica, dove sono emersi tratti di mura in blocchi squadrati di tufo databili fra il tardo periodo arcaico e l'età repubblicana. La tradizione la voleva fondata come colonia dal re Silvio di Alba Longa; sotto Roma, il re Tarquinio Prisco la tolse ai Sabini e vi mise come governatore il nipote Egerio. Da Collatia veniva Lucio Tarquinio Collatino, primo console di Roma insieme a Lucio Giunio Bruto e marito di Lucrezia: la violenza subita da Lucrezia per mano di Sesto Tarquinio e la sua morte, avvenute secondo il racconto antico proprio a Collatia, furono la scintilla della rivolta che rovesciò la monarchia. Il grammatico Sesto Pompeo Festo faceva derivare il nome da conferre, perché la città avrebbe raccolto le risorse degli insediamenti abbandonati della regione.

Le necropoli della Rustica accanto alle Cave di Salone

Nel 1972, all'avvio dei lavori per l'autostrada, in quest'area venne alla luce una necropoli di circa trecento tombe databili fra l'VIII e il III secolo a.C., con corredi che furono sottratti in extremis agli scavi clandestini. Il professor Lorenzo Quilici ipotizzò allora che l'abitato protostorico contiguo fosse l'antica Caenina. Gli scavi successivi, che hanno portato alla luce una necropoli ancora più vasta e i resti di un abitato, hanno spostato l'identificazione su Collatia. Presso la Rustica sono state riportate alla luce 418 tombe a fossa, messe in luce nel 2009; dal dicembre 2015 i materiali di quegli scavi sono esposti in una sala dedicata del Museo nazionale romano. Chi vuole capire che cosa c'era qui prima delle cave dovrebbe cominciare da quella sala, e poi venire a vedere il terreno.

Caenina, Acrone e il ratto delle Sabine

Caenina era uno dei più antichi insediamenti del Latium vetus e i suoi abitanti si chiamavano Caeninenses. I resti non sono mai stati identificati con certezza sul terreno: Antonio Nibby proponeva la tenuta di Marco Simone, altre letture la collocano lungo l'Aniene, a una decina di chilometri dalla confluenza con il Tevere e a tre dal Monte Sacro, nell'area che oggi corrisponde a Ponte Mammolo. Il racconto antico la lega al ratto delle Sabine: durante i Consualia organizzati da Romolo le donne straniere furono rapite, e Caenina si alleò con Antemnae, Crustumerium e i Sabini contro Roma. Il re Acrone sfidò Romolo a duello, fu ucciso, e Romolo prese la città al primo assalto; le armi del nemico furono dedicate a Giove Feretrio sul Campidoglio come spolia opima, onore concesso soltanto tre volte in tutta la storia romana, a Romolo, ad Aulo Cornelio Cosso e a Marco Claudio Marcello. Le fonti sono Tito Livio, Dionigi di Alicarnasso, Plutarco e Diodoro Siculo, che risalgono alla raccolta di Quinto Fabio Pittore.

L'Osteria dell'Osa e Gabii, poco più a est

Proseguendo verso est, lungo la via Prenestina, si incontra un altro capitolo della stessa storia. Gabii sorgeva al dodicesimo miglio della Prenestina, a una ventina di chilometri da Roma, presso un lago vulcanico oggi prosciugato che le fonti chiamavano lacus Buranus o lacus Sanctae Praxedis; le sue cave fornivano il lapis gabinus, un'eccellente pietra da costruzione. Gli scavi di Gavin Hamilton, avviati nel 1791, riportarono alla luce il foro e oltre duecento statue, quarantanove delle quali restaurate. La necropoli protostorica dell'Osteria dell'Osa, connessa a quell'abitato, ha restituito fra le seicento e le settecento sepolture databili dal IX al VI secolo a.C., una delle documentazioni più ricche che esistano sulla società laziale prima di Roma. Le Cave di Salone e questi siti appartengono allo stesso paesaggio storico, e conviene leggerli insieme.

Una curiosità su Cave di Salone

Il toponimo Salone è quasi certamente il risultato di un errore. Gli studi sul territorio ritengono che derivi da un'errata trascrizione dell'originario Solone, nome che il casale medievale portava nella forma latina Campus Solonis, attestata insieme all'altra denominazione Castellum Ulmetum. Dietro quel nome c'è una tradizione erudita gustosa: Solone, il legislatore ateniese, secondo una leggenda antica avrebbe visitato Roma nel VI secolo a.C., e la memoria del suo passaggio si sarebbe fissata in questo angolo di campagna lungo la Collatina.

Da lì in avanti la fantasia ha lavorato parecchio. Nell'Ottocento e nel Novecento la particolarità del luogo, con quelle pareti tagliate a squadra e quelle gallerie che si perdono nel buio, ha alimentato congetture su città sotterranee e civiltà ipogee, e qualcuno ha collegato il nome di Solone alla ricerca di un sito legato alla scomparsa società atlantidea, tema che Platone fa proprio risalire a Solone nel Timeo e nel Crizia. Sono ipotesi prive di qualunque riscontro archeologico: vanno raccontate come si raccontano le leggende di un luogo, cioè segnalando che sono leggende.

La curiosità vera, quella documentata, è un'altra e si annida nella stessa parola. Il nome Salone indica ancora oggi il tratto di campagna dove l'acquedotto augusteo ha la sua presa: il toponimo e la sorgente dell'Acqua Vergine coincidono, e quel nome nato forse da un errore di copiatura è finito addosso a una delle infrastrutture più antiche ancora in funzione in Europa. Alle Cave di Salone la storia funziona sempre così: quello che sembra un dettaglio marginale risulta essere il centro della faccenda.

