Orlando Furioso e la cicatrice sulla colonna

Vicolo della Spada d'Orlando, rione IX Colonna, a Roma: una stradina di una cinquantina di passi che collega piazza Capranica a via delle Colonnelle, a un centinaio di metri dal Pantheon e a un quarto d'ora scarso di cammino da piazza di Spagna. Si entra a qualunque ora, di giorno e di notte, e non si paga niente: è una strada pubblica, non un monumento recintato. Non c'è biglietteria, non c'è custode, non c'è prenotazione. Il fusto di colonna con la fenditura emerge dal selciato di sanpietrini sul lato destro venendo da piazza Capranica, addossato al muro, alto poco più di un metro. I mezzi pubblici più comodi sono le linee di superficie che fermano a piazza San Silvestro e in via del Tritone, e la metropolitana linea A con le stazioni Spagna e Barberini, entrambe a dieci o dodici minuti a piedi; le numerazioni delle linee di bus cambiano spesso, conviene controllarle sul sito dell'azienda di trasporto il giorno stesso. Il sottosuolo di piazza Capranica, dove riposa il resto del tempio da cui quella colonna proviene, non è invece un luogo ad accesso libero: si visita solo in occasioni organizzate, e la disponibilità va chiesta all'ente che gestisce il palazzo.

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Sali e scendi dove vuoi per 24 o 48 ore. Utile il primo giorno, per orientarsi.

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Il primo slot della giornata o il tardo pomeriggio. A metà mattina è un nastro trasportatore, e non lo diciamo solo noi.

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Food tour✦ Vieni affamato

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Non è un pranzo: sono sei-otto tappe piccole. Il valore è nei posti in cui non saresti mai entrato da solo.

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Tre o quattro locali con qualcuno che sa quali sono aperti quella sera. Funziona meglio da soli che in coppia.

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Tour in sidecar✦ Il più scenografico

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Il sidecar vintage con conducente: costa più della Vespa, ma è il giro che finisce in tutte le foto.

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Corsi di cucina✦ Si mangia alla fine

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Pasta a mano e poi ci si siede a tavola. La domanda giusta è quante persone ci sono per postazione.

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In enoteca in centro o tra le vigne dei Castelli. Due cose diverse: una dura un'ora, l'altra una giornata.

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Frascati, Castel Gandolfo, il lago di Albano. Un'ora da Roma e sembra un'altra regione.

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Galleria Borghese✦ Prenotazione obbligatoria

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Bernini e Caravaggio in due ore contate. Senza prenotazione non si entra, punto.

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Chilometri di gallerie sotto la via Appia. Fresche d'estate, e sorprendentemente poco affollate.

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Colosseo: sotterranei e arena✦ Accesso limitato

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Il piano dove aspettavano gladiatori e belve, e il pavimento dell'arena. Posti contati ogni giorno.

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Pompei e Costiera Amalfitana✦ Giornata lunga

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Da Roma si fa in giornata, ma è una giornata vera: sveglia presto e rientro a sera.

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Un'ora e mezza di treno e sei sotto il Duomo. Si fa, se accetti di vedere tre cose e non dieci.

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Castel Sant'Angelo✦ Terrazza panoramica

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Mausoleo, fortezza, prigione e rifugio dei papi. E la terrazza con la vista migliore su San Pietro.

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Capri e Costiera Amalfitana✦ Mare

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Da Roma è lunga, ma in due giorni si fa con calma. In giornata solo se accetti di correre.

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Scuola dei gladiatori✦ Con i bambini

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Due ore con la spada di legno in mano, sulla via Appia. Con i ragazzini funziona sempre.

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Ogni mercoledì, quando il Papa è a Roma. Il biglietto è gratuito ma va ritirato.

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Terme di Caracalla✦ Poco affollato

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Muri alti trenta metri e quasi nessuno intorno. Uno dei posti più sottovalutati di Roma.

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Un'ora e dieci di treno. Il centro storico, il museo archeologico e la pizza vera.

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Vaticano: ingresso anticipato✦ Prima dell'apertura

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Dentro i Musei prima del pubblico. La Sistina quasi vuota è un'altra cosa.

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Tour in e-bike✦ Senza fatica

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Le sette colline con l'assistenza al pedale. L'Appia Antica e il Gianicolo diventano facili.

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Questa è una delle pagine della raccolta di attrazioni turistiche di Roma, e appartiene a quella categoria di tappe che durano cinque minuti e restano in testa per anni.

Dove si trova esattamente Orlando Furioso e la cicatrice sulla colonna

Il vicolo si apre sul fianco settentrionale di piazza Capranica, quella dominata dal palazzo quattrocentesco con la torre e le bifore. Chi arriva dal Pantheon attraversa via dei Pastini, sbuca in piazza Capranica e trova l'imbocco sulla sinistra, stretto fra due palazzi. Chi arriva da piazza Colonna scende per via in Aquiro o per via delle Colonnelle e lo prende dall'altro capo. È talmente breve che la maggior parte dei passanti lo attraversa senza accorgersi di nulla: il moncone di colonna è basso, grigio, coperto di polvere, e a un occhio distratto sembra uno dei tanti paracarri antichi che a Roma difendono gli spigoli dei palazzi dalle ruote dei carri.

L'indirizzo e i due imbocchi del vicolo

Il toponimo ufficiale è vicolo della Spada d'Orlando. Ha due imbocchi e nessun civico degno di nota: le porte dei palazzi che lo fiancheggiano sono numerate sulle vie maggiori. Il riferimento buono da dare a un tassista è piazza Capranica; quello buono da dare al telefono a un amico che vi aspetta è la fontanella, perché nel vicolo ce n'è una sola e si vede subito. Tenete presente che il nome della strada è un caso raro di toponomastica romana che celebra apertamente una leggenda letteraria: non un santo, non un papa, non un mestiere, ma il colpo di spada di un paladino che nella realtà storica non ha mai messo piede qui.

Come arrivare a Orlando Furioso e la cicatrice sulla colonna

Il centro storico di Roma si gira a piedi, e questo è uno di quei casi in cui non esiste alternativa sensata. Dalla Fontana di Trevi sono otto minuti passando per via delle Muratte e piazza Colonna. Da piazza Navona sono dieci minuti buoni, attraversando via della Rotonda e il fianco del Pantheon. Dalla piazza di Spagna si percorre via dei Condotti fino a via del Corso, si taglia su via delle Convertite e si scende verso piazza Capranica: dodici o tredici minuti senza correre. Da largo di Torre Argentina, dove fermano molte linee, si risale via dei Cestari e via della Minerva.

