Casa Museo Alberto Moravia
La Casa Museo Alberto Moravia occupa l'attico di Lungotevere della Vittoria 1, angolo di Piazzale Maresciallo Giardino, cap 00195, quartiere Della Vittoria: ultimo piano di un palazzo di linee sobrie con grandi balconate affacciate sul fiume. Si entra esclusivamente con la visita guidata e solo su prenotazione, e l'ingresso è gratuito, visita compresa. Il calendario ordinario prevede l'apertura il secondo sabato di ogni mese, con due turni alle 10.00 e alle 11.00, gruppi di massimo quindici persone; le prenotazioni si aprono orientativamente trenta giorni prima e si fanno al numero 060608, attivo tutti i giorni dalle 9.00 alle 19.00. I gruppi che arrivano con una guida propria hanno un turno dedicato lo stesso sabato alle 12.00, durata di circa un'ora, prenotazione via mail a didattica@zetema.it; le scolaresche entrano invece il mercoledì alle 10.00 e alle 11.30, massimo venticinque studenti, con un accompagnatore gratuito ogni dieci ragazzi. Il museo non è accessibile alle persone con disabilità motoria: lo dichiara il sito ufficiale, ed è una conseguenza della struttura dell'edificio. La biblioteca e l'archivio dello scrittore si consultano su appuntamento, dal lunedì al venerdì fra le 10.00 e le 14.00, scrivendo a info@fondoalbertomoravia.it o telefonando allo 06 3203698. Ci si arriva con l'autobus 280 (De Bosis/Stadio Tennis - Partigiani), che ferma proprio a Lungotevere Vittoria/Maresciallo Giardino, oppure con il 32 (Stazione Grottarossa - Giulio Cesare/Ottaviano) e il 69 (Largo Pugliese - Clodio), che fermano a Maresciallo Giardino sul lato di Viale Angelico. La metropolitana sul lungotevere non arriva: la fermata utile è Lepanto, linea A, e da lì è una camminata di venti minuti buoni. Date, orari e disponibilità dei turni vanno confermati sul sito ufficiale del museo o al telefono prima di muoversi, perché il calendario si riempie in fretta.
Confronta le esperienze a Roma
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✦ Vai all'aperturaMusei Vaticani e Cappella Sistina
Il primo slot della giornata o il tardo pomeriggio. A metà mattina è un nastro trasportatore, e non lo diciamo solo noi.
✦ Il classicoTour a piedi
Roma si capisce camminando. La differenza la fa la guida, non l'itinerario: sono quasi tutti uguali sulla carta.
✦ Prenotazione obbligatoriaGalleria Borghese
Bernini e Caravaggio in due ore contate. Senza prenotazione non si entra, punto.
✦ Va a rubaColosseo, Foro e Palatino
L'ingresso a orario sparisce con giorni di anticipo in alta stagione. La versione con i sotterranei è quella che vale il s...
✦ Centro storicoTrevi, Pantheon e piazze
Il cuore barocco a piedi, più il biglietto del Pantheon che ora serve davvero.
✦ Poco camminoTour in golf cart
Il centro storico in un paio d'ore senza distruggerti i piedi, e passi dove i pullman non entrano.
✦ Vieni affamatoFood tour
Non è un pranzo: sono sei-otto tappe piccole. Il valore è nei posti in cui non saresti mai entrato da solo.
✦ Dopo le 21Bar hopping e vita notturna
Tre o quattro locali con qualcuno che sa quali sono aperti quella sera. Funziona meglio da soli che in coppia.
✦ Foto garantiteVespa e Ape Calessino
In Ape ti portano loro, in Vespa guidi tu (serve la patente). Due esperienze molto diverse sotto lo stesso nome.
✦ Il più scenograficoTour in sidecar
Il sidecar vintage con conducente: costa più della Vespa, ma è il giro che finisce in tutte le foto.
✦ Si mangia alla fineCorsi di cucina
Pasta a mano e poi ci si siede a tavola. La domanda giusta è quante persone ci sono per postazione.
✦ Anche in cittàDegustazioni di vino
In enoteca in centro o tra le vigne dei Castelli. Due cose diverse: una dura un'ora, l'altra una giornata.
✦ Fuori portaCastelli Romani
Frascati, Castel Gandolfo, il lago di Albano. Un'ora da Roma e sembra un'altra regione.
✦ Patrimonio UNESCOTivoli: Villa d'Este e Villa Adriana
Due ville, due epoche, un solo biglietto mentale: le fontane di Villa d'Este e le rovine imperiali di Adriano.
✦ SottoterraCatacombe e Appia Antica
Chilometri di gallerie sotto la via Appia. Fresche d'estate, e sorprendentemente poco affollate.
✦ Accesso limitatoColosseo: sotterranei e arena
Il piano dove aspettavano gladiatori e belve, e il pavimento dell'arena. Posti contati ogni giorno.
✦ Giornata lungaPompei e Costiera Amalfitana
Da Roma si fa in giornata, ma è una giornata vera: sveglia presto e rientro a sera.
✦ Alta velocitàFirenze in giornata
Un'ora e mezza di treno e sei sotto il Duomo. Si fa, se accetti di vedere tre cose e non dieci.
✦ Terrazza panoramicaCastel Sant'Angelo
Mausoleo, fortezza, prigione e rifugio dei papi. E la terrazza con la vista migliore su San Pietro.
✦ Dopo il tramontoRoma di notte
Le stesse piazze, senza la folla e con le luci giuste. La città cambia completamente.
✦ Libertà di scesaBus hop-on hop-off
Sali e scendi dove vuoi per 24 o 48 ore. Utile il primo giorno, per orientarsi.
✦ MareCapri e Costiera Amalfitana
Da Roma è lunga, ma in due giorni si fa con calma. In giornata solo se accetti di correre.
✦ Con i bambiniScuola dei gladiatori
Due ore con la spada di legno in mano, sulla via Appia. Con i ragazzini funziona sempre.
✦ Poco sforzoSegway e monopattino
Copri il doppio del centro senza camminare. Dieci minuti di pratica e ci stai sopra.
✦ MercoledìUdienza papale
Ogni mercoledì, quando il Papa è a Roma. Il biglietto è gratuito ma va ritirato.
✦ Poco affollatoTerme di Caracalla
Muri alti trenta metri e quasi nessuno intorno. Uno dei posti più sottovalutati di Roma.
✦ A 30 minutiOstia Antica
La Pompei di Roma, raggiungibile col treno urbano. Strade, taverne e mosaici, senza folla.
✦ Alta velocitàNapoli e Pompei
Un'ora e dieci di treno. Il centro storico, il museo archeologico e la pizza vera.
✦ Prima dell'aperturaVaticano: ingresso anticipato
Dentro i Musei prima del pubblico. La Sistina quasi vuota è un'altra cosa.
✦ Senza faticaTour in e-bike
Le sette colline con l'assistenza al pedale. L'Appia Antica e il Gianicolo diventano facili.
Chi voglia costruirsi un itinerario romano dedicato alle case degli scrittori e degli artisti trova in città un piccolo circuito coerente: la casa di Luigi Pirandello in via Bosio, il museo di Mario Praz a palazzo Primoli e il museo Hendrik Christian Andersen a due passi da piazza del Popolo. Sono quattro dimore diversissime fra loro, e messe in fila raccontano un secolo di Roma meglio di molte mostre.

Dove si trova la Casa Museo Alberto Moravia e come ci si arriva davvero
Lungotevere della Vittoria è un tratto breve, poco meno di seicento metri, compreso fra piazzale Maresciallo Giardino e piazza del Fante. Il numero civico 1 è all'estremità meridionale, quella del piazzale, e questo è il primo dato pratico che conviene fissare: chi scende a piazza del Fante si ritrova all'altro capo della strada e deve rifare il percorso a ritroso. Il toponimo ricorda la vittoria italiana nella prima guerra mondiale ed è stato attribuito all'intero quartiere. La strada in origine si chiamava Lungotevere Milvio; una risoluzione del Governatore del 12 giugno 1939 la ribattezzò Lungotevere della Vittoria, l'anno dopo il nome cambiò ancora in Lungotevere Guglielmo Oberdan, e solo con la delibera del Consiglio comunale del 25 febbraio 1948 il tratto fra piazza del Fante e piazzale Maresciallo Giardino tornò a chiamarsi come lo conosciamo oggi. Tre nomi in nove anni: la toponomastica romana del Novecento ha avuto la stessa instabilità della politica che la produceva.
Autobus e metropolitana per la Casa Museo Alberto Moravia
La linea più comoda è la 280, che percorre i lungoteveri di destra e ha una fermata intitolata proprio a Lungotevere Vittoria/Maresciallo Giardino: si scende e si è davanti al portone. Le altre due linee utili, la 32 e la 69, servono il piazzale dal lato interno, quello di Viale Angelico, e comportano un centinaio di metri in più a piedi. Il 32 collega Stazione Grottarossa a Giulio Cesare/Ottaviano ed è quello che prendono in genere i visitatori in arrivo dalla zona vaticana; il 69 arriva da Largo Pugliese e termina a Clodio. Chi si muove in metropolitana deve mettere in conto una camminata: la linea A ha la fermata Lepanto in Prati, e da lì si risale per via Marcantonio Colonna o per viale Angelico fino al piazzale. Venti minuti a passo normale, di più se ci si ferma a guardare le vetrine.
Il mio consiglio da guida: se avete prenotato il turno delle 10.00, arrivate in zona alle 9.30. Il piazzale ha parcheggio in linea sempre esaurito, il traffico del lungotevere nelle ore di punta è imprevedibile e il gruppo parte in orario. Chi arriva alle 10.05 trova il portone chiuso e ha perso il posto, che è gratuito ma limitato a quindici persone: non lo riprende in giornata.
Il quartiere Della Vittoria intorno alla Casa Museo Alberto Moravia
Il quartiere Della Vittoria è uno dei pochi pezzi di Roma che il turismo non ha ancora consumato. Nasce fra le due guerre come espansione borghese oltre Prati, con un impianto regolare di viali alberati, palazzine di sei o sette piani, cortili interni e negozi di quartiere. Non ha rovine, non ha basiliche celebri, non ha code. Ha invece una densità insolita di istituzioni: sul lungotevere si affaccia l'Istituto storico e di cultura dell'Arma del genio, realizzato nel 1940, e a poche centinaia di metri comincia il complesso sportivo che porta al Foro Italico e allo Stadio Olimpico. Verso nord la strada conduce a Ponte Milvio, il ponte più antico di Roma ancora in uso, e alle pendici della riserva di Monte Mario.
