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Arsoli (RM)

In breve. Arsoli si trova a 470 metri di quota sull'ultimo sperone roccioso della valle dell'Aniene prima del confine abruzzese, in Città metropolitana di Roma Capitale, con poco più di milletrecento abitanti e un castello privato che domina l'abitato da un dirupo.

Arsoli si trova a 470 metri di quota sull'ultimo sperone roccioso della valle dell'Aniene prima del confine abruzzese, in Città metropolitana di Roma Capitale, con poco più di milletrecento abitanti e un castello privato che domina l'abitato da un dirupo. Da Roma sono un'ora scarsa: autostrada A24 Roma-Teramo fino all'uscita di Carsoli-Oricola e poi cinque chilometri di provinciale, oppure la vecchia strada statale 5 Tiburtina Valeria, che entra in paese passando sotto il castello. Il treno regionale della linea Roma-Pescara ferma alla stazione di Arsoli, inaugurata il 28 luglio 1888 e situata a circa un chilometro dall'abitato, con collegamenti diretti verso Roma Tiburtina e Avezzano; la stazione è impresenziata dal 9 giugno 2001, quindi il biglietto va comprato prima di salire. Il centro storico si gira a piedi in un'ora e si visita gratis: si paga solo il Museo delle Tradizioni Musicali della Valle dell'Aniene, in Corso Borgo San Bartolomeo 63, aperto dal lunedì al venerdì 9.30-12.30, il sabato e la domenica 9.30-12.30 e 15.30-18.30, chiuso il martedì, telefono 0774 920290. Il Castello Massimo, che resta proprietà della famiglia Massimo, si apre su richiesta tramite la Pro Loco di Arsoli, allo stesso numero: le visite guidate sono state sospese per i lavori di restauro, quindi conviene telefonare prima di mettersi in macchina. Ingresso al borgo libero, parcheggio nei piazzali sotto le mura.

Il paese fa parte del territorio dei Monti Simbruini, la catena che chiude a oriente la provincia romana e che qui si salda ai Monti Lucretili: chi arriva ad Arsoli per il borgo finisce quasi sempre per restare anche per i sentieri.

Arsoli (RM) il borgo incantato e il suo Castello Massimo
Arsoli (RM) il borgo incantato e il suo Castello Massimo

Dove si trova Arsoli (RM) e perché la sua posizione conta

Guardate una carta della valle dell'Aniene e capirete Arsoli in trenta secondi. Il fiume scende da Filettino, taglia Subiaco, si allarga verso Agosta e Marano Equo, poi la valle si stringe. In quel punto di strozzatura, dove il Lazio finisce e comincia la Marsica, la roccia solleva uno sperone: sopra c'è il paese, sotto passa la strada. Da qui è transitato tutto: le greggi della transumanza, le legioni, i pellegrini diretti all'Abruzzo, le orde che scendevano da nord verso Roma, i camion di oggi sull'A24. Arsoli non è un paese di montagna isolato, è un paese di soglia, e la differenza si sente nell'architettura: mura, porte, un castello che guarda in due direzioni.

Il nome lo dice meglio di qualunque descrizione. I documenti medievali chiamano il posto mons qui vocatur saxa seu Arsula, il monte detto dei sassi ovvero Arsula: prima ancora del borgo c'era il masso. In dialetto locale gli arsolani dicono Àrzuli, e la forma dialettale sopravvive nelle insegne, nelle canzoni della banda e nei nomi dei piatti che sentirete alle sagre.

Le distanze reali da Roma e dai borghi vicini

Da Roma centro sono circa 65 chilometri, un'ora se il Grande Raccordo Anulare vi lascia in pace, un'ora e venti in un venerdì di agosto. Da Tivoli sono quaranta minuti risalendo la valle, da Subiaco venti minuti, da Anticoli Corrado un quarto d'ora, da Cervara di Roma mezz'ora di tornanti che valgono da soli il viaggio. L'Abruzzo comincia dopo pochi chilometri: Oricola e Carsoli sono già in provincia dell'Aquila, e questa vicinanza spiega mezza storia militare del borgo.

Come arrivare ad Arsoli (RM) in treno

La ferrovia Roma-Pescara, aperta nel 1888, è il modo più civile per venire qui. Dalla stazione Tiburtina i regionali diretti ad Avezzano fermano ad Arsoli; il servizio conta una quindicina di corse giornaliere, e la stazione, un chilometro sotto il paese, è priva di personale: niente biglietteria, niente deposito bagagli, niente informazioni. Il chilometro che separa la stazione dal borgo è in salita e non ha marciapiede continuo, quindi con le valigie conviene chiamare un taxi o farsi venire a prendere. Un secolo fa questa stazione movimentava merci e operai per gli stabilimenti della valle; la chiusura delle industrie locali l'ha ridotta a fermata regionale, e la cosa si vede dalle pensiline.

Come arrivare ad Arsoli (RM) in auto

L'A24 Roma-Teramo è la via veloce: uscita Carsoli-Oricola, poi si scende verso il fondovalle e si risale sulla strada provinciale 39/b. La strada statale 5 Tiburtina Valeria è la via lenta e la consiglio a chi ha tempo, perché ricalca il tracciato della antica Via Valeria e attraversa uno dopo l'altro i paesi del medio Aniene. In inverno la provinciale può essere ghiacciata la mattina presto: qui si superano i quattrocento metri e la zona climatica è la E, con 2199 gradi giorno, il che in italiano corrente significa che fa freddo sul serio da novembre a marzo.

Il giro di Arsoli (RM) in due ore: l'itinerario consigliato

Se avete una mattina sola, questo è l'ordine che funziona. Si lascia l'auto sotto le mura e si sale a piedi verso Piazza Valeria, la piazza dei bar e dei tavolini, che è il salotto del paese e il punto in cui si capisce se è giorno di mercato. Da lì si imbocca Corso Borgo San Bartolomeo, la spina del borgo antico, e si arriva al Museo delle Tradizioni Musicali: mezz'ora dentro, non di più, ma vanno fatte con le cuffie e i totem accesi. Si esce, si prende la Salita al Campo e in tre minuti si è davanti al Castello Massimo, che occupa tutta la testata dello sperone. Dal piazzale del castello ci si affaccia sul Fosso del Diavolo, la forra che taglia la roccia sotto le mura. Ritorno per i vicoli bassi, con sosta alla chiesa del Santissimo Salvatore e alla chiesetta di San Rocco. Se avete pranzato bene, aggiungete il breve sentiero delle Are e ci mettete un'altra ora.

Il giudizio è netto: Arsoli va vista di mattina presto o nel tardo pomeriggio. A mezzogiorno la pietra grigia dello sperone appiattisce tutto e le foto vengono piatte; con la luce radente, invece, il castello e il borgo si staccano dal fondovalle in un modo che nessun altro paese del medio Aniene riesce a fare.

Il Castello Massimo, la ragione stessa di Arsoli (RM)

Il Castello Massimo non è un castello turistico. È una residenza privata, abitata, che appartiene alla stessa famiglia dal 1574 e che apre a richiesta: quando lo vedete, state entrando in casa di qualcuno, e questo cambia il modo in cui lo si visita e lo si racconta. Da fuori è un blocco compatto di muraglia, torri squadrate e finestre ottocentesche, appoggiato su una rupe che precipita nel fosso. Da dentro è una stratificazione di mille anni: monastero benedettino, rocca feudale, palazzo signorile rinascimentale, dimora neogotica.

Dalla rocca dei monaci al palazzo dei Massimo

Il nucleo originario risale all'anno Mille circa, quando qui esisteva un insediamento monastico legato a Subiaco. La trasformazione in castello vero avviene nel Duecento con i Passamonti, che ne fanno il perno del loro dominio sulla valle. La svolta è del 1574: i Massimo, una delle grandi famiglie baronali romane, comprano feudo e castello e cominciano tre secoli di lavori. Diventano marchesi di Arsoli nel 1686 e principi nel 1826, e proprio l'Ottocento porta la revisione in chiave neogotica delle facciate e delle merlature, secondo il gusto europeo del tempo: quello che oggi sembra medievale, in molti punti, è ottocentesco.

I sotterranei del Castello Massimo: ogliara, caciara, prigione

Il livello inferiore del castello è la parte che colpisce di più i visitatori, e non per bellezza. Ci sono i vani di servizio di una economia signorile autosufficiente: l'ogliara, la stanza dell'olio con gli orci; la caciara, dove si stagionavano i formaggi della pastorizia locale; il forno; la cucina con il camino grande abbastanza da entrarci in piedi. E, in fondo, la prigione, con gli strumenti di tortura conservati sul posto. Un feudatario amministrava la giustizia in prima persona: la prigione sotto casa non era un'eccentricità, era un ufficio. Vedere gli statuti scritti al piano nobile e le catene al piano sotto, nello stesso edificio, è la lezione di storia più efficace che questo borgo offra.