Quanto costa vedere Orlando Furioso e la cicatrice sulla colonna

Niente. È strada aperta, illuminata la sera, transitabile a qualunque ora. Questo la rende una delle poche cose di Roma che si possono vedere alle sette del mattino di Ferragosto e alle undici di sera del primo gennaio, senza fila e senza turni di ingresso. Se qualcuno vi propone un biglietto per vedere la colonna, state parlando con un imbroglione.

Che cosa si vede davvero nel vicolo

Un fusto di colonna troncato, di marmo cipollino, infisso nel selciato accanto al muro. Il cipollino è una pietra inconfondibile: viene dall'isola di Eubea, in Grecia, e deve il nome alle venature verdi e ondulate che si alternano al fondo bianco come gli strati di una cipolla tagliata. Sui fusti romani quelle venature corrono in genere parallele all'asse, e chi si abbassa a guardare le distingue ancora bene, nonostante secoli di piogge, di ruote e di mani. Il diametro è quello di un abbraccio: parliamo di un elemento architettonico di taglia monumentale, non di un pilastrino da cortile.

Il taglio sulla colonna, misurato a occhio

La fenditura attraversa il fusto in diagonale, dall'alto verso il basso, e si allarga in mezzo come una bocca. Non è una crepa da gelo, che seguirebbe le venature del marmo; non è nemmeno un taglio netto da scalpello, che avrebbe bordi regolari. Ha piuttosto l'aspetto di una frattura da urto, con i margini leggermente sbrecciati. È esattamente il tipo di lesione che si produce quando un blocco pesantissimo cade da qualche metro e picchia su uno spigolo, oppure quando lo si colpisce ripetutamente per ridurlo in pezzi trasportabili. Roma ha spezzato, segato e riciclato i suoi marmi antichi per quindici secoli: la calcara medievale ha divorato più colonne di qualunque terremoto.

La fontanella del vicolo della Spada d'Orlando

Nel vicolo c'è una piccola fontana da muro alimentata dall'acqua Vergine, l'acquedotto augusteo restaurato in età moderna che porta l'acqua anche alla Fontana di Trevi e alla Fontana della Barcaccia. Le fonti locali la fanno risalire al pontificato di Gregorio XIII, quindi al periodo fra il 1572 e il 1585, e riferiscono che nel 1869 fu spostata qui da via de' Pastini per liberare il passaggio delle carrozze; un'iscrizione ricorda il trasferimento. È un dettaglio che quasi nessuno lega alla colonna, eppure racconta la stessa storia: in questo isolato tutto è stato spostato, reimpiegato, rimontato altrove.

Il resto della strada: laterizi, soglie, muri

Camminando con calma si notano, nei muri bassi e nelle soglie, frammenti di laterizio romano e pezzi di marmo bianco inglobati nelle murature. Gli studiosi locali li mettono in relazione con lo stesso complesso monumentale da cui viene la colonna. Non è archeologia spettacolare: è il modo normale in cui Roma ha costruito se stessa, cavando materiale dalle rovine del piano di sotto.

La cicatrice sulla colonna di marmo lasciata dall'Orlando Furioso a Roma
La cicatrice sulla colonna di marmo lasciata dall’Orlando Furioso a Roma

Una curiosità su Orlando Furioso e la cicatrice sulla colonna

La curiosità vera non è il taglio: è il cortocircuito cronologico che la leggenda impone e che nessuno nota. Il paladino Orlando, se davvero è esistito, muore nel 778; il primo poema che lo rende celebre in tutta Europa, la Chanson de Roland, viene composto secondo gli studiosi fra il 1070 e il 1080, e il manoscritto più antico che lo tramanda è di poco successivo al 1100. Il poema che dà il nome a questa pagina, l'Orlando furioso di Ludovico Ariosto, esce a stampa a Ferrara il 22 aprile 1516. La colonna, invece, viene da un edificio eretto a Roma intorno al 119 dopo Cristo. Fra la pietra e il cavaliere che l'avrebbe tagliata corrono seicentocinquanta anni; fra la pietra e il poeta che rende famoso quel cavaliere ne corrono quasi millequattrocento. La leggenda romana ha preso un rudere imperiale e ci ha appiccicato sopra una storia carolingia resa popolare da un letterato del Rinascimento. Tre epoche diverse impilate su un metro di marmo.

Il secondo strato di curiosità riguarda la toponomastica. Roma ha migliaia di strade intitolate a santi, papi, famiglie, mestieri, botteghe. Le vie che portano il nome di un personaggio di finzione letteraria si contano sulle dita. Qui la finzione ha vinto sull'archeologia in modo così netto che il nome ufficiale della strada celebra il colpo di spada, mentre il monumento vero, il tempio imperiale sepolto a cinque metri sotto la piazza accanto, non ha nemmeno una targa in superficie. Se un archeologo del secondo secolo tornasse in questo vicolo, non capirebbe perché i romani hanno ribattezzato il suo tempio con il nome di un guerriero franco.

Terza curiosità, e questa mi diverte ogni volta che ci porto un gruppo: la leggenda ha due versioni concorrenti, e nessuna delle due mette Orlando nel vicolo per un motivo sensato. In una, Orlando colpisce la colonna a Roma tentando di spezzare la propria spada perché non finisca in mano ai saraceni. Nell'altra, è Carlo Magno in persona a portare la Durlindana a Roma dopo la morte del nipote e a tentare di distruggerla con un fendente. Chi racconta la seconda versione di solito non si accorge che contraddice la prima, dove la spada resta con Orlando fino alla fine. Le leggende popolari non fanno l'editing.

Il tempio di Matidia, il vero proprietario della colonna

Tolta la spada, resta la pietra. E la pietra ha una biografia documentata, che vale più della leggenda. Il fusto del vicolo appartiene con ogni verosimiglianza al tempio che l'imperatore Adriano fece costruire nel Campo Marzio in onore della suocera Salonina Matidia, divinizzata alla sua morte nel 119 dopo Cristo. È un caso unico nella storia romana: nessun altro imperatore ha mai divinizzato la madre della propria moglie.