Che Moravia abbia scelto questo indirizzo, e non il centro storico dove aveva vissuto fino ad allora, dice qualcosa di preciso su di lui. Nel 1963 aveva cinquantacinque anni, era lo scrittore italiano più tradotto al mondo e avrebbe potuto permettersi qualunque piano nobile fra il Corso e il Tevere. Prese invece un attico in un palazzo di edilizia borghese anni Cinquanta, in una strada senza monumenti, dove nessuno lo fermava per strada. La casa non doveva impressionare: doveva funzionare come studio, come biblioteca e come punto di osservazione sul fiume. Chi la visita capisce subito che è stata pensata da qualcuno che ci passava dentro dieci ore al giorno.
Come si visita la Casa Museo Alberto Moravia
La formula è rigida e conviene conoscerla prima di telefonare, perché evita mezz'ora di equivoci. Alla Casa Museo Alberto Moravia non si entra come si entra in un museo civico qualunque, presentandosi alla biglietteria e comprando un tagliando. L'appartamento è un appartamento vero, con corridoi stretti, stanze di dimensioni domestiche e oggetti fragili appoggiati dove li aveva lasciati il padrone di casa. Un flusso libero lo distruggerebbe in un mese. Per questo l'accesso avviene solo in gruppi accompagnati, contingentati e prenotati.
La prenotazione alla Casa Museo Alberto Moravia, passo per passo
Il numero è il 060608, il call center culturale di Roma Capitale, attivo tutti i giorni dalle 9.00 alle 19.00. Le prenotazioni per il pubblico si aprono orientativamente trenta giorni prima della data di visita. Questo significa che, se puntate al secondo sabato di ottobre, dovete chiamare nei primi giorni di settembre e non il giovedì prima. Il turno delle 10.00 si esaurisce prima di quello delle 11.00: se dovete scegliere, chiedete l'undici, che nella mia esperienza resta disponibile qualche giorno in più e ha in aggiunta un vantaggio pratico, perché a quell'ora la luce entra dai lucernari del salotto con un'inclinazione migliore.
Chi arriva con un gruppo organizzato e una guida propria non usa il turno pubblico: il sabato di apertura esiste una fascia riservata alle 12.00, con prenotazione via posta elettronica all'indirizzo didattica@zetema.it e durata di circa un'ora. Il tetto resta di quindici persone per gruppo. Le scuole medie e superiori hanno invece il canale del mercoledì mattina, alle 10.00 e alle 11.30, con classi divise in sottogruppi e un massimo di venticinque studenti; per ogni dieci ragazzi un accompagnatore entra gratuitamente.
Quanto dura la visita alla Casa Museo Alberto Moravia
La visita pubblica accompagnata si esaurisce in una fascia breve, e per l'appartamento in sé la mezz'ora abbondante è realistica: gli ambienti sono quattro o cinque, collegati da due corridoi, e non c'è un percorso espositivo da leggere. I gruppi con guida propria dispongono di circa un'ora, che è la durata giusta se si vuole raccontare anche il contesto letterario e non solo elencare gli oggetti. Il mio suggerimento a chi organizza un gruppo: non riempite l'ora con la biografia. Quella si racconta prima, per strada, sul lungotevere. Dentro casa si guarda, si legge qualche costa di libro, si sta zitti un minuto sulla terrazza. È l'unico modo per portarsi via qualcosa.
Biglietti, MIC Card e gratuità alla Casa Museo Alberto Moravia
Il sito ufficiale del museo indica ingresso gratuito, e gratuita è anche la visita guidata che ne è la condizione di accesso. Alcuni portali turistici riportano un biglietto di cinque euro: è un dato che non trova conferma nella pagina biglietti del museo, quindi il consiglio prudente è di attenersi a quanto dichiara il sito ufficiale e di chiedere conferma al momento della prenotazione telefonica. La MIC Card, l'abbonamento annuale ai musei civici riservato a residenti e domiciliati per studio o lavoro nella Città metropolitana, resta comunque il documento che conviene avere in tasca a Roma: qui non serve, ma serve al museo Carlo Bilotti, alla Centrale Montemartini e in tutta la rete dei musei in comune.
Accessibilità della Casa Museo Alberto Moravia
Il sito ufficiale è netto: il museo non è accessibile. È l'ultimo piano di un edificio residenziale, con soglie, dislivelli interni e spazi di manovra ridotti; l'ascensore condominiale non risolve il problema a monte. Chi ha difficoltà motorie ha però un'alternativa seria e non consolatoria: la casa è stata digitalizzata su Google Arts and Culture, con circa quarantaquattro opere schedate e percorsi ambiente per ambiente. Non è la stessa cosa, ma per una volta il surrogato digitale restituisce parecchio, perché qui l'esperienza è fatta di dettagli ravvicinati e non di volumetrie.
Il palazzo e l'attico di Lungotevere della Vittoria
L'edificio è un palazzo residenziale di linee semplici, con grandi balconate continue che guardano il fiume. L'appartamento di Moravia è all'ultimo piano, il sesto, e ha la pianta tipica dell'attico romano del dopoguerra: una serie di ambienti collegati da due corridoi centrali, con le stanze principali affacciate sul Tevere e i vani di servizio verso l'interno. Non c'è nulla di monumentale. Nessun soffitto affrescato, nessuna scala d'onore, nessun cortile di rappresentanza. È un appartamento borghese, spazioso ma non enorme, che vale per quello che contiene e per quello che si vede dalle sue finestre.
La cosa che colpisce chi entra per la prima volta è la luce. Il lungotevere in quel punto è largo, la sponda opposta è bassa e alberata, e nulla ostruisce l'orizzonte: la casa riceve luce da mattina a sera, e il salotto ha in più dei lucernari che la fanno cadere dall'alto. Per uno scrittore che ha passato cinque anni dell'infanzia inchiodato a letto in stanze chiuse, la scelta di un ultimo piano vetrato non è un dettaglio d'arredamento. È una biografia tradotta in metri quadrati.
Perché la Casa Museo Alberto Moravia è rimasta com'era
Il merito è di una decisione presa presto. Moravia muore il 26 settembre 1990; già nel 1991 le sorelle, gli eredi e un gruppo di amici costituiscono l'Associazione Fondo Alberto Moravia, con l'obiettivo dichiarato di creare un centro studi sull'opera dello scrittore e, insieme, di trasformare l'abitazione in casa museo lasciando mobili e oggetti al loro posto. Nel 1993 viene istituito l'Archivio. Nel 2009 gli eredi donano l'immobile al Comune di Roma. Il 29 novembre 2010 la casa apre ufficialmente al pubblico ed entra nel Sistema dei Musei Civici di Roma Capitale.
Diciannove anni fra la morte e l'apertura sono tanti sulla carta, pochissimi nella prassi italiana delle case d'autore, dove il più delle volte l'appartamento viene svuotato, gli arredi dispersi fra gli eredi e la biblioteca venduta a lotti. Qui non è successo. Il risultato è che la Casa Museo Alberto Moravia non è una ricostruzione filologica: è la casa, con la polvere tolta e i libri fermi dove stavano. La differenza si sente entro i primi due minuti.
La Casa Museo Alberto Moravia stanza per stanza
Quello che segue è il percorso nell'ordine in cui lo si compie, con quello che conviene guardare in ciascun ambiente. Chi visita con un gruppo pubblico avrà tempi stretti: meglio sapere in anticipo dove posare gli occhi.
L'ingresso e i due corridoi
Si entra e la prima cosa che si incontra non è una stanza: sono libri. I due corridoi centrali che distribuiscono l'appartamento sono foderati di alte librerie su entrambi i lati, e fra uno scaffale e l'altro sono appesi quadri e opere su carta. È una scelta domestica che vale una dichiarazione di poetica: in questa casa il corridoio non è spazio di passaggio, è spazio di lavoro. Moravia camminava avanti e indietro mentre pensava, e quello che aveva sotto gli occhi mentre camminava erano le coste dei suoi libri.
Guardate le rilegature. Convivono edizioni economiche sfasciate dall'uso e volumi d'arte di grande formato, italiano e francese e inglese, narrativa e saggistica politica e psicoanalisi e antropologia. Non è una biblioteca costruita per fare figura: è una biblioteca consumata.
Lo studio della Casa Museo Alberto Moravia
È la stanza per cui vale il viaggio. Al centro, una scrivania massiccia in legno, rovere e noce, rivolta verso le finestre e quindi verso il fiume. Non l'ha comprata in negozio: gliela costruì l'artista tedesco Sebastian Schadhauser, che di quelle ore passate insieme ha lasciato un ricordo bellissimo, il ritratto di un uomo capace di restare seduto ore senza dire una parola, prendendosi tutto il tempo per pensare. Sul piano c'è la Olivetti 82, la macchina da scrivere sulla quale Moravia ha battuto le pagine degli ultimi ventisette anni.
Mi permetto un'opinione netta. La Olivetti 82 è l'oggetto più fotografato della casa ed è anche quello che dice di meno. La cosa da guardare, nello studio, è l'orientamento della scrivania: dà le spalle alla stanza e la faccia alle finestre. Uno scrittore che si mette così ha deciso che il paesaggio non lo distrae, lo alimenta. Il Tevere, i platani della sponda opposta, il cielo sopra Monte Mario: era quello il suo schermo. Chi conosce la prosa di Moravia, asciutta, referenziale, priva di ornamenti, capisce che quella finestra non serviva a ispirare. Serviva a tenere il mondo a vista mentre lo si smontava frase per frase.
Il salotto e la terrazza sul Tevere
Il salotto è l'ambiente più ampio e il più luminoso, illuminato anche dai lucernari. Ci sono divani in velluto verde e un grande pianoforte, e alle pareti la parte più densa della collezione di quadri. Da qui si esce sull'ampio terrazzo affacciato sul Tevere, che è insieme il pezzo forte della casa e la sua chiave di lettura.
Stando su quella terrazza si capisce una cosa che nessuna biografia spiega bene. Moravia ha scritto i Racconti romani guardando una Roma che, da lassù, non si vede: la Roma dei borgatari, degli autisti, delle domestiche, dei ragazzi di vita. La città che aveva sotto gli occhi era invece questa, ordinata, borghese, alberata, con il fiume incanalato fra i muraglioni e la collina verde in fondo. Lo scarto fra la vista e la materia narrata è tutto Moravia: uno scrittore che ha raccontato per sessant'anni un mondo che osservava dall'esterno, con l'onestà di non fingere mai di appartenervi.