Dal casale medievale al quartiere: la storia lunga delle Cave di Salone

Finita l'età antica, il territorio non si svuota: cambia padrone. Il casale di Salone è documentato dall'XI secolo con i nomi di Campus Solonis e Castellum Ulmetum, e nel 1074 risulta confermato alla basilica di San Paolo fuori le mura. Passò in seguito alla basilica Liberiana, cioè a Santa Maria Maggiore, e nel Cinquecento finì al cardinale Agostino Trivulzio, che vi fece costruire una villa con interventi attribuiti a Baldassarre Peruzzi e a Daniele da Volterra. Nel 1527 i Lanzichenecchi che avevano messo a sacco Roma saccheggiarono anche questa tenuta; in seguito la proprietà tornò al capitolo di Santa Maria Maggiore. Agli inizi dell'Ottocento la tenuta misurava seicentoquindici rubbia, oltre millecento ettari.

Le domuscultae e i castelli di campagna intorno alle Cave di Salone

Nei secoli dopo le devastazioni delle invasioni il paesaggio agrario intorno alle Cave di Salone si riorganizzò attorno alle grandi aziende ecclesiastiche, le domuscultae, e poi attorno ai casali fortificati delle famiglie romane. Nel Duecento i baroni de' Rusticis fecero edificare l'alta torre della Rustica, che ha dato il nome al quartiere; la successiva frammentazione delle proprietà moltiplicò i piccoli castelli rustici, e alcuni di quei casali fortificati si vedono ancora, incastrati fra i capannoni, spesso irriconoscibili a chi non sa che cosa cerca.

Le ville rustiche romane sepolte sotto i capannoni

Di ville rustiche di età repubblicana e imperiale, in questo territorio ricco di acque e favorevole alle attività agricole e pastorali, ne sono state costruite molte e ne restano pochissime tracce visibili. Il Novecento ha fatto piazza pulita: capannoni, case, baracche, depositi, e in certi casi costruzioni abusive hanno coperto lembi di paesaggio che si conservavano intatti da secoli. Quando si trova un frammento di quella campagna sopravvissuto attorno a un casale medievale, si sta guardando un'eccezione, non la regola.

Il castello di Lunghezza e il termine della Collatina

La via Collatina moderna termina al castello di Lunghezza, che chiude idealmente il percorso iniziato a Villa Gordiani. In mezzo, fra Roma e Lunghezza, la strada attraversa il Collatino con il casale Boccaleone al sesto miglio, la Rustica con i suoi ritrovamenti dentro il Raccordo, Salone con le sue cave, e più fuori Ponte di Nona. Un tratto della strada antica, riportato alla luce nel 2008 nei lavori vicino al centro commerciale di Roma est, si è rivelato in uno stato di conservazione eccellente, superiore persino a quello dei tratti più noti dell'Appia. Altri tratti sono visibili nel Parco Fabio Montagna, in parte reinterrati e in parte lasciati a vista.

Una cosa che non ti dice nessuno su Cave di Salone

Quasi tutti quelli che cercano notizie sulle Cave di Salone partono da un equivoco: credono che siano un'area pubblica, una specie di parco selvatico dove ci si possa infilare liberamente. Non è così, e vale la pena spiegare bene perché, perché la confusione nasce da un fatto vero.

Il fatto vero è che poco più a valle esiste davvero un'area protetta: la Riserva Naturale Valle dell'Aniene, 650 ettari lungo il corso urbano del fiume, gestita per conto dell'ente regionale RomaNatura dall'associazione Insieme per l'Aniene, costituita nel 1999. La riserva comincia dal Grande Raccordo Anulare e arriva fino alla confluenza con il Tevere, dove si apre il Parco delle Valli, e attraversa nove aree urbane: la Rustica, Tor Cervara, Tor Sapienza, Colli Aniene, Ponte Mammolo, Casal de' Pazzi, Pietralata, Monte Sacro e Trieste. Dentro il suo perimetro trovate l'area umida della Cervelletta, la fascia ripariale del fiume e appunto il Parco delle Valli, con papiri, iris, sambuchi e alghe, trote fario, granchi, rane e gamberi americani.

Le Cave di Salone, però, restano fuori: sono oltre il Raccordo, in un'area dove la tutela paesaggistica non si traduce in un parco attrezzato e dove la proprietà è in larghissima parte privata. Il paradosso è tutto qui. A poche centinaia di metri di distanza passate da un sistema di aree protette con volontari, visite guidate, progetti di monitoraggio della biodiversità e cartellonistica, a un comprensorio dove non c'è nessuna delle tre cose che un visitatore dà per scontate: un ingresso, una regola scritta, qualcuno a cui chiedere.

La conseguenza pratica, che nessuno scrive mai in chiaro, è questa: alle Cave di Salone non si entra. Si guardano da fuori, dai punti pubblici e dalla viabilità, si studiano sulle carte e sulle foto aeree, si raccontano. Se un giorno una parte del comprensorio sarà acquisita e messa in sicurezza, e i progetti di recupero discussi negli anni vanno in quella direzione, allora ci sarà un percorso, una segnaletica e un responsabile. Fino a quel giorno, la risposta corretta alla domanda come si visitano le Cave di Salone è che non si visitano, e chi vi dice il contrario vi sta mandando dentro una proprietà altrui.

Il consiglio che ti do per visitare Cave di Salone

Il consiglio più utile è cambiare l'idea stessa di visita. Le Cave di Salone non si percorrono, si leggono: e per leggerle bisogna arrivare preparati, restare sulla viabilità pubblica e sapere in anticipo che cosa si guarda. Ecco come organizzare una mezza giornata in questo quadrante.

Primo, l'ordine. Si comincia dal Museo nazionale romano, per vedere i corredi delle necropoli del quadrante e capire che cosa significava vivere qui nell'VIII secolo a.C.; poi si viene sul posto, con quella immagine in testa. L'ordine inverso non funziona: sul terreno, senza contesto, si vede solo una collina tagliata dietro una recinzione.