Chi era Salonina Matidia

Matidia era figlia di Ulpia Marciana, sorella dell'imperatore Traiano, e madre di Vibia Sabina, la moglie di Adriano. In una dinastia che non trasmetteva il potere per via di sangue diretto ma per adozione, le donne erano il collante: attraverso Matidia, Adriano teneva insieme il proprio nome e quello di Traiano. La sua divinizzazione non fu un gesto sentimentale, fu politica dinastica scolpita nel marmo. Adriano ne pronunciò personalmente l'orazione funebre, e una moneta del 120 porta la legenda DIVAE MATIDIAE SOCRVI, alla divina Matidia suocera: l'unica volta in cui la parola suocera compare su una moneta imperiale romana.

Il tempio: misure, forma, materiali

Il tempio era periptero ottastilo, cioè circondato da colonne su tutti i lati con otto colonne in facciata, e misurava circa trentasei metri di lunghezza. Le colonne erano di marmo cipollino, con basi di circa un metro e settanta di diametro, il che fa stimare fusti alti non meno di diciassette metri. Diciassette metri sono l'altezza di un palazzo di sei piani. Tenete a mente quel numero quando guardate il moncone nel vicolo: quello che vedete è la punta di un'unghia.

Le due basiliche e l'isolato monumentale

Il tempio non era isolato. Sorgeva al centro di un complesso simmetrico, fiancheggiato da due grandi edifici porticati che gli studiosi identificano con la Basilica di Matidia e la Basilica di Marciana, dedicate alla figlia e alla madre. Il loro ingombro corrisponde alle attuali via in Aquiro e via de' Pastini, che conservano sotto l'asfalto l'orientamento antico. Intorno, a poche decine di metri, c'erano il Pantheon di Adriano, il Tempio di Adriano di piazza di Pietra, le terme di Agrippa, il Serapeo, la Colonna di Marco Aurelio. Il Campo Marzio centrale era un quartiere di marmo continuo, e questo isolato ne era uno dei nodi.

I sotterranei di piazza Capranica

Nel 2005, durante i lavori di restauro del palazzo cinquecentesco che affaccia sulla piazza, il tempio è riaffiorato cinque metri sotto il livello stradale. Nei sotterranei sono visibili le grandi basi delle colonne, un tratto della scalinata, parte del peristilio e lembi di pavimentazione originale con tracce di pigmento. Sotto ancora, a quota più bassa, sono emerse le palificate lignee di fondazione, datate alla metà del primo secolo. Non è un museo con biglietteria e orario continuato: l'accesso avviene in occasioni organizzate, e chi vuole entrarci deve muoversi per tempo chiedendo all'ente che ha in gestione il palazzo.

Le altre colonne superstiti

Oltre al fusto del vicolo, altre due colonne dello stesso tempio sono inglobate nella muratura di un edificio che affaccia su piazza Capranica. Le fonti locali non concordano sul numero civico, quindi la cosa più onesta da dire è che si trovano in piazza Capranica e che si riconoscono dalla curvatura del muro e dal diametro spropositato rispetto a qualunque elemento moderno. Guardate le facciate a un metro e mezzo da terra, sul lato opposto rispetto alla chiesa: la pancia della colonna si intuisce sotto l'intonaco.

Salonina (o Salonia) Matidia, una delle “grandi donne” dell’Impero Romano
Salonina (o Salonia) Matidia, una delle “grandi donne” dell’Impero Romano

Una cosa che non ti dice nessuno su Orlando Furioso e la cicatrice sulla colonna

Che la colonna, quasi certamente, non è mai stata in piedi lì dove la vedete. È qui una delle cose meno dette e più importanti di tutta la vicenda. Un fusto di cipollino alto diciassette metri appartiene al colonnato di un tempio, e quel colonnato insisteva sull'area della piazza, non su una stradina laterale larga tre metri. Quello che affiora dal selciato è un troncone caduto, o più probabilmente segato e abbandonato perché troppo pesante da spostare, rimasto dove i secoli lo hanno lasciato mentre attorno cresceva la città medievale. Il vicolo non conserva un monumento: conserva uno scarto di cantiere del dodicesimo o tredicesimo secolo.

Seconda cosa che non si sente dire: il taglio, con ogni probabilità, è più giovane della caduta. Quando un fusto di marmo viene ridotto in pezzi per ricavarne soglie, gradini o calce, lo si incide con cunei e lo si percuote fino a farlo cedere. Le fratture prodotte in questo modo sono oblique e slabbrate, esattamente come quella che si vede. Il colpo di spada della leggenda, insomma, ha una spiegazione tecnica molto meno epica e molto più credibile: qualcuno ha provato a farne calce, ha faticato, e ha rinunciato. Il pezzo era troppo grosso. Che la cicatrice sulla colonna sia il segno di un fallimento artigianale medievale, e non di un fendente carolingio, è una verità che nessuna guida racconta volentieri.

Terza cosa. La spada di Rocamadour, in Francia, che la tradizione indica come la Durlindana conficcata nella roccia, non è un'arma altomedievale: gli studi la considerano un manufatto molto più recente, materialmente povero, nato per attirare pellegrini e offerte. Nel giugno del 2024 quella lama è sparita dalla parete di roccia dove era assicurata con una catena, e ne è stato denunciato il furto. Chi vi racconta oggi che la spada di Orlando è ancora infissa nella rupe francese sta ripetendo un'informazione superata.

Orlando: quanto è storia, quanto è tradizione, quanto è leggenda

Qui conviene mettere ordine, perché è il punto in cui quasi tutti i racconti scivolano. Tre piani distinti, da non mescolare.

Documentato: un comandante franco morto nel 778

La testimonianza più antica si legge nella Vita Karoli di Eginardo, biografo di Carlo Magno, redatta fra l'829 e l'839. Eginardo ricorda che la retroguardia dell'esercito franco, di ritorno dalla Spagna, fu massacrata in un passo dei Pirenei, e fra i caduti nomina un Hruodlandus, prefetto della marca di Bretagna. La data tradizionalmente accolta per lo scontro di Roncisvalle è il 15 agosto 778, e gli assalitori erano popolazioni basche, non saraceni. Tre righe: tutto ciò che la storia sa di Orlando entra in tre righe.

Tradizione: la Chanson de Roland e il ciclo carolingio

Tre secoli dopo, fra il 1070 e il 1080, un poeta anonimo trasforma quell'imboscata in una battaglia campale fra cristiani e saraceni, inventa il tradimento di Gano di Maganza, mette in bocca a Orlando il corno d'avorio che egli suona con tale forza da morirne. Da lì in avanti il personaggio cresce per accumulo: cantari, romanzi, poemi cavallereschi, il teatro dei pupi. La Durlindana entra nel racconto come spada indistruttibile, e nella Chanson il suo pomo d'oro contiene quattro reliquie che il testo elenca una per una: un dente di san Pietro, il sangue di san Basilio, i capelli di san Dionigi, un lembo della veste della Vergine Maria. Questa è tradizione letteraria, non cronaca.

