Museo delle arti e tradizioni popolari “Lamberto Loria” – Museo delle Civiltà
L'indirizzo è piazza Guglielmo Marconi 8, quartiere EUR, e il palazzo giusto è quello con il colonnato basso sul lato sud della piazza, non quello di fronte. Si arriva con la metro B, fermata EUR Fermi, cinque minuti a piedi; con gli autobus ATAC delle linee 30, 170, 671, 714 e 791; in automobile trovando quasi sempre posto gratuito nelle vie intorno. Orario da martedì a domenica, dalle 8.00 alle 19.00, ultimo ingresso alle 18.30; chiusura settimanale il lunedì. Biglietto intero 10,00 euro, valido per tutte le sedi del Museo delle Civiltà; agevolato 2,00 euro per i cittadini dell'Unione Europea fra i 18 e i 25 anni; ingresso gratuito sotto i 18 anni, per le persone con disabilità e per il loro accompagnatore, per alcune categorie di studenti, docenti e giornalisti. Esiste una card annuale a 22,00 euro che vale un anno di ingressi illimitati. Ingresso libero per tutti la prima domenica di ogni mese e il 25 aprile. Non serve prenotare per la visita individuale: si paga alla cassa e si sale. La prenotazione è obbligatoria soltanto per gruppi e scolaresche. Il centralino del museo è il +39 06 549521, il numero informazioni al pubblico è il +39 335 7310064, attivo dal martedì al giovedì fra le 9.30 e le 11.30; le visite guidate le gestisce la cooperativa AbIntra, telefono +39 375 8323206 e posta elettronica didatticamuciv@abintra.it.
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✦ Vai all'aperturaMusei Vaticani e Cappella Sistina
Il primo slot della giornata o il tardo pomeriggio. A metà mattina è un nastro trasportatore, e non lo diciamo solo noi.
✦ Il classicoTour a piedi
Roma si capisce camminando. La differenza la fa la guida, non l'itinerario: sono quasi tutti uguali sulla carta.
✦ Prenotazione obbligatoriaGalleria Borghese
Bernini e Caravaggio in due ore contate. Senza prenotazione non si entra, punto.
✦ Va a rubaColosseo, Foro e Palatino
L'ingresso a orario sparisce con giorni di anticipo in alta stagione. La versione con i sotterranei è quella che vale il s...
✦ Poco camminoTour in golf cart
Il centro storico in un paio d'ore senza distruggerti i piedi, e passi dove i pullman non entrano.
✦ Vieni affamatoFood tour
Non è un pranzo: sono sei-otto tappe piccole. Il valore è nei posti in cui non saresti mai entrato da solo.
✦ Dopo le 21Bar hopping e vita notturna
Tre o quattro locali con qualcuno che sa quali sono aperti quella sera. Funziona meglio da soli che in coppia.
✦ Foto garantiteVespa e Ape Calessino
In Ape ti portano loro, in Vespa guidi tu (serve la patente). Due esperienze molto diverse sotto lo stesso nome.
✦ Il più scenograficoTour in sidecar
Il sidecar vintage con conducente: costa più della Vespa, ma è il giro che finisce in tutte le foto.
✦ Si mangia alla fineCorsi di cucina
Pasta a mano e poi ci si siede a tavola. La domanda giusta è quante persone ci sono per postazione.
✦ Anche in cittàDegustazioni di vino
In enoteca in centro o tra le vigne dei Castelli. Due cose diverse: una dura un'ora, l'altra una giornata.
✦ Fuori portaCastelli Romani
Frascati, Castel Gandolfo, il lago di Albano. Un'ora da Roma e sembra un'altra regione.
✦ Patrimonio UNESCOTivoli: Villa d'Este e Villa Adriana
Due ville, due epoche, un solo biglietto mentale: le fontane di Villa d'Este e le rovine imperiali di Adriano.
✦ SottoterraCatacombe e Appia Antica
Chilometri di gallerie sotto la via Appia. Fresche d'estate, e sorprendentemente poco affollate.
✦ Accesso limitatoColosseo: sotterranei e arena
Il piano dove aspettavano gladiatori e belve, e il pavimento dell'arena. Posti contati ogni giorno.
✦ Giornata lungaPompei e Costiera Amalfitana
Da Roma si fa in giornata, ma è una giornata vera: sveglia presto e rientro a sera.
✦ Alta velocitàFirenze in giornata
Un'ora e mezza di treno e sei sotto il Duomo. Si fa, se accetti di vedere tre cose e non dieci.
✦ Terrazza panoramicaCastel Sant'Angelo
Mausoleo, fortezza, prigione e rifugio dei papi. E la terrazza con la vista migliore su San Pietro.
✦ Dopo il tramontoRoma di notte
Le stesse piazze, senza la folla e con le luci giuste. La città cambia completamente.
✦ Libertà di scesaBus hop-on hop-off
Sali e scendi dove vuoi per 24 o 48 ore. Utile il primo giorno, per orientarsi.
✦ MareCapri e Costiera Amalfitana
Da Roma è lunga, ma in due giorni si fa con calma. In giornata solo se accetti di correre.
✦ Centro storicoTrevi, Pantheon e piazze
Il cuore barocco a piedi, più il biglietto del Pantheon che ora serve davvero.
✦ Con i bambiniScuola dei gladiatori
Due ore con la spada di legno in mano, sulla via Appia. Con i ragazzini funziona sempre.
✦ Poco sforzoSegway e monopattino
Copri il doppio del centro senza camminare. Dieci minuti di pratica e ci stai sopra.
✦ MercoledìUdienza papale
Ogni mercoledì, quando il Papa è a Roma. Il biglietto è gratuito ma va ritirato.
✦ Poco affollatoTerme di Caracalla
Muri alti trenta metri e quasi nessuno intorno. Uno dei posti più sottovalutati di Roma.
✦ A 30 minutiOstia Antica
La Pompei di Roma, raggiungibile col treno urbano. Strade, taverne e mosaici, senza folla.
✦ Alta velocitàNapoli e Pompei
Un'ora e dieci di treno. Il centro storico, il museo archeologico e la pizza vera.
✦ Prima dell'aperturaVaticano: ingresso anticipato
Dentro i Musei prima del pubblico. La Sistina quasi vuota è un'altra cosa.
✦ Senza faticaTour in e-bike
Le sette colline con l'assistenza al pedale. L'Appia Antica e il Gianicolo diventano facili.
Un avvertimento che pesa sulla giornata più di qualunque altro: una parte delle sale è interessata da lavori di riallestimento, e il percorso visibile cambia nel corso dell'anno. Chi arriva a Roma da fuori per vedere una sezione precisa, per esempio i presepi o le macchine processionali, faccia una telefonata al museo il giorno prima. Trenta secondi di centralino valgono un'ora di metropolitana. Il piano terra e il primo piano restano comunque aperti e la parte espositiva permanente è ampia; il Salone d'Onore, che è l'ambiente monumentale del palazzo, viene periodicamente occupato dalle mostre temporanee e non è sempre leggibile come sala storica.
Chi vuole inquadrare l'istituto nel suo insieme, con tutte le sue sezioni e le sue due sedi affacciate sulla stessa piazza, trova il quadro generale nella pagina del Museo delle Civiltà; per capire dove ci si trova, e perché questo quartiere ha l'aria che ha, conviene leggere anche la pagina dell'EUR.

Dove si trova il Museo delle Arti e Tradizioni Popolari, e perché quasi tutti sbagliano palazzo
Piazza Guglielmo Marconi ha due palazzi gemelli, uno di fronte all'altro, uniti da un propileo colonnato che attraversa la piazza come una cerniera. Sono talmente simili che l'occhio si arrende: stessa altezza, stesso travertino, stesso ritmo di finestre. Al civico 14, nel Palazzo delle Scienze, sono conservate le collezioni di preistoria e protostoria, quelle africane, americane, asiatiche e oceaniane, i materiali altomedievali, quelli dell'ex Museo Coloniale e le raccolte di paleontologia e lito-mineralogia. Al civico 8, nel Palazzo delle Arti e Tradizioni Popolari, ci sono le collezioni italiane: i carri, i presepi, le macchine processionali, gli strumenti musicali contadini, i burattini, le insegne di bottega.
Questo è l'errore che vedo commettere più spesso da chi accompagno, ed è un errore che costa venti minuti di camminata e un po' di umore. Se cercate il Loria, il vostro numero civico è l'8. Se cercate il cranio di Neandertal e le vetrine di paleolitico, dovete attraversare e andare al 14, dove hanno sede le collezioni che a Roma tutti continuano a chiamare Pigorini. Il biglietto è unico e vale per entrambi, quindi lo sbaglio non costa denaro, costa tempo.
Arrivare al Museo delle Arti e Tradizioni Popolari con la metropolitana
Metro B, direzione Laurentina, fermata EUR Fermi. All'uscita si prende viale Beethoven oppure viale America e si sale verso la piazza: cinque minuti scarsi, marciapiedi larghissimi, pendenza minima che si avverte solo in luglio. La fermata EUR Palasport, quella prima, è altrettanto vicina e ha il vantaggio di far passare davanti al Palazzo dello Sport di Pier Luigi Nervi e al laghetto. Chi viaggia con passeggino o carrozzina scelga EUR Fermi: ascensori, percorso senza gradini fino al portico, attraversamenti semaforici regolari. Una nota che nessuno dice mai: la metro B all'EUR corre in superficie e all'uscita ci si ritrova in un quartiere con proporzioni da capitale immaginaria, non da periferia. Il primo colpo d'occhio è parte della visita.
Arrivare al Museo delle Arti e Tradizioni Popolari con l'autobus
Le linee ATAC che servono la zona sono la 30, la 170, la 671, la 714 e la 791. La 30 è comoda per chi arriva da Piramide e dall'Ostiense, la 714 per chi parte da Termini e da San Giovanni, la 170 per chi si muove dal Testaccio e da Trastevere, la 791 per chi viene dalla Magliana e dalla zona di San Paolo. Nessuna di queste linee ferma esattamente davanti al portone: si scende su viale Europa o su viale della Civiltà del Lavoro e si cammina qualche centinaio di metri. All'EUR le distanze ingannano, perché i portici sono tutti uguali e i marciapiedi sono lunghi il doppio di quanto sembra da una mappa.
In automobile, in bicicletta e con il taxi fino al Museo delle Arti e Tradizioni Popolari
Il parcheggio su strada intorno a piazza Guglielmo Marconi è gratuito nella maggior parte delle vie, e questa nel resto di Roma è una rarità che sfiora il miracolo. Due stalli riservati alle persone con disabilità sono davanti a ciascuno dei due ingressi, al civico 8 e al civico 14. La bicicletta funziona bene: il quartiere è quasi pianeggiante, le carreggiate sono ampie, il traffico nei fine settimana è modesto. Il consiglio da professionista è banale e serve: se venite in automobile, arrivate prima delle 9.30, perché a metà mattina gli uffici della zona hanno già occupato ogni stallo libero. Con il taxi, dite semplicemente Palazzo delle Arti e Tradizioni Popolari, piazza Marconi 8: i tassisti romani conoscono la piazza per l'obelisco, non per il museo.
Orari e biglietti del Museo delle Arti e Tradizioni Popolari
Il museo apre dal martedì alla domenica, dalle 8.00 alle 19.00, con ultimo ingresso alle 18.30. Il lunedì è chiuso. L'apertura alle 8.00 è un'anomalia gentile nel panorama romano, dove quasi tutti alzano la serranda alle 9.00 o alle 9.30: significa che si può fare un'ora piena di visita in un edificio praticamente vuoto, con la luce radente del mattino che entra dalle finestre alte e attraversa le vetrine dei carri. Chi conosce questo museo ci va a quell'ora e non discute.