Il piano nobile e la Sala del Trono

Il secondo livello ospita gli appartamenti nobili, quelli riservati agli ospiti di riguardo, con arredi, arazzi, quadri e tappeti accumulati dalla famiglia nel corso dei secoli. Il pezzo forte è la Sala del Trono, il cui soffitto è affrescato dai fratelli Zuccari, Taddeo e Federico, i marchigiani che nella seconda metà del Cinquecento lavorarono per i Farnese a Caprarola e in Vaticano. Non è una attribuzione di comodo: la presenza degli Zuccari ad Arsoli si spiega benissimo con il committente, quel Fabrizio Massimo che aveva appena comprato il feudo e che a Roma frequentava lo stesso ambiente artistico. Davanti a un soffitto degli Zuccari conviene alzare gli occhi e cercare la costruzione prospettica delle quadrature: sono loro a inventare gran parte del linguaggio decorativo che poi il Seicento romano porterà all'eccesso.

Il salone affrescato da Marco Benefial nel 1749

Il salone principale ha pareti e soffitto interamente dipinti nel 1749 da Marco Benefial, con soggetti in prevalenza mitologici. Benefial è un pittore che vale la pena conoscere: romano, nato nel 1684, formato sul naturalismo secentesco, fu una voce fuori dal coro nella Roma tardobarocca, tanto polemico da farsi espellere dall'Accademia di San Luca. La sua pittura è asciutta, sanguigna, poco incline al gioco decorativo del suo tempo. Trovarne un ciclo intero, datato, in un castello privato della valle dell'Aniene, è la ragione principale per cui gli storici dell'arte salgono ad Arsoli.

La cappella di San Filippo Neri e i marmi cosmateschi

La cappella interna è dedicata a San Filippo Neri, e la dedica non è casuale: fu lui a consigliare ai Massimo l'acquisto di Arsoli. Il pavimento e i rivestimenti presentano intarsi marmorei di gusto cosmatesco, confrontabili con le opere duecentesche dei monasteri benedettini di Subiaco. I Cosmati erano famiglie di marmorari romani che per due secoli riciclarono marmi antichi in tarsie geometriche di porfido e serpentino: quando ne vedete una, state guardando pezzi di Roma imperiale tagliati a dischetti nel Duecento.

Le armerie del Castello Massimo

Le due armerie conservano armature, armi antiche, stemmi di famiglia, ritratti dei Massimo e una raccolta di strumenti musicali antichi. La convivenza di corazze e strumenti in una stessa sala dice molto della cultura di questa casata, che ad Arsoli mantenne per generazioni complessi musicali e bande. Nel percorso si passa anche attraverso corridoi scavati nello sperone roccioso su cui il castello poggia: la roccia non è il basamento del castello, ne è parte.

Il giardino all'italiana e le terrazze sul fosso

Accanto al castello si apre il giardino all'italiana di impianto tardorinascimentale: geometrie regolari, siepi potate, alberature ornamentali, giochi d'acqua e terrazze affacciate sulla valle. Non è un parco grande, è un giardino pensile, e il suo senso è tutto nella vista: da lì si domina il fondovalle dell'Aniene e si segue con l'occhio la direttrice della vecchia Via Valeria. I giardini all'italiana di questa taglia, rimasti in mano privata e mai trasformati in parco pubblico, nel Lazio si contano sulle dita.

Come si visita il Castello Massimo di Arsoli (RM)

Le visite guidate sono al momento sospese per lavori di restauro e consolidamento. Quando riprendono, l'accesso avviene su prenotazione tramite la Pro Loco di Arsoli, telefono 0774 920290, con ingresso a pagamento e apertura su richiesta, tipicamente per gruppi. L'indirizzo indicato dal castello per la corrispondenza è in piazzale Massimo, in cima al borgo. Prima di programmare una gita esclusivamente per il castello, telefonate: essendo una casa privata, il calendario cambia.

Arsoli (RM) Castello Massimo
Arsoli (RM) Castello Massimo

Le chiese di Arsoli (RM), una per una

Il borgo conserva cinque edifici di culto storici, tutti raggiungibili a piedi in un raggio di quattrocento metri. Sono chiese di paese, non basiliche: si guardano con l'occhio giusto, quello che cerca le fasi costruttive e i segni della committenza baronale.

La chiesa di San Bartolomeo, patrono di Arsoli (RM)

Le origini della chiesa dedicata a San Bartolomeo risalgono al Duecento, e il santo dà il nome anche al corso principale del borgo antico, Corso Borgo San Bartolomeo. Bartolomeo è il patrono di Arsoli e si festeggia il 24 agosto, con la festa patronale seguita dalla fiera. L'iconografia del santo è una delle più dure del calendario cristiano: scorticato vivo, viene raffigurato con il coltello e con la propria pelle in mano. Nelle chiese di paese la sua immagine è spesso su una tela d'altare secentesca, e il confronto con il celebre Bartolomeo michelangiolesco della Sistina è la chiave per spiegare ai visitatori come funzionava la circolazione dei modelli fra Roma e la provincia.

La chiesa del Santissimo Salvatore

La chiesa del Santissimo Salvatore è cinquecentesca e il suo progetto viene riferito a Giacomo della Porta, l'architetto che a Roma completò la cupola di San Pietro e disegnò la facciata del Gesù. L'attribuzione va presa come tradizione consolidata più che come dato d'archivio blindato, ma la coincidenza cronologica funziona: sono gli stessi anni in cui i Massimo, appena insediati, rifanno la chiesa del feudo e riordinano i benefici ecclesiastici. Fabrizio Massimo si occupò personalmente del rifacimento, con ogni probabilità su impulso di San Filippo Neri, che gli era confessore e consigliere anche in materia patrimoniale.

La chiesa di San Lorenzo

Quattrocentesca, la chiesa di San Lorenzo ha un ruolo che va oltre l'architettura: nel 1579 vi si tenne l'assemblea con cui la comunità di Arsoli delegò Carlo Belli a collaborare alla stesura dello Statuto. Il municipio del Cinquecento si riuniva in chiesa, perché la chiesa era l'unico spazio coperto abbastanza grande da contenere i capifamiglia di un intero borgo. Al pellegrinaggio di San Lorenzo, in agosto, è ancora legata una delle tradizioni devozionali arsolane.

La chiesetta di San Rocco

Piccola, cinquecentesca, con affreschi di ambito quattro-cinquecentesco: la chiesetta di San Rocco è il luogo più intimo del borgo. Rocco è il santo invocato contro la peste, e ad Arsoli la peste non fu un concetto astratto: il borgo fu spopolato due volte, dalla pestilenza portata dai lanzichenecchi nel primo Cinquecento e da quella del 1656. Una chiesa dedicata a Rocco, in un paese così, è un ex voto collettivo. La sua festa cade il 16 agosto ed è oggi la giornata in cui il paese organizza la donazione del sangue con l'AVIS: la continuità fra il voto antico e il gesto civile moderno è una delle cose più belle che questo calendario racconti.

La chiesa della Santissima Trinità

La chiesa della Santissima Trinità è recente, del 1956, e serve la parte moderna dell'abitato. Il suo interesse è liturgico e sociale più che artistico, ma la devozione alla Trinità ad Arsoli è antichissima ed è legata al pellegrinaggio a piedi al santuario della Santissima Trinità sul monte Autore, sopra Vallepietra, che gli arsolani affrontano in maggio. È una camminata vera, di quelle che si facevano scalzi, e chi la percorre oggi tocca con mano che cosa fossero le devozioni di montagna prima delle automobili.

Il Museo delle Tradizioni Musicali della Valle dell'Aniene ad Arsoli (RM)

Questo museo è la sorpresa di Arsoli e il motivo per cui vale una deviazione anche a castello chiuso. Ha sede al piano terra dell'ex Granaio Massimo, l'edificio che la famiglia usava come deposito dei cereali del feudo, e vi si accede dalla Salita al Campo, la scalinata che porta verso il castello. Un unico ambiente voltato a botte, quattro sezioni tematiche, postazioni multimediali interattive con archivi consultabili.

