Museo di Satricum

Il Museo di Satricum è a Borgo Le Ferriere, frazione del comune di Latina, lungo la strada Nettunense, al confine con il territorio di Nettuno e a pochi chilometri da Aprilia: la mostra permanente si chiama Satricum. Scavi e reperti archeologici ed è allestita dentro un edificio dell'antico complesso industriale sull'Astura, l'ex cartiera. Oggi quella sede è il fulcro del Parco Museale Civico di Satricum, istituito all'unanimità dal Consiglio comunale di Latina il 4 giugno 2026. In questo momento l'esposizione dei reperti non è visitabile: il Comune ha disposto l'esecuzione dei lavori per la certificazione antincendio dell'ex cartiera proprio per poterla riaprire al pubblico, e finché quel cantiere non si chiude le sale restano serrate. Chi vuole muoversi con cognizione telefoni prima: il recapito indicato per il sito archeologico è lo 0773 458415, mentre il centralino del Comune di Latina è lo 0773 6521 e l'ufficio relazioni con il pubblico risponde a urp@comune.latina.it. L'ingresso, quando la mostra è aperta, è sempre stato gratuito. Non ci si arriva in metropolitana e nemmeno in treno: si viene in automobile, uscendo dalla Pontina o risalendo dalla litoranea di Nettuno, e si parcheggia nel borgo.

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Il resto di questa guida è dedicato a che cosa custodisce il Museo di Satricum, a che cosa si vede fuori, nell'area archeologica, e al perché una collina di argilla e tufo affacciata su un fiume di pianura sia uno dei luoghi decisivi per capire come nacque il Lazio antico. Per orientarsi fra le altre proposte archeologiche della regione c'è la pagina delle rovine di Satrico, che racconta l'area di scavo vera e propria.

Museo di Satricum - Satrico - Antica citta di Satricum
Museo di Satricum | Satrico - Antica città di Satricum

Dove si trova il Museo di Satricum e come ci si arriva

Borgo Le Ferriere occupa l'estremità nordoccidentale del comune di Latina, in un imbuto di campagna incastrato fra Nettuno, Aprilia e Cisterna. Il museo è nel borgo, l'area archeologica gli è addosso, sulla collina immediatamente a sud. Il fiume Astura passa sotto: nove chilometri di corso e poi il mare, alla foce di Torre Astura. Questa geografia non è un dettaglio da cartolina, è la ragione per cui la città antica esistette e la ragione per cui, tremila anni dopo, ci si costruirono sopra due opifici idraulici.

In automobile verso il Museo di Satricum

Da Roma la strada più semplice è la Pontina, la statale 148, fino all'altezza di Aprilia, poi verso Campoverde e Le Ferriere seguendo le indicazioni per Nettuno. Da sud si risale la Nettunense. Chi arriva dalla costa può prendere la litoranea di Nettuno e girare nell'entroterra dopo Foce Verde. Un'ora e un quarto da Roma senza traffico, un'ora e tre quarti in un sabato di giugno quando mezza capitale scende al mare. Il consiglio pratico è banale ma serve: mettete nel navigatore Borgo Le Ferriere, non Satricum, perché il toponimo antico manda i navigatori in mezzo ai campi.

Con i mezzi pubblici

Non esiste una stazione ferroviaria a Le Ferriere. Le stazioni utili sono quelle della linea Roma-Nettuno, che serve Campoleone, Aprilia, Padiglione, Campo di Carne, Anzio e Nettuno; dalla stazione bisogna comunque prendere un autobus extraurbano o un taxi. La rete di autobus di linea che tocca il borgo è pensata per i residenti, con corse rade e sospese in agosto. La verità detta senza infingimenti: qui il mezzo pubblico è un ripiego, e chi non guida farebbe meglio a inserire il Museo di Satricum in una giornata in auto con Anzio, Nettuno e la costa.

Il parcheggio e il borgo

Il borgo è minuscolo e si posteggia lungo la via principale senza strisce blu. Non c'è un centro visite in senso moderno, non c'è caffetteria, non c'è bookshop. C'è un bar di paese, e in estate è il posto migliore dove bere qualcosa di freddo prima di salire sull'acropoli.

Il Museo di Satricum oggi: dentro il Parco Museale Civico

La delibera del 4 giugno 2026 ha fatto una cosa che a Le Ferriere si aspettava da mezzo secolo: ha messo sotto un unico ombrello amministrativo pezzi di patrimonio che fino a ieri si guardavano da lontano senza parlarsi. Il Parco Museale Civico di Satricum poggia su tre immobili comunali del borgo. L'ex cartiera ospita l'esposizione dei reperti e la sede direzionale. L'ex scuola elementare diventerà foresteria per studiosi e gruppi di ricerca, che oggi arrivano dall'Olanda ogni estate e devono arrangiarsi con alloggi lontani. L'ex circoscrizione, che fu anche presidio antimalarico ai tempi della bonifica, sarà punto informativo e accoglienza turistica.

Attorno a questi tre edifici il regolamento collega, senza inventare nuovi vincoli, l'area archeologica dell'antica città, la villa romana in corso di scavo, il complesso di archeologia industriale, il Santuario della Casa del Martirio di Santa Maria Goretti, l'Antiquarium di Borgo Sabotino, il Ponte dei Genovesi e la Torre di Foce Verde. È stato annunciato anche un concorso pubblico per il direttore del parco e l'inserimento nell'Organizzazione Museale Regionale, che è la porta d'accesso ai finanziamenti regionali, statali ed europei. La mia opinione, da chi porta gruppi da vent'anni: è la prima volta che questo posto viene trattato come un museo e non come un capriccio di appassionati, e il salto si sentirà.

Perché il Museo di Satricum ha aperto solo nel 2014

L'esposizione permanente del borgo ha aperto nel giugno 2014, curata dall'Università di Amsterdam, con circa settecento reperti scelti per raccontare la parabola della città dalle origini al declino. Prima di allora, chi voleva vedere i materiali di Satricum doveva andare a Roma, al Museo nazionale etrusco di Villa Giulia, dove finirono gli oggetti degli scavi ottocenteschi acquistati nel 1903. Un'anticipazione c'era stata nel 1981, quando una cooperativa locale organizzò le prime esposizioni sui ritrovamenti, ma era altra cosa. Fra la prima campagna di scavo e la prima vetrina permanente sul posto sono passati centodiciotto anni. Il confronto con la collezione romana resta comunque necessario: chi vuole vedere le terrecotte architettoniche più celebri deve passare dal Museo etrusco di Villa Giulia.

L'edificio del Museo di Satricum: la ferriera dei papi e la cartiera sull'Astura

Il contenitore vale quanto il contenuto, e questa è una di quelle rare occasioni in cui la frase non è retorica. Il nome Le Ferriere viene dal ferro. Intorno al 1116 i monaci di Grottaferrata, vista la posizione sulle sponde dell'Astura e la disponibilità di acqua motrice, tentarono l'estrazione del ferro grezzo e fondarono qui una ferriera. L'impianto rimase in mano monastica fino al 1564, poi passò alla Camera Apostolica: da quel momento è ferro dello Stato pontificio.

Nel 1588 papa Sisto V modernizzò lo stabilimento, che divenne il più importante del Lazio. E qui arriva il capitolo che i romani dovrebbero conoscere e quasi mai conoscono: fra il 1740 e il 1744 la fonderia di Conca produsse i grandi cerchioni di ferro necessari al consolidamento della cupola di San Pietro, per un fabbisogno di circa quaranta tonnellate di metallo. Nel 1748 il marchese Giovanni Poleni, l'ingegnere chiamato a studiare le lesioni del Cupolone, menzionò espressamente lavori in ferro ordinati alle rinomate Ferriere di Conca. La cupola di Michelangelo, insomma, è tenuta insieme anche da metallo colato in questa pianura.