Quanto costa il biglietto del Museo delle Arti e Tradizioni Popolari
Intero 10,00 euro. Agevolato 2,00 euro per i cittadini dell'Unione Europea di età compresa fra i 18 e i 25 anni compiuti, che è la fascia più maltrattata dai musei italiani e qui invece se la cava con il prezzo di un caffè e un cornetto. Gratuito per i minori di 18 anni, per le persone con disabilità e per chi le accompagna, per gli studenti e i docenti di alcuni indirizzi di studio e per i giornalisti in servizio. Esiste anche un biglietto ridotto a 5,00 euro riservato a chi partecipa ad alcune iniziative del museo e ai possessori di titoli di ingresso delle manifestazioni fieristiche del quartiere. Il punto che conta è un altro: quei dieci euro comprendono anche il palazzo di fronte. Un biglietto, due edifici, circa cinquantamila metri quadrati fra sale e depositi. Chi si limita a un'ala sola sta pagando il doppio senza saperlo.
La card annuale del Museo delle Civiltà e le gratuità
La card annuale costa 22,00 euro e vale dodici mesi di accessi illimitati a tutte le sedi. Fatti i conti, si ripaga alla terza visita. Per chi abita a Roma è la spesa più intelligente che si possa fare qui dentro, e lo dico con un motivo preciso: il percorso delle arti e tradizioni popolari non si esaurisce in una mattina, e con una parte delle sale in movimento conviene tornare a distanza di mesi per vedere che cosa è cambiato. L'ingresso è gratuito per tutti la prima domenica di ogni mese e il 25 aprile. La prima domenica del mese all'EUR non ha nulla della calca dei Fori: si entra, si gira con calma, si esce. È probabilmente la domenica gratuita meglio spesa di Roma, e lo dico dopo averle provate quasi tutte.
Perché al Museo delle Arti e Tradizioni Popolari non si compra il biglietto online
Il museo non ha un canale di vendita online proprio: il biglietto si acquista alla cassa, all'ingresso del palazzo. Chi trova in rete rivenditori che promettono ingressi prioritari o pacchetti salta fila per questo indirizzo diffidi senza esitazione. Qui la coda in pratica non esiste; quando esiste, dura il tempo di due persone davanti a voi e di una signora che cerca il resto nel portafogli. Pagare un sovrapprezzo per evitare una coda che non c'è è il modo più rapido per regalare denaro a un intermediario.
Visite guidate al Museo delle Arti e Tradizioni Popolari, gruppi e scolaresche
Il servizio educativo e le visite guidate sono affidati alla cooperativa AbIntra. Nei fine settimana vengono proposti percorsi guidati per i visitatori singoli al costo di 5,00 euro a persona, con prenotazione da chiudere in anticipo. Per i gruppi fino a venti partecipanti la visita guidata costa 100,00 euro, che diventano 120,00 euro in lingua inglese; i partecipanti oltre il ventesimo pagano una quota individuale di 5,00 o 6,00 euro. Il riferimento telefonico è il +39 375 8323206, attivo dal lunedì al venerdì nella fascia mattutina, e l'indirizzo di posta elettronica è didatticamuciv@abintra.it. Un parere da chi porta gruppi per mestiere: cinque euro per una guida in un museo di questa complessità sono una cifra fuori mercato a vantaggio del visitatore. E qui la guida non è un lusso. Questo è un museo di oggetti muti, attrezzi che nessuno usa più da settant'anni, e senza qualcuno che spieghi a che cosa serviva un correggiato o perché una gramola ha quella forma, il rischio è di attraversare tre sale con la sensazione vaga di aver visto legname.
Accessibilità del Museo delle Arti e Tradizioni Popolari
È uno dei musei più accessibili di Roma, e va detto senza giri di parole perché in città non capita spesso. Ci sono ascensori, servizi igienici attrezzati, sedie a rotelle disponibili gratuitamente al banco dell'accoglienza, due posti auto riservati davanti a ciascuno dei due ingressi. I percorsi tattili con testi in Braille esistono e sono in corso di aggiornamento nell'ambito del piano di eliminazione delle barriere architettoniche che il museo ha pubblicato. Il museo porta avanti anche progetti dedicati alle persone anziane e alle persone con demenza, costruiti sulla memoria degli oggetti quotidiani, che in un museo di cultura materiale funzionano meglio che altrove: una madia, un ferro da stiro a carbone, una culla di legno riaprono ricordi che una tela dipinta non tocca. I pavimenti sono continui, le sale ampie, le distanze fra le vetrine generose. Chi si muove in carrozzina qui gira davvero, senza la fatica che tocca sopportare in molti palazzi storici del centro.
Che cosa conserva il Museo delle Arti e Tradizioni Popolari: i numeri veri
Circa centocinquantamila fra opere e documenti. Cinquecentomila negativi fotografici. Venticinquemila unità fra libri e materiali di biblioteca. Sono cifre che vanno lette con attenzione, perché dicono due cose diverse. La prima è che questo è uno dei più grandi archivi di cultura materiale europea, paragonabile per ambizione ai grandi musei etnografici del Nord. La seconda è che il visitatore ne vedrà sempre e comunque una frazione: le sale espositive del piano terra e del primo piano contengono qualche migliaio di pezzi, il resto è nei depositi, negli archivi fotografici, nei magazzini. Non è un difetto, è la fisiologia di un museo nato per documentare un intero paese prima che sparisse.
La differenza rispetto a un museo d'arte è sostanziale e conviene metterla in chiaro subito. Qui non ci sono capolavori firmati, non ci sono pale d'altare, non c'è un Caravaggio a fare da esca. Ci sono oggetti fatti da mani anonime per essere usati, consumati, riparati e infine buttati. Il loro valore non è nella firma, è nella serie: cento falci di cento paesi diversi raccontano una geografia del lavoro che nessun documento scritto restituisce. Chi entra qui cercando la bellezza singola esce deluso; chi entra cercando di capire come vivevano i propri bisnonni esce con la testa piena.
Le tre aree tematiche del Museo delle Arti e Tradizioni Popolari
Il museo organizza le collezioni in tre grandi aree, e questa suddivisione risale al ripensamento museografico avviato alla fine degli anni Novanta, che sostituì l'impianto regionale del primo allestimento. La prima area si chiama La terra e le risorse e riguarda il rapporto fra le comunità e l'ambiente: trasporti, agricoltura, pastorizia, caccia, pesca, artigianato. La seconda si chiama Vivere e abitare e riguarda la casa, gli arredi, i gesti quotidiani, il ciclo della vita dalla nascita alla morte. La terza si chiama Riti, feste e cerimonie e riguarda la dimensione rituale e festiva: le macchine processionali, i presepi, le maschere, la musica, il teatro di piazza.
La logica è antropologica e non geografica, ed è una scelta che ha una storia. Nel 1956 il museo apriva con un ordinamento per regioni, figlio della Mostra di etnografia italiana del 1911: ogni regione la sua vetrina, ogni vetrina il suo costume. Quell'impianto restituiva un'Italia composta da venti identità distinte, che è esattamente la narrazione che serviva a chi il museo lo aveva voluto. L'ordinamento per temi racconta un'altra cosa: che un pastore abruzzese e un pastore sardo affrontavano gli stessi problemi con soluzioni imparentate, e che le differenze fra le forme sono variazioni su un lessico comune. È una tesi, non una neutralità. Ma è una tesi che regge, e che rende la visita infinitamente più interessante.
La terra e le risorse: la prima area del Museo delle Arti e Tradizioni Popolari
È la sezione più corposa e, per il visitatore che arriva senza preparazione, la più spiazzante. Si entra e ci si trova davanti a carri interi, non a modellini: veicoli veri, con le ruote consumate e la vernice scrostata, che occupano lo spazio come sculture involontarie. Poi cominciano le vetrine degli attrezzi, ed è lì che serve pazienza.
I sistemi di trasporto del Museo delle Arti e Tradizioni Popolari: dalle spalle dell'uomo ai carri siciliani
Il percorso comincia dal modo più antico di spostare le cose, che è portarle addosso. Cercini di stoffa arrotolata per reggere il peso sulla testa, bisacce, gerle, portantine per la schiena: oggetti poverissimi, quasi sempre autoprodotti, che segnano il limite fisico di un'economia. Poi il trasporto con gli animali da soma: basti, imbottiture, uncini di legno per agganciare i carichi, finimenti. Poi la trazione: slitte da neve e slitte da terra, che nell'Italia appenninica si usavano anche d'estate sulle pendenze impossibili, e infine i carri.
I carri agricoli toscani ed emiliani sono decorati con una sobrietà che inganna: intagli sulle sponde, ferramenta lavorata, colori spenti dal tempo. Il carretto da vino romano ha la cappotta a soffietto, quella struttura semicircolare di tela e centine che serviva al carrettiere per ripararsi durante i viaggi notturni dai Castelli verso la città, e che chi ha visto un film di ambientazione romana degli anni Cinquanta riconosce all'istante. C'è un biroccio marchigiano. E poi ci sono i carretti siciliani, che sono un capitolo a parte.
Il museo ne conserva due, uno di area catanese e uno di area palermitana, e la differenza fra i due tipi è una lezione di antropologia in cinque minuti. Il carretto catanese ha le sponde più alte e la decorazione a riquadri; quello palermitano ha una struttura più leggera e le tavole dipinte con scene continue. Sui fianchi sono dipinti episodi della Gerusalemme liberata di Torquato Tasso e del ciclo carolingio: Orlando, Rinaldo, Angelica, i paladini di Francia. Un carrettiere analfabeta portava a spasso per la Sicilia, su un mezzo da lavoro, le stesse storie che i pupari recitavano nei teatrini e che i cantastorie cantavano nelle piazze. La letteratura cavalleresca era arrivata al popolo per via orale e vi era rimasta per secoli, mentre nelle case dei signori Tasso lo si leggeva stampato. Se dovessi indicare un solo oggetto che riassume il senso di questo museo, indicherei un carretto siciliano.
Il lavoro agricolo al Museo delle Arti e Tradizioni Popolari: aratri, falci, correggiati
Le vetrine dell'agricoltura seguono il ciclo dell'anno e non l'ordine alfabetico, ed è la scelta giusta. Si comincia dall'aratura, con una serie di aratri di legno a chiodo e a orecchio che nella loro forma essenziale non erano cambiati dall'antichità: un ceppo, un vomere, una stiva. Chi ha in mente le rappresentazioni di aratura nei rilievi romani riconosce lo stesso oggetto. Poi la semina, con i seminatoi a mano e i sacchi a tracolla. Poi la mietitura, con le falci messorie e i falcetti dentati, e con gli oggetti che quasi nessuno si aspetta: le cannucce di protezione per le dita, infilate sulla mano sinistra per non tagliarsi mentre si afferravano gli steli. Dettagli così dicono più di un trattato sulle condizioni del lavoro contadino.
La trebbiatura è documentata dai correggiati, quei bastoni articolati con cui si batteva il grano sull'aia, e dalle forche e dai ventilabri di legno per separare la pula. La macinatura è raccontata attraverso modellini di mulini idraulici, che sono fra i pezzi più affascinanti della sezione perché mostrano il meccanismo intero, ruota, albero, palmenti, in scala. La panificazione occupa una vetrina piena di setacci, madie, palette da forno e di quei cucchiai sardi intagliati che sono al confine fra utensile e scultura. Poi la vite e l'olivo, con torchi, orci, imbuti, misure; e infine la canapa e il lino, con le gramole, i pettini da cardare, le maciulle. La lavorazione della canapa nell'Italia settentrionale è stata per secoli un'industria diffusa che oggi nessuno ricorda: quelle macchine di legno sono quel che resta di un'economia intera.