Leggenda: il fendente sulla colonna romana

Il terzo piano è quello locale, ed è il più giovane di tutti. Nessuna fonte antica o medievale collega Orlando a questo isolato del Campo Marzio. Il nome del vicolo nasce dall'abitudine popolare romana di spiegare i ruderi con una storia: la colonna era rotta, il taglio sembrava dato di lama, e nel repertorio condiviso la lama più famosa era quella di Orlando. Il colpo di Durlindana in vicolo della Spada d'Orlando è leggenda. Non tradizione discussa, non ipotesi archeologica: leggenda, e va detto con questa chiarezza. La bellezza della cosa non diminuisce di un grammo.

Dove finisce la spada, secondo le storie

Le versioni sulla fine della Durlindana non vanno d'accordo fra loro. Una la vuole scagliata da Orlando morente perché nessuno la raccolga; un'altra la fa arrivare miracolosamente a Rocamadour, nel Quercy francese, dove sarebbe rimasta infissa nella rupe accanto al santuario mariano. Gli specialisti considerano quel racconto una costruzione moderna, utile al pellegrinaggio. Il nostro vicolo aggiunge una variante ulteriore, tutta romana: la spada sarebbe passata di qui, e avrebbe lasciato il segno prima di sparire dalla storia.

Vicolo della spada di Orlando
Vicolo della spada di Orlando

L'Orlando furioso di Ariosto e la fortuna del paladino

Il nome che il vicolo porta nella memoria dei romani non viene dalla Chanson de Roland, che in Italia pochi hanno letto, ma dal poema di Ludovico Ariosto, che per tre secoli è stato il libro laico più letto della penisola.

Le tre edizioni, con le date

Ariosto nasce a Reggio Emilia l'8 settembre 1474 e muore a Ferrara il 6 luglio 1533. La prima edizione dell'Orlando furioso esce il 22 aprile 1516 in quaranta canti, con dedica al cardinale Ippolito d'Este, che dell'opera mostrò scarsissimo entusiasmo. La seconda edizione, ancora in quaranta canti, è del 13 febbraio 1521. La terza e definitiva, quella che tutti leggono, è del 1º ottobre 1532: quarantasei canti, 4.842 ottave, 38.736 versi. Un poeta che lavora sedici anni allo stesso libro e lo riscrive due volte non è un intrattenitore: è un artigiano ossessivo.

Da Boiardo ad Ariosto

Il Furioso nasce come continuazione dell'Orlando innamorato di Matteo Maria Boiardo, rimasto interrotto. Ariosto raccoglie i fili lasciati aperti, ne aggiunge di propri e a un certo punto smette di considerarsi un continuatore: tratta il poema precedente come materiale, non come vincolo. Tre linee reggono l'intreccio: la guerra fra cristiani e saraceni attorno a Parigi, la follia di Orlando, e l'amore fra Ruggiero e Bradamante da cui, secondo il poema, discende la casa d'Este che pagava lo stipendio all'autore.

La pazzia, e il viaggio sulla Luna

Il cuore del poema è il crollo di Orlando quando scopre che Angelica, che egli insegue per mezzo mondo, ha sposato il fante saraceno Medoro. Il paladino impazzisce, getta via armi e vesti, devasta la campagna. A restituirgli la ragione è Astolfo, che sull'ippogrifo vola fino alla Luna e trova il senno di Orlando conservato in un'ampolla, in mezzo a tutto ciò che gli uomini perdono sulla terra. È l'invenzione più moderna della letteratura italiana del Cinquecento, e a distanza di cinque secoli regge ancora.

Ariosto a Roma

Il poeta conosceva bene questa città e non l'amava particolarmente. Vi arrivò in missione diplomatica per gli Este il 16 dicembre 1509, da papa Giulio II, e tornò più volte negli anni immediatamente successivi; nel 1512 accompagnò il duca Alfonso I in Vaticano; nel 1513 assistette all'elevazione al pontificato di Giovanni de' Medici, papa Leone X, da cui sperava favori che non arrivarono nella misura attesa; il 30 ottobre 1514 ripartì per Roma con il cardinale Ippolito. Dal 1517, quando rifiutò di seguire Ippolito a Buda, la sua carriera curiale si chiuse. Fra il 20 febbraio 1522 e il marzo 1525 fu commissario ducale in Garfagnana, alle prese con banditi e faide. Fu sepolto senza cerimonie nella chiesa di San Benedetto a Ferrara; le sue ossa furono traslate solennemente solo nel 1801.

La fortuna del personaggio, e perché il vicolo si chiama così

Fra Cinquecento e Ottocento il Furioso fu letto ad alta voce nelle botteghe, cantato dai cantastorie, stampato in centinaia di edizioni illustrate, saccheggiato da pittori e librettisti. In una Roma dove l'alfabetizzazione era bassa e la memoria orale altissima, Orlando era un nome familiare quanto quello di un santo. Quando un popolo deve spiegare un marmo spaccato, attinge al repertorio che possiede: ecco perché in vicolo della Spada d'Orlando la cicatrice sulla colonna è diventata opera di Durlindana e non, poniamo, di un terremoto.

Il consiglio che ti do per visitare Orlando Furioso e la cicatrice sulla colonna

Andateci presto la mattina, fra le sette e le nove, e andateci a piedi dal Pantheon. Il motivo è pratico, non poetico: dopo le dieci piazza Capranica diventa una strozzatura di gruppi in transito, furgoni di consegna e tavolini, e il vicolo si riduce a un corridoio dove nessuno vi lascerà accovacciare per due minuti davanti a un moncone di marmo. Alle otto del mattino siete soli, la luce radente entra dal fondo della strada e il taglio si legge molto meglio.

Secondo consiglio, e qui vado controcorrente: non trattatelo come una tappa a sé. Cinque minuti di vicolo non giustificano uno spostamento apposito da Trastevere o dall'Aventino. Inseritelo in una passeggiata del Campo Marzio che parta dal Pantheon, tocchi piazza Capranica, scenda su piazza di Pietra a vedere le undici colonne del Tempio di Adriano, prosegua per piazza Colonna e finisca davanti a Montecitorio. In quaranta minuti avrete visto quattro monumenti dello stesso quartiere imperiale, e il moncone del vicolo smetterà di sembrare un relitto casuale per diventare l'ultimo pezzo di un disegno.