Nel 1779 lavoravano qui tre fonderie. Lo stabilimento chiuse nel 1865. Poi arrivò la seconda vita industriale: dopo l'acquisizione da parte di Gustavo Dominici la cartiera entrò in funzione nel 1910, sempre alimentata dall'acqua dell'Astura attraverso dighe, canali e gallerie. Il personale passò dalle seicento unità del 1911 alle duecento del 1937; fra il 1945 e il 1978 vi lavorarono circa duecentosettanta operai. Il ciminiere che si vede dal borgo appartiene a questa storia. Quando entrate nelle sale del Museo di Satricum, ricordatevi che state camminando dentro una fabbrica che ha fornito ferro ai papi e cartone di paglia all'Italia repubblicana.

Via Sacra che conduceva al Tempio della Mater Matuta
"Via Sacra" che conduceva al Tempio della "Mater Matuta" - Antica città di Satricum

Che cosa è Satricum, la città sepolta accanto al Museo di Satricum

Satricum, Satrico nella forma italiana, era una città del Latium vetus, il Lazio antico dei latini prima che Roma se lo mangiasse tutto. Sorgeva a circa nove chilometri dal mare, lungo il corso dell'Astura, occupando una serie di rilievi sulla destra del fiume fra gli attuali territori di Latina e Nettuno. La posizione era un incrocio: la direttrice che collegava il mondo etrusco alle città greche della Campania passava di qui, e così pure quella che univa Preneste, l'odierna Palestrina, ad Anzio. Un luogo di transito con una vocazione religiosa fortissima, il che nel Lazio arcaico significa mercato, assemblea e santuario nella stessa collina.

L'abitato si articolava su due parti. L'acropoli, ampia circa quattro ettari, protetta da scarpate ripide, dove sorgeva il santuario. E il pianoro a ovest, quaranta ettari di superficie, difeso naturalmente su tre lati e chiuso a occidente da un aggere costruito in età arcaica, poi esteso anche sui versanti settentrionale e meridionale. Quaranta ettari, per capirci, sono una città vera per il VI secolo a.C.: più grande di molti centri latini coevi.

Le evidenze archeologiche indicano che il sito rimase abitato almeno fino al III secolo a.C.; dopo di che decadde e assunse carattere prettamente agricolo. Plinio il Vecchio, che scriveva nel I secolo dopo Cristo, la ricorda già fra le città latine scomparse. Sparita dalle carte, ma non dal terreno: è tutta lì sotto.

Le quattro anime di Satricum

L'esame incrociato delle fonti scritte e dei materiali di scavo porta gli studiosi a distinguere quattro periodi, e il Museo di Satricum è organizzato tenendo conto di questa scansione. Il primo, fra X e IX secolo a.C., vede il sito occupato da una popolazione di stirpe latina che vive in capanne. Il secondo, fra VII e VI secolo a.C., coincide con la formazione di un vero nucleo cittadino ed è marcato da una fortissima influenza etrusca: case con fondazioni in tufo, tecniche edilizie e repertorio decorativo che vengono da nord. Il terzo, fra V e IV secolo a.C., è volsco: Satrico diventa un centro importante del popolo che scende dagli Appennini e occupa la pianura pontina. Il quarto, che porta alla scomparsa della città, è romano.

Quattro popoli sulla stessa collina in nove secoli. Non è una successione pacifica di culture, è una serie di conquiste, incendi e ricostruzioni che le fonti latine raccontano con freddezza contabile e che lo scavo conferma strato dopo strato.

Una curiosità su Museo di Satricum

La curiosità più bella di questo posto non riguarda un vaso né una statua: riguarda una pietra riutilizzata come materiale da costruzione da chi non sapeva più leggerla. Nel 1977, scavando le fondazioni dell'ultimo tempio di Mater Matuta, gli archeologi olandesi tirarono fuori un blocco di tufo reimpiegato nella muratura. Sopra c'era un'iscrizione in latino arcaico, incompleta all'inizio, che si legge così: [---]iei steterai Popliosio Valesiosio suodales Mamartei. Tradotta, dice che i compagni di Publio Valerio posero questa cosa a Marte. È il Lapis Satricanus, datato alla fine del VI o agli inizi del V secolo a.C., plausibilmente attorno al 500 a.C., al più tardi verso il 450.

Perché quella riga di lettere ha fatto tremare gli studi sulle origini di Roma. Popliosio Valesiosio è il genitivo arcaico di Publio Valerio, e il nome rimanda con ottima verosimiglianza al console Publio Valerio Publicola, uno dei protagonisti del passaggio dalla monarchia alla repubblica nel 509 a.C., oppure a un suo discendente immediato. I suodales, i sodales, sono i compagni: un gruppo con carattere militare stretto attorno a un capo, che dedica a Mamars, forma arcaica e raddoppiata del nome di Marte. In una riga si legge quello che le fonti letterarie raccontano in modo confuso: nel Lazio del VI secolo esistevano bande armate legate a un aristocratico, capaci di muoversi fuori dalla propria città e di fare atti di culto altrove. La leggenda della gens Valeria smette di essere leggenda e diventa epigrafia.

Il dettaglio che trovo irresistibile è che la pietra si è salvata perché qualcuno l'ha buttata in una fondazione. Se fosse rimasta in vista, il tufo si sarebbe sbriciolato in venticinque secoli di intemperie. È finita sepolta a sostenere un muro, e per questo la leggiamo. L'archeologia deve moltissimo alla disinvoltura degli antichi nel riciclare.

Mappa di Satrico - Antica citta di Satricum
Museo di Satrico - Antica città di Satricum

Il santuario di Mater Matuta, la ragione per cui esiste il Museo di Satricum

Tutto quello che si vede nelle vetrine del Museo di Satricum nasce da una collina consacrata. Il luogo dove sorgeva il santuario presenta una continuità di frequentazione religiosa che va dall'VIII secolo a.C. almeno fino al I secolo a.C., quando si data una dedica al tempio fatta dai duumviri di Anzio. Dopo, il silenzio: il tempio venne abbandonato.

Chi era Mater Matuta

Mater Matuta, la Madre Propizia, era la dea del mattino e dell'aurora, e per estensione protettrice della nascita: degli uomini e delle cose. Il suo culto è latino e italico, non greco, anche se in età più tarda la si assimilò alla greca Leucotea. L'identificazione del santuario di Satricum con Mater Matuta poggia su basi solide, perché il nome della dea compare in più iscrizioni rinvenute nell'area, fra cui una stele di età tardorepubblicana. Nel calendario romano la sua festa erano i Matralia, l'11 giugno, e a Roma il suo tempio era nel Foro Boario. Vale la pena ricordarlo mentre si guardano le terrecotte del Museo di Satricum: la dea che si onorava qui era la stessa che le matrone romane onoravano sotto l'Aventino.

La capanna sacra, dal 750 al 650 a.C. circa

La prima fase non ha nulla di monumentale. Sulla sommità della collina, fra la metà dell'VIII e la metà del VII secolo a.C., c'era una capanna. Il suo carattere religioso è documentato dalla presenza di un mundus, la fossa profonda con funzione rituale che nel mondo latino segna il punto di contatto fra il mondo dei vivi e quello di sotto. Attorno, tracce di numerose altre capanne che coprono i periodi laziali II, III e IV, grosso modo fra il 1000 e il 580 a.C. Una fase di questo tipo è difficilissima da leggere per un visitatore non addestrato, perché di una capanna restano buchi di palo e battuti di argilla. Il museo la restituisce attraverso i materiali e la documentazione grafica, ed è uno dei punti in cui conviene fermarsi più a lungo.

