Borgo Velino (RI)
In breve. Borgo Velino si raggiunge dalla Salaria, la statale 4, al chilometro che separa Antrodoco da Castel Sant'Angelo: il municipio e il Museo civico sono in Piazza Umberto I 33, 02010 Borgo Velino (RI), telefono 0746 578896, e l'ufficio…
Borgo Velino si raggiunge dalla Salaria, la statale 4, al chilometro che separa Antrodoco da Castel Sant'Angelo: il municipio e il Museo civico sono in Piazza Umberto I 33, 02010 Borgo Velino (RI), telefono 0746 578896, e l'ufficio comunale risponde nella fascia del mattino, indicativamente fra le 8.30 e le 13.30. Da Roma sono poco meno di cento chilometri lungo la Salaria, da Rieti una ventina abbondante. Chi arriva in treno scende alla stazione di Antrodoco-Borgo Velino, sulla linea regionale Terni-Rieti-L'Aquila-Sulmona, a poco più di un chilometro dal centro storico: da Rieti il viaggio dura all'incirca mezz'ora e i collegamenti regionali sono distribuiti lungo tutta la giornata, ma l'orario va controllato di volta in volta sul sito di Trenitalia, perché su questa linea le corse cambiano con il calendario scolastico e capitano sostituzioni con autobus. Il paese si visita gratuitamente e senza prenotazione: non c'è biglietteria, non c'è tornello, il borgo murato è aperto ventiquattro ore su ventiquattro e le chiese si aprono per le funzioni o su richiesta in parrocchia. Gli orari e l'apertura del Museo civico conviene concordarli con il Comune prima di partire.
Sopra ogni cosa, una premessa di orientamento: Borgo Velino non è una gita autonoma da Roma, è il pezzo migliore di un anello che comprende Antrodoco, Castel Sant'Angelo e Rieti. Chi ci arriva pensando di riempire otto ore dentro le mura resterà deluso; chi lo inserisce in una giornata di valle del Velino se ne torna a casa con la sensazione di aver visto qualcosa che gli altri saltano.
Novecento abitanti circa, quattrocentosessanta metri sul livello del mare, una sola frazione, Colle Rinaldo, e un nome che ha meno di due secoli. Il paese appartiene alla Comunità montana del Velino e occupa la stretta pianura alluvionale fra i monti reatini e il gruppo del Monte Nuria, sulla sinistra del fiume che gli dà il nome. Gli abitanti si chiamano borghettani, e non è un vezzo: fino al giugno del 1863 il comune si chiamava Borghetto, e il nome vecchio è sopravvissuto nella lingua parlata molto più a lungo di quello nuovo.
Per capire come Borgo Velino si incastri nel resto del Lazio settentrionale conviene tenere sott'occhio la pagina delle attrazioni turistiche della regione: la valle del Velino è uno di quei corridoi dove ogni dieci chilometri cambia la storia, e leggerla a pezzi separati non rende giustizia a nessuno dei paesi che la compongono.

Dove si trova Borgo Velino e come ci si arriva
La geografia qui conta più della storia, perché è la geografia ad aver fatto la storia. La valle superiore del Velino è un corridoio stretto: a monte il fiume esce dalle gole che lo incanalano fra pareti di calcare, a valle si apre nella conca reatina che fu un lago fino all'intervento romano sulle Marmore. Borgo Velino occupa il fondovalle pianeggiante fra Antrodoco e Castel Sant'Angelo, l'unico punto dove la valle respira per qualche centinaio di metri prima di richiudersi. Chi controllava quel fondovalle controllava il passaggio fra il Tirreno e l'Adriatico, e per quasi tre millenni quel passaggio si è chiamato Salaria.
In auto a Borgo Velino, lungo la Salaria
Da Roma si esce sulla Salaria e si tiene la statale 4 verso Rieti, poi si prosegue verso L'Aquila. Il paese si sfiora senza accorgersene, perché la statale corre a ridosso del borgo e chi guida guarda la strada. Il segnale da cercare è il cartello del comune sulla destra venendo da Rieti, dopo il bivio per Castel Sant'Angelo e prima dell'abitato di Antrodoco. Il calcolo dei chilometri, misurato sulla distanza ufficiale dal capoluogo di provincia, dà una ventina abbondante da Rieti e poco meno di cento da Roma. Il tempo reale è un'altra faccenda: la Salaria fra Passo Corese e Rieti è una strada nervosa, con tratti a carreggiata unica e traffico pesante, e chi parte da Roma il sabato mattina farebbe bene a calcolare due ore piene invece dell'ora e venti che promette il navigatore. Il parcheggio non è un problema: si lascia l'auto lungo la provinciale o negli spiazzi ai margini del centro storico e si entra a piedi, perché dentro le mura le due strade parallele sono strette e il senso unico non perdona.
In treno: la stazione di Antrodoco-Borgo Velino
La stazione porta il nome di due paesi e appartiene amministrativamente ad Antrodoco, ma è più vicina a Borgo Velino, che dal fabbricato viaggiatori dista poco più di un chilometro di strada quasi piana. È una stazione della ferrovia Terni-Rieti-L'Aquila, una linea a binario unico e trazione diesel che attraversa l'Appennino fra l'Umbria e l'Abruzzo, e per decenni è stata l'unico scalo della zona. Il viaggio da Rieti si conclude in una mezz'ora scarsa. Da Roma non esiste un treno diretto: si arriva a Rieti in autobus, oppure si prende il treno per Terni e si cambia. È un itinerario per chi ha tempo e gli piace, non per chi ha fretta.
Borgo Velino da Roma in giornata
Si può fare, e la formula che funziona meglio è questa: partenza presto, sosta ad Antrodoco per la chiesa di Santa Maria extra moenia, pranzo a Borgo Velino o nei dintorni, pomeriggio fra il Ninfeo dei Flavi, il borgo murato e i murales, rientro passando dalle Aquae Cutiliae e dal lago di Paterno. Chi vuole allungare aggiunge Cittaducale, che dista dieci chilometri da Rieti e conserva l'impianto angioino quasi intatto. In inverno l'anello si combina con una mezza giornata al Terminillo, che dal fondovalle si raggiunge in un'ora abbondante passando per Rieti.
Una curiosità sul Borgo Velino (RI)
Il nome del paese ha centosessantatré anni. Nel giugno del 1863, a due anni dalla proclamazione del Regno d'Italia, il comune di Borghetto chiese e ottenne di cambiare denominazione in Borgo Velino. La ragione non fu romantica: il Regno appena unificato si trovò con decine di comuni omonimi sparsi fra il Piemonte e la Sicilia, e Borghetto era uno dei toponimi più inflazionati della penisola. La burocrazia postale e quella militare pretendevano nomi distinguibili, e la soluzione standard fu aggiungere al nome generico un determinante geografico. Così Borghetto diventò Borgo Velino, prendendo in prestito il nome del fiume che gli scorre accanto.
La curiosità vera è quello che accadde dopo. Il nome nuovo non attecchì nella lingua parlata. Gli abitanti continuarono a chiamarsi borghettani, e si chiamano così ancora oggi: non velinesi, non borgovelinesi, ma borghettani, con il gentilizio che discende dal nome abolito. In dialetto sabino il paese resta Borghittu. Succede raramente che un gentilizio sopravviva alla scomparsa del toponimo da cui deriva, e succede quasi sempre quando la comunità percepisce il cambio di nome come un atto imposto dall'alto, non come una scelta propria. A Borgo Velino la frattura fra il nome ufficiale e il nome sentito dura da centosessant'anni, e l'ospite che voglia guadagnarsi un sorriso al bar della piazza lo ottiene chiamando i suoi interlocutori borghettani.
C'è un corollario amministrativo che rende la storia ancora più curiosa. Il comune che nel 1863 aveva insistito per un nome proprio se lo vide togliere del tutto nel 1928, quando il regime lo soppresse e lo aggregò ad Antrodoco. Borgo Velino tornò a esistere come comune autonomo soltanto nel dicembre del 1957. In meno di un secolo, dunque, il paese ha cambiato nome, provincia e persino esistenza giuridica, e a ogni giro ha continuato a chiamarsi Borghetto fra le proprie mura.
Da Viario a Borgo Velino: le origini del paese
La storia dell'insediamento è più antica del borgo murato che si visita oggi, e si legge in tre strati sovrapposti.
Viario, l'antenato sabino di Borgo Velino
Il primo nucleo abitato del territorio si chiamava Viario e occupava le colline sulla destra del fiume, una trentina di metri sopra il pelo dell'acqua. La quota non è casuale: chi scelse quel punto aveva due preoccupazioni, le piene del Velino e gli uomini. Il fiume, prima delle regimentazioni moderne, allagava il fondovalle con regolarità; e il fondovalle era attraversato dalla Salaria, cioè dalla strada su cui passavano eserciti, esattori e briganti. Trenta metri di dislivello risolvevano entrambi i problemi.
