Museo Storico della Motorizzazione Militare
Il Museo Storico della Motorizzazione Militare si trova in viale dell'Esercito 170, dentro la Città Militare della Cecchignola, nella periferia sud di Roma poco oltre l'EUR, e non si visita presentandosi al cancello: l'ingresso è gratuito ma solo su prenotazione anticipata, e serve un documento d'identità valido, perché il varco che si attraversa è quello di un comprensorio dell'Esercito e non quello di un museo civico. La visita si concentra il sabato mattina, in una finestra breve (indicativamente dalle 9 alle 12), e la prenotazione va chiesta con largo anticipo, dieci giorni prima secondo le indicazioni del museo: il recapito da comporre è 06 50237374, negli orari d'ufficio dei giorni feriali, e l'indirizzo di posta elettronica pubblicato per le prenotazioni è museomotorizzazione@comsuplog.esercito.difesa.it. Nella richiesta si indicano la data desiderata, il numero dei visitatori e un recapito telefonico. Nessun biglietto, nessuna cassa, nessun tornello: al posto della biglietteria c'è una guardia, e vale la stessa regola che vale in aeroporto, cioè il nome che hai dato deve corrispondere al documento che mostri.
Confronta le esperienze a Roma
Ogni scheda apre una pagina di confronto qui su estateromana.com: le differenze tra le opzioni, le fasce di prezzo indicative e il link per prenotare sul sito del venditore. Puoi salvare quello che ti interessa in "Il mio viaggio".
✦ Vai all'aperturaMusei Vaticani e Cappella Sistina
Il primo slot della giornata o il tardo pomeriggio. A metà mattina è un nastro trasportatore, e non lo diciamo solo noi.
✦ Il classicoTour a piedi
Roma si capisce camminando. La differenza la fa la guida, non l'itinerario: sono quasi tutti uguali sulla carta.
✦ Prenotazione obbligatoriaGalleria Borghese
Bernini e Caravaggio in due ore contate. Senza prenotazione non si entra, punto.
✦ Va a rubaColosseo, Foro e Palatino
L'ingresso a orario sparisce con giorni di anticipo in alta stagione. La versione con i sotterranei è quella che vale il s...
✦ Poco camminoTour in golf cart
Il centro storico in un paio d'ore senza distruggerti i piedi, e passi dove i pullman non entrano.
✦ Vieni affamatoFood tour
Non è un pranzo: sono sei-otto tappe piccole. Il valore è nei posti in cui non saresti mai entrato da solo.
✦ Dopo le 21Bar hopping e vita notturna
Tre o quattro locali con qualcuno che sa quali sono aperti quella sera. Funziona meglio da soli che in coppia.
✦ Foto garantiteVespa e Ape Calessino
In Ape ti portano loro, in Vespa guidi tu (serve la patente). Due esperienze molto diverse sotto lo stesso nome.
✦ Il più scenograficoTour in sidecar
Il sidecar vintage con conducente: costa più della Vespa, ma è il giro che finisce in tutte le foto.
✦ Si mangia alla fineCorsi di cucina
Pasta a mano e poi ci si siede a tavola. La domanda giusta è quante persone ci sono per postazione.
✦ Anche in cittàDegustazioni di vino
In enoteca in centro o tra le vigne dei Castelli. Due cose diverse: una dura un'ora, l'altra una giornata.
✦ Fuori portaCastelli Romani
Frascati, Castel Gandolfo, il lago di Albano. Un'ora da Roma e sembra un'altra regione.
✦ Patrimonio UNESCOTivoli: Villa d'Este e Villa Adriana
Due ville, due epoche, un solo biglietto mentale: le fontane di Villa d'Este e le rovine imperiali di Adriano.
✦ SottoterraCatacombe e Appia Antica
Chilometri di gallerie sotto la via Appia. Fresche d'estate, e sorprendentemente poco affollate.
✦ Accesso limitatoColosseo: sotterranei e arena
Il piano dove aspettavano gladiatori e belve, e il pavimento dell'arena. Posti contati ogni giorno.
✦ Giornata lungaPompei e Costiera Amalfitana
Da Roma si fa in giornata, ma è una giornata vera: sveglia presto e rientro a sera.
✦ Alta velocitàFirenze in giornata
Un'ora e mezza di treno e sei sotto il Duomo. Si fa, se accetti di vedere tre cose e non dieci.
✦ Terrazza panoramicaCastel Sant'Angelo
Mausoleo, fortezza, prigione e rifugio dei papi. E la terrazza con la vista migliore su San Pietro.
✦ Dopo il tramontoRoma di notte
Le stesse piazze, senza la folla e con le luci giuste. La città cambia completamente.
✦ Libertà di scesaBus hop-on hop-off
Sali e scendi dove vuoi per 24 o 48 ore. Utile il primo giorno, per orientarsi.
✦ MareCapri e Costiera Amalfitana
Da Roma è lunga, ma in due giorni si fa con calma. In giornata solo se accetti di correre.
✦ Centro storicoTrevi, Pantheon e piazze
Il cuore barocco a piedi, più il biglietto del Pantheon che ora serve davvero.
✦ Con i bambiniScuola dei gladiatori
Due ore con la spada di legno in mano, sulla via Appia. Con i ragazzini funziona sempre.
✦ Poco sforzoSegway e monopattino
Copri il doppio del centro senza camminare. Dieci minuti di pratica e ci stai sopra.
✦ MercoledìUdienza papale
Ogni mercoledì, quando il Papa è a Roma. Il biglietto è gratuito ma va ritirato.
✦ Poco affollatoTerme di Caracalla
Muri alti trenta metri e quasi nessuno intorno. Uno dei posti più sottovalutati di Roma.
✦ A 30 minutiOstia Antica
La Pompei di Roma, raggiungibile col treno urbano. Strade, taverne e mosaici, senza folla.
✦ Alta velocitàNapoli e Pompei
Un'ora e dieci di treno. Il centro storico, il museo archeologico e la pizza vera.
✦ Prima dell'aperturaVaticano: ingresso anticipato
Dentro i Musei prima del pubblico. La Sistina quasi vuota è un'altra cosa.
✦ Senza faticaTour in e-bike
Le sette colline con l'assistenza al pedale. L'Appia Antica e il Gianicolo diventano facili.
Ci si arriva con la metropolitana B fino a Laurentina o a EUR Fermi e poi con l'autobus (la 763 arriva in zona, la 789 serve lo stesso quadrante) fino alle fermate di viale dell'Esercito; in automobile si esce dal Grande Raccordo Anulare all'altezza delle uscite 24 o 25 e si segue Cecchignola, con l'avvertenza che per introdurre la vettura nel comprensorio militare occorre farsi rilasciare un pass al varco, sempre documento alla mano. Conviene arrivare un quarto d'ora prima dell'orario concordato: il controllo all'ingresso ha i suoi tempi e nessuno li accorcia per un ritardatario. Chi organizza un giro di mezza giornata nel quadrante sud può tenere questa visita insieme a una passeggiata all'EUR, che dista pochi minuti di macchina.