Un'opinione netta, perché la devo: questa è la sezione che i visitatori attraversano più in fretta ed è quella dove si impara di più. Chi salta gli aratri per correre ai presepi si comporta come chi entra agli Uffizi e va diritto alla Venere saltando i primitivi. Legittimo, ma miope.
Il lavoro pastorale e la transumanza
La sezione pastorale è una delle più ricche e riguarda un mondo che in Italia è finito da poco, molto più di recente di quanto si creda. Ci sono timbri a fuoco per marcare gli animali, collari con campanacci di diverse taglie e diversi timbri sonori, forbici da tosa, unguenti, corni per il sale. C'è la parte dedicata al latte: zangole per il burro, fiscelle di giunco per la ricotta, stampi da burro intagliati con rosette e stelle, caldaie di rame. E c'è la transumanza, documentata dai basti per muli e asini, dalle attrezzature degli stazzi, dagli oggetti dell'alpeggio.
La transumanza abruzzese, quella che portava le greggi dal Gran Sasso al Tavoliere lungo i tratturi, è stata riconosciuta come patrimonio culturale immateriale dell'umanità, e osservare qui gli oggetti che la rendevano possibile aiuta a capire che cosa fosse davvero: non una passeggiata pastorale ma un sistema economico regolato da leggi, dogane, pedaggi, un'organizzazione che il Regno di Napoli amministrava con un ufficio apposito. Gli oggetti nella vetrina sono l'attrezzatura di un'impresa, non il folklore di una cartolina.
Le pratiche venatorie e il lavoro marinaro
La caccia occupa uno spazio più piccolo ma denso: fucili ad accensione con pietra focaia, fiaschette da polvere in corno inciso, coltelli calabresi e siciliani con il manico decorato, reti, lacci, trappole per uccelli, richiami e fischietti di terracotta. Sono oggetti che raccontano una caccia di sussistenza, non sportiva, e che spiegano perché in tante zone d'Italia la fauna selvatica minore sia stata spazzata via ben prima dell'agricoltura industriale.
Il lavoro marinaro è la sezione che sorprende chi arriva pensando a un museo di contadini. Ci sono modellini di imbarcazioni provenienti dalla raccolta messa insieme da Loria: zattere fluviali, bragozzi adriatici, lancette, paranze, barche da pesca costiera. Sono documentate le vele, la vela latina e la vela al terzo, con le loro geometrie diverse. Ci sono nasse, reti, fiocine, ami, galleggianti di sughero. E poi c'è la gondola.
La gondola conservata al museo fu costruita a Venezia sul finire dell'Ottocento in occasione di una visita in città della regina Margherita, ed è stata restaurata nello squero Tramontin, uno dei pochi cantieri veneziani che ancora costruivano gondole con i metodi tradizionali. Accanto è esposto un modello di squero, che mostra il cantiere con le sue lavorazioni e i suoi mestieri. Vedere una gondola dentro un museo, fuori dall'acqua, sotto una luce artificiale, produce un effetto strano: si notano le asimmetrie dello scafo, che in laguna nessuno guarda perché la barca si vede solo galleggiante e in movimento. La gondola è asimmetrica per costruzione, perché deve compensare la spinta di un remo unico su un solo lato. A secco, questa stortura calcolata diventa evidente e quasi comica.
Il lavoro artigianale: legno, fibre, terracotta, metalli, pietra
La sezione dell'artigianato è ordinata per materia prima, e questa scelta permette di confrontare direttamente soluzioni tecniche di regioni lontanissime. Il legno, con manici, recipienti scavati nel massello, oggetti decorati a intaglio e a pirografia. Le fibre vegetali, con ceste, gerle, canestri e i grandi recipienti intrecciati sardi, che nella loro geometria a spirale sono oggetti di rara eleganza. La terracotta, con vasellame da cucina e da dispensa proveniente dai centri di produzione liguri, veneti e marchigiani. I metalli, ferro battuto, rame, bronzo, provenienti dai centri specializzati come la Valcamonica per il ferro e Agnone per il bronzo delle campane. La pietra, con macine, mortai e gli oggetti in alabastro di Volterra. E poi le materie che sfuggono a ogni classificazione: le zucche essiccate e incise della Sardegna, usate come contenitori e come strumenti musicali, il corno, il sughero.
Filare e tessere: il lavoro delle donne
Arcolai, filatoi, rocche, fusi, telai a mano, spole, pettini: la sezione tessile raccoglie oggetti databili in gran parte fra Ottocento e primo Novecento e documenta un'attività che nella divisione del lavoro tradizionale era quasi interamente femminile. Filare era il gesto che riempiva le ore morte: si filava camminando, si filava sorvegliando il gregge, si filava la sera. Le rocche e i fusi conservati qui portano spesso decorazioni incise, iniziali, date: erano regali di fidanzamento, e la loro cura non era ornamento ma dichiarazione. Un pastore che intagliava per mesi una rocca da regalare a una ragazza stava scrivendo una lettera d'amore in una lingua che non sapeva scrivere. Le fibre lavorate sono canapa, lino, lana e cotone, e la loro distribuzione geografica ricalca esattamente la geografia agricola del paese.
Botteghe e insegne dei mestieri al Museo delle Arti e Tradizioni Popolari
Questa è la vetrina che diverte di più, ed è anche una piccola storia della comunicazione visiva in un paese di analfabeti. Le insegne di bottega dovevano parlare a chi non sapeva leggere, quindi mostravano la cosa. L'insegna di un orafo è una luna o un cuore sbalzato in lamina; quella di una farmacia veneziana del Settecento porta il serpente, simbolo antichissimo dell'arte medica; quella di un tabaccaio piemontese esibisce la foglia. C'è una catinella da barba in peltro di area veronese, con l'incavo semicircolare per il collo del cliente, oggetto che nella pittura fiamminga è un attributo iconografico e qui è semplicemente un attrezzo. Ci sono le insegne dipinte dei cocomerai fiorentini, con fette di anguria di un rosso che non ha perso un grammo di intensità. E c'è il banchetto di un acquaiolo palermitano, il chiosco portatile di chi vendeva acqua e sale d'estate, un mestiere che è sopravvissuto in Sicilia fino a pochi decenni fa e che oggi sembra provenire da un altro pianeta.
Vivere e abitare: la casa italiana prima dell'Italia
La seconda area del percorso lascia il lavoro ed entra nello spazio domestico. Si apre con i modelli delle tipologie abitative, che sono il modo più rapido per capire quanto poco senso abbia parlare di casa italiana al singolare.
Le tipologie abitative del Museo delle Arti e Tradizioni Popolari: la casa trentina, la casa colonica, i trulli
Il modello della casa trentina mostra quello che gli studiosi chiamano polimorfismo delle dimore alpine: una costruzione che mescola la tradizione latina della muratura e quella germanica del legno, con il pianterreno prevalentemente in pietra, i piani superiori in tavole, la copertura in origine di paglia e poi di scandole, i ballatoi e i poggioli sui lati esterni, e al centro di tutto la stube, la grande stufa in muratura che riscaldava la stanza principale e attorno alla quale si organizzava la vita invernale. La casa colonica dell'Italia centrale è l'esatto contrario: un unico corpo in muratura a due piani, tetto a due spioventi poco inclinati coperto di coppi, con l'abitazione e il rustico che possono essere giustapposti oppure sovrapposti, con la stalla al pianterreno che riscaldava dal basso le camere. Ci sono anche i plastici di altre forme abitative, fra cui i trulli pugliesi con la loro copertura a pseudocupola in pietra a secco.
Il punto interessante non è la varietà pittoresca. È che ciascuna di queste soluzioni risolve un problema climatico, economico e giuridico preciso: la stalla sotto la camera perché il calore animale è gratuito; il tetto di scandole perché il legno c'è e la calce no; la pietra a secco perché la tassa sugli edifici colpiva le costruzioni con malta. L'architettura popolare non è ingenua, è ottimizzata. Chi la guarda come pittoresco perde tutto.
Arredi, ceramiche e gesti quotidiani
Le vetrine successive raccolgono l'attrezzatura della casa: madie, cassapanche, sedie impagliate, lucerne, scaldini, ferri da stiro a carbone, mestoli, taglieri, forme da formaggio, misure per il grano. C'è una notevole raccolta di ceramica popolare da mensa e da dispensa: la produzione di Caltagirone, con i suoi verdi e i suoi gialli, quella di Grottaglie, quella laziale e umbra. Sono oggetti d'uso, spesso scheggiati, e il fatto che siano scheggiati fa parte della loro documentazione: un piatto integro in un museo etnografico è quasi sempre un piatto che non è mai stato usato.
La categoria dei gesti quotidiani, che il museo tratta esplicitamente, è la parte concettualmente più moderna dell'allestimento. Non conta soltanto l'oggetto, conta il movimento del corpo che lo accompagnava: come si impastava, come si trasportava l'acqua, come si dormiva in una casa di una stanza sola dove dormivano in sei. Gli oggetti da soli non lo dicono; le fotografie dell'archivio del museo, quando vengono esposte, sì.
Il ciclo della vita: nascere, sposarsi, morire
La sezione del ciclo della vita raccoglie culle, girelli, fasce, vestitini e giocattoli per l'infanzia; poi il corredo, gli abiti nuziali regionali, le cassapanche da sposa, i gioielli; poi gli oggetti del lutto, i costumi neri, i turiboli, i segni della morte domestica. È una sequenza che in poche vetrine copre l'intera esistenza di una persona, ed è forse il punto in cui il museo colpisce più duro senza volerlo.
Le fasciature per neonati meritano una sosta. Fasciare strettamente il bambino per mesi era pratica diffusa in tutta Italia, motivata con la convinzione che le membra crescessero storte se lasciate libere; i pediatri l'hanno combattuta per decenni. Vedere le fasce vere, con la loro larghezza e la loro lunghezza, spiega in dieci secondi quello che un saggio di storia dell'infanzia spiega in cinquanta pagine. Anche gli amuleti da culla appartengono a questa zona: coralli, mani di corallo contro il malocchio, medagliette, denti di animale montati in argento. La protezione magica dell'infanzia era un sistema coerente, non una superstizione episodica.
Amuleti, talismani e la protezione dal male
Il museo conserva una raccolta di amuleti e talismani di notevole ampiezza: pendenti d'argento, corni, mani in figa, campanelli, sacchetti di erbe contro la paura, protezioni per i cavalli e per le barche. La struttura è sempre la stessa: qualcosa di appuntito o di sonoro o di odoroso posto fra il corpo e il pericolo. Chi si aspetta di trovare qui un pittoresco meridionale sbaglia geografia: gli amuleti vengono da tutta la penisola, comprese le valli alpine. La protezione magica non era una specialità del Sud, era la medicina preventiva di un paese senza medicina.
Riti, feste e cerimonie: la parte spettacolare del Museo delle Arti e Tradizioni Popolari
La terza area è quella che il pubblico ricorda, ed è giusto che sia così, perché contiene oggetti che nessun altro museo italiano espone insieme. Qui la cultura materiale si fa scenografia.
I presepi del Museo delle Arti e Tradizioni Popolari: oltre mille figure, e la ragione principale per salire all'EUR
Il museo conserva oltre mille figure presepiali provenienti da varie regioni italiane. Il nucleo più prezioso è quello napoletano, con pastori databili fra il Seicento e l'Ottocento e una concentrazione straordinaria nel Settecento, che è il secolo d'oro del presepe napoletano. Sono esposti due grandi presepi con pastori napoletani e un presepe marchigiano del Settecento, oltre a materiali di altre scuole.