Secondo, l'orario. La luce migliore è quella di metà mattina in autunno o in primavera, quando il sole radente accende il rosso del tufo e le ombre delle gallerie diventano nere. In estate, a mezzogiorno, il fronte di cava si appiattisce e diventa illeggibile, oltre a essere un forno. In inverno, dopo la pioggia, la strada si riempie di fango e i camion passano lo stesso.

Terzo, il mezzo. Qui l'auto è quasi obbligatoria, ma deve essere usata come base e non come belvedere: si parcheggia dove è lecito farlo, si scende, si guarda, si risale. Le soste in carreggiata su una strada di traffico pesante sono il modo più efficace per trasformare una gita in un verbale, o peggio.

Quarto, e più importante di tutti, il perimetro. Non si scavalca, non si entra nei piazzali privati, non ci si avvicina al bordo dei bacini d'acqua, non si esplorano le gallerie: il tufo delle latomie abbandonate si sfalda, i cigli sono instabili e i crolli di piccola entità sono normali in un fronte di cava non più manutenuto. Il posto è affascinante quanto volete, ma non premia chi lo tratta male.

Domande frequenti su Cave di Salone

Dove sono esattamente le Cave di Salone?

Le Cave di Salone si trovano nel quadrante orientale di Roma, lungo la via Collatina, fra il Grande Raccordo Anulare e il corso dell'Aniene, nella zona che porta il nome di Salone, in territorio del Municipio V. L'uscita 10 del Raccordo è quella di via Collatina, punto di riferimento per arrivarci.

Si possono visitare le Cave di Salone?

No, le Cave di Salone non si visitano nel senso in cui si visita un sito archeologico: non esistono ingresso, biglietteria, orari né percorsi organizzati. L'area è in gran parte occupata da capannoni, depositi e costruzioni, alcune realizzate senza titolo, e va letta dalla viabilità pubblica sapendo in anticipo che cosa si sta guardando, senza addentrarsi nei terreni privati.

Si può fare il bagno nei laghetti delle Cave di Salone?

No, alle Cave di Salone non si fa il bagno. Un laghetto di cava ha l'aspetto di un lago ma non ne ha quasi nessuna delle proprietà: la forma del bacino è quella del taglio di escavazione, non quella di una conca naturale, con pareti verticali, salti improvvisi da pochi centimetri a molti metri e rottami o strutture sommerse sul fondo. Restare sulla viabilità pubblica è la regola di sicurezza principale.

Le Cave di Salone sono adatte a una gita con i bambini?

No, con i bambini piccoli le Cave di Salone non sono una meta adatta: mancano marciapiedi continui e spazi protetti, il traffico è pesante e ci sono specchi d'acqua non recintati ovunque. Per una giornata all'aperto in famiglia nello stesso quadrante la scelta ragionevole è il tratto attrezzato della Riserva Naturale Valle dell'Aniene, con la Cervelletta e il Parco delle Valli.

Perché le Cave di Salone sono importanti dal punto di vista storico?

Le Cave di Salone sono importanti perché qui i Romani estraevano il tufo, la roccia vulcanica con cui è stata costruita gran parte di Roma antica: una città di un milione di abitanti in età imperiale aveva bisogno di un sistema di estrazione e trasporto paragonabile a un'industria pesante moderna, e le latomie di Salone sono una delle cicatrici lasciate nel territorio da quell'attività. Nella zona nacque anche l'acquedotto dell'Aqua Virgo, inaugurato da Agrippa il 9 giugno del 19 a.C.

Qual è il periodo migliore per fotografare le Cave di Salone?

Il periodo migliore per le Cave di Salone è l'autunno, da metà ottobre a fine novembre, e la primavera prima dell'esplosione del caldo, da metà marzo a fine aprile: in quelle settimane la luce è bassa, la vegetazione non nasconde ancora le pareti e l'aria è limpida abbastanza da vedere i Colli Albani sullo sfondo. Da evitare le giornate estive fra le undici e le sedici, quando il sole verticale appiattisce il fronte di cava.

Qual è la foto giusta da fare alle Cave di Salone?

La fotografia giusta alle Cave di Salone non è quella del laghetto verde, ma quella della parete: il taglio verticale del tufo con le bocche scure delle gallerie. Funziona per il contrasto fortissimo fra la superficie rossiccia illuminata e il nero pieno delle cavità, oltre che per la geometria regolare dei fronti di scavo, elementi che raramente si trovano insieme in un solo scatto.

Quinto, il compagno di strada. Se volete entrare davvero in questo pezzo di Roma, andateci con qualcuno che sappia raccontarlo. La zona non ha pannelli, non ha un centro visite e non perdona l'improvvisazione: un accompagnatore turistico abilitato che conosca il quadrante est cambia completamente l'esperienza, e chi organizza uscite di gruppo o itinerari fuori dai circuiti classici trova gli interlocutori giusti fra i professionisti di TourLeaderPro a Roma.

Per chiudere il capitolo, un'opinione netta: le Cave di Salone non sono una gita per tutti. Sono una tappa straordinaria per chi ama l'archeologia del lavoro e il paesaggio industriale, e una delusione garantita per chi cerca un posto grazioso dove passare la domenica. Sapere in anticipo in quale dei due gruppi vi trovate vi risparmia il viaggio o ve lo rende memorabile.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Che Roma sia stata costruita con il tufo dei suoi vulcani lo sanno tutti. Quel che si cita raramente è la conseguenza logistica di quel fatto, cioè che una città di un milione di abitanti in età imperiale aveva bisogno di un sistema di estrazione e trasporto paragonabile a una industria pesante moderna, e che quel sistema ha lasciato cicatrici enormi nel territorio intorno.