Una precisazione che risparmia delusioni: il Museo Storico della Motorizzazione Militare non appartiene al circuito dei musei civici di Roma Capitale né a quello dei musei statali del Ministero della cultura. È un museo dell'Esercito Italiano, retto dal Comando Supporti Logistici. Quindi niente prima domenica del mese gratuita (l'ingresso è già gratuito tutto l'anno), niente card cumulative, niente abbonamento che qui serva a qualcosa. La moneta d'ingresso, in questo posto, è la puntualità e la prenotazione fatta per tempo.

Che cos'è davvero il Museo Storico della Motorizzazione Militare
È la raccolta più completa che esista in Italia dei veicoli a motore adottati dall'Esercito, dagli anni pionieristici a oggi: oltre trecento fra automobili e autocarri civili e militari d'epoca, una sessantina fra mezzi cingolati, blindati e corazzati, un'altra sessantina di motocicli. Non è un museo dell'automobile in senso stretto e non è un museo di guerra: è un museo della macchina che ha reso mobile un esercito, e insieme un pezzo di storia industriale italiana raccontato dai suoi telai. Fiat, Lancia, Alfa Romeo, Bianchi, Ceirano, OM, SPA, Pavesi: i marchi che hanno fatto l'automobile in questo Paese passano tutti da qui, e ci passano nella loro versione meno addomesticata, quella che doveva funzionare sulle mulattiere del Carso o nelle piste della Cirenaica.
Il museo nasce nel 1955 per iniziativa del Corpo Automobilistico, ed è il più giovane dei musei militari italiani; nel 1957 viene eretto a ente morale con decreto presidenziale. Per oltre trentacinque anni ha occupato i locali della Caserma Rossetti; nel 1991, dopo i lavori di sistemazione, è passato nella sede attuale, la Caserma Arpaia, all'interno della Città Militare della Cecchignola. L'area misura circa cinquantamila metri quadrati, con viali larghi, zone verdi e capannoni a copertura a shed, quelle falde a dente di sega con la vetrata rivolta a nord che l'architettura industriale del primo Novecento adottava per avere luce diffusa senza sole diretto: qui non sono un vezzo, erano officine, perché il comprensorio ospitava la Scuola della Motorizzazione Militare. Si visita, insomma, un luogo di lavoro riconvertito, e si vede.
Sullo stemma del museo compare il motto con fede custodisco, che dichiara la missione dell'istituzione: raccogliere e conservare il materiale storico e tecnico della Motorizzazione Militare, e insieme quello del Genio, dell'Artiglieria e delle Trasmissioni. I cimeli conservati fanno di questo luogo la sede della memoria degli Autieri e la vetrina delle loro vicende lungo più di un secolo.
La scelta che rende diverso il Museo Storico della Motorizzazione Militare
C'è una decisione museografica che qui vale più di mille pannelli: i veicoli non sono inseriti in scene, diorami o ricostruzioni di battaglia. Niente manichini con l'elmetto, niente sabbia finta, niente fondali dipinti. La macchina è esposta come macchina, perché l'attenzione cada sulla tecnica, sulla soluzione ingegneristica, sullo sviluppo tecnologico e sulla funzionalità. È una scelta austera e, per come la vedo io dopo vent'anni di gruppi accompagnati nei musei di mezza Italia, è la scelta giusta: il diorama invecchia in dieci anni e distrae sempre, il telaio nudo racconta per sempre. Chi cerca l'emozione da set cinematografico rimarrà spiazzato; chi vuole capire come si passa da un carro a cavalli a una colonna autotrasportata avrà pane per i suoi denti.
Prenotare la visita al Museo Storico della Motorizzazione Militare: le regole di una struttura militare
Ripeto il punto perché è quello su cui si inciampa: la visita al Museo Storico della Motorizzazione Militare va concordata prima, e prima significa giorni, non ore. Le indicazioni del museo parlano di almeno dieci giorni di anticipo. La telefonata al numero 06 50237374 funziona nei giorni feriali negli orari d'ufficio, con il venerdì accorciato alla mattina; la richiesta scritta va indirizzata alla casella di posta elettronica indicata dal museo, specificando data, numero di visitatori e recapito telefonico. Se siete un gruppo, il numero di persone va dichiarato con precisione: al varco l'elenco viene confrontato con chi si presenta.
I documenti per entrare al Museo Storico della Motorizzazione Militare
Al varco della Città Militare, e all'ingresso del museo, il personale militare può eseguire un controllo dei documenti. Portate una carta d'identità o un passaporto in corso di validità, per ogni persona del gruppo, minori compresi quando ne hanno diritto. Chi arriva in automobile deve mettere in conto la procedura per il pass veicolare, che comporta l'identificazione del conducente. Non è burocrazia inventata per scoraggiare i visitatori: è la norma di un comprensorio dell'Esercito, e la stessa norma vale per chiunque, dal turista tedesco al collezionista che porta la sua Balilla al raduno.
Quanto dura la visita al Museo Storico della Motorizzazione Militare
La finestra del sabato mattina è breve e va sfruttata. Per una visita ragionata, con la sosta davanti ai pezzi maggiori e il tempo di leggere le targhette, mettete in conto un'ora e mezza abbondante; le visite organizzate a turni, quando il museo apre in occasione di iniziative con associazioni esterne, viaggiano su un'ora tonda a gruppo. Il mio consiglio operativo: se avete due ore, dedicatene almeno quaranta minuti al padiglione dell'automobile, che è quello dove il tempo scompare, e non lasciate i corazzati per ultimi, perché i corazzati sono la parte che i ragazzi vogliono vedere e i ragazzi si stancano prima degli adulti.
Una curiosità su Museo Storico della Motorizzazione Militare
La curiosità che preferisco riguarda una data che nessuno associa a un museo: il 22 maggio. È la festa annuale dell'Arma dei trasporti e dei materiali, e la ragione non è una battaglia vinta né una carica di cavalleria, ma un trasloco. Il 22 maggio 1916, nel Trentino, l'Esercito italiano impiegò per la prima volta in modo massiccio gli autocarri per spostare interi reparti: una manovra logistica, non un fatto d'armi. Un'Arma che festeggia il giorno in cui ha traslocato meglio degli altri dice tutto di sé, e dice molto anche di questo museo, dove il pezzo forte non è mai l'arma montata sopra il mezzo ma il mezzo che ha portato l'arma dove serviva.
Dentro il museo quella giornata ha una reliquia visibile: la grande carta murale che riporta in dettaglio la prima grande manovra autotrasportata compiuta in Trentino nel 1916 sotto il comando di Cadorna. È un oggetto che il visitatore distratto attraversa in tre secondi e che invece merita cinque minuti: ci si legge sopra la geografia di un'operazione in cui il tempo di percorrenza diventa la variabile decisiva, con le colonne di autocarri lanciate su strade di montagna che nessun ingegnere aveva pensato per quel peso.