Il presepe napoletano settecentesco non è un oggetto devozionale semplice, ed è qui che serve un poco di contesto. Le figure hanno il corpo costruito con un'anima di fil di ferro e stoppa, che permette di articolare la posa, e testa, mani e piedi in terracotta dipinta; gli occhi sono spesso di vetro. Gli abiti sono in tessuto vero, cuciti in scala, e gli accessori in miniatura, dai cesti di frutta ai finimenti degli animali, uscivano dalle stesse botteghe artigiane che rifornivano la città. Chi li modellava non era un devoto anonimo: erano scultori di professione, e alcuni nomi sono documentati nella letteratura specialistica napoletana.
Il museo definisce il presepe un paradiso dei contrasti, e la formula è esatta. Dentro la stessa scena convivono la Natività e l'osteria, gli angeli e i venditori di pesce, il sacro e il mercato, i pellegrini e i nani, gli storpi e i musicanti. Il presepe napoletano è la rappresentazione di una città intera che si mette in scena mentre assiste a un miracolo, ed è probabilmente il più grande documento visivo che possediamo sulla vita quotidiana di Napoli nel secolo dei Borbone. Chi vuole vedere altre raccolte presepiali romane trova la pagina del Museo internazionale del presepio, che ragiona su una scala diversa e più internazionale.
La mia opinione, e non è tenera: la sezione presepiale di questo museo vale il viaggio da sola e per gran parte dell'anno viene visitata da quattro persone in croce, mentre a dicembre mezza Roma va in coda a vedere presepi che sono un decimo di questo. Andateci in maggio. Le figure sono le stesse e non c'è nessuno.
Le macchine processionali del Museo delle Arti e Tradizioni Popolari: Gubbio, Viterbo, Nola, Palmi, Palermo
Il museo possiede ed espone modelli delle più importanti macchine processionali italiane, e questo è un punto in cui bisogna essere precisi per non ingannare nessuno: si tratta di modelli in scala e di parti, non degli oggetti originali che sfilano nelle città. Gli originali sono e restano nelle loro città, e la maggior parte di essi si vede una notte all'anno.
Ci sono i Ceri di Gubbio, i tre enormi prismi di legno che il 15 maggio di ogni anno vengono portati di corsa su per il monte Ingino da centinaia di uomini, con sant'Ubaldo, san Giorgio e sant'Antonio in cima. C'è una parte della Macchina di Santa Rosa di Viterbo, la torre luminosa alta trenta metri che il 3 settembre un centinaio di facchini porta a spalla per le vie della città, un'impresa che ha ammazzato più di un uomo nei secoli. Ci sono i Gigli di Nola, gli obelischi di legno e cartapesta che sfilano a giugno con le orchestrine issate sulla base. C'è la Varia di Palmi, in Calabria. C'è il modello del Carro di Santa Rosalia di Palermo, il gigantesco carro trionfale del Festino di luglio, e il Cereo di Catania. Il museo conserva anche la macchina del grano di Foglianise, nel beneventano, costruita con spighe intrecciate.
Nel 2013 la rete delle grandi macchine a spalla italiane, che comprende Gubbio, Viterbo, Nola e Palmi, è stata iscritta nella lista rappresentativa del patrimonio culturale immateriale dell'umanità dell'UNESCO. Questa sala è quindi l'unico luogo al mondo dove si possono osservare insieme, in un pomeriggio, quattro tradizioni che nella realtà si svolgono a mille chilometri di distanza e in mesi diversi. È una concentrazione che nessun viaggio potrebbe riprodurre.
Il tempo della festa: maschere, carnevali, Commedia dell'Arte
Accanto alle macchine, la sezione dedicata al calendario festivo. Il pezzo più singolare sono le dodici maschere del Corteo dei mesi di San Sosti, in provincia di Cosenza: dodici figure che personificano i mesi dell'anno e che sfilavano portando gli attributi delle attività stagionali. Una processione calendariale di questo tipo ha radici che gli studiosi rintracciano nelle rappresentazioni medievali dei mesi, quelle scolpite nei portali delle cattedrali romaniche, e vederle qui sotto forma di maschere popolari calabresi crea un cortocircuito storico che vale da solo la sala.
Ci sono poi le maschere della Commedia dell'Arte, Arlecchino, Pulcinella, Pantalone, il Capitano, e i materiali dei carnevali regionali. La Commedia dell'Arte in un museo etnografico ha una sua ragione: quelle maschere nascono nel teatro professionale del Cinquecento ma scendono rapidamente nella cultura popolare e vi restano, trasformandosi in figure del carnevale di paese. Il percorso fra alto e basso, in Italia, è quasi sempre a doppio senso.
Il suono della tradizione: gli strumenti musicali popolari
La raccolta di strumenti musicali popolari copre soprattutto il periodo fra la fine dell'Ottocento e i primi decenni del Novecento, con una prevalenza di provenienze meridionali e insulari, ed è ordinata secondo la classificazione organologica canonica, quella che divide gli strumenti in quattro famiglie a seconda di che cosa produce il suono.
Gli idiofoni sono quelli in cui vibra il corpo stesso dello strumento: triccheballacche, raganelle, scacciapensieri, campanacci, nacchere. I membranofoni sono quelli con la pelle tesa: tamburelli di ogni misura, tamburi a frizione come la putipù. Gli aerofoni sono quelli in cui vibra l'aria: flauti di canna, ocarine di terracotta, ciaramelle, zampogne, fisarmoniche. I cordofoni sono quelli a corda: chitarra battente, mandolini, mandole, salteri, colascioni. Il tamburello del Salento esposto in questa vetrina non è un souvenir: è lo strumento della terapia coreutico-musicale del tarantismo, e il museo conserva gli archivi sonori che documentano quelle sedute.
Giochi e spettacoli di piazza: burattini, marionette, pupi
La sezione del teatro di figura raccoglie burattini, marionette e pupi siciliani, con i loro teatrini ambulanti smontabili, i fondali dipinti, le armature di ottone dei paladini. I pupi siciliani sono la versione teatrale delle stesse storie dipinte sui carretti: la Chanson de Roland arrivata in Sicilia attraverso i normanni e gli angioini, rimasta viva per otto secoli come repertorio popolare, rappresentata sera dopo sera in cicli che potevano durare un anno intero. Anche l'Opera dei Pupi è nella lista UNESCO del patrimonio immateriale, iscritta nel 2008 dopo la proclamazione del 2001.
Sono esposti anche burattini di tradizione romana e teatrini a baracca. Il burattino, mosso dalla mano dentro il corpo, e la marionetta, mossa dall'alto con i fili, appartengono a due mestieri diversi e a due circuiti sociali diversi: il burattinaio lavorava nelle piazze e nelle fiere, il marionettista in sale al chiuso e a pagamento. Chi porta bambini, sappia che questa è la sala dove si fermano più a lungo e dove fanno le domande migliori.
Le sale che cambiano al Museo delle Arti e Tradizioni Popolari: Sala Lamberto Loria, Sala dossier, Sala delle colonne
Tre ambienti del museo hanno funzione variabile e non sempre sono accessibili con gli stessi contenuti. La Sala Lamberto Loria ospita mostre temporanee. La Sala dossier ospita esposizioni tematiche di breve durata costruite con materiali che escono dai depositi, ed è lo spazio dove il museo mostra quello che normalmente non si vede: è l'ambiente che consiglio di controllare per primo, perché è quello che cambia. La Sala delle colonne conserva ceramiche, in prevalenza di Grottaglie, fra cui i celebri pomi decorativi che in Puglia si mettevano sui pilastrini dei balconi e dei terrazzi, oggetti a metà fra scultura e parafulmine simbolico.
L'edificio: il Palazzo delle Arti e Tradizioni Popolari
Il palazzo che ospita il museo fu progettato nel 1938 dagli architetti Massimo Castellazzi, Pietro Morresi e Annibale Vitellozzi, nell'ambito del piano per l'Esposizione Universale di Roma del 1942, la manifestazione che diede il nome al quartiere e che non si tenne mai a causa della guerra. La piazza si chiamava allora piazza Imperiale; il nome attuale, dedicato a Guglielmo Marconi, arrivò dopo, insieme all'obelisco di marmo che ne occupa il centro. L'impianto urbanistico generale era diretto da Marcello Piacentini. Il palazzo di fronte, il Palazzo delle Scienze, fu costruito fra il 1938 e il 1943 su progetto di Luigi Brusa, Gino Cancellotti, Eugenio Montuori e Alfredo Scalpelli.
Vale la pena osservare l'edificio dall'esterno prima di entrare, e senza fretta. La facciata è scandita da un ordine gigante di pilastri in travertino, la massa è compatta, la simmetria assoluta. È architettura di regime, ed è inutile girarci intorno: questi palazzi furono costruiti per rappresentare un'idea di potenza. Detto questo, la qualità costruttiva è alta e il rapporto con lo spazio urbano funziona ancora, il che spiega perché l'EUR sia diventato per i registi il set naturale di ogni film che voglia raccontare l'alienazione moderna. Chi vuole approfondire l'urbanistica del quartiere trova materia nelle pagine del Colosseo Quadrato e del Palazzo dei Congressi.
I due mosaici del Museo delle Arti e Tradizioni Popolari: Prampolini e Depero, uno di fronte all'altro
Questo è il pezzo di arte pubblica più notevole della piazza e si vede gratis, senza biglietto, semplicemente attraversando il propileo colonnato che collega i due palazzi.
Sul Palazzo delle Arti e Tradizioni Popolari si trova il mosaico Le corporazioni di Enrico Prampolini, realizzato nel 1942. Prampolini, nato a Modena nel 1894 e morto a Roma nel 1956, era uno dei protagonisti del secondo futurismo, teorico dell'aeropittura e scenografo di livello internazionale, con una carriera che aveva toccato Parigi e le avanguardie europee. Il mosaico presenta quattro figure antropomorfe che simboleggiano il Credito, il Commercio, l'Industria e l'Agricoltura, risolte con una geometria essenziale e un cromatismo controllato che tradisce l'esperienza astratta dell'autore.
Di fronte, sul Palazzo delle Scienze, c'è il mosaico Le professioni e le arti di Fortunato Depero, anch'esso del 1942. Depero, nato a Fondo in Trentino nel 1892 e morto a Rovereto nel 1960, è il futurista che più di ogni altro ha inciso sull'immaginario grafico italiano, l'uomo del Bitter Campari e della pubblicità come arte totale. Il suo mosaico ha una vitalità meccanica, figure squadrate e colori accesi, e il confronto diretto fra i due mosaici, a poche decine di metri l'uno dall'altro, è la lezione di storia dell'arte più economica di Roma.
Il consiglio pratico: guardateli col sole alto, fra le undici e le quindici, perché il mosaico ha bisogno di luce diretta per restituire la vibrazione delle tessere. In una giornata grigia si vede la metà. E guardateli da lontano prima che da vicino, perché entrambi sono composti per essere letti a venti metri.
Il bassorilievo di Amerigo Tot e il pavimento mai eseguito
All'interno, il portale di accesso al Salone d'Onore è decorato dal bassorilievo in marmo Elementi caratteristici del folklore di Amerigo Tot, scultore ungherese naturalizzato italiano, nato a Fehérvárcsurgó nel 1909 e morto a Roma nel 1984. Tot è un personaggio che merita due parole: formatosi al Bauhaus e poi trasferitosi in Italia, firmò il grande fregio della facciata della stazione Termini verso via Giolitti e, con un salto di registro che ha del romanzesco, recitò la parte di Michael Corleone senior nel Padrino parte seconda di Francis Ford Coppola. La sua opera qui è misurata, quasi grafica, e passa inosservata alla maggioranza dei visitatori che le camminano sotto.
L'atrio doveva avere anche un pavimento in marmi intarsiati raffigurante costumi, maschere e altri elementi decorativi, commissionato al pittore Ferruccio Scattola, veneziano, vissuto fra il 1873 e il 1950. Quel pavimento non fu mai eseguito. È una delle molte incompiutezze che questo palazzo porta addosso, e conoscerle rende la visita più intelligente: si cammina dentro un edificio che è insieme un progetto interrotto e un contenitore riutilizzato.