Sull'antichità di Viario la tradizione locale è generosa: lo vuole anteriore a Roma e lo collega ai Pelasgi dell'età del bronzo. Questa è tradizione, non documentazione: i Pelasgi sono una categoria che la storiografia antica usava per indicare genericamente popolazioni pre-elleniche, e applicarla all'Appennino centrale è un'operazione ottocentesca. Quello che si può dire con prudenza è che l'area fu frequentata da pastori sabini in età preromana e che nella zona orientale del sito, presso una torre medievale, sono stati recuperati resti sparsi. Di Viario, oggi, non rimane un monumento da visitare: rimane il nome, e la consapevolezza che il paese di fondovalle nacque quando le condizioni di sicurezza permisero di scendere.
Forca Pretula e la nascita del Borghetto
Secondo una tradizione consolidata dagli eruditi locali e ripresa dalla letteratura sul territorio, l'abitato attuale fu fondato nel corso del XIV secolo dagli abitanti del castello di Forca Pretula, che abbandonarono l'altura per il fondovalle. È il movimento inverso a quello dell'incastellamento, e a queste latitudini è tipico del Trecento avanzato: quando il Regno di Napoli consolidò il controllo del confine settentrionale, vivere in pianura tornò possibile. Il nuovo abitato prese il nome diminutivo di Borghetto, cioè piccolo borgo, e si dotò subito di una cinta muraria: un paese di fondovalle sulla Salaria, per quanto pacificato il secolo, le mura se le costruiva comunque.
I tre castelli che la tradizione lega al borgo sono Viario, Forcapretola e Cornallo. Il loro numero è ricordato dalle tre cannelle della fontana della piazza, secondo una lettura; secondo un'altra le cannelle alludono ai tre monti che circondano il paese, il Terminillo, il Giano e il Nuria. Le due interpretazioni convivono da generazioni e nessuna delle due ha un documento che la dimostri: sono letture simboliche a posteriori, di quelle che ogni paese produce sulla propria fontana.
Una cosa che non ti dice nessuno sul Borgo Velino (RI)
L'impianto urbanistico di Borgo Velino non è un impianto medievale italiano qualunque: è un impianto di importazione, e la sua parentela più stretta si trova in Francia. Il paese è costruito su due strade parallele tagliate da un asse trasversale centrale, con un forte addensamento delle case, una cinta muraria ad angoli arrotondati e una grande porta turrita sull'asse principale, orientata verso Rieti. Questo schema, e in particolare il dettaglio degli angoli arrotondati della cinta, ha un confronto puntuale con le bastides del Sud-Ovest francese, e la letteratura sul borgo cita Rabastens, fondata nel 1306, come termine di paragone.
La spiegazione è dinastica. Nel Trecento questo pezzo di Appennino apparteneva al Regno di Napoli, e il Regno di Napoli era angioino, cioè francese. Gli Angiò portarono in Italia meridionale un repertorio urbanistico maturato Oltralpe: le città nuove a pianta regolare, fondate per ripopolare e per controllare, con scacchiera semplificata, piazza centrale e cinta geometrica. Cittaducale, fondata nel 1308 da Carlo II d'Angiò e intitolata al figlio Roberto duca di Calabria, è il caso più vistoso della zona, con il suo impianto ellittico e le due strade perpendicolari che si incrociano in Piazza del Popolo. Borgo Velino è la versione minore e più tarda dello stesso modo di pensare la città.
Perché nessuno lo racconta? Perché il paese è piccolo, perché la storia dell'urbanistica angioina in Italia centrale è materia di specialisti, e perché il visitatore che entra dalla porta turrita vede un borgo che gli sembra uguale a mille altri. Non lo è. Se si percorre l'asse trasversale, quello che il paese chiama Via degli Otto Cantoni, si capisce a occhio che le due strade parallele non sono il risultato di una crescita spontanea: sono il disegno di chi ha tracciato prima e costruito dopo. È un esercizio di lettura urbana che si fa in un quarto d'ora e che cambia completamente il modo di guardare Borgo Velino.
Via degli Otto Cantoni, l'asse centrale di Borgo Velino
Il nome è già un programma. I cantoni sono gli spigoli, i canti delle case: otto, contati lungo l'asse trasversale che collega le due strade principali. Percorrerla significa attraversare il paese nel senso della larghezza in pochi minuti, con le case che si chiudono sopra la testa e gli spigoli che segnano il ritmo. È la strada dove l'addensamento edilizio si misura meglio, e dove si vede che l'edilizia di Borgo Velino è compatta per necessità difensiva, non per pittoresco.
Le mura e la porta turrita di Borgo Velino
La cinta si legge ancora bene in più tratti, e gli angoli arrotondati sono il dettaglio da cercare: servivano a togliere agli assedianti i punti morti e a distribuire meglio le spinte, e sono il marcatore tipologico che collega questo borgo al repertorio d'oltralpe. La porta grande, sormontata da una torre, si apre sull'asse centrale in direzione di Rieti, cioè verso il capoluogo e verso il confine con lo Stato Pontificio: una porta orientata deliberatamente verso il lato da cui potevano arrivare guai. Chi entra da lì entra come si entrava nel Trecento.
Il Ninfeo dei Flavi, il monumento romano di Borgo Velino
Ai margini del centro abitato, conservato dentro un'area a giardino pubblico, si trova il monumento più importante del territorio: un grande parallelepipedo in laterizio che la letteratura archeologica e la tradizione locale chiamano Ninfeo dei Flavi. È databile al I secolo dopo Cristo e misura, nella lettura corrente, una trentina di metri di lunghezza: una cifra che colloca il manufatto fuori dalla scala dell'edilizia rurale comune e dentro quella dell'architettura di rappresentanza.
Che cosa si vede oggi del Ninfeo dei Flavi
Si vede una struttura in opera laterizia di notevole sviluppo lineare, spogliata di tutto il rivestimento. Al visitatore moderno appare come un muro massiccio con nicchie; all'occhio di chi sa leggere un ninfeo romano appare per quello che era, cioè una quinta architettonica destinata all'acqua, con nicchie che ospitavano statue, superfici rivestite di marmi e di mosaici, giochi d'acqua alimentati da una conduttura. Di quel rivestimento non rimane nulla: i marmi romani sono stati la cava di tutti i cantieri medievali della valle, e questa non fa eccezione. Guardare il Ninfeo dei Flavi significa guardare l'ossatura di un edificio a cui è stata tolta la pelle.
Villa rustica, cisterna o santuario di Diana: le tre letture
Sull'interpretazione del monumento la letteratura non è unanime, e vale la pena distinguere i gradi di certezza. La lettura tradizionale, la più diffusa, vede nel manufatto il ninfeo monumentale di una villa rustica romana di grandi dimensioni, costruita per accogliere gli imperatori Flavi quando risalivano la Salaria. Una seconda lettura, più prudente e più tecnica, ha proposto di riconoscervi semplicemente una grande cisterna, cioè un'opera idraulica senza funzione di rappresentanza. Una terza ipotesi, di formulazione recente, collega la struttura a un santuario di Diana: l'argomento a sostegno è un'iscrizione murata nella chiesa dei Santi Dionigi, Rustico ed Eleuterio, che verrebbe dal santuario e sarebbe finita nella muratura medievale per reimpiego.
Nessuna delle tre letture è dimostrata. La prima è tradizione consolidata, la seconda è ipotesi funzionale, la terza è ipotesi moderna fondata su un indizio epigrafico. Chi visita farebbe bene a tenerle tutte e tre in mente, perché il monumento non ha ancora restituito l'elemento che risolva la questione.
I Flavi e la valle del Velino: perché proprio qui
Il legame fra la dinastia flavia e questo pezzo di Appennino non è una fantasia campanilistica: è uno dei dati meglio documentati dell'archeologia reatina. Vespasiano, primo imperatore della dinastia, nacque nel 9 dopo Cristo a Falacrinae, l'insediamento identificato nel territorio di Cittareale, pochi chilometri più a nord lungo la Salaria, dove gli scavi hanno riportato alla luce una necropoli e una villa di notevoli dimensioni. Vespasiano e il figlio Tito frequentarono con assiduità le acque termali delle Aquae Cutiliae, fra i territori di Castel Sant'Angelo e Cittaducale, dove si conservano i resti di un complesso articolato su quattro terrazze con una natatio di sessanta metri per trentaquattro. La famiglia imperiale, insomma, tornava in questa valle perché era la propria valle.
Il Ninfeo di Borgo Velino appartiene a questo paesaggio. Che fosse ninfeo di villa, cisterna o parte di un santuario, apparteneva a un tratto di Salaria dove nel I secolo si costruiva con i mezzi della committenza imperiale. Chi lo guarda oggi in un giardino pubblico di paese fatica a crederlo, e proprio per questo vale la pena andarci.

Il consiglio che ti do per visitare il Borgo Velino (RI)
Il consiglio è uno solo e va contro l'istinto di chi organizza la giornata sulla carta: non arrivare a Borgo Velino a mezzogiorno. Il paese è stretto fra due versanti e la luce verticale lo appiattisce, le strade interne diventano un corridoio d'ombra nera contro muri bianchi bruciati, e il Ninfeo, che è un monumento in laterizio, con il sole a picco perde ogni rilievo. Arrivare per le nove del mattino o dopo le diciassette cambia la visita: la luce radente entra nelle due strade parallele, i murales si leggono senza riflessi e il laterizio romano riprende il colore.