Le quattro sezioni del museo

La prima sezione è dedicata alla tradizione musicale pastorale: qui compaiono i ciufalitti, i flauti di canna dei pastori, le zampogne, le gnaccare e i tamburelli, gli strumenti che accompagnavano la transumanza e le novene di Natale. La seconda raccoglie gli strumenti degli artigiani, la musica urbana del borgo, quella dei mestieri. La terza è la musica sacra e devozionale, con oggetti liturgici, spartiti manoscritti e i repertori delle confraternite. La quarta è la tradizione bandistica, e qui entra in scena la famiglia Massimo, che ad Arsoli sostenne per generazioni complessi strumentali e ne donò poi la collezione. Accanto agli strumenti il museo conserva spartiti, documenti storici, fotografie e registrazioni audio e video: è a tutti gli effetti un archivio etnomusicologico, censito nel sistema tematico DEMOS della Regione Lazio e nella rete territoriale MedAniene.

Orari, biglietto e contatti del museo di Arsoli (RM)

Indirizzo: Corso Borgo San Bartolomeo 63, 00023 Arsoli. Apertura dal lunedì al venerdì dalle 9.30 alle 12.30; sabato e domenica dalle 9.30 alle 12.30 e dalle 15.30 alle 18.30; chiuso il martedì. Telefono 0774 920290, posta elettronica ecomuseoarsoli@gmail.com. Per l'importo del biglietto e per le visite di gruppo conviene contattare direttamente il museo, che organizza anche laboratori, seminari e incontri musicali. Consiglio pratico: chiedete di far partire le registrazioni sul canto a distesa e sui repertori di questua. Sentire le voci vere degli anziani della valle, dentro una stanza piena di strumenti muti, è tutta un'altra esperienza rispetto a leggere le didascalie.

Gli altri luoghi della cultura ad Arsoli (RM)

Il museo della civiltà contadina

Accanto al museo musicale, Arsoli conserva una raccolta dedicata alla civiltà contadina: attrezzi agricoli, oggetti domestici, ricostruzioni degli ambienti di lavoro di una economia di montagna basata su grano, granturco, legumi, castagne e pastorizia. È il complemento naturale della visita al museo musicale, perché gli strumenti musicali di questa valle nascono esattamente dentro quel mondo materiale: la canna del ciufalitto è la stessa canna con cui si battevano i baccelli della fagiolina.

Il Teatro La Fenice

Il teatro comunale La Fenice è attivo dal 1999 ed è riconosciuto come residenza artistica dal 2015. Per un paese di poco più di milletrecento abitanti, avere un teatro con una programmazione stabile e ospitare compagnie in residenza è un fatto quasi anomalo nel panorama dei piccoli comuni laziali. Se capitate ad Arsoli in stagione, controllate il cartellone: costa meno di un cinema romano e si assiste in una sala vera.

Arsoli (RM) come set cinematografico

Il borgo e il castello sono stati usati come location per film e miniserie televisive. Non stupisce: il castello offre interni d'epoca autentici e arredati, il borgo ha vicoli senza cavi a vista e la valle fornisce fondali di montagna a un'ora dagli studi romani. Se durante la visita vi sembra di avere già visto una scalinata, probabilmente è vero.

La storia di Arsoli (RM): dagli Equi ai principi Massimo

Gli Equi, i Romani e la Via Valeria

Prima di Roma questa era terra degli Equi, il popolo italico che dalla valle dell'Aniene tenne testa alla Repubblica per più di un secolo. Il loro territorio fu sottomesso definitivamente all'inizio del terzo secolo avanti Cristo, e la romanizzazione portò qui la strada, le ville rustiche e soprattutto l'ingegneria idraulica. Di età romana restano nel territorio tracce diffuse: tratti di strada, resti di sostruzioni, e i condotti dei grandi acquedotti che captavano proprio qui l'acqua per la capitale.

I benedettini e il monastero di Sant'Andrea

Nel nono secolo la valle è dominio dei monaci di Subiaco, eredi diretti della fondazione di San Benedetto. Ad Arsoli i benedettini edificarono uno dei tredici monasteri sublacensi, quello di Sant'Andrea, la cui esistenza è confermata da una bolla di papa Gregorio IV dell'864. È il documento che dà ad Arsoli la sua prima data certa. Il monastero, come accadeva ovunque nell'Italia centrale minacciata dalle incursioni, venne progressivamente fortificato: la chiesa diventa rocca, il chiostro diventa cortile d'armi, e nasce il castello.

I Passamonti, signori per tre secoli

Nel Duecento la signoria di Arsoli passa alla famiglia Passamonti, probabilmente per diritto di conquista, e vi resta fino al 1536 con una sola interruzione: fra il 1495 e il 1502 il castello fu tenuto per forza d'armi dai Colonna, la casata baronale che in quegli anni controllava mezzo Lazio. I Passamonti trasformano il monastero fortificato in castello vero e proprio e legano il proprio nome alla figura che gli arsolani celebrano ancora ogni giugno: Amico Passamonti.

La fine dei Passamonti e la vendita agli Zambeccari

Il primo Cinquecento è il periodo nero del borgo. La casata è colpita da un grave dissesto finanziario; la peste portata dai lanzichenecchi in transito spopola quasi del tutto l'abitato; e Amico Passamonti, signore di Arsoli, viene trucidato da Marzio Colonna. Tre colpi in pochi anni. La famiglia decide di vendere: il 21 settembre 1536, con strumento notarile, il castello di Arsoli passa agli Zambeccari, famiglia bolognese. Arsoli arriva a quel passaggio di mano in condizioni pessime, con le case in rovina, i terreni incolti o impaludati e pochissime attività ancora vive.

La guerra della Campagna Romana e il disinteresse degli Zambeccari

Gli Zambeccari non investono sul feudo. Al loro disinteresse si aggiunge, dal 1557, la guerra della Campagna Romana combattuta sotto il pontificato di Paolo IV: Arsoli si trova a poca distanza da Oricola, piazzaforte occupata da tedeschi e spagnoli, e un paese di confine in tempo di guerra è sempre un paese saccheggiato. Nel giro di quarant'anni Arsoli passa dall'essere una signoria antica all'essere un problema patrimoniale da liquidare.

San Filippo Neri, Fabrizio Massimo e l'acquisto del 1574

La svolta arriva da Roma e ha un nome che sorprende: Filippo Neri. Il fondatore dell'Oratorio era confessore, direttore spirituale e consigliere anche in materia patrimoniale del principe Fabrizio Massimo, e fu lui a suggerirgli l'acquisto di Arsoli. Il contratto con Flaminio Zambeccari venne siglato il 30 ottobre 1574 per gli atti del notaio Prospero Campano. I Massimo, nobile famiglia romana che vantava origini antichissime, ricevettero dunque in dote un paese spopolato dalle pestilenze, e ne sopportarono un'altra nel 1656. Non abbandonarono mai il castello, e la comunità rifiorì ogni volta: quando nel 1744 il castello fu assediato dalle truppe spagnole, e quando nel 1798 venne parzialmente saccheggiato dai francesi, la famiglia rimase.

Che cosa fecero i Massimo per il borgo

Sotto i Massimo, ai quali il castello appartiene ancora oggi, Arsoli riprende a respirare. Fabrizio si occupa del rifacimento della chiesa e della riordinazione dei benefici ecclesiastici, con ogni probabilità su impulso dello stesso Neri. Emana come feudatario uno statuto e una serie di decreti per l'amministrazione della giustizia. E fa costruire un acquedotto nuovo per portare acqua al borgo e alla rocca: in un paese arroccato su uno sperone di roccia, l'acqua è il primo problema politico. Nei secoli successivi arrivano gli abbellimenti: le sale affrescate dagli Zuccari nel Cinquecento, il salone di Benefial nel Settecento, le due armerie, i giardini all'italiana, e infine la revisione neogotica ottocentesca.

Castello Massimo - Arsoli
Castello Massimo – Arsoli

Lo Statuto di Arsoli (RM) del 1584, il documento che vale il viaggio

Fra le storie di Arsoli, questa è quella che rimane in testa. Nel 1579 il feudatario incarica di redigere lo statuto del feudo il giureconsulto romano Luca Peto, uomo di primo piano nella Roma del tempo: ricoprì cariche amministrative e si dedicò per anni alla revisione degli Statuta Urbis, il corpo normativo della città. Al giurista viene affiancato un arsolano, Carlo Belli, delegato dalla comunità nell'assemblea tenutasi quell'anno nella chiesa di San Lorenzo.

Un feudatario che chiama il popolo a scrivere le leggi

Il punto è tutto qui. All'epoca un signore imponeva il proprio statuto e basta. A Arsoli il feudatario chiama invece la comunità a collaborare alla stesura, delegando un rappresentante locale accanto al giurista di città. Va detto con onestà che si può ragionevolmente supporre che il risultato sia stato la revisione concordata di norme di derivazione romana o longobarda già operanti, non una invenzione dal nulla: ma il metodo resta notevole per il 1579.