Gli affreschi del Salone d'Onore
Il ciclo di affreschi del Salone d'Onore fu ideato sotto la direzione artistica di Cipriano Efisio Oppo, pittore e organizzatore culturale che fu il regista delle arti figurative nell'Esposizione del 1942, e realizzato fra il 1940 e il 1942 da un gruppo di pittori chiamati a raffigurare scene della vita tradizionale italiana. Molti riquadri rimasero incompiuti a causa della guerra, e questa incompiutezza è oggi parte del documento.
Sulla parete d'ingresso si trovano La battitura del grano di Domenico Colao, La sagra degli osei in Friuli a Sacile di Mario Varagnolo, la Cerimonia nuziale in Sardegna di Nino Bertoletti, rimasta incompiuta, il Funerale in Puglia a Lucera di Emanuele Cavalli e Il bue di san Zopito in Abruzzo a Loreto Aprutino di Tommaso Cascella. Sulla parete di fondo ci sono La benedizione della barca di Antonio Barrera, Il trasporto del mosto in Romagna di Garibaldo Guberti, la Processione nel Lazio ad Anticoli Corrado di Orazio Amato, anch'essa incompiuta, e La mattanza dei tonni di Pietro Barillà. L'affresco dedicato alla processione per sant'Efisio in Sardegna, che era stato assegnato a Mario Gambetta, non fu mai realizzato: al suo posto è stato collocato un cartone attribuito a Filippo Figari.
Guardare questo ciclo oggi è un esercizio che consiglio a chi ha il gusto della storia culturale. Sono immagini di feste, funerali, lavori e processioni dipinte in pieno regime da artisti che appartenevano ad ambienti diversissimi fra loro, alcuni vicini alla Scuola Romana, altri no. La committenza voleva un'Italia rurale, unita e senza conflitti; i pittori, chi più chi meno, hanno dipinto quello che sapevano dipingere. Il risultato è ambiguo e per questo interessante. Il Salone d'Onore è però anche lo spazio delle mostre temporanee del museo, e capita che gli allestimenti coprano parzialmente la lettura delle pareti.
La storia del Museo delle Arti e Tradizioni Popolari, in ordine
La vicenda di questo museo è lunga più di un secolo e attraversa tutte le fasi della storia italiana contemporanea, dal positivismo di fine Ottocento alla museografia critica di oggi. Conoscerla cambia il modo in cui si guardano le vetrine.
1881: Pigorini chiede una sezione italiana, il ministero dice di no
Nel 1881 Luigi Pigorini, direttore del Regio Museo Preistorico Etnografico, chiese al ministero di poter aprire una sezione dedicata a documentare quello che le popolazioni contadine italiane avevano ancora di specifico. La richiesta fu respinta. Vale la pena fermarsi un momento su questa data. Nell'Italia unita da vent'anni, l'etnografia era considerata una disciplina da applicare alle colonie e ai popoli lontani, non ai propri concittadini: guardare i contadini italiani con gli strumenti dell'antropologia sembrava, agli occhi di molti, una diminuzione della dignità nazionale. Ci vorrà un quarto di secolo perché quell'idea cambi.
1905-1906: Lamberto Loria capisce che il campo di ricerca è in Italia
Lamberto Loria era nato ad Alessandria d'Egitto il 12 febbraio 1855 da famiglia ebraica livornese, si era laureato in matematica a Pisa nel 1881 e aveva passato vent'anni in viaggio. Nel 1883 aveva percorso Svezia, Norvegia, Finlandia, Russia e Turkestan raccogliendo oggetti. Fra il 1888 e il 1890 aveva compiuto la prima spedizione in Nuova Guinea, esplorando la costa sudorientale, l'arcipelago delle Entrecasteaux e le isole Trobriand; fra il 1891 e il 1897 vi era tornato per una permanenza lunghissima. Nel 1905 e 1906 era in Eritrea, da dove riportò circa milletrecento oggetti etnografici destinati al museo di antropologia di Firenze.
Fu al ritorno da quella missione che maturò la sua idea decisiva: che il materiale da salvare non fosse in Nuova Guinea ma in Italia, e che la cultura contadina italiana stesse scomparendo sotto i colpi dell'industrializzazione senza che nessuno la documentasse. Nel settembre del 1906 aprì a Firenze il primo Museo di Etnografia Italiana, con la collaborazione di Aldobrandino Mochi, Alessandro D'Ancona, Francesco Baldasseroni, Giuseppe Pitrè e Raffaele Corso. La raccolta partì da circa duemila oggetti e in due anni ne contava cinquemila.
Un giudizio personale su Loria: era un uomo di talento organizzativo formidabile e di ideologia discutibile, come quasi tutti i fondatori di musei etnografici della sua generazione. Riteneva che lo studio del folklore avesse un alto valore civile e servisse a rafforzare l'identità nazionale. Quel programma oggi non regge, ma senza quel programma nessuno avrebbe raccolto quello che vediamo. La storia dei musei è piena di queste contraddizioni e vale la pena guardarle in faccia invece di ripulirle.
1911: l'Esposizione Internazionale e i quattordici padiglioni regionali
Nel 1911, per il cinquantenario dell'Unità d'Italia, si tenne l'Esposizione Internazionale, distribuita fra Roma, Torino e Firenze. A Roma, nell'area di piazza d'Armi, fu allestita la Mostra di etnografia italiana, con quattordici padiglioni regionali costruiti riproducendo tipologie architettoniche popolari e con circa quaranta gruppi etnografici, cioè scene abitate da persone vere in costume. La raccolta era arrivata a superare i trentamila oggetti. Nell'ottobre di quell'anno si riunì a Roma il primo Congresso di Etnografia Italiana. Loria aveva fondato l'anno prima la Società di Etnografia Italiana e nel 1912 avviò la rivista Lares, che esiste ancora ed è la più antica rivista italiana di studi demoetnoantropologici.
Quella mostra fu un successo di pubblico enorme e un capolavoro di ambiguità. Metteva in scena un'Italia di venti anime che si riconosceva in una nazione sola; costruiva la diversità regionale come spettacolo e nello stesso tempo la archiviava come passato. Gli oggetti raccolti in quella occasione sono il cuore delle collezioni che oggi si vedono al civico 8, e l'ordinamento per regioni del primo allestimento del museo derivava direttamente da lì.
1913-1943: il decreto, le casse, la bomba su Tivoli
Lamberto Loria morì improvvisamente nella sua casa di Roma nell'aprile del 1913, a cinquantotto anni, prima di vedere realizzato il museo che aveva progettato. La Grande Guerra bloccò tutto. Il museo nacque formalmente con il Regio Decreto del 10 settembre 1923, numero 2111, come Museo di Etnografia Italiana, ma senza una sede espositiva: le collezioni restarono per decenni imballate, spostate da un magazzino all'altro.
Nel 1936, con la progettazione dell'Esposizione Universale del 1942, fu individuata la sede definitiva all'EUR e nel 1939 si tenne la Mostra delle Arti e Tradizioni Popolari. Poi la guerra. Le casse con le collezioni furono trasferite per sicurezza a Villa d'Este a Tivoli, e nel bombardamento del 1943 subirono danni. Quanto sia andato perduto in quella occasione è materia di studio; il fatto che una parte consistente si sia salvata dipende dall'imballaggio e dalla fortuna. Chi cammina fra le vetrine farebbe bene a tenerlo presente: molti di questi oggetti hanno attraversato due guerre dentro una cassa.
1954, 1956, 2016: le tre date che contano
Nel 1954 lo Stato ottenne in concessione il palazzo dell'EUR. Il Museo nazionale delle arti e tradizioni popolari fu inaugurato il 20 aprile 1956 e aperto regolarmente al pubblico l'anno successivo, con un ordinamento per regioni curato dal folclorista Paolo Toschi. Dalla fine degli anni Novanta è stato progressivamente introdotto il nuovo percorso per temi che si vede oggi. Nel settembre 2016, con la riforma dei musei statali, l'istituto ha perso l'autonomia ed è confluito nel Museo delle Civiltà insieme alle collezioni preistoriche ed etnografiche del Pigorini, a quelle del Museo nazionale d'Arte Orientale Giuseppe Tucci e al Museo dell'Alto Medioevo, a cui si sono aggiunte le raccolte dell'ex Museo Coloniale e quelle di paleontologia e lito-mineralogia provenienti dall'ISPRA.
Una curiosità onomastica che quasi nessuno conosce: la dedica a Lamberto Loria, con cui il museo è universalmente noto, non risulta mai formalizzata da un decreto. È un nome d'uso consolidato, adottato dall'istituzione e dalla letteratura, ma privo di atto costitutivo. Il museo si chiama come tutti lo chiamano, il che in un museo di tradizioni popolari ha una sua ironia perfetta.
Le tre figure che accompagnano il percorso del Museo delle Arti e Tradizioni Popolari
L'allestimento attuale è costruito attorno a tre personaggi, presentati al visitatore come guide implicite: il fondatore, l'antropologa che ne rinnovò il metodo, il collezionista che ne alimentò le raccolte. È una scelta narrativa efficace e anche onesta, perché mostra che un museo non è un deposito neutro ma il risultato di scelte fatte da persone con nome e cognome.
Lamberto Loria, il viaggiatore che tornò a casa
Di Loria si è già detto: matematico per formazione, esploratore per vocazione, etnografo per conversione tardiva. Il suo lascito qui non è soltanto materiale ma metodologico: la raccolta sistematica, la schedatura, l'attenzione al contesto d'uso invece che alla singola bellezza. Nelle sue collezioni un cucchiaio vale un gioiello se documenta un gesto. La fotografia e i diari di viaggio che lasciò sono in larga parte ancora inediti, e questa è una delle riserve di ricerca più interessanti fra quelle conservate nel museo.
Annabella Rossi, l'antropologa del Sud
Annabella Rossi, nata a Roma il 14 settembre 1933 e morta nella stessa città il 4 marzo 1984, entrò al museo nel 1960 e vi lavorò fino alla malattia. Prima ancora, giovanissima, aveva ordinato collezioni al Pigorini e partecipato a ricerche nell'Italia centromeridionale. Nel 1959 incontrò Ernesto de Martino e prese parte a due campagne decisive: quella in Puglia sul tarantismo e quella in Basilicata sul senso del peccato in una comunità meridionale.
I suoi libri sono ancora oggi testi che si leggono: Le feste dei poveri del 1969, Lettere da una tarantata del 1970, che raccoglie la corrispondenza ricevuta da una donna salentina e resta uno dei documenti più impressionanti dell'etnografia italiana, Carnevale si chiamava Vincenzo scritto nel 1977 con Roberto De Simone, e il postumo E il mondo si fece giallo, sul tarantismo in Campania, pubblicato nel 1991. Fu tra le prime in Italia a usare sistematicamente la fotografia e la ripresa filmica come strumenti di ricerca, e lasciò al museo una documentazione fotografica, sonora e filmica vastissima, che è una delle ragioni per cui i cinquecentomila negativi di cui parlano le cifre non sono un numero decorativo.
Evan Gorga, il tenore che comprava tutto
Gennaro Evangelista Gorga, in arte Evan Gorga, nacque a Broccostella in Ciociaria il 6 febbraio 1865 e morì a Roma il 5 dicembre 1957. Fu il primo Rodolfo della storia: cantò nella prima assoluta della Bohème di Giacomo Puccini al Teatro Regio di Torino il 1 febbraio 1896, sotto la direzione di Arturo Toscanini. La carriera si interruppe bruscamente nel gennaio 1899, per ragioni mai del tutto chiarite, e da quel momento Gorga si dedicò a una passione che divenne ossessione: comprare.