La cucina anni Settanta
La cucina è rimasta come fu allestita, in pieno stile anni Settanta, ed è una delle stanze che i visitatori guardano con più tenerezza. Non ha nulla di prezioso. Ha però il valore documentario che hanno le cose comuni sopravvissute: pensili, superfici, elettrodomestici, colori di un decennio preciso. Nelle case museo italiane la cucina è quasi sempre la prima stanza a essere sacrificata, riadattata a deposito o a biglietteria. Qui c'è ancora, ed è una piccola fortuna storiografica.
La camera da letto
Ambiente sobrio, quasi spoglio rispetto al resto. Anche qui libri, anche qui opere alle pareti. Serve a ricordare che questa non era una casa di rappresentanza con qualche stanza privata annessa: era una casa privata dentro cui, a orari fissi, entrava mezza cultura italiana. La camera da letto è il punto in cui il visitatore attento smette di sentirsi in un museo e comincia a sentirsi, giustamente, un po' indiscreto.

La biblioteca della Casa Museo Alberto Moravia
La biblioteca personale è l'elemento che domina l'appartamento: non un ambiente, ma una presenza diffusa che occupa corridoi, salotto, studio, camera. Il museo la descrive come la raccolta privata dello scrittore, con letteratura italiana e straniera, cataloghi d'arte, saggistica politica, psicoanalisi e culture extraeuropee. Sul numero dei volumi le fonti divergono: le stime che circolano vanno da alcune migliaia a oltre diecimila, e il dato preciso conviene chiederlo direttamente all'Associazione Fondo Alberto Moravia, che della raccolta è la custode scientifica. Quello che si può dire senza margine di errore è che si tratta di una biblioteca da lavoro, con annotazioni, segni, dorsi consumati, e non di una collezione da esposizione.
Che cosa leggeva Moravia, e come si vede dagli scaffali
Le quattro grandi aree della raccolta corrispondono con precisione alle quattro vite intellettuali dell'uomo. La letteratura, ovviamente, italiana e soprattutto straniera: Moravia leggeva in francese e in inglese, e la sua formazione giovanile è passata per Dostoevskij, per Joyce, per il romanzo francese dell'Ottocento più che per la tradizione italiana. La psicoanalisi, che entra nei suoi romanzi come strumento di scavo e non come citazione colta. La politica, con la saggistica del Novecento europeo e le riviste. E l'antropologia insieme alle culture non europee, che è il versante meno noto e il più rivelatore.
Chi visita si soffermi sui cataloghi d'arte. Sono tantissimi, e non è un caso isolato in una casa di scrittore: qui hanno una ragione familiare precisa. Il padre di Moravia, Carlo Pincherle, era architetto e pittore; la sorella Adriana Pincherle (1905-1996) fu pittrice di valore. Moravia è cresciuto in una casa dove si dipingeva, e dagli anni Trenta ha affiancato alla narrativa una attività di critica d'arte su riviste e cataloghi che gli storici dell'arte italiani prendono ancora sul serio. La biblioteca lo documenta meglio di qualunque bibliografia.
Come si consulta la biblioteca della Casa Museo Alberto Moravia
La consultazione è riservata a studiosi, ricercatori e studenti, e avviene solo su appuntamento, dal lunedì al venerdì fra le 10.00 e le 14.00. Si scrive a info@fondoalbertomoravia.it oppure si telefona allo 06 3203698. Non è una biblioteca a scaffale aperto e non esiste un servizio di prestito: si concorda in anticipo che cosa serve, e il materiale viene predisposto. Per chi lavora su Moravia, sul Novecento italiano o sulla storia della critica cinematografica, è una miniera; per il visitatore occasionale, non è la via d'accesso alla casa.
L'Archivio e il Fondo Alberto Moravia
L'Archivio è stato istituito nel 1993 e la Soprintendenza Archivistica per il Lazio lo ha dichiarato di notevole interesse storico. Conserva circa quindicimila unità archivistiche: libri, riviste, articoli, corrispondenza, manoscritti, dattiloscritti. È la documentazione integrale di una carriera che comincia alla fine degli anni Venti e si chiude nel 1990, e comprende il materiale del lavoro giornalistico, che nel caso di Moravia significa migliaia di articoli.
Il dato che sorprende chi non conosce la storia editoriale italiana è la mole dei ritagli di giornale. Moravia è stato un professionista del quotidiano quanto del romanzo: collaboratore de La Stampa già nel 1930, poi per decenni firma del Corriere della Sera fino alla morte, e dal 1955 titolare su L'Espresso della rubrica di critica cinematografica che ha formato il gusto di due generazioni di spettatori italiani. Un archivio che tiene insieme il manoscritto di un romanzo e la recensione di un film uscito il giovedì precedente restituisce un mestiere intellettuale che oggi quasi non esiste più.
L'Associazione Fondo Alberto Moravia
L'Associazione nasce nel 1991, un anno dopo la morte dello scrittore, per iniziativa delle sorelle, degli eredi e degli amici più stretti. Ha due finalità dichiarate: creare un centro studi per la ricerca sull'opera di Moravia, e trasformare l'abitazione in casa museo conservando arredi e oggetti nella disposizione originaria. Promuove mostre, convegni internazionali, dibattiti, progetti editoriali e cinematografici. Ha sede nella casa stessa, il che significa che chi gestisce l'archivio lavora dentro le stanze che l'archivio documenta: una circostanza rara e, per chi ci va a studiare, straordinariamente produttiva.
I quadri della Casa Museo Alberto Moravia
Alle pareti e nei corridoi sono appesi dipinti e opere su carta donati negli anni allo scrittore dagli amici artisti. Non è una collezione comprata: è una collezione ricevuta, e questo cambia tutto. Ogni pezzo è la traccia materiale di un rapporto personale. Il museo censisce sulla piattaforma digitale una quarantina di opere.
I ritratti di Moravia
Il tema ricorrente è il volto dello scrittore. Lo hanno ritratto Renato Guttuso (1912-1987), Mario Schifano (1934-1998) con più di una versione, Sergio Vacchi (1925-2016). Sono tre generazioni e tre poetiche incompatibili: il realismo militante di Guttuso, la pittura pop e mediale di Schifano, l'onirismo denso di Vacchi. Che tutti e tre abbiano voluto fissare quella faccia dice quanto Moravia fosse, per gli artisti italiani, una figura di riferimento oltre che un amico.
Fra i ritratti esposti sulla piattaforma digitale del museo ce n'è uno diventato una piccola icona, il Ritratto di Alberto Moravia con maglione rosso. Vale la pena guardarlo prima di andare in visita e poi cercarlo dal vero: il confronto fra riproduzione e originale, in pittura, è sempre istruttivo, e in una stanza domestica con luce naturale lo è il doppio.
Gli altri artisti presenti in casa
La rosa dei nomi è larga e attraversa mezzo secolo di arte italiana. Oltre ai tre ritrattisti principali, in casa figurano opere di Adriana Pincherle, la sorella pittrice, di cui il museo cataloga fra l'altro Bocca di Magra e Sahara; di Carlo Levi, scrittore e pittore, l'autore di Cristo si è fermato a Eboli; di Tano Festa e Franco Angeli, entrambi della cosiddetta scuola di piazza del Popolo; di Titina Maselli; di Giulio Turcato, Corrado Cagli, Lorenzo Tornabuoni e Leonardo Cremonini. Compaiono anche opere non figurative, composizioni urbane e nature morte astratte.
Un'osservazione da professionista. Questa non è una collezione coerente e non pretende di esserlo: è un diario di amicizie appeso al muro. Chi la guarda cercando una linea critica perde tempo. Chi la guarda cercando di ricostruire chi frequentava quelle stanze fra il 1963 e il 1990 ha in mano l'atto notarile della cultura romana del secondo Novecento. La scuola di piazza del Popolo e il realismo di Guttuso, in quegli anni, si detestavano cordialmente. In casa Moravia convivevano sulla stessa parete.
Perché tanti pittori, in casa di uno scrittore
La risposta breve è che Moravia scriveva d'arte. La risposta lunga è che apparteneva a una generazione in cui la separazione fra le arti non esisteva: si passava dalla redazione di una rivista alla galleria, dal set cinematografico al caffè, e le stesse dieci o quindici persone si ritrovavano ovunque. La casa di Lungotevere della Vittoria è stata per quasi trent'anni uno dei nodi di quella rete. Le pareti ne conservano la prova.
Le maschere africane e gli oggetti di viaggio
Fra i libri e i quadri, la casa custodisce la parte forse più inattesa: maschere e oggetti raccolti da Moravia in prima persona durante i viaggi in Africa, in Oriente e in America del Sud. Ci sono maschere tradizionali africane, makemono giapponesi, maschere teatrali del Giappone, una maschera rituale di leopardo, oltre a oggetti di design, lampade pop degli anni Sessanta e dischi.
L'Africa di Moravia non è un souvenir
Attenzione a non liquidare questi oggetti come esotismo da salotto. L'Africa è una delle ossessioni intellettuali dell'ultimo Moravia, e ha prodotto libri veri: A quale tribù appartieni?, Lettere dal Sahara, Passeggiate africane. Ha viaggiato per anni nel continente, spesso in compagnia di Pier Paolo Pasolini, e ne ha ricavato una riflessione sul rapporto fra civiltà industriale e civiltà preindustriale che è politica prima che letteraria. Le maschere appese in casa sono l'archivio materiale di quel pensiero.
Il mio consiglio davanti a questa sezione: chiedete alla guida di dire dove è stato preso ciascun oggetto, se il dato è disponibile. La differenza fra un pezzo comprato in un mercato di Nairobi negli anni Settanta e un pezzo acquistato da un antiquario romano è enorme, sul piano documentario. Quando l'informazione c'è, la maschera smette di essere decorazione e diventa una data in un itinerario.
Il design domestico degli anni Sessanta e Settanta
Le lampade pop, gli arredi moderni senza ostentazione, i dischi: la casa conserva un campione di gusto borghese colto italiano di quegli anni che oggi ha un valore storico autonomo. La descrizione ufficiale della collezione insiste su un punto, ed è quello giusto: la semplicità degli arredi, moderni ma senza ostentazione. Non c'è nulla di costoso in mostra, nulla di studiato per impressionare l'ospite. È esattamente il contrario delle case dei letterati che si visitano di solito, dove l'ostentazione è la regola.
Chi era Alberto Moravia
Per capire la casa bisogna conoscere l'uomo, e la biografia di Moravia è più drammatica di quanto suggerisca la sua fama di scrittore borghese. Riassumerla in due righe è impossibile: proviamo a percorrerla per tappe, perché ogni tappa ha lasciato un segno in quelle stanze.