Come è fatto lo Statuto

Lo Statuto fu pubblicato il 28 giugno 1584 con atto del notaio Benedetto De Amicis, con il consenso del Signore e dei Massari che lo avevano già sottoscritto l'8 dello stesso mese. Si articola in tre libri. Il primo raccoglie in quarantadue capitoli le norme di carattere generale, di diritto pubblico e di procedura civile, con le regole sui mestieri, sui pesi e sulle misure. Il secondo, intitolato Delli statuti criminali, fissa le norme penali in quarantacinque capitoli. Il terzo, Delli danni dati, contiene in ventisette capitoli le disposizioni di polizia amministrativa, cioè il diritto dei danni al bestiame, ai campi, ai boschi.

Perché è un testo avanti sui tempi

Il confronto con gli statuti dei feudi vicini mostra che quello di Arsoli va oltre i contenuti tipici degli statuti rurali, che si limitavano a normare la vita agraria e il diritto civile: qui si regolano tutti gli aspetti della convivenza. Già dalle invocazioni religiose delle pagine introduttive si legge l'impronta della Controriforma, con l'impostazione morale dei problemi giuridici. Per l'epoca colpiscono la trattazione dei reati di adulterio e di stupro della donna e l'introduzione di pene severissime per i delitti più gravi, concepite come deterrente. La copia tratta dall'originale nel 1606 a cura di Giovanni Pistoniense è conservata all'Archivio di Stato di Roma.

Gli acquedotti romani intorno ad Arsoli (RM)

Se Roma antica ha potuto essere una città di un milione di abitanti, una parte del merito appartiene a questa valle. Nel raggio di pochi chilometri da Arsoli, i Romani captarono l'acqua di tre dei quattro acquedotti più importanti della capitale.

L'Aqua Marcia, l'acqua migliore di Roma

L'Aqua Marcia fu costruita nel 144 avanti Cristo e captava le sorgenti dell'alto bacino dell'Aniene presso Marano Equo, fra Arsoli e Agosta. Correva per 91 chilometri con una portata giornaliera di 4.690 quinarie, pari a circa 194.635 metri cubi. Gli antichi la consideravano l'acqua migliore che arrivasse in città, e le fonti la descrivono come un dono degli dèi alla Città. Le sorgenti di quel tratto di valle alimentano ancora oggi l'acquedotto moderno di Roma: bevete un bicchiere a un nasone romano e state bevendo acqua che nasce a pochi chilometri da qui.

L'Aqua Claudia e l'Anio Novus

I due acquedotti gemelli furono iniziati nel 38 dopo Cristo sotto Caligola e completati nel 52 sotto Claudio, che diede il nome al primo; risultano in funzione già dal 47, cinque anni prima del termine ufficiale dei lavori. L'Aqua Claudia captava l'acqua da due sorgenti chiamate Curzia e Cerulea, nella valle dell'Aniene fra i comuni di Arsoli e Marano Equo, in corrispondenza dell'attuale laghetto di Santa Lucia. Misurava 46.406 miglia romane, circa 68,681 chilometri, di cui una sedicina su arcate in superficie, con una portata di 4.607 quinarie, pari a 191.190 metri cubi al giorno e circa 2.211 litri al secondo; al castello terminale di Porta Maggiore ne arrivavano però solo 2.855. L'Anio Novus, con i suoi 87 chilometri, è il più lungo acquedotto dell'antichità e prendeva l'acqua direttamente dal fiume più a monte, il che lo rendeva anche il più torbido. Chi vuole vedere il punto d'arrivo di questa storia deve andare al Parco degli Acquedotti, dove le arcate della Claudia attraversano la campagna romana.

L'Anio Vetus, il primo di tutti

Il più antico degli acquedotti aniensi è l'Anio Vetus, del 270 avanti Cristo, che captava direttamente dal fiume al ventinovesimo miglio della Via Valeria, fra le attuali Vicovaro e Mandela: 63,5 chilometri, quasi interamente sotterranei, con una portata di 4.398 quinarie. È il secondo acquedotto della storia di Roma dopo l'Appia, e già nasceva in questa valle.

La natura intorno ad Arsoli (RM): sentieri, forre e pascoli

Dal paese partono due percorsi facili che si fanno anche con i bambini: quello delle Are e quello del Pozzo del Diavolo. Sono camminate di un'ora o poco più, su sterrato e mulattiera, dove capita di incrociare mandrie al pascolo e, con un po' di fortuna, di vedere il volo di una poiana sopra il fondovalle.

Il Pozzo del Diavolo e il Fosso del Diavolo

La forra che incide la roccia sotto il castello si chiama Fosso del Diavolo, e il percorso omonimo porta verso le cascatelle e le pozze naturali scavate dall'acqua nel calcare. È un ambiente umido e ombroso anche in agosto, quindi il pavimento roccioso può essere scivoloso: scarpe con suola scolpita, sempre. In estate le pozze attirano i ragazzi del paese; in autunno, con le prime piogge, la portata cresce e lo spettacolo è migliore ma l'accesso più delicato.

Il sentiero delle Are

Il percorso delle Are è quello che consiglio a chi ha un pomeriggio libero e nessuna ambizione alpinistica: dislivello modesto, tracciato pulito, viste aperte sulla valle. Il nome rimanda alle are, i piani di pietra usati per la battitura e per gli usi agricoli comuni: la toponomastica di montagna descrive quasi sempre il lavoro, non il paesaggio.

Verso Cervara, Riofreddo e i boschi

Sulla strada che da Arsoli porta a Cervara di Roma si susseguono pinete e boschi di essenze varie che si estendono fino ai confini di Riofreddo, dove il bosco si apre in un'ampia spianata. Il paesaggio che si attraversa è bello di suo, ma il colpo d'occhio vero è quello verso la Valle dell'Aniene e verso le estreme propaggini dei Monti Sabini, che chiudono l'orizzonte a nord. Chi vuole spingersi più in alto ha il Parco dei Monti Simbruini a portata di mano, e più a sud il Parco Nazionale d'Abruzzo, Lazio e Molise.

La cucina di Arsoli (RM): la fagiolina e tutto il resto

La cucina arsolana è cucina di pochi ingredienti e di grande tecnica manuale. Farina di grano, farina di granturco, farro, acqua, olio, aglio, pomodoro, lardo, legumi, verdure di campo. Nessun piatto di questa lista è nato per essere buono: sono nati per bastare. Che poi siano diventati buoni è un merito delle donne che li hanno ripetuti per secoli.

La fagiolina di Arsoli, Presidio Slow Food

La fagiolina arsolana è il prodotto simbolo del paese ed è oggi Presidio Slow Food. I fagioli arrivarono in Italia nella prima metà del Cinquecento per il tramite di Carlo V di Spagna, e ad Arsoli la coltivazione è documentata già nel 1552: erano talmente preziosi che papa Giulio III inviò magistrati per impedire i furti nei campi. La pianta è rampicante e arriva a tre metri e mezzo di altezza; fa fiori bianchi e baccelli che contengono semi bianchi, piccoli, di forma reniforme. Da qui il diminutivo. La buccia è sottilissima, la pasta burrosa, la digeribilità alta, e la caratteristica che i cuochi apprezzano di più è che non richiede ammollo e tiene la consistenza in cottura. La raccolta è manuale e scalare, da agosto a novembre; i baccelli secchi si battono con correggiati di canna. Sfiorata l'estinzione nei decenni scorsi, la varietà è stata recuperata grazie ad anziani coltivatori che ne avevano conservato il seme e a una associazione di produttori che oggi la coltiva e la promuove. Si mangia semplicissima, con sedano e olio extravergine.

Le zuppe e le paste fatte a mano

Le ciciarchiole sono la zuppa di fagioli con pasta di farina di grano fatta in casa, tagliata a quadrucci: il piatto da provare alla sagra delle ciciarchiole e della fagiolina arsolana, che si tiene fra la terza settimana di agosto e la prima di settembre. Le sagne sono pasta di farina di grano o di farro impastata con la sola acqua, tagliata larga un dito, condita di norma con sugo di aglio, olio e pomodoro e servita nella scifa o direttamente sulla spianatoia. I sagnozzi hanno farina di grano, acqua e poco albume d'uovo, taglio stretto, cottura in brodo condito con lardo a pezzetti. I cillitti co’ j’agliu sono la versione più sottile: taglio strettissimo, larghezza e spessore equivalenti, sugo di olio, aglio e pomodoro, servizio sulla spianatoia o nelle scifette, piatti di legno rettangolari. I gnucchitti sono piccoli gnocchi di farina conditi con lo stesso sugo di olio, aglio e pomodoro.