Le Latomie di Salone sono una di quelle cicatrici, forse la più leggibile rimasta nell'area romana. Ogni metro cubo di tufo che manca da queste colline è finito in un muro, in una fondazione, in una volta. Non c'è nulla di romantico nel processo: era lavoro durissimo, spesso servile, condotto con mazza, cuneo e piccone, in polvere e senza protezioni, e il trasporto fluviale fino a Roma era un mestiere a sé, con i suoi zatterieri e i suoi scali.

La seconda parte del fatto, ancora meno citata, riguarda il tempo. Le cave non hanno lavorato per una stagione: hanno lavorato per secoli, in età repubblicana, imperiale, poi ancora nel medioevo e nell'età moderna, e in forme industriali fino al Novecento inoltrato. Le pareti che si osservano oggi sono una stratigrafia di tecniche diverse: al taglio antico per gradoni si sovrappongono i fronti regolari lasciati dai mezzi meccanici, e in certi punti si distingue benissimo dove finisce una fase e comincia l'altra. Imparare a leggere quella differenza è il modo migliore per trasformare una visita passiva in una lettura attiva del paesaggio.

Terza conseguenza, quella che porta i turisti a Roma senza che nessuno glielo dica: senza le cave del quadrante orientale, senza il fiume che portava i blocchi in città e senza gli acquedotti che scendevano dalla stessa valle, non esisterebbe nessuno dei monumenti che oggi fanno la fila davanti alle biglietterie. Il Colosseo e le grandi terme sono figli di questo territorio quanto lo sono degli architetti che li hanno disegnati. Chi prepara un viaggio a Roma e vuole capire questa catena, anche in inglese, trova un buon punto di partenza nella guida best things to do in Rome di ItalyPlanner.

La foto giusta da fare a Cave di Salone

La fotografia, qui, è quasi l'unico modo legittimo di portarsi via qualcosa. E la foto giusta non è quella del laghetto verde: è quella della parete.

Il soggetto forte delle Cave di Salone è il taglio verticale del tufo con le bocche scure delle gallerie. Funziona per tre ragioni tecniche: il contrasto fortissimo fra la superficie rossiccia illuminata e il nero pieno delle cavità, la geometria regolare dei fronti di scavo che dà linee pulite in un paesaggio altrimenti caotico, e la scala, che diventa evidente appena in inquadratura entra un elemento noto, un camion, una recinzione, un albero cresciuto sul ciglio.

Come impostare lo scatto alle Cave di Salone

Lavorate in orizzontale e teleobiettivo moderato, fra gli ottanta e i centocinquanta millimetri in equivalente pieno formato: la compressione prospettica impila i gradoni e restituisce la massa della collina tagliata. Esponete per la pietra illuminata e lasciate che gli antri chiudano in nero, senza tentare di recuperarli in post produzione: il buco buio è il soggetto, non un errore. Se il cielo è bianco, tagliatelo fuori quasi del tutto; un cielo slavato rovina qualunque foto di cava.

Il contrasto che racconta le Cave di Salone

La seconda immagine da cercare è quella del contrasto fra antico e industriale: la parete di tufo con davanti il capannone, il traliccio, il guard rail dell'autostrada. Molti fotografi la evitano perché sporca la scena. È esattamente il contrario: quella sporcizia visiva è la storia recente delle Cave di Salone, ed è più onesta di una inquadratura ripulita che finge una campagna che non esiste più.

Regole di buon senso, e di legge

Si fotografa da luogo pubblico, senza entrare in proprietà private e senza scavalcare. I droni non si fanno alzare a caso: la zona è attraversata da infrastrutture e vige la disciplina nazionale sugli spazi aerei, che va verificata prima di ogni volo sulle mappe ufficiali. E non si scende sulle rive dei bacini per cercare l'angolo migliore: il bordo di un bacino di cava cede senza avvisare, e nessuna fotografia vale quel rischio.

Un'ultima indicazione da professionista: la luce che rende meglio è quella delle prime ore del pomeriggio d'autunno, con il sole che arriva di traverso da sud ovest e scolpisce i gradoni. In quelle condizioni anche un telefono restituisce un'immagine che vale.

Cave di Salone
Cave di Salone

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

Il comprensorio di Salone non ha una data celebre da esibire, ne ha una decina meno celebri e molto più interessanti. Eccole in fila, perché insieme raccontano duemilacinquecento anni di uso intensivo dello stesso pezzo di terra.

Il 9 giugno del 19 a.C.

È la data dell'inaugurazione dell'Aqua Virgo da parte di Agrippa. Da quel giorno l'acqua delle sorgenti dell'ottavo miglio della Collatina entra a Roma, e non ha mai smesso del tutto di entrarci. Poche opere umane possono esibire un funzionamento continuato di oltre duemila anni.

Il 37 e il 45 d.C.

Due date di manutenzione che valgono quanto una fondazione: il restauro di Tiberio nel 37, e quello di Claudio fra il 45 e il 46, reso necessario dalle asportazioni di materiale ordinate da Caligola. L'acquedotto che parte da qui è sopravvissuto perché qualcuno lo ha riparato, imperatore dopo imperatore, papa dopo papa.

Il 1453

Niccolò V rimette in funzione la Vergine, che nei secoli seguenti diventerà l'acquedotto delle fontane monumentali del centro. È il momento in cui la campagna di Salone torna a essere strategica per Roma dopo un millennio di semiabbandono.

Il 1527

I Lanzichenecchi che avevano messo a sacco Roma saccheggiano anche la tenuta di Salone, con la villa fatta costruire dal cardinale Agostino Trivulzio. Il sacco di Roma, per i libri di storia, è un fatto cittadino; per l'Agro romano fu una devastazione capillare di casali e tenute, e Salone la subì in pieno.