Il sacello, o Tempio 0, dal 650 al 550 a.C. circa

Alla capanna succede un sacello, di cui restano fondamenta a pianta rettangolare. Ci si discute ancora se il tempietto avesse una sola stanza o due. La cosa straordinaria è che ne conosciamo l'aspetto grazie a un modellino fittile, uno di quei piccoli oggetti votivi in terracotta che riproducono un edificio e che per l'archeologia dell'architettura valgono quanto un rilievo. A questa fase afferiva una stipe votiva di enorme valore, per la quantità e la qualità dei reperti. Chi visita il Museo di Satricum e passa davanti al modellino senza guardarlo si perde uno dei documenti più preziosi dell'architettura religiosa laziale arcaica.

Il primo tempio, dal 550 al 480 a.C. circa

Il primo vero tempio è un edificio a pianta rettangolare di diciassette metri per ventisette, di dimensioni ben più rilevanti del sacello, diviso in due ambienti secondo lo schema tipico dei templi etruschi e romani coevi. Il tetto era costruito con travi di legno, coppi di terracotta e antefisse. Come i templi italici mancava di colonne nella parte posteriore, ma diversamente da quelli non sorgeva su un podio.

Il pezzo forte di questa fase è la decorazione. Nelle lastre di rivestimento compaiono scene tratte dalla mitologia greca, fra cui Perseo e Medusa: si tratta di alcuni fra i più antichi esempi noti nei siti archeologici italiani. Significa che nel pieno VI secolo a.C., in una città latina di pianura, si conoscevano e si volevano raccontare storie greche. Il mito viaggiava lungo le stesse strade dei vasi corinzi.

Il secondo tempio, dal 480 a.C.

L'ultimo tempio è più grande, ventuno metri per trentaquattro, con orientamento diverso, podio più elevato e colonne su tutti e quattro i lati. Un edificio periptero, quindi, di impianto già ellenizzante. Lo studio delle terrecotte architettoniche riferibili a questa fase ha permesso di ricostruire il programma decorativo del tetto: una Gigantomachia, e raffigurazioni di Giunone e Dioniso, di Zeus ed Era. Le antefisse riprendevano invece figure del repertorio italico, arpie, tifoni e sileni.

Le analisi metrologiche condotte dal professor Jos de Waele e pubblicate nel 1981 hanno dimostrato la successione dei tre edifici templari, che coprono grosso modo il periodo fra la fine del VII e l'inizio del V secolo a.C. Ogni tempio riflette una tradizione diversa per materiali, tecnologia e retroterra artistico: etrusco-ionica il primo, campana il secondo, centro-italica il terzo. Tre templi, tre orizzonti culturali, la stessa collina.

Una cosa che non ti dice nessuno su Museo di Satricum

Nessuna guida lo scrive, e invece è il dato che cambia il modo di guardare le vetrine: la maggior parte dei capolavori di Satricum non è a Satricum. Gli scavi del 1896-1898 furono un successo clamoroso e i materiali presero la strada di Roma; nel 1903 il Museo nazionale etrusco di Villa Giulia acquistò gran parte di quei reperti, che da allora sono esposti in città. Le grandi terrecotte architettoniche del santuario, quelle che nei manuali illustrano l'architettura templare laziale, si vedono lì. Il Museo di Satricum espone i materiali delle campagne successive, in particolare di quelle olandesi, e lo fa benissimo, ma chi si aspetta il pezzo da copertina resta con un pizzico di amaro in bocca.

C'è un secondo capitolo, poco raccontato, della stessa storia. L'accetta miniaturistica con l'iscrizione in lingua volsca, rinvenuta nel 1983 nella necropoli, non è a Le Ferriere: è al Museo archeologico di Cassino. È un oggetto piccolissimo e importantissimo, perché dimostra che il volsco era una lingua distinta dal latino, e la sua traduzione è tuttora incerta. Anche qui, un pezzo chiave lontano dal luogo che lo ha prodotto.

La terza cosa che non vi dirà nessuno riguarda il futuro. Fra le intenzioni dichiarate dall'amministrazione comunale dopo l'istituzione del parco museale c'è quella di lavorare con il ministero della Cultura e con Villa Giulia a un piano di gestione unitario, comprese ipotesi di rientro temporaneo dei reperti antichi oggi a Roma. Se accadrà, e non è cosa da poco, il Museo di Satricum cambierà di categoria in una stagione sola. Nel frattempo il consiglio che do è di fare le due visite in sequenza, prima Villa Giulia e poi Le Ferriere, oppure il contrario: separate perdono metà del senso. Chi vuole preparare la giornata romana può partire dalla pagina del Museo di archeologia per Roma.

Satrico - Antica citta di Satricum
Satrico - Antica città di Satricum

Le sezioni del Museo di Satricum, sala per sala

L'esposizione permanente dell'ex cartiera raccoglie circa settecento oggetti e li dispone secondo un filo cronologico che va dalle origini al declino della città. Quello che segue è il percorso tematico dei materiali: quando l'esposizione riapre al pubblico, la sequenza delle vetrine può variare, ma i nuclei sono questi.

La topografia dell'antica città

La prima sezione serve a capire dove si è. Piante, sezioni, fotografie aeree, ricostruzioni dell'acropoli e del pianoro, il tracciato dell'aggere, il rapporto con l'Astura. Sembra la parte noiosa ed è invece quella che rende comprensibile tutto il resto: senza avere in testa la forma della città, le vetrine successive diventano un catalogo di cocci. Prendetevi dieci minuti buoni qui.

Le stipi votive dell'acropoli

Sull'acropoli sono state individuate tre stipi votive, cioè tre depositi di oggetti sacri sottratti all'uso e sepolti. Considerate insieme coprono un arco che va dall'VIII al II secolo a.C. Il loro valore è doppio: quantitativo, perché i reperti sono moltissimi, e cronologico, perché hanno permesso di ancorare nel tempo le varie fasi abitative della città. Per i materiali del VII secolo a.C. si tratta di uno dei ritrovamenti più ricchi d'Italia, escludendo i contesti di origine greca. Fra gli oggetti: ariballoi, kotylai, cioè un particolare tipo di coppa, e oinochoai di tipo corinzio arcaico; un vaso di bucchero etrusco con una dedica a un personaggio di Caere, l'odierna Cerveteri; figurine di lamina ritagliata di produzione latina.

La stipe arcaica

Scoperta all'interno del primo tempio, conteneva reperti databili fra l'VIII e il VI secolo a.C., di origine italica ed etrusca. È il deposito che documenta il momento in cui il santuario passa dalla capanna all'architettura, e le offerte cambiano di conseguenza: meno oggetti di uso quotidiano, più materiale specificamente votivo.

La stipe repubblicana

Individuata dagli archeologi olandesi in prossimità del tempio di Mater Matuta, contiene oltre duemila reperti. Duemila oggetti da un solo deposito danno la misura di quanto fosse frequentato questo santuario in età medio e tardorepubblicana, cioè quando la città come entità politica era già finita e il luogo di culto continuava a vivere di suo.

La stipe ellenistica

Venne alla luce durante gli scavi ottocenteschi. In origine era una grande cisterna, riutilizzata a partire dal III secolo a.C. come stipe votiva. Molti dei materiali che ne provengono sono esposti a Villa Giulia. Il riuso di una cisterna come deposito sacro è un gesto tipico e rivelatore: si smette di raccogliere acqua e si comincia a raccogliere devozione.

La necropoli laziale, o arcaica

Fu scoperta durante i primi scavi di fine Ottocento, a nordovest dell'acropoli. La tomba più antica risale alle fasi finali del periodo laziale II A. Le sepolture erano a camera, a fossa e a pozzetto, con corredi vari: vasi di tipo corinzio, scudi, punte di lancia. E un oggetto che nelle visite guidate fa sempre alzare le sopracciglia: una protesi dentaria in oro. Odontoiatria latina del periodo orientalizzante, in una necropoli di campagna.