Alberto Pincherle, e il nome della nonna
Nasce a Roma il 28 novembre 1907 come Alberto Pincherle. Moravia è il cognome della nonna paterna, adottato come pseudonimo letterario. Il padre, Carlo Pincherle, veneziano di famiglia ebraica, era architetto e pittore; la madre, Teresa Iginia de Marsanich, di origini anconetane. Famiglia borghese, agiata, colta: esattamente l'ambiente che Moravia avrebbe passato la vita a sezionare.
La malattia: cinque anni a letto
A nove anni, nel 1916, contrae una grave tubercolosi ossea. Ne segue una immobilità di cinque anni: tre in casa, due al sanatorio Codivilla di Cortina d'Ampezzo. Non frequenta le scuole regolari, non prende il diploma, si forma da solo leggendo tutto quello che gli capita fra le mani, in italiano, francese e inglese.
Questo è il fatto capitale della sua formazione, e conviene dirlo senza retorica: il più grande romanziere italiano del Novecento è un autodidatta creato da una malattia. La sua prosa nuda, il rifiuto dell'ornamento, l'ossessione per l'osservazione clinica dei rapporti umani vengono da lì, da un ragazzo che per cinque anni non ha potuto fare altro che guardare e leggere. Quando entrate nella casa di Lungotevere della Vittoria e vedete le librerie che coprono anche i corridoi, tenetelo presente.
Gli indifferenti, a ventuno anni
Nel 1929 esce Gli indifferenti, pubblicato da Alpes di Milano a spese dell'autore, cinquemila lire. Moravia ha ventuno anni e compirà i ventidue a novembre. Il libro racconta il disfacimento morale di una famiglia borghese romana con una freddezza che in Italia non si era mai letta, e diventa immediatamente un caso. È uno di quei rarissimi esordi che spostano la storia di una letteratura: la critica lo considera ancora oggi un romanzo capitale del Novecento italiano.
Un dettaglio che rimetterei al centro. Il libro fu stampato a spese dell'autore perché nessun editore lo voleva. La storia della letteratura italiana è piena di capolavori rifiutati, ma pochi hanno prodotto un effetto così immediato. A ventuno anni Moravia era già Moravia, e per i sessantuno anni successivi non ha fatto che verificare quell'intuizione iniziale su materiali sempre nuovi.
Il fascismo, la censura e le leggi razziali
Il regime capisce presto che Gli indifferenti non è un libro amico. Arrivano il divieto di recensione, i sequestri, le pressioni sugli editori. Con le leggi razziali del 1938 la posizione di Moravia, figlio di padre ebreo, diventa insostenibile: continua a lavorare per il cinema come sceneggiatore, ma senza poter comparire nei titoli. Pubblica sotto pseudonimo. È una condizione che dura anni e che si legge in filigrana in tutta la produzione del periodo, dalla Mascherata del 1941 in avanti.
La fuga a Fondi, e la nascita della Ciociara
Dopo l'8 settembre 1943, con i tedeschi a Roma, Moravia e Elsa Morante, che ha sposato nel 1941, fuggono verso sud. Si rifugiano a Sant'Agata, nel territorio di Fondi, ospiti della famiglia Marrocco-Mirabella, in condizioni di vita durissime, fra i contadini della Ciociaria, in attesa dell'arrivo degli alleati. Da quei mesi nasce, quattordici anni dopo, La ciociara.
Vale la pena fermarsi un istante su questo passaggio, perché è la chiave del Moravia migliore. Lo scrittore che aveva anatomizzato la borghesia romana da dentro si trova, per la prima volta a trentasei anni, a vivere davvero da povero fra i poveri. Quello che vede in quei mesi gli fornisce il materiale per i venti anni successivi: La ciociara, i Racconti romani, l'attenzione ostinata alle vite subalterne che percorre tutta la sua opera di mezzo. La guerra ha fatto di un romanziere borghese uno scrittore civile.
Il dopoguerra, il Premio Strega, i grandi romanzi
Dal 1945 in poi Moravia diventa il romanziere italiano più letto e più tradotto. Agostino nel 1945, La romana nel 1947, La disubbidienza nel 1948, L'amore coniugale nel 1949, Il conformista nel 1951, Il disprezzo e i Racconti romani nel 1954, La ciociara nel 1957, La noia nel 1960. Nel 1952 vince il Premio Strega con I racconti 1927-1951; nel 1954 il Premio Marzotto con i Racconti romani; nel 1960 il Premio Viareggio con La noia. Seguiranno il Premio Mondello nel 1982 e il Premio nazionale letterario Pisa nel 1986.
Nel 1953 fonda con Alberto Carocci la rivista Nuovi Argomenti, che diventerà per decenni uno dei laboratori centrali della cultura italiana e della quale sarà redattore e collaboratore, fra gli altri, Pier Paolo Pasolini.
Il cinema, e Moravia critico
Nessuno scrittore italiano del Novecento è stato saccheggiato dal cinema quanto Moravia. Dai suoi libri sono usciti film che hanno fatto la storia: La ciociara di Vittorio De Sica nel 1960, che valse a Sophia Loren l'Oscar come attrice protagonista; Il disprezzo di Jean-Luc Godard nel 1963, girato in parte a Capri, con Brigitte Bardot e Michel Piccoli; Il conformista di Bernardo Bertolucci nel 1970. E prima ancora Gli indifferenti, La noia, Agostino, La romana.
Ma Moravia il cinema lo ha anche giudicato, ogni settimana, per decenni. La rubrica su L'Espresso, avviata nel 1955, è uno dei corpus di critica cinematografica più ampi mai prodotti da uno scrittore in Europa. Scriveva le recensioni con la stessa prosa referenziale dei romanzi: nessuna estasi, nessun aggettivo di troppo, la trama, il tema, il giudizio. Molti registi lo temevano e quasi tutti lo leggevano.
Ho una convinzione precisa su questo punto, maturata rileggendo quelle pagine: le recensioni di Moravia invecchiano meglio di parecchi suoi romanzi tardi. Sono il luogo in cui il suo sguardo antropologico sulla società italiana lavora a caldo, sul materiale del mese, senza la mediazione della finzione. Chi visita la casa e vede l'archivio dei ritagli ha davanti la materia prima di quel lavoro.
Il Parlamento europeo e l'ultimo decennio
Nel 1984 Moravia viene eletto al Parlamento europeo come indipendente nelle liste del Partito Comunista Italiano, e vi resta fino al 1989. Ha settantasette anni quando comincia il mandato. Non è una carriera politica: è la coerenza finale di un intellettuale che aveva fatto della presa di posizione pubblica una parte del mestiere, e che negli anni Ottanta si concentra sul tema del disarmo nucleare. Da quella riflessione nasce L'inverno nucleare, del 1986.
Sono anche gli anni della grande produzione tarda scritta in questa casa: 1934 nel 1982, La cosa e altri racconti nel 1983, L'uomo che guarda nel 1985, Passeggiate africane nel 1987, Il viaggio a Roma nel 1988, La villa del venerdì nel 1990. Muore con un libro in lavorazione e altri due usciranno postumi, La donna leopardo nel 1991 e il Diario europeo.
La morte, il 26 settembre 1990
La mattina del 26 settembre 1990 Alberto Moravia viene trovato senza vita nel bagno di questa casa. Aveva ottantadue anni. La camera ardente fu allestita nella sala della Protomoteca in Campidoglio e il funerale si celebrò in piazza del Campidoglio, con una partecipazione che il Novecento italiano aveva riservato a pochissimi scrittori.
Chi visita la casa dovrebbe saperlo prima di entrare, perché cambia il modo di attraversare le stanze. Non è una casa museo costruita in memoria di qualcuno morto altrove: è il luogo esatto in cui quella vita si è conclusa, con la scrivania ancora imbandita di carte e la macchina da scrivere al suo posto. La casa non lo dichiara e fa bene a non dichiararlo. Ma il visitatore che lo sa cammina in modo diverso.

Le donne e i sodalizi della Casa Museo Alberto Moravia
Questa casa ha avuto tre stagioni sentimentali, e ciascuna ha lasciato la sua impronta. Raccontarle è indispensabile, perché la vicenda privata di Moravia non è gossip letterario: è parte della storia della letteratura italiana, dal momento che le persone con cui ha vissuto erano scrittrici di primo piano.
Elsa Morante, prima di Lungotevere della Vittoria
Moravia ed Elsa Morante si conoscono a Roma nel novembre del 1936, e si sposano nel 1941 con rito religioso, celebrato dal gesuita padre Pietro Tacchi Venturi. Insieme fuggono da Roma dopo l'8 settembre 1943 e vivono i mesi di Sant'Agata di Fondi. Nel dopoguerra abitano nell'appartamento di via dell'Oca, a pochi passi da piazza del Popolo, che diventa uno dei salotti letterari più frequentati d'Italia. La separazione arriva nel 1962.
Morante quindi in questa casa non ha mai abitato: quando Moravia si trasferisce sul lungotevere, nel 1963, il matrimonio è già finito. Eppure la sua presenza si sente, perché il rapporto fra i due non si interruppe mai davvero e perché la biblioteca conserva i segni di quegli anni condivisi. Elsa Morante morirà nel 1985, cinque anni prima di lui.
Un giudizio personale che non tutti condividono: Morante è la scrittrice più grande dei due. Moravia ha avuto più lettori, più traduzioni, più film; La Storia e L'isola di Arturo hanno una temperatura che Moravia non ha mai cercato. Detto questo, sono due modi opposti e complementari di guardare lo stesso paese negli stessi anni, e chi ne legge uno solo si perde metà del quadro.
Dacia Maraini, e la casa nuova
Il trasferimento a Lungotevere della Vittoria nel 1963 coincide con l'inizio della lunga convivenza con Dacia Maraini, che dura fino ai primi anni Ottanta. Maraini ha ventisette anni meno di lui, viene da una famiglia straordinaria, ha vissuto da bambina l'internamento in un campo di concentramento giapponese insieme ai genitori, e diventerà una delle voci più importanti della letteratura italiana contemporanea.
Sono gli anni più intensi della casa. In queste stanze si discute di teatro, di femminismo, di cinema, di politica; si preparano riviste; si organizzano viaggi. Maraini e Moravia fondano insieme esperienze teatrali, viaggiano in Africa con Pasolini, attraversano gli anni della contestazione e del terrorismo. Chi entra oggi nel salotto con i divani verdi e il pianoforte deve immaginarlo pieno di gente e di fumo.