Il 1791 e il 1972

Due date di archeologia. Nel 1791 Gavin Hamilton apre gli scavi di Gabii, poco più a est, riportando alla luce il foro e oltre duecento statue. Nel 1972 i lavori dell'autostrada fanno emergere la necropoli delle trecento tombe fra l'VIII e il III secolo a.C., con i corredi salvati per un soffio dagli scavi clandestini. Fra le due date c'è tutta la differenza fra l'antiquaria settecentesca e l'archeologia di emergenza dei cantieri moderni.

Il 16 settembre 1970 e il giugno 1990

Il completamento del Grande Raccordo Anulare e l'apertura del tratto autostradale urbano che porta verso l'A24 chiudono l'accerchiamento infrastrutturale delle cave. Sono le due date che spiegano perché oggi il fronte di cava lo si veda meglio dall'autostrada che da terra.

Il 2008 e il 2009

Nel 2008 i lavori vicino al centro commerciale di Roma est riportano alla luce due spezzoni della via Collatina antica in stato di conservazione eccellente. Nel 2009 presso la Rustica vengono messe in luce 418 tombe a fossa, i cui materiali dal dicembre 2015 sono esposti in una sala del Museo nazionale romano. Il territorio delle Cave di Salone continua, insomma, a restituire la propria storia ogni volta che qualcuno ci scava dentro per altri motivi.

Chi è passato da Cave di Salone

Una latomia non è un salotto e non tiene registri di visite illustri. I nomi che si possono fare, però, sono parecchi, e quasi tutti documentati da fonti solide.

Agrippa e gli ingegneri di Augusto

Marco Vipsanio Agrippa, il generale che vinse ad Azio e il costruttore del primo Pantheon, è passato di qui nel senso più concreto del termine: la presa del suo acquedotto è in questo territorio, e la scelta della sorgente, la definizione della quota e il tracciato furono decisioni prese sul posto da lui e dai suoi tecnici. Il cantiere dell'Aqua Virgo è la prima presenza illustre documentabile nell'area di Salone.

Lucullo, o la sua ombra

Lucio Licinio Lucullo, il vincitore di Mitridate, è legato a questo territorio dalla tradizione che gli attribuisce l'avvio dello sfruttamento delle cave e dal nome stesso di agro Lucullano che designava la zona delle sorgenti. Che lui in persona abbia camminato sul ciglio di queste latomie non lo dice nessuna fonte antica in modo esplicito: il legame è patrimoniale e toponomastico, ed è giusto presentarlo così.

I Tarquini, Lucrezia, Collatino

Il racconto delle origini di Roma passa da qui attraverso Collatia, identificata dalle ricerche recenti nell'area della Rustica. Lucio Tarquinio Collatino, primo console con Bruto, veniva da questa città; qui la tradizione colloca la violenza di Sesto Tarquinio su Lucrezia e la morte di lei, che aprì la strada alla cacciata dei re. Si tratta di tradizione storiografica romana, non di cronaca, e va maneggiata con quella cautela; ma è la tradizione su cui i Romani hanno costruito l'idea stessa di repubblica.

Romolo e Acrone, secondo il racconto antico

Sempre nel registro della tradizione, l'area fra l'Aniene e la Collatina è il teatro del conflitto con Caenina dopo il ratto delle Sabine, con il duello fra Romolo e il re Acrone e le spolia opima dedicate a Giove Feretrio. Livio, Dionigi di Alicarnasso, Plutarco e Diodoro Siculo raccontano la vicenda risalendo a Fabio Pittore.

I papi costruttori e i loro architetti

Adriano I nell'VIII secolo e Niccolò V nel 1453 misero mano all'acquedotto che parte da queste sorgenti; nel Cinquecento il cardinale Agostino Trivulzio fece costruire la villa della tenuta con interventi attribuiti a Baldassarre Peruzzi e a Daniele da Volterra, due nomi di primo piano del Rinascimento romano. Peruzzi è l'architetto della Farnesina e di Palazzo Massimo alle Colonne; Daniele da Volterra è il pittore che Michelangelo stimava e che la storia ricorda ingiustamente soltanto per i panni aggiunti al Giudizio universale.

Cartografi, incisori e viaggiatori del Grand Tour

Dal Cinquecento in avanti l'Agro romano orientale diventa oggetto di attenzione per cartografi, incisori e viaggiatori colti, che ne fissano il paesaggio in carte e vedute. Fra il 1815 e il 1890, ogni 21 aprile, alle latomie di Cervara, poco lontano da qui, si teneva la festa degli artisti stranieri residenti a Roma, una manifestazione carnevalesca organizzata dalla loro congrega. Per quasi un secolo, una volta l'anno, le cave di tufo del quadrante est sono state il luogo più allegro della città.

Gli archeologi del Novecento alle Cave di Salone

Fra le presenze che hanno cambiato davvero quel che sappiamo di questo territorio va messo Lorenzo Quilici, che studiò l'abitato protostorico emerso nel 1972 proponendo l'identificazione con Caenina, e le squadre che dagli anni Settanta in avanti hanno scavato le necropoli della Rustica e dell'Osteria dell'Osa. Sono loro ad aver trasformato un pezzo di periferia in un capitolo di manuale.

Grotte, culti e acque: la parte esoterica delle Cave di Salone

Le cavità artificiali lasciate dall'escavazione hanno avuto usi molto diversi dal deposito di materiali. La letteratura locale sulle Latomie di Salone riferisce tre destinazioni: prigione per personaggi di riguardo, luogo di culto di divinità dai poteri terapeutici, verosimilmente legato alle proprietà delle acque sorgive della zona, e sede di riti misterici di origine orientale, in particolare del culto di Mitra.