Comprò strumenti musicali, ceramiche, vetri, armi, oggetti archeologici, materiale scientifico, arredi, reliquie di ogni genere, fino a occupare dieci appartamenti comunicanti in via Cola di Rienzo, trasformati in un museo privato ingestibile. Si rovinò. Nel 1929 le collezioni furono sottoposte a sequestro amministrativo per evitarne la dispersione; con una convenzione approvata nel 1949 e resa esecutiva da una legge del 30 giugno 1950 lo Stato ne acquisì la proprietà, accollandosi i debiti del collezionista e istituendo borse di studio per giovani cantanti. Quelle raccolte sono oggi distribuite fra numerosi musei italiani, e una parte è confluita anche qui.
La figura di Gorga andrebbe raccontata a chiunque pensi che il collezionismo sia un hobby elegante. Fu un uomo che si distrusse economicamente per accumulare oggetti che nessuno voleva, e che grazie a quella rovina ha consegnato allo Stato italiano decine di migliaia di pezzi altrimenti perduti. Il patrimonio pubblico italiano è fatto anche di queste biografie storte.
Gianfranco Baruchello e l'arte contemporanea al Museo delle Arti e Tradizioni Popolari
Il museo ha introdotto nel percorso elementi di arte contemporanea, e in particolare materiali legati alla Psicoenciclopedia possibile di Gianfranco Baruchello, artista nato a Livorno nel 1924 e morto a Roma nel 2023, figura anomala e centrale dell'arte italiana del secondo Novecento, vicino a Marcel Duchamp e autore di un'opera che ha sempre lavorato sui sistemi di classificazione e sul loro fallimento. Mettere un'enciclopedia impossibile all'ingresso di un museo che classifica ossessivamente oggetti popolari è un gesto critico intelligente. Segnala al visitatore che ogni ordinamento è provvisorio e che il modo in cui abbiamo diviso il mondo in caselle dice più di noi che del mondo. Il Museo delle Civiltà lavora da anni in questa direzione, con commissioni ad artisti contemporanei installate stabilmente nelle sue sedi.
Mostre temporanee e cantieri: che cosa si vede oggi al Museo delle Arti e Tradizioni Popolari
Il Palazzo delle Arti e Tradizioni Popolari non è soltanto la casa della collezione permanente: è anche la sede principale delle mostre temporanee del Museo delle Civiltà, e il programma è più vivace di quanto la sonnolenza apparente del quartiere lasci immaginare. Nel corso del 2026 il palazzo ha ospitato la grande mostra sui centocinquant'anni dell'istituzione, intitolata ORIGINE e PROSPETTIVE, dedicata al percorso che dal Museo Preistorico ed Etnografico fondato da Luigi Pigorini nel 1876 porta al Museo delle Civiltà di oggi, curata da Paolo Boccuccia, Camilla Fratini e Myriam Pierri sotto la direzione generale di Andrea Viliani. Sempre in questo palazzo hanno trovato posto una rassegna sui progetti di restauro finanziati con l'Art Bonus e una mostra dedicata alla rappresentazione identitaria del costume popolare nell'arte romena.
Il programma cambia, quindi la regola pratica è una sola: controllare l'agenda sul sito ufficiale del museo prima di partire, soprattutto se si vuole vedere il Salone d'Onore libero. Le mostre temporanee qui non sono un contorno: occupano spazi centrali e spesso dialogano direttamente con le collezioni permanenti, il che è la ragione per cui vale la pena tornare più di una volta nello stesso anno.
Il riallestimento in corso al Museo delle Arti e Tradizioni Popolari e come conviene affrontarlo
Una parte delle sale è interessata da lavori di riallestimento e il museo lo dichiara apertamente. Significa che gli elenchi sala per sala che circolano in rete da quindici anni non garantiscono nulla, e che la sequenza degli ambienti può risultare diversa da quella descritta in qualunque guida. Il modo giusto di prenderla è questo: telefonare al centralino il giorno prima se si viene da fuori Roma per una sezione specifica, e altrimenti entrare senza aspettative rigide, perché quello che è aperto basta e avanza per tre ore piene. La cultura materiale non si visita con la lista della spesa.
Come si visita davvero il Museo delle Arti e Tradizioni Popolari
La durata onesta della visita è di un'ora e mezza per chi guarda con attenzione le sezioni principali, due ore e mezza per chi legge i pannelli, tre ore abbondanti per chi vuole anche il palazzo, i mosaici esterni e una mostra temporanea. Chi decide di fare nella stessa giornata anche il civico 14 metta in conto una mezza giornata intera e una pausa vera fra i due.
L'ordine di visita che consiglio
Entrare alle 8.00, o al massimo alle 8.30. Fare prima il piano terra con i trasporti e i mestieri, che è la parte più densa e richiede lucidità. Salire poi al primo piano per il ciclo della vita, le feste, le macchine processionali, i presepi e la musica, che sono sezioni più immediate e reggono meglio la stanchezza. Uscire e attraversare la piazza sotto il colonnato per i due mosaici, con il sole alto. Chi ha ancora energia entra al civico 14 con lo stesso biglietto; chi non ne ha, si siede in un bar di viale Europa e fa bene.
Che cosa portare, e che cosa lasciare a casa
Il guardaroba con custodia è disponibile all'ingresso, come in tutti i musei statali, e gli zaini grandi non si portano in sala. Scarpe comode, perché i pavimenti sono duri e le distanze fra le due ali del palazzo non sono trascurabili. Una bottiglia d'acqua per l'estate, perché il quartiere è largo e all'aperto non c'è ombra. E una raccomandazione che sembra pedante: portate gli occhiali da lettura, se vi servono. Le didascalie di un museo etnografico sono lunghe per necessità, e senza di esse metà degli oggetti restano incomprensibili.
Il Museo delle Arti e Tradizioni Popolari con i bambini
Funziona, e funziona meglio di quanto i genitori si aspettino, ma con un vincolo di età. Sotto i sei anni gli attrezzi agricoli non dicono niente. Fra i sei e i dodici anni questo museo è una miniera: i carretti siciliani dipinti, i burattini, i pupi con le armature, le macchine processionali, i presepi, gli strumenti musicali. La chiave è cominciare dall'alto, cioè dalla parte spettacolare, e lasciare gli aratri per la fine oppure saltarli del tutto. Un'ora e un quarto, non di più.
Dopo, i bambini hanno bisogno di correre, e il quartiere lo consente come pochi altri a Roma: il laghetto dell'EUR è a dieci minuti a piedi e ha prati, papere, ciliegi giapponesi in primavera e noleggio di pedalò; l'EUR Social Park ha giochi e spazi attrezzati. Chi cerca invece un museo costruito apposta per l'infanzia deve mettere in conto uno spostamento verso il Flaminio, dove si trova Explora, oppure verso Villa Borghese per il Museo Civico di Zoologia. Sono dall'altra parte della città, e conviene saperlo prima di promettere.
Quando andare e quando evitare
Il momento migliore è la mattina presto di un giorno feriale, in particolare martedì e mercoledì. Il momento peggiore è il pomeriggio di una prima domenica del mese di dicembre, quando la gratuità e la stagione dei presepi si sommano e il pubblico raddoppia, il che qui significa comunque una folla modesta rispetto al centro. In estate il palazzo è fresco e il quartiere è deserto: agosto all'EUR è una delle migliori idee di Roma, perché mentre il centro è impraticabile qui si cammina in un silenzio quasi irreale. In autunno e in primavera le luci sulla piazza sono le migliori per le fotografie all'architettura.
Che cosa c'è intorno al Museo delle Arti e Tradizioni Popolari nel raggio di dieci minuti a piedi
La piazza dell'obelisco a Marconi è il centro geometrico dell'EUR, e da lì si raggiunge a piedi quasi tutto quello che il quartiere ha da mostrare. Il Colosseo Quadrato, cioè il Palazzo della Civiltà Italiana, è a otto minuti; il Palazzo dei Congressi di Adalberto Libera è sulla stessa direttrice; la Nuvola di Fuksas si alza proprio di fronte, e il confronto fra i due edifici, a settant'anni di distanza, è una lezione di architettura che si fa gratis, in piedi in mezzo alla strada. Il Palazzo dello Sport di Nervi e Piacentini, costruito per le Olimpiadi del 1960, è oltre il laghetto. Chi ha la giornata lunga può scendere fino all'Abbazia delle Tre Fontane, che è a un paio di chilometri e appartiene a un altro mondo.
Tre musei per capire la cultura popolare italiana
Chi si appassiona a questa materia ha a Roma un itinerario che vale la pena costruire. Questo museo per la cultura materiale contadina e artigiana. Il Museo di Roma in Trastevere per la Roma popolare urbana, con le fotografie, gli acquerelli di Ettore Roesler Franz e le scene di vita romana. Il Museo Etrusco di Villa Giulia per capire che molti gesti della cultura materiale italiana hanno una profondità cronologica che va ben oltre il Medioevo. Tre musei, tre scale temporali, la stessa domanda.
Una curiosità su Museo delle arti e tradizioni popolari "Lamberto Loria" - Museo delle Civiltà
La curiosità riguarda il nome, ed è una di quelle cose che si scoprono solo leggendo la letteratura specialistica. Il museo è conosciuto in tutto il mondo come Museo delle arti e tradizioni popolari Lamberto Loria: il nome compare nelle pubblicazioni scientifiche, nella segnaletica, nei cataloghi, negli atti dei convegni. Eppure quella dedica non risulta essere mai stata regolarizzata con un decreto. Non esiste, cioè, l'atto amministrativo che intitola formalmente l'istituto al suo fondatore. Il museo porta il nome di Loria per consuetudine, non per legge.
Fermatevi un momento a considerare quanto sia perfetto tutto questo. Un museo nato per documentare le pratiche che si trasmettono per uso e non per codice scritto, le feste che nessuno ha mai deliberato, i mestieri imparati guardando, i canti che non hanno un autore, porta un nome che a sua volta si è trasmesso per uso e non per atto formale. La consuetudine ha fatto al museo quello che il museo studia: lo ha nominato senza scriverlo da nessuna parte.
C'è di più, e qui la vicenda diventa quasi ironica. Loria non vide mai né questo palazzo né questa collezione nella forma attuale: morì nel 1913, dieci anni prima del decreto istitutivo del 1923, ventitré anni prima che si individuasse la sede all'EUR, quarantatré anni prima dell'inaugurazione del 1956. L'uomo a cui il museo è intitolato senza decreto non ha mai messo piede nell'edificio che porta il suo nome. Ha lasciato un progetto e un metodo, e il resto lo hanno fatto altri, spesso in disaccordo fra loro su come farlo.
Una seconda curiosità, minore ma che uso sempre con i gruppi: nell'atrio del palazzo si cammina su un pavimento che non è quello previsto. Il progetto originale prevedeva un intarsio marmoreo raffigurante costumi e maschere, commissionato a Ferruccio Scattola. Non fu mai eseguito, e sotto i piedi dei visitatori c'è quindi un vuoto progettuale, un'assenza di ottant'anni su cui nessuno ha più messo mano. In un museo che conserva anche gli oggetti rotti perché il danno è un documento, un pavimento mai fatto è forse il pezzo più coerente dell'edificio.