Il secondo pezzo del consiglio riguarda l'ordine. Conviene cominciare dal Ninfeo dei Flavi, che è fuori dalle mura e richiede venti minuti, poi entrare in paese dalla porta turrita e non dal parcheggio più comodo, percorrere una delle due strade parallele fino in fondo, tornare per l'altra e attraversare Via degli Otto Cantoni. È un percorso da un'ora, un'ora e mezza con calma. Chiudere in Piazza Umberto I davanti alla fontana delle tre cannelle, con Palazzo Pezzola su un lato.
Terzo punto, ed è quello che risparmia delusioni: telefonare prima. Le chiese di Borgo Velino non hanno custodia continuativa, il Museo civico è dentro il palazzo comunale e segue l'orario degli uffici, e la differenza fra una visita riuscita e un giro a vuoto è una telefonata al numero del Comune fatta il giorno prima. Non è una particolarità di questo paese: è la regola di tutti i comuni appenninici sotto i mille abitanti, e chi viaggia in questa parte del Lazio dovrebbe averla come abitudine.
Un'ultima opinione, da prendere come tale: se avete una sola giornata e dovete scegliere fra Borgo Velino e Antrodoco, andate ad Antrodoco per la chiesa di Santa Maria extra moenia, che è un monumento di rango europeo, e concedete a Borgo Velino l'ora di coda della giornata. Se invece le giornate sono due, l'ordine si inverte: Borgo Velino merita il tempo lento, e il tempo lento a Borgo Velino si trova solo quando non si ha un'altra cosa da vedere entro sera.
Le chiese di Borgo Velino
Sei edifici di culto fra capoluogo e frazione, per novecento abitanti. Non è un'anomalia: è la fotografia di una comunità che fino al Novecento contava molto più di adesso e che aveva confraternite, conventi e devozioni separate per contrada.
La chiesa di San Matteo Apostolo, la parrocchiale di Borgo Velino
È la chiesa grande del paese, di impianto settecentesco, e domina l'abitato con una mole che al visitatore appare sproporzionata rispetto alle dimensioni attuali del centro. Questa sproporzione è il dato storico più eloquente: la parrocchiale fu costruita quando la popolazione e le risorse del Borghetto erano quelle di un paese di confine del Regno di Napoli, con una economia agricola solida fondata su grano, castagne e uva, e con pascoli di montagna che alimentavano la transumanza. Le chiese si costruiscono sulla ricchezza del momento in cui si costruiscono, e restano in piedi quando la ricchezza è finita.
La chiesa dei Santi Dionigi, Rustico ed Eleuterio, detta di Sant'Antonio
Fuori dall'abitato, dalla parte opposta rispetto al Ninfeo, sorge l'edificio più interessante dal punto di vista storico. La popolazione la chiama chiesa di Sant'Antonio, ma l'intitolazione vera è ai tre santi Dionigi, Rustico ed Eleuterio, i martiri parigini la cui devozione arrivò in Italia centrale per vie francesi, il che torna con il quadro angioino descritto sopra. La datazione oscilla fra XI e XII secolo a seconda delle fonti, con una ricostruzione intorno al 1500 che ne ha modificato l'aspetto. Nella muratura sono leggibili frammenti riferiti ai secoli VII e VIII, cioè materiale altomedievale reimpiegato, e la tradizione locale vuole che l'edificio sorga sopra un luogo di culto dedicato a Diana. L'iscrizione murata che ha alimentato l'ipotesi del santuario di Diana collegato al Ninfeo si trova qui.
È la chiesa che consiglio di cercare per prima a chi ha interesse archeologico: un edificio che cita nella propria muratura sette secoli di storia del sito, dal reimpiego tardoantico alla ricostruzione rinascimentale, e che porta un'intitolazione capace di raccontare da sola i rapporti fra questa valle e il mondo francese.
La chiesa di Santa Lucia
Edificio minore del tessuto urbano, legato alla devozione popolare per la santa siracusana, molto radicata nell'Appennino centrale e tradizionalmente connessa alla protezione della vista. Fa parte di quella rete di chiese di quartiere che nei borghi murati serviva le singole contrade.
Il Convento della Valle e la tradizione francescana a Borgo Velino
L'ex convento di San Francesco, che la tradizione locale chiama Convento della Valle, porta con sé la leggenda più cara ai borghettani: che san Francesco d'Assisi vi abbia dimorato durante i suoi passaggi attraverso la Sabina. Va detto con onestà che si tratta di tradizione, non di documentazione: il Poverello frequentò davvero la valle reatina, e i santuari francescani di Greccio, Fonte Colombo e Poggio Bustone documentano quella presenza, ma per Borgo Velino manca l'appoggio documentario.
Quello che invece è documentato è più prosaico e più divertente: nel 1472 papa Sisto IV tassò i frati del Borghetto per la somma di tre once e otto grana. È una cifra minima, e proprio per questo dice due cose certe. La prima è che nel 1472 il convento esisteva ed era censito dalla curia. La seconda è che i frati erano poveri davvero.

Colle Rinaldo, la frazione di Borgo Velino
L'unica frazione del comune sorge sull'altura e conserva un patrimonio sproporzionato al numero dei suoi abitanti: due chiese e i resti di una torre.
Il Santuario della Madonna delle Grazie
Edificio del XVII secolo, legato a una devozione mariana che nella zona ha radici profonde. È il santuario che raccoglie il flusso devozionale della frazione e delle campagne circostanti.
La chiesa della Natività di Maria Santissima
Cinquecentesca, è il fulcro della festa più identitaria di Colle Rinaldo, che cade la seconda domenica di settembre. Chi capita in paese in quel fine settimana trova la frazione in una condizione di attività che nel resto dell'anno non ha.
I resti della Torre del Cassero
Sono di proprietà comunale e appartengono al XV secolo. La struttura originaria era poligonale, quasi certamente ottagonale, e la ricostruzione più accreditata le attribuisce un'altezza compresa fra i dodici e i quindici metri. Oggi ne restano quattro lati. Una torre ottagonale di quattordici metri su un'altura che domina il fondovalle è, in termini militari, un punto di osservazione e di segnalazione: serviva a vedere chi saliva la Salaria e a dirlo a chi era più a valle. Il sistema di torri di questa valle funzionava a catena, e Colle Rinaldo ne era un anello.
Piazza Umberto I e le architetture civili di Borgo Velino
La piazza è il punto di aggregazione del paese e il luogo dove si svolgono le manifestazioni principali. Vi si affacciano il palazzo comunale, che ospita il Museo civico, e Palazzo Pezzola; al centro, la fontana.
La fontana delle tre cannelle di Borgo Velino
La letteratura locale la chiama Fontana Romanica e la riferisce all'XI secolo, dedicandola a Margherita d'Austria e segnalando la presenza dello stemma Farnese. Su questi dati conviene procedere con cautela, perché contengono una contraddizione evidente: Margherita d'Austria visse nel Cinquecento e i Farnese ereditarono il feudo dopo il 1586, quindi una fontana con stemma farnesiano non può essere insieme romanica e dedicata a Margherita. La lettura prudente è che si tratti di una fontana pubblica di impianto antico, rimaneggiata e riqualificata in età farnesiana, quando lo stemma vi fu apposto. Le tre cannelle, secondo la tradizione del paese, simboleggiano i tre castelli legati al borgo, Viario, Forcapretola e Cornallo, oppure i tre monti che lo cingono, il Terminillo, il Giano e il Nuria.
Al di là del dibattito, è l'oggetto che i borghettani sentono come proprio. Le fontane a più cannelle nei borghi appenninici erano infrastruttura, non ornamento: si abbeveravano gli animali, si lavava, si riempivano le conche. La piazza si è organizzata intorno alla fontana, non il contrario.
Palazzo Pezzola, la casa del brigante
Edificio tardo-rinascimentale del XVII secolo, si apre su un lato di Piazza Umberto I e fu dimora di Giulio Pezzola. È un dato che vale la pena soppesare: il brigante più celebre della valle non abitava in una grotta di montagna, abitava in un palazzo sulla piazza principale del proprio paese. Chi guarda la facciata capisce in trenta secondi che cosa fosse davvero il brigantaggio di confine nel Seicento, e non era quello dei romanzi.
La Torre Civica
Ottocentesca, è l'elemento verticale del paese e appartiene a quella stagione post-unitaria in cui i comuni italiani si dotarono di orologio pubblico e campana civile, separando il tempo del municipio da quello della parrocchia. È architettura minore, ma racconta un passaggio di mentalità.
Il Museo civico di Borgo Velino
Ha sede nel Palazzo Comunale, in Piazza Umberto I 33, e si articola in tre sezioni: una dedicata al mondo contadino, con oggetti e strumenti del lavoro e della vita rurale; una dedicata alla flora e alla fauna della valle del Velino, con attenzione particolare alle piante e alle erbe officinali; una terza dedicata ad affreschi e oggetti d'arte sacra. È classificato come ecomuseo a carattere etnoantropologico ed è censito nel repertorio nazionale dei musei di scienze della terra.