La necropoli volsca del Museo di Satricum

Individuata nel 1981 a sudovest dell'acropoli, ha restituito oltre duecento tombe a fossa databili fra il V e il IV secolo a.C., accompagnate da una gran quantità di reperti di produzione greca, etrusca e italica. Le fosse erano tombe a inumazione, con corredo funebre costituito principalmente da vasellame. Duecento tombe sono un campione statistico serio: da lì si ricavano l'età media alla morte, la dieta, le differenze sociali, i rapporti commerciali. È la sezione che consiglio ai visitatori adulti che vogliono capire come lavora davvero un archeologo.

L'accetta con l'iscrizione volsca

Nel 1983, in quella stessa necropoli, venne alla luce un'accetta miniaturistica con inciso un breve testo in lingua volsca, datata alla prima metà del V secolo a.C. La traduzione resta incerta. Il reperto è oggi al Museo archeologico di Cassino, ma la sua storia appartiene a Satricum e il Museo di Satricum la racconta: prova che i volsci avevano una lingua propria, distinta dal latino, e non erano soltanto i barbari di pianura descritti dalle fonti romane. Chi vuole vedere l'originale deve programmare una tappa a Cassino.

Il Lapis Satricanus e le iscrizioni

La sezione epigrafica è piccola e densa. Oltre al Lapis Satricanus, il sito ha restituito iscrizioni in etrusco e in latino arcaico, e le dediche che hanno permesso di riconoscere nel santuario il tempio di Mater Matuta. Per un pubblico non specialista è la parte più ostica, e proprio per questo il museo la spiega con apparati didattici: leggeteli, sono scritti bene.

La villa romana e la fine della città

Nell'estate del 2019 le campagne di scavo hanno portato alla luce, in un'area non coltivata dell'azienda agricola Casale del Giglio, i resti di una villa rurale di età romana e tre scheletri umani: due deposti uno accanto all'altro, un terzo poco distante, insieme ai resti di due animali, un bovino e un cane. La villa, tuttora in corso di indagine, si estende su circa duemila metri quadrati. Racconta il capitolo finale: quando la città smette di essere città, il territorio non si spopola, cambia funzione e diventa campagna produttiva. È esattamente quello che le fonti antiche lasciano intendere e che lo scavo ha confermato con le sue murature.

L'archeologia industriale nel Museo di Satricum

Il progetto del parco museale prevede che accanto all'antico si racconti anche il moderno: la ferriera pontificia, la cartiera, la bonifica pontina e la nascita dei borghi. È una scelta che condivido senza riserve. A Le Ferriere la storia non ha buchi: c'è il IX secolo avanti Cristo e c'è il Novecento delle maestranze, e i due estremi si toccano dentro lo stesso muro. Chi vuole approfondire la stagione della bonifica trova materia nella pagina del Museo della terra pontina.

La realtà aumentata sull'acropoli

Fra le dotazioni annunciate per il parco ci sono installazioni di realtà aumentata dedicate all'acropoli. Su questo sospendo il giudizio finché non le vedo funzionare: la tecnologia nei siti archeologici italiani ha una percentuale di successo che oscilla fra il memorabile e l'imbarazzante. Se sarà fatta bene, qui serve davvero, perché di tre templi sovrapposti restano fondazioni e un visitatore comune non riesce a immaginarli.

Satrico - Antica citta di Satricum
Satrico - Antica città di Satricum

Il consiglio che ti do per visitare Museo di Satricum

Primo consiglio, e vale più di tutti gli altri messi insieme: telefonate. Questo è un museo civico piccolo, con orari che dipendono dal personale disponibile e, in questa fase, dai lavori in corso sull'edificio. Presentarsi senza avvisare è il modo più sicuro per fare centoventi chilometri di andata e ritorno e trovare un portone chiuso. Il numero del sito archeologico è lo 0773 458415, il centralino comunale lo 0773 6521, la posta urp@comune.latina.it. Chiedete due cose: se l'esposizione è accessibile e se l'area archeologica è visitabile, perché non è detto che le due risposte coincidano.

Secondo consiglio: venite di mattina, e venite in primavera o in autunno. La collina dell'acropoli non ha ombra. Fra giugno e settembre, dalle undici in poi, il sole batte sui resti e sulla stoppia con una violenza che a Roma non si conosce, perché qui non ci sono palazzi a fare da schermo. Aprile, maggio, ottobre: erba verde, luce lunga, temperatura civile. In inverno il terreno argilloso diventa fango puro dopo la pioggia, e le scarpe da città sono inservibili.

Terzo consiglio: non venite qui da soli come prima visita archeologica della vostra vita. Satricum è un sito per chi ha già visto qualcosa. Le fondazioni sono basse, i muri sono affioramenti, il paesaggio non regala l'effetto scenografico di un tempio in piedi. Serve o una guida, o un pomeriggio di lettura prima, o l'esposizione del museo vista subito prima di salire. L'ordine giusto, quando tutto è aperto, è museo e poi collina: le vetrine danno le chiavi, la collina dà la scala.

Quarto consiglio, il più impopolare: unite la visita a qualcos'altro. Da solo il Museo di Satricum è mezza giornata scarsa. Aggiungete la Casa del Martirio di Santa Maria Goretti nel borgo, una sosta a Torre Astura alla foce del fiume, e la giornata diventa una delle più belle e meno affollate del Lazio. Aggiungete Nettuno per la cena e avete chiuso il cerchio.

Satrico nelle fonti antiche: quello che raccontano Livio e Plinio

La storia scritta di Satrico è una storia di guerre. Le fonti latine la nominano quasi sempre in occasione di un assedio, di un incendio o di una battaglia, il che dice molto su come Roma vedesse questa città e su quanto contasse la sua posizione.

Le origini leggendarie

Satrico compare nell'elenco delle diciotto città latine fondate, secondo la tradizione, da Silvio, figlio di Enea. Va presa per quello che è: una genealogia costruita a posteriori per dare un'ascendenza troiana al Lazio. Il valore storico è nullo, il valore culturale è enorme, perché racconta come i latini di età storica volevano vedere il proprio passato.

498 a.C., la lega latina e il Lago Regillo

Durante il secondo consolato di Tito Larcio, nel 498 a.C., dopo la sconfitta di Fidene, ventinove città alleate in funzione antiromana, fra le quali Satrico, si riunirono per decidere come proseguire il conflitto nel tentativo di riportare sul trono Tarquinio il Superbo. Sarebbero state sconfitte nella battaglia del Lago Regillo. Satrico compare quindi fin dall'inizio nel fronte che si oppone alla giovane repubblica.

489 a.C., Coriolano

Nel 489 a.C. la città fu attaccata dai volsci guidati da Gneo Marcio Coriolano, il patrizio romano esiliato che passò al nemico. Dopo aver preso Longula, i volsci presero anche Satrico, saccheggiarono la città e distrussero il tempio sull'acropoli. È il momento in cui la città cambia padrone e comincia la sua fase volsca.

390 a.C. circa, la rivolta

Nel 390 a.C., o secondo altra tradizione nel 393, mentre i romani erano impegnati contro gli equi, Velitrae, l'odierna Velletri, e Satrico si ribellarono a Roma.

386 a.C., Furio Camillo e il vessillo

Nel 386 a.C. Marco Furio Camillo, eletto tribuno consolare, guidò i soldati contro Anzio, che aveva ripreso le armi contro Roma con il sostegno di giovani fuoriusciti latini ed ernici. Lo scontro avvenne nelle campagne attorno a Satrico, contro un esercito di volsci, latini ed ernici numericamente superiore. A questa campagna si riferisce l'episodio più famoso ambientato da queste parti, che Tito Livio racconta così:

Dopo aver quindi suonato la carica, scese da cavallo e prendendo per mano l'alfiere più vicino lo trascinò con sé verso il nemico gridando: Avanti l'insegna, o soldato! Quando gli uomini videro Camillo in persona, ormai inabile alle fatiche per l'età avanzata, procedere verso il nemico levarono l'urlo di guerra e si buttarono all'assalto tutti insieme, ciascuno gridando per proprio conto: Seguite il generale! Si racconta anche che Camillo ordinò di lanciare un'insegna tra le linee nemiche, e che gli antesignani furono incitati a riprenderla.