Una cosa che non ti dice nessuno su Museo delle arti e tradizioni popolari "Lamberto Loria" - Museo delle Civiltà
Il biglietto da dieci euro che si paga alla cassa del civico 8 vale per tutte le sedi del Museo delle Civiltà, e vale per l'intera giornata. Nessuno lo spiega alla cassa, nessuno lo scrive sul muro a caratteri cubitali, e la conseguenza è che la maggioranza dei visitatori paga, entra, esce e torna a casa avendo visto metà di quello che ha comprato. Il palazzo di fronte, al civico 14, ospita la preistoria, le collezioni africane, americane, asiatiche e oceaniane, l'alto medioevo, l'ex Museo Coloniale, la paleontologia. Chi esce dal Loria alle undici del mattino e attraversa la piazza usa lo stesso titolo di ingresso. È il migliore rapporto fra prezzo e metri quadrati di museo che io conosca a Roma, e resta un segreto per pura disattenzione collettiva.
La seconda cosa che quasi nessuno dice è che i due mosaici futuristi, che sono opere di due nomi maggiori del Novecento italiano, si vedono senza pagare nulla. Il propileo colonnato che collega i due palazzi è spazio pubblico aperto: ci si passa sotto, si alza la testa, si guarda Prampolini da una parte e Depero dall'altra. Nessun tornello, nessun orario, nessuna coda. Un turista informato può fare all'EUR un'ora di storia dell'arte del Novecento a costo zero, e questo in una città dove per vedere un Caravaggio in una chiesa bisogna litigare con un gettoniera che divora monete da un euro.
La terza riguarda gli orari e vale per chi lavora. L'apertura alle 8.00 del mattino consente una visita prima dell'ufficio, ed è una possibilità che a Roma offrono pochissimi musei. Un'ora fra le otto e le nove, in un museo dove alle otto ci sono tre persone, vale due ore di un pomeriggio qualunque. Chi abita in zona e ha comprato la card annuale da ventidue euro può costruirsi una frequentazione a episodi: una mattina i trasporti, un'altra i presepi, un'altra ancora la musica popolare. È il modo giusto di consumare un museo di questa densità, e nessuno lo suggerisce mai.
L'ultima è la più pratica: qui non c'è quasi mai coda e non esiste una prevendita ufficiale online. Chiunque prometta biglietti prioritari per questo indirizzo sta vendendo un servizio che risolve un problema inesistente.
Il consiglio che ti do per visitare Museo delle arti e tradizioni popolari "Lamberto Loria" - Museo delle Civiltà
Il consiglio principale è di rovesciare l'ordine mentale con cui si entra. Quasi tutti arrivano pensando ai presepi, che sono la sezione famosa, e la mettono per prima: passano quaranta minuti davanti ai pastori napoletani, poi attraversano di corsa le sale del lavoro e se ne vanno con l'idea che il resto fosse contorno. Fate il contrario. Cominciate dai carri e dagli attrezzi, con la testa fresca, e tenete i presepi per la fine come premio. Le sale del lavoro sono difficili e richiedono attenzione; se le si affronta stanchi non si capiscono, e allora sì che diventano soltanto legname in vetrina.
Il secondo consiglio riguarda il metodo di lettura. In un museo di cultura materiale non si guarda il pezzo singolo, si guarda la serie. Prendete una vetrina di falci e osservate le differenze di curvatura, di lunghezza del manico, di dentatura: ogni variazione risponde a un tipo di cereale, a una pendenza del terreno, a un'altezza media degli steli. Fatelo con tre vetrine e avrete imparato a leggere tutto il museo. Fatelo con nessuna e resterete davanti a mille oggetti indistinti. Questo è il museo in cui la differenza fra un visitatore annoiato e un visitatore entusiasta dipende quasi interamente dal metodo di osservazione, non dalla cultura di partenza.
Il terzo consiglio è di uscire dall'edificio a metà visita. Sembra un controsenso e non lo è: uscite, attraversate il propileo, guardate i due mosaici, respirate la piazza, poi rientrate. Il palazzo e la collezione sono lo stesso documento, e vedere il mosaico delle corporazioni fascista sulla facciata dopo aver guardato dentro gli aratri dei contadini che quel regime celebrava a parole aiuta a mettere insieme i pezzi. Un museo etnografico costruito da un regime che aveva bisogno di un popolo mitico è un oggetto storico doppio, e la doppiezza si legge camminando.
Quarto e ultimo consiglio, quello più pratico: telefonate prima se venite da lontano per una sezione precisa, arrivate alle otto, mettetevi scarpe comode, e non provate a fare tutti e due i palazzi in una sola mattinata. Il civico 8 e il civico 14 insieme fanno circa cinquantamila metri quadrati. Chi li affronta di seguito esce alle due del pomeriggio con la testa piena di niente. Meglio due giornate, o meglio ancora la card annuale e cinque visite brevi.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Che questo museo nasca dalla Mostra di etnografia italiana del 1911 lo si legge dappertutto. Quello che quasi mai viene detto è che cosa fosse davvero quella mostra, e le conseguenze che ha avuto sulle collezioni che oggi si attraversano.
Nel 1911 l'Italia festeggiava cinquant'anni di unità e allestì un'esposizione internazionale divisa fra tre città. A Roma, sull'area di piazza d'Armi, furono costruiti quattordici padiglioni regionali che riproducevano tipologie architettoniche popolari: case, aie, forni, portici. Dentro e attorno a quei padiglioni furono allestiti circa quaranta gruppi etnografici. Ed è qui che serve fermarsi, perché un gruppo etnografico non era un manichino. Erano persone vere, portate dalle rispettive regioni, che indossavano i costumi tradizionali e ripetevano gesti di lavoro e di festa davanti al pubblico pagante della capitale.
Contadini abruzzesi, pastori sardi, tessitrici, ricamatrici, suonatori sono stati messi in scena per mesi come attrazione di un'esposizione universale, nello stesso anno in cui l'Italia sbarcava in Libia. La logica espositiva era quella dei villaggi coloniali che le grandi esposizioni europee dedicavano ai popoli d'oltremare, applicata questa volta ai propri concittadini. Il messaggio implicito era che quelle popolazioni appartenessero a un passato che la nazione moderna stava lasciandosi alle spalle, e che si potesse guardarle come si guarda un reperto.
Le collezioni raccolte in quella occasione, oltre trentamila oggetti, costituiscono il nucleo storico di quello che si vede oggi al civico 8. Il museo contemporaneo lo sa e da anni lavora in modo critico su questa origine, esattamente come lavora sull'origine coloniale di altre sue raccolte. Ma il visitatore che cammina fra le vetrine raramente possiede questa chiave, e senza di essa mancano metà delle domande giuste. Ogni oggetto qui dentro ha due storie: quella dell'uso per cui è stato fatto e quella della raccolta che lo ha strappato a quell'uso. Guardare soltanto la prima è comodo, e riduce un museo di antropologia a un mercatino nostalgico.
La mia posizione, da chi accompagna gruppi: questa consapevolezza non toglie niente al piacere della visita, lo raddoppia. Un carretto siciliano resta bellissimo anche quando si sa perché è finito in una vetrina romana. Anzi, lo diventa di più.
La foto giusta da fare a Museo delle arti e tradizioni popolari "Lamberto Loria" - Museo delle Civiltà
La fotografia migliore non è dentro, è sotto il colonnato. Mettetevi in mezzo al propileo che collega i due palazzi, con il mosaico di Prampolini da un lato e quello di Depero dall'altro, e cercate l'inquadratura in cui la fila dei pilastri incornicia uno dei due mosaici in fondo alla prospettiva. È una fotografia che restituisce l'idea urbanistica del quartiere, la simmetria, la profondità, e nello stesso tempo contiene un'opera d'arte del futurismo maturo. Ora migliore: fra le undici e le quindici, con il sole alto, perché il mosaico ha bisogno di luce diretta per accendersi. In controluce si perde tutto.
La seconda inquadratura è la facciata intera del Palazzo delle Arti e Tradizioni Popolari vista dall'obelisco di Marconi, che permette di comprendere l'intero fronte in un solo scatto. Con un obiettivo grandangolare la simmetria diventa quasi astratta; in tardo pomeriggio, quando il travertino prende il colore caldo, la fotografia funziona anche in bianco e nero, anzi soprattutto in bianco e nero, perché l'architettura razionalista italiana è nata pensando alle fotografie in bianco e nero delle riviste dell'epoca ed è lì che dà il meglio.
Dentro il museo, la fotografia da portare a casa è quella dei carretti siciliani. Non fatela frontale. Mettetevi di tre quarti, alla stessa altezza delle sponde dipinte, e cercate di prendere insieme il carro intero e il dettaglio di una scena cavalleresca. Nessun flash, per ovvie ragioni di conservazione, e nessun cavalletto: nelle sale non è consentito ingombrare i passaggi. La luce interna è calda e disomogenea, quindi conviene alzare la sensibilità e accettare un po' di rumore invece di perdere la nitidezza. Chi ha uno smartphone recente ottiene risultati sorprendenti tenendo la lente a venti centimetri dal vetro e appoggiando la mano al montante per stabilizzare.
La quarta fotografia, quella che nessuno pensa di fare, è il dettaglio di una vetrina di strumenti da lavoro presa dall'alto: cento lame simili tutte diverse, ordinate in fila. Diventa un'immagine astratta, quasi tipografica, e comunica la vera natura di questo museo, che non è la collezione di capolavori ma la potenza della serie. Se dovessi scegliere un'unica immagine per raccontare il Loria a chi non ci è mai stato, sceglierei quella.
Un'ultima raccomandazione sulle regole: la fotografia per uso personale senza flash è normalmente consentita nei musei statali italiani, ma le mostre temporanee possono avere restrizioni dovute ai prestiti e ai diritti sulle opere contemporanee. Se vedete un cartello con la macchina fotografica sbarrata, quello vale più di qualunque consuetudine.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
Il primo avvenimento che questo luogo custodisce è un'assenza: l'Esposizione Universale di Roma del 1942, per la quale il palazzo fu progettato nel 1938 e costruito, non si tenne mai. La guerra la cancellò. L'intero quartiere è quindi il set di un evento che non è accaduto, edifici monumentali costruiti per una folla che non arrivò. Camminare qui significa attraversare la scenografia di uno spettacolo annullato, e questa è la chiave con cui l'EUR va letto.
Il secondo avvenimento è la Mostra delle Arti e Tradizioni Popolari inaugurata il 10 giugno 1939, nella fase preparatoria dell'Esposizione: fu il momento in cui le collezioni, ferme e imballate dal decreto del 1923, tornarono per la prima volta visibili al pubblico dopo decenni di magazzino.
Il terzo è drammatico. Durante la Seconda guerra mondiale le casse contenenti le collezioni furono trasferite per sicurezza a Villa d'Este, a Tivoli, ritenuta più protetta della capitale. Nel 1943 il bombardamento su Tivoli colpì anche il deposito e le collezioni subirono danni. Villa d'Este stessa fu gravemente colpita in quell'occasione. È un episodio che quasi nessuno collega a questo museo, e che invece spiega perché di alcune serie manchino pezzi e perché certi oggetti portino restauri antichi e visibili.
Il quarto avvenimento è l'inaugurazione del 20 aprile 1956, con l'ordinamento per regioni curato dal folclorista Paolo Toschi, e l'apertura regolare al pubblico l'anno successivo. Fu un evento culturale rilevante nell'Italia del boom incipiente: si apriva un museo dedicato al mondo contadino esattamente negli anni in cui quel mondo si stava svuotando, con milioni di persone in movimento dal Sud verso il triangolo industriale. Il museo nacque come atto di conservazione mentre l'oggetto della conservazione se ne andava dalle case. Pochi musei hanno un tempismo altrettanto crudele e altrettanto necessario.
Il quinto avvenimento è meno visibile ma decisivo: fra il 1959 e i primi anni Sessanta, l'ingresso nel museo delle metodologie di ricerca sul campo legate alla scuola di Ernesto de Martino, con Annabella Rossi assunta nel 1960. Da quel momento il museo smette di essere solo un deposito di oggetti e diventa un centro di produzione di documenti: fotografie, registrazioni sonore, filmati girati nei paesi, in Puglia, in Basilicata, in Campania. I cinquecentomila negativi conservati oggi nascono in gran parte da quella stagione.