Aggiungo la seconda metà della curiosità, quella che pochi conoscono. La prima volta in assoluto che un autocarro entrò direttamente in un'azione di guerra italiana non fu in Trentino: fu l'8 giugno 1912, alla battaglia di Zanzur, in Libia. Quattro anni prima. Fra le due date corre la trasformazione che il Museo Storico della Motorizzazione Militare racconta meglio di qualunque libro: il passaggio del veicolo a motore da curiosità costosa a infrastruttura indispensabile. E ancora un dettaglio da conservare: dal 1932 l'Arma porta il motto Fervent rotae, fervent animi, ardono le ruote, ardono gli animi, e dal 1954 il suo patrono celeste è San Cristoforo martire, lo stesso che generazioni di automobilisti italiani hanno tenuto attaccato al cruscotto.
La storia della motorizzazione italiana raccontata dal Museo Storico della Motorizzazione Militare
Per capire che cosa si guarda, conviene tenere a mente la cronologia dell'Arma, perché i veicoli esposti la seguono passo per passo. Nel 1900 il Ministero della guerra acquista il primo veicolo a vapore. Nel 1902 nasce un nucleo di militari addestrati alla condotta delle automobili presso la Brigata ferrovieri del Genio: i primi autisti in divisa d'Italia erano, tecnicamente, dei ferrovieri. Nel 1905 si costituisce il Nucleo Automobilistico; il 1 settembre 1906, con la Sezione Automobili di Torino e Roma, si fissa la data di nascita dell'attuale Arma. Nel 1907 arriva la prima normativa automobilistica militare, nel 1908 il primo corso di istruzione a Roma, nel 1910 la Sezione diventa Battaglione automobilisti del Genio.
Poi la guerra accelera tutto. Nel 1920 nascono dieci Centri automobilistici; nel 1923 il Servizio dei trasporti militari; nel 1926 il Servizio automobilistico militare; nel 1935 il Corpo automobilistico; nel 1942 la struttura si allarga a sedici reggimenti autieri. Nel 1948 si torna al Servizio automobilistico, nel 1980 di nuovo al Corpo automobilistico, dal 1997 la denominazione è Arma dei trasporti e dei materiali dell'Esercito Italiano. Ogni cambio di nome, in questo museo, ha un veicolo che gli corrisponde: è la ragione per cui la visita, fatta in ordine, funziona come una linea del tempo percorsa a piedi.
I sei padiglioni del Museo Storico della Motorizzazione Militare, uno per uno
L'esposizione è distribuita in sei padiglioni, che presentano spaccati sui momenti più significativi di un secolo abbondante di invenzioni, sfide e adattamenti, in guerra e in pace. Li racconto nell'ordine in cui conviene percorrerli.
Il padiglione Medaglia d'Oro Arturo Mercanti
È il padiglione che ospita la Direzione del museo, la sala riunioni, la biblioteca-archivio e il Sacrario Storico degli Autieri d'Italia. Qui si documenta il primissimo sviluppo del trasporto militare a motore e la sua integrazione nell'organizzazione dell'Esercito: siamo a cavallo della Prima guerra mondiale, quando il veicolo a motore smette di essere un mezzo per portare materiali e diventa lo strumento che decide dove e quando un reparto può trovarsi.
In questo padiglione è conservato uno dei pezzi più preziosi dell'intera collezione: l'autoambulanza Fiat tipo 2F del 1910, indicata come l'unico esemplare rimasto al mondo, impiegata nella campagna di Libia. È la macchina che ha portato feriti veri su strade vere, e che il cinema ha poi reso celebre nella trasposizione di Addio alle armi, il romanzo che Ernest Hemingway scrisse dalla propria esperienza di conducente di ambulanze sul fronte italiano. Vedere il telaio alto, le ruote a raggi, il vano posteriore stretto come un armadio, spiega in tre secondi che cosa significasse essere trasportati feriti nel 1915: significava sobbalzare.
Chi era Arturo Mercanti, l'uomo a cui è intitolato il padiglione
Vale la pena sapere a chi si intitola quella sala, perché Mercanti è uno dei grandi organizzatori dell'Italia moderna, e il suo nome oggi lo ricordano soprattutto gli storici dell'automobilismo. Nato a Milano il 15 aprile 1875, nel 1908 fu tra i fondatori di una delle prime associazioni italiane di aviazione e presiedette l'Aero Club d'Italia; organizzò gare e dimostrazioni aeree negli anni in cui volare era ancora un esperimento pubblico. Dirigente dell'Automobile Club di Milano, allestì il primo Gran Premio d'Italia a Montichiari, nel Bresciano, nel 1921, e l'anno dopo lo portò sull'anello appena costruito di Monza: l'autodromo che oggi tutti conoscono nasce anche dalla sua ostinazione.
Richiamato in servizio durante la Prima guerra mondiale, guadagnò due medaglie di bronzo al valor militare e due croci di guerra, conseguì il brevetto di pilota a Malpensa nel settembre 1918 e comandò un reparto sperimentale per i collegamenti aerei. Morì il 6 luglio 1936 a Les Addas, in Etiopia, durante l'attacco a un convoglio ferroviario: aveva sessantun anni ed era volontario. Gli fu conferita la medaglia d'argento al valor militare il 25 ottobre 1936 e, il 30 ottobre 1937, la medaglia d'oro alla memoria. Un uomo che ha attraversato l'automobile, l'aviazione e la guerra: intitolargli il padiglione delle origini è la cosa più sensata che il museo potesse fare.
Il padiglione della Grande Guerra al Museo Storico della Motorizzazione Militare
Qui si allineano i primi autocarri con carrozzeria grigioverde, e il colore va guardato con attenzione, perché è l'anno zero di una convenzione visiva che dura ancora. Ci sono i mezzi Zust, il Fiat 18 BL, gli autocarri che hanno fatto la spola sulle strade del fronte, e la Fiat che il museo indica come la vettura di Vittorio Emanuele III, soprannominata La Saetta del Re: la macchina con cui il sovrano raggiungeva le linee per le visite ai reparti. Nella stessa area si trova la carta murale della manovra autotrasportata del 1916.
Un dettaglio tecnico che di solito nessuno racconta: gli autocarri di quella generazione avevano ruote a raggi di legno con cerchiature metalliche o gomme piene, e frenavano solo sull'asse posteriore. Chi guarda il Fiat 18 BL pensando a un camion moderno non capisce nulla; chi lo guarda sapendo che quella macchina scendeva un tornante di montagna carica, con freni su due ruote sole e senza servofreno, comincia a capire perché gli autieri fossero considerati un mestiere di rischio. La velocità di crociera era quella di un ciclista in forma; il vantaggio non era la rapidità, era il non stancarsi mai, ventiquattro ore su ventiquattro.
Il padiglione della Seconda guerra mondiale
La sezione dedicata al secondo conflitto è la più severa e, per chi conosce la storia industriale italiana, la più istruttiva. Ci sono le versioni coloniali, verniciate per la sabbia: la Lancia Aprilia e l'Alfa Romeo 6C 2500, la Fiat 508 CM, e poi la Lince, l'autoblindo leggera costruita dalla Lancia, insieme a una fila di autocarri come il Ceirano 50 CM, lo SPA 38R e l'OM 32. Sono i mezzi con cui un Paese di undici milioni di veicoli in meno rispetto agli avversari provò a combattere una guerra motorizzata.
