Riserva naturale di Tuscania
La Riserva naturale di Tuscania è un'area protetta regionale di 1.901 ettari che occupa il territorio del comune di Tuscania, in provincia di Viterbo, a circa 24 chilometri a ovest del capoluogo. È stata istituita nel 1997 con la legge regionale del Lazio numero 29 del 6 ottobre ed è gestita dalla Provincia di Viterbo in collaborazione con il Comune di Tuscania. L'ingresso è libero e gratuito: non ci sono cancelli, biglietterie né orari, perché la riserva è un territorio vivo, fatto di campi coltivati, forre di tufo, boschi di riva e siti archeologici, attraversato da strade comunali e poderali. Per informazioni l'ufficio parchi della Provincia di Viterbo risponde ai numeri 0761 313403 e 0761 313376, indirizzo di posta elettronica parchi@provincia.vt.it, sede in via Aurelio Saffi 49 a Viterbo. Per la parte monumentale e per le visite guidate alle necropoli il riferimento è l'ufficio turistico di Tuscania, telefono 328 8872377, posta visittuscaniavt@gmail.com.
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✦ Fuori portaCastelli Romani
Frascati, Castel Gandolfo, il lago di Albano. Un'ora da Roma e sembra un'altra regione.
✦ Patrimonio UNESCOTivoli: Villa d'Este e Villa Adriana
Due ville, due epoche, un solo biglietto mentale: le fontane di Villa d'Este e le rovine imperiali di Adriano.
✦ Senza faticaTour in e-bike
Le sette colline con l'assistenza al pedale. L'Appia Antica e il Gianicolo diventano facili.
✦ Va a rubaColosseo, Foro e Palatino
L'ingresso a orario sparisce con giorni di anticipo in alta stagione. La versione con i sotterranei è quella che vale il s...
✦ Vai all'aperturaMusei Vaticani e Cappella Sistina
Il primo slot della giornata o il tardo pomeriggio. A metà mattina è un nastro trasportatore, e non lo diciamo solo noi.
✦ Poco camminoTour in golf cart
Il centro storico in un paio d'ore senza distruggerti i piedi, e passi dove i pullman non entrano.
✦ Il classicoTour a piedi
Roma si capisce camminando. La differenza la fa la guida, non l'itinerario: sono quasi tutti uguali sulla carta.
✦ Vieni affamatoFood tour
Non è un pranzo: sono sei-otto tappe piccole. Il valore è nei posti in cui non saresti mai entrato da solo.
✦ Dopo le 21Bar hopping e vita notturna
Tre o quattro locali con qualcuno che sa quali sono aperti quella sera. Funziona meglio da soli che in coppia.
✦ Foto garantiteVespa e Ape Calessino
In Ape ti portano loro, in Vespa guidi tu (serve la patente). Due esperienze molto diverse sotto lo stesso nome.
✦ Il più scenograficoTour in sidecar
Il sidecar vintage con conducente: costa più della Vespa, ma è il giro che finisce in tutte le foto.
✦ Si mangia alla fineCorsi di cucina
Pasta a mano e poi ci si siede a tavola. La domanda giusta è quante persone ci sono per postazione.
✦ Anche in cittàDegustazioni di vino
In enoteca in centro o tra le vigne dei Castelli. Due cose diverse: una dura un'ora, l'altra una giornata.
✦ Prenotazione obbligatoriaGalleria Borghese
Bernini e Caravaggio in due ore contate. Senza prenotazione non si entra, punto.
✦ SottoterraCatacombe e Appia Antica
Chilometri di gallerie sotto la via Appia. Fresche d'estate, e sorprendentemente poco affollate.
✦ Accesso limitatoColosseo: sotterranei e arena
Il piano dove aspettavano gladiatori e belve, e il pavimento dell'arena. Posti contati ogni giorno.
✦ Giornata lungaPompei e Costiera Amalfitana
Da Roma si fa in giornata, ma è una giornata vera: sveglia presto e rientro a sera.
✦ Alta velocitàFirenze in giornata
Un'ora e mezza di treno e sei sotto il Duomo. Si fa, se accetti di vedere tre cose e non dieci.
✦ Terrazza panoramicaCastel Sant'Angelo
Mausoleo, fortezza, prigione e rifugio dei papi. E la terrazza con la vista migliore su San Pietro.
✦ Dopo il tramontoRoma di notte
Le stesse piazze, senza la folla e con le luci giuste. La città cambia completamente.
✦ Libertà di scesaBus hop-on hop-off
Sali e scendi dove vuoi per 24 o 48 ore. Utile il primo giorno, per orientarsi.
✦ MareCapri e Costiera Amalfitana
Da Roma è lunga, ma in due giorni si fa con calma. In giornata solo se accetti di correre.
✦ Centro storicoTrevi, Pantheon e piazze
Il cuore barocco a piedi, più il biglietto del Pantheon che ora serve davvero.
✦ Con i bambiniScuola dei gladiatori
Due ore con la spada di legno in mano, sulla via Appia. Con i ragazzini funziona sempre.
✦ Poco sforzoSegway e monopattino
Copri il doppio del centro senza camminare. Dieci minuti di pratica e ci stai sopra.
✦ MercoledìUdienza papale
Ogni mercoledì, quando il Papa è a Roma. Il biglietto è gratuito ma va ritirato.
✦ Poco affollatoTerme di Caracalla
Muri alti trenta metri e quasi nessuno intorno. Uno dei posti più sottovalutati di Roma.
✦ A 30 minutiOstia Antica
La Pompei di Roma, raggiungibile col treno urbano. Strade, taverne e mosaici, senza folla.
✦ Alta velocitàNapoli e Pompei
Un'ora e dieci di treno. Il centro storico, il museo archeologico e la pizza vera.
✦ Prima dell'aperturaVaticano: ingresso anticipato
Dentro i Musei prima del pubblico. La Sistina quasi vuota è un'altra cosa.
Dentro il perimetro della riserva si trovano il tratto medio del fiume Marta, l'unico emissario del lago di Bolsena, la sughereta tutelata come Sito di Interesse Comunitario, il centro storico di Tuscania con le sue mura, le due grandi basiliche romaniche di San Pietro e Santa Maria Maggiore e una decina di necropoli etrusche rupestri. È uno dei pochi casi nel Lazio in cui un'area naturale protetta e un parco archeologico coincidono sullo stesso terreno. Se vi muovete da Roma, la pagina delle attrazioni turistiche raccoglie le altre mete della Tuscia raggiungibili in giornata.

Dove si trova la Riserva naturale di Tuscania e come ci si arriva
Tuscania è il centro di riferimento di tutta l'area protetta: la riserva la circonda su tre lati e ne ingloba la periferia più antica. Chi arriva in auto trova il paese su un rilievo di tufo, con la valle del Marta che gli scorre sotto verso sud. Non esiste un ingresso unico alla riserva: si entra e si esce dalle strade che collegano Tuscania a Viterbo, a Tarquinia, a Montalto e a Canino, e i punti di accesso ai sentieri e alle necropoli sono segnalati lungo queste vie.
In auto da Roma verso la Riserva naturale di Tuscania
La via più rapida dalla capitale è l'autostrada A12 Roma-Civitavecchia fino a Civitavecchia, poi la strada statale 1 Aurelia verso nord fino a Tarquinia e da lì la provinciale che risale la valle del Marta verso l'interno. Sono poco più di cento chilometri e circa un'ora e quaranta di guida in condizioni normali. L'alternativa interna passa per la Cassia bis e poi per Vetralla e Viterbo: è più lenta e più trafficata nei giorni feriali, ma consente di infilare nella stessa gita altri luoghi della Tuscia. Chi arriva da nord per l'Aurelia esce a Montalto di Castro e sale verso Tuscania per la provinciale.