Terzo: portateci i ragazzi e raccontate loro la storia prima di mostrare la pietra. Funziona sempre. Chiedete che cosa si aspettano di vedere dopo aver sentito parlare di una spada che taglia il marmo, poi fate girare l'angolo. La differenza fra l'attesa e il moncone impolverato è la lezione migliore che Roma possa dare sul rapporto fra leggenda e realtà, e non richiede un biglietto.

Quarto, sulla gestione dei tempi. Se volete vedere i sotterranei del tempio, muovetevi con settimane di anticipo e non contate di improvvisare: non è un sito a ingresso libero e le aperture sono occasionali. Se invece vi accontentate della superficie, avete la libertà totale: questa è una delle pochissime cose di Roma che potete vedere a mezzanotte tornando a piedi da cena.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Che il Campo Marzio centrale, quello compreso fra il Pantheon, piazza di Pietra e piazza Colonna, sia stato per decenni un unico cantiere imperiale lo sanno tutti gli appassionati. Quello che si cita di rado è la conseguenza urbanistica: le strade che percorrete oggi ricalcano i muri di quei monumenti. Via de' Pastini e via in Aquiro non sono tracciati medievali casuali, seguono l'ingombro dei due porticati che fiancheggiavano il tempio di Matidia. La chiesa di Santa Maria in Aquiro, sulla piazza, poggia su strutture antiche e nei suoi sotterranei si leggono le fondazioni del tempio. Il nome stesso della chiesa, in Aquiro, è oggetto di discussione fra gli studiosi e viene messo in relazione con l'edificio antico.

Secondo fatto poco citato: il riuso. Le undici colonne del Tempio di Adriano in piazza di Pietra sono sopravvissute perché nel 1695, sotto Innocenzo XII, l'architetto Carlo Fontana le inglobò nella facciata della Dogana di Terra. Non furono salvate per amore dell'antico, furono salvate perché facevano comodo come muro portante. Le colonne di Matidia, che nessuno inglobò in un edificio pubblico di prestigio, finirono in parte nei muri delle case private di piazza Capranica e in parte a terra, come quella del nostro vicolo. La differenza fra un monumento celebre e un moncone dimenticato, a Roma, è quasi sempre una questione di riuso.

Terzo: la quota. Il piano di calpestio antico del Campo Marzio si trova circa cinque metri sotto quello attuale. Significa che la colonna che vedete emergere di un metro dal selciato è in realtà alta almeno sei, e che il resto è sepolto nel terrapieno di detriti su cui cammina la Roma moderna. Quando guardate quel moncone, state guardando la cima di un elemento che continua sotto i vostri piedi.

Palazzo Capranica, la piazza che fa da cornice

La piazza da cui si imbocca il vicolo prende nome dal palazzo che la chiude sul lato lungo, e quel palazzo merita cinque minuti di attenzione prima di infilarsi nella stradina.

Il cardinale Domenico Capranica e la data 1451

Domenico Capranica, vescovo di Fermo, avviò la costruzione nel 1451, e la data è incisa su uno dei due portali marmorei della facciata. La famiglia veniva da Capranica Prenestina, sulla via Prenestina, e con lui salì ai vertici della curia. Il 5 gennaio 1457 il cardinale fondò il collegio per studenti poveri che ancora oggi porta il suo nome, Almo Collegio Capranica, destinato a giovani di modesta condizione avviati alla carriera ecclesiastica, con studi di teologia e diritto canonico. Il fratello Angelo, anch'egli cardinale, ottenne poi da Sisto IV il permesso di ampliare la sede.

Le finestre, la torre, i due portali

Sulla facciata si leggono tre bifore gotiche e tre finestre rinascimentali a croce guelfa, una convivenza di linguaggi che racconta il momento esatto in cui Roma passa dal medioevo al Rinascimento. Sulla torre d'angolo c'è un bassorilievo con il Salvatore fra due candelabri e due figure oranti. I portali sono due: uno reca la scritta COLLEGIUM CAPRANICENSE, l'altro la data 1451 e l'insegna del Teatro Capranica.

Il Teatro Capranica, uno dei primi teatri pubblici di Roma

Intorno al 1670 Pompeo Capranica ricavò un teatro privato al primo piano abbattendo i tramezzi; l'inaugurazione avvenne il 6 gennaio 1679. Nel 1694 l'architetto Carlo Buratti ridisegnò il palazzo con pianta a U. Il teatro chiuse definitivamente il 1º marzo 1881, servì poi da deposito di mobili, divenne cinema fino al 2000 e dal 2005 funziona come centro congressi. Per due secoli, a venti metri dalla colonna di Orlando, si è fatta opera in musica: e nell'opera italiana Orlando e Angelica sono personaggi ricorrenti, portati in scena decine di volte.

La foto giusta da fare a Orlando Furioso e la cicatrice sulla colonna

La foto sbagliata è quella che fanno tutti: colonna al centro, inquadratura frontale, flash. Esce un sasso grigio su fondo grigio e non si capisce niente. Il taglio sparisce, la scala sparisce, resta un rudere anonimo.

La foto giusta si costruisce in tre mosse. Primo, abbassatevi: scendete con l'obiettivo all'altezza del taglio, cioè a circa sessanta centimetri da terra. Da quella quota la fenditura si apre e il fusto acquista massa. Secondo, cercate la luce radente: la mattina presto o nel tardo pomeriggio il sole entra dal fondo del vicolo e attraversa la strada di taglio, e l'ombra dentro la fessura diventa nera e profonda. In piena luce di mezzogiorno, con il sole a picco, la fenditura si appiattisce e non si vede.

Terzo, e qui sta la differenza fra una foto da archivio e una foto che racconta: mettete una mano nell'inquadratura, appoggiata al marmo accanto al taglio. Serve la scala. Senza un riferimento umano nessuno capisce che quel fusto ha il diametro di un tronco secolare, e la fotografia perde il suo unico argomento.

Se avete voglia di un secondo scatto, allontanatevi verso l'imbocco su piazza Capranica e inquadrate il vicolo in profondità, con la colonna in primo piano a sinistra e il palazzo quattrocentesco sullo sfondo. È l'immagine che spiega il contesto: un pezzo di secondo secolo, una strada del Cinquecento, una facciata del Quattrocento, tutto in un solo fotogramma. Per la fontanella, aspettate che qualcuno beva: l'acqua immobile in fotografia è muta.