Il mio giudizio, e lo dico senza giri di parole: questa è la parte del museo che va guardata con più onestà intellettuale. La Lince è una macchina bellissima e derivata da un progetto britannico; le coloniali raccontano una stagione coloniale che nessuna vernice sabbia rende neutra. Il museo non mette in scena nulla, e la sobrietà lascia al visitatore il compito di collocare gli oggetti nella loro storia. Chi vuole tenere insieme i due capi del discorso può abbinare la visita a quella del Museo storico della Liberazione di via Tasso, che racconta l'altro lato di quegli stessi anni, oppure al Mausoleo delle Fosse Ardeatine, a pochi chilometri da qui lungo la via Ardeatina.
I mezzi corazzati e cingolati del Museo Storico della Motorizzazione Militare
La collezione dei mezzi pesanti è una delle più consistenti d'Italia e vale il viaggio per chi si occupa di storia della tecnica militare. I registri degli studiosi del settore censiscono al museo una ventina abbondante di corazzati e cingolati: dalla produzione italiana il carro P40, i carri M15/42, il semovente M41 da 75/18, un carro comando per semoventi e le tankette L3, cioè la famiglia di veicoli minuscoli con cui l'Esercito italiano entrò nella guerra corazzata dalla porta più stretta.
Dal versante alleato si trovano il Sherman nelle sue varianti, il semovente M7 Priest, il cacciacarri M36, i recuperatori M32 e M74, il carro leggero M24 Chaffee, il Pershing M26, il Patton M47, il M60A1, gli obici semoventi M44 e M55. Ci sono anche pezzi curiosi per il collezionista di rarità: un gettaponte Valentine britannico, un trasporto truppe francese AMX-VCI, un semovente canadese Sexton, il prototipo europeo SP-70 e un lanciatore Lance. Una passeggiata fra questi mezzi è, in pratica, un riassunto della politica industriale e delle alleanze italiane del Novecento: prima il tentativo autarchico, poi il materiale americano della guerra fredda, infine i progetti a più bandiere.
Un'osservazione che faccio sempre ai gruppi davanti al P40: guardate lo spessore delle piastre e la posizione dei portelli, poi immaginate di doverne uscire in fretta. La differenza fra i mezzi italiani del 1942 e un Pershing del 1945 non è solo il cannone, è l'idea stessa di che cosa valga la vita dell'equipaggio dentro il progetto. Questa è la cosa che il Museo Storico della Motorizzazione Militare, senza dire una parola, mostra meglio di tutti.
Il padiglione dell'automobile: un museo dentro il Museo Storico della Motorizzazione Militare
È la sezione che sorprende chi arriva pensando di trovare soltanto mezzi verdi. Il padiglione dedicato alla storia e all'evoluzione dell'automobile è un museo dell'auto in piena regola, e regge il confronto con collezioni ben più pubblicizzate. Il percorso comincia dal punto zero: la ricostruzione del carro a vapore di Nicolas-Joseph Cugnot, il fardier del 1769, il primo veicolo semovente della storia, nato per trainare cannoni e passato alla storia anche per il primo incidente stradale della modernità. Segue la ricostruzione del carro a vapore De Dion Bouton, e poi si entra nell'epoca del motore a scoppio.
Da lì in avanti si sfilano le prime Fiat, la Zedel del 1910, la Renault AG Torpedo (la stessa famiglia dei taxi parigini della Marna), la Bianchi, la Balilla, la Lancia Artena, la Lancia Aprilia, l'Alfa Romeo 6C 2500 Sport carrozzata Boneschi, fino al pezzo che i visitatori fotografano di più: un'Alfa Romeo 1750, cioè la vettura che negli anni Venti, con la firma di Vittorio Jano, ha insegnato all'Europa che cosa fosse una macchina sportiva italiana. In collezione compaiono anche una Fiat 501 torpedo, una Lancia Astura cabriolet del 1938 e una Fiat 508 Balilla spider del 1932: automobili che con la guerra hanno poco a che vedere e con il gusto italiano moltissimo.
I motocicli e i trattori del Museo Storico della Motorizzazione Militare
La sessantina di motocicli d'epoca è la parte più sottovalutata della visita e, per il mio gusto, una delle più belle. Il pezzo che merita la sosta lunga è il Bernardi del 1896, indicato dal museo come il primo veicolo a motore a scoppio costruito in Italia. Il nome dietro quella macchina merita una riga: Enrico Bernardi, veronese del 1841, professore all'Università di Padova, brevettò nel 1882 un motore a scoppio pensato per le piccole industrie e per le macchine da cucire, e lo battezzò Pia con il nome della figlia; nel 1894 costruì il primo autoveicolo realizzato in Italia, un triciclo con motore monocilindrico orizzontale da 624 centimetri cubi e circa tre cavalli. Fra il 1894 e il 1901 la sua produzione arrivò a un centinaio di esemplari, prima che la società finisse in liquidazione. L'Italia dell'automobile comincia da un professore di Padova, non da un industriale torinese, e questo museo lo ricorda.
Accanto ci sono le moto da guerra vera: la Frera 500 del 1916, usata dai bersaglieri ciclisti nel passaggio dalla bicicletta al motore, e le generazioni successive di mezzi a due ruote militari. Fra i trattori spicca il Pavesi del 1926, la macchina articolata a quattro ruote motrici che l'Italia esportò in mezzo mondo e che rappresenta uno dei rari casi in cui la meccanica militare italiana anticipò il resto d'Europa. Se avete un debole per la meccanica, tenete d'occhio lo snodo centrale: è una soluzione che i costruttori di macchine da cantiere useranno per i successivi sessant'anni.
Le automobili di rappresentanza e le carrozze
La parte che i visitatori chiamano le auto dei presidenti raccoglie i mezzi di rappresentanza dello Stato, fra cui una Maserati blindata del 2004 destinata al servizio presidenziale, e una galleria di carrozze che proviene dalle collezioni del Quirinale. È il capitolo più mondano della visita e anche il più fragile dal punto di vista della memoria: le auto di Stato cambiano spesso di sede e di destinazione, e l'esposizione può variare. La regola d'oro, se venite apposta per un veicolo preciso, è chiederlo al momento della prenotazione: il personale sa che cosa è visibile e che cosa no.
Aggiungo un'osservazione da guida: la blindatura di una vettura di rappresentanza si legge dai dettagli, non dalla mole. Guardate lo spessore dei montanti, la profondità dei vetri, il modo in cui la portiera chiude senza gioco. Sono automobili che pesano centinaia di chili in più delle sorelle di serie e si muovono come se non lo sapessero: è quello, il lavoro dell'ingegnere.
La biblioteca-archivio e il Sacrario degli Autieri
Nel padiglione Mercanti la biblioteca-archivio conserva dati, schede tecniche e documentazione fotografica dei mezzi a motore affidati all'Esercito fino ai giorni nostri: è materiale da studiosi, e per chi lavora su storia della tecnica o su ricostruzioni filologiche vale un contatto preventivo. Il Sacrario Storico degli Autieri d'Italia, nello stesso padiglione, è il luogo della memoria dei caduti dell'Arma: si attraversa in silenzio, senza foto se il personale lo chiede, e si esce con la misura giusta per guardare tutto il resto.