In auto da Viterbo alla Riserva naturale di Tuscania
Da Viterbo la distanza è breve: ventiquattro chilometri di provinciale, mezz'ora scarsa, con l'ultimo tratto che scende verso la valle e regala il primo colpo d'occhio sulle due basiliche isolate sul colle. È il percorso che consiglio a chi ha poco tempo, perché arrivando da questa direzione si vede il profilo di San Pietro prima ancora di entrare in paese. Dal mare, da Tarquinia, sono circa venticinque chilometri lungo la valle del Marta, e questa è la strada che più assomiglia al vecchio tracciato etrusco.
Con il trasporto pubblico: autobus e stazione più vicina
Tuscania non ha una stazione ferroviaria. Lo scalo utile è quello di Tarquinia sulla linea tirrenica Roma-Grosseto, oppure Viterbo per chi arriva dalla ferrovia interna. Da entrambe le città partono corse di autobus extraurbani regionali che servono Tuscania; le fermate sono nel centro abitato e da lì al museo archeologico si cammina qualche centinaio di metri. Gli orari cambiano fra periodo scolastico ed estate e vanno letti sul sito del vettore regionale prima di partire, perché nei giorni festivi le corse si diradano parecchio. Dico le cose come stanno: la Riserva naturale di Tuscania si gira bene solo con un mezzo proprio, perché i punti di interesse sono distribuiti su chilometri di campagna e nessuna linea di autobus li collega fra loro.
Dove parcheggiare vicino alla Riserva naturale di Tuscania
Davanti al Museo Archeologico Nazionale, in largo Mario Moretti, ci sono stalli a pagamento; poco più in là si trovano aree libere. Per le basiliche esiste un piazzale sterrato ai piedi del colle di San Pietro. Per le necropoli, invece, si parcheggia in piazzole lungo la provinciale: mettete in conto qualche centinaio di metri a piedi su terra battuta, e con il fondo bagnato conviene un'automobile che non abbia paura delle buche.
Che cosa protegge davvero la Riserva naturale di Tuscania
La legge regionale 29 del 1997, quella che riordinò l'intero sistema delle aree naturali protette del Lazio, istituì qui una riserva di tipo particolare. Non un bosco vergine, non una montagna: un paesaggio agrario storico con dentro un fiume, una città e mille tombe. Il vincolo ha una ragione precisa: il tratto di valle del Marta compreso fra Tuscania e i suoi affluenti conserva popolazioni ittiche e habitat ripariali che altrove nel Lazio sono scomparsi, e il tessuto di oliveti, siepi e forre che li circonda è proprio ciò che impedisce al fiume di ridursi a un canale in mezzo ai campi.
I numeri della Riserva naturale di Tuscania
Millenovecentouno ettari, quota massima 224 metri sul livello del mare in località San Savino, nel settore settentrionale, quota minima fra i 30 e i 40 metri sul fondovalle del Marta. Più del sessanta per cento della superficie è coltivato, con netta prevalenza di oliveti e seminativi. Il resto si divide fra boschi di forra, macchia mediterranea, prati pascolo e le fasce di vegetazione riparia lungo il fiume. Due Siti di Interesse Comunitario ricadono dentro il perimetro: l'alto corso del fiume Marta e la sughereta di Tuscania.
Perché la Riserva naturale di Tuscania comprende anche la città
È la scelta che rende questo posto diverso da tutte le altre riserve laziali. Il perimetro non si ferma alla campagna: risale fin sotto le mura, abbraccia il colle di San Pietro e ingloba la periferia storica. La ragione è pratica prima che simbolica. Le necropoli sono scavate nelle pareti di tufo che affacciano sulla città, i sentieri che le collegano partono dall'abitato, e separare il monumento dal suo paesaggio avrebbe significato tutelare metà del problema. Chi amministra la riserva si trova così a gestire insieme un habitat fluviale, una sughereta e un patrimonio archeologico monumentale: un lavoro complicato, e va riconosciuto che il risultato è tutt'altro che scontato.
Il fiume Marta, spina dorsale della Riserva naturale di Tuscania
Tutto quello che vedete qui dipende da un fiume solo. Il Marta nasce dal lago di Bolsena, di cui è l'unico emissario, e dopo una cinquantina di chilometri sfocia nel Tirreno poco a sud di Tarquinia, là dove sorgeva il porto etrusco di Martanum. Attraversa tre comuni: Marta, Tuscania e Tarquinia. Nel tratto tutelato taglia in due la riserva, e per capire il territorio bisogna partire da qui.
Dal lago di Bolsena al mare, passando per la Riserva naturale di Tuscania
Il Marta esce dal lago di Bolsena con una portata regolata, e questo gli dà una caratteristica rara nel Lazio interno: non va mai completamente in secca d'estate. È la ragione per cui la sua fauna ittica è sopravvissuta dove altri corsi d'acqua della Maremma laziale si riducono a pozze. Riceve da sinistra il fosso Capecchio, da destra il Catenaccio e il Traponzo. La valle è una via di comunicazione da sempre: la transumanza la usava, gli Etruschi ci portavano le merci dal porto verso l'interno, e la strada moderna la ricalca.
Le forre di tufo della Riserva naturale di Tuscania
Dove il fiume e i suoi affluenti hanno inciso il banco tufaceo si aprono forre strette, con pareti verticali alte diverse decine di metri e un microclima fresco e umido tutto l'anno. Sono ambienti che nel giro di trenta metri cambiano vegetazione: in alto la roverella e il leccio arsi dal sole, in fondo l'ontano, il carpino e i muschi. Dentro queste gole si conserva la parte più interessante della biodiversità della riserva, e non a caso è anche dove gli Etruschi scavarono le tombe: la parete di tufo era insieme cava, riparo e cimitero.
Traponzo, Maschiolo e la sorgente solforosa dell'Acquaforte
Gli affluenti minori hanno nomi che tornano continuamente nelle carte archeologiche, perché sono loro a separare una necropoli dall'altra: il fosso Maschiolo divide la Peschiera da Pian di Mola, il Traponzo scende dalla parte opposta. In località Acquaforte affiora una sorgente solforosa, ultimo strascico dell'attività idrotermale legata al vulcanismo vulsino. L'odore lo sentite prima di vederla. Non è una terma attrezzata e non ci sono servizi: è un fenomeno naturale da guardare, non una piscina.
La geologia: perché la Riserva naturale di Tuscania è fatta di tufo
Il paesaggio nasce da tre apparati vulcanici: i Vulsini a nord, il Vicano al centro, i Cimini a est. Le loro eruzioni hanno steso su tutta la zona spessi banchi di tufo stratificato, materiale tenero, lavorabile con attrezzi semplici, compatto quanto basta per reggere una volta scavata. Le grandi eruzioni che modellarono la regione risalgono al Pleistocene e proseguirono per centinaia di migliaia di anni; le caldere collassate diedero origine ai laghi di Bolsena, di Vico e di Bracciano.
Il tufo come materiale da costruzione e da sepoltura
Qui il tufo non è solo geologia: è la ragione per cui la civiltà etrusca di Tuscania ha lasciato tanto. Una parete di tufo si scava con la scure e la subbia, si intaglia a imitazione dell'architettura di legno, si richiude con un lastrone. Le facciate delle tombe rupestri della riserva riproducono porte, travi, cornici e tetti di edifici reali che non esistono più: sono l'unico ritratto che abbiamo delle case etrusche di questa zona. E lo stesso materiale, cavato dalle stesse pareti, è andato a costruire le mura della città e i muri delle due basiliche.
La sismicità della zona
Il vulcanismo si è spento, ma il territorio resta sismicamente attivo. Le sequenze che interessano l'area vulsina sono in genere di magnitudo moderata e con ipocentri superficiali, il che le rende più distruttive di quanto il numero suggerisca. Su questo torneremo parlando del 1971, perché è l'evento che ha segnato Tuscania più di ogni altro nell'ultimo secolo.

La flora della Riserva naturale di Tuscania
Una riserva coltivata per più di metà della superficie potrebbe sembrare poca cosa dal punto di vista botanico. Sarebbe un errore. La ricchezza qui è concentrata in fasce sottili e in nuclei isolati: la riva del fiume, il fondo delle forre, la sughereta, le sorgenti. Chi cammina con un minimo di occhio trova in due ore una varietà che in un bosco uniforme non incontrerebbe in una giornata.