Perché una cava è il posto perfetto per un mitreo

Il mitraismo fu una religione misterica romana derivata dalla figura del dio persiano Mitra, sorta nell'area del Mediterraneo orientale fra il II e il I secolo a.C. e diffusa nell'impero dal I secolo d.C., con il suo apice fra il III e il IV. Era un culto iniziatico e maschile, popolare fra i militari e fra i quadri amministrativi, e sempre minoritario nella popolazione. I suoi luoghi di culto, i mitrei, erano cavità o caverne naturali adattate, oppure edifici artificiali che imitavano una caverna: ambienti bui, senza finestre, capaci di accogliere poche decine di iniziati per rituali che si concludevano con un banchetto comune. Una latomia dismessa offriva esattamente quel tipo di spazio, a costo zero e lontano da occhi indiscreti.

La tauroctonia e i sette gradi

L'immagine centrale del culto era Mitra che uccide il toro sacro, la tauroctonia: dal corpo dell'animale nascevano le piante e i frutti della terra. I gradi iniziatici erano sette, ciascuno associato a un corpo celeste: Corax, il corvo; Cryphius, lo sposo; Miles, il soldato; Leo, il leone; Perses, il persiano; Heliodromus, il corriere del sole; Pater, il padre. Il culto scomparve dopo il decreto teodosiano del 391, che mise al bando i riti pagani.

Quanto crederci

Sulla presenza di testimonianze mitraiche nelle cavità di questo comprensorio la letteratura locale è affermativa, ma i materiali e i contesti non sono documentati in una pubblicazione scientifica accessibile e verificabile. La formulazione onesta è quindi questa: il quadro generale è plausibile, perché i mitrei in grotta sono normali nel mondo romano e perché la zona era densamente frequentata; l'attribuzione puntuale di un singolo antro di Salone a un mitreo resta, allo stato, una tradizione da verificare e non un dato acquisito. Sulle acque cosiddette terapeutiche vale un discorso simile: la qualità delle sorgenti della zona è documentata dalla storia dell'Acqua Vergine, il culto guaritore appartiene invece al racconto locale.

Le Cave di Salone oggi: laghi, capannoni e progetti di recupero

Lo stato attuale del comprensorio si descrive in una frase: un sito storico di primo piano ridotto a retro di una zona produttiva. Le cavità hanno generato tre bacini d'acqua di origine artificiale, intorno ai quali si sono insediate attività di ristorazione e di pesca sportiva; il resto del perimetro è occupato da capannoni, depositi e costruzioni di ogni genere, alcune realizzate senza titolo. Dall'autostrada il fronte di cava resta perfettamente visibile, e questa è la ragione per cui tanti romani sanno che esiste senza averlo mai davvero guardato.

Il degrado delle Cave di Salone, detto senza sconti

Questo è un luogo di grande storia che avrebbe meritato protezione e cure molto prima. Nel corso del Novecento vi si sono concentrate quasi tutte le pressioni possibili sul paesaggio dell'Agro romano: escavazione industriale, edilizia produttiva, abusivismo, discariche occasionali, viabilità pesante. Il risultato è un paesaggio ferito, in cui i segni della storia sopravvivono a chiazze. Dire che è un peccato è il minimo; dire che è irreversibile sarebbe falso, perché ferite peggiori, in altri quadranti di Roma, sono state ricucite.

Che cosa si muove

Negli ultimi anni le istituzioni municipali hanno avviato attività di sensibilizzazione e di recupero coinvolgendo gli abitanti del quartiere, in particolare i più giovani, e nella pianificazione dell'area orientale ricorre l'idea di un parco più ampio dell'Aniene che colleghi le aree verdi del quadrante. L'esistenza della Riserva Naturale Valle dell'Aniene, con i suoi 650 ettari dal Raccordo alla confluenza con il Tevere, dimostra che un modello funzionante c'è già a poche centinaia di metri. Estenderlo oltre il Raccordo significherebbe acquisire, mettere in sicurezza e aprire: tre operazioni costose e lente, ma tecnicamente ordinarie. Per lo stato di avanzamento dei singoli progetti conviene rivolgersi agli uffici del Municipio e all'ente regionale che gestisce le aree protette.

Il fiume, che resta il convitato di pietra

L'Aniene ha subito nel secolo scorso un inquinamento pesante, dovuto soprattutto alle cartiere che lavoravano lungo il suo corso; dopo la chiusura di quegli impianti fra gli anni Settanta e Ottanta è tornata a comparire la fauna tipica dei fiumi in salute, trote e gamberi di fiume compresi. È un dato incoraggiante che va però maneggiato con prudenza, perché la qualità delle acque nel tratto urbano varia molto con le stagioni, con le piogge e con gli scarichi. Nessuno di questi miglioramenti rende balneabili i bacini delle cave o il fiume: sono due discorsi diversi, e vanno tenuti separati.

Cosa vedere intorno alle Cave di Salone

Il vero motivo per cui vale la pena venire fin qui è che le Cave di Salone sono il centro geografico di un quadrante pieno di cose straordinarie e poco frequentate. Ecco come metterle in fila per costruire una giornata.

Verso il fiume e la città

Rientrando dentro il Raccordo si entra nella Riserva Naturale Valle dell'Aniene: il casale e l'area umida della Cervelletta sono la tappa naturale per chi vuole camminare, e il Parco delle Valli chiude il percorso alla confluenza con il Tevere. Più a sud, sull'altro grande asse dell'acqua romana, il Parco degli Acquedotti mostra in superficie quello che a Salone corre sottoterra: arcate, speroni, condotte.

Verso est, lungo la Collatina e la Prenestina

Il castello di Lunghezza chiude la via Collatina moderna. Proseguendo sulla Prenestina si incontrano la necropoli protostorica dell'Osteria dell'Osa e i resti della città di Gabii, con il santuario di Giunone Gabina di età repubblicana avanzata e il sacello riferito a Domizia Longina, moglie di Domiziano. Più avanti ancora, a Palestrina, il Santuario della Fortuna Primigenia è uno dei complessi più imponenti del mondo romano, e nella stessa area si trovano i grandi ponti degli acquedotti, il Ponte delle Mole a San Gregorio da Sassola e il Ponte Lupo a Gallicano nel Lazio.