Non è un museo che si visita passando: l'apertura segue l'orario degli uffici comunali, in fascia mattutina, e conviene concordare l'accesso telefonicamente. Detto francamente: la sezione naturalistica sulle erbe officinali della valle è quella che vale il viaggio, perché è materiale raccolto sul territorio e non replicabile altrove, mentre la sezione etnografica è una buona raccolta di attrezzi contadini di tipologia diffusa in tutto l'Appennino.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Che Borgo Velino sia sulla Salaria lo sanno tutti. Che cosa fosse la Salaria, e che cosa abbia significato per questo paese, non lo dice quasi nessuno, e senza quel dato il borgo resta incomprensibile.
La via Salaria è la più antica delle strade consolari romane e non fu costruita dai Romani: fu ereditata. Era il tracciato lungo cui i Sabini portavano il sale dalle saline della foce del Tevere verso l'interno appenninico e verso l'Adriatico, e Roma lo formalizzò trasformando una pista di transumanza e di commercio in una strada di Stato. Questo significa che il fondovalle su cui sorge Borgo Velino è un corridoio di traffico continuo da almeno tre millenni, senza soluzione di continuità: sale, greggi, legioni, pellegrini, eserciti francesi, briganti, camion.
Le conseguenze per il paese sono tre, e si vedono tutte. La prima è la ricchezza archeologica: un ninfeo monumentale di età flavia in fondovalle, resti di villa e di strada nei comuni vicini, il tratto basolato e il miglio conservati a Posta, le terme imperiali delle Aquae Cutiliae a pochi chilometri. Nessuna di queste cose sarebbe qui se qui non fosse passata la Salaria.
La seconda conseguenza è militare. Il fondovalle è un passaggio obbligato, e chi passa lo occupa. Nel dicembre del 1798 le truppe francesi violarono il confine settentrionale del Regno di Napoli proprio lungo questa direttrice, e le località della Salaria furono costrette a ripetizione ad accogliere accampamenti, a fornire vettovaglie e a versare denaro al nemico. Il danno maggiore, in quella campagna, non lo subirono le città: lo subirono i paesi di strada, e Borgo Velino era un paese di strada.
La terza conseguenza è economica e vale ancora oggi. Il paese vive sulla statale, e la statale gli porta gli unici passanti che ha. Cinquantasei imprese attive e centotrentanove addetti, secondo la rilevazione del 2015, in un comune di novecento persone: sono numeri di una economia di prossimità che regge perché il fondovalle non è isolato. La Salaria, che nel 1798 portò i francesi, oggi porta chi si ferma a comprare i marroni in autunno. È lo stesso corridoio, con un altro contenuto.
Giulio Pezzola, il brigante di Borgo Velino
La figura che ha segnato l'immaginario del paese nacque al Borghetto nel 1598, figlio di un certo Morgante. Si sposò con Leonida e ebbe sei figli, Maddalena, Pirro, Patrizio, Giovanni Battista, Gianluca e Giacomo. Morì nel 1673 a settantacinque anni, precipitando dalla fortezza di Castel dell'Ovo a Napoli, dove era stato rinchiuso.
Quarant'anni di banda
L'attività brigantesca di Pezzola durò all'incirca quarant'anni, e durante quel periodo egli fu a capo di una banda composta, a seconda dei momenti storici, da un numero di uomini oscillante fra ottanta e trecento. Trecento uomini armati non sono una banda di sbandati: sono una formazione militare irregolare, e il fatto che un solo uomo ne abbia avuto il comando per decenni dice quanto il potere statale fosse debole su questa linea di confine.
Il confine in questione è quello fra il Regno di Napoli e lo Stato Pontificio, che tagliava l'Appennino esattamente qui. Un confine fra due Stati, entrambi deboli nella periferia montana, crea uno spazio dove chi è ricercato di là si rifugia di qua e viceversa. Il brigantaggio di confine seicentesco non fu un fenomeno di criminalità comune: fu un sistema politico non ufficiale, che i due Stati usavano e combattevano a seconda della convenienza.
Capitano di confine per la Spagna
Il passaggio decisivo avvenne nel 1624, quando la corte vicereale spagnola nominò Pezzola capitano di confine. Il brigante diventava agente dello Stato, con incarico di sorvegliare la linea e di reprimere le bande rivali: un modo classico di risolvere il problema, cioè arruolando chi lo crea. Servì i viceré di Napoli a partire dall'epoca di Antonio Álvarez de Toledo duca d'Alba, che tenne la carica fra il 1622 e il 1629, e continuò a operare sotto i successori.
Una delle sue azioni più clamorose risale alla vigilia di Natale del 1640: su ordine del duca di Medina Sidonia, Pezzola catturò a Roma il principe di Sangles. Catturare un principe dentro la capitale dello Stato Pontificio, per conto del viceré spagnolo di Napoli, la notte di Natale: è la misura di che cosa fosse diventato il capitano di confine del Borghetto.
Masaniello, Madrid e la caduta di Pezzola
Nel 1647, quando Napoli si sollevò con Masaniello, Pezzola combatté a fianco delle forze spagnole contro gli insorti. Il servizio gli valse il riconoscimento massimo: nel 1652 fu ricevuto in udienza dal re di Spagna a Madrid. Un uomo nato in un paese di novecento anime sulla Salaria, ricevuto dal sovrano dell'impero su cui non tramontava il sole.
La parabola si rovesciò in fretta. Nel 1659 cadde in disgrazia e i suoi beni furono confiscati; nel 1660 fu imprigionato a Castel dell'Ovo. Rimase in carcere tredici anni. Nel 1673, tentando la fuga, precipitò dalla fortezza e morì.
Che cosa resta di Pezzola a Borgo Velino
Resta il palazzo sulla piazza, resta il nome, e resta una rievocazione storica che il paese gli dedica in agosto, con il titolo del Brigante Pezzola. La sua storia, per ammissione della letteratura che se ne è occupata, è tuttora incerta in molti punti e arricchita dalla fantasia popolare: il personaggio storico e il personaggio leggendario si sono sovrapposti al punto che separarli richiede un lavoro d'archivio ancora in corso. Chi assiste alla rievocazione assiste alla versione che il paese si racconta, ed è una versione che vale la pena ascoltare, perché è il modo in cui una comunità elabora un antenato ingombrante.
La nostra opinione: il Pezzola è il miglior gancio narrativo dell'intera valle del Velino, molto più efficace del Ninfeo per chi non ha formazione archeologica, e i paesi della zona lo sfruttano troppo poco.

Margherita d'Austria, i Capitoli e i Farnese
Prima del Pezzola, il Borghetto ebbe un'altra padrona celebre. Dal 1472 al 1624 il paese fece parte del distretto di Cittaducale, e nel corso del Cinquecento divenne feudo di Margherita d'Austria, figlia naturale dell'imperatore Carlo V, moglie prima di Alessandro de' Medici e poi di Ottavio Farnese, governatrice dei Paesi Bassi e signora di una serie di feudi abruzzesi e laziali.
L'arrivo di Margherita produsse un mutamento profondo nella comunità, e non fu un mutamento gradito. Le fonti locali insistono su due elementi: l'aggravio fiscale imposto al feudo, giudicato eccessivo, e l'introduzione dei Capitoli, uno statuto speciale redatto appositamente per Borghetto, che regolava il comportamento dei borghettani nei confronti delle autorità e della cittadinanza stessa. Un codice di condotta scritto dall'alto per una comunità di montagna abituata a consuetudini non scritte è, storicamente, il punto in cui il potere centrale entra nella vita quotidiana.
Margherita morì a Ortona nel 1586 e i suoi feudi passarono per successione ai Farnese, che li tennero fino al 1731. Lo stemma farnesiano sulla fontana della piazza è il segno visibile di quel secolo e mezzo di appartenenza. Vale la pena notare la coincidenza cronologica: il feudo farnesiano copre esattamente il periodo in cui Giulio Pezzola nasce, cresce, comanda la propria banda e muore. Il brigante di confine e il feudatario farnesiano sono la stessa storia vista da due lati.
Memorie, i muri della storia: i murales di Borgo Velino
Dal 2021 il paese ospita un progetto di arte murale intitolato Memorie, i muri della storia, ideato e realizzato dalla scenografa Santina Eleuteri. L'intervento comincia lungo la Salaria e prosegue dentro il centro storico, con l'intenzione dichiarata di estendersi anche a Colle Rinaldo, ed è concepito come opera in continuo divenire più che come ciclo chiuso.
I soggetti sono presi dalla storia del paese e non dal repertorio decorativo generico: il brigante Giulio Pezzola, l'antica via del sale, la raccolta delle castagne, i musicanti e gli sbandieratori, le partite a carte, Margherita d'Austria, i luoghi di culto e gli edifici storici locali, dipinti ispirati a opere pittoriche del Seicento, i prodotti agricoli del territorio. L'obiettivo dichiarato è fare del borgo un museo all'aperto e usare la pittura murale come strumento di promozione turistica.