Il bosco ripariale del Marta
Lungo l'alto corso del fiume si sviluppa la vegetazione igrofila e ripariale: pioppo bianco e pioppo nero, ontano nero, salici di più specie, con ampie zone a canneto nei tratti a corrente lenta. È una fascia stretta, a volte larga pochi metri, ma svolge tre lavori insieme: trattiene le sponde, ombreggia l'acqua tenendola fresca per i pesci e offre riparo e nidificazione agli uccelli. Quando un fiume perde questa cintura, perde tutto il resto nel giro di pochi anni.
La sughereta di Tuscania, Sito di Interesse Comunitario
A est dell'abitato sopravvive una sughereta di una quarantina di ettari, tutelata come Sito di Interesse Comunitario. La sughera è una quercia sempreverde mediterranea che qui si trova a una delle sue stazioni interne più settentrionali del Lazio: un lembo relitto, non un impianto recente. Il sottobosco è la parte che vale la deviazione, con asfodeli in fioritura tardo invernale e diverse specie di orchidee spontanee nei mesi di aprile e maggio. Tra gli alberi cresce anche l'asparago selvatico. Regola non negoziabile: le orchidee si fotografano e si lasciano dove sono, raccoglierle è vietato.
Il capelvenere e le sorgenti nascoste
Presso alcune sorgenti della riserva vegeta il capelvenere, Adiantum capillus-veneris, una felce elegante dalle fronde sottili che vive solo dove l'acqua stilla di continuo dalla roccia e l'aria resta satura di umidità. Accanto compare il sambuco. Sono stazioni piccolissime, fragili, che un calpestio ripetuto distrugge in una stagione: se ne incontrate una, guardatela dal sentiero e non avvicinatevi alla parete.
Il bosco di versante: cerro, leccio, roverella
Scendendo di quota lungo i versanti e nelle forre si incontrano cerri, lecci, lentischi, carpini, roverelle, aceri, frassini e cornioli. È la macchia mediterranea che si mescola al bosco caducifoglio, una situazione di transizione tipica della Maremma laziale interna. Completano il quadro il biancospino, l'orniello e il caprifoglio, che in maggio riempie di profumo il fondo delle gole.
Gli oliveti e i seminativi della Riserva naturale di Tuscania
Il paesaggio agrario non è un riempitivo fra un bosco e l'altro: è esso stesso oggetto di tutela. Gli oliveti di Tuscania, molti dei quali con piante secolari, disegnano i versanti collinari con file regolari che in autunno si riempiono di reti e di voci. I seminativi, alternati a prati pascolo per l'allevamento estensivo, ospitano una comunità di uccelli di campagna aperta che in Italia è in forte declino proprio perché questo tipo di agricoltura sta sparendo. Detto senza giri di parole: se qui domani si passasse alla monocoltura intensiva, metà delle specie elencate qui sotto scomparirebbe in dieci anni.
La fauna della Riserva naturale di Tuscania
Le fasce boschive ripariali lungo i corsi d'acqua offrono rifugio a una fauna ancora diversificata, ed è questa la vera motivazione scientifica del vincolo. Non aspettatevi grandi mammiferi in vetrina: qui si viene per gli uccelli, per i pesci e per la sensazione, rara, di un fiume ancora vivo.
I pesci del fiume Marta
Nel Marta, oltre a specie comuni come il cavedano, vivono la lampreda di ruscello, la cheppia, il barbo, il ghiozzo di ruscello, la rovella e il vairone. Diverse di queste sono specie di interesse comunitario, e la loro presenza è la ragione per cui l'alto corso del fiume è stato designato Sito di Interesse Comunitario. La lampreda in particolare è un indicatore severo: vive solo dove il fondo resta ghiaioso e l'acqua non si intorbida per mesi. Trovarla a un'ora e mezza da Roma è meno banale di quanto sembri.
Gli uccelli delle rive nella Riserva naturale di Tuscania
Nei pressi del fiume si osservano il pendolino, Remiz pendulinus, che costruisce nidi a borsa sospesi ai rami dei salici, il martin pescatore, Alcedo atthis, e l'usignolo di fiume, Cettia cetti, molto più facile da sentire che da vedere. Il martin pescatore lo si intercetta quasi sempre per il verso, un fischio acuto, e poi per la scia turchese sull'acqua. Portatevi un binocolo otto per quarantadue e sedetevi fermi venti minuti su una sponda: funziona meglio di qualsiasi camminata.
Gli uccelli delle campagne
Nelle zone più agricole verso valle si incontrano l'allodola, Alauda arvensis, l'allocco, Strix aluco, l'albanella minore, Circus pygargus, la quaglia, Coturnix coturnix, la ghiandaia marina, Coracias garrulus, il rigogolo, la calandra, Melanocorypha calandra, e la cappellaccia, Galerida cristata. La ghiandaia marina merita una riga a parte: è un uccello dai colori quasi tropicali, azzurro e castano, che nidifica nelle cavità dei vecchi alberi e dei muri, ed è diventato raro in tutta Italia. Il rigogolo, giallo acceso, tradisce la propria presenza con un fischio flautato che in maggio si sente dai pioppi lungo il fiume.
I rapaci della Riserva naturale di Tuscania
Fra i rapaci diurni si contano il lodolaio, Falco subbuteo, il gheppio, Falco tinnunculus, e lo sparviero, Accipiter nisus. Il lodolaio è un falco piccolo e velocissimo, cacciatore di rondini e di libellule, poco comune e legato proprio alle alberature ripariali. Il gheppio si riconosce dallo spirito santo, quel volo fermo a battute rapide sopra i coltivi. L'allocco assicura la copertura notturna e in primavera canta al tramonto dalle forre.
I mammiferi
Fra i mammiferi documentati nell'area figurano il cinghiale, l'istrice, la volpe e il moscardino; la presenza del gatto selvatico è segnalata ma resta da confermare. L'istrice lo si conosce più dagli aculei persi lungo i sentieri che dall'animale, perché è rigorosamente notturno. Il moscardino, minuscolo roditore arboricolo, vive nelle siepi e nel sottobosco di nocciolo e rovo: un altro buon motivo per non ripulire i margini dei campi.
Le necropoli etrusche dentro la Riserva naturale di Tuscania
Qui la riserva smette di essere soltanto natura. Nelle pareti di tufo che affacciano sulla valle del Marta si apre una successione di necropoli rupestri che copre, senza interruzioni vere, il periodo compreso fra il VII e il I secolo avanti Cristo. I nomi ricorrenti sono Pian di Mola, Peschiera, Madonna dell'Olivo, Ara del Tufo, Carcarello, Scalette, Castelluzza, Sasso Pinzuto, San Lazzaro, del Guado. La quantità e la ricchezza dei corredi dicono una cosa sola: Tuscania era pienamente dentro il circuito dei grandi centri dell'Etruria, alla pari con Vulci, Tarquinia e Caere.
Pian di Mola e la tomba a casa
La necropoli di Pian di Mola si trova sul rilievo opposto alla Peschiera, superato il fosso Maschiolo, e il suo nucleo più antico risale attorno al 700 avanti Cristo. Si presenta come una fila imponente di tombe rupestri allineate lungo la parete. Il pezzo forte è la cosiddetta tomba a casa con portico: una sepoltura che riproduce in tufo un edificio reale, con atrio, due camere e un portico a quattro colonne. Il tetto portava sfingi e leoni scolpiti, e una scala laterale permetteva di salire su un terrazzo. Davanti a questo monumento si capisce in trenta secondi perché si dice che gli Etruschi costruivano le tombe come case: non è una metafora, è un fatto architettonico.