Il passo è nel sesto libro dell'Ab Urbe Condita, capitolo ottavo. Nello scontro campale i romani ebbero la meglio; i volsci riuscirono a ritirarsi entro le mura di Satrico grazie a un temporale che interruppe il combattimento. Il vecchio generale che scende da cavallo e trascina l'alfiere è uno di quei quadri che i romani si raccontavano per educare i figli: va letto come esempio morale prima che come cronaca militare.

385 e 384 a.C., la colonia romana

L'anno successivo il Senato decise di costituire una colonia romana a Satrico, inviandovi duemila cittadini, ciascuno dei quali ricevette due iugeri e mezzo di terra. Due iugeri e mezzo sono poco più di mezzo ettaro: una assegnazione modesta, tipica delle colonie di popolamento militare. La colonia durò poco. Nel 384 a.C. fu attaccata da volsci e prenestini, che riconquistarono la città. Roma si affidò ancora a Furio Camillo, che riportò una vittoria sofferta.

377 a.C., l'incendio dei latini

Nel 377 a.C. Roma dovette fronteggiare la solita minaccia volsca, questa volta con i latini alleati dei volsci. Organizzata la leva, l'esercito venne diviso in tre parti: una a difesa della città, una a difesa della campagna romana, e il grosso inviato contro i nemici agli ordini di Lucio Emilio e Publio Valerio. Lo scontro campale avvenne nei pressi di Satrico e fu favorevole ai romani, nonostante la forte resistenza dei latini, che dai romani avevano imparato le tecniche di battaglia. I volsci si ritirarono ad Anzio, dove trattarono la resa consegnando la città e le campagne. I latini, furiosi per la defezione degli alleati e decisi a proseguire la guerra, diedero fuoco a Satrico, che fu distrutta. Si salvò solo il tempio di Mater Matuta.

346 a.C., la fine

Nel 349 a.C. Satrico fu ricostruita dai volsci di Anzio, che vi fondarono una colonia. Tre anni dopo la città era stata completamente riedificata. Roma, temendo la rinascita della potenza volsca, mosse guerra alla città e sconfisse ancora una volta i volsci: Satrico fu data alle fiamme una seconda volta, e ancora una volta soltanto il tempio di Mater Matuta venne risparmiato. Due incendi e due templi salvati: gli antichi bruciavano le case dei nemici, non le case degli dèi.

Plinio il Vecchio e le città scomparse

Nel I secolo dopo Cristo Plinio il Vecchio, nella Naturalis Historia, elenca Satricum fra le città latine ormai scomparse. Dalla distruzione del IV secolo a.C. alla registrazione notarile di Plinio passano quattrocento anni: il santuario resta in funzione ancora a lungo, ma la città come organismo politico non esiste più.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Tutti sanno che Satricum fu distrutta due volte e che due volte il tempio di Mater Matuta fu risparmiato. È scritto in tutti i manuali, lo ripetono tutte le didascalie. Quello che quasi nessuno spiega è il perché, e il perché è la cosa più interessante di tutta la vicenda.

Nel Lazio arcaico i santuari extraurbani e i grandi luoghi di culto avevano uno statuto giuridico e religioso che li rendeva intoccabili anche in guerra. Erano spazi federali, frequentati da genti di città diverse, spesso sedi di mercati periodici e di accordi fra comunità. Bruciare un abitato nemico era un atto militare normale. Bruciare il tempio di una divinità che anche tu veneri era un sacrilegio che si sarebbe ritorto contro chi lo commetteva. I latini che nel 377 a.C. incendiarono Satrico per punire la defezione dei volsci lasciarono il santuario in piedi, e i romani fecero lo stesso trent'anni dopo. Non era pietà: era calcolo religioso.

C'è una conferma archeologica di questa continuità, e questa sì che è poco citata. La frequentazione religiosa della collina prosegue fino al I secolo a.C., quando la città non c'è più da trecento anni: la dedica dei duumviri di Anzio è di quel periodo. Un centro urbano cancellato dalla mappa continuava ad avere un santuario funzionante, mantenuto da una città vicina. È la prova che la sacralità del luogo sopravvisse alla comunità che l'aveva creata, ed è il motivo per cui il Museo di Satricum ha così tanti reperti: nove secoli di offerte ininterrotte in un posto che, politicamente, era morto da un pezzo.

Aggiungo l'osservazione che faccio sempre ai gruppi. Le stipi votive del Museo di Satricum non sono discariche di oggetti rotti. Sono sepolture di cose sacre: quando lo spazio del santuario si riempiva, gli oggetti donati non potevano essere né venduti né buttati, perché appartenevano alla divinità, e quindi si interravano con cura. Gli archeologi trovano depositi ordinati proprio per questo. Ogni vetrina che vedete è il risultato di un atto di rispetto compiuto duemilacinquecento anni fa.

Satrico - Antica citta di Satricum
Satrico - Antica città di Satricum

Centotrenta anni di scavi attorno al Museo di Satricum

La vicenda della ricerca a Satricum è quasi più avventurosa della vicenda antica, e conoscerla aiuta a capire perché il museo espone quello che espone.

1825, Antonio Nibby localizza la città

Il primo a mettere il dito sul punto giusto della carta fu Antonio Nibby, che nel 1825 identificò il sito di Satricum in quello che era diventato il Casale di Conca, all'interno dell'omonima e vastissima tenuta, di proprietà del Sant'Uffizio di Roma almeno dal 1713. Nel resoconto delle sue esplorazioni sul campo Nibby annota che in prossimità del casale c'erano delle ferriere mosse dal fiume Astura: da lì il nome dell'odierna località. Un topografo dell'Ottocento che riconosce una città latina scomparsa leggendo Livio con la carta in mano: il metodo era quello, e funzionava.

1896-1898, il primo scavo

Le prime indagini sul terreno risalgono al 1885, ma per gli scavi sistematici bisogna attendere il 1896, quando Hector Graillot, docente dell'università di Bordeaux, individuò sulla collina di Le Ferriere i resti del tempio dedicato a Mater Matuta. La campagna francese durò poche settimane e venne sospesa per ordine del governo italiano; i lavori ripresero sotto la direzione di archeologi italiani, fra cui Felice Barnabei, Raniero Mengarelli e Adolfo Cozza, e proseguirono fino al 1898. I materiali presero la via di Roma e nel 1903 furono acquistati dal Museo nazionale etrusco di Villa Giulia.

1907-1910 e i sondaggi del Novecento

Una seconda stagione di scavi si colloca fra il 1907 e il 1910. Poi altri sondaggi nel 1934 e nel 1958, condotti in modo discontinuo. Per mezzo secolo Satricum fu, di fatto, un sito noto e abbandonato: si sapeva dov'era, non si scavava.

1977, arrivano gli olandesi

La riscoperta comincia negli anni Settanta, quando il Comitato per l'archeologia laziale chiese al Reale Istituto Olandese di Roma di occuparsi della ricerca a Satricum. Le campagne sistematiche riprendono nel 1977, con il coinvolgimento successivo delle università di Groninga e Nimega, e da allora non si sono più fermate. Fu la prima campagna olandese, nel 1977, a restituire il Lapis Satricanus. Il santuario sull'acropoli venne riscavato fra il 1978 e il 1981, e in quegli stessi anni si individuò la necropoli volsca.

