Altare della Patria – Vittoriano
L'Altare della Patria si visita a piazza Venezia, sul fianco settentrionale del colle capitolino: l'ingresso monumentale del Vittoriano si apre sulla piazza, mentre la sede amministrativa del museo che lo gestisce, il VIVE, ha indirizzo in piazza San Marco 49, 00186 Roma, telefono +39 06 69994211. Gli spazi del monumento aprono tutti i giorni dalle 9.30 alle 19.30, con ultimo ingresso alle 18.45; nella stagione delle aperture serali il Vittoriano prolunga fino alle 23.30 in date stabilite, con ultimo ingresso alle 22.45. Salire la scalinata e arrivare fino all'Altare della Patria vero e proprio, quello con la Tomba del Milite Ignoto, non costa nulla: l'ingresso al Vittoriano e al Giardino Grande di Palazzo Venezia resta libero. Si paga invece il biglietto unico che apre la Terrazza Panoramica delle Quadrighe, il Museo Centrale del Risorgimento, il Museo Nazionale di Palazzo Venezia e la Biblioteca: 18 euro l'intero, 5 euro l'agevolato per i visitatori fra i 18 e i 24 anni compiuti secondo le categorie indicate dal sito ufficiale, gratuito sotto i 18 anni e per le persone con disabilità. Quel tagliando vale sette giorni dalla data di ingresso scelta e comprende anche l'esposizione temporanea in corso. L'ingresso è gratuito ogni prima domenica del mese. Cibi e bevande non sono ammessi negli spazi del VIVE, i servizi igienici si aprono con il QR code del biglietto oppure a pagamento (1 euro), e il cambio della guardia alla Tomba del Milite Ignoto avviene ogni ora.
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✦ Centro storicoTrevi, Pantheon e piazze
Il cuore barocco a piedi, più il biglietto del Pantheon che ora serve davvero.
✦ Va a rubaColosseo, Foro e Palatino
L'ingresso a orario sparisce con giorni di anticipo in alta stagione. La versione con i sotterranei è quella che vale il s...
✦ Il classicoTour a piedi
Roma si capisce camminando. La differenza la fa la guida, non l'itinerario: sono quasi tutti uguali sulla carta.
✦ Libertà di scesaBus hop-on hop-off
Sali e scendi dove vuoi per 24 o 48 ore. Utile il primo giorno, per orientarsi.
✦ Dopo il tramontoRoma di notte
Le stesse piazze, senza la folla e con le luci giuste. La città cambia completamente.
✦ Vai all'aperturaMusei Vaticani e Cappella Sistina
Il primo slot della giornata o il tardo pomeriggio. A metà mattina è un nastro trasportatore, e non lo diciamo solo noi.
✦ Poco camminoTour in golf cart
Il centro storico in un paio d'ore senza distruggerti i piedi, e passi dove i pullman non entrano.
✦ Vieni affamatoFood tour
Non è un pranzo: sono sei-otto tappe piccole. Il valore è nei posti in cui non saresti mai entrato da solo.
✦ Dopo le 21Bar hopping e vita notturna
Tre o quattro locali con qualcuno che sa quali sono aperti quella sera. Funziona meglio da soli che in coppia.
✦ Foto garantiteVespa e Ape Calessino
In Ape ti portano loro, in Vespa guidi tu (serve la patente). Due esperienze molto diverse sotto lo stesso nome.
✦ Il più scenograficoTour in sidecar
Il sidecar vintage con conducente: costa più della Vespa, ma è il giro che finisce in tutte le foto.
✦ Si mangia alla fineCorsi di cucina
Pasta a mano e poi ci si siede a tavola. La domanda giusta è quante persone ci sono per postazione.
✦ Anche in cittàDegustazioni di vino
In enoteca in centro o tra le vigne dei Castelli. Due cose diverse: una dura un'ora, l'altra una giornata.
✦ Fuori portaCastelli Romani
Frascati, Castel Gandolfo, il lago di Albano. Un'ora da Roma e sembra un'altra regione.
✦ Patrimonio UNESCOTivoli: Villa d'Este e Villa Adriana
Due ville, due epoche, un solo biglietto mentale: le fontane di Villa d'Este e le rovine imperiali di Adriano.
✦ Prenotazione obbligatoriaGalleria Borghese
Bernini e Caravaggio in due ore contate. Senza prenotazione non si entra, punto.
✦ SottoterraCatacombe e Appia Antica
Chilometri di gallerie sotto la via Appia. Fresche d'estate, e sorprendentemente poco affollate.
✦ Accesso limitatoColosseo: sotterranei e arena
Il piano dove aspettavano gladiatori e belve, e il pavimento dell'arena. Posti contati ogni giorno.
✦ Giornata lungaPompei e Costiera Amalfitana
Da Roma si fa in giornata, ma è una giornata vera: sveglia presto e rientro a sera.
✦ Alta velocitàFirenze in giornata
Un'ora e mezza di treno e sei sotto il Duomo. Si fa, se accetti di vedere tre cose e non dieci.
✦ Terrazza panoramicaCastel Sant'Angelo
Mausoleo, fortezza, prigione e rifugio dei papi. E la terrazza con la vista migliore su San Pietro.
✦ MareCapri e Costiera Amalfitana
Da Roma è lunga, ma in due giorni si fa con calma. In giornata solo se accetti di correre.
✦ Con i bambiniScuola dei gladiatori
Due ore con la spada di legno in mano, sulla via Appia. Con i ragazzini funziona sempre.
✦ Poco sforzoSegway e monopattino
Copri il doppio del centro senza camminare. Dieci minuti di pratica e ci stai sopra.
✦ MercoledìUdienza papale
Ogni mercoledì, quando il Papa è a Roma. Il biglietto è gratuito ma va ritirato.
✦ Poco affollatoTerme di Caracalla
Muri alti trenta metri e quasi nessuno intorno. Uno dei posti più sottovalutati di Roma.
✦ A 30 minutiOstia Antica
La Pompei di Roma, raggiungibile col treno urbano. Strade, taverne e mosaici, senza folla.
✦ Alta velocitàNapoli e Pompei
Un'ora e dieci di treno. Il centro storico, il museo archeologico e la pizza vera.