È un'operazione che negli ultimi quindici anni decine di paesi appenninici hanno tentato, con esiti molto disuguali. Qui funziona meglio della media per una ragione precisa: i soggetti sono documentati e leggibili, non sono illustrazioni astratte, e chi cammina lungo le strade riconosce sui muri le stesse cose che trova nel Museo civico e nella rievocazione di agosto. La coerenza fra il racconto dipinto e il racconto storico è quello che distingue un progetto di identità da una decorazione. Conviene percorrere il tratto lungo la Salaria a piedi, non in auto: dal finestrino i murales si perdono.
La foto giusta da fare al Borgo Velino (RI)
La fotografia che porta a casa Borgo Velino non è quella della piazza e non è quella della chiesa. È il profilo del borgo murato visto dal fondovalle, con le case addensate che formano un unico volume compatto e i monti alle spalle: è l'immagine che spiega in un colpo solo che cosa sia un borgo di fondovalle fortificato, e che nessuna descrizione rende altrettanto bene.
Il punto di ripresa si cerca dai margini dell'abitato, verso il fiume, spostandosi finché il paese si allinea con il versante retrostante. L'ora giusta è la prima del mattino o l'ultima del pomeriggio: la luce radente separa i piani, stacca il volume delle case dalla montagna e dà rilievo alla cinta muraria. A mezzogiorno la stessa inquadratura restituisce una massa bianca senza profondità.
La seconda fotografia da fare è dentro Via degli Otto Cantoni, e va impostata al contrario: qui serve il controluce. Ci si mette all'imbocco della strada con il sole basso in fondo, si espone per le ombre e si lascia bruciare il fondo. Gli spigoli delle case diventano una successione di piani che si sovrappongono, ed è la lettura visiva dell'addensamento edilizio di cui il paese vive.
La terza, per chi ha pazienza, è il Ninfeo dei Flavi con luce laterale. Il laterizio romano ha una tessitura che il sole radente tira fuori e che la luce frontale annulla completamente. Conviene avvicinarsi e riempire l'inquadratura con la muratura, invece di fotografare l'intero monumento da lontano: di lontano sembra un muro di contenimento, da vicino si vedono i corsi dei mattoni e le tracce delle nicchie.
Un avvertimento pratico che vale per tutte e tre: la valle è stretta e il sole sparisce dietro il versante molto prima del tramonto astronomico, soprattutto da ottobre a marzo. Chi programma la luce delle diciotto in novembre trova il paese già in ombra da un pezzo.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
La cronologia del paese si regge su una manciata di date che hanno cambiato davvero la vita dei borghettani.
Il Trecento: la discesa da Forca Pretula
La fondazione dell'abitato attuale, collocata dalla tradizione nel XIV secolo, è l'avvenimento fondativo: gli abitanti del castello di Forca Pretula lasciarono l'altura e si stabilirono in fondovalle, costruendo un borgo murato di pianta regolare. Non fu un trasferimento spontaneo di poche famiglie: fu un'operazione pianificata, come dimostra il disegno urbano.
1472: la tassa di Sisto IV ai frati del Borghetto
Papa Sisto IV impose ai frati del convento del Borghetto una tassa di tre once e otto grana. È il primo documento certo che attesta l'esistenza del convento, e la modestia della cifra fotografa la povertà della comunità religiosa locale.
1586: la morte di Margherita d'Austria e il passaggio ai Farnese
Alla morte della feudataria, avvenuta a Ortona, i suoi feudi passarono per successione ai Farnese. Per il Borghetto cominciò un secolo e mezzo di appartenenza farnesiana, destinato a durare fino al 1731.
1624: Pezzola nominato capitano di confine
La corte vicereale spagnola trasformò il capo banda del Borghetto in un funzionario armato del Regno di Napoli. È l'anno in cui la storia privata di una famiglia del paese entra nella politica internazionale.
1642: Pezzola nelle cronache
La letteratura locale indica questo anno come quello della prima comparsa del brigante del Borghetto sulla scena storica documentata, ed è la data che la memoria del paese ha conservato come inizio della vicenda.
1647: il Borghetto contro Masaniello
Le truppe irregolari guidate da Pezzola combatterono a fianco degli spagnoli durante la rivolta napoletana. Un paese di confine appenninico si trovò coinvolto in uno degli eventi maggiori della storia del Mezzogiorno.
1673: la caduta da Castel dell'Ovo
Dopo tredici anni di prigionia, Giulio Pezzola morì tentando la fuga dalla fortezza napoletana. Con lui finì il brigantaggio organizzato di questa parte di confine nella forma che aveva avuto per decenni.
Dicembre 1798: l'invasione francese lungo la Salaria
Le truppe francesi violarono la sicurezza dei confini del Regno di Napoli dalle parti di Rieti, Norcia e Cascia. I danni maggiori li subirono le località lungo la Salaria, costrette a più riprese a ospitare accampamenti e a fornire vettovaglie e denaro. Sul finire di quell'anno la Francia controllava quasi tutta la penisola, con l'eccezione della Sardegna e di gran parte del Regno di Napoli.
Marzo 1821: la battaglia di Antrodoco a pochi chilometri
Fra il 7 e il 10 marzo 1821 si combatté ad Antrodoco, a pochissima distanza da qui, lo scontro che la storiografia considera la prima battaglia del Risorgimento italiano. Borgo Velino non fu teatro dei combattimenti, ma ne fu retrovia immediata, con tutto quello che significa per un paese di fondovalle.
Giugno 1863: Borghetto diventa Borgo Velino
Poco dopo l'Unità, il comune cambiò nome. È la data che chiude la vicenda antica e apre quella contemporanea.
1927 e 1928: il cambio di provincia e la soppressione del comune
Nel 1927 Borgo Velino passò dalla provincia dell'Aquila alla neonata provincia di Rieti, e con esso l'intera alta valle del Velino cambiò regione, lasciando l'Abruzzo per il Lazio. L'anno successivo il comune fu abolito e reso frazione di Antrodoco. Sono i due colpi che hanno riscritto l'identità amministrativa del paese in ventiquattro mesi.
Dicembre 1957: il ritorno all'autonomia
Dopo quasi trent'anni da frazione, Borgo Velino tornò a essere comune autonomo. È la data che i borghettani ricordano con maggiore soddisfazione, e si capisce perché.
2021: il paese si dipinge addosso la propria storia
Con l'avvio del progetto Memorie, i muri della storia, la comunità ha scelto di raccontarsi sui propri muri. È l'ultimo avvenimento della serie, ed è l'unico in cui il paese è soggetto e non oggetto.
Chi è passato dal Borgo Velino (RI)
Un paese di fondovalle sulla più antica delle consolari ha visto passare molta più gente di quanta ne abbia ospitata. Ecco chi, con le cautele del caso.
Vespasiano e Tito
La dinastia flavia è di casa in questa valle, e il dato non è campanilismo. Vespasiano nacque nel 9 dopo Cristo a Falacrinae, oggi nel territorio di Cittareale, lungo la Salaria a nord di Antrodoco: gli scavi vi hanno riportato alla luce una necropoli di cinquantadue tombe e una villa di circa duemilacinquecento metri quadrati, e i materiali sono confluiti nel museo civico dedicato a Tito Flavio Vespasiano. Padre e figlio frequentarono le acque delle Aquae Cutiliae, il complesso termale fra Castel Sant'Angelo e Cittaducale, negli ultimi anni della loro vita. Il Ninfeo di Borgo Velino appartiene a questo sistema di presenze imperiali nel fondovalle: la lettura tradizionale lo vuole parte di una villa costruita per accogliere i Flavi.
Antrodoco, che nell'antichità si chiamava Interocrium, era stazione di posta sulla Salaria e la letteratura sul territorio ricorda i passaggi di Vespasiano e dei figli Tito e Domiziano. Chi cammina oggi sul fondovalle cammina su un tratto di strada che ha visto transitare tre imperatori della stessa famiglia.
San Francesco d'Assisi
La tradizione locale vuole che il Poverello abbia dimorato nel Convento della Valle durante i suoi pellegrinaggi attraverso la Sabina. Come detto, è tradizione e non documento. Quello che è storicamente accertato è la centralità della valle reatina nell'esperienza francescana: Greccio, dove nel 1223 fu allestito il primo presepe, Fonte Colombo, dove Francesco dettò la Regola e subì la cauterizzazione agli occhi, Poggio Bustone e La Foresta compongono il circuito dei quattro santuari. Borgo Velino non appartiene a quel circuito, ma appartiene al suo raggio geografico.
Margherita d'Austria
La figlia naturale di Carlo V fu signora del feudo nel Cinquecento e lasciò al Borghetto i Capitoli, cioè uno statuto scritto su misura. Non risulta che risiedesse qui, ma la sua azione di governo entrò nella vita quotidiana del paese più di quanto avrebbe fatto una residenza.
I Farnese
Dopo il 1586 la famiglia tenne il feudo fino al 1731. Il loro stemma sulla fontana della piazza è la traccia visibile di quel dominio, e lo stesso casato lega questo angolo di provincia reatina a Farnese nell'alto Lazio e a mezza storia dell'arte italiana del Cinquecento.
Giulio Pezzola
Il borghettano più celebre di sempre non è passato di qui: di qui è partito. Nato nel 1598 nel paese, capitano di confine per la Spagna dal 1624, ricevuto dal re di Spagna a Madrid nel 1652, morto a Napoli nel 1673. Il suo palazzo sulla piazza è l'unico luogo del paese dove si può dire con certezza che un personaggio di rilievo europeo abbia abitato.