Polente, frascaregli e pani di granturco

La pullenta è la polenta di farina di granturco, servita sulla spianatoia e condita con sugo semplice oppure con spuntature di maiale, piccola cacciagione o lumache; quella avanzata veniva porzionata e riscaldata al fuoco come frittegli. I frascaregli si ottengono cuocendo in acqua la farina di grano ridotta in granelli, si servono sulla spianatoia come la polenta e si condiscono con aglio, olio e pomodoro. Il maritigliu si prepara aggiungendo alla pasta lievitata di farina di grano anche farina di granturco e semi di anice.

I fagioli e le verdure

I fasoli co lle coteche sono fagioli cotti in umido con abbondanti cotenne di maiale. I fasoli allissi si cuociono al fuoco del camino dentro una tipica pigna di terracotta e si condiscono unicamente con olio d'oliva. Le erbe mmischie sono un composto di verdure di campo, cicoria e altre erbe spontanee, lessate e ripassate in padella con olio e aglio. I broccoli o cicci soffocati sono cavoli o rape cotti al crudo: si mettono contemporaneamente in un tegame verdura, olio, aglio e un poco di aceto e si lasciano cuocere tenendo il coperchio sempre chiuso.

Le pizze e i pani cotti a legna

Il pizzigliu a furnu ardente è una pizza di pasta di pane cotta sulla bocca del forno a legna mentre il forno viene riscaldato con sterpi secchi: un capolavoro di economia domestica, perché usa il calore che altrimenti andrebbe perso. La pizza 'nfrasca è pane di farina di grano e granturco cotto al forno a legna. Il pizzigliu alla rostera è pane di farina di granturco impastata con acqua e cotto in una padella bucherellata. La pizza summa si fa con pasta di pane non ancora lievitata e si cuoce sotto il coppo. La pizza pe tterra è il pane del giorno di Pasqua: alla farina di grano si aggiungono uova, semi di anice e olio, si confeziona in pagnotte e si cuoce al forno a legna.

I dolci di Arsoli (RM)

La pizza leveta è il dolce pasquale: farina, uova, uva passa, canditi e zucchero, impasto messo in teglie alte, lievitazione in casa e cottura al forno a legna. Le frittegli de patane nascono da un impasto di farina, patate schiacciate, uva passa, zucchero e rum, tagliato a losanghe e fritto in olio bollente; le dosi tramandate parlano di 500 grammi di patate schiacciate, 400 grammi di farina, due cucchiai di zucchero e 100 grammi di uvetta messa a bagno. Si preparavano per la vigilia di Natale insieme ai frittegli cogli broccoli e ai frittegli cogliu baccalà. Il pangiallu è il dolce natalizio di frutta secca: noci, nocciole, mandorle, fichi, cioccolato e canditi amalgamati con il miele e cotti al forno. La pizzafritta è una frittella di pasta di pizza lievitata cotta in padella in olio abbondante e bollente, che si mangia salata con salsa di pomodoro o dolce con lo zucchero, e che ha la sua sagra all'inizio della primavera. Le tisichelle sono dolcetti delicati ottenuti battendo uova, zucchero, qualche seme di anice e pochissima farina: l'impasto viene preso a cucchiai, deposto in teglia e cotto al forno, dove assume una forma rotonda e schiacciata. Le ciammellette de magru sono piccole ciambelle di farina, semi di anice, zucchero, pezzetti di noce, olio e vino.

La ciambella della fratellanza

Merita un paragrafo a parte. La ciammella della fratellanza è una grossa ciambella di farina, uova, latte, olio d'oliva e semi di anice, lievitata, biscottata in acqua bollente e poi cotta al forno a legna. È il dolce che ogni confraternita religiosa dona ai propri confratelli nel giorno della festa del Santo, e il suo peso e la sua grandezza sono stabiliti dagli antichi statuti: donarla e riceverla è segno di fratellanza e amicizia. Un dolce normato da uno statuto confraternale è una cosa che nella cucina italiana si trova raramente, e da sola racconta come funzionava la società di un borgo prima dello Stato moderno.

Formaggi, carni e il resto

A questi piatti si aggiungevano sporadicamente frittate e carni di castrato e di pecora, riservate ai pochi abbienti, mentre era di uso comune il consumo di formaggi freschi o stagionati, ricotta, caciotte e pecorino, ricavati dalla pastorizia locale. Cucina povera per necessità, genuina per costituzione: la rivalutazione moderna ne ha fatto una attrazione, celebrata nelle sagre e nelle ricorrenze del paese.

Arsoli sbandieratori Palio dell'Amico
Arsoli sbandieratori Palio dell’Amico

Le feste e le sagre di Arsoli (RM), mese per mese

Poche comunità di questa taglia hanno un calendario così fitto. Il consiglio operativo: le date esatte cambiano ogni anno e vanno confermate con la Pro Loco di Arsoli o con il Comune prima di partire, perché molte feste si spostano sul fine settimana più vicino.

Il Palio dell'Amico, la festa medievale di fine giugno

È la festa più bella di Arsoli e la più identitaria. Il Palio dell'Amico fu istituito il 28 giugno 1997 e si ripete ogni anno intorno a quella data. Il nome onora Amico Passamonti, il signore cinquecentesco di Arsoli e uomo d'arme che combatté contro i mercenari di Carlo V durante il Sacco di Roma e difese la Repubblica fiorentina, prima di essere ucciso da Marzio Colonna. La giornata si articola in un corteo storico con nobili, cavalieri, giullari, sbandieratori e arcieri che attraversa il paese nel tardo pomeriggio; nella Disputa del Palio si affrontano al tiro con l'arco storico le squadre dei quattro borghi storici; in Piazza Grande si tiene il Convivio dei Borghi, con le cene in strada e i piatti della tradizione, fagiolina compresa; la serata si chiude con gli spettacoli di fuoco, spade e frecce infuocate. Se dovete scegliere un solo giorno dell'anno per venire ad Arsoli, scegliete questo.

La Sagra della Fagiolina Arsolana

La rassegna gastronomica più nota del paese si tiene nel primo fine settimana di settembre, organizzata dalla Pro Loco di Arsoli, e ha una storia lunga decenni: le edizioni si contano ormai a partire dagli anni Sessanta. La fagiolina si assaggia nella forma più semplice, condita con olio buono e accompagnata dal sedano, e nelle zuppe con le ciciarchiole. Andateci presto: verso le nove di sera le file ai banchi diventano lunghe.

Primavera: la Festa della Primavera e la Sagra della Pizzafritta

Ad aprile il paese si anima con la Festa della Primavera e la Sagra della Pizzafritta, dedicate alla valorizzazione della gastronomia locale e in particolare di pizze, pizzigli e pizzafritte in tutte le loro varianti, con intrattenimenti musicali di carattere popolare e folkloristico e rievocazioni di mestieri e lavorazioni contadine del periodo primaverile.

Maggio: San Filippo, la Trinità e il Corpus Domini

A maggio si svolge la Fiera di San Filippo, mercato di bestiame, merci e prodotti artigianali che conserva la struttura delle antiche fiere feudali. Sempre a maggio cade la Festa della Santissima Trinità, con il pellegrinaggio a piedi al santuario del Monte Autore, e la Festa del Corpus Domini, con la tipica infiorata lungo le strade del borgo: i tappeti di petali si preparano nella notte e durano il tempo di una processione.

Agosto: il mese sacro e profano di Arsoli (RM)

Agosto è il mese più denso. Si comincia con il tradizionale pellegrinaggio di San Lorenzo; il 14 e il 15 si tiene la processione dell'Inchinata per la Festa di Maria Santissima Assunta, uno dei riti mariani più antichi del Lazio, in cui due immagini sacre vengono fatte inchinare l'una davanti all'altra; il 16 è la Festa di San Rocco, oggi giornata di donazione del sangue con l'AVIS. Prosegue con la Settimana dell'Arte e del Folklore fino al 24 agosto, giorno della Festa di San Bartolomeo patrono di Arsoli, cui seguono la Fiera di San Bartolomeo e la Festa di Nostra Signora di Guadalupe, compatrona del paese. In agosto si tiene anche il Festival degli artisti di strada.

Autunno e inverno

A ottobre torna la Fiera di Santa Incoronata. Per Natale, per la Befana e per la Pasqua il paese scende comunque in piazza con iniziative di vario genere: presepi, tombolate, processioni, concerti della banda. Arsoli è un borgo molto attivo dal punto di vista sociale e spirituale, e in inverno la vita comunitaria si sposta semplicemente dalle piazze alle sale parrocchiali e al teatro.