✦ Prima dell'aperturaVaticano: ingresso anticipato
Dentro i Musei prima del pubblico. La Sistina quasi vuota è un'altra cosa.
✦ Senza faticaTour in e-bike
Le sette colline con l'assistenza al pedale. L'Appia Antica e il Gianicolo diventano facili.
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Un avvertimento che vale più di tutti gli orari messi insieme: piazza Venezia è oggi un cantiere. La stazione Venezia della metro C viene scavata proprio lì sotto, le fermate degli autobus intorno al monumento vengono spostate a fasi alterne e la viabilità cambia con una frequenza che nessuna guida stampata può inseguire. Chi arriva in autobus controlli la propria fermata sul sito dell'azienda di trasporto il giorno stesso: è l'unico modo per non ritrovarsi a duecento metri dal punto previsto con le valigie in mano. Chi arriva a piedi non ha alcun problema, perché il Vittoriano e visibile praticamente da ogni imbocco della piazza.
Dove si trova l'Altare della Patria e come ci si arriva
Il monumento occupa il versante nord del colle capitolino, quello che guarda piazza Venezia. È una posizione che non è stata scelta per comodità: è stata scelta per essere vista. Roma moderna, alla fine dell'Ottocento, si organizzava a raggiera intorno a quella piazza, e il nuovo Stato voleva che il proprio monumento fondativo fosse il fondale di ogni strada in arrivo. Ci è riuscito benissimo. Dal Corso, da via del Plebiscito, da via dei Fori Imperiali, da via del Teatro di Marcello, il bianco del Vittoriano chiude la prospettiva come un sipario.
Gli ingressi del Vittoriano e dell'Altare della Patria
L'ingresso principale è quello monumentale su piazza Venezia, alla base della grande scalinata: si passa la cancellata in ferro battuto e si comincia a salire. Un secondo accesso si trova sul lato di via del Teatro di Marcello, ed è quello che conduce più direttamente agli ascensori panoramici; un terzo affaccio, quello dell'ala che guarda i Fori Imperiali, ha il proprio ingresso su via dei Fori Imperiali ed è la porta del Sacrario delle Bandiere e degli spazi espositivi. La sede del VIVE, con gli uffici e la biblioteca, ha invece indirizzo in piazza San Marco 49, dal lato di Palazzo Venezia.
Autobus, tram e metropolitana per l'Altare della Patria
Piazza Venezia e da sempre il nodo più servito del centro storico: decine di linee di superficie vi transitano o vi terminano, e le fermate storiche sono quelle di piazza Venezia, di piazza d'Aracoeli, di via del Plebiscito e di via del Teatro di Marcello. Il cantiere della metro C ha rimescolato le carte: alcune linee non fermano più ad Aracoeli e vengono dirottate su via del Teatro di Marcello, altre spostate su via del Plebiscito all'altezza di via degli Astalli, altre ancora su corso Vittorio Emanuele a Largo Argentina. Le variazioni si susseguono per fasi, quindi il numero della linea conta meno della fermata: prima di partire, il consiglio è di aprire l'applicazione dell'azienda di trasporto e verificare dove si scende oggi.
La metropolitana, per ora, non arriva in piazza. La fermata utile è Colosseo, sulla linea B, da cui si risale via dei Fori Imperiali a piedi in circa dodici minuti, con una passeggiata che vale da sola il tragitto: si cammina fra il Palatino e i Fori Imperiali e si arriva all'Altare della Patria dal lato giusto, quello in cui il monumento cresce davanti a chi cammina. L'alternativa è la fermata Cavour, sempre linea B, con una discesa leggermente più lunga.
Arrivare a piedi all'Altare della Patria
Chi alloggia in centro faccia a meno dei mezzi. Da piazza di Spagna sono venti minuti lungo via del Corso. Dal Pantheon sono otto minuti buoni. Dalla Fontana di Trevi se ne contano dieci. Dal Colosseo dodici. Il mio suggerimento e di arrivare da via dei Fori Imperiali camminando verso ovest nel tardo pomeriggio: il sole batte sul botticino e il monumento passa dal bianco al miele nel giro di mezz'ora, con una progressione che dalla piazza non si coglie allo stesso modo.
Biglietti, orari e gratuità dell'Altare della Patria
Qui si annida il malinteso più diffuso, e vale la pena chiarirlo prima di ogni altra cosa. Molti arrivano convinti di dover pagare per vedere l'Altare della Patria e rinunciano. Altri pagano credendo che il biglietto serva anche per la parte bassa. Nessuna delle due cose è vera.
Che cosa è gratuito al Vittoriano
Sono gratuiti la scalinata, le terrazze intermedie, il Piazzale del Bollettino, l'Altare della Patria con la Tomba del Milite Ignoto, il sommoportico con il suo colonnato, la Terrazza Italia alla base dei propilei e il Giardino Grande di Palazzo Venezia. Vuol dire che una visita seria, di un'ora abbondante, con la parte più carica di significato civile del monumento, si fa senza spendere un euro. Chi ha poco tempo e pochi soldi può fermarsi qui e portarsi a casa comunque il meglio.
Il biglietto unico del complesso del Vittoriano
Il biglietto a pagamento apre quattro cose: la Terrazza Panoramica delle Quadrighe con i suoi ascensori, il Museo Centrale del Risorgimento, il Museo Nazionale di Palazzo Venezia e la Biblioteca di Archeologia e Storia dell'Arte. Costa 18 euro l'intero, comprende l'esposizione temporanea del momento e vale sette giorni a partire dalla data di ingresso selezionata. Sette giorni non sono un dettaglio contabile: sono lo strumento che permette di spezzare la visita. Un pomeriggio per il Vittoriano e la terrazza, un'altra mattina per il Museo del Risorgimento, un terzo momento per Palazzo Venezia. Chi prova a fare tutto in un blocco unico esce cotto e non ricorda nulla.