La Peschiera e la tomba a dado
La Peschiera è una vasta necropoli rupestre con tombe che vanno dal VII al II secolo avanti Cristo. Il tipo dominante è la tomba a dado, un blocco cubico ricavato scavando attorno alla roccia viva, con la facciata architettonica rivolta verso la valle e la camera sepolcrale all'interno. Il risultato visivo è quello di una piccola città di pietra affacciata sul fiume. Insieme alla vicina Pian di Mola costituisce l'itinerario etrusco più completo e più facile della riserva.
Madonna dell'Olivo e la Grotta della Regina
Circa due chilometri a sud dell'abitato, accanto a una chiesetta rinascimentale omonima, la necropoli della Madonna dell'Olivo si sviluppa su tre terrazze sovrapposte e affaccia su un panorama impareggiabile della valle del Marta. Qui si apre la Grotta della Regina, un ipogeo di età ellenistica, fra IV e II secolo avanti Cristo, con un dedalo di corridoi disposti su tre livelli: una struttura che non ha molti confronti in Etruria e sulla cui funzione gli studiosi discutono ancora. Nello stesso complesso si trova la tomba del Sarcofago delle Amazzoni, a due camere, il cui sarcofago è decorato con scene di battaglia.
Le tombe della famiglia Curunas
Sempre alla Madonna dell'Olivo appartengono le tre tombe gentilizie della famiglia Curunas, databili fra il IV e il II secolo avanti Cristo. Sono il rinvenimento che ha cambiato la percezione moderna di Tuscania etrusca: sepolture di un'unica famiglia aristocratica, con una serie di sarcofagi in nenfro sui cui coperchi sono scolpiti i defunti sdraiati, l'iscrizione con il nome, l'indicazione della parentela. Un archivio di famiglia scritto nella pietra. I sarcofagi sono oggi esposti al Museo Archeologico Nazionale di Tuscania e, se dovessi indicare una sola cosa da vedere in tutta la riserva, indicherei loro.
Sasso Pinzuto, Ara del Tufo, Carcarello, Scalette, Castelluzza
Le altre necropoli sono in genere raggruppate in nuclei distinti ma vicini, spesso ancora nascoste fra le forre e i boschi che circondano il fiume. Sasso Pinzuto è la più citata dopo le due maggiori e conserva tombe a camera con lunghi corridoi di accesso; Ara del Tufo e Carcarello si sviluppano lungo i fossi minori; le Scalette devono il nome ai gradini intagliati nella roccia che portano agli ingressi; Castelluzza occupa uno sperone isolato. Diverse aree sono state attrezzate con sentieri e pannelli, come nel caso della Macchia della Riserva, trasformata in parco archeologico con percorso naturalistico.
I Campanari e la riscoperta ottocentesca
Gran parte di queste necropoli tornò alla luce nel corso dell'Ottocento per opera della famiglia Campanari, archeologi e antiquari di Tuscania. Il loro nome è legato a una delle vicende più singolari della storia dell'archeologia europea: gli scavi tuscanesi e la successiva esposizione londinese dei materiali etruschi contribuirono in modo decisivo a creare in Europa il gusto per l'antichità etrusca. Il museo di Tuscania dedica una parte del proprio percorso proprio al ruolo dei Campanari negli scavi e negli studi etruscologici del XIX secolo.
Il Museo Archeologico Nazionale di Tuscania
Il museo è ospitato nell'ex convento francescano di Santa Maria del Riposo, in largo Mario Moretti 1, nel centro storico. Conserva la collezione dei materiali provenienti dalle necropoli del territorio, frutto di oltre un secolo di scavi: sarcofagi in nenfro, corredi funerari, ceramiche, urne, e la documentazione delle famiglie aristocratiche etrusche di Tuscania. Il percorso si sviluppa su più livelli, aperti progressivamente fra il 1970 e il 2007, ed è ordinato in senso cronologico e tematico. Il museo osserva orario continuato dalle 8.30 alle 19.30, con ultimo ingresso alle 19.00, ed è chiuso il lunedì, il primo gennaio e il venticinque dicembre. Dal 2025 l'ingresso è a biglietto: la tariffa in vigore si legge sul sito della Direzione regionale Musei nazionali Lazio. La visita richiede fra i quarantacinque minuti e l'ora, le fotografie sono consentite e l'intero percorso è accessibile in sedia a rotelle grazie all'ascensore. Per gruppi superiori alle venticinque persone è raccomandato l'uso del sistema di amplificazione.
Che cosa cercare dentro il museo
Andate ai sarcofagi dei Curunas e fermatevi. Guardate i coperchi: i defunti sono rappresentati semisdraiati, come a banchetto, con oggetti in mano e volti che non sono ritratti nel senso moderno ma nemmeno maschere generiche. Poi cercate le iscrizioni: l'etrusco si legge da destra a sinistra e i nomi di famiglia si riconoscono anche senza conoscere la lingua. È il modo più rapido per capire che queste tombe non erano monumenti anonimi, ma il cimitero di persone con un cognome.

Le due basiliche sul colle nella Riserva naturale di Tuscania
Il primo e più vistoso impatto, arrivando, è dato dalle due grandi pievi medievali che sorgono su un colle appena fuori dalla città, dentro il perimetro dell'area protetta. Non sono due chiese qualsiasi: sono fra gli edifici romanici più importanti del Lazio, e il fatto che si trovino isolate in mezzo ai campi, senza case intorno, moltiplica l'effetto.
Santa Maria Maggiore
Sorge alle pendici del colle di San Pietro. Le sue origini risalgono all'VIII secolo, fu la prima cattedrale dell'antica diocesi tuscanese e venne consacrata il 6 ottobre 1206 nella forma romanica che vediamo oggi, costruita fra XI e XII secolo. La facciata in tufo locale è asimmetrica, con portali riccamente scolpiti: quello centrale porta rilievi con scene bibliche e le figure di Pietro e Paolo, mentre in alto si aprono una loggia a nove colonne e dieci archi e un rosone in marmo a dodici colonne su due ordini, circondato dai simboli dei quattro evangelisti. Il campanile, di XI e XII secolo, con archetti e lesene di ascendenza lombarda, fu danneggiato nel 1971. L'interno a tre navate conserva affreschi dal XIII al XVI secolo, fra cui un grande Giudizio universale attribuito ai pittori aretini Gregorio e Donato, una fonte battesimale ottagonale per immersione, un ambone medievale e un ciborio gotico.
San Pietro
In cima all'omonimo colle, dove sorgeva l'acropoli dell'antica città, San Pietro è una delle basiliche romaniche di impronta lombarda più importanti della cristianità occidentale. La fondazione è attribuita dalla tradizione all'VIII secolo, forse su un precedente edificio di culto pagano; parte della critica propone una datazione più bassa. Facciata e navate laterali furono costruite fra XII e XIII secolo. Divenuta centro della diocesi e sede di vescovi-conti agguerriti, la chiesa si presenta quasi come una fortezza, affiancata da due torri e dal palazzo vescovile. La facciata mostra un rosone cosmatesco a tre cerchi concentrici, con i simboli degli evangelisti agli angoli, e due bifore laterali la cui lettura simbolica oppone l'Agnello di Cristo, a sinistra, alla figura di Satana, a destra. Dal piazzale si apre un colpo d'occhio su gran parte della riserva e sulla città.
La cripta di San Pietro
Sotto il presbiterio si apre una cripta a nove navatelle sorretta da colonne e capitelli di reimpiego, materiale classico riusato in età medievale. Le volte conservano affreschi trecenteschi attribuiti a Gregorio d'Arezzo, con i santi patroni di Tuscania. Il pavimento della chiesa superiore è cosmatesco, a tarsie geometriche, e lungo le navate sono collocati sarcofagi etruschi: una sovrapposizione di epoche che in poche chiese si vede tanto esplicita. La basilica apre dal martedì alla domenica, indicativamente dalle 10 alle 13 e dalle 15 alle 17, con ingresso libero; per le visite di gruppo, limitate a quindici persone, occorre prenotare. Gli orari variano con la stagione: una telefonata all'ufficio turistico prima di partire evita il viaggio a vuoto.