Carmen Llera
Nel 1986 Moravia sposa in Campidoglio Carmen Llera, scrittrice spagnola di quarantacinque anni più giovane. Il matrimonio suscita il chiacchiericcio prevedibile, che a Moravia interessava pochissimo. Sono gli ultimi quattro anni della sua vita, quelli dei viaggi africani, del Parlamento europeo, dei libri sul disarmo. Llera è tra le figure che hanno contribuito alla conservazione della casa dopo la morte dello scrittore.
Pier Paolo Pasolini in casa Moravia
Il sodalizio con Pier Paolo Pasolini è forse il più importante fra tutti quelli che hanno attraversato queste stanze. Pasolini fu redattore e collaboratore di Nuovi Argomenti, la rivista fondata da Moravia nel 1953; i due viaggiarono insieme in Africa per anni; discussero, litigarono, si difesero a vicenda nei processi e sui giornali. Erano diversissimi: Moravia razionalista, laico, borghese fino al midollo; Pasolini visionario, religioso a modo suo, ossessionato dal sacro e dal corpo.
Quando Pasolini viene ucciso all'Idroscalo di Ostia, nella notte fra l'1 e il 2 novembre 1975, è Moravia a pronunciare in pubblico le parole rimaste più celebri sulla sua morte, con una durezza che nessuno si aspettava da lui. Chi visita la casa e guarda le pareti coperte di opere di artisti amici dovrebbe ricordare che quella rete di amicizie ha pagato prezzi altissimi. La Roma culturale degli anni Settanta si riuniva in salotti come questo e finiva, qualche volta, sulle pagine di cronaca nera.
Gli altri ospiti abituali
La casa fu per quasi trent'anni un luogo di riunione per artisti, registi, poeti e intellettuali. I nomi che compaiono sulle pareti sono già un elenco di frequentatori: Guttuso, Schifano, Vacchi, Carlo Levi, Tano Festa, Franco Angeli, Titina Maselli, Giulio Turcato, Corrado Cagli, Leonardo Cremonini, Lorenzo Tornabuoni. Nessuno di quei quadri è stato comprato; sono tutti arrivati come regali. Un elenco di doni è il più affidabile dei registri di presenze.
I libri scritti nella Casa Museo Alberto Moravia
Ventisette anni di lavoro in una stanza sola producono una bibliografia impressionante. Sulla scrivania di rovere e noce, davanti alla finestra sul Tevere, sono state battute con la Olivetti 82 le pagine di L'attenzione, La rivoluzione culturale in Cina, Il paradiso, Io e lui, A quale tribù appartieni?, Boh, La vita interiore, Lettere dal Sahara, 1934, Storie della preistoria, La cosa e altri racconti, L'uomo che guarda, L'inverno nucleare, Passeggiate africane, Il viaggio a Roma, La villa del venerdì, La donna leopardo, Diario europeo, Romildo.
Il Moravia degli anni Sessanta
L'attenzione, del 1965, è il primo romanzo interamente concepito qui. È anche uno dei suoi libri più sperimentali: un romanzo che racconta la scrittura di un romanzo, costruito su un diario che si contraddice. Chi lo legge oggi trova un Moravia inquieto, che dopo La noia cerca una via d'uscita dal realismo psicologico che lo aveva reso celebre. Sono gli anni in cui il Gruppo 63 attacca frontalmente i romanzieri della sua generazione, e L'attenzione è anche una risposta a quell'attacco.
La rivoluzione culturale in Cina, del 1968, nasce da un viaggio e appartiene al versante reportagistico. È un libro che va letto sapendo quando è stato scritto: registra un entusiasmo che gli anni successivi avrebbero corretto duramente. Moravia non fu mai un cronista ingenuo, ma neppure un profeta.
Il Moravia degli anni Settanta
Io e lui, del 1971, è il libro che gli procurò più scandalo e più copie vendute. Un romanzo comico e osceno sul conflitto fra un uomo e il proprio sesso, trattato come un personaggio autonomo che parla. Fu accolto con imbarazzo dalla critica seria e con entusiasmo dai lettori. Rileggendolo oggi si vede quello che allora si vide poco: è una satira feroce dell'intellettuale italiano di sinistra, di cui Moravia stesso era il rappresentante più esposto.
La vita interiore, del 1978, è il grande romanzo degli anni di piombo: la storia di una ragazza borghese che scivola nel terrorismo, costruita interamente come un'intervista. Uscì mentre l'Italia viveva il caso Moro. È il libro in cui il metodo Moravia, l'osservazione clinica applicata alla borghesia romana, tocca il materiale più incandescente della storia repubblicana.
A quale tribù appartieni?, del 1972, apre invece la stagione africana. Sono reportage di viaggio in cui l'antropologia prevale sulla narrazione, e in cui Moravia si interroga sulla propria appartenenza a una civiltà che considera esausta.
Il Moravia degli anni Ottanta
1934, del 1982, ambientato a Capri nell'anno del titolo, è considerato da molti l'ultimo grande romanzo dell'autore: la storia di una disperazione che cerca di stabilizzarsi, raccontata con un controllo formale che i libri immediatamente precedenti avevano allentato. L'uomo che guarda, del 1985, torna sul tema del voyeurismo e del rapporto padre-figlio. Il viaggio a Roma, del 1988, chiude il cerchio riportando il protagonista nella città dove tutto era cominciato.
Passeggiate africane, del 1987, e L'inverno nucleare, del 1986, testimoniano i due impegni dell'ultimo Moravia: il continente africano e la minaccia atomica. Sono i libri di un uomo di ottant'anni che continua a leggere il presente invece di rifugiarsi nella memoria. Non è una cosa comune, fra gli scrittori anziani.
La Roma del dopoguerra vista da questa casa
Fra il 1963 e il 1990 Roma cambia più che nei trecento anni precedenti. Moravia la guarda da un attico sul Tevere e la racconta in presa diretta, sui giornali prima che nei romanzi. Vale la pena ricostruire quel paesaggio, perché è il vero contesto della visita.
Gli anni Sessanta: il boom e la periferia
Quando Moravia si trasferisce, Roma ha superato i due milioni di abitanti e cresce a ritmi che nessun piano regolatore riesce a governare. Le borgate che aveva raccontato nei Racconti romani e che Pasolini raccontava nei suoi romanzi si stanno trasformando in quartieri; il centro storico comincia a svuotarsi di residenti; l'automobile prende possesso delle piazze. Il quartiere Della Vittoria, già costruito e già borghese, resta ai margini di questo sconvolgimento: è uno dei motivi per cui la casa ha potuto conservarsi.
Gli anni Settanta: la politica dentro casa
Il decennio successivo porta in queste stanze la temperatura del paese. La contestazione, il femminismo, il divorzio, l'aborto, il terrorismo. Moravia prende posizione su tutto, sul Corriere e sull'Espresso, e paga il prezzo dell'esposizione: attacchi da destra e da sinistra, polemiche settimanali, processi per oscenità che si trascinano per anni. La casa diventa un luogo dove si discute di cose che riguardano la vita e la morte delle persone, non solo di letteratura.
Un'osservazione che riguarda direttamente la visita: quando la guida vi mostra le pareti con i quadri degli amici, provate a datarli mentalmente. Molte di quelle opere arrivano da anni in cui gli artisti italiani erano divisi da fratture politiche profondissime. Che siano finite tutte sulle stesse pareti significa che il padrone di casa aveva una capacità di tenere insieme le persone che era, in sé, una posizione politica.
Gli anni Ottanta: l'Europa e il disarmo
L'ultimo decennio è quello del Parlamento europeo, dei viaggi in Africa e della battaglia contro la corsa agli armamenti nucleari. Roma nel frattempo diventa la città del riflusso, della Milano da bere vista da lontano, dei primi grandi restauri e delle prime grandi speculazioni sul patrimonio. Moravia, che ha ormai più di settant'anni, continua a scrivere ogni giorno alla stessa scrivania, alla stessa ora, con la stessa macchina.
Una curiosità su Casa Museo Alberto Moravia
La curiosità più bella di questa casa non è un oggetto: è un mobile, e il mobile ha un autore che non è un falegname. La scrivania dello studio, il pezzo su cui Moravia ha lavorato per ventisette anni, fu costruita apposta per lui dall'artista tedesco Sebastian Schadhauser, in rovere e noce. Non è un tavolo comprato in un negozio di arredamento né un mobile d'antiquariato: è un'opera commissionata a uno scultore, progettata sulle misure e sulle abitudini di chi ci doveva scrivere sopra.
Schadhauser ha lasciato una descrizione delle ore passate insieme allo scrittore che vale, da sola, il prezzo di molti saggi critici: ricorda un uomo che pensava lentamente, prendendosi tutto il tempo necessario, e con il quale si potevano restare seduti per ore senza scambiare una parola. Chi conosce la prosa di Moravia, tagliata al minimo, priva di divagazioni, costruita per sottrazione, riconosce in quella descrizione lo stesso metodo applicato alla conversazione.
C'è di più, e riguarda il modo in cui la scrivania è collocata. Guarda le finestre, cioè il fiume, e volta le spalle alla stanza. Un mobile costruito su misura poteva essere messo in qualunque posizione: quella scelta significa che l'autore voleva avere davanti agli occhi il paesaggio e dietro le spalle la casa, gli ospiti, i quadri, la vita sociale. Chi scrive sa quanto sia importante decidere che cosa si guarda mentre si cerca una frase. Moravia guardava il Tevere e Monte Mario.
Aggiungo un dettaglio che i visitatori raramente notano e che invece è la firma della casa: le librerie non sono concentrate in una stanza-biblioteca, come accade nel novantanove per cento delle abitazioni di scrittori. Sono distribuite ovunque, compresi i due corridoi centrali, che risultano foderati di scaffali per tutta la loro lunghezza. L'appartamento è stato progettato in funzione dei libri, non i libri sistemati in funzione dell'appartamento. Provate a guardare quanto spazio resta per passare, in quei corridoi: pochissimo. Era un uomo disposto a sacrificare la larghezza dei corridoi al numero dei volumi.
Una cosa che non ti dice nessuno su Casa Museo Alberto Moravia
La cosa che nessuno vi dice riguarda il meccanismo di prenotazione, e vi farà risparmiare due mesi di attesa se la sapete. Le prenotazioni per le visite pubbliche si aprono orientativamente trenta giorni prima della data. Non esiste una lista d'attesa perpetua a cui iscriversi: se chiamate il 060608 quaranta giorni prima vi diranno che non è ancora possibile prenotare, se chiamate cinque giorni prima troverete quasi sempre esaurito. La finestra utile è stretta, e va colpita nei primi giorni in cui si apre.