Riduzioni, gratuita e prima domenica del mese
L'agevolato costa 5 euro e riguarda la fascia fra i 18 e i 24 anni secondo le categorie indicate dal sito ufficiale. Sotto i 18 anni si entra gratis, e gratis entrano le persone con disabilità e le altre categorie previste dalla normativa statale. Ogni prima domenica del mese l'ingresso è gratuito per tutti: è la giornata più affollata dell'anno moltiplicata per dodici, e sinceramente la sconsiglio a chi vuole vedere le sale del Risorgimento con calma. Se l'obiettivo è la terrazza, invece, la prima domenica ha senso: si fa la coda dell'ascensore e si risparmiano 18 euro.
Prenotazione e acquisto del biglietto
I biglietti si acquistano online attraverso il sistema di prenotazione indicato sul sito ufficiale del museo, oppure alle casse in loco. Nei giorni feriali di bassa stagione la cassa non è un problema. Nei fine settimana di primavera, nei ponti e in agosto conviene arrivare con il tagliando già in tasca, perché la fila davanti agli ascensori si somma a quella della biglietteria e il conto dei minuti si allunga in fretta.
Regole pratiche dentro il Vittoriano
Cibi e bevande non entrano negli spazi del VIVE. I servizi igienici si aprono scansionando il QR code del biglietto, altrimenti si pagano 1 euro a persona oppure si accede esibendo lo scontrino della caffetteria. Zaini ingombranti e bastoni da selfie seguono le regole dei musei statali e vanno lasciati al deposito quando indicato. Sull'Altare della Patria, infine, vige una regola non scritta ma sorvegliata dai militari di guardia: non ci si siede sui gradini della tomba, non si mangia, non si prende il sole. È un sepolcro di guerra, e i romani lo trattano come tale.

Che cosa è davvero l'Altare della Patria
Tre nomi si sovrappongono e generano confusione persino fra i romani. Conviene separarli una volta per tutte, perché capirli significa capire il monumento.
Monumento, Vittoriano, Altare della Patria
Il nome ufficiale è Monumento nazionale a Vittorio Emanuele II. Il nome corrente, quello usato dagli architetti e dai documenti, è Vittoriano, talvolta Mole del Vittoriano. Altare della Patria, in origine, indicava una cosa molto più piccola e molto più precisa: l'ara della dea Roma collocata al centro della facciata, sotto la statua equestre, sopra la prima balaustra. Quell'ara, dal 1921, custodisce anche il sepolcro del Milite Ignoto, e proprio per questo ha finito per assorbire il nome dell'intero edificio. Siamo davanti a una sineddoche perfetta: la parte per il tutto. Quando un romano dice Altare della Patria intende ormai tutta la montagna bianca; quando lo dice un funzionario del museo intende ancora soltanto l'ara.
I soprannomi dell'Altare della Patria
Torta nuziale, macchina da scrivere, dentiera. Roma è stata feroce con questo monumento fin dal primo giorno, e i soprannomi hanno una ragione precisa: il colore. Il botticino è un marmo bianchissimo e compatto, quasi impermeabile al variare della luce, e a Roma non esisteva niente di simile. La città è costruita in travertino, tufo, laterizio, intonaci ocra e arancio, materiali che al tramonto si accendono e all'alba si smorzano. Il Vittoriano no: resta bianco alle sette del mattino e bianco alle sette di sera. Quel candore ostinato, in una città che vive di tonalità calde, è stato letto come un'estraneità. Con gli anni l'occhio si è abituato, e oggi molti visitatori lo trovano magnifico; l'ironia romana, però, non ha mai disarmato del tutto.
Le dimensioni dell'Altare della Patria
Il fronte misura circa 135 metri di larghezza. L'altezza arriva a 70 metri fino al filo delle terrazze superiori e tocca gli 81 metri contando le quadrighe che coronano i due propilei. Il colonnato del sommoportico si sviluppa per una settantina di metri con colonne alte 15 metri ciascuna. Sono numeri che sulla carta dicono poco: davanti al monumento dicono tutto, perché il Vittoriano nasconde completamente il fianco del Campidoglio e la mole della basilica di Santa Maria in Aracoeli, che fino al 1885 dominavano quel lato della città.
La storia della costruzione del Vittoriano
1878: la morte del re e la legge per il monumento
Vittorio Emanuele II muore a Roma nel gennaio del 1878. Il consiglio comunale stanzia i fondi per un monumento nazionale nel giro di pochi giorni, e il ministro Giuseppe Zanardelli porta in Parlamento la legge che viene approvata nel maggio dello stesso anno. Bisogna capire il clima: l'Italia unita aveva diciassette anni, Roma era capitale da otto, il rapporto con il papato era una ferita aperta. Un monumento al primo re non era un omaggio postumo, era una dichiarazione politica sulla legittimità dello Stato nuovo, scritta in marmo e piantata a cinquecento metri dal Quirinale e a un chilometro dal Vaticano.
I concorsi del 1880 e del 1882
Il primo concorso viene bandito il 23 settembre 1880 ed è internazionale. Arrivano oltre trecento progetti da una dozzina di paesi diversi. Vince il francese Henri-Paul Nenot, e scoppia il finimondo: un monumento all'unità italiana disegnato da uno straniero appare a molti una contraddizione insopportabile, le polemiche di stampa si intrecciano con le tensioni diplomatiche e il progetto resta sulla carta.
Il secondo concorso viene bandito il 16 settembre 1882, riservato ad artisti italiani e con prescrizioni tecniche molto più strette. Arrivano quasi un centinaio di progetti. La commissione si blocca su tre nomi, fra cui Manfredo Manfredi e Giuseppe Sacconi, e decide di indire un terzo confronto ristretto. Il 24 giugno 1884 il vincitore e Giuseppe Sacconi, marchigiano, poco più che trentenne, formatosi sulla tradizione classica e rinascimentale e in particolare sul linguaggio di Donato Bramante. È una scelta coraggiosa: si affida il monumento nazionale a un architetto giovane e quasi sconosciuto.
22 marzo 1885: la prima pietra dell'Altare della Patria
La cerimonia di posa si svolge il 22 marzo 1885 alla presenza del re Umberto I. Da quel momento il cantiere diventa il più grande d'Italia e uno dei più complicati d'Europa. Il terreno del colle capitolino si rivela instabile; gli scavi restituiscono materiale archeologico di prima grandezza, compreso un tratto delle mura serviane del VI secolo avanti Cristo e una cava di tufo e pozzolana di età traianea. Sacconi è costretto a rivedere in profondità il progetto originario e a ridisegnare le fondazioni per scaricare il peso del monumento sopra le cavita scoperte.