Dagli Etruschi ai Romani: la storia del territorio della Riserva naturale di Tuscania
Fino alla conquista romana il corso del Tevere e il mar Tirreno segnavano i confini naturali dell'Etruria, la terra degli antichi Tusci, che i Greci chiamavano Tirreni e che noi conosciamo come Etruschi. Tuscania si trova nel cuore di quel territorio, e il suo nome lo dichiara.
Tuscana etrusca
L'origine del popolo etrusco è materia di discussione da venticinque secoli: la tradizione antica, raccolta da Erodoto, li faceva arrivare dall'Asia Minore, dalla Lidia, attorno al VII secolo avanti Cristo; altre fonti antiche e buona parte della ricerca moderna propendono invece per una formazione locale a partire dalle popolazioni villanoviane della prima età del ferro. Quel che è documentato dagli scavi è che qui, fra VIII e VII secolo, nasce un centro che cresce rapidamente, organizzato come le altre città dell'Etruria in una confederazione di centri potenti che si estendeva a nord fino alla Pianura Padana e a sud fino alla Campania.
La conquista romana e la via Clodia
Lo scontro con Roma fu inevitabile. Dal IV secolo avanti Cristo, superato il confine di Veio, i Romani avanzarono verso nord; la lotta proseguì per tutto il III secolo, benché fra i primi re di Roma ci fossero proprio degli Etruschi, come Servio Tullio, che la tradizione dice nato a Vulci. Dopo Veio caddero Nepi e Sutri; solo più tardi Roma osò oltrepassare la Selva Cimina e affacciarsi sulla pianura che da Viterbo degrada verso la Maremma. Tarquinia fu conquistata nel 307 avanti Cristo, Vulci nel 280.
Perché Tuscania non decadde
Qui c'è il dato che rende questa storia diversa dalle altre. Tuscania raggiunse la massima prosperità fra il IV e il I secolo avanti Cristo, dunque in gran parte durante e dopo la conquista romana, avvenuta nel III secolo. Al contrario di quanto accadde ad altre città etrusche, la sottomissione non ne avviò la decadenza ma ne favorì lo sviluppo. I Romani ne fecero un grande centro di raccolta delle derrate alimentari destinate a rifornire la capitale: costruirono la via Clodia nel 225 avanti Cristo, poi acquedotti, terme ed edifici pubblici. Dopo la guerra sociale del 90 avanti Cristo, che segnò la romanizzazione del mondo etrusco, la città divenne municipium. Tracce di strade romane incise nel tufo, muraglioni e resti di edifici affiorano ancora oggi un po' dappertutto dentro la riserva.
Il Medioevo dei vescovi-conti
Con l'alto Medioevo la città si riorganizza attorno al colle di San Pietro, che torna a essere acropoli in senso pieno: sede vescovile, fortificazione, potere. I vescovi-conti di Tuscania esercitarono per secoli un'autorità che era insieme religiosa e militare, e l'aspetto di fortezza della basilica, con le sue due torri, non è un vezzo decorativo. Attorno crebbero le mura che ancora oggi delimitano la periferia più antica, quella che la riserva include nel proprio perimetro.
Il terremoto del 1971 e la Riserva naturale di Tuscania
Il 6 febbraio 1971, alle 19.09, un terremoto di magnitudo momento 5.2 colpì l'alto Lazio con epicentro fra Arlena di Castro e Tuscania, una ventina di chilometri a ovest di Viterbo. L'intensità stimata fu fra l'ottavo e il nono grado della scala Mercalli. Alle 20.20 della stessa sera arrivò una forte replica. Le vittime furono ventidue, i feriti circa un centinaio, oltre quattromila persone rimasero senza casa e vennero sistemate nelle tendopoli.
I danni
A Tuscania il sessanta per cento degli edifici risultò inagibile. Il quartiere medievale, costruito in gran parte sulla roccia vulcanica, subì crolli diffusi. La chiesa di San Pietro e la basilica di Santa Maria Maggiore riportarono danni gravi, così come l'ospedale civile e il ponte sul Marta, il cui cedimento impedì nelle prime ore ai soccorsi di raggiungere il centro abitato. Il 8 febbraio il presidente della Repubblica Giuseppe Saragat e il presidente del Consiglio Emilio Colombo visitarono la zona colpita. Nello stesso anno la legge numero 1155 esonerò dal servizio militare i giovani che partecipavano alla ricostruzione.
Che cosa si vede oggi
La ricostruzione e i restauri hanno restituito le due basiliche e buona parte del centro storico. Chi arriva oggi non trova un paese ferito: trova una città rimessa in piedi con criterio, dove però un occhio attento riconosce le suture, i tiranti, le porzioni di muratura rifatte. Vale la pena saperlo prima di entrare in Santa Maria Maggiore, perché cambia il modo in cui si guarda il campanile.
Come si visita davvero la Riserva naturale di Tuscania
Metto in fila le cose pratiche, perché questa è una riserva che premia chi la organizza e punisce chi la improvvisa.
Quanto tempo serve per la Riserva naturale di Tuscania
Una giornata piena è il minimo per fare le due basiliche, il museo e una necropoli. Se volete aggiungere una camminata lungo il Marta e una seconda necropoli, mettete in conto due giorni e una notte in paese. Chi ha solo mezza giornata scelga: o il binomio basiliche più museo, o il binomio Pian di Mola più Peschiera. Fare tutto in quattro ore significa non vedere niente.
Quando andare e quando evitare
Aprile e maggio sono i mesi migliori: le orchidee della sughereta fioriscono, il fiume è in forza, la campagna è verde e le temperature reggono. Buono anche ottobre, con la raccolta delle olive in corso e una luce bassa che è un regalo per le fotografie. Luglio e agosto sono duri: la Maremma laziale interna d'estate cuoce, le necropoli non hanno ombra e il pomeriggio diventa impraticabile. In pieno inverno il problema non è il freddo ma il fango, che rende alcuni accessi difficili.
Che cosa portare
Scarpe da trekking basse o scarponcini, non sneakers: i sentieri delle necropoli sono di terra e roccia, spesso in pendenza e viscidi dopo la pioggia. Acqua, perché fontanelle lungo i percorsi non ce ne sono. Cappello. Binocolo, per gli uccelli. Una torcia piccola, che nelle camere sepolcrali serve davvero. Repellente per zanzare se scendete al fiume nelle sere di primavera.
La Riserva naturale di Tuscania con i bambini
Funziona meglio di quanto si pensi, a patto di puntare sulle tombe rupestri. Un bambino davanti alla tomba a casa di Pian di Mola capisce al volo che cosa gli state raccontando: è una casa, ma scavata nella roccia, e dentro ci mettevano i morti. Il museo, con i sarcofagi e le figure sdraiate sui coperchi, regge bene i quarantacinque minuti. La camminata lungo il fiume va dosata: i tratti in forra hanno passaggi stretti e con i più piccoli conviene fermarsi ai punti panoramici.
Accessibilità
Il Museo Archeologico Nazionale è interamente accessibile in sedia a rotelle con ascensore. Le necropoli, invece, no: la Madonna dell'Olivo non offre modalità di accesso agevolate per persone con disabilità, e lo stesso vale per gli altri siti rupestri, raggiungibili per sentieri sterrati in pendenza. Le basiliche hanno gradini all'ingresso e la cripta di San Pietro si raggiunge per scale. Chi ha problemi di deambulazione può comunque godersi il colle delle basiliche e il panorama dal piazzale, che si raggiunge in auto.
Regole di comportamento nella Riserva naturale di Tuscania
Siamo dentro un'area protetta e dentro un'area archeologica vincolata insieme. Non si raccolgono piante né orchidee, non si accendono fuochi, non si lasciano rifiuti, i cani vanno tenuti al guinzaglio per rispetto della fauna nidificante e degli animali al pascolo. Nelle necropoli non si entra nelle camere pericolanti e non si tocca niente: l'uso di metal detector è vietato per legge. Sembrano ovvietà, e invece il territorio ne ha sofferto per decenni.