Verso Tivoli, alla prima uscita dell'autostrada

La prima uscita utile dell'autostrada porta all'area tiburtina, e lì l'imbarazzo della scelta è reale: Villa Adriana, il Mausoleo dei Plauti e il Ponte Lucano, i resti urbani di Tivoli romana, Villa d'Este, Villa Gregoriana e la Rocca Pia. Sulla strada, le Acque Albule di Bagni di Tivoli raccontano l'altra faccia del rapporto fra Roma e le sue acque, quella termale. Una giornata costruita così, che parte dalle cave e finisce a Tivoli, ha una logica precisa: si segue la pietra e l'acqua nella direzione da cui arrivavano.

Gli itinerari su misura

Il quadrante est non ha un circuito organizzato e i collegamenti fra un sito e l'altro sono tutti da costruire: è il tipo di itinerario che richiede una regia. Chi lavora con gruppi, aziende o piccoli gruppi privati e vuole un percorso disegnato sulle proprie esigenze può partire dalla pagina dei servizi professionali di TourLeaderPro; chi organizza il viaggio in autonomia e ragiona in inglese trova spunti utili nella pagina delle day trips from Rome e in quella dedicata ai quartieri di Roma.

Quando andare alle Cave di Salone e quando evitarle

Il periodo migliore è l'autunno, da metà ottobre a fine novembre, e la primavera prima dell'esplosione del caldo, da metà marzo a fine aprile. In quelle settimane la luce è bassa, la vegetazione non nasconde ancora le pareti e l'aria è limpida abbastanza da vedere i Colli Albani sullo sfondo.

Da evitare: le giornate estive fra le undici e le sedici, quando il sole verticale spegne il rilievo del fronte di cava e la temperatura sul piazzale diventa insostenibile; i giorni di pioggia intensa e quelli successivi, perché il tufo bagnato è scivoloso, le banchine si allagano e il fango sulla carreggiata rende difficile persino fermarsi; le ore serali e notturne, in un comprensorio che dopo l'orario di lavoro si svuota. Il fine settimana il traffico pesante cala molto, e questo rende più comodo il giro in auto.

Un'ultima notazione stagionale che riguarda la sicurezza: nei mesi caldi la tentazione di avvicinarsi all'acqua aumenta, e con essa il rischio. Vale la regola detta sopra, senza eccezioni stagionali.

Cave di Salone con i bambini e questioni di accessibilità

Il parere è netto: con i bambini piccoli le Cave di Salone non sono una meta adatta. Mancano marciapiedi continui, mancano spazi protetti, il traffico è pesante e ci sono specchi d'acqua non recintati ovunque. Se l'obiettivo è una giornata all'aperto in famiglia nello stesso quadrante, la scelta ragionevole è il tratto attrezzato della Riserva Naturale Valle dell'Aniene, con la Cervelletta e il Parco delle Valli.

Per i ragazzi più grandi, invece, il discorso cambia: una lezione di geologia e di storia del lavoro fatta davanti a un fronte di cava vale dieci pagine di manuale, a patto di restare nei punti pubblici e di spiegare bene perché non ci si avvicina all'acqua. Sul piano dell'accessibilità, il comprensorio non offre percorsi adatti a chi si muove in sedia a rotelle o ha difficoltà motorie: fondi sconnessi, ghiaia, dislivelli, assenza di attraversamenti. Chi ha esigenze di accessibilità trova risposte migliori nei parchi attrezzati della riserva e nei siti museali del centro.

Domande veloci su Cave di Salone

Dove sono esattamente le Cave di Salone?

Nel quadrante orientale di Roma, lungo la via Collatina, fra il Grande Raccordo Anulare e il corso dell'Aniene, nella zona che porta il nome di Salone, in territorio del Municipio V. L'uscita 10 del Raccordo è quella di via Collatina.

Si possono visitare le Cave di Salone?

No, non nel senso in cui si visita un sito archeologico: non esistono ingresso, biglietteria, orari né percorsi. Le aree di cava e i bacini d'acqua sono in larga parte private e recintate, e si osservano dall'esterno, dai punti pubblici.

Si può fare il bagno nei laghetti delle Cave di Salone?

No. Non sono acque di balneazione: non sono classificate, non sono monitorate, non sono sorvegliate. Hanno pareti a picco, fondali improvvisi, acqua fredda sotto la superficie e rive instabili. Dove il terreno è recintato e i cartelli vietano l'accesso, entrare è vietato.

Quanto costa entrare alle Cave di Salone?

Non esiste un biglietto perché non esiste un ingresso: il comprensorio non è un sito aperto al pubblico. Le attività private che vi operano hanno ciascuna le proprie condizioni.

Perché si chiamano latomie?

Latomia è il termine di origine greca che indica una cava di pietra a cielo aperto ottenuta tagliando la roccia in blocchi. Le Latomie di Salone sono le cave di tufo scavate lungo questo tratto della valle dell'Aniene.

Che pietra si estraeva alle Cave di Salone?

Tufo, la più diffusa delle rocce piroclastiche, prodotta dall'accumulo dei materiali eruttati dai vulcani laziali. I Romani lo usavano in edilizia già dal VII secolo a.C. perché unisce resistenza e facilità di lavorazione.

È vero che il Colosseo è fatto con il tufo di queste cave?

Il materiale estratto nelle latomie di questo territorio è stato impiegato per secoli nei cantieri di Roma, e la tradizione locale e le descrizioni del sito indicano espressamente il Colosseo fra le destinazioni. La struttura dell'anfiteatro impiega grandi quantità di tufo accanto al travertino.

Come arrivavano i blocchi a Roma?

Su zattere, lungo l'Aniene, che passa a poche decine di metri dalle cave ed è navigabile con imbarcazioni leggere nel suo tratto finale. Il fiume era il mezzo più economico per muovere pietra pesante.