Le demolizioni sul colle capitolino
Questa è la pagina che Roma non ha mai perdonato del tutto. Per fare posto al Vittoriano vennero abbattuti i tre chiostri medievali del convento francescano dell'Aracoeli, la chiesa di Santa Rita da Cascia, il cavalcavia che collegava il colle a Palazzo Venezia e che era noto come Arco di San Marco, e un intero quartiere di case addossate alla collina. La superficie demolita supera i diciannovemila metri quadrati. Interi isolati medievali, orti conventuali, strade che risalivano al Medioevo: tutto scomparve in pochi anni. Chi vuole rendersene conto guardi le fotografie ottocentesche esposte nelle Gallerie Sacconi, sotto la scalinata: il confronto è brutale.
La torre di Paolo III
Fra le perdite, la più discussa è la torre di Paolo III. Era una torre belvedere addossata al versante capitolino, legata al nome del papa Farnese, e faceva parte del sistema di Palazzo Venezia. Venne abbattuta per liberare il fronte del monumento. Anche Palazzo Venezia stesso subi la cura: il cosiddetto palazzetto, il corpo che chiudeva il giardino, fu smontato e ricostruito più a ovest, spostato pietra per pietra per lasciare respiro alla nuova piazza. Roma ha una lunga tradizione di edifici traslocati; questo resta uno dei casi più vistosi.
Il marmo botticino e la scelta del bianco
Sacconi aveva pensato al travertino, poi al marmo di Carrara. Alla fine venne adottato il botticino, estratto dalle cave della Val Trompia e del Bresciano, a circa cinquecento chilometri da Roma. Le ragioni furono due, una economica e una politica: il botticino costava meno del Carrara e la fornitura premiava un territorio che aveva sostenuto con convinzione l'impresa nazionale. Il risultato, dal punto di vista visivo, è quello che tutti conoscono: compattezza e nitore del bianco, superfici che non ingialliscono e non si sporcano come il travertino. È il motivo per cui il Vittoriano non invecchia mai, nel bene e nel male.
1905: la morte di Sacconi e i successori
Giuseppe Sacconi muore nel 1905, a cantiere ancora largamente aperto, senza vedere nulla di finito. La direzione passa a Gaetano Koch, Manfredo Manfredi e Pio Piacentini, tre professionisti che avevano già lavorato dentro il progetto e che ebbero l'intelligenza di non riscriverlo. Koch firma i disegni delle pavimentazioni e dei soffitti del sommoportico, completati nel 1907; Manfredi lavora alla cancellata dell'ingresso insieme allo scultore Gaetano Vannicola.
4 giugno 1911: l'inaugurazione dell'Altare della Patria
Il monumento viene inaugurato il 4 giugno 1911 da Vittorio Emanuele III, nell'anno del cinquantenario dell'unità italiana e nel contesto dell'Esposizione internazionale che riempi Roma di padiglioni. Alla data dell'inaugurazione molte parti erano incompiute o provvisorie, coperte da strutture di finitura rapida: è una pratica normale nei grandi cantieri celebrativi, ma vale la pena saperlo, perché il Vittoriano del 1911 non è il Vittoriano di oggi.
Dal 1921 al 1935: l'Altare, le quadrighe, l'ala di Brasini
Il 1921 porta la Tomba del Milite Ignoto e trasforma il senso del monumento. Fra il 1924 e il 1927 vengono completate e installate le due quadrighe bronzee sui propilei. Fra il 1924 e il 1935 Armando Brasini progetta e realizza l'ala affacciata sui Fori Imperiali, il corpo che oggi porta il suo nome. Il cantiere si chiude formalmente nel 1935, cinquant'anni dopo la prima pietra. Il Museo Centrale del Risorgimento, concepito già nel 1884 come parte integrante del progetto, apre effettivamente al pubblico soltanto nel 1970.
La visita all'Altare della Patria passo per passo
Adesso si sale. Il percorso che segue è quello che faccio con i gruppi, dal basso verso l'alto, e ha una logica: il Vittoriano è costruito come un discorso, e leggerlo in ordine significa capire che cosa lo Stato italiano volesse dire di sé stesso nel 1885.
L'ingresso principale e la cancellata
Si comincia dalla cancellata in ferro battuto su piazza Venezia, eseguita nel 1911 su disegno dell'architetto Manfredo Manfredi con lo scultore Gaetano Vannicola. Non è un semplice recinto: è la soglia che separa la città dal recinto sacro, e il disegno dei ferri lo dichiara con un lessico di corone, festoni e aquile. Alzate lo sguardo prima di entrare, perché una volta dentro non ci si volta più.
I gruppi bronzei del Pensiero e dell'Azione
Ai due lati della cancellata, sui basamenti in marmo, campeggiano i due gruppi in bronzo che riassumono il programma morale del monumento. A est il Pensiero, di Giulio Monteverde: una figura alata posa la mano sulla spalla della Sapienza, che a sua volta tende la mano al Popolo italiano per rialzarlo; nella composizione compaiono anche la Discordia cacciata e lo spirito della guerra. A ovest l'Azione, di Francesco Jerace: soldati che innalzano la bandiera, il Leone di San Marco, figure pronte a scacciare l'oppressore. I due scultori ricevettero l'incarico nel 1907 e consegnarono fra il 1911 e il 1912.
Il messaggio è limpido e per nulla scontato: il Risorgimento viene rappresentato come l'incontro necessario fra intelligenza e forza. Non bastava pensare l'Italia, non bastava combatterla. La coppia Pensiero e Azione è la traduzione scultorea di un'idea politica precisa, quella di una nazione fatta insieme da Mazzini e da Garibaldi, dalla penna e dalla baionetta.