Un'ultima raccomandazione tecnica. Il vicolo è stretto e i muri sono chiari: se scattate con il telefono in automatico, la macchina espone per i muri e vi restituisce la colonna nera. Toccate lo schermo sul marmo per forzare l'esposizione sul soggetto, e se il telefono lo consente scendete di mezzo passo. Fa una differenza enorme.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

Un vicolo di cinquanta metri non ha una cronaca propria, ma l'isolato sì, ed è una cronaca lunga diciannove secoli.

119: la divinizzazione di Matidia

Alla morte della suocera, nel 119, Adriano ne pronunciò l'orazione funebre e ne ottenne la divinizzazione dal senato. L'anno successivo la zecca imperiale batté la moneta con la legenda DIVAE MATIDIAE SOCRVI. Il tempio che ne seguì, con il suo colonnato di cipollino, nacque da quella decisione: la colonna del vicolo è un frammento di quel gesto politico.

Fra il quinto e il tredicesimo secolo: la città si mangia il tempio

Non esiste una data per la caduta del tempio di Matidia. Il processo fu lento: crolli, spoliazioni, fornaci da calce, case addossate ai ruderi. Quando nel medioevo il Campo Marzio tornò a essere il quartiere abitato di Roma, il tempio era già una cava. Il troncone del vicolo sopravvisse perché nessuno riuscì a spezzarlo del tutto o a portarlo via.

1451 e 1457: il cardinale Capranica

La costruzione del palazzo, avviata nel 1451, e la fondazione del collegio, il 5 gennaio 1457, spostano il baricentro dell'isolato. Da area di rovine a sede di un'istituzione che esiste ancora.

1572-1585 e 1869: la fontana

Sotto Gregorio XIII viene realizzata la fontanella dell'acqua Vergine che oggi si vede nel vicolo; nel 1869 la si sposta qui da via de' Pastini per allargare il passaggio dei veicoli. Un'iscrizione sul posto ricorda il trasferimento.

1590 circa, 1774, 1861-1866: la chiesa sulla piazza

Santa Maria in Aquiro, attestata da un oratorio anteriore alla metà dell'ottavo secolo e restaurata da papa Gregorio III fra il 731 e il 741, viene ricostruita intorno al 1590 per volontà del cardinale Anton Maria Salviati, che vi affianca l'orfanotrofio e il collegio. La facciata è portata a termine nel 1774 da Pietro Camporese; fra il 1861 e il 1866 l'architetto Gaetano Morichini conduce un restauro generale.

1679 e 1881: il teatro apre e chiude

Il 6 gennaio 1679 si inaugura il Teatro Capranica, uno dei primi teatri romani aperti al pubblico pagante. Chiude il 1º marzo 1881, dopo due secoli di stagioni.

2005: il tempio riaffiora

Durante il restauro del palazzo cinquecentesco di piazza Capranica riemergono, cinque metri sotto il livello stradale, le basi delle colonne, la scalinata e parte del peristilio del tempio di Matidia, oltre alle palificate lignee di fondazione della metà del primo secolo. È il momento in cui la leggenda della spada trova finalmente il suo contraltare documentario.

Chi è passato da Orlando Furioso e la cicatrice sulla colonna

Di sicuro non il paladino Orlando, che con ogni probabilità non vide mai Roma e morì nei Pirenei nel 778. Ma per questo isolato sono passate persone il cui nome regge il confronto.

Adriano, imperatore dal 117 al 138, è il committente del complesso: fu lui a volere il tempio per Matidia e, a due passi, il Pantheon nella forma che vediamo oggi. Che abbia camminato su questo suolo è, per una volta, quasi certo.

Antonino Pio completò intorno al 145 il vicino Tempio di Adriano, dedicato al padre adottivo divinizzato: le undici colonne di piazza di Pietra, a centocinquanta metri da qui, sono opera sua.

Papa Gregorio III, pontefice fra il 731 e il 741, restaurò l'oratorio da cui nascerà Santa Maria in Aquiro: siamo nel pieno dell'alto medioevo, quando il tempio di Matidia era ancora in piedi almeno in parte.

Il cardinale Domenico Capranica costruì il palazzo dal 1451 e fondò il collegio nel 1457; suo fratello Angelo Capranica ne ottenne l'ampliamento da Sisto IV. Pompeo Capranica ricavò il teatro intorno al 1670 e lo aprì nel 1679; l'architetto Carlo Buratti ridisegnò l'edificio nel 1694.

Il cardinale Anton Maria Salviati fece ricostruire la chiesa intorno al 1590 e volle accanto l'orfanotrofio; Pietro Camporese chiuse la facciata nel 1774 e Gaetano Morichini restaurò l'insieme fra il 1861 e il 1866.

Ludovico Ariosto, l'uomo che ha dato il nome alla leggenda, fu a Roma più volte fra il 1509 e il 1514, in missione per gli Este. Non esiste documento che lo metta in questo vicolo, e nessuno lo scriva: il legame fra lui e la colonna è passato attraverso i lettori, non attraverso i suoi piedi.

Infine i romani, che sono i veri protagonisti di questa storia. Sono stati loro, generazione dopo generazione, a guardare quel marmo rotto, a scegliere una spiegazione fra tutte quelle possibili e a farla diventare il nome ufficiale della strada. Poche città al mondo hanno il potere di trasformare una diceria di quartiere in toponomastica comunale.

Capranica di Viterbo, l'altra traccia del paladino

A cinquantacinque chilometri da Roma sulla via Cassia, sulla Francigena, c'è Capranica, in provincia di Viterbo. Una tradizione locale vuole che il paladino Orlando, al seguito di Carlo Magno diretto a Roma, si sia accampato nelle sue torri. Va detto con precisione che cosa vale: è racconto locale, non documento. Le fonti storiche sul paese parlano d'altro, dell'origine pastorale del nome e del castello degli Anguillara, e non registrano il passaggio del paladino. Resta il fatto interessante: la leggenda di Orlando, nel Lazio, non è isolata in un vicolo romano, ha una geografia. Chi vuole seguirla trova a Capranica il Torrione dell'Orologio, la chiesa di San Francesco fra tredicesimo e sedicesimo secolo, la chiesa di San Pietro del nono secolo e la Madonna del Piano su disegno del Vignola: una gita di mezza giornata che vale anche senza cavalieri.

Vale la pena ricordare che la stessa famiglia Capranica del palazzo romano veniva da Capranica Prenestina, che è un altro paese ancora, sui Monti Prenestini. Tre luoghi con nomi quasi identici e storie diverse: chi prepara un itinerario ci inciampa regolarmente.