Una curiosità su Arsoli (RM)

La curiosità che preferisco riguarda un soprannome. Luigi Pirandello chiamava Arsoli la piccola Parigi. Il premio Nobel per la letteratura frequentò questo borgo per diversi anni, soprattutto nei periodi estivi e di vacanza, arrivando in calesse dalla vicina Anticoli Corrado, dove risiedeva il figlio Fausto, pittore. E il paragone, per quanto affettuoso, aveva una base concreta: Arsoli era all'epoca capoluogo mandamentale, sede quindi di uffici giudiziari e amministrativi, e la presenza della famiglia Massimo aveva attirato una borghesia colta con una vita sociale fitta di salotti, musica e conversazione. Un paese di poche migliaia di anime che ospitava pretura, notai, banda musicale, teatro e nobiltà romana in villeggiatura: in mezzo alle montagne del medio Aniene, sembrava davvero una capitale in miniatura.

C'è un dettaglio che rende la definizione ancora più interessante. Pirandello scriveva della provincia italiana con una durezza notevole, e le sue novelle sono piene di paesi soffocanti da cui i personaggi non riescono a evadere. Che proprio lui abbia scelto per Arsoli un soprannome parigino, e non una delle sue formule amare, dice quanto qui si trovasse bene. Nei secoli il borgo era stato visitato da papi, regnanti, condottieri, artisti, scrittori e santi, e di questo passaggio continuo restano tracce nelle carte del castello e nella memoria delle famiglie. Chi visita Arsoli oggi cammina in un paese che, per un breve tratto della sua storia, ha avuto un peso culturale sproporzionato rispetto alla propria dimensione. La Casa Museo di Pirandello, per chi vuole approfondire, è a Roma: la trovate nella pagina della Casa Museo Pirandello.

Una cosa che non ti dice nessuno su Arsoli (RM)

Nessuna guida vi dirà che la prima infrastruttura idraulica di Arsoli non fu costruita per Arsoli. I Romani captarono qui l'acqua della Marcia, della Claudia e dell'Anio Novus per portarla a Roma, ma il borgo medievale che nacque sullo sperone roccioso, secoli dopo, restò senza acqua propria. Un paese arroccato su un masso calcareo non ha pozzi comodi, e per attingere bisognava scendere al fondovalle e risalire con i recipienti in spalla. È la ragione per cui l'acquedotto nuovo costruito dai Massimo nel Cinquecento, per rifornire il borgo e la rocca, non fu un abbellimento signorile ma un intervento che cambiò materialmente la vita quotidiana delle famiglie: significava che le donne non dovevano più fare due volte al giorno la salita con la conca sulla testa.

La seconda cosa che nessuno racconta riguarda le sorgenti. Il laghetto di Santa Lucia, fra Arsoli e Marano Equo, è il punto in cui affioravano le sorgenti Curzia e Cerulea che alimentavano l'Aqua Claudia. Guardando quello specchio d'acqua modesto è difficile immaginare che da lì partissero 191.190 metri cubi d'acqua al giorno diretti a Porta Maggiore, e che di quella portata solo poco più della metà arrivasse effettivamente al castello terminale in città: il resto si perdeva lungo i quasi settanta chilometri di condotta, fra evaporazione, infiltrazioni e derivazioni abusive. Gli antichi conoscevano benissimo il problema delle prese clandestine e legiferarono a lungo per contrastarle. In sostanza, il furto d'acqua nella valle dell'Aniene è documentato da duemila anni: molto prima che papa Giulio III mandasse i magistrati a proteggere i campi di fagiolina dai ladri, nel 1552.

Il consiglio che ti do per visitare Arsoli (RM)

Il consiglio principale è di telefonare prima. Il Castello Massimo è una proprietà privata abitata, le visite guidate sono al momento sospese per restauro e in ogni caso funzionano su richiesta: chi arriva ad Arsoli sperando di comprare un biglietto allo sportello resta a bocca asciutta. Il numero della Pro Loco è 0774 920290, lo stesso del museo musicale, e una chiamata risolve in due minuti la domanda che altrimenti rovina la giornata.

Il secondo consiglio riguarda il giorno della settimana. Il museo è chiuso il martedì: evitatelo. Il sabato e la domenica il museo apre anche il pomeriggio, dalle 15.30 alle 18.30, quindi il fine settimana consente il giro completo con calma. Se venite di lunedì, mercoledì, giovedì o venerdì, l'apertura è solo mattutina, dalle 9.30 alle 12.30, e va programmata la mattina.

Terzo: unite Arsoli a un altro paese. Da solo il borgo si esaurisce in mezza giornata, e sarebbe uno spreco fare un'ora di viaggio per tornare indietro subito. Le combinazioni che funzionano sono Arsoli con Subiaco per chi vuole i monasteri benedettini, Arsoli con Cervara di Roma per chi vuole il paesaggio, Arsoli con Anticoli Corrado per chi segue la pista dei pittori e di Pirandello. Se avete due giorni, aggiungete Tivoli con Villa Adriana e Villa d'Este sulla via del ritorno.

Domande frequenti su Arsoli (RM)

Dove si trova Arsoli e quanto dista da Roma?

Arsoli si trova in Città metropolitana di Roma Capitale, nell'alta valle dell'Aniene, al confine con l'Abruzzo marsicano, circondata dai Monti Simbruini. Il paese dista circa 65 chilometri da Roma ed è arroccato su uno sperone roccioso nel punto in cui la valle si stringe.

Come si arriva ad Arsoli senza auto?

Ad Arsoli si può arrivare da Roma con il treno regionale della linea Roma-Pescara, che ferma nel comune. È un'alternativa comoda per chi non vuole guidare lungo la valle dell'Aniene fino allo sperone su cui sorge il paese.

Si può visitare il Castello Massimo di Arsoli?

Il Castello Massimo di Arsoli non è un castello turistico ma una residenza privata abitata, appartenente alla stessa famiglia dal 1574, che apre soltanto su richiesta. Al momento le visite guidate sono sospese per restauro, quindi conviene telefonare prima alla Pro Loco, al numero 0774 920290, invece di presentarsi sperando di comprare un biglietto allo sportello.

Cosa si vede al Museo delle Tradizioni Musicali di Arsoli?

Il Museo delle Tradizioni Musicali della Valle dell'Aniene, ad Arsoli, ha sede al piano terra dell'ex Granaio Massimo, l'edificio che la famiglia Massimo usava come deposito dei cereali del feudo, raggiungibile dalla Salita al Campo. È organizzato in un unico ambiente voltato a botte con quattro sezioni tematiche e postazioni multimediali interattive.

Quanti abitanti ha Arsoli?

Arsoli conta poco più di milletrecento residenti, secondo i dati anagrafici più recenti disponibili. È un paese piccolo ma con un patrimonio storico e culturale sproporzionato rispetto alle sue dimensioni, che comprende un castello, cinque chiese storiche e due musei.

Quanto tempo ci vuole per visitare Arsoli?

Per visitare Arsoli con calma basta una mattina: si parte da Piazza Valeria, si percorre Corso Borgo San Bartolomeo, la spina del borgo antico, e si arriva al Museo delle Tradizioni Musicali, che richiede circa mezz'ora di visita. Le cinque chiese storiche del paese sono tutte raggiungibili a piedi in un raggio di quattrocento metri.

Cosa si mangia ad Arsoli?

La cucina di Arsoli è cucina di pochi ingredienti e grande tecnica manuale, fatta di farina di grano, farina di granturco, farro, legumi e verdure di campo. Il prodotto identitario è la fagiolina arsolana, un legume Presidio Slow Food coltivato in questa zona della valle dell'Aniene.

Qual è la festa principale di Arsoli?

La festa più identitaria di Arsoli è il Palio dell'Amico, una manifestazione medievale che si tiene a fine giugno ed è considerata la più bella del paese. Richiama visitatori dall'intera valle dell'Aniene e mette in scena la ricostruzione storica della vita del feudo.

Quarto e ultimo: mangiate qui. Non c'è ragione di venire ad Arsoli e pranzare in autostrada. Piazza Valeria ha bar e ristoranti, e la fagiolina si trova in tavola tutto l'anno perché il prodotto secco è disponibile in ogni stagione. Chiedete se ci sono le ciciarchiole: se ve le fanno, avete vinto la giornata. Chi organizza gruppi e ha bisogno di un accompagnatore autorizzato per la valle dell'Aniene può rivolgersi ai professionisti di TourLeaderPro, che lavorano su Roma e provincia.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Tutti sanno che i Massimo comprarono Arsoli. Quasi nessuno si sofferma su chi glielo consigliò e su che cosa questo significhi. Il consigliere fu Filippo Neri, il prete fiorentino che a Roma inventò l'Oratorio e che la città chiamava il santo della letizia. Neri era confessore e direttore spirituale di Fabrizio Massimo, e la sua influenza sulla famiglia si spinse fino alle scelte patrimoniali: fu lui a suggerire l'acquisto di un feudo in rovina, spopolato dalla peste, con i campi impaludati e le case cadenti. Il contratto con Flaminio Zambeccari fu firmato il 30 ottobre 1574.