Le fontane del Tirreno e dell'Adriatico
Ai lati della scalinata si aprono due fontane monumentali che personificano i due mari d'Italia. Quella a est raffigura l'Adriatico, ed è opera di Emilio Quadrelli; quella a ovest il Tirreno, scolpita da Pietro Canonica. Entrambi ricevettero l'incarico nel 1908 e consegnarono nel 1911. Anche qui la geografia si fa politica: l'Italia unita viene definita dai suoi mari, e nel 1911 l'Adriatico era una frontiera tutt'altro che pacificata. Guardate il Tirreno di Canonica con attenzione, perché lo scultore piemontese vi lavora un naturalismo sensuale che con la retorica ufficiale ha poco a che spartire.
La scalinata, i leoni alati e le Vittorie
La scalinata monumentale sale a due rampe e porta alla prima terrazza, quella dell'Altare della Patria. Sul parapetto si affacciano due leoni alati eseguiti fra il 1908 e il 1910 da Giuseppe Tonnini, scultore marchigiano: la fonte iconografica è dichiaratamente assiro-babilonese, il lamassu, lo spirito protettore a corpo di leone e ali spiegate che vigilava sugli ingressi dei palazzi reali mesopotamici. È una scelta spiazzante per un monumento neoclassico, e racconta quanto il gusto Liberty di quegli anni fosse disposto a mescolare le carte.
Alle estremità del parapetto si alzano due Vittorie alate in bronzo, eseguite fra il 1908 e il 1911 da Edoardo Rubino e da Edoardo De Albertis: iconografia classica, palma e corona d'alloro, piede sul rostro di una nave romana. Dietro ciascuna Vittoria, Gaetano Vannicola ha modellato i pinnacoli bronzei coronati da aquile e ornati di festoni. Sono i primi bronzi che si incontrano salendo, e quasi nessuno li guarda: passano tutti con il telefono in mano diretti alla tomba.
I quattro gruppi della prima balaustra
Sulla prima balaustra, sopra le fontane, si allineano quattro gruppi scultorei in marmo botticino che rappresentano i valori fondativi del Regno: Forza, Concordia, Sacrificio e Diritto. Rivalta e Pogliaghi ricevettero l'incarico nel 1906, Bistolfi e Ximenes nel 1907; le opere furono completate fra il 1911 e il 1912.
La Forza è di Augusto Rivalta, piemontese, ed è un giovane muscoloso armato di lancia e scudo, affiancato da un soldato medievale che personifica l'energia militare e da un lavoratore moderno che personifica l'energia civile. La Concordia è di Lodovico Pogliaghi, milanese: una figura femminile regge la cornucopia dell'abbondanza fra il Principato, raffigurato come un uomo anziano, e il Popolo, raffigurato come un giovane; completa il gruppo una donna che allatta un bambino, allegoria della famiglia. Il Sacrificio è di Leonardo Bistolfi, e mostra un soldato morente che riceve il bacio del Genio della Libertà: è il gruppo più moderno dei quattro, con quel senso simbolista della dissoluzione che Bistolfi aveva portato dal mondo dei monumenti funebri. Il Diritto è di Ettore Ximenes, siciliano: un giovane nudo domina la Tirannide abbattuta, mentre sopra di lui la Libertà rinfodera la spada e il Popolo chiude la scena.
Opinione netta: se avete dieci minuti soltanto, spendeteli davanti al Sacrificio di Bistolfi. Gli altri tre gruppi sono retorica ufficiale eseguita benissimo; quello è scultura vera, e regge il confronto con qualunque cosa si vedesse in Europa nel 1911.
L'Altare della Patria e il fregio di Angelo Zanelli
Al centro della prima terrazza si apre l'Altare della Patria propriamente detto, concepito da Sacconi e decorato dallo scultore bresciano Angelo Zanelli, che vinse il concorso artistico bandito per realizzarne gli elementi decorativi. Il grande fregio marmoreo che lo incornicia venne composto fra il secondo e il terzo decennio del Novecento e sviluppa due temi affiancati: il trionfo del Lavoro sul lato sinistro e il trionfo dell'Amor Patrio sul destro, processioni di figure che convergono verso il centro dove troneggia la dea Roma.
Vale la pena fermarsi sul tema del Lavoro. In un monumento monarchico e militare, dedicato a un re e a una dinastia, il posto d'onore accanto alla patria è occupato da contadini, fabbri, pastori, madri. È la traccia di un'Italia che nel frattempo era cambiata: fra il 1885 e il 1925 il paese aveva attraversato l'industrializzazione, le lotte sociali, l'emigrazione di massa. Zanelli mette sull'altare della nazione anche quel mondo, e lo fa con una qualità di intaglio che regge l'ingrandimento fotografico.
La dea Roma e i bracieri
Al centro dell'edicola, sopra un fondo di mosaico dorato, campeggia la statua della dea Roma, anch'essa di Zanelli, modellata sull'iconografia di Atena: elmo, lancia, scudo, l'attributo della sapienza guerriera. Ai lati bruciano due bracieri perennemente accesi. La combinazione di oro musivo, marmo bianco e fuoco vivo è la punta più alta del gusto Liberty applicato alla liturgia civile: si voleva un tempio laico e si è ottenuto esattamente quello.
La Tomba del Milite Ignoto
Sotto l'ara, dal 4 novembre 1921, riposa il Milite Ignoto. La tomba è vegliata ininterrottamente da un picchetto d'onore delle Forze Armate, e il cambio della guardia avviene ogni ora: è il momento migliore per capire che cosa sia questo luogo per lo Stato italiano. I visitatori tacciono, i militari eseguono, il rumore di piazza Venezia si allontana per un minuto.
La storia di quella sepoltura merita un capitolo a sé, e lo trovate più avanti. Qui basti dire che l'idea venne formalizzata nel 1921 e che il senatore Antonio Fradeletto ne fissò il principio con una frase che vale ancora oggi: la tomba dell'oscuro soldato doveva essere immediatamente in vista, illuminata dal sole di Roma. Non nascosta in una cripta, non protetta da un recinto: all'aperto, davanti alla città, raggiungibile da chiunque.