Dal 1990, l'Università di Amsterdam

Dall'inizio degli anni Novanta la direzione del progetto passa all'Università di Amsterdam, sotto la responsabilità della professoressa Marijke Gnade, affiancata da un gruppo di ricerca che comprende, fra gli altri, Barbara Heldring e Patricia Lulof. Un contributo della Commissione europea ottenuto nel 2000 ha finanziato la realizzazione del parco archeologico, con le strutture di protezione sui resti templari e il centro di documentazione ricavato nell'edificio industriale. Dal 2014 quel centro è diventato la mostra permanente. Il coordinamento scientifico è tornato in capo all'Istituto Olandese nel 2024. Trovate la scheda ufficiale del progetto sul sito dell'Università di Amsterdam.

2019 e oltre, la villa romana

Nell'estate del 2019 gli scavi hanno individuato la villa rurale di età romana e le tre sepolture di cui si è detto, nei terreni dell'azienda Casale del Giglio, lungo il tracciato dell'antica strada che conduceva al santuario. La ricerca prosegue. Le campagne estive portano ogni anno studenti olandesi e italiani nel borgo: chi capita a Le Ferriere in luglio può trovarsi davanti un cantiere di scavo in attività, che è lo spettacolo più istruttivo che un sito archeologico possa offrire.

L'aggere, le mura e la forma di Satricum

Un capitolo che nel Museo di Satricum si segue soprattutto sulle piante, e che sul terreno richiede occhio allenato. È stato ricostruito il tracciato dell'aggere che difendeva la città sui tre lati rivolti a nord, ovest e sud, mentre il lato orientale era protetto naturalmente dalla rupe e dal fiume Astura. L'aggere doveva essere accompagnato da un fossato, di cui sono state ritrovate le tracce sul lato occidentale, e fra terrapieno e fossato era stato posto un muro di rinforzo. Il sistema difensivo così composto raggiungeva i cinque o sei metri di altezza. Un ulteriore apprestamento proteggeva l'acropoli sul suo lato meridionale.

Cinque o sei metri di terra battuta e muratura sembrano poco a chi ha in mente le mura serviane o quelle di Norba, ma per una città latina del VI secolo a.C. erano una fortificazione seria, e soprattutto costosa: un aggere di quel calibro richiede una comunità capace di organizzare centinaia di persone per una stagione. La difesa di una città racconta la sua ricchezza meglio di qualunque corredo funerario.

La foto giusta da fare a Museo di Satricum

La fotografia che tutti provano a fare, e che quasi nessuno porta a casa decente, è quella dei resti del tempio sull'acropoli. È difficile perché le fondazioni sono basse e la copertura protettiva moderna taglia l'inquadratura. Il risultato tipico è un rettangolo di pietre grigie su un prato giallo, con una tettoia in un angolo, che a casa non dice niente a nessuno.

La foto giusta la si fa in due modi, e nessuno dei due prevede di puntare l'obiettivo sul tempio. Il primo: mettetevi sul bordo occidentale dell'acropoli nella prima mezz'ora dopo l'alba o nell'ultima ora prima del tramonto, e fotografate la pianura verso il mare con la collina in primo piano. Con la luce radente il pianoro dei quaranta ettari si legge come una tavola in rilievo, le ondulazioni del terreno diventano visibili e si capisce, in un colpo d'occhio, dove finiva la città. È la fotografia che spiega Satricum meglio di qualunque didascalia.

Il secondo modo riguarda il museo e il borgo. Inquadrate il ciminiere della vecchia fabbrica dal basso, con il cielo dietro, e includete un pezzo di muratura industriale in mattoni. Sembra una fotografia fuori tema in un articolo di archeologia, e invece è la sintesi esatta di questo posto: il ferro dei papi, la carta del Novecento e i vasi corinzi sotto lo stesso tetto. Se poi vi capita di entrare quando l'esposizione è aperta, cercate la vetrina delle figurine in lamina ritagliata e fotografatele di taglio, con luce laterale: sono oggetti sottilissimi e frontalmente si appiattiscono.

Ultima raccomandazione, valida ovunque ma qui più che altrove: niente flash sulle vetrine, e chiedete prima se le fotografie sono consentite. In un museo civico piccolo la regola può cambiare da un allestimento all'altro, e il personale è l'unica fonte attendibile sul momento.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

Su questa collina e in questo borgo sono successe, in ordine sparso e a distanza di secoli, alcune cose che meritano di essere raccontate una per una.

Il saccheggio del 489 a.C. Coriolano, il patrizio romano bandito dalla sua città e passato ai volsci, prese Satrico dopo Longula, la saccheggiò e distrusse il tempio sull'acropoli. È il primo evento datato che riguarda direttamente questo luogo, e coincide con il passaggio della città sotto controllo volsco.

Il gesto di Furio Camillo nel 386 a.C. Il vecchio dittatore che scende da cavallo, afferra l'alfiere e lo trascina verso il nemico è, nella memoria romana, una delle scene fondative del coraggio militare. Livio la colloca nelle campagne attorno a Satrico. Che sia accaduta esattamente così è materia di fede storiografica; che i romani credessero fosse accaduta qui è un fatto.

L'incendio del 377 a.C. I latini, traditi dai volsci che si erano arresi ad Anzio, bruciarono la città alleata per rappresaglia. Il tempio venne risparmiato. È l'evento che segna l'inizio della fine.

La seconda distruzione del 346 a.C. Roma, dopo che i volsci di Anzio avevano ricostruito la città e vi avevano dedotto una colonia, la incendiò di nuovo. Da quel momento Satricum non si rialza più come centro urbano.

La dedica dei duumviri di Anzio, I secolo a.C. Trecento anni dopo la fine della città, i magistrati di Anzio finanziano una dedica al tempio di Mater Matuta. È l'ultimo atto documentato del santuario, e la prova che la collina restò sacra molto oltre la vita della comunità che l'aveva consacrata.

La fusione dei cerchioni per San Pietro, 1740-1744. Quaranta tonnellate di ferro lavorate qui per cingere la cupola più famosa del mondo. Nel 1748 il marchese Poleni lo mise per iscritto nella sua relazione sui restauri.

Il 5 luglio 1902. In una casa colonica del borgo, oggi Santuario della Casa del Martirio, Maria Goretti, dodici anni, venne colpita a morte da Alessandro Serenelli mentre resisteva a un'aggressione sessuale. Morì il giorno dopo a Nettuno. Fu proclamata santa da Pio XII il 24 giugno 1950 e la sua memoria liturgica cade il 6 luglio. Le sue spoglie riposano nel santuario di Nettuno, non a Le Ferriere.

Gli anni Trenta e la bonifica. La famiglia Dominici, che aveva acquisito la tenuta e avviato la cartiera, si vide espropriare gran parte dei terreni dall'Opera Nazionale Combattenti in virtù della legge sulle bonifiche. Il borgo entra nella geografia della pianura bonificata e prende la fisionomia che ha ancora oggi.

Il 1977 e il Lapis Satricanus. La prima campagna olandese restituisce l'iscrizione con il nome di Publio Valerio. Una riga di lettere su un blocco reimpiegato riapre il dossier sulle origini della repubblica romana.

Il giugno 2014. Apre l'esposizione permanente nel borgo: per la prima volta dalla scoperta del sito, i reperti si possono vedere a pochi passi dal punto in cui sono stati trovati.

Il 4 giugno 2026. Il Consiglio comunale di Latina approva all'unanimità l'istituzione del Parco Museale Civico di Satricum e il relativo regolamento. Il 2 luglio successivo l'annuncio pubblico nel borgo, davanti al tempio di Mater Matuta.