Il secondo elemento poco noto è che esistono tre porte d'ingresso diverse a questa casa, e non tutti sanno di poterle usare. La prima è la visita pubblica del secondo sabato, alle 10.00 e alle 11.00, gruppi da quindici. La seconda è la fascia delle 12.00 dello stesso sabato, riservata ai gruppi che portano una guida propria, con prenotazione via mail a didattica@zetema.it e durata di circa un'ora: se siete quindici amici o una associazione culturale, questa è la strada migliore, perché avete il doppio del tempo. La terza è il canale scolastico del mercoledì mattina, alle 10.00 e alle 11.30, per medie e superiori.
Il terzo elemento, quello che davvero quasi nessuno sfrutta, è l'accesso da studioso. La biblioteca e l'archivio del Fondo Alberto Moravia si consultano su appuntamento, dal lunedì al venerdì dalle 10.00 alle 14.00, scrivendo a info@fondoalbertomoravia.it o telefonando allo 06 3203698. Chi sta preparando una tesi, una ricerca, un articolo su Moravia, sul Novecento italiano o sulla critica cinematografica ha titolo per chiedere. Non è una scorciatoia turistica e non va usata come tale: è un servizio scientifico, e va chiesto con una richiesta seria e motivata. Ma esiste, funziona, e in quelle ore la casa è vuota.
Ultima informazione che circola poco: la casa è stata digitalizzata su Google Arts and Culture, con una quarantina di opere schedate e percorsi che seguono gli ambienti. Per chi non può salire, per chi ha problemi di mobilità, per chi vuole preparare la visita conoscendo in anticipo dove guardare, è una risorsa concreta e gratuita. Io la uso sempre prima di accompagnare un gruppo: mezz'ora davanti allo schermo la sera prima, e il tempo dentro casa rende il triplo.
Il consiglio che ti do per visitare Casa Museo Alberto Moravia
Il consiglio principale è di leggere un libro prima di salire, e non un libro qualunque. Non Gli indifferenti, che è del 1929 e appartiene a un'altra casa e a un altro uomo. Leggete Il viaggio a Roma, del 1988, oppure una manciata di Racconti romani. Vi serviranno per capire lo scarto fra quello che si vede dalla terrazza e quello che quello sguardo produceva sulla pagina.
Il secondo consiglio riguarda il ritmo. La visita pubblica è breve e l'istinto è di fotografare tutto e capire dopo. Fate il contrario. Scegliete tre cose da guardare davvero e trascurate il resto: la scrivania con la sua orientazione, un tratto di libreria letto costa per costa, e la terrazza. Tre cose osservate bene valgono più di quaranta fotografie che non riguarderete.
Terzo: fate domande alla guida, e fatele specifiche. Domande generiche producono risposte generiche. Chiedete da dove viene una determinata maschera, chi ha regalato un determinato quadro e in che anno, che cosa c'era sulla scrivania il giorno in cui la casa è stata musealizzata. Gli operatori che accompagnano in questa casa conoscono il materiale e sono contenti quando qualcuno chiede qualcosa di preciso, perché capita raramente.
Quarto, e riguarda la logistica: abbinate la visita a una passeggiata, altrimenti avete fatto mezz'ora di museo dopo mezz'ora di autobus. Uscendo dal portone, con il fiume alla vostra destra, in venti minuti a piedi verso nord arrivate a Ponte Milvio e al Foro Italico; in senso opposto, attraversando il ponte, siete a Flaminio e in un quarto d'ora al MAXXI o all'Auditorium Parco della Musica. Una mattina costruita così ha senso; la visita isolata, no.
Quinto e ultimo, un avvertimento onesto: se cercate un museo spettacolare, questo non lo è. È un appartamento di dimensioni normali con dentro i mobili di un signore morto nel 1990. Chi arriva senza sapere chi fosse Moravia esce deluso, e ha ragione. Chi arriva avendo letto due dei suoi libri esce con la sensazione di avere conosciuto una persona. La differenza la fate voi prima di salire, non il museo.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Che Alberto Moravia sia lo pseudonimo di Alberto Pincherle lo sanno quasi tutti, ed è scritto in ogni antologia scolastica. Quello che si cita molto meno è la ragione per cui quel cognome è stato scelto: Moravia era il cognome della nonna paterna. Non un nome inventato, non un omaggio letterario, non un anagramma: un pezzo della propria famiglia, preso dal ramo materno del padre.
Il fatto acquista un altro peso se lo si mette accanto a un secondo dato altrettanto noto e altrettanto poco meditato: il padre, Carlo Pincherle, era veneziano di famiglia ebraica, architetto e pittore. Nel 1929, quando esce Gli indifferenti, quel cognome non era ancora un problema; nel 1938, con le leggi razziali, lo diventò eccome. Moravia si trovò a lavorare come sceneggiatore senza poter comparire nei titoli dei film, a pubblicare sotto altro nome, a vedere i propri libri sequestrati e le recensioni vietate. Uno pseudonimo scelto a vent'anni per ragioni puramente letterarie si rivelò, dieci anni dopo, anche una protezione.
C'è un terzo elemento risaputo che quasi nessuno collega agli altri due. Il ramo artistico della famiglia non si ferma al padre: la sorella Adriana Pincherle, nata nel 1905 e morta nel 1996, fu una pittrice di livello, presente con le sue opere sulle pareti di questa casa. La famiglia Pincherle produsse nello stesso decennio un romanziere capitale e una pittrice riconosciuta, e la casa di Lungotevere della Vittoria conserva entrambe le vocazioni sotto lo stesso tetto: i libri di lui alle pareti dei corridoi, i quadri di lei appesi fra uno scaffale e l'altro.
Il mio parere, dopo anni passati a raccontare questa storia ai gruppi: la vulgata scolastica presenta Moravia come il narratore freddo della borghesia. È una descrizione esatta e insufficiente. Quel distacco clinico non è un vezzo stilistico, è il risultato di una biografia che comprende cinque anni di immobilità da bambino, una legge dello Stato che gli tolse il nome dai titoli di coda e nove mesi passati a nascondersi in una capanna della Ciociaria. Chi ha visto le cose da quelle posizioni difficilmente scrive con entusiasmo.
La foto giusta da fare a Casa Museo Alberto Moravia
Premessa doverosa: la fotografia negli ambienti dei musei civici romani segue regole che possono cambiare, e in una casa museo con oggetti privati e opere d'arte di proprietà la prima cosa da fare è chiedere agli operatori che accompagnano il gruppo che cosa è consentito. Flash e cavalletti sono sempre da escludere per conto vostro, anche se nessuno ve lo dice: in stanze piccole con quadri e carte, il flash è una scortesia tecnica prima che una violazione.
Detto questo, la fotografia che rende conto di questa casa è una sola, e non è la macchina da scrivere. È lo scatto dallo studio verso la finestra, con la scrivania in primo piano e il Tevere sullo sfondo. Serve a spiegare in un fotogramma quello che venti minuti di racconto faticano a dire: che questo era un posto di lavoro affacciato sulla città, e che il paesaggio era parte dello strumento. Tecnicamente conviene mettersi leggermente di lato rispetto all'asse della scrivania, per non avere la finestra completamente bruciata dalla luce; se avete una macchina che consente di sottoesporre di uno stop, fatelo e recuperate poi le ombre.
La seconda inquadratura da tenere presente è verticale: un tratto di corridoio con le librerie che salgono fino al soffitto e i quadri appesi negli intervalli. Con lo smartphone tenuto in verticale, appoggiando la schiena alla parete opposta, si ottiene una prospettiva compressa che rende esattamente la sensazione fisica di quei passaggi. È l'immagine che descrive meglio la casa a chi non c'è mai stato: non le stanze, ma il fatto che i libri occupino perfino il transito.
La terza è la terrazza. Qui l'errore comune è puntare l'obiettivo sul panorama e dimenticare il primo piano. Il panorama del Tevere in quel punto, da solo, è un panorama qualunque: fiume incanalato, platani, palazzi. Quello che rende la fotografia è includere un elemento della casa nell'inquadratura, lo stipite della portafinestra, la ringhiera, un angolo del salotto alle spalle. La foto deve raccontare un punto di vista, non una veduta.
Sulla luce: il turno delle 10.00 e quello delle 11.00 danno risultati diversi. Alle dieci la luce sul lungotevere arriva ancora bassa e radente da est, e il salotto con i lucernari è più contrastato; alle undici la luce è più alta e più diffusa, e le stanze interne guadagnano. Se fotografate, prendete l'undici. Se volete la terrazza con il fiume in controluce d'oro, quello è un affare da tardo pomeriggio e in questa casa non si può fare, perché a quell'ora è chiusa. Meglio saperlo prima che rimanerci male.
Un'ultima raccomandazione da chi accompagna gruppi: la fotografia migliore che potete portarvi via da qui non finisce sul telefono. Guardate per trenta secondi la costola dei libri all'altezza degli occhi, in un punto qualunque del corridoio, e leggete i titoli. Nessuna immagine restituisce la vertigine di una biblioteca vera meglio di quel gesto.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
Questa casa non ha ospitato battaglie né conclavi. Ha ospitato però una serie di fatti che pesano sulla storia culturale italiana, e vale la pena elencarli in ordine.
1963: l'arrivo. Moravia lascia il centro storico e prende l'attico di Lungotevere della Vittoria 1. Ha cinquantacinque anni, è appena uscito dalla stagione dei grandi romanzi realisti e comincia una nuova fase sia letteraria sia privata, insieme a Dacia Maraini. Il trasferimento coincide con una svolta stilistica: L'attenzione, il primo libro pensato qui, sarà un romanzo sperimentale, molto lontano dal Disprezzo e dalla Ciociara.
Dal 1963 al 1990: ventisette anni di lavoro quotidiano. Non è un evento singolo, ma è il fatto più importante avvenuto in questo appartamento. Diciotto o venti volumi fra romanzi, racconti, reportage e saggi sono stati scritti alla stessa scrivania. Pochi luoghi in Italia possono documentare una produttività letteraria così concentrata in uno spazio così piccolo.
Gli anni Sessanta e Settanta: la casa come luogo di riunione. Artisti, registi, poeti e intellettuali si ritrovarono regolarmente in queste stanze. Fra loro Pier Paolo Pasolini, che di Moravia fu amico, sodale, compagno di viaggio in Africa e collaboratore della rivista Nuovi Argomenti. Si discuteva di letteratura, di arte e di politica in una città che in quegli anni stava vivendo le sue fratture più profonde.