La statua equestre di Vittorio Emanuele II
Sopra l'Altare della Patria si alza il bronzo che da il nome ufficiale al monumento: la statua equestre di Vittorio Emanuele II. L'opera fu avviata da Enrico Chiaradia e portata a termine, dopo la sua morte, da Emilio Gallori. Il bronzo venne ricavato dalla fusione di cannoni del Regio Esercito, secondo una prassi ottocentesca che caricava il metallo di un significato aggiuntivo: le armi della guerra d'indipendenza diventavano l'immagine del re che quella guerra aveva vinto.
Le dimensioni sono fuori scala rispetto a qualunque altra statua equestre romana: circa dodici metri di altezza per dieci di lunghezza. Il confronto più immediato è con il Marco Aurelio della piazza del Campidoglio, alle spalle: quello è alto poco più di quattro metri. Il messaggio, di nuovo, è politico. Il nuovo re doveva essere visibile da piazza Venezia e dal Corso, quindi doveva essere gigantesco.
Il basamento e le quattordici città nobili
Il basamento marmoreo che sostiene il cavallo è decorato dalle personificazioni di quattordici città italiane, scelte come fondamenta storiche del Regno: Torino, Venezia, Palermo, Mantova, Urbino, Napoli, Genova, Milano, Bologna, Ravenna, Pisa, Amalfi, Ferrara e Firenze. Non è un elenco casuale né una classifica di importanza: è un racconto. Ci sono le capitali del Regno (Torino, Firenze), le repubbliche marinare (Venezia, Genova, Pisa, Amalfi), le capitali dell'umanesimo (Urbino, Ferrara, Mantova), i grandi centri del Mezzogiorno (Napoli, Palermo) e le città che rivendicavano la continuita con l'antichita (Ravenna, Bologna). Messe insieme, compongono la tesi che lo Stato nuovo voleva dimostrare: l'Italia non nasceva nel 1861, ma esisteva da sempre come civiltà e finalmente si dava uno Stato.
Il Piazzale del Bollettino e le Porte della Libertà e dell'Unità
Salendo ancora si raggiunge il Piazzale del Bollettino, così chiamato perché vi è murato il testo del Bollettino della Vittoria del 4 novembre 1918, firmato da Armando Diaz, che annunciava la fine della Prima guerra mondiale sul fronte italiano. Leggerlo lì, a pochi metri dalla tomba del soldato senza nome, produce un effetto che nessuna sala museale riesce a riprodurre.
Sullo stesso livello si aprono le due grandi porte bronzee dedicate alla Libertà e all'Unità, i due valori che il monumento ripete ossessivamente in ogni sua parte. Sono passaggi di servizio e di rappresentanza insieme, e quasi nessun visitatore li guarda con attenzione.
La terrazza delle città redente
Il livello successivo è la terrazza cosiddetta delle città redente. Sotto il colonnato si allineano sei piccoli altari dedicati alle città che, dopo i trattati di pace del primo dopoguerra, entrarono a far parte dell'Italia: Trieste, Trento, Gorizia, Pola, Zara e Fiume. È un capitolo storicamente delicato, perché tre di quei nomi appartengono oggi ad altri Stati, e il modo in cui vennero acquisiti e poi perduti attraversa alcune delle pagine più dolorose del Novecento italiano. Il monumento li conserva così come vennero incisi, e proprio per questo è un documento: racconta che cosa l'Italia pensava di sé stessa nel 1921.
Il sommoportico dell'Altare della Patria e le sedici regioni
Il sommoportico è il grande colonnato curvo che corona la fronte del Vittoriano: sedici colonne alte 15 metri, capitelli con teste femminili turrite che personificano l'Italia, e sopra ogni colonna una statua. Le sedici statue rappresentano le regioni italiane come erano riconosciute nella seconda metà dell'Ottocento, quando alcune aree del nord-est non facevano ancora parte del Regno. Furono realizzate fra il 1909 e il 1910 da scultori diversi, con un coordinamento iconografico rigido e un margine di invenzione personale che si coglie confrontando una statua con l'altra.
Il soffitto e il pavimento furono disegnati da Gaetano Koch nel 1907; gli stucchi della volta sono di Giuseppe Tonnini, eseguiti fra il 1908 e il 1910; la parete di fondo porta decorazioni a tempera di Primo Panciroli, Silvio Galimberti e Carlo La Spina; il fregio con le aquile e di Eugenio Maccagnani. Passeggiare sotto il sommoportico al tramonto, quando il sole entra di taglio fra le colonne, è una delle esperienze gratuite più belle del centro di Roma, e quasi nessuno la conosce.
I propilei, i mosaici di Rizzi e Bargellini
Ai due capi del sommoportico si alzano i propilei, dedicati l'uno alla Libertà dei cittadini, con l'iscrizione CIVIUM LIBERTATI, l'altro all'Unità della patria, con l'iscrizione PATRIAE UNITATI. Sui fianchi volano le figure alate della Fama; i rilievi dei timpani, eseguiti fra il 1908 e il 1910, videro al lavoro scultori fra cui Emilio Gallori ed Enrico Butti.
All'interno si trova quello che considero il segreto meglio custodito dell'intero monumento. Le volte portano stucchi a losanghe eseguiti da Adolfo Consolani fra il 1916 e il 1921, e le lunette ospitano mosaici di Antonio Rizzi e Giulio Bargellini, vincitori di un concorso bandito nel 1912 e conclusi nel 1921. Sono mosaici dichiaratamente debitori di Gustav Klimt e della Secessione viennese: oro, geometrie, figure allungate, un gusto che a Roma in quegli anni era quasi eversivo. Rizzi svolge il tema della Libertà con le personificazioni del Valore, della Legge, della Forza e della Pace; Bargellini svolge quello dell'Unità con la Forza, il Lavoro, la Fede e la Sapienza, e vi inserisce riferimenti a Enea e a Virgilio. Le statue bronzee allegoriche delle arti sono di Lio Gangeri e Antonio Garella, il pavimento è ancora disegno di Koch, completato nel 1907.