Il sesto avvenimento è la riforma del 2016, che ha soppresso l'autonomia dell'istituto e lo ha fatto confluire nel Museo delle Civiltà insieme ad altre quattro raccolte. Nella storia amministrativa italiana è una riga; nella vita di un museo è un terremoto, perché cambia direzione scientifica, bilancio, priorità espositive e persino il nome che compare sui documenti.
Il settimo è recente e in corso: le celebrazioni dei centocinquant'anni dell'istituzione, contati a partire dalla fondazione del museo di Pigorini nel 1876, con la mostra ORIGINE e PROSPETTIVE ospitata proprio in questo palazzo nel 2026. Un museo che espone la propria storia come oggetto di studio è un museo che ha smesso di considerarsi neutrale, e questo è forse l'avvenimento più significativo di tutti.
Chi è passato da Museo delle arti e tradizioni popolari "Lamberto Loria" - Museo delle Civiltà
Le persone che hanno attraversato questa istituzione, e che ne hanno determinato la forma, meritano di essere chiamate per nome, perché in un museo etnografico la catena delle mani che hanno raccolto è parte della collezione.
Luigi Pigorini, archeologo e paletnologo, fu il primo a chiedere nel 1881 una sezione dedicata alle popolazioni contadine italiane e a vedersela negare. La sua richiesta respinta è l'atto di nascita mancato di questo museo, e il suo nome è oggi legato alle collezioni del palazzo di fronte.
Lamberto Loria, nato ad Alessandria d'Egitto nel 1855, matematico, viaggiatore in Lapponia, Russia, Turkestan, Nuova Guinea ed Eritrea, fondò a Firenze nel 1906 il primo Museo di Etnografia Italiana, organizzò la Mostra del 1911, fondò nel 1910 la Società di Etnografia Italiana e nel 1912 la rivista Lares. Morì a Roma nell'aprile del 1913, senza vedere nulla di quello che sarebbe accaduto dopo.
Giuseppe Pitrè, il medico palermitano che è il padre riconosciuto della demologia italiana, autore della monumentale Biblioteca delle tradizioni popolari siciliane, collaborò all'impresa di Loria. Con lui Aldobrandino Mochi, antropologo fiorentino, Alessandro D'Ancona, filologo e storico della letteratura, Francesco Baldasseroni e Raffaele Corso, che sarà una delle figure centrali degli studi demologici italiani del Novecento.
Cipriano Efisio Oppo, pittore e organizzatore, diresse la sezione artistica dell'Esposizione del 1942 e ideò il programma degli affreschi del Salone d'Onore. Sotto la sua regia lavorarono qui Domenico Colao, Mario Varagnolo, Nino Bertoletti, Emanuele Cavalli, Tommaso Cascella, Antonio Barrera, Garibaldo Guberti, Orazio Amato e Pietro Barillà; a Mario Gambetta fu assegnato un riquadro che non fu mai dipinto, e al suo posto si trova un cartone attribuito a Filippo Figari.
Enrico Prampolini e Fortunato Depero, due dei nomi maggiori del futurismo italiano, hanno lasciato sui due palazzi affacciati i mosaici del 1942. Amerigo Tot, scultore ungherese poi naturalizzato italiano, autore del fregio della stazione Termini e attore nel Padrino parte seconda, ha firmato il bassorilievo del portale interno. Ferruccio Scattola ricevette la commissione del pavimento dell'atrio e non la portò a termine.
Paolo Toschi, folclorista e primo ordinatore dell'allestimento del 1956, ha dato al museo la sua prima forma pubblica, quella per regioni, che ha educato generazioni di scolaresche italiane. Annabella Rossi, entrata nel 1960, allieva e collaboratrice di Ernesto de Martino, ha portato qui il metodo della ricerca sul campo, la fotografia e il magnetofono, e ha lasciato al museo un archivio di documenti straordinario. De Martino stesso, il maggiore antropologo italiano del Novecento, non fu funzionario di questo museo ma le sue ricerche pugliesi e lucane hanno alimentato direttamente queste raccolte.
Evan Gorga, il tenore che cantò il primo Rodolfo della Bohème al Regio di Torino il 1 febbraio 1896 con Toscanini sul podio, ha versato nelle collezioni statali italiane una massa di oggetti raccolti in una vita di collezionismo compulsivo, e parte di quel materiale è qui.
Gianfranco Baruchello, artista fra i più liberi del secondo Novecento italiano, amico e interlocutore di Marcel Duchamp, è entrato nel percorso espositivo con la sua Psicoenciclopedia possibile. Andrea Viliani dirige oggi il Museo delle Civiltà, e la mostra sui centocinquant'anni dell'istituzione è stata curata da Paolo Boccuccia, Camilla Fratini e Myriam Pierri.
Infine i senza nome, che sono la maggioranza: il carrettiere che dipinse i paladini sulle sponde, la donna che filò con quella rocca, il pastore che intagliò il collare, lo squerarolo che costruì la gondola per la visita della regina Margherita. Di loro non conosciamo l'anagrafe, ma di loro conosciamo le mani, perché le mani hanno lasciato il segno sul manico. In un museo di arti e tradizioni popolari sono questi i veri personaggi celebri, e chiunque scriva l'elenco degli illustri passati di qui senza citarli ha capito poco.
Domande veloci su Museo delle arti e tradizioni popolari "Lamberto Loria" - Museo delle Civiltà
Dove si trova esattamente il Museo delle Arti e Tradizioni Popolari?
In piazza Guglielmo Marconi 8, quartiere EUR, nel Palazzo delle Arti e Tradizioni Popolari. Non al civico 14, che è il palazzo di fronte e ospita le altre collezioni del Museo delle Civiltà.
Quali sono gli orari di apertura?
Dal martedì alla domenica, dalle 8.00 alle 19.00, con ultimo ingresso alle 18.30. Il lunedì è chiuso.
Quanto costa il biglietto del Museo delle Arti e Tradizioni Popolari?
Intero 10,00 euro, agevolato 2,00 euro per i cittadini dell'Unione Europea fra i 18 e i 25 anni. Esiste una card annuale a 22,00 euro valida su tutte le sedi.
Il biglietto vale anche per il Pigorini?
Sì. Il titolo di ingresso è unico per tutte le sedi del Museo delle Civiltà e consente di visitare anche il palazzo al civico 14 nella stessa giornata.
Si comprano online i biglietti del Museo delle Arti e Tradizioni Popolari?
No, il museo non ha una vendita online propria: si acquista alla cassa. Nessuna piattaforma commerciale offre ingressi ufficiali per questo indirizzo.
Serve prenotare la visita?
Per i visitatori individuali no. La prenotazione è obbligatoria soltanto per i gruppi e per le scolaresche.
Quanto tempo ci vuole per visitare il Museo delle Arti e Tradizioni Popolari?
Un'ora e mezza per una visita attenta delle sezioni principali, due ore e mezza per una visita completa con la lettura dei pannelli, tre ore se si aggiungono il palazzo e una mostra temporanea.
Si entra gratis la prima domenica del mese?
Sì, l'ingresso è libero per tutti la prima domenica di ogni mese e il 25 aprile.
È lo stesso museo del Pigorini?
Sono due collezioni diverse dello stesso istituto. Dal 2016 entrambe fanno parte del Museo delle Civiltà, ma hanno sede in due palazzi distinti sulla stessa piazza.
Perché il museo si chiama Lamberto Loria?
Perché Loria, etnografo e viaggiatore vissuto fra il 1855 e il 1913, raccolse il nucleo originario delle collezioni e fondò nel 1906 a Firenze il primo Museo di Etnografia Italiana da cui questo museo discende.
Ci sono i presepi tutto l'anno al Museo delle Arti e Tradizioni Popolari?
Il nucleo presepiale fa parte della collezione permanente e non è un allestimento stagionale. Poiché una parte delle sale è interessata da lavori, conviene verificare al momento della visita.
I mosaici di Prampolini e Depero si pagano?
No. Si trovano sulle facciate esterne e si osservano gratuitamente dal propileo colonnato che unisce i due palazzi.
Il Museo delle Arti e Tradizioni Popolari è adatto ai bambini?
Sì fra i sei e i dodici anni, grazie ai carretti siciliani, ai burattini, ai pupi, alle macchine processionali e ai presepi. Sotto i sei anni la parte sugli attrezzi di lavoro risulta poco comprensibile.
È accessibile in sedia a rotelle?
Sì. Ci sono ascensori, servizi igienici attrezzati, sedie a rotelle disponibili gratuitamente e stalli riservati davanti all'ingresso. L'accesso è gratuito per le persone con disabilità e per l'accompagnatore.
Si possono fare fotografie al Museo delle Arti e Tradizioni Popolari?
La fotografia per uso personale senza flash è normalmente consentita. Le mostre temporanee possono avere limitazioni segnalate in sala.
C'è il guardaroba?
Sì, all'ingresso, e gli zaini di grandi dimensioni vanno depositati prima di salire alle sale.
Ci sono visite guidate al Museo delle Arti e Tradizioni Popolari?
Sì, gestite dalla cooperativa AbIntra: 5,00 euro a persona nei fine settimana per i visitatori singoli, 100,00 euro per un gruppo fino a venti persone, 120,00 euro in lingua inglese.
Si arriva con la metropolitana?
Sì, metro B fermata EUR Fermi, cinque minuti a piedi. In alternativa gli autobus 30, 170, 671, 714 e 791.
Si può parcheggiare?
Nelle vie intorno alla piazza il parcheggio su strada è in prevalenza gratuito, cosa rara a Roma, e ci sono stalli riservati alle persone con disabilità davanti a entrambi gli ingressi.
I cani possono entrare?
Il Museo delle Civiltà ammette gli animali domestici nella fascia pomeridiana con biglietto agevolato; i cani guida e i cani da servizio entrano sempre e gratuitamente, come prevede la legge.
Quanto si aspetta in coda?
In condizioni normali nulla, o pochi minuti. Le uniche occasioni di piccola affluenza sono le prime domeniche del mese e i giorni di inaugurazione delle mostre.
Che differenza c'è fra questo museo e il Museo di Roma in Trastevere?
Qui si racconta la cultura materiale contadina, pastorale, artigiana e marinara di tutta Italia; il Museo di Roma in Trastevere racconta la vita popolare urbana romana attraverso fotografie, acquerelli e ricostruzioni.
Vale la pena se ho pochi giorni a Roma?
Al primo viaggio no. Dal secondo in poi, e per chiunque abbia un interesse per l'antropologia, la storia sociale o l'architettura del Novecento, sì e senza esitazione.
Il Museo delle Arti e Tradizioni Popolari è sempre aperto per intero?
No: una parte delle sale è interessata da lavori di riallestimento e il percorso può variare. Per una sezione specifica conviene telefonare al museo prima di partire.
Il Museo delle Arti e Tradizioni Popolari è il museo più trascurato di Roma e uno dei tre o quattro che consiglio con maggiore convinzione a chi torna in città per la seconda o la terza volta. Non ha un capolavoro da mettere in copertina, non ha una coda, non ha nulla che un algoritmo possa vendervi. Ha una cosa sola, e vale il viaggio: dentro quelle vetrine c'è l'Italia che ha smesso di esistere fra il 1950 e il 1970, raccolta pezzo per pezzo da persone che avevano capito prima degli altri che stava per sparire. Andateci un martedì mattina alle otto, cominciate dai carri, finite dai presepi, e uscite guardando i mosaici. Dieci euro, mezza giornata, e una comprensione del paese in cui vi trovate che nessun tour del centro storico vi darà mai.
Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.
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