Chi è passato da Museo di Satricum

Il borgo di Le Ferriere è piccolo e fuori dalle rotte, eppure l'elenco di chi ci è passato è di quelli che fanno alzare il sopracciglio.

Marco Furio Camillo, il generale che i romani chiamavano secondo fondatore di Roma, combatté nelle campagne attorno a questa collina nel 386 e di nuovo nel 384 a.C. Se c'è un personaggio della storia repubblicana legato a questo paesaggio, è lui.

Gneo Marcio Coriolano, il transfuga più celebre dell'antichità romana, prese e saccheggiò la città nel 489 a.C. La sua figura, fra storia e leggenda, ha attraversato ventiquattro secoli fino a Shakespeare e a Beethoven.

Publio Valerio, o un membro immediato della sua famiglia, è nominato sulla pietra trovata nel 1977. Non sappiamo se sia mai venuto di persona, ma i suoi sodales ci vennero e lasciarono un'iscrizione a Marte: è la presenza documentata più antica di un personaggio della storia romana in questo luogo.

Antonio Nibby, il topografo che nel primo Ottocento ricostruì la geografia dell'agro romano camminandoci sopra, percorse questi campi e riconobbe qui l'antica Satricum. Senza di lui il sito sarebbe rimasto un casale con qualche pietra strana.

Hector Graillot, professore all'università di Bordeaux, aprì il primo scavo nel 1896 e fu fermato dopo poche settimane dal governo italiano. Gli succedettero Felice Barnabei, fondatore del Museo di Villa Giulia e figura centrale dell'archeologia italiana postunitaria, Raniero Mengarelli, poi scavatore di Cerveteri, e Adolfo Cozza, scultore e archeologo.

Marijke Gnade, dell'Università di Amsterdam, dirige la ricerca da oltre trent'anni ed è la persona che più di ogni altra ha ricostruito la sequenza di questa città. Chi ha avuto la fortuna di sentirla raccontare Satricum sul campo, come è accaduto nella serata pubblica del luglio 2025 davanti al tempio, sa che la ricerca archeologica può essere un racconto avvincente.

Papa Giovanni Paolo II venne a Le Ferriere il 29 settembre 1991, in occasione del primo centenario gorettiano, e la visita fu accompagnata da un intervento di restauro sulla casa del martirio. Prima di lui, il cardinale Francis Spellman, arcivescovo di New York, sostenne il restauro del 1952 dopo che i padri passionisti avevano acquistato la proprietà nel 1951.

Maria Goretti visse in questo borgo con la famiglia, arrivata dalle Marche insieme ad altre ventuno famiglie chiamate a lavorare la tenuta alla fine dell'Ottocento. La sua storia ha portato a Le Ferriere pellegrini da tutto il mondo, e per decenni è stata l'unica ragione per cui qualcuno conosceva questo nome.

Papa Sisto V, che nel 1588 volle la modernizzazione della ferriera, non risulta sia mai venuto di persona, ma la sua decisione ha dato il nome al borgo e, indirettamente, l'edificio al museo.

Cosa vedere intorno al Museo di Satricum

La Casa del Martirio di Santa Maria Goretti

È nel borgo, in via del Cavaliere 1, dentro un casale settecentesco che appartenne alla famiglia Gori Mazzoleni. I recapiti indicati sono 0773 458056 e 0773 458021. Il santuario conserva il luogo dove la ragazza fu aggredita il 5 luglio 1902; le sue spoglie sono invece a Nettuno. Anche chi arriva per l'archeologia dovrebbe entrare: sono cinque minuti a piedi dal museo e raccontano il Novecento agricolo di questa pianura con una crudezza che nessun pannello didattico eguaglia.

Casale del Giglio e i campi dello scavo

L'azienda agricola Casale del Giglio, in strada Cisterna-Nettuno al chilometro 13, ha nei propri terreni una parte consistente delle aree indagate, compresa la villa romana del 2019 e il tracciato della via che conduceva al santuario. L'azienda ha affiancato per anni il progetto archeologico insieme alla Soprintendenza e all'Istituto Olandese, e sul suo sito pubblica una sintesi della storia degli scavi. Nel 2004 in quest'area è stato rinvenuto uno skyphos del V secolo a.C. considerato il più antico reperto legato al vino dell'Italia centrale: un dettaglio che, in un'azienda vitivinicola, ha del romanzesco.

Torre Astura e la foce del fiume

Nove chilometri di fiume separano l'acropoli dal mare. Alla foce c'è Torre Astura, con la sua peschiera romana e il castello sul mare, e alle spalle il boschetto di Torre Astura. L'accesso è condizionato dalla presenza del poligono militare: informatevi prima. È il completamento naturale di una giornata a Satricum, perché mostra dove finiva la via d'acqua che rendeva strategica la città.

Anzio, Nettuno e il litorale

A venti minuti di auto ci sono Anzio, l'Antium dei volsci e dei romani, e Nettuno con il suo borgo medievale e la basilica dove riposa Maria Goretti. Ad Anzio merita una sosta il Museo dello sbarco di Anzio, che racconta il gennaio 1944. Tre epoche in venticinque chilometri.

Il resto del Lazio archeologico

Chi prende gusto a questo tipo di visita ha, nel raggio di un'ora, una densità di siti che pochi territori europei possono vantare: il parco archeologico di Privernum e i musei di Priverno, il museo archeologico di Palestrina con il santuario della Fortuna Primigenia, l'area di Lanuvio, il borgo di Sermoneta e il giardino di Ninfa, il parco nazionale del Circeo. E, per il confronto obbligato con il mondo etrusco che tanto influenzò Satricum, Cerveteri.

Satrico - Antica citta di Satricum
Satrico - Antica città di Satricum

Come si visita davvero il Museo di Satricum

Quanto dura la visita al Museo di Satricum

L'esposizione, quando è accessibile, si percorre con calma in quaranta minuti o un'ora. L'area archeologica richiede un'altra ora buona, di più se si vuole fare il giro del pianoro. Con la Casa del Martirio si arriva a mezza giornata piena. Aggiungendo Torre Astura o Nettuno si riempie la giornata intera senza fretta.

Il Museo di Satricum con i bambini

Onestamente: sotto gli otto anni è dura. Le vetrine di ceramica arcaica non parlano a un bambino piccolo e le fondazioni dei templi ancora meno. Sopra i dieci anni, invece, il posto funziona bene, a due condizioni: raccontare prima la storia dei volsci e di Coriolano come si racconta un'avventura, e lasciare che i ragazzi camminino sul pianoro. Lo spazio aperto salva sempre la visita archeologica in famiglia. Il rischio vero, in estate, è il caldo: cappello, acqua, orario mattutino.

Accessibilità

L'edificio dell'esposizione è al piano del borgo e questo aiuta, ma la fruibilità dei percorsi va verificata direttamente con il Comune prima di partire, tanto più mentre sono in corso i lavori. L'area archeologica, invece, è terreno naturale in pendenza, con erba, ghiaia e dislivelli: per una carrozzina è impegnativa e in alcuni tratti impraticabile, e dopo la pioggia lo è per chiunque non abbia scarpe adatte.

Quando andare e quando evitare

Primavera e autunno sono le stagioni giuste. Luglio e agosto pomeriggio sono da evitare per il caldo, e agosto in generale è il mese in cui i piccoli musei civici riducono le aperture. Le giornate di apertura straordinaria promosse dalle associazioni locali e le iniziative di primavera del Fondo per l'ambiente italiano sono le occasioni migliori per trovare il sito accompagnato da chi lo studia.

Quanto costa

L'ingresso all'esposizione è stato finora gratuito. Le visite guidate organizzate da associazioni e cooperative locali possono avere un costo e richiedono prenotazione. Nessun rivenditore online autorizzato è necessario per un museo civico di questo tipo: si telefona e si va.

Domande veloci su Museo di Satricum

Il Museo di Satricum è aperto?