Terrazza Italia
Alla base dei propilei si apre la Terrazza Italia, l'affaccio intermedio che precede la salita in ascensore. Verso ovest si vedono il Teatro di Marcello, cominciato da Cesare e completato da Augusto nel 17 avanti Cristo, e la Cordonata capitolina disegnata da Michelangelo; sullo sfondo compaiono le cupole di Sant'Andrea della Valle e di San Pietro. Verso est si aprono i Fori Imperiali: il Foro di Traiano con la sua colonna alta trenta metri, il Foro di Augusto, il Foro di Nerva. A sud, in fondo, il Colosseo. È gratis, ed è già un panorama che molti pagherebbero.
La Terrazza delle Quadrighe del Vittoriano
La terrazza panoramica si trova a settanta metri dal piano stradale e si raggiunge con gli ascensori vetrati che salgono lungo il fianco del monumento, quasi sospesi nel vuoto: già la salita, con la basilica dell'Aracoeli che scorre accanto al vetro, vale il biglietto. In cima si esce fra le due quadrighe bronzee che coronano i propilei e che rappresentano l'Unità e la Libertà, i due valori fondanti del monumento: ciascuna è una Vittoria alata trainata da quattro cavalli, e furono installate fra il 1924 e il 1927. Grazie a loro l'altezza complessiva del monumento raggiunge gli 81 metri.
Il panorama è a trecentosessanta gradi e, per centralità e altezza combinate, non ha rivali a Roma. Da nessun'altra parte si vede contemporaneamente il Colosseo con i Fori in primo piano, la cupola di San Pietro, il Quirinale, il Pantheon dall'alto e il profilo dei Castelli. La ragione è semplice e quasi comica: da lassù non si vede l'unico edificio che disturba lo skyline romano, perché l'edificio che disturba lo skyline romano è proprio quello su cui siete saliti. Se dovessi indicare una sola terrazza a pagamento in città, indicherei questa, e non avrei dubbi.
Le Gallerie Sacconi e il Camino Sacconi
Sotto la scalinata corrono le Gallerie Giuseppe Sacconi, ambienti a curve parallele e concentriche che l'architetto progettò per scaricare il peso del monumento. Restaurate nel 2016, ospitano oggi una esposizione permanente sulla storia del Vittoriano: disegni di concorso, fotografie di cantiere, modelli. In una camera laterale si trova il Camino Sacconi, un camino in laterizio che ingloba un muro romano ritrovato durante le demolizioni ed è decorato con marmi antichi e con un pannello musivo eseguito da Antonio Rizzi nel 1914. È una delle stanze più singolari del complesso e ci entra sì e no un visitatore su cinquanta.
I sotterranei del Vittoriano
Sotto tutto questo si aprono i sotterranei, dove si conservano i resti di una cava di tufo e pozzolana di età traianea, quindi databile fra il 98 e il 117 dopo Cristo. La cava emerse durante gli scavi di fondazione e costrinse Sacconi a ridisegnare l'appoggio dell'edificio. Durante la Seconda guerra mondiale parte di questi ambienti venne trasformata in rifugio antiaereo per la popolazione, attrezzato con infermeria, acqua potabile, uscite di sicurezza, panche e servizi igienici. Sulle pareti restano i graffiti di chi vi si rifugiò, con frasi che parlano di fame e di paura. È la parte del monumento che tocca di più, e si visita nell'ambito dei percorsi del VIVE.

La storia del Milite Ignoto all'Altare della Patria
La commissione e le undici salme
Nel 1921 lo Stato italiano decise di dare sepoltura solenne a un soldato caduto e mai identificato, come rappresentante di tutti i dispersi della Grande Guerra. Una commissione percorse i principali fronti del conflitto e selezionò undici salme di combattenti sconosciuti, deposte in bare identiche e prive di qualunque segno di riconoscimento. Le bare confluirono a Gorizia e poi nella basilica di Aquileia.
Maria Bergamas e la scelta
A compiere la scelta fu chiamata Maria Bergamas, donna triestina di umili condizioni, madre di Antonio, caduto in guerra e mai ritrovato. La sua figura era carica di significato: Trieste era il centro dell'irredentismo italiano, e una madre che aveva perduto il figlio senza poterne piangere la tomba rappresentava, meglio di qualunque autorità, la condizione di decine di migliaia di famiglie. Le dieci salme non scelte riposano nel cimitero degli Eroi accanto alla basilica di Aquileia.
Il viaggio del treno e la tumulazione del 4 novembre 1921
La bara prescelta fu collocata su un affusto di cannone e portata a Roma in treno, lungo la linea Aquileia, Venezia, Bologna, Firenze, Roma, con circa centoventi fermate distribuite su cinque giorni. A ogni stazione, anche a notte fonda, si presentavano folle silenziose. Fu una delle prime grandi liturgie collettive dell'Italia contemporanea, e la sua efficacia stava nell'anonimato: ciascuna famiglia poteva credere che in quella bara ci fosse il proprio figlio.
Il 4 novembre 1921, terzo anniversario della vittoria, la salma venne tumulata solennemente nell'Altare della Patria. Da allora la tomba è sorvegliata senza interruzione da una guardia d'onore. Nel 1921 il Vittoriano cambiò natura: da monumento dinastico a un re divenne sepolcro nazionale, e fu quel sepolcro, non la statua equestre, a renderlo intoccabile.
Il Museo Centrale del Risorgimento dentro il Vittoriano
Il museo fu concepito già nel 1884, come parte integrante del progetto del monumento, ma aprì effettivamente al pubblico soltanto nel 1970. Occupa una serie di sale monumentali ricavate nel corpo del Vittoriano e racconta la storia italiana dal Settecento alla Prima guerra mondiale attraverso documenti, cimeli, dipinti, armi e oggetti personali dei protagonisti. Fa parte del percorso a pagamento del biglietto unico.
Le opere e i cimeli del Museo Centrale del Risorgimento
Il percorso alterna grandi tele e minuscoli oggetti, e sono i secondi a lasciare il segno. Fra i pezzi esposti si incontrano la Libertà insidiata dalla tirannide, il ritratto di un letterato patriota in carcere di Vincenzo Niccolini, la fascia tricolore appartenuta a Giuditta Bellerio Sidoli, un ritratto di Giuseppe Mazzini, la borsa da viaggio di Attilio Bandiera, la bandiera della Legione Italiana in Uruguay del 1846, una bandiera della Repubblica Romana del 1849, la maschera funebre di Cavour, il dipinto Soldati di Girolamo Induno, la barella su cui Garibaldi venne trasportato dopo il ferimento in Aspromonte nel 1862, una fotografia della breccia di Porta Pia del 1870, un busto ritratto della regina Margherita, una divisa di volontaria della Croce Rossa, il testo del Bollettino della Vittoria e l'affusto di cannone che nel 1921 trasportò la salma del Milite Ignoto.