Una curiosità su Riserva naturale di Tuscania
La curiosità vera di questo posto è che la riserva protegge un pesce per proteggere una tomba, e viceversa. Sembra una battuta, ma è la logica del vincolo. Il tratto di Marta compreso nella riserva è Sito di Interesse Comunitario perché ci vivono la lampreda di ruscello, il barbo, il vairone, il ghiozzo di ruscello e la rovella, specie che richiedono acqua fresca, fondo ghiaioso e sponde ombreggiate. Quelle sponde ombreggiate sono le stesse pareti di tufo in cui gli Etruschi hanno scavato le necropoli della Peschiera e di Pian di Mola. Se si tagliasse il bosco ripariale, l'acqua si scalderebbe e i pesci sparirebbero; ma la stessa operazione esporrebbe le facciate delle tombe al sole diretto, al gelo notturno e al dilavamento, accelerandone la disgregazione. La copertura vegetale che tiene in vita il fiume è la stessa che rallenta l'erosione del monumento.
C'è di più. Il Marta non va in secca perché esce da un lago, il Bolsena, che gli garantisce una portata minima anche nelle estati peggiori. Questa singolarità idrologica è la ragione per cui, in una zona che climaticamente è Maremma, si trovano felci come il capelvenere e ontani da bosco umido. Gli Etruschi scelsero questa valle esattamente per lo stesso motivo per cui oggi ci sono le orchidee: perché l'acqua non manca mai. Una scelta insediativa di venticinque secoli fa e una direttiva comunitaria degli anni Novanta stanno difendendo lo stesso identico bene, e quasi nessuno lo racconta così. Aggiungo una nota che vale una visita: la sorgente solforosa dell'Acquaforte, all'interno della riserva, è l'ultimo respiro del vulcanismo vulsino che ha generato tutto il tufo su cui il paesaggio si regge. Il vulcano che ha costruito le tombe non è del tutto spento.
Una cosa che non ti dice nessuno su Riserva naturale di Tuscania
Nessuna guida ve lo dice, ma il perimetro di questa riserva include il centro storico di Tuscania, e la conseguenza pratica è che state camminando dentro l'area protetta anche quando siete seduti al bar in piazza. Non è un dettaglio burocratico. Significa che la gestione dell'area deve tenere insieme la conservazione di un habitat fluviale e la vita quotidiana di una comunità di poche migliaia di persone, con le sue automobili, i suoi cantieri e la sua agricoltura. Nelle riserve di montagna il confine fra dentro e fuori è netto; qui non lo è, e chi amministra deve negoziare ogni giorno.
La seconda cosa che non vi dirà nessuno riguarda le necropoli: molte non sono costantemente aperte. Alcune aree archeologiche del territorio hanno conosciuto anni di chiusura per problemi di sicurezza e di manutenzione dei sentieri, e le riaperture sono avvenute per tappe. Tradotto in pratica: arrivare qui convinti di trovare tutto visitabile è il modo più sicuro per restare delusi. Prima di partire si telefona all'ufficio turistico al 328 8872377 e si chiede quali siti siano accessibili quel giorno. Vale anche per le visite guidate, che sono l'unico modo di entrare in alcune camere.
La terza: la sughereta. È un lembo di appena una quarantina di ettari, e la maggior parte dei visitatori passa a poche centinaia di metri senza sapere che c'è. Sotto le sughere, in aprile e maggio, fioriscono orchidee spontanee di più specie, e quello è il momento in cui la Riserva naturale di Tuscania dà il meglio dal punto di vista botanico. Nessun cartello turistico ve lo annuncia lungo la provinciale.
Il consiglio che ti do per visitare Riserva naturale di Tuscania
Il consiglio è uno e ve lo do secco: invertite l'ordine che seguono tutti. La maggioranza arriva, parcheggia sotto le basiliche, fotografa San Pietro, mangia in centro e riparte. Fate il contrario. Arrivate presto, entro le nove, e andate subito alle necropoli, quando la luce radente entra nelle facciate rupestri e si leggono i dettagli architettonici che a mezzogiorno spariscono nel bianco. Poi, verso le undici, scendete al Marta per un'ora di cammino lungo la riva: è il momento in cui gli uccelli sono ancora attivi e il caldo non è arrivato. Mangiate in paese. Nel primo pomeriggio entrate al museo, che è al chiuso e climatizzato, e conservate le due basiliche per il tardo pomeriggio, quando il sole si abbassa sul colle di San Pietro e la facciata prende il colore che le ha dato fama.
Secondo consiglio, meno ovvio: prenotate una guida locale per la parte etrusca. Lo dico dopo vent'anni passati ad accompagnare gruppi, e lo dico controvoglia perché di solito predico l'autonomia. Ma qui i pannelli sono pochi, le camere sepolcrali si somigliano e senza qualcuno che vi spieghi la differenza fra una tomba a dado e una tomba a casa, fra un corredo del VII secolo e uno del III, il rischio è portarsi a casa venti fotografie uguali. L'ufficio turistico di Tuscania organizza visite guidate alle necropoli: una mattina con una guida vale tre giornate da soli.
Terzo: non provate a incastrare la Riserva naturale di Tuscania in un tour che comprenda anche Civita di Bagnoregio e il parco dei Mostri di Bomarzo nello stesso giorno. Si può fare, tutto si può fare. Ma finireste per guardare l'orologio in ogni luogo e non ricordare nessuno dei tre. Se organizzate viaggi di gruppo e vi serve una mano a costruire l'itinerario, l'accompagnamento turistico professionale esiste esattamente per evitare questo errore.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Che a Tuscania ci siano due grandi basiliche romaniche lo sanno in molti. Quello che si cita di rado è il motivo per cui si trovano fuori dalle mura, isolate su un colle in mezzo ai campi, mentre in quasi tutte le città italiane la cattedrale è nel mezzo dell'abitato. La ragione è che quel colle era l'acropoli della città etrusca e poi romana, il punto alto e difendibile attorno a cui la comunità si era organizzata per secoli. Quando l'abitato si spostò, nel corso del Medioevo, il centro religioso e il centro civile si separarono: la sede vescovile rimase dov'era sempre stata, mentre la popolazione si addensò altrove. San Pietro non è fuori dal paese perché qualcuno la volle isolata; è il paese che si è spostato da sotto.
Il secondo fatto poco citato riguarda il carattere militare di San Pietro. Le due torri che la fiancheggiano e il palazzo vescovile accanto non sono decorazione: i vescovi di Tuscania furono vescovi-conti, titolari di poteri temporali oltre che spirituali, e la loro sede doveva reggere un assedio. Guardando la facciata in controluce si distingue bene il doppio linguaggio, sacro e difensivo, che convive nello stesso edificio.
Terzo: il rosone di San Pietro è cosmatesco, cioè opera di quelle famiglie di marmorari romani che nei secoli XII e XIII lavorarono in tutto il Lazio con la tecnica dell'intarsio di marmi colorati e di materiale di reimpiego. Dentro la chiesa, il pavimento è della stessa scuola. Vuol dire che questa basilica, apparentemente lombarda e settentrionale nell'impianto, ha una pelle romana. E il marmo che i Cosmati tagliarono a tessere proveniva in buona parte da monumenti antichi smontati: la chiesa è fatta anche di Roma imperiale a pezzi.

La foto giusta da fare a Riserva naturale di Tuscania
La fotografia che porta a casa questo luogo non è il primo piano del rosone di San Pietro. Quella la fanno tutti ed è una foto corretta e inutile. La fotografia giusta si scatta dalla necropoli della Madonna dell'Olivo, dalla terrazza mediana, tenendo in primo piano una facciata di tomba rupestre e sullo sfondo la valle del Marta con il colle delle basiliche. In un solo fotogramma entrano l'Etruria, il fiume e il Medioevo: è il riassunto visivo esatto di che cosa sia la Riserva naturale di Tuscania.