Le truppe francesi del 1798 e gli eserciti del 1821
Non sono nomi propri, ma sono i passaggi che hanno lasciato il segno più duro. Le colonne francesi che nel dicembre 1798 risalirono la Salaria e gli eserciti che nel marzo 1821 si affrontarono ad Antrodoco attraversarono questo fondovalle, e i paesi di strada ne pagarono il prezzo in requisizioni e alloggiamenti.
Santina Eleuteri
La scenografa che dal 2021 sta dipingendo la storia del paese sui muri di Borgo Velino è l'ultimo nome della lista, ed è l'unico contemporaneo. Il progetto Memorie, i muri della storia si estende dalla Salaria al centro storico ed è tuttora in corso.
Cosa vedere intorno a Borgo Velino
Il raggio utile è di venti chilometri, e dentro quel raggio la densità di cose serie è alta.
Antrodoco, a due passi da Borgo Velino
Il centro confinante, poco più di duemiladuecento abitanti, si stringe fra tre gruppi montuosi: il Monte Giano, 1820 metri, il Monte Nuria, 1888 metri, e il Monte Elefante, 2089 metri. Il suo monumento maggiore è la chiesa di Santa Maria extra moenia, consacrata dal vescovo di Rieti nel 1051 e citata in un documento papale del 1154, con facciata a capanna in pietra sbozzata, portale e rosone in asse, e soprattutto un campanile quadrato in stile romanico lombardo ad alternanza di pietra bianca e rossa che richiama l'edilizia aquilana. L'interno è a tre navate, con la centrale chiusa da un'abside semicircolare affrescata con il Redentore benedicente; fra gli affreschi si segnalano una Crocifissione del XIV secolo e uno Sposalizio di santa Caterina d'Alessandria dell'inizio del XV. L'edificio forma un complesso unitario con l'attiguo battistero di San Giovanni. L'origine del sito, secondo la lettura corrente, risale a un tempio dedicato a Diana lungo la Salaria in età romana, con ricostruzione in epoca normanna e ampliamenti dall'XI secolo in poi.
Sul Monte Giano, sopra il paese, è leggibile la scritta DUX realizzata con la messa a dimora di pini nel 1939 e gravemente danneggiata dall'incendio del 2017. Antrodoco è anche la patria del marrone antrodocano, prodotto a indicazione geografica protetta, e di dolci come gli stracci antrodocani e i ciambelletti della sposa. La città ha ottenuto il titolo di città nel 2006 e fino al 1927 apparteneva alla provincia dell'Aquila.
Le Gole del Velino
A monte di Antrodoco il fiume si incassa in una forra fra pareti di roccia, lungo la direttrice che porta verso Sigillo e Posta. È il tratto in cui la valle si chiude e mostra la ragione geologica della propria esistenza. L'area è percorsa da sentieri del Club Alpino Italiano, fra cui il numero 437, che collega Antrodoco alle Gole e a Sigillo, ed è frequentata anche dall'arrampicata sportiva, con una falesia attrezzata di recente apertura. Chi non cammina può limitarsi al tratto stradale, che già dà l'idea; chi cammina trovi le indicazioni aggiornate presso il CAI locale, perché la percorribilità dei sentieri in forra cambia con le stagioni e con lo stato del fiume.
Castel Sant'Angelo e le Aquae Cutiliae
A pochi chilometri verso Rieti, il territorio di Castel Sant'Angelo e quello di Cittaducale si dividono uno dei complessi archeologici più notevoli del reatino: le Aquae Cutiliae, terme sulfuree note dall'antichità, con resti articolati su quattro terrazze per un fronte di quattrocento metri e una natatio di sessanta metri per trentaquattro, con gradini di accesso ripidi e un ambiente absidato che doveva funzionare da ninfeo. Accanto, il lago di Paterno, specchio d'acqua di origine carsica che Plinio, Seneca e Varrone consideravano l'ombelico d'Italia e che era sacro alla dea sabina Vacuna. Dionigi di Alicarnasso descrive Cutilia come un centro importante degli Aborigeni. È il luogo dove, secondo la tradizione antica, Vespasiano trascorse gli ultimi giorni.
Cittaducale
Cittaducale dista dieci chilometri da Rieti e conserva l'impianto della città nuova angioina fondata nel 1308 da Carlo II d'Angiò in onore del figlio Roberto, duca di Calabria: pianta ellittica sul modello del castrum romano, due strade perpendicolari che si incrociano in Piazza del Popolo, dove si affacciano gli edifici pubblici. Il duomo di Santa Maria del Popolo fu sede diocesana fino al 1818 e mostra caratteri della scuola abruzzese, pur avendo subito i terremoti del 1703 e del 1898. Il Cassero di San Magno, la torre angioina a pianta a ferro di cavallo, difende Porta Napoli. Per chi ha letto sopra la questione dell'urbanistica angioina di Borgo Velino, Cittaducale è la controprova sul terreno.
Rieti e il centro d'Italia
Rieti è il capoluogo e dista una ventina di chilometri. Conserva le mura, il palazzo papale, i sotterranei del viadotto romano e una conca che fu lago fino alla deviazione romana delle acque verso le Marmore. Chi risale il fiume trova la Cascata delle Marmore, che di quell'intervento idraulico è il prodotto finale, spettacolo idraulico costruito dai Romani e regolato ancora oggi.
Il Terminillo e i Monti Reatini
Il Terminillo raggiunge i 2217 metri e appartiene ai comuni di Rieti, Cantalice, Leonessa e Micigliano, ma il massiccio nel suo insieme interessa anche Borgo Velino, Cittaducale e Poggio Bustone. Dista circa 32 chilometri da Rieti e fra gli 80 e i 90 da Roma, ragione per cui è soprannominato la montagna di Roma. Le stazioni sciistiche sono due: Pian de' Valli, sul versante meridionale a 1640 metri, e Campo Stella sul versante di Leonessa. Il Club Alpino Italiano gestisce due rifugi, il Sebastiani a 1820 metri e il Rinaldi a 2108. Il versante settentrionale conserva la neve più a lungo, fino a maggio e giugno.
La Riserva dei Laghi Lungo e Ripasottile
Nella piana reatina, a nord ovest del capoluogo, la Riserva dei Laghi Lungo e Ripasottile conserva gli ultimi due specchi d'acqua superstiti dell'antico Lacus Velinus. È l'ambiente giusto per chi viaggia con il binocolo, ed è la controparte naturalistica di una giornata archeologica in valle.
Più lontano: L'Aquila, Amatrice, Leonessa
Proseguendo lungo la ferrovia e la statale verso est si arriva a L'Aquila; risalendo la Salaria verso nord si incontrano Amatrice e, deviando, Leonessa, con il suo corso porticato. Sono tutte destinazioni di mezza giornata che condividono con Borgo Velino la stessa storia di confine fra Regno di Napoli e Stato Pontificio.
Le feste di Borgo Velino, mese per mese
Il calendario del paese è concentrato fra luglio e ottobre, con una coda invernale.
Luglio: Il Borgo in Sagra e Borgoincontra
La stagione si apre con Il Borgo in Sagra, la manifestazione gastronomica che porta i tavoli dentro il centro storico, e con Borgoincontra, rassegna di incontri. È il momento in cui il paese comincia a riempirsi di chi torna per le vacanze.
Agosto: l'Agosto Borghettano
Il mese è il cuore del calendario e prende il nome dal contenitore che raccoglie tutto, l'Agosto Borghettano. Dentro ci sono il Tressette Animato, dove il gioco di carte diventa spettacolo con figuranti in costume; la rievocazione del Brigante Pezzola; Campanili sul Velino; l'InBorgo Performing Art Festival; e la Not(t)e di Mezza Estate, concorso internazionale di canto che cade il 18 agosto. Chi vuole vedere Borgo Velino nella sua versione più viva deve venire in agosto, sapendo però che troverà il paese pieno e che il silenzio del borgo, che è una delle sue qualità, in quelle settimane non c'è.
Settembre: le feste mariane
La seconda domenica di settembre si celebra a Colle Rinaldo la festa della Natività di Maria Santissima; la quarta domenica è dedicata a Maria Santissima del Santo Amore. Sono le feste devozionali più sentite, e hanno un carattere diverso dalle manifestazioni di agosto: meno spettacolo, più comunità.
Ottobre: la festa di San Dionigi
Il 9 ottobre ricorre la festa del patrono, San Dionigi, cioè il titolare della chiesa antica fuori le mura. È la data che chiude la stagione all'aperto.
Novembre e dicembre: marroni e mercatini
In novembre il calendario locale segnala la Sagra del Marrone Antrodocano, legata alla castanicoltura della valle e al prodotto a indicazione geografica protetta della zona; in dicembre arrivano i mercatini di Natale. Le date precise cambiano di anno in anno e vanno verificate presso il Comune o la Pro Loco prima di mettersi in viaggio.