1975: la morte di Pasolini. L'assassinio all'Idroscalo di Ostia, nella notte fra l'1 e il 2 novembre, colpisce questo salotto come un lutto familiare. Moravia prende pubblicamente la parola con parole di una durezza inconsueta per lui. È il momento in cui il gruppo di amici che si ritrovava in questa casa si accorge di essere dentro la storia e non accanto alla storia.
1984: l'elezione al Parlamento europeo. A settantasette anni Moravia viene eletto come indipendente nelle liste del Partito Comunista Italiano e resta in carica fino al 1989. Da questa casa parte per Strasburgo e a questa casa torna a scrivere. La stagione europea produce l'impegno sul disarmo nucleare e il libro che ne è la sintesi, L'inverno nucleare, del 1986.
1986: il matrimonio con Carmen Llera, celebrato in Campidoglio. La casa entra nella sua ultima configurazione domestica.
26 settembre 1990: la morte. Alberto Moravia viene trovato senza vita nel bagno dell'appartamento. Aveva ottantadue anni e stava lavorando. La camera ardente viene allestita nella sala della Protomoteca in Campidoglio, il funerale si svolge in piazza del Campidoglio. Roma saluta il suo scrittore nel luogo simbolico della città, a quattro chilometri dalla casa in cui aveva scritto per ventisette anni.
1991: nasce l'Associazione Fondo Alberto Moravia. Sorelle, eredi e amici si costituiscono in associazione con due obiettivi: un centro studi sull'opera dello scrittore e la trasformazione dell'appartamento in casa museo, lasciando mobili e oggetti dov'erano. È la decisione che ha reso possibile tutto il resto.
1993: l'istituzione dell'Archivio, che raccoglie circa quindicimila unità archivistiche e verrà riconosciuto dalla Soprintendenza Archivistica per il Lazio come di notevole interesse storico.
2009: la donazione al Comune di Roma. Gli eredi cedono l'immobile alla città. Una scelta tutt'altro che scontata, considerato il valore immobiliare di un attico sul Tevere.
29 novembre 2010: l'apertura al pubblico. La casa entra ufficialmente nel Sistema dei Musei Civici di Roma Capitale e comincia a ricevere visitatori. Da allora il calendario delle aperture è cambiato più volte, ma il principio è rimasto: si entra pochi per volta, accompagnati, su prenotazione.
Chi è passato da Casa Museo Alberto Moravia
L'elenco delle persone che hanno salito quelle scale fra il 1963 e il 1990 è, in pratica, un indice della cultura italiana del secondo Novecento. Non tutti i passaggi sono documentati con data e ora, e conviene distinguere fra chi la frequentò stabilmente e chi vi transitò.
Dacia Maraini
Non un'ospite: la co-abitante. Con Moravia visse in questa casa dal trasferimento del 1963 fino ai primi anni Ottanta. In quel periodo Maraini scrisse alcuni dei suoi libri fondamentali, fondò esperienze teatrali, prese parte alle battaglie del movimento femminista italiano. Molte delle discussioni che hanno prodotto il femminismo letterario italiano sono passate da queste stanze.
Pier Paolo Pasolini
Il frequentatore più assiduo e il più celebre. Redattore e collaboratore di Nuovi Argomenti, la rivista fondata da Moravia con Alberto Carocci nel 1953, Pasolini fu anche compagno dei viaggi africani, ripetuti per anni. Il rapporto fra i due era fatto di affetto e di disaccordo permanente: nessuno dei due ha mai convinto l'altro su niente, e proprio per questo continuavano a parlarsi. Quando Pasolini fu ucciso, nel novembre 1975, Moravia perse insieme un amico e un interlocutore che non ha più sostituito.
I pittori
Le pareti sono il registro delle presenze. Renato Guttuso, che di Moravia fece un ritratto, era negli stessi anni il pittore più politicamente esposto d'Italia. Mario Schifano, di una generazione più giovane, lo ritrasse più di una volta e apparteneva a quella scuola di piazza del Popolo che con il realismo di Guttuso non aveva niente da spartire. Sergio Vacchi, terzo ritrattista, veniva da un'altra strada ancora. E poi Carlo Levi, medico, pittore e scrittore, autore di Cristo si è fermato a Eboli; Tano Festa e Franco Angeli; Titina Maselli; Giulio Turcato, Corrado Cagli, Lorenzo Tornabuoni, Leonardo Cremonini. E naturalmente Adriana Pincherle, la sorella.
Elsa Morante
Con una precisazione necessaria: in questa casa non ha abitato. Il matrimonio con Moravia, celebrato nel 1941, si era chiuso nel 1962, l'anno prima del trasferimento sul lungotevere. Gli anni della loro vita comune appartengono ad altri indirizzi romani, in particolare a via dell'Oca, vicino a piazza del Popolo, dove il loro appartamento fu per un decennio uno dei luoghi di ritrovo della letteratura italiana. Il legame però non si spense mai del tutto, e la biblioteca di Lungotevere della Vittoria conserva la memoria di quella stagione condivisa. Morante morì nel 1985.
Carmen Llera
Scrittrice spagnola, sposata da Moravia in Campidoglio nel 1986. Ha condiviso con lo scrittore gli ultimi quattro anni di vita in questa casa ed è stata fra le figure che ne hanno reso possibile la conservazione.
Registi, giornalisti, editori
Il cinema italiano è passato per questo salotto tanto quanto la letteratura. Dai romanzi di Moravia sono nati film di Vittorio De Sica, Bernardo Bertolucci, Jean-Luc Godard, e la rubrica di critica cinematografica sull'Espresso, tenuta dal 1955 per decenni, faceva di questa casa un indirizzo che i registi conoscevano bene. Aggiungete i redattori del Corriere della Sera, gli editori, i traduttori stranieri, i giornalisti in cerca di una dichiarazione su ogni fatto italiano di quei trent'anni, e avrete la misura del traffico che questo pianerottolo ha sopportato.
Chi visita oggi, il secondo sabato del mese, in un gruppo di quindici persone, sta ripetendo un gesto che migliaia di persone hanno compiuto quando qui abitava qualcuno. La differenza è che allora si suonava il campanello e adesso si prenota al 060608.
Cosa vedere intorno alla Casa Museo Alberto Moravia
Mezz'ora di visita non giustifica una traversata della città. Ecco che cosa si mette insieme, a piedi o con due fermate di autobus, per costruire una mattinata o una giornata intera.
Verso nord, lungo il fiume
Con il Tevere alla destra e camminando verso monte si arriva in una ventina di minuti al Foro Italico, il complesso sportivo degli anni Trenta con lo Stadio dei Marmi e i mosaici del piazzale, uno dei documenti più imbarazzanti e più intatti dell'architettura di regime. Accanto sorge lo Stadio Olimpico. Poco oltre si incontra Ponte Milvio, il ponte più antico di Roma ancora in servizio, quello della battaglia del 312 fra Costantino e Massenzio.
Chi ha gambe e mezza giornata può salire sulle pendici della riserva di Monte Mario, il rilievo che si vede dalla terrazza di casa Moravia, dove si trova anche l'osservatorio astronomico. Dall'alto, il punto di vista si rovescia: si guarda giù verso il lungotevere e si individua il palazzo.
Oltre il ponte, verso Flaminio
Attraversando il fiume ci si ritrova nel quartiere Flaminio, che dagli anni Duemila è diventato il polo culturale contemporaneo della città. In un quarto d'ora si raggiungono il MAXXI, il museo nazionale delle arti del XXI secolo progettato da Zaha Hadid, e l'Auditorium Parco della Musica di Renzo Piano. Nella stessa zona si trova il Teatro Olimpico.
L'abbinamento che consiglio più spesso ai gruppi è proprio questo: casa Moravia la mattina, pranzo veloce, MAXXI il pomeriggio. Una casa privata del Novecento e un museo pubblico del XXI secolo, a un chilometro e mezzo di distanza. Il contrasto fa capire di più di quanto farebbero due musei affini.
Le altre case museo di Roma
Se la formula della casa d'autore vi interessa, Roma ne offre un piccolo circuito: la casa di Luigi Pirandello in via Antonio Bosio, dove il premio Nobel visse fino al 1936; il museo Mario Praz a palazzo Primoli, che è l'esatto opposto di casa Moravia, un interno neoclassico costruito come opera d'arte totale da un collezionista maniacale; il museo Hendrik Christian Andersen, casa-studio dello scultore norvegese americano; il museo Pietro Canonica alla Fortezzuola di Villa Borghese.
A questi si aggiunge, per chi cerca i luoghi della letteratura, il cimitero acattolico di Testaccio, dove sono sepolti Keats, Shelley, Gramsci e Carlo Emilio Gadda.
Musei d'arte del Novecento
Chi esce da casa Moravia con la curiosità accesa per i pittori visti alle pareti trova il seguito naturale alla Galleria Nazionale d'Arte Moderna di viale delle Belle Arti, che conserva opere di Guttuso, Turcato, Cagli e di quasi tutti gli artisti di casa; alla Galleria d'Arte Moderna di via Francesco Crispi; al MACRO di via Nizza; e al museo Carlo Bilotti all'Aranciera di Villa Borghese.
Quando andare alla Casa Museo Alberto Moravia
La domanda ha una risposta obbligata e una discrezionale. Quella obbligata: si va il secondo sabato del mese, perché non ci sono alternative nel calendario ordinario. Quella discrezionale riguarda la stagione.
La stagione migliore
Aprile, maggio, ottobre. Non per il clima in sé, ma per la terrazza: nei mesi di mezzo si può stare fuori qualche minuto senza soffrire, e la vista sul fiume con i platani in foglia o in colore vale metà della visita. A luglio e agosto l'attico all'ultimo piano è caldo, il lungotevere è arroventato e la passeggiata di contorno diventa faticosa. In pieno inverno, invece, la luce del mattino sul fiume è bassa e nitida, e le stanze interne guadagnano un tono che ad agosto non hanno.
Che turno scegliere
Fra le 10.00 e le 11.00 io scelgo sempre le 11.00, per due ragioni pratiche. La prima è la luce, più alta e più diffusa, che rende meglio negli ambienti interni e sotto i lucernari del salotto. La seconda è che il turno delle dieci si esaurisce prima nelle prenotazioni, e chi chiama qualche giorno dopo l'apertura della finestra trova più facilmente posto all'undici.