Dettagli pratici. Ora migliore: la prima mattina, fra le otto e le nove e mezza, quando il sole basso da est illumina di taglio le pareti di tufo e ne tira fuori la grana. Il tardo pomeriggio funziona, ma le facciate vanno in ombra. Stagione: aprile e maggio per il verde, oppure novembre dopo le prime piogge, quando la campagna riprende colore e l'aria è limpida. Attrezzatura: un obiettivo attorno ai 35 millimetri equivalenti, perché il grandangolo spinto allontana troppo lo sfondo e il colle sparisce. Chiudete il diaframma a f/8 e mettete il fuoco a un terzo della scena.
Seconda foto da non mancare: la facciata della tomba a casa di Pian di Mola, ripresa frontalmente e da poca distanza, con una persona accanto per dare la scala. Senza un riferimento umano nessuno capisce quanto sia grande. Terza: il portico a colonne in controluce, all'ora in cui il sole passa fra i sostegni. E se avete pazienza e binocolo, il vero trofeo fotografico della riserva resta il martin pescatore posato su un ramo sopra il Marta: serve un teleobiettivo lungo, un appostamento e la disponibilità a tornare più volte. Non è una foto che si porta a casa per caso.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
Il primo avvenimento è la fondazione stessa del centro etrusco, fra l'VIII e il VII secolo avanti Cristo, quando i nuclei villanoviani sparsi sui colli attorno al Marta si aggregano in una città. La prova non viene da un documento ma dalle tombe: attorno al 700 avanti Cristo la necropoli di Pian di Mola comincia a riempirsi di sepolture monumentali, e una società che investe così tanto nei propri morti è una società che si è data una struttura.
Il secondo è la conquista romana del III secolo avanti Cristo, e soprattutto quello che accadde dopo: nel 225 avanti Cristo viene aperta la via Clodia, che collega questo territorio a Roma, e Tuscania invece di spegnersi diventa il magazzino agricolo della capitale. Dopo la guerra sociale del 90 avanti Cristo ottiene lo statuto di municipium. È l'unico caso rilevante in questa parte dell'Etruria in cui la conquista produce crescita anziché rovina.
Il terzo è la consacrazione di Santa Maria Maggiore, il 6 ottobre 1206. La data segna il compimento della ricostruzione romanica della prima cattedrale diocesana e, indirettamente, la fase di massima potenza dei vescovi-conti tuscanesi.
Il quarto è la riscoperta ottocentesca. Nel corso dell'Ottocento la famiglia Campanari riporta alla luce gran parte delle necropoli del territorio e porta i materiali etruschi all'attenzione dell'Europa colta: Tuscania diventa uno dei nomi che alimentano la moda etrusca nell'Ottocento, insieme a Vulci e a Tarquinia.
Il quinto, e il più doloroso, è il terremoto del 6 febbraio 1971: ventidue morti, un centinaio di feriti, oltre quattromila senzatetto, il sessanta per cento degli edifici inagibile, le due basiliche gravemente lesionate e il ponte sul Marta crollato, con i soccorsi bloccati nelle prime ore. La ricostruzione impegnò anni e cambiò il volto del centro storico.
Il sesto è del 1997, e ha il sapore burocratico dei fatti che poi contano davvero: con la legge regionale numero 29 del 6 ottobre nasce la Riserva naturale di Tuscania, 1.901 ettari affidati alla Provincia di Viterbo. Da quel momento il fiume, la sughereta, le forre e le necropoli smettono di essere beni separati e diventano un'unica cosa da difendere.
Chi è passato da Riserva naturale di Tuscania
Cominciamo dai vivi che hanno lasciato più tracce: i registi. La basilica di San Pietro è uno dei set più frequentati del cinema girato nel Lazio. Orson Welles la usò nel suo Otello, uscito nel 1951, trasferendo dentro questa chiesa medievale l'ambientazione cipriota della tragedia di Shakespeare: aveva già girato a Viterbo, nel Palazzo dei Papi, e proseguì qui. Franco Zeffirelli ci ambientò due sequenze decisive del suo Romeo e Giulietta del 1968, il matrimonio segreto dei due protagonisti e la scena finale, usando la cripta come tomba dei Capuleti; quel film vinse gli Oscar per la fotografia, a Pasqualino De Santis, e per i costumi, a Danilo Donati. Mario Monicelli girò parte de L'armata Brancaleone, 1966, a Tuscania e nella cripta di San Pietro. Per Ladyhawke, del 1985, la basilica fu addirittura riprodotta in scenografia a Cinecittà: un riconoscimento paradossale, perché il luogo era considerato talmente giusto da valere una copia.
Molto più indietro nel tempo, da questa valle passarono le famiglie aristocratiche etrusche i cui nomi conosciamo per iscrizione: i Curunas, sepolti alla Madonna dell'Olivo fra IV e II secolo avanti Cristo, i cui sarcofagi in nenfro sono oggi al museo. Non sono personaggi di cui si racconti la biografia, ma sono persone reali, con un cognome, una parentela e un ritratto scolpito sul coperchio. In archeologia etrusca è più di quanto si ottenga quasi ovunque.
Passarono i Romani della via Clodia, aperta nel 225 avanti Cristo: mercanti, appaltatori, funzionari incaricati di far arrivare a Roma il grano e l'olio di questa campagna. Passarono i vescovi-conti medievali, che da San Pietro esercitarono un potere insieme spirituale e militare per secoli. Passò, nell'Ottocento, la famiglia Campanari, che scavò le necropoli e fece conoscere Tuscania all'archeologia europea.
Il 8 febbraio 1971 arrivarono qui il presidente della Repubblica Giuseppe Saragat e il presidente del Consiglio Emilio Colombo, due giorni dopo il terremoto, davanti a un paese in tenda. Ed è passata, in quei giorni e nei mesi successivi, una generazione di giovani che in base alla legge 1155 dello stesso anno poté sostituire il servizio militare con il lavoro nella ricostruzione: gente che ha rimesso in piedi un pezzo di questo centro storico con le proprie mani.
Cosa vedere nei dintorni della Riserva naturale di Tuscania
Il territorio attorno è tra i più densi del Lazio e permette di costruire itinerari di due o tre giorni senza mai ripetersi.
I siti etruschi vicini
A sud ovest, a pochi chilometri, si trova Vulci, uno dei massimi centri dell'Etruria, oggi parco archeologico e naturalistico in cui si legge l'abitato nella sua interezza. Sulla costa, Tarquinia conserva le tombe dipinte che sono il capolavoro assoluto della pittura etrusca. Verso il mare, Montalto di Castro chiude il quadro. Chi vuole completare il percorso a Roma trova al Museo Etrusco di Villa Giulia e al museo delle Antichità Etrusche e Italiche i materiali che raccontano la stessa civiltà.
I laghi e i borghi
A nord si apre il lago di Bolsena, dal quale nasce il Marta, con i centri di Bolsena, Capodimonte e Montefiascone. A est, oltre Viterbo, ci sono Villa Lante a Bagnaia, Caprarola con il Palazzo Farnese e il lago di Vico. Verso la valle del Tevere si raggiungono Civita di Bagnoregio e Orvieto. Per gli amanti dei paesaggi rupestri, Calcata e Monterano offrono lo stesso rapporto fra tufo, forra e insediamento che si osserva a Tuscania.
Le altre aree protette della zona
Chi viaggia con interesse naturalistico può collegare la Riserva naturale di Tuscania alla riserva di Canale Monterano, all'oasi del lago di Burano sulla costa e al monte Casoli di Bomarzo. Sono tutti ambienti diversi e tutti a meno di un'ora di auto.
Domande veloci su Riserva naturale di Tuscania
Quanto costa entrare nella Riserva naturale di Tuscania
Niente. L'accesso all'area protetta è libero e gratuito, non ci sono biglietterie né varchi. Si paga soltanto dove c'è un servizio a parte, cioè il museo archeologico e le eventuali visite guidate alle necropoli.
Quando è stata istituita la Riserva naturale di Tuscania
Nel 1997, con la legge regionale del Lazio numero 29 del 6 ottobre.