Le Cave di Salone hanno a che fare con la Fontana di Trevi?

Sì, in modo diretto. Le sorgenti che alimentano l'Acqua Vergine, l'acquedotto inaugurato da Agrippa il 9 giugno del 19 a.C., si trovano in questo territorio, poco prima dell'ottavo miglio della via Collatina. Quell'acqua alimenta ancora oggi la Fontana di Trevi e altre fontane storiche del centro.

Quanto è lungo l'acquedotto che parte da qui?

20,5 chilometri, quasi tutti sotterranei tranne gli ultimi 1.800 metri, con un dislivello complessivo di soli quattro metri e una portata dell'ordine di centomila metri cubi al giorno.

Le Cave di Salone sono dentro la Riserva Naturale Valle dell'Aniene?

No. La riserva, 650 ettari gestiti per conto di RomaNatura dall'associazione Insieme per l'Aniene, si estende dal Grande Raccordo Anulare fino alla confluenza con il Tevere. Le cave si trovano oltre il Raccordo, fuori dal perimetro tutelato.

Ci sono tour guidati alle Cave di Salone?

Non esiste un servizio di visite regolari, perché manca un sito visitabile. Esistono invece itinerari tematici sul quadrante orientale organizzati da professionisti abilitati, che combinano le tappe visibili dall'esterno con i siti archeologici e museali della zona.

Le Cave di Salone sono adatte ai bambini?

No. Traffico pesante, assenza di marciapiedi continui, specchi d'acqua non protetti e fondi sconnessi le rendono inadatte ai più piccoli. Per una giornata in famiglia nello stesso quadrante conviene il tratto attrezzato della riserva dell'Aniene.

Sono accessibili in sedia a rotelle?

No. Non esistono percorsi accessibili: il terreno è sconnesso, mancano attraversamenti e parcheggi attrezzati.

Si possono fare fotografie alle Cave di Salone?

Sì, da luogo pubblico, senza entrare in aree private e senza avvicinarsi ai bordi dei bacini. Per i droni valgono le regole nazionali sugli spazi aerei, che vanno verificate prima del volo.

Qual è il momento migliore della giornata per vederle?

La metà mattina e il primo pomeriggio nelle stagioni intermedie, quando la luce radente scolpisce i gradoni di cava. A mezzogiorno d'estate il fronte diventa piatto e illeggibile.

Che cosa significa il nome Salone?

Deriva con ogni probabilità da un'errata trascrizione dell'originario Solone: il casale medievale è documentato come Campus Solonis e come Castellum Ulmetum. Il collegamento con il legislatore ateniese appartiene alla tradizione erudita.

È vero che sotto le Cave di Salone ci sono città sotterranee?

No. Le gallerie e gli antri che si vedono sono cavità di escavazione, cioè il vuoto lasciato dalla pietra portata via. Le ipotesi su civiltà ipogee e su collegamenti atlantidei sono leggende novecentesche senza alcun riscontro archeologico.

Ci sono davvero mitrei nelle cave?

La letteratura locale riferisce l'uso di alcune cavità per riti misterici legati a Mitra, un culto che nel mondo romano si praticava abitualmente in grotta. L'attribuzione puntuale di un singolo antro resta però una tradizione locale, non un dato pubblicato e verificabile.

Che rapporto c'è fra le Cave di Salone e Collatia?

Collatia, la città latina patria di Tarquinio Collatino e legata alla vicenda di Lucrezia, è stata identificata dalle ricerche recenti nell'area della Rustica, a ridosso di questo territorio. Le necropoli scavate dal 1972 in poi appartengono a quel contesto.

Dove si vedono i reperti trovati qui intorno?

I materiali delle 418 tombe a fossa messe in luce nel 2009 presso la Rustica sono esposti dal dicembre 2015 in una sala dedicata del Museo nazionale romano.

Quanto tempo serve per un giro nella zona delle Cave di Salone?

Per le sole cave, osservate dai punti pubblici, bastano quaranta minuti. Per una giornata sensata, che comprenda il museo in centro, il tratto fluviale della riserva e una tappa verso Lunghezza o verso l'area tiburtina, servono sei o sette ore.

Le Cave di Salone sono pericolose?

Le aree di cava dismesse lo sono, sì: pareti instabili, cigli che cedono, gallerie non messe in sicurezza, bacini d'acqua profondi e freddi. Osservate dalla viabilità pubblica non presentano alcun rischio; oltre la recinzione il rischio è concreto e l'accesso è vietato.

Che differenza c'è fra le Cave di Salone e le latomie di Cervara?

Appartengono allo stesso sistema di cave di tufo della valle dell'Aniene. Quelle di Salone si sono conservate in modo relativamente migliore; quelle di Cervara, più vicine alla città, hanno subito trasformazioni più profonde, e furono il teatro della festa degli artisti stranieri celebrata ogni 21 aprile fra il 1815 e il 1890.

Il giudizio finale sulle Cave di Salone

Conviene diffidare dei luoghi che si lasciano riassumere in una fotografia. Le Cave di Salone sono l'esatto contrario: brutte a prima vista, incomprensibili senza contesto, e poi capaci di ribaltare l'idea che uno si è fatto della città. Qui c'è la pietra dei monumenti, l'acqua delle fontane, la città latina delle origini e un secolo di industria pesante, tutto nello stesso chilometro quadrato, tutto senza un cartello che lo spieghi.

Se ci venite, venite con la testa giusta: guardate da fuori, restate sulle strade pubbliche, tenetevi lontani dall'acqua e portatevi via la lettura del paesaggio invece di una bravata. E se vi capita di passare davanti alla Fontana di Trevi nello stesso viaggio, fermatevi un secondo in più del solito: quell'acqua arriva da qui, ed è la cosa più bella che le Cave di Salone abbiano ancora da dare a Roma.

Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.

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