Orlando Furioso e la cicatrice sulla colonna con i bambini

Funziona benissimo, a una condizione: prima il racconto, poi la pietra. Un bambino di otto anni davanti a un moncone di marmo non vede niente; lo stesso bambino, dopo tre minuti di storia di un cavaliere impazzito che tenta di spezzare una spada indistruttibile, guarda quel marmo in un altro modo. Aggiungete la parte che li conquista sempre, cioè le reliquie nel pomo della spada e il viaggio sulla Luna a recuperare il senno perduto dentro un'ampolla.

Poi lasciateli toccare la colonna: è una delle rarissime antichità romane che si possono sfiorare senza infrangere nessuna regola, perché è arredo urbano da secoli. La fontanella accanto risolve il problema dell'acqua, e a duecento metri ci sono il Pantheon e il santuario dei gatti di Largo Argentina, che per la fascia sotto i dieci anni è sempre la vittoria più sicura della giornata.

Accessibilità del vicolo

Il vicolo è pianeggiante e senza gradini, ma è pavimentato in sanpietrini e questo, per chi si muove in sedia a rotelle o spinge un passeggino a ruote piccole, è il vero ostacolo del centro di Roma. La larghezza è sufficiente al passaggio, il fusto di colonna è addossato al muro e non ingombra. Chi ha difficoltà motorie può comunque vedere la colonna restando sul lato di piazza Capranica, che è lastricata in modo più regolare. I sotterranei del tempio, trovandosi cinque metri sotto il piano stradale e con accesso da scale, non sono adatti a chi non affronta le rampe.

Cosa vedere a dieci minuti a piedi

Questo è il punto di forza reale della sosta: siete nel mezzo di uno dei quartieri più densi d'Europa. In un raggio di seicento metri, senza mai prendere un mezzo:

Il Pantheon e piazza di Pietra

Il Pantheon è a due minuti: il tempio di Adriano meglio conservato del mondo antico, con la cupola in calcestruzzo più grande mai costruita senza armature. In direzione opposta, tre minuti, piazza di Pietra con le undici colonne corinzie alte quindici metri e larghe un metro e quarantaquattro, in marmo bianco proconnesio, inglobate nel 1695 da Carlo Fontana nella Dogana di Terra per volere di Innocenzo XII.

Piazza Colonna, Montecitorio, via del Corso

Piazza Colonna con la Colonna di Marco Aurelio è a centocinquanta metri; dietro, Montecitorio con l'obelisco di Psammetico II. Da lì si sbocca su via del Corso, l'asse rettilineo che i romani chiamano così dalle corse dei berberi del carnevale.

Le chiese del quartiere

La chiesa di Sant'Ignazio di Loyola con la finta cupola di Andrea Pozzo è a quattro minuti; la basilica di Santa Maria sopra Minerva, unica gotica di Roma, a cinque; la basilica di San Lorenzo in Lucina a sei.

Verso il Tridente e verso il Tevere

In dieci minuti si arriva alla Fontana di Trevi, a piazza di Spagna con la Fontana della Barcaccia e la scalinata di Trinità dei Monti; nell'altra direzione, verso il fiume, l'Ara Pacis e il Mausoleo di Augusto. Chi preferisce l'archeologia scenda invece su largo di Torre Argentina e sui sotterranei dello Stadio di Domiziano sotto piazza Navona.

Quando andare, e quando evitare

Il momento migliore è la prima mattina di un giorno feriale, in qualunque stagione. Il peggiore è il sabato pomeriggio da ottobre a gennaio, quando il quadrilatero fra il Pantheon e via del Corso diventa impraticabile. In agosto, contro ogni previsione, il vicolo è una benedizione: è in ombra quasi tutto il giorno per l'altezza dei palazzi, e a mezzogiorno ci sono cinque gradi meno che in piazza. La sera è illuminato e sicuro come tutto il quartiere, e la colonna sotto la luce artificiale rende sorprendentemente bene, perché la lampada radente scava il taglio.

Come inserire Orlando Furioso e la cicatrice sulla colonna in un itinerario

Chi accompagna gruppi lo sa: le soste brevi sono quelle che decidono il ritmo di una mattinata. Il vicolo della Spada d'Orlando è la classica tappa da novanta secondi che riaccende l'attenzione fra due monumenti maggiori, e va usata così, non come obiettivo.

Per chi viaggia da solo o in coppia

Costruite un anello: Pantheon, piazza Capranica e la colonna, piazza di Pietra, piazza Colonna, Montecitorio, ritorno per via dei Pastini. Un'ora e mezza con calma, niente biglietti, niente code. Se avete tre giorni pieni in città e volete un impianto già collaudato, la guida in inglese Rome Itinerary 3 Days imposta l'ordine delle visite in modo sensato rispetto alle prenotazioni a orario; l'elenco ragionato delle cose che vale la pena vedere è invece in Best things to do in Rome.

Per i gruppi e per chi organizza

Su un gruppo di quaranta persone il vicolo non regge: è largo tre metri e si crea un tappo. Con i gruppi numerosi conviene raccontare la storia in piazza Capranica, dove c'è spazio, e far entrare nel vicolo dieci persone alla volta. Chi organizza tour privati o aziendali a Roma e vuole un accompagnatore che conosca questo tipo di dettagli trova il quadro dei servizi e delle competenze nella pagina Chi siamo di TourLeaderPro, e può chiedere un preventivo dalla pagina Contatti.

Per chi vuole i sotterranei

Le aperture dell'area archeologica sotto piazza Capranica sono occasionali e a numero chiuso. Chi ci tiene deve informarsi con largo anticipo presso l'ente che gestisce il palazzo, oppure affidarsi a un professionista che segua il calendario delle aperture straordinarie: è esattamente il genere di lavoro che fa la rete di TourLeaderPro.

Domande veloci su Orlando Furioso e la cicatrice sulla colonna

Dove si trova esattamente la cicatrice sulla colonna dell'Orlando Furioso?

In vicolo della Spada d'Orlando, rione Colonna, una stradina che collega piazza Capranica a via delle Colonnelle, a pochi passi dal Pantheon. Non è dentro una chiesa e non è dentro un portico: è all'aperto, sulla strada pubblica, addossata al muro sul selciato di sanpietrini. Chi cerca la colonna dentro un edificio non la troverà.

Si paga un biglietto per vedere Orlando Furioso e la cicatrice sulla colonna?

No. È una strada pubblica, sempre aperta e gratuita, ventiquattro ore su ventiquattro.