Una cosa che non ti dice nessuno su Museo Storico della Motorizzazione Militare
Nessuna guida turistica lo scrive, eppure cambia completamente l'esperienza: il Museo Storico della Motorizzazione Militare non è un museo che ha semplicemente veicoli fermi, è un museo che ha veicoli che camminano. Una parte della collezione è tenuta in condizioni di marcia, e i mezzi funzionanti escono per le manifestazioni di regolarità e per i raduni: il museo ha portato in gara alla Mille Miglia una Fiat Campagnola del 1951 e una Lancia Aprilia berlina del 1939. Vuol dire che le officine dell'Esercito, dentro quel comprensorio, restaurano e mantengono in ordine di marcia macchine di ottant'anni, e che quando visitate potreste trovare un pezzo assente perché è in viaggio verso Brescia. Non è un difetto: è la prova che quella collezione non è imbalsamata.
La seconda cosa che nessuno dice riguarda l'uso che si può fare di questo posto. La biblioteca-archivio conserva schede tecniche e documentazione dei mezzi a motore in carico all'Esercito: per chi lavora su un restauro filologico, su una tesi di storia della tecnica o su una ricostruzione cinematografica, questa è una miniera che quasi nessuno sfrutta, perché il museo non ha né la vetrina né la promozione di un'istituzione civica. Un artigiano che deve rifare l'impianto elettrico di un autocarro degli anni Trenta, qui, può trovare la risposta giusta invece della congettura.
La terza cosa, la più pratica, è che la finestra di apertura non è l'unica occasione per entrare. Il museo apre anche in occasione di iniziative organizzate con associazioni culturali e automobilistiche, con turni a numero chiuso e, in quei casi, con una quota d'iscrizione a favore dell'ente promotore. Chi non riesce a incastrare il sabato mattina, o chi vuole una visita accompagnata invece che libera, ha in quelle giornate la sua seconda porta d'ingresso. La regola, anche lì, non cambia: prenotazione e documento.
Il consiglio che ti do per visitare Museo Storico della Motorizzazione Militare
Il consiglio numero uno riguarda il calendario, e ve lo do con la franchezza di chi ha visto gruppi rimanere fuori. Telefonate prima di programmare qualunque cosa. Non fissate il volo, la macchina a noleggio o la mattinata dei ragazzi sulla base di un orario letto da qualche parte: un museo interno a un comprensorio militare può sospendere le visite per esigenze di servizio, per cerimonie, per lavori, e nessuno vi rimborsa la mattinata. La telefonata dura tre minuti e vale più di qualunque pagina consultata.
Il consiglio numero due riguarda il modo di guardare. Entrate con una domanda in testa, una sola: come si risolveva questo problema con la tecnologia di allora. Davanti al Cugnot la domanda è come si porta un cannone senza cavalli; davanti al Fiat 18 BL è come si tiene una colonna in movimento su una strada di montagna; davanti al Pavesi è come si affronta il fango senza sprofondare; davanti alla Maserati blindata è come si protegge una persona senza rinunciare a muoversi in fretta. Il museo è costruito proprio così, per problemi e soluzioni, e chi lo attraversa cercando soltanto i pezzi celebri torna a casa con metà del valore.
Il consiglio numero tre è vestirsi da officina e non da centro storico. Gli spazi sono ampi, i piazzali sono grandi, le distanze fra padiglione e padiglione si fanno a piedi e d'inverno i capannoni non sono riscaldati come una sala barocca. Scarpe chiuse, giacca, e le mani libere. Il quarto consiglio: portate un metro da sarto o una fettuccia se venite per motivi di studio. Le targhette danno i dati principali, ma chi lavora su un restauro sa che le misure prese sul pezzo valgono più di qualunque scheda, e il personale, se avete spiegato prima le vostre ragioni, è di solito disponibile. Il quinto e ultimo: lasciate perdere l'idea di finire la visita in mezz'ora perché il museo è gratuito. Le cose gratuite si rispettano di più, non di meno.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Che il Museo Storico della Motorizzazione Militare sia il più grande contenitore italiano di veicoli militari lo sanno in molti. Quello che si cita raramente è la sua natura giuridica anomala: eretto a ente morale nel 1957 con decreto del Presidente della Repubblica, quindi non una semplice sala trofei di reparto ma un'istituzione con personalità propria, con una missione di conservazione riconosciuta dallo Stato. Il museo dipende dal Comando Supporti Logistici dell'Esercito e conserva anche materiale del Genio, dell'Artiglieria e delle Trasmissioni: cioè è, di fatto, un archivio tecnico dell'intera meccanizzazione militare italiana, non solo delle ruote.
Il secondo fatto poco citato è il progetto di rilancio. Nel luglio del 2020 l'Esercito e l'Automobile Club d'Italia hanno firmato un accordo per l'ammodernamento del museo: un piano triennale di lavori infrastrutturali, con l'obiettivo dichiarato di aprire le porte a un pubblico ampio e di dotare il complesso di sala conferenze, bookshop, caffetteria, spazi all'aperto e aree per i bambini. L'intesa porta le firme del Comandante Logistico dell'Esercito, il generale Francesco Paolo Figliuolo, e del Segretario Generale dell'ACI, Gerardo Capozza, ed è stata voluta dal Capo di Stato Maggiore dell'Esercito, generale Salvatore Farina, e dal Presidente dell'ACI, Angelo Sticchi Damiani. Vale la pena saperlo prima di arrivare: chi visita oggi vede una collezione straordinaria in una cornice ancora sobria, e sta guardando un cantiere culturale a metà del guado.
Il terzo fatto, che stupisce chi arriva con l'idea di un museo di guerra: qui la parte civile della collezione, dalle carrozze del Quirinale alle berline degli anni Trenta, ha un peso enorme. Il patrimonio della motorizzazione italiana è entrato in caserma perché la caserma è l'unico posto che aveva capannoni, meccanici e continuità amministrativa per conservarlo. È un paradosso tutto italiano, e per fortuna un paradosso fortunato: senza l'Esercito, molte di queste macchine sarebbero finite a pezzi in qualche demolitore negli anni Sessanta.
La foto giusta da fare a Museo Storico della Motorizzazione Militare
Prima la regola, poi la fotografia. Si è dentro un comprensorio militare: si fotografano i pezzi esposti, non le installazioni, non i varchi, non il personale, non ciò che si vede oltre i piazzali del museo. Chiedete conferma al personale appena entrati, perché la libertà di scatto la concede chi vi accompagna, e in un luogo così le regole non si interpretano.
Detto questo, la fotografia migliore del Museo Storico della Motorizzazione Militare non è il carro armato in campo lungo. È il dettaglio del cruscotto di un autocarro della Grande Guerra: manometri con i numeri disegnati a mano, legno, ottone, un volante grande come un cerchione. In quel quadrato di quaranta centimetri c'è tutta la distanza fra la loro epoca e la nostra, e viene bene anche con il telefono, purché ci si appoggi a un montante per tenere ferma la macchina, perché nei capannoni la luce è bassa.