Il senso di quel consiglio si capisce solo mettendolo dentro la Controriforma. Neri e il suo ambiente promuovevano una nobiltà che considerasse il feudo una responsabilità pastorale e non una rendita: comprare un paese distrutto significava impegnarsi a ricostruirlo. E infatti i Massimo, appena insediati, rifanno la chiesa, riordinano i benefici ecclesiastici, scrivono uno statuto chiamando la comunità a collaborare, costruiscono l'acquedotto. La cappella del castello è dedicata proprio a San Filippo Neri, e la dedica funziona come una firma sul contratto morale.

C'è poi la coda della storia, quella che si dimentica sempre. I Massimo non se ne andarono mai. Sopportarono la peste del 1656, l'assedio delle truppe spagnole nel 1744, il saccheggio parziale del 1798, il passaggio dallo Stato pontificio al Regno d'Italia, e sono ancora proprietari del castello. Quattro secoli e mezzo di continuità familiare sullo stesso immobile sono una rarità europea, e spiegano perché gli interni siano arrivati fino a noi con arredi, arazzi, quadri, tappeti, armi e strumenti musicali al loro posto invece che dispersi nel mercato antiquario.

La foto giusta da fare a Arsoli (RM)

La fotografia che rende giustizia a questo paese non si scatta dentro il borgo. Si scatta dal fondovalle, sulla strada che sale verso il centro, nel punto in cui lo sperone roccioso, il castello e le case si allineano in un unico blocco verticale. È l'inquadratura che restituisce la ragione geografica di Arsoli: prima la roccia, poi le mura, poi il paese, e sopra tutto la mole del Castello Massimo. Con un teleobiettivo moderato, sui 70 o 100 millimetri, si comprime la scena e il castello sembra ancora più incombente.

La luce giusta è quella del tardo pomeriggio, quando il sole viene da ovest e taglia di lato la facciata del castello: le merlature ottocentesche proiettano ombre nette e la pietra prende un colore caldo che a mezzogiorno non esiste. In inverno il momento buono arriva presto, verso le quattro; in giugno verso le sette e mezza. Se avete la fortuna di trovare la foschia nel fondovalle dopo una notte di pioggia, il borgo emerge dal grigio e la foto si fa da sola.

La seconda inquadratura da cercare è la forra del Fosso del Diavolo vista dalle terrazze del giardino, con il vuoto sotto e la valle che si apre in lontananza: qui serve un grandangolo e serve stare attenti, perché il parapetto è basso e la roccia scende a picco. La terza è di dettaglio e la consiglio a chi ama i particolari: le tarsie marmoree cosmatesche della cappella, fotografate dall'alto e in luce naturale, con la geometria dei dischi di porfido che riempie l'inquadratura. La quarta è il giorno del Palio dell'Amico, quando gli sbandieratori lanciano le bandiere in Piazza Grande: tempi rapidi, almeno un millesimo di secondo, e pazienza per aspettare il lancio buono. Una avvertenza doverosa: dentro il castello, essendo casa privata, le fotografie vanno concordate con chi vi accompagna.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

Il primo avvenimento è documentario e non spettacolare, ma è quello che fonda tutto: la bolla di papa Gregorio IV dell'864 che conferma ai monaci di Subiaco il possesso del monastero di Sant'Andrea in Arsoli. Da quel foglio comincia la storia scritta del paese, e da quel monastero nasce il castello.

Il secondo è la conquista militare del 1495. In quell'anno i Colonna, la casata baronale più potente del Lazio, tolgono per forza d'armi Arsoli ai Passamonti e la tengono fino al 1502. Sette anni di occupazione militare in un feudo di confine, nel pieno delle guerre d'Italia, mentre Cesare Borgia riorganizzava con la forza lo Stato pontificio.

Il terzo è l'omicidio di Amico Passamonti, signore di Arsoli, ucciso da Marzio Colonna. Il fatto arriva in un periodo già disastroso, con la casata in dissesto finanziario e il borgo spopolato dalla peste portata dai lanzichenecchi. Amico aveva combattuto contro i mercenari di Carlo V durante il Sacco di Roma del 1527 e aveva difeso la Repubblica fiorentina: era un uomo d'arme di un certo peso, e la sua morte è ancora oggi la memoria intorno a cui il paese costruisce la propria festa più importante.

Il quarto è la vendita del 21 settembre 1536 agli Zambeccari, e il quinto è l'acquisto dei Massimo del 30 ottobre 1574. Fra i due passaggi ci sono quasi quarant'anni di abbandono, con la guerra della Campagna Romana che dal 1557 infuria a pochi chilometri, intorno alla piazzaforte di Oricola tenuta da tedeschi e spagnoli.

Il sesto avvenimento è la pubblicazione dello Statuto, il 28 giugno 1584, con atto del notaio Benedetto De Amicis. Il settimo è la peste del 1656, quella che colpì tutta l'Italia centrale e meridionale e che ad Arsoli fece il paio con quella del secolo precedente. L'ottavo è l'assedio del castello da parte delle truppe spagnole nel 1744, durante la guerra di successione austriaca, e il nono è il saccheggio parziale del 1798, negli anni della Repubblica Romana giacobina e delle armate francesi.

Il decimo appartiene al Risorgimento e si vede ancora: al terzo livello del castello si conservano le stanze in cui alloggiarono Garibaldi e i suoi ufficiali. L'undicesimo è l'inaugurazione della ferrovia, il 28 luglio 1888, che tolse Arsoli dall'isolamento e ne fece per decenni uno snodo di merci e di operai. Il dodicesimo, novecentesco e pacifico, è l'istituzione del Palio dell'Amico il 28 giugno 1997, e il tredicesimo l'apertura del Teatro La Fenice nel 1999, diventato residenza artistica nel 2015.

Chi è passato da Arsoli (RM)

La lista è lunga per un paese di questa taglia. Il primo nome è quello di San Benedetto da Norcia, in senso indiretto: furono i suoi monaci, dalla vicina Subiaco, a fondare qui nel nono secolo il monastero di Sant'Andrea, uno dei tredici cenobi sublacensi. Il secondo è papa Gregorio IV, che nell'864 emanò la bolla che conferma quel possesso.

Il terzo nome è quello di San Filippo Neri. Il fondatore dell'Oratorio non solo consigliò a Fabrizio Massimo di comprare Arsoli, ma seguì probabilmente anche il rifacimento della chiesa e il riordino dei benefici ecclesiastici; il castello gli dedica la cappella. Il quarto e il quinto sono Taddeo e Federico Zuccari, i pittori marchigiani che affrescarono il soffitto della Sala del Trono nella seconda metà del Cinquecento, gli stessi che lavorarono a Caprarola per i Farnese e in Vaticano per i papi.

Il sesto è Luca Peto, giureconsulto romano di primo piano, revisore degli Statuta Urbis, chiamato nel 1579 a redigere lo Statuto di Arsoli; accanto a lui va ricordato l'arsolano Carlo Belli, delegato dalla comunità. Il settimo è Marco Benefial, il pittore romano che nel 1749 affrescò pareti e soffitto del salone con soggetti mitologici: uno dei caratteri più indipendenti della pittura romana del Settecento.

L'ottavo è Giuseppe Garibaldi, che con i suoi ufficiali alloggiò al terzo livello del castello: le stanze si mostrano ancora. Il nono è Giacomo della Porta, cui la tradizione locale riferisce il progetto della chiesa del Santissimo Salvatore. Il decimo è Luigi Pirandello, che frequentò Arsoli per anni, vi arrivava in calesse da Anticoli Corrado e la battezzò la piccola Parigi.

Vanno poi ricordati, senza nomi singoli perché le carte del castello li registrano in blocco, i papi, i regnanti, i condottieri, gli artisti e i santi che nei secoli passarono da Arsoli approfittando della sua posizione sulla via per l'Abruzzo. E vanno ricordati, in tempi recenti, i registi e le troupe che hanno usato il borgo e il castello come set per film e miniserie televisive. Un paese di milletrecento abitanti con una lista di ospiti così è un caso che merita rispetto.