Quanto dura la visita?

Cinque minuti per la colonna. Quaranta se la inserite nell'anello Pantheon, piazza di Pietra, piazza Colonna, Montecitorio, che è il modo giusto di usarla.

Il taglio sulla colonna è davvero opera della spada di Orlando?

No. È leggenda, e va detto senza mezzi termini. La spiegazione tecnica più probabile è una frattura prodotta durante un tentativo medievale di spezzare il fusto per riutilizzarne il marmo, oppure un urto da caduta.

Da dove viene la colonna?

Dal tempio che Adriano dedicò alla suocera Salonina Matidia, divinizzata nel 119 dopo Cristo, che sorgeva in quest'area del Campo Marzio.

Di che marmo è fatta?

Marmo cipollino, cavato nell'isola di Eubea in Grecia, riconoscibile dalle venature verdi ondulate su fondo chiaro.

Quanto era alta la colonna originale?

La base di circa un metro e settanta di diametro fa stimare fusti di almeno diciassette metri, l'altezza di un palazzo di sei piani.

Chi era Matidia?

Figlia di Ulpia Marciana, sorella di Traiano, e madre di Vibia Sabina, moglie di Adriano. Quindi suocera dell'imperatore, che la divinizzò: caso unico nella storia romana.

Si possono visitare i resti del tempio sotto piazza Capranica?

I resti esistono e sono conservati nei sotterranei del palazzo che affaccia sulla piazza, riscoperti nel 2005 cinque metri sotto il livello stradale. L'accesso non è libero: avviene in occasioni organizzate e va concordato con l'ente che gestisce l'edificio.

Ci sono altre colonne dello stesso tempio?

Sì, altre due sono inglobate nella muratura di un edificio su piazza Capranica. Le fonti non concordano sul numero civico, quindi conviene cercarle a occhio, riconoscendo la curvatura del muro.

Che rapporto c'è fra il vicolo e il poema di Ariosto?

Nessun rapporto diretto. L'Orlando furioso, uscito nel 1516 e nella versione definitiva nel 1532, ha reso il paladino così popolare in Italia che il popolo romano gli ha attribuito il taglio sul marmo. Il poema ha dato il nome alla leggenda, non il contrario.

Orlando è un personaggio storico o inventato?

Storico, ma di lui si sa pochissimo. Eginardo, nella Vita Karoli scritta fra l'829 e l'839, cita un Hruodlandus prefetto della marca di Bretagna caduto nell'imboscata di Roncisvalle, datata al 15 agosto 778. Tutto il resto è letteratura.

Gli assalitori di Roncisvalle erano saraceni?

No. Le fonti indicano popolazioni basche. I saraceni entrano nel racconto tre secoli dopo, con la Chanson de Roland.

Che cosa conteneva la Durlindana?

Secondo la Chanson de Roland il pomo d'oro custodiva quattro reliquie: un dente di san Pietro, il sangue di san Basilio, i capelli di san Dionigi e un lembo della veste della Vergine.

La spada di Orlando è ancora a Rocamadour?

No. La lama esposta nella rupe francese, considerata dagli studiosi un manufatto moderno legato al pellegrinaggio, è sparita nel giugno 2024 e ne è stato denunciato il furto.

Si possono fare foto a Orlando Furioso e la cicatrice sulla colonna?

Sì, è strada pubblica. Scattate abbassandovi all'altezza del taglio e con luce radente, e mettete una mano nell'inquadratura per dare la scala.

Il vicolo è accessibile in sedia a rotelle?

Il percorso è pianeggiante e senza gradini, ma pavimentato in sanpietrini, che rendono la spinta faticosa. La colonna si vede anche restando sul lato di piazza Capranica.

C'è acqua potabile nei paraggi?

Sì, nel vicolo stesso: una fontanella dell'acqua Vergine, spostata qui da via de' Pastini nel 1869.

Quando conviene andare per trovarlo vuoto?

Fra le sette e le nove del mattino di un giorno feriale. Il sabato pomeriggio autunnale è il momento peggiore.

È adatto ai bambini?

Molto, se raccontate la storia prima di mostrare la pietra. E possono toccarla: è arredo urbano da secoli.

Quanti monumenti importanti ci sono nel raggio di dieci minuti?

Almeno dieci: Pantheon, Tempio di Adriano, Colonna di Marco Aurelio, Montecitorio, Sant'Ignazio, Santa Maria sopra Minerva, San Lorenzo in Lucina, Fontana di Trevi, piazza di Spagna, largo di Torre Argentina.

Che differenza c'è fra questo vicolo e il Tempio di Adriano di piazza di Pietra?

Sono due templi diversi dello stesso quartiere imperiale. Quello di Matidia, da cui viene la nostra colonna, risale al 119 circa ed è quasi tutto sepolto; quello di Adriano, completato intorno al 145 da Antonino Pio, è sopravvissuto in undici colonne perché nel 1695 fu inglobato nella Dogana di Terra.

Il nome del vicolo è ufficiale?

Sì, vicolo della Spada d'Orlando è il toponimo ufficiale, uno dei rarissimi casi romani in cui una strada porta il nome di un episodio letterario.

L'ultima parola

Ho accompagnato centinaia di persone in questo vicolo e la reazione è sempre la stessa: prima la delusione, poi il sorriso. Ci si aspetta una ferita spettacolare e si trova un moncone grigio alto un metro. Poi arriva il pensiero giusto, che è questo: davanti avete un pezzo del colonnato che un imperatore fece innalzare per la suocera divinizzata, e il popolo di questa città, per spiegarselo, ha preferito immaginarci sopra un cavaliere impazzito con una spada indistruttibile. Non è ignoranza, è un modo di abitare le rovine. Roma non conserva l'antico sotto vetro: lo usa come paracarro, lo battezza con il nome di un eroe di carta e continua a camminarci accanto.

Il mio consiglio finale, da chi questo mestiere lo fa da vent'anni: non fotografate e basta. Appoggiate la mano sul marmo, contate mentalmente i diciassette metri che quella colonna misurava, e pensate che il resto è ancora lì sotto, cinque metri più in basso, con le sue basi e la sua scalinata. Poi andatevene al Pantheon. Il vicolo ha fatto il suo lavoro.

Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.

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RiassuntoOrlando Furioso e la cicatrice sulla colonna - Vicolo della Spada d'Orlando 00186 Roma RM
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IndirizzoVicolo della Spada d'Orlando 00186 Roma RM Centro storico, Roma, Roma Città
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