In questo periodo l'esposizione dei reperti nell'ex cartiera non è visitabile: sono previsti i lavori per la certificazione antincendio dell'edificio, indispensabili alla riapertura al pubblico. Prima di mettersi in auto conviene telefonare allo 0773 458415 o al centralino comunale 0773 6521.

Dove si trova esattamente il Museo di Satricum?

A Borgo Le Ferriere, frazione del comune di Latina, lungo la strada Nettunense, al confine con Nettuno e a poca distanza da Aprilia. L'area archeologica è sulla collina immediatamente a sud del borgo.

Quanto costa il biglietto del Museo di Satricum?

L'ingresso è stato finora gratuito. Trattandosi di un museo civico in fase di riorganizzazione, conviene chiedere conferma al Comune di Latina prima della visita.

Serve prenotare per visitare il Museo di Satricum?

Per l'esposizione, quando è aperta, non è richiesta prenotazione, ma una telefonata preventiva evita brutte sorprese. Per le visite guidate all'area di scavo la prenotazione è normalmente necessaria e passa attraverso le associazioni che le organizzano.

Quanto tempo ci vuole per visitare il Museo di Satricum?

Dai quaranta minuti a un'ora per le sale. Con l'area archeologica si arriva a due ore e mezza.

Si possono fare fotografie nel Museo di Satricum?

Nei musei civici la regola può cambiare con l'allestimento: chiedete al personale all'ingresso. All'aperto, sull'area archeologica, non ci sono restrizioni particolari per la fotografia amatoriale.

Il Museo di Satricum è accessibile alle persone con disabilità?

L'edificio dell'esposizione è a livello del borgo, ma la fruibilità va verificata con il Comune, soprattutto durante i lavori. L'area archeologica, essendo terreno naturale in pendenza, presenta difficoltà serie per chi si muove in carrozzina.

Il Museo di Satricum è adatto ai bambini?

Dai dieci anni in su funziona, soprattutto se si racconta prima la storia della città e si dedica tempo alla passeggiata sul pianoro. Per i più piccoli è una visita impegnativa.

Come si arriva al Museo di Satricum da Roma?

In automobile, dalla Pontina verso Aprilia e poi in direzione Le Ferriere e Nettuno. Circa un'ora e un quarto senza traffico. Il trasporto pubblico diretto non esiste: le stazioni della linea per Nettuno sono lontane e vanno completate con un autobus o un taxi.

C'è parcheggio al Museo di Satricum?

Sì, si posteggia liberamente lungo le strade del borgo. Non ci sono aree a pagamento.

Che cosa si vede nel Museo di Satricum?

Circa settecento reperti dagli scavi della città: ceramica greca, etrusca e italica, materiali delle stipi votive del santuario, corredi delle necropoli laziale e volsca, terrecotte architettoniche, documentazione topografica e materiali della villa romana. Il percorso è cronologico, dalle capanne del IX secolo a.C. alla campagna romana.

Perché il museo si chiama Satricum e il paese Le Ferriere?

Satricum è il nome della città antica sepolta sulla collina. Le Ferriere è il nome moderno del borgo e viene dalle officine del ferro attive qui dal medioevo fino al 1865.

Dove sono i reperti più famosi di Satricum?

Le grandi terrecotte architettoniche degli scavi ottocenteschi sono al Museo nazionale etrusco di Villa Giulia a Roma, acquistate nel 1903. L'accetta con l'iscrizione volsca è al Museo archeologico di Cassino. A Le Ferriere si vedono i materiali delle campagne successive.

Che cos'è il Lapis Satricanus?

Un blocco di tufo con un'iscrizione in latino arcaico, rinvenuto nel 1977 reimpiegato nelle fondazioni dell'ultimo tempio. Cita i sodales di Publio Valerio che dedicano a Marte, ed è databile fra la fine del VI e gli inizi del V secolo a.C.

Chi era Mater Matuta?

La dea latina del mattino e dell'aurora, protettrice della nascita. Il santuario di Satricum le era dedicato e la sua identificazione poggia su iscrizioni rinvenute nell'area.

Si può visitare l'area archeologica insieme al Museo di Satricum?

Quando entrambi sono aperti, sì, e l'ordine migliore è prima le sale e poi la collina. Le due aperture però non coincidono sempre: chiedete conferma per tutte e due.

Ci sono visite guidate al Museo di Satricum?

Le associazioni locali e i gruppi che collaborano con il parco organizzano visite periodiche, spesso in occasione di eventi e giornate speciali. Non c'è un servizio di accompagnamento continuativo garantito ogni giorno.

Il Museo di Satricum ha un bookshop o un bar?

No. Nel borgo c'è un bar di paese e nulla di più. Portatevi l'acqua, soprattutto in estate.

Quanto è grande l'antica città di Satricum?

L'acropoli occupa circa quattro ettari, il pianoro a ovest circa quaranta. Complessivamente l'area archeologica copre una superficie di poco superiore ai quaranta ettari.

Che differenza c'è fra Satricum e Satrico?

Nessuna: Satricum è la forma latina, Satrico quella italiana. Entrambe indicano la stessa città antica.

Perché Satricum fu distrutta?

Per due volte per motivi militari: nel 377 a.C. dai latini, come rappresaglia contro i volsci che si erano arresi ai romani, e nel 346 a.C. dai romani, che temevano la rinascita della potenza volsca dopo la ricostruzione della città.

Il tempio di Mater Matuta è visibile oggi?

Se ne vedono le fondazioni e le strutture di protezione realizzate a partire dagli anni Duemila. L'alzato non esiste più: bisogna leggere le piante e affidarsi alla ricostruzione.

Chi scava oggi a Satricum?

La ricerca è condotta dalla scuola archeologica olandese, con la direzione scientifica che fa capo alla professoressa Marijke Gnade e all'Istituto Olandese di Roma, in accordo con la Soprintendenza e con il Comune di Latina.

Il Museo di Satricum si può abbinare a una visita religiosa?

Sì. La Casa del Martirio di Santa Maria Goretti è nello stesso borgo e la basilica che conserva le sue spoglie è a Nettuno, a mezz'ora di auto. È un abbinamento che molti gruppi fanno da decenni.

Cosa vedere vicino al Museo di Satricum in un'ora di auto?

Anzio e Nettuno sul mare, Torre Astura alla foce dell'Astura, Sermoneta e Ninfa verso i monti Lepini, Priverno e il suo parco archeologico, Palestrina per il grande santuario della Fortuna Primigenia.

Dove trovo informazioni ufficiali sul sito archeologico di Satricum?

Sul portale del Comune di Latina, che pubblica la scheda del luogo e i recapiti, e sulle pagine del progetto di ricerca dell'Università di Amsterdam.

Torno a Le Ferriere almeno una volta l'anno, e ogni volta mi convinco di più che il valore di questo posto non sta in un singolo capolavoro da fotografare, ma nella densità. Nove secoli di storia antica, quattro popoli, due incendi, due templi risparmiati, una pietra che riscrive le origini della repubblica romana, poi il ferro dei papi, la carta, la bonifica, una santa di dodici anni e una vigna. Tutto dentro un chilometro quadrato di pianura che nessuno guarda mentre corre verso il mare. Se il Parco Museale Civico farà quello che promette, fra qualche anno racconteremo il Museo di Satricum come si racconta oggi un museo di provincia che ha smesso di essere di provincia. Nel frattempo, telefonate, prendete la macchina e andateci appena riapre: vi troverete quasi soli davanti a una delle storie più fitte del Lazio.

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Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.

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RiassuntoMuseo di Satricum - Str. Nettunense, 43, 04100 Le Ferriere LT, Italia
Tagsantica città di SatricumMuseoMuseo archeologicoMuseo di Satricumsatricosatricum

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