La seconda inquadratura che consiglio è la fuga prospettica dei mezzi allineati dentro un padiglione: mettetevi in ginocchio, appoggiate il gomito, e fotografate all'altezza dei mozzi delle ruote. Le carreggiate diverse creano una scala che l'occhio legge subito. La terza, per chi ha pazienza, è la vetrata a shed vista dal basso mentre taglia la luce sui tetti dei veicoli: è l'unica immagine che restituisce insieme la macchina e l'officina che l'ha ospitata. Evitate invece il ritratto sorridente appoggiati a un mezzo: oltre a essere di cattivo gusto in un museo che custodisce anche un sacrario, è il modo più sicuro di farsi richiamare. Se cercate un ricordo umano, fotografate le mani di chi guarda, non chi posa.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
Il luogo va letto su due piani: quello che è successo dentro queste mura e quello che è successo alle macchine che oggi vi sono conservate. Sul primo piano, il fatto fondante è il trasloco del 1991: dopo oltre trentacinque anni nei locali della Caserma Rossetti, la collezione entra nella Caserma Arpaia, alla Cecchignola, cioè in una struttura che era stata la Scuola della Motorizzazione Militare. Un museo della motorizzazione che va ad abitare nella scuola dove si insegnava la motorizzazione: raramente un trasferimento è stato più coerente. Prima ancora, nel 1955, la fondazione per iniziativa del Corpo Automobilistico e, nel 1957, il decreto presidenziale che lo eresse a ente morale.
Sul secondo piano gli avvenimenti sono quelli che le macchine hanno attraversato. L'8 giugno 1912, a Zanzur, in Libia, l'autocarro entra per la prima volta direttamente in un'azione di guerra italiana: la meccanizzazione smette di essere retrovia. Il 22 maggio 1916 in Trentino l'impiego massiccio degli autocarri per il trasporto dei reparti dimostra che una guerra si vince anche con il chilometraggio: quella data è diventata la festa dell'Arma. Nel 1916 la carta murale conservata al museo fissa la manovra autotrasportata condotta sotto Cadorna, la prima operazione italiana su quella scala.
Ci sono poi le date istituzionali che spiegano gli oggetti: il 1900 del primo veicolo a vapore acquistato dal Ministero della guerra, il 1902 del primo nucleo di conducenti militari nato dentro la Brigata ferrovieri del Genio, il 1 settembre 1906 della Sezione Automobili di Torino e Roma, atto di nascita dell'Arma; il 1908 del primo corso d'istruzione automobilistica a Roma; il 1910 del Battaglione automobilisti; il 1935 del Corpo automobilistico; il 1942 dei sedici reggimenti autieri; il 1954 della proclamazione di San Cristoforo martire come patrono; il 1997 della denominazione attuale.
Infine gli avvenimenti recenti, quelli che riguardano il futuro del complesso: la firma dell'accordo con l'Automobile Club d'Italia nel luglio 2020 per il piano di ammodernamento, e le uscite dei veicoli funzionanti nelle gare di regolarità, dove i mezzi del museo corrono accanto alle collezioni private più blasonate d'Europa. Un museo militare che manda le proprie macchine a gareggiare non è cosa comune: è, anzi, l'evento ricorrente più bello della sua storia recente.
Chi è passato da Museo Storico della Motorizzazione Militare
La domanda va girata: più che chi ha visitato il museo, conta chi ha usato i veicoli che il museo conserva, perché quelle macchine hanno trasportato l'Italia dei loro anni. Su tutti Vittorio Emanuele III, che raggiungeva le linee del fronte con la Fiat che gli autieri chiamavano La Saetta del Re: il sovrano, per tre anni e mezzo di guerra, ha visto il fronte dal sedile di un'automobile, e quella vettura è oggi visibile a pochi passi da un autocarro coetaneo. Poi Luigi Cadorna, il cui nome è legato alla manovra autotrasportata del 1916 documentata dalla carta murale del museo.
C'è un passaggio letterario che merita il suo posto: Ernest Hemingway, volontario come conducente di ambulanze sul fronte italiano nel 1918, ferito sul Piave, che da quell'esperienza ricavò Addio alle armi. Il museo conserva l'autoambulanza Fiat tipo 2F, indicata come unico esemplare superstite al mondo e usata nella trasposizione cinematografica del romanzo: davanti a quel mezzo si tocca il punto esatto in cui la storia della meccanica incontra la storia della letteratura. Non è un aneddoto da cartolina: è il motivo per cui una scatola di lamiera del 1910 vale un pellegrinaggio.
Fra i protagonisti c'è naturalmente Arturo Mercanti, medaglia d'oro al valor militare alla memoria, fondatore dell'autodromo di Monza e organizzatore del primo Gran Premio d'Italia, al quale è intitolato il padiglione delle origini. E c'è, in trasparenza, Enrico Bernardi, il professore padovano il cui veicolo apre la sezione delle due ruote e con esso la storia stessa dell'automobile italiana. Sul versante istituzionale, il museo ha visto passare i vertici dell'Esercito e dell'automobilismo nazionale: nel 2020 il generale Francesco Paolo Figliuolo e il segretario generale dell'ACI Gerardo Capozza hanno firmato qui l'intesa che ne disegna il rilancio, con il generale Giuseppenicola Tota fra i firmatari.
Aggiungo la categoria di visitatori che ho incontrato più spesso in questo posto, e che ne è la vera anima: gli ex autieri. Uomini che tornano con i nipoti a mostrare il modello di autocarro su cui hanno fatto la naja, e che davanti a un mezzo verde di sessant'anni fa raccontano la strada, il carico, il compagno di guida. Se capitate in una mattina in cui c'è un gruppo dell'associazione degli autieri, mettetevi ad ascoltare: vale più di qualunque audioguida.
Il Museo Storico della Motorizzazione Militare con i bambini
Funziona, e funziona bene, a due condizioni. La prima è l'età: sotto i sei anni la visita diventa una corsa fra i piazzali, e in un comprensorio militare la corsa non è contemplata. Dai sette anni in su, invece, questo posto batte tre quarti dei musei romani per capacità di tenere accesa l'attenzione, perché gli oggetti sono enormi, riconoscibili e concreti: un carro armato non ha bisogno di didascalie per parlare a un bambino. La seconda condizione è la preparazione: spiegate prima che si entra in una zona dell'Esercito, che si mostra il documento, che non si sale sui mezzi, che non si tocca. I bambini capiscono benissimo le regole quando gliele si spiega come regole e non come divieti.
Il gioco che consiglio ai genitori è la caccia alle ruote: quante ruote ha ogni mezzo, quali sono di legno, quali di gomma piena, quali cingolate. Alla fine del giro il bambino ha in testa, senza saperlo, l'intera evoluzione tecnica del secolo. Chi ha figli piccoli e vuole abbinare una mattinata di scienza e una di storia può mettere in fila questa visita e quella al Museo storico della comunicazione, poco distante, oppure al Museo delle Civiltà all'EUR, che offre il contrappunto archeologico e antropologico al quadrante sud.