Che cosa si mangia a Borgo Velino e dintorni
La cucina è quella dell'alta valle del Velino, cioè una cucina di montagna povera che ha scelto poche materie prime e le ha lavorate bene. Il territorio, come registrano le fonti sul comune, produce raccolti abbondanti di granaglie, castagne e uva, e conserva pascoli nelle zone alte.
Il marrone e la castanicoltura
La castagna è la coltura identitaria del fondovalle e dei versanti, e il marrone antrodocano è il prodotto a indicazione geografica protetta che la rappresenta. Nella pittura murale di Borgo Velino la raccolta delle castagne è uno dei soggetti scelti, il che dice quanto la coltura pesi nell'autorappresentazione del paese.
I dolci della valle
Gli stracci antrodocani e i ciambelletti della sposa sono i dolci tradizionali del centro vicino, e si trovano nei forni della zona. Sono preparazioni semplici, di quelle legate a occasioni precise del calendario familiare.
Dove si mangia
Il paese ha una offerta di ristorazione proporzionata ai suoi abitanti, quindi ridotta e non sempre aperta fuori stagione. Fuori dai mesi estivi conviene telefonare prima o programmare il pranzo ad Antrodoco, che ha più scelta. Nei giorni delle sagre, al contrario, si mangia in piazza ed è la soluzione migliore.
Quando andare a Borgo Velino
La risposta breve: fine settembre e ottobre. La risposta lunga merita qualche riga in più.
Primavera
Da aprile a giugno il fondovalle è verde, i sentieri verso le Gole sono praticabili e il Terminillo conserva neve sul versante nord. È la stagione migliore per chi combina il borgo con il cammino.
Estate
Luglio e agosto portano le manifestazioni e la popolazione tornata. Il paese è vivo, ma la visita del borgo perde la sua qualità principale, che è il silenzio. Chi viene in agosto venga per le feste, non per il borgo.
Autunno
È la stagione che consiglio. Le castagne, la luce bassa che esalta il laterizio del Ninfeo e il volume delle case, i colori dei versanti, la festa del patrono il 9 ottobre e la sagra del marrone in novembre. Il paese torna alle sue dimensioni reali e si lascia guardare.
Inverno
Fa freddo e la valle è in ombra per gran parte della giornata, ma il Terminillo funziona e Borgo Velino diventa una sosta sulla strada della neve. I mercatini di dicembre sono l'occasione locale.
Borgo Velino con i bambini
Funziona meglio di quanto ci si aspetti, per tre ragioni. La prima è che il borgo è piccolo e chiuso: dentro le mura le distanze sono minime e il traffico è quasi assente, quindi si cammina senza ansia. La seconda è che c'è una storia di briganti, e la storia di Giulio Pezzola, raccontata davanti al palazzo dove abitava, funziona con qualunque bambino sopra i sei anni meglio di qualunque spiegazione archeologica. La terza sono i murales: una caccia ai soggetti dipinti lungo le strade trasforma la passeggiata in un gioco, e i soggetti sono riconoscibili.
La sezione naturalistica del Museo civico, con le erbe officinali della valle, è quella che i più piccoli seguono meglio, a patto di aver concordato l'apertura. Per il resto, il Ninfeo dei Flavi chiede immaginazione: conviene arrivarci dopo aver spiegato che cos'era un ninfeo, altrimenti resta un muro.
Accessibilità di Borgo Velino
Il centro storico è di impianto medievale, con strade strette, pendenze e fondi irregolari: è percorribile con difficoltà in sedia a rotelle e chi ha problemi di deambulazione deve mettere in conto un percorso ridotto. Piazza Umberto I e il fronte del palazzo comunale sono la parte più agevole. Il Ninfeo dei Flavi, trovandosi in un'area a giardino ai margini dell'abitato, è raggiungibile più facilmente. Per il Museo civico, che ha sede dentro il palazzo comunale, conviene chiedere al Comune indicazioni sull'accesso prima di presentarsi.
Le chiese, e in particolare quella dei Santi Dionigi, Rustico ed Eleuterio fuori dall'abitato, richiedono uno spostamento su strada che non sempre ha marciapiede. Chi viaggia con persone a mobilità ridotta pianifichi soste in auto ravvicinate invece di un unico giro a piedi.
Domande frequenti sul Borgo Velino (RI)
Dove si trova esattamente Borgo Velino?
Borgo Velino si trova in provincia di Rieti, nell'alta valle del Velino, sulla sinistra del fiume, nel breve tratto pianeggiante fra Castel Sant'Angelo e Antrodoco, a 460 metri di quota. Il municipio è in Piazza Umberto I 33, CAP 02010.
Quanto dista Borgo Velino da Roma?
Borgo Velino dista poco meno di cento chilometri da Roma lungo la via Salaria. In auto il tempo reale di percorrenza oscilla fra un'ora e quaranta e due ore, a seconda del traffico sulla Salaria.
Cosa vedere a Borgo Velino: che cos'è il Ninfeo dei Flavi?
Il Ninfeo dei Flavi è il monumento romano più importante di Borgo Velino, un grande parallelepipedo in laterizio databile al I secolo dopo Cristo e lungo circa trenta metri, conservato in un'area a giardino pubblico ai margini del centro abitato. È raggiungibile con più facilità rispetto ad altri punti del borgo, trovandosi fuori dalle mura.
Borgo Velino è adatto a una visita con i bambini?
Sì, Borgo Velino funziona meglio di quanto ci si aspetti con i bambini, perché il borgo è piccolo e chiuso, con distanze minime e traffico quasi assente. La storia del brigante Giulio Pezzola, raccontata davanti al palazzo dove abitava, funziona con qualunque bambino sopra i sei anni.
Borgo Velino è accessibile in sedia a rotelle?
Il centro storico di Borgo Velino, di impianto medievale con strade strette, pendenze e fondi irregolari, è percorribile con difficoltà in sedia a rotelle, e chi ha problemi di deambulazione deve mettere in conto un percorso ridotto. Piazza Umberto I e il fronte del palazzo comunale sono la parte più agevole, mentre il Ninfeo dei Flavi, in un'area a giardino, è raggiungibile più facilmente.
Qual è il periodo migliore per visitare Borgo Velino?
Il periodo consigliato per visitare Borgo Velino è fine settembre e ottobre. Da aprile a giugno il fondovalle è verde e i sentieri verso le gole sono praticabili, mentre luglio e agosto portano le manifestazioni del paese ma rendono la visita del borgo meno confortevole per il caldo.
Quanto tempo serve per visitare Borgo Velino?
Mezza giornata basta per visitare il paese di Borgo Velino, mentre una giornata piena serve per completare l'anello di valle che comprende anche i dintorni, come Antrodoco, con la sua chiesa di Santa Maria extra moenia consacrata nel Medioevo.
Come organizzare la visita a Borgo Velino
Mezza giornata basta per il paese, una giornata piena serve per l'anello di valle. Chi viaggia con un gruppo, o chi vuole che qualcuno gli costruisca l'itinerario fra i paesi della valle del Velino senza perdere tempo sui siti istituzionali, può rivolgersi alla rete di accompagnatori turistici abilitati di TourLeaderPro, che lavora su Roma e sul Lazio e progetta itinerari su misura. Per i gruppi ristretti e per le giornate costruite sul territorio esiste la sezione dedicata alle esperienze private e di piccolo gruppo; per un preventivo o per una richiesta specifica si passa dalla pagina contatti.
Chi arriva dall'estero, o chi organizza il viaggio per amici che non leggono l'italiano, trova la versione inglese di questo pezzo di Lazio nella guida al Lazio di ItalyPlanner, che imposta la regione a partire da Roma e dalle gite fuori porta. La logica generale delle escursioni in giornata, con i tempi dei treni e i ritorni serali, è spiegata nella pagina dedicata alle day trips in Italia, mentre chi prepara prima la capitale e solo dopo il contorno parta dalla guida alle cose da fare a Roma.
Un itinerario di una giornata da Roma
Partenza alle sette e mezza, Salaria fino ad Antrodoco, arrivo intorno alle nove e mezza. Santa Maria extra moenia e il battistero di San Giovanni fino alle undici. Trasferimento a Borgo Velino, Ninfeo dei Flavi, borgo murato, Via degli Otto Cantoni e Piazza Umberto I fino all'una. Pranzo. Pomeriggio fra le Aquae Cutiliae, il lago di Paterno e Cittaducale. Rientro su Roma passando per Rieti. È una giornata piena ma non affannata, e copre duemila anni di storia della stessa valle.
Un fine settimana in valle del Velino
Con due giorni si aggiungono le Gole del Velino a piedi, la Riserva dei Laghi Lungo e Ripasottile all'alba, e uno dei santuari francescani. Il vantaggio del pernottamento è la luce: il primo mattino e l'ultima ora del pomeriggio sono i due momenti in cui questa valle si fa fotografare, e chi arriva e riparte in giornata li perde entrambi.
Domande veloci sul Borgo Velino (RI)
Dove si trova esattamente Borgo Velino?
In provincia di Rieti, nell'alta valle del Velino, sulla sinistra del fiume, nel breve tratto pianeggiante fra Castel Sant'Angelo e Antrodoco, a 460 metri di quota. Il municipio è in Piazza Umberto I 33, CAP 02010.