La Casa Museo Alberto Moravia con i bambini
Sarò franco: sotto gli undici o dodici anni questa non è una visita adatta. Non ci sono postazioni interattive, non ci sono ambienti spettacolari, e il valore di tutto quello che si vede dipende da chi era la persona che abitava lì. I ragazzi delle medie e delle superiori, invece, hanno un canale dedicato il mercoledì mattina, con percorsi didattici pensati apposta, e per una classe che sta studiando il Novecento italiano è un'ora spesa benissimo: vedere la scrivania su cui è stato scritto un libro che si è letto in classe produce un effetto che nessuna lezione riproduce.
Per le famiglie con bambini piccoli in giornata a Roma nord, meglio dirottare su Villa Borghese, sul Foro Italico o sulla Casa del Cinema.
Quanto tempo serve in tutto
Contando l'arrivo con un margine di venti minuti, la visita e il ritorno in strada, mettete in conto un'ora e mezza per il turno pubblico e due ore per il gruppo con guida propria. Se ci abbinate una passeggiata fino a Ponte Milvio o una traversata al MAXXI, la mezza giornata si riempie senza sforzo.
Domande veloci su Casa Museo Alberto Moravia
Quanto costa il biglietto per la Casa Museo Alberto Moravia?
Il sito ufficiale del museo indica ingresso gratuito, e gratuita è anche la visita guidata che è l'unica modalità di accesso. Alcuni portali turistici riportano cinque euro: il dato non trova conferma nella pagina biglietti del museo, quindi conviene chiedere conferma al momento della prenotazione telefonica.
Serve prenotare per visitare la Casa Museo Alberto Moravia?
Sì, la prenotazione è obbligatoria e non esiste ingresso libero. Si prenota al numero 060608, attivo tutti i giorni dalle 9.00 alle 19.00. Le prenotazioni per il pubblico si aprono orientativamente trenta giorni prima della data di visita.
Quando è aperta la Casa Museo Alberto Moravia?
Il calendario ordinario prevede l'apertura il secondo sabato di ogni mese, con due turni alle 10.00 e alle 11.00. I gruppi con guida propria hanno una fascia dedicata alle 12.00 dello stesso sabato. Le date vanno sempre verificate sul sito ufficiale, perché il calendario può subire variazioni.
Quante persone possono entrare per volta?
I gruppi sono di massimo quindici persone. Per le scolaresche il limite è di venticinque studenti, suddivisi in sottogruppi durante la visita.
Quanto dura la visita alla Casa Museo Alberto Moravia?
La visita pubblica accompagnata è breve, nell'ordine della mezz'ora abbondante. I gruppi che arrivano con una guida propria dispongono di circa un'ora.
Dove si trova esattamente la Casa Museo Alberto Moravia?
Lungotevere della Vittoria 1, 00195 Roma, all'angolo con Piazzale Maresciallo Giardino, nel quartiere Della Vittoria. L'appartamento è all'ultimo piano dell'edificio.
Come si arriva alla Casa Museo Alberto Moravia con i mezzi pubblici?
Con l'autobus 280, che ha la fermata Lungotevere Vittoria/Maresciallo Giardino davanti all'edificio, oppure con le linee 32 e 69, che fermano a Maresciallo Giardino sul lato di Viale Angelico. La fermata di metropolitana più vicina è Lepanto sulla linea A, a una ventina di minuti a piedi.
La Casa Museo Alberto Moravia è accessibile in sedia a rotelle?
No. Il sito ufficiale dichiara che il museo non è accessibile. Chi ha difficoltà motorie può consultare la digitalizzazione della casa su Google Arts and Culture, che comprende una quarantina di opere e percorsi per ambiente.
Si possono fare fotografie dentro la Casa Museo Alberto Moravia?
Le regole sulla ripresa fotografica negli ambienti dei musei civici possono variare: la cosa corretta è chiedere agli operatori che accompagnano il gruppo prima di scattare. In ogni caso flash e cavalletti vanno evitati, per la conservazione delle opere e per rispetto degli altri visitatori.
Quanti anni ha vissuto Moravia in questa casa?
Ventisette. Vi si trasferì nel 1963 e vi morì il 26 settembre 1990.
Quali libri ha scritto Moravia nella Casa Museo Alberto Moravia?
Fra gli altri L'attenzione, La rivoluzione culturale in Cina, Il paradiso, Io e lui, A quale tribù appartieni?, Boh, La vita interiore, Lettere dal Sahara, 1934, Storie della preistoria, La cosa e altri racconti, L'uomo che guarda, L'inverno nucleare, Passeggiate africane, Il viaggio a Roma, La villa del venerdì, La donna leopardo, Diario europeo, Romildo.
Che macchina da scrivere usava Moravia?
Una Olivetti 82, che si trova ancora sulla scrivania dello studio.
Chi ha costruito la scrivania di Moravia?
L'artista tedesco Sebastian Schadhauser, in rovere e noce. È un mobile realizzato su misura, non un pezzo d'arredamento comprato.
Quali artisti sono presenti nella Casa Museo Alberto Moravia?
Renato Guttuso, Mario Schifano, Sergio Vacchi, Adriana Pincherle, Carlo Levi, Tano Festa, Franco Angeli, Titina Maselli, Giulio Turcato, Corrado Cagli, Lorenzo Tornabuoni, Leonardo Cremonini. Le opere sono in gran parte doni degli artisti allo scrittore.
Quanti volumi ci sono nella biblioteca di Moravia?
Le stime che circolano variano sensibilmente e il museo non pubblica una cifra univoca sulla pagina della collezione. Il dato certificato riguarda invece l'archivio: circa quindicimila unità archivistiche, riconosciute di notevole interesse storico dalla Soprintendenza Archivistica per il Lazio. Per il conteggio esatto dei volumi conviene rivolgersi all'Associazione Fondo Alberto Moravia.
Si può consultare l'archivio di Alberto Moravia?
Sì, su appuntamento, dal lunedì al venerdì dalle 10.00 alle 14.00, scrivendo a info@fondoalbertomoravia.it o telefonando allo 06 3203698. Il servizio è rivolto a studiosi, ricercatori e studenti.
Le scuole possono visitare la Casa Museo Alberto Moravia?
Sì. Le scuole medie e superiori hanno un canale dedicato il mercoledì, alle 10.00 e alle 11.30, con prenotazione a didattica@zetema.it. Massimo venticinque studenti, con un accompagnatore gratuito ogni dieci ragazzi.
Elsa Morante ha abitato nella Casa Museo Alberto Moravia?
No. Il matrimonio con Moravia si era concluso nel 1962, l'anno prima del trasferimento sul lungotevere. Gli anni della loro vita comune appartengono ad altri indirizzi romani, in particolare via dell'Oca, vicino a piazza del Popolo.
Chi ha vissuto in questa casa insieme a Moravia?
Dacia Maraini, dal trasferimento del 1963 fino ai primi anni Ottanta, e poi Carmen Llera, che Moravia sposò in Campidoglio nel 1986.
Pasolini frequentava questa casa?
Sì. Pier Paolo Pasolini fu redattore e collaboratore della rivista Nuovi Argomenti, fondata da Moravia con Alberto Carocci nel 1953, e compagno di Moravia nei viaggi africani. La casa fu per anni un punto di ritrovo di artisti, registi e poeti, Pasolini compreso.
Perché Alberto Pincherle si firmava Moravia?
Moravia era il cognome della nonna paterna. Lo adottò come pseudonimo letterario fin dall'esordio.
Quando è nata la casa museo?
L'Associazione Fondo Alberto Moravia si costituisce nel 1991, l'Archivio nel 1993. Nel 2009 gli eredi donano l'immobile al Comune di Roma e il 29 novembre 2010 la casa apre ufficialmente al pubblico, entrando nel Sistema dei Musei Civici di Roma Capitale.
La MIC Card vale per la Casa Museo Alberto Moravia?
L'ingresso qui risulta gratuito per tutti, quindi la questione non si pone; la MIC Card resta però l'abbonamento che conviene avere per l'intera rete dei musei civici romani, dalla Centrale Montemartini al museo Carlo Bilotti.
C'è un guardaroba o un deposito bagagli?
No. È un appartamento privato musealizzato, senza servizi di accoglienza. Presentarsi con valigie o zaini ingombranti non è una buona idea, considerata la larghezza dei corridoi.
Vale la pena visitare la Casa Museo Alberto Moravia se non si è letto Moravia?
Meno. Questa è una casa che parla per accumulo di indizi biografici: senza sapere chi era la persona, gli indizi restano oggetti. Bastano però un romanzo e mezz'ora di preparazione per cambiare completamente l'esperienza.
Che differenza c'è fra la Casa Museo Alberto Moravia e il museo Mario Praz?
Sono i due estremi della casa d'autore romana. Praz costruì il proprio appartamento a palazzo Primoli come un'opera d'arte totale, con mobili neoclassici scelti uno per uno e una regia visiva calcolata. Moravia abitava una casa moderna e disadorna, dove l'unico eccesso sono i libri. Visitarle a distanza di pochi giorni è un esercizio istruttivo sul rapporto fra scrittori e oggetti.
Ci sono mostre o eventi alla Casa Museo Alberto Moravia?
L'Associazione Fondo Alberto Moravia promuove mostre, convegni internazionali, dibattiti e progetti editoriali e cinematografici. Il calendario si consulta sul sito ufficiale del museo, nelle sezioni dedicate a mostre ed eventi.
Il mio giudizio sulla Casa Museo Alberto Moravia
Accompagno gruppi a Roma da vent'anni e ho imparato a diffidare delle case museo: quasi sempre sono ricostruzioni, con i mobili comprati dopo e le stanze arredate a memoria. Questa no. Questa è la casa vera, con la scrivania dove stava, i libri dove stavano, il bagno in cui l'uomo è morto una mattina di settembre del 1990. Ha il difetto di essere piccola, di aprire una volta al mese e di non spiegarsi da sola. Ha però una qualità che a Roma vale moltissimo: non finge niente.
Se dovessi dire a un amico se salirci o no, gli chiederei una cosa sola: hai letto qualcosa di suo? Se la risposta è no, gli direi di leggere prima Il viaggio a Roma o dieci Racconti romani, e poi di telefonare al 060608 il mese dopo. Se la risposta è sì, gli direi di chiamare subito, di prendere il turno delle undici, e di dedicare gli ultimi cinque minuti alla terrazza senza tirare fuori il telefono. Il fiume che si vede da lassù è lo stesso che ha guardato uno degli uomini che hanno insegnato all'Italia a parlare di sé senza consolarsi. Vale la mezz'ora.
Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.
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