Accessibilità e servizi al Museo Storico della Motorizzazione Militare
Il complesso è pianeggiante, con viali larghi e superfici in gran parte asfaltate o in battuto: la configurazione, in linea di principio, è favorevole a chi si muove in sedia a rotelle o fa fatica a camminare. Le condizioni puntuali dei singoli padiglioni, la presenza di gradini d'ingresso e i servizi disponibili vanno però chiesti al momento della prenotazione, indicando le esigenze del gruppo: in una struttura militare l'accoglienza si organizza prima, non all'arrivo. Non aspettatevi guardaroba, bar o bookshop come in un grande museo cittadino: il progetto di ammodernamento prevede caffetteria e spazi di servizio, ma chi visita oggi trova un'esposizione essenziale. Portatevi l'acqua, soprattutto in estate, e mettete in conto che le distanze fra un padiglione e l'altro si coprono all'aperto.
Quanto costa il Museo Storico della Motorizzazione Militare
Zero. L'ingresso è gratuito, per tutti, senza riduzioni da chiedere e senza tessere da esibire, e questa è una delle poche mattinate di cultura a Roma che non costa un euro. Le uniche eccezioni sono le aperture straordinarie organizzate da associazioni esterne, dove la quota richiesta va all'ente promotore e non al museo. Un consiglio da professionista: la gratuità qui non significa poco valore, significa che il costo lo sostiene lo Stato. Trattate la prenotazione come un impegno vero e, se non potete più venire, disdite con una telefonata. I posti sono contati e chi non disdice toglie il posto a un altro.
Il quartiere intorno al Museo Storico della Motorizzazione Militare
La Cecchignola è un pezzo di Roma che i turisti non vedono mai e che vale una riflessione: un comprensorio militare vastissimo, con caserme, scuole di formazione, alloggi e strade intitolate ai reparti, incastonato fra la Laurentina e l'Ardeatina. Accanto vive il quartiere Giuliano-Dalmata, nato per accogliere gli esuli istriani, fiumani e dalmati dopo il 1947: uno dei capitoli meno raccontati della storia romana del Novecento, con una comunità che ha costruito qui la propria memoria. Chi vuole approfondire quella vicenda trova il filo nel Museo storico e archivio di Fiume, che di quell'esodo conserva le carte.
Nel raggio di pochi minuti di automobile ci sono l'EUR con il suo laghetto e il Palazzo dei Congressi, l'Abbazia delle Tre Fontane con il suo bosco di eucalipti, e più a nord la Basilica di San Paolo fuori le Mura. Il pranzo, dopo una mattinata di lamiere, si trova più facilmente verso l'EUR o verso la Montagnola che dentro il comprensorio, dove i servizi sono riservati al personale.
Gli altri musei militari di Roma, e come si confrontano
Roma è la città italiana con il maggior numero di musei delle Forze Armate, e quasi tutti seguono la stessa logica di accesso: gratuiti, con orari ridotti, spesso su prenotazione. Il Museo storico della Fanteria, a piazza Santa Croce in Gerusalemme, racconta l'uomo e non la macchina; il Museo storico dell'Arma dei Carabinieri, a piazza Risorgimento, racconta un'istituzione e la sua uniforme; il Museo delle auto della Polizia di Stato è il parente più prossimo di questo, perché parla la stessa lingua fatta di motori e livree. Chi ha la passione della storia risorgimentale trova il complemento nel Museo centrale del Risorgimento al Vittoriano, mentre per la Seconda guerra mondiale sul litorale c'è il Museo dello sbarco di Anzio.
La mia opinione netta, dopo averli visitati tutti: il Museo Storico della Motorizzazione Militare è il più interessante per chi ha una testa tecnica, il meno confortevole per chi cerca la comodità museale, e il più difficile da raggiungere. Chi ha una sola mattina e ama i motori venga qui senza esitare. Chi ha una sola mattina e ama le uniformi vada in Fanteria. Il vero appassionato di macchine, in città, tenga presente anche la Centrale Montemartini, dove i motori diesel della vecchia centrale elettrica convivono con le statue antiche: è l'altra faccia romana dello stesso amore per la meccanica.
Quando andare al Museo Storico della Motorizzazione Militare
La stagione migliore è quella di mezzo: aprile, maggio, ottobre. I capannoni d'estate scaldano e d'inverno sono freddi, e siccome ci si sposta all'aperto fra un padiglione e l'altro, il tempo conta. La settimana giusta è quella intorno al 22 maggio, festa dell'Arma dei trasporti e dei materiali: è il periodo in cui la vita interna al comprensorio è più intensa e in cui più facilmente vengono organizzate iniziative aperte. Il periodo da evitare è l'agosto, quando gli uffici viaggiano a ranghi ridotti e le prenotazioni si evadono più lentamente.
Un'ultima nota sull'orario: la finestra di visita indicata è mattutina e breve. Chi arriva alle 11 e 30 avrà mezz'ora, e mezz'ora non basta. Presentarsi alle 9 in punto, con il documento pronto, è la differenza fra una visita e una passeggiata frettolosa.
Domande veloci su Museo Storico della Motorizzazione Militare
Dove si trova il Museo Storico della Motorizzazione Militare
In viale dell'Esercito 170, dentro la Città Militare della Cecchignola, nella zona sud di Roma, poco oltre l'EUR. Il museo occupa la Caserma Arpaia dal 1991.
Serve prenotare per visitare il Museo Storico della Motorizzazione Militare
Sì. La visita si concorda in anticipo, con almeno dieci giorni di preavviso secondo le indicazioni del museo, telefonando al 06 50237374 nei giorni feriali o scrivendo all'indirizzo di posta elettronica pubblicato per le prenotazioni, e indicando data, numero di visitatori e recapito telefonico.
Quanto costa il biglietto del Museo Storico della Motorizzazione Militare
Niente: l'ingresso è gratuito. Non esistono biglietti interi, ridotti o cumulativi. Fanno eccezione le visite organizzate da associazioni esterne, che possono chiedere una quota per proprio conto.
Che documenti servono per entrare
Un documento d'identità in corso di validità per ogni visitatore. Al varco della Città Militare e all'ingresso del museo il personale può eseguire un controllo. Chi entra in automobile deve ottenere un pass veicolare, sempre previa identificazione.
Quali sono gli orari del Museo Storico della Motorizzazione Militare
L'apertura al pubblico è concentrata nella mattina del sabato, indicativamente dalle 9 alle 12. Il calendario può variare per esigenze di servizio: conviene farselo confermare al telefono quando si prenota.
Il museo è aperto la domenica
No. La domenica e i giorni feriali dal lunedì al venerdì l'esposizione non è aperta al pubblico; nei giorni feriali gli uffici ricevono le richieste di prenotazione.
Si entra gratis la prima domenica del mese
La domanda non si applica: il museo non fa parte del circuito dei musei statali del Ministero della cultura né di quello dei musei civici di Roma Capitale, e l'ingresso è gratuito tutto l'anno. La prima domenica del mese, semplicemente, il museo non apre.