Quanto è grande la Riserva naturale di Tuscania
1.901 ettari, tutti nel comune di Tuscania, in provincia di Viterbo.
Chi gestisce la Riserva naturale di Tuscania
La Provincia di Viterbo, in collaborazione con il Comune di Tuscania. L'ufficio parchi risponde allo 0761 313403 e allo 0761 313376, indirizzo di posta parchi@provincia.vt.it, sede in via Aurelio Saffi 49 a Viterbo.
Quanto dista la Riserva naturale di Tuscania da Roma
Poco più di cento chilometri, indicativamente un'ora e quaranta di auto passando per l'autostrada A12 e Tarquinia.
Quanto dista da Viterbo
Ventiquattro chilometri, mezz'ora scarsa di strada provinciale.
Si può arrivare alla Riserva naturale di Tuscania senza auto
Si arriva a Tuscania con gli autobus extraurbani regionali da Viterbo e dalla costa, e le stazioni ferroviarie utili sono Tarquinia e Viterbo. Ma i punti di interesse della riserva sono distribuiti su chilometri di campagna e non esiste un trasporto pubblico che li colleghi: senza mezzo proprio si vedono le basiliche, il museo e poco altro.
Quanto tempo serve per visitare la Riserva naturale di Tuscania
Una giornata piena per basiliche, museo e una necropoli. Due giorni per aggiungere una seconda necropoli e una camminata lungo il Marta.
Quali sono le necropoli da vedere
Pian di Mola, con la tomba a casa con portico, la Peschiera con le tombe a dado e la Madonna dell'Olivo con la Grotta della Regina e le tombe dei Curunas. Le altre, da Sasso Pinzuto a Carcarello, sono per chi ha più tempo.
Le necropoli sono sempre aperte
No. La visitabilità cambia nel tempo e alcune aree possono essere chiuse per manutenzione o sicurezza. Conviene telefonare all'ufficio turistico di Tuscania al 328 8872377 prima di partire.
Quanto costa il Museo Archeologico Nazionale di Tuscania
Dal 2025 l'ingresso è a pagamento e la tariffa in vigore si legge sul sito della Direzione regionale Musei nazionali Lazio.
Quali sono gli orari del museo
Tutti i giorni dalle 8.30 alle 19.30, ultimo ingresso alle 19.00, chiuso il lunedì oltre che il primo gennaio e il venticinque dicembre.
Il museo è accessibile in sedia a rotelle
Sì, l'intero percorso è accessibile grazie all'ascensore. Le necropoli invece non offrono percorsi agevolati.
Si possono fare fotografie
Nel museo sì, le fotografie sono consentite. All'aperto, dentro la riserva, non ci sono limitazioni salvo il buon senso: niente droni sopra le aree archeologiche senza le autorizzazioni previste.
La basilica di San Pietro si visita gratis
L'ingresso è libero e l'apertura indicativa è dal martedì alla domenica, 10-13 e 15-17, con variazioni stagionali. Per i gruppi, limitati a quindici persone, serve prenotare.
Che differenza c'è fra San Pietro e Santa Maria Maggiore
Santa Maria Maggiore fu la prima cattedrale della diocesi e sorge alle pendici del colle; San Pietro è in cima, sull'antica acropoli, ed è un complesso fortificato con due torri e il palazzo vescovile. La prima ha il grande Giudizio universale affrescato e il fonte battesimale a immersione, la seconda la cripta a nove navatelle e il pavimento cosmatesco.
La Riserva naturale di Tuscania è adatta ai bambini
Sì, soprattutto per la parte etrusca: le tombe rupestri si capiscono a colpo d'occhio anche a otto anni. Attenzione ai tratti in forra, stretti e scivolosi.
Si può portare il cane
Sì, al guinzaglio, per rispetto della fauna nidificante e degli animali al pascolo. Nei musei valgono i regolamenti dei singoli istituti.
Quando è il periodo migliore per visitare la Riserva naturale di Tuscania
Aprile e maggio, per le fioriture e per il fiume in forza; ottobre e novembre come seconda scelta, con luce bassa e campagna colorata. Luglio e agosto sono i mesi peggiori per il caldo e l'assenza di ombra nelle necropoli.
Si fa il bagno nel fiume Marta
No, non è una meta balneare e non ci sono aree attrezzate. Il fiume qui si guarda e si costeggia: è un habitat tutelato, con specie ittiche di interesse comunitario.
Ci sono sentieri segnati
Esistono percorsi attrezzati con pannelli in alcune aree, come la Macchia della Riserva, trasformata in parco archeologico con itinerario naturalistico. La rete non è capillare come in un parco di montagna: conviene informarsi presso l'ufficio parchi della Provincia.
Che animali si possono vedere
Martin pescatore, pendolino, usignolo di fiume lungo il Marta; allodola, quaglia, ghiandaia marina, calandra e cappellaccia nelle campagne; lodolaio, gheppio e sparviero fra i rapaci; cinghiale, istrice, volpe e moscardino fra i mammiferi.
Che cos'è la sughereta di Tuscania
Un bosco di sughere di circa quaranta ettari a est dell'abitato, tutelato come Sito di Interesse Comunitario, con asfodeli e orchidee spontanee nel sottobosco.
Dove si mangia
In paese, nel centro storico di Tuscania, dove si trovano trattorie e osterie. Dentro la riserva non ci sono punti di ristoro né fontanelle lungo i sentieri: l'acqua ve la portate.
Il terremoto del 1971 ha distrutto i monumenti
Li ha gravemente danneggiati, non distrutti. San Pietro, Santa Maria Maggiore, l'ospedale civile e il ponte sul Marta furono i danni maggiori, con il sessanta per cento degli edifici del paese dichiarato inagibile. I restauri hanno restituito le basiliche.
Serve prenotare per visitare la Riserva naturale di Tuscania
Per l'area protetta no. Per le visite guidate alle necropoli e per i gruppi nelle basiliche sì, tramite l'ufficio turistico di Tuscania.
Si può andare in bicicletta
Le strade poderali e le provinciali secondarie si prestano al cicloturismo su fondo misto, con dislivelli contenuti fra i 30 e i 224 metri. Nelle aree archeologiche e sui sentieri pedonali la bicicletta va condotta a mano.
Qual è il fiume della Riserva naturale di Tuscania
Il Marta, unico emissario del lago di Bolsena, lungo una cinquantina di chilometri, che sfocia nel Tirreno vicino a Tarquinia dopo avere attraversato i comuni di Marta, Tuscania e Tarquinia.
Che cosa si abbina alla Riserva naturale di Tuscania in un fine settimana
Vulci e Tarquinia per la parte etrusca, il lago di Bolsena con Capodimonte e Montefiascone per la parte lacustre, Civita di Bagnoregio e Orvieto per la parte rupestre e medievale. Chi pianifica il viaggio in inglese trova le gite in giornata dalle grandi città italiane raccolte in una guida dedicata.
Il mio consiglio finale
Se dovessi scegliere una sola cosa da salvare della Riserva naturale di Tuscania, non sceglierei il rosone di San Pietro, che pure è magnifico. Sceglierei quella mezz'ora sulla terrazza della Madonna dell'Olivo, la mattina presto, con il Marta che luccica in basso e le facciate delle tombe che escono dalla parete man mano che il sole sale. Lì si capisce che il paesaggio e l'archeologia qui sono la stessa cosa, e che questa riserva non protegge una natura da cartolina ma un pezzo di territorio lavorato dagli uomini per venticinque secoli e non ancora rovinato. Andateci fuori stagione, portatevi il binocolo, e fatevi accompagnare da qualcuno che sappia leggere le pietre. Chi organizza visite per gruppi e aziende può appoggiarsi ai professionisti di TourLeaderPro a Roma; chi vuole i contatti diretti li trova nella pagina dei contatti. Per chi prepara il viaggio in inglese, il punto di partenza è la guida alle destinazioni italiane di ItalyPlanner.
Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.
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