Cosa vedere intorno ad Arsoli (RM)

Chi arriva fin qui ha davanti una delle zone più dense del Lazio. Subiaco, a venti minuti, offre i monasteri benedettini e la rocca abbaziale. Cervara di Roma, il paese più alto della provincia romana, è un museo di scultura a cielo aperto. Anticoli Corrado fu il paese delle modelle e dei pittori, e conserva un museo d'arte moderna sorprendente. Sul versante naturalistico, il parco dei Monti Simbruini e la Riserva naturale Valle dell'Aniene coprono tutta la gamma, dalle faggete d'alta quota alle forre. Verso l'Abruzzo, appena passato il confine, ci sono le Grotte di Pietrasecca presso Carsoli, con il loro percorso ipogeo. Sulla via del ritorno verso Roma, Parco Villa Gregoriana a Tivoli chiude il cerchio dell'acqua che questa valle racconta dall'inizio. Chi preferisce i laghi ha i Laghetti di Percile sui Monti Lucretili, a mezz'ora scarsa.

Domande veloci su Arsoli (RM)

Dove si trova Arsoli (RM)?

Arsoli è in Città metropolitana di Roma Capitale, nell'alta valle dell'Aniene, al confine con l'Abruzzo marsicano, circondata dai Monti Simbruini. Da Roma sono circa 65 chilometri.

Quanti abitanti ha Arsoli (RM)?

Poco più di milletrecento residenti, secondo i dati anagrafici più recenti disponibili.

Come si arriva ad Arsoli (RM) senza auto?

Con il treno regionale della linea Roma-Pescara, direzione Avezzano, da Roma Tiburtina. La stazione di Arsoli è a circa un chilometro dal centro, in salita, ed è impresenziata: il biglietto va acquistato prima di partire.

Si può visitare il Castello Massimo di Arsoli (RM)?

Il castello è una proprietà privata della famiglia Massimo e apre su richiesta con ingresso a pagamento, tramite la Pro Loco di Arsoli, telefono 0774 920290. Le visite guidate risultano sospese per lavori di restauro: conviene telefonare prima.

Quanto costa visitare Arsoli (RM)?

Il borgo si gira gratis. Si paga il biglietto del Museo delle Tradizioni Musicali, il cui importo va chiesto direttamente al museo, e l'eventuale visita al castello quando è attiva.

Quanto tempo serve per visitare Arsoli (RM)?

Due ore bastano per il borgo e il museo. Mezza giornata se aggiungete il castello, una giornata intera se ci mettete anche un sentiero e il pranzo.

Quali sono gli orari del museo di Arsoli (RM)?

Dal lunedì al venerdì 9.30-12.30; sabato e domenica 9.30-12.30 e 15.30-18.30; chiuso il martedì. Indirizzo: Corso Borgo San Bartolomeo 63.

Arsoli (RM) è adatta ai bambini?

Sì. Il museo musicale ha postazioni interattive che funzionano benissimo con i ragazzini, i sentieri delle Are e del Pozzo del Diavolo sono brevi, e il Palio dell'Amico con arcieri e sbandieratori è uno spettacolo che i bambini ricordano.

Arsoli (RM) è accessibile a chi ha difficoltà motorie?

Il borgo è costruito su uno sperone roccioso, con salite, scalinate e selciati: la mobilità è oggettivamente difficile. Il museo occupa un piano terra, quindi è la parte più abbordabile. Per il castello e per i percorsi interni conviene informarsi in anticipo con la Pro Loco.

Qual è il piatto tipico di Arsoli (RM)?

La fagiolina arsolana, Presidio Slow Food, servita con sedano e olio extravergine oppure nella zuppa con le ciciarchiole.

Quando si tiene la Sagra della Fagiolina Arsolana?

Nel primo fine settimana di settembre, organizzata dalla Pro Loco. Le date esatte cambiano ogni anno e vanno confermate.

Quando si tiene il Palio dell'Amico ad Arsoli (RM)?

Intorno al 28 giugno, data della prima edizione nel 1997. Corteo storico nel tardo pomeriggio, disputa del tiro con l'arco e convivio in serata, spettacoli di fuoco a chiudere.

Chi era Amico Passamonti?

Un signore di Arsoli del Cinquecento, uomo d'arme, che combatté contro i mercenari di Carlo V nel Sacco di Roma e difese la Repubblica fiorentina, ucciso da Marzio Colonna. Il Palio porta il suo nome.

Perché Pirandello chiamava Arsoli la piccola Parigi?

Per la vita sociale intensa che il paese aveva a cavallo fra Otto e Novecento, quando era capoluogo mandamentale e ospitava la famiglia Massimo e una borghesia colta. Pirandello vi arrivava in calesse da Anticoli Corrado, dove risiedeva il figlio Fausto.

Chi ha affrescato il Castello Massimo?

Il soffitto della Sala del Trono è dei fratelli Taddeo e Federico Zuccari, nel Cinquecento; il salone principale, pareti e soffitto, è di Marco Benefial, che lo dipinse nel 1749 con soggetti in prevalenza mitologici.

Che rapporto ha Arsoli (RM) con gli acquedotti romani?

Le sorgenti dell'Aqua Marcia, del 144 avanti Cristo, sono nell'alto bacino dell'Aniene presso Marano Equo, fra Arsoli e Agosta; l'Aqua Claudia captava le sorgenti Curzia e Cerulea fra Arsoli e Marano Equo, all'attuale laghetto di Santa Lucia; l'Anio Novus prendeva l'acqua direttamente dal fiume più a monte.

Ci sono sentieri facili partendo da Arsoli (RM)?

Sì, due: il percorso delle Are e quello del Pozzo del Diavolo. Entrambi di un'ora circa, con dislivelli modesti. Servono scarpe con suola scolpita, soprattutto nella forra, dove la roccia è bagnata.

Quando è meglio andare ad Arsoli (RM)?

Fine giugno per il Palio, inizio settembre per la sagra, maggio e ottobre per camminare con il clima migliore. In inverno fa freddo sul serio: la zona climatica è la E, con 2199 gradi giorno.

Si può dormire ad Arsoli (RM)?

Il paese e i comuni limitrofi offrono strutture ricettive di piccola dimensione, agriturismi e case per ferie. Per la disponibilità aggiornata conviene rivolgersi alla Pro Loco di Arsoli o al Comune.

Che differenza c'è fra Arsoli (RM) e gli altri borghi della valle dell'Aniene?

Arsoli ha un castello privato ancora abitato dalla stessa famiglia dal 1574, un museo etnomusicologico di livello regionale e uno Statuto cinquecentesco scritto con il concorso della comunità. Subiaco ha i monasteri, Anticoli ha i pittori, Cervara ha la quota e la pietra: ogni borgo di questa valle ha la sua specializzazione, e quella di Arsoli è la continuità signorile.

Arsoli (RM) si può visitare in giornata da Roma?

Senza problemi. Partenza la mattina, un'ora di viaggio, borgo e museo entro l'ora di pranzo, pranzo in paese, sentiero o secondo borgo nel pomeriggio, rientro per cena. Per chi organizza la giornata in inglese, le guide della rete di ItalyPlanner raccolgono le gite di un giorno da Roma.

Serve prenotare per visitare Arsoli (RM)?

Per il borgo no. Per il castello sì, sempre. Per il museo non è obbligatorio, ma con un gruppo conviene avvisare.

Il giudizio su Arsoli (RM)

Un giudizio netto: Arsoli è il borgo del medio Aniene che regge meglio la seconda visita. La prima volta ci si va per il castello e si torna a casa con la sensazione di aver visto un bel paese. La seconda volta si comincia a capire il resto, cioè un museo etnomusicologico serio, uno statuto del 1584 scritto con il concorso dei cittadini, una cucina con venti nomi propri che nessun altro comune usa, e tre acquedotti imperiali che nascono a due passi. Il turismo veloce misura i luoghi in fotografie; Arsoli si misura in strati.

Detto questo, non venite qui aspettandovi un borgo attrezzato per il turismo di massa. Non ci sono biglietterie, non ci sono audioguide in cinque lingue, il castello apre quando la famiglia e la Pro Loco riescono a farlo aprire, e il museo chiude il martedì. Chi accetta queste regole trova un paese vero, ancora abitato, con la banda che prova la sera e i vecchi che parlano arzulanu al bar. Chi non le accetta farebbe meglio a fermarsi a Tivoli. Per chi vuole visitare la valle dell'Aniene con un professionista, o costruire un itinerario di più giorni fra Roma e i Simbruini, il riferimento è la rete di TourLeaderPro a Roma; per chi prepara il viaggio in inglese, le trenta cose da fare a Roma sono raccolte nella guida di ItalyPlanner. E se organizzate una gita di gruppo o un'esperienza aziendale nel Lazio, i viaggi di gruppo di TourLeaderPro partono da qui.

Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.

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