Quanto dista Borgo Velino da Roma?
Poco meno di cento chilometri lungo la via Salaria. In auto il tempo reale oscilla fra un'ora e quaranta e due ore, a seconda del traffico sul tratto fra Passo Corese e Rieti.
Quanto dista Borgo Velino da Rieti?
Una ventina di chilometri abbondanti lungo la Salaria verso L'Aquila.
Si arriva a Borgo Velino in treno?
Sì. La stazione di Antrodoco-Borgo Velino, sulla linea Terni-Rieti-L'Aquila-Sulmona, dista poco più di un chilometro dal centro storico. Da Rieti il viaggio dura una mezz'ora scarsa. Da Roma non esiste collegamento diretto: serve un cambio.
Quanto costa visitare Borgo Velino?
Il borgo non ha biglietteria: si visita gratuitamente. Per il Museo civico conviene chiedere al Comune le condizioni di accesso.
Serve prenotare per visitare Borgo Velino?
Per il paese no. Per il Museo civico e per l'apertura delle chiese sì, nel senso che conviene telefonare in anticipo al Comune, perché non esiste custodia continuativa.
Quanto tempo ci vuole per visitare Borgo Velino?
Un'ora e mezza per il borgo murato e il Ninfeo dei Flavi con calma. Mezza giornata se si aggiungono il Museo civico e Colle Rinaldo. Una giornata piena se si estende l'anello ad Antrodoco e alle Aquae Cutiliae.
Qual è il monumento principale di Borgo Velino?
Il Ninfeo dei Flavi, struttura in laterizio del I secolo dopo Cristo, lunga una trentina di metri, conservata in un'area a giardino ai margini dell'abitato.
Il Ninfeo dei Flavi si può visitare?
È conservato in un'area verde pubblica ed è visibile dall'esterno. Le condizioni di accesso all'area vanno verificate sul posto o presso il Comune.
Perché si chiama Ninfeo dei Flavi?
Per il legame fra la dinastia flavia e questa valle: Vespasiano nacque a Falacrinae, lungo la Salaria a nord, e con il figlio Tito frequentò le terme delle Aquae Cutiliae poco più a valle. La lettura tradizionale vede nel monumento il ninfeo di una villa costruita per accogliere gli imperatori. Esistono però anche l'ipotesi della semplice cisterna e quella del santuario di Diana.
Chi era Giulio Pezzola?
Il brigante nato a Borgo Velino, allora Borghetto, nel 1598. Guidò per circa quarant'anni una banda fra gli 80 e i 300 uomini sul confine fra Regno di Napoli e Stato Pontificio, fu nominato capitano di confine dalla corte vicereale spagnola nel 1624, combatté contro Masaniello nel 1647, fu ricevuto dal re di Spagna a Madrid nel 1652, cadde in disgrazia nel 1659 e morì nel 1673 precipitando da Castel dell'Ovo mentre tentava la fuga.
Si può visitare Palazzo Pezzola a Borgo Velino?
Il palazzo seicentesco che fu dimora del brigante si affaccia su Piazza Umberto I e se ne ammira il fronte dalla piazza. Per eventuali aperture interne, che dipendono dalle manifestazioni, va chiesto al Comune o alla Pro Loco.
Perché gli abitanti di Borgo Velino si chiamano borghettani?
Perché fino al giugno 1863 il comune si chiamava Borghetto. Il nome fu cambiato in Borgo Velino, ma il gentilizio antico è rimasto nell'uso, e in dialetto sabino il paese resta Borghittu.
Quante chiese ci sono a Borgo Velino?
Sei fra capoluogo e frazione: San Matteo Apostolo, i Santi Dionigi Rustico ed Eleuterio detta di Sant'Antonio, Santa Lucia, l'ex convento di San Francesco detto Convento della Valle, e a Colle Rinaldo il Santuario della Madonna delle Grazie e la chiesa della Natività di Maria Santissima.
Qual è la chiesa più antica di Borgo Velino?
Quella dei Santi Dionigi, Rustico ed Eleuterio, riferita all'XI o al XII secolo a seconda delle fonti, ricostruita intorno al 1500 e con frammenti di reimpiego riferiti ai secoli VII e VIII nella muratura.
San Francesco è stato davvero a Borgo Velino?
La tradizione locale lo afferma per il Convento della Valle, ma manca la documentazione. La presenza francescana nella valle reatina è invece accertata a Greccio, Fonte Colombo, Poggio Bustone e La Foresta.
Che cos'è il Museo civico di Borgo Velino?
Un ecomuseo a carattere etnoantropologico con sede nel Palazzo Comunale, in tre sezioni: mondo contadino, flora e fauna della valle con le erbe officinali, affreschi e oggetti d'arte sacra. L'apertura segue l'orario degli uffici comunali, in fascia mattutina.
Quali sono le feste principali di Borgo Velino?
Il Borgo in Sagra e Borgoincontra in luglio; l'Agosto Borghettano con il Tressette Animato, la rievocazione del Brigante Pezzola, Campanili sul Velino, l'InBorgo Performing Art Festival e la Not(t)e di Mezza Estate del 18 agosto; le feste mariane della seconda e della quarta domenica di settembre; San Dionigi il 9 ottobre; la sagra del marrone in novembre e i mercatini in dicembre.
Quando conviene andare a Borgo Velino?
Fine settembre e ottobre, per la luce, le castagne e il paese tornato alle sue dimensioni. Agosto se si viene per le feste.
Borgo Velino è adatto ai bambini?
Sì. Il borgo è piccolo e con poco traffico, la storia del brigante Pezzola cattura, e i murales del progetto Memorie trasformano la passeggiata in una caccia ai soggetti dipinti.
Borgo Velino è accessibile in sedia a rotelle?
Solo in parte. Piazza Umberto I e il fronte del palazzo comunale sono agevoli; le strade interne del borgo medievale hanno fondi irregolari e pendenze. Il Ninfeo, in area a giardino, è più semplice da raggiungere.
Si possono fare fotografie a Borgo Velino?
All'aperto sì, senza limitazioni. Dentro le chiese e nel museo vale la regola del buon senso e l'eventuale indicazione di chi apre: si chiede prima e non si usa il flash.
Che cosa sono i murales di Borgo Velino?
Il progetto Memorie, i muri della storia, avviato nel 2021 dalla scenografa Santina Eleuteri, che dipinge sui muri del paese, dalla Salaria al centro storico, i soggetti della storia locale: Pezzola, la via del sale, la raccolta delle castagne, Margherita d'Austria, gli sbandieratori, i prodotti del territorio.
Che differenza c'è fra Borgo Velino e Antrodoco?
Antrodoco è più grande, ha il titolo di città dal 2006 e possiede in Santa Maria extra moenia un monumento romanico di primo rango, oltre alle Gole del Velino e al marrone IGP. Borgo Velino è più piccolo e più compatto, e offre il borgo murato di impianto angioino, il Ninfeo dei Flavi e la vicenda di Pezzola. Si visitano insieme nella stessa mezza giornata.
Si può sciare vicino a Borgo Velino?
Sì, al Terminillo, che raggiunge i 2217 metri e ha le stazioni di Pian de' Valli a 1640 metri e di Campo Stella sul versante di Leonessa. Dal fondovalle si arriva passando per Rieti.
Che cosa si mangia a Borgo Velino?
Cucina di montagna basata su granaglie, castagne e prodotti dei pascoli. Il marrone antrodocano IGP è il prodotto identitario della zona, e nei forni della valle si trovano gli stracci antrodocani e i ciambelletti della sposa.
Dove si parcheggia a Borgo Velino?
Negli spiazzi ai margini del centro storico e lungo la viabilità esterna. Dentro le mura le strade sono strette e conviene entrare a piedi dalla porta turrita.
Quanti abitanti ha Borgo Velino?
Intorno ai novecento, con una sola frazione, Colle Rinaldo. Il patrono è San Dionigi.
Il giudizio su Borgo Velino
Conviene diffidare dei paesi che si presentano bene in fotografia. Borgo Velino si presenta male: dalla statale sembra una fila di case, e chi passa a cento all'ora non ha ragione di fermarsi. Poi si entra dalla porta turrita, si percorrono le due strade parallele, si attraversa Via degli Otto Cantoni e si capisce di essere dentro un disegno, non dentro una crescita spontanea. Quel disegno viene dalla Francia degli Angiò e ha settecento anni. Fuori dalle mura, in un giardino di paese, c'è un muro di mattoni romani lungo trenta metri che apparteneva al paesaggio di una dinastia imperiale nata a pochi chilometri di qui. Sulla piazza c'è il palazzo di un uomo che comandava trecento armati e fu ricevuto dal re di Spagna.
Tre cose, dette in fila, valgono più di molte città d'arte minori che si fanno pagare il biglietto. Il consiglio finale è di non venire di corsa e di non venire a mezzogiorno: prendetevi un pomeriggio d'ottobre, arrivate alle quattro, restate fino al buio e parlate con chi trovate in piazza. I borghettani raccontano il proprio brigante meglio di qualunque pannello, e sono l'unica parte del patrimonio che non si può fotografare.
Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.
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