Quanto dura la visita al Museo Storico della Motorizzazione Militare
Un'ora per una visita rapida, un'ora e mezza o due per una visita ragionata. Le visite a turni organizzate con associazioni esterne durano di solito circa un'ora.
Quanti veicoli sono esposti
Oltre trecento fra automobili e autocarri civili e militari d'epoca, una sessantina fra mezzi cingolati, blindati e corazzati e una sessantina di motocicli, distribuiti in sei padiglioni su circa cinquantamila metri quadrati.
Si possono fare fotografie al Museo Storico della Motorizzazione Militare
Le fotografie dei veicoli esposti sono normalmente ammesse, ma la conferma va chiesta al personale all'ingresso, perché ci si trova dentro un comprensorio dell'Esercito e le installazioni, i varchi e le aree di servizio non si fotografano.
Il Museo Storico della Motorizzazione Militare è adatto ai bambini
Sì, dai sette anni in su funziona benissimo: i mezzi sono grandi e riconoscibili. Servono però regole chiare, perché non si sale sui veicoli, non si tocca e non si corre.
È accessibile alle persone con disabilità
Il complesso è pianeggiante, con viali larghi e percorsi in piano, il che aiuta. Le condizioni specifiche di ogni padiglione e i servizi disponibili vanno segnalati e chiesti al momento della prenotazione.
Come si arriva al Museo Storico della Motorizzazione Militare con i mezzi pubblici
Con la metropolitana B fino a Laurentina o a EUR Fermi, poi con l'autobus verso viale dell'Esercito: le linee che servono la zona sono la 763 e la 789. Il percorso aggiornato va verificato prima di partire, perché le linee del quadrante sud cambiano con i cantieri.
Si può arrivare in automobile e dove si parcheggia
Sì, uscendo dal Grande Raccordo Anulare alle uscite 24 o 25 in direzione Cecchignola. Per introdurre la vettura nel comprensorio serve un pass rilasciato al varco previa identificazione del conducente.
C'è il bookshop o la caffetteria
Non nella forma a cui si è abituati nei musei cittadini. Il piano di ammodernamento sottoscritto con l'Automobile Club d'Italia prevede sala conferenze, bookshop, caffetteria e spazi all'aperto, ma chi visita oggi trova una struttura essenziale.
Quanto si aspetta in coda al Museo Storico della Motorizzazione Militare
Non ci sono code da museo: si entra per appuntamento. Il tempo da mettere in conto è quello del controllo al varco, e per questo conviene presentarsi un quarto d'ora prima dell'orario concordato.
Ci sono visite guidate
Le aperture ordinarie sono libere, mentre le giornate organizzate con associazioni culturali e automobilistiche prevedono accompagnamento a gruppi contingentati. Chi desidera un accompagnamento specialistico deve chiederlo al momento della prenotazione.
Che differenza c'è fra il Museo Storico della Motorizzazione Militare e un museo dell'automobile
Un museo dell'automobile racconta il prodotto industriale e il gusto; questo racconta la macchina come strumento di mobilità di un'organizzazione. Ma il padiglione dedicato all'evoluzione dell'automobile, con le Fiat delle origini, le Lancia degli anni Trenta e l'Alfa Romeo 1750, regge il confronto con qualunque collezione civile.
Si possono vedere le auto di rappresentanza dello Stato
Il museo conserva mezzi di rappresentanza, fra cui una Maserati blindata del 2004 di servizio presidenziale, e una galleria di carrozze proveniente dalle collezioni del Quirinale. La visibilità dei singoli pezzi può variare: chi viene apposta lo chieda quando prenota.
Qual è il pezzo più raro del Museo Storico della Motorizzazione Militare
L'autoambulanza Fiat tipo 2F del 1910, indicata come l'unico esemplare superstite al mondo, impiegata nella campagna di Libia e poi usata nella trasposizione cinematografica di Addio alle armi.
I veicoli funzionano ancora
Una parte della collezione è mantenuta in ordine di marcia e partecipa a manifestazioni di regolarità: il museo ha schierato alla Mille Miglia una Fiat Campagnola del 1951 e una Lancia Aprilia berlina del 1939.
Si può consultare l'archivio del museo
La biblioteca-archivio conserva schede tecniche e documentazione fotografica dei mezzi in carico all'Esercito. Per gli studiosi e per chi lavora a restauri filologici l'accesso va concordato preventivamente con la direzione.
Perché il museo si chiama della Motorizzazione Militare
Perché conserva la memoria tecnica dell'Arma che oggi si chiama Arma dei trasporti e dei materiali, nata come Sezione Automobili nel 1906 e passata per le denominazioni di Servizio automobilistico e Corpo automobilistico. Il museo raccoglie anche materiale del Genio, dell'Artiglieria e delle Trasmissioni.
Il Museo Storico della Motorizzazione Militare vale il viaggio fino alla Cecchignola
Per chi ama i motori, la storia della tecnica o la storia militare, senza esitazioni. Per chi cerca una passeggiata leggera fra capolavori d'arte, no: è un museo che chiede curiosità meccanica e un po' di organizzazione, e ripaga chi gliele porta.
Il mio giudizio finale sul Museo Storico della Motorizzazione Militare
Ci torno una volta l'anno e ogni volta trovo un dettaglio che mi era sfuggito. Se dovessi riassumere il carattere di questo posto in una frase: è un museo che non seduce nessuno e convince tutti quelli che si prendono la briga di arrivarci. La prenotazione dieci giorni prima, il documento al varco, l'ora e mezza del sabato mattina sono un filtro, e come tutti i filtri lasciano passare le persone giuste. Il mio consiglio, quello che darei a un amico: telefonate lunedì, fissate un sabato di ottobre, portate un figlio o un nipote, e cominciate dal Cugnot per finire davanti all'Alfa 1750. Uscirete con la sensazione, rara, di avere capito qualcosa invece di avere solo guardato.
Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.
Prepari un viaggio a Roma? Le guide in inglese per visitare la città sono su ItalyPlanner.com.
Contact Information
Roma Tourist Card: più attrazioni in un biglietto
Se in questi giorni vedi Colosseo, Vaticano e altro, il pacchetto unico conviene rispetto ai biglietti sciolti.
Bus hop-on hop-off: giro di Roma
Sali e scendi dove vuoi. Con questo caldo, spostarsi seduti tra una tappa e l'altra cambia la giornata.
Dove dormire a Roma: confronta gli hotel
Scegli la zona giusta e confronta i prezzi: su molte strutture la cancellazione è flessibile.
Transfer dall aeroporto al centro
Un autista ti aspetta a Fiumicino o Ciampino: prezzo concordato prima e nessuna coda ai taxi.
Noleggio auto a Roma e dintorni
Serve se vuoi uscire dalla città: Castelli Romani, Tivoli, il mare di Ostia e Sperlonga.
Voli per Roma: cerca le tariffe
Compagnia low cost con voli diretti su Fiumicino: guarda date e tariffe.
Confronta tutte le compagnie per Roma
Comparatore su piu compagnie: sposta le date di un giorno e spesso il prezzo cambia parecchio.