Segnalo due pezzi su tutti. Il primo sono i pantaloni di tela blu di Giuseppe Garibaldi, un capo di abbigliamento da lavoro che oggi chiameremmo jeans e che il generale portava per scelta, in aperta polemica con l'uniforme: il capo di vestiario più politico dell'intero Risorgimento. Il secondo è la barella dell'Aspromonte, perché racconta il momento in cui l'eroe nazionale venne ferito dalle truppe dello Stato che aveva contribuito a fondare. Chi vuole approfondire il tema può guardare anche all'Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano, che ha sede nello stesso complesso.
Come si visita il Museo Centrale del Risorgimento
Contate un'ora e mezza se leggete le didascalie, quaranta minuti se andate a colpo sicuro. Le sale sono ampie, l'illuminazione è museale e il numero di visitatori resta basso anche nei giorni di punta: è uno dei musei statali più tranquilli del centro di Roma, e la cosa ha dell'incredibile, perché si trova dentro il monumento più fotografato della città.
Il Sacrario delle Bandiere delle Forze Armate
Nell'ala del Vittoriano che guarda i Fori si apre il Museo Sacrario delle Bandiere delle Forze Armate, custodito dalla Difesa. Conserva le bandiere di guerra dei reparti sciolti dell'Esercito, dell'Aeronautica, dell'Arma dei Carabinieri e degli altri corpi armati dello Stato, insieme alle bandiere di combattimento e agli stendardi delle unità navali radiate dal servizio. All'interno si trova anche la cappella del Milite Ignoto.
L'ingresso è gratuito e si effettua da via dei Fori Imperiali. Gli orari indicati dalla Difesa sono dal martedì al venerdì dalle 9.30 alle 12.00 e dalle 14.00 alle 16.00, il sabato, la domenica e i festivi dalle 9.30 alle 12.00 e dalle 14.00 alle 18.00, con chiusura il lunedì per manutenzione; conviene presentarsi almeno venti minuti prima dell'orario di chiusura. Sono previste chiusure stagionali e il calendario va controllato sul sito della Difesa prima di andarci. Per le visite di gruppo esiste un indirizzo dedicato di prenotazione.
Opinione personale: è il luogo più sottovalutato dell'intero complesso. Una sala dopo l'altra di drappi consunti, ciascuno con il nome di un reparto che non esiste più, produce un effetto che nessuna mostra allestita riesce a ottenere. Ci si entra gratis e ci si resta quaranta minuti senza accorgersene.
L'Ala Brasini e le mostre del complesso del Vittoriano
L'ala affacciata sui Fori Imperiali fu progettata e realizzata da Armando Brasini fra il 1924 e il 1935 e da lui prende il nome corrente di Ala Brasini. Per anni ha ospitato le grandi mostre monografiche che hanno fatto la fortuna del cosiddetto Complesso del Vittoriano, e il progetto attuale la destina a diventare uno dei principali spazi espositivi della capitale, con capacità di accogliere esposizioni scientifiche e istituzionali di alto livello. Sono in corso lavori di restauro: chi arriva con l'idea di vedere una mostra controlli il programma sul sito ufficiale, perché la disponibilita degli spazi varia.
Nel frattempo il calendario espositivo del VIVE resta fitto e si distribuisce fra il Vittoriano e Palazzo Venezia, con progetti che spesso coinvolgono anche altri istituti statali romani. L'esposizione temporanea in corso è compresa nel prezzo del biglietto unico, e questo rende il tagliando da 18 euro molto più conveniente di quanto sembri a prima vista.
Palazzo Venezia, l'altra metà del biglietto
Il biglietto del Vittoriano comprende anche Palazzo Venezia, e sarebbe un peccato sprecarlo. Il palazzo fu fondato dal cardinale Pietro Barbo, divenuto poi papa Paolo II fra il 1464 e il 1471, e per secoli ospitò papi, cardinali e ambasciatori. Dall'esterno presenta facciate severe, quasi le mura di una fortezza; all'interno si aprono cortili, giardini e sale di dimensioni sorprendenti. Fra gli ospiti illustri si contano Erasmo da Rotterdam e l'imperatore Carlo V.
Il museo espone arte dal Medioevo al Neoclassicismo, con nuclei importanti di pittura rinascimentale e di arti applicate. Il Giardino Grande è ad ingresso libero ed è uno dei posti più riposanti del centro: un quadrato di verde a venti metri dal traffico di piazza Venezia, con la torretta e il loggiato che lo chiudono. Attenzione a un punto: le sale storiche del palazzo sono interessate da un cantiere di restauro e la loro accessibilità varia, quindi il programma della visita va confermato sul sito ufficiale prima di partire.
Le celebrazioni all'Altare della Patria
Tre volte l'anno l'Altare della Patria smette di essere un monumento e torna a essere quello per cui è stato costruito. Il 25 aprile, anniversario della Liberazione; il 2 giugno, Festa della Repubblica; il 4 novembre, Giornata dell'Unità Nazionale e delle Forze Armate. In queste date il Presidente della Repubblica e le massime cariche dello Stato salgono al sacello del Milite Ignoto e vi depongono una corona d'alloro in memoria dei caduti e dei dispersi italiani nelle guerre.
Chi capita a Roma in una di queste giornate sappia due cose. La prima: la piazza viene chiusa e l'accesso al monumento è sospeso per diverse ore, quindi la visita turistica salta. La seconda: se accettate di rinunciare alla visita e vi piazzate dietro le transenne, assistete a una liturgia civile eseguita con una precisione militare che difficilmente si vede altrove, frecce tricolori comprese il 2 giugno. Io scelgo sempre la seconda.
Quanto dura la visita all'Altare della Patria
Dipende da quanto si vuole salire. Per la parte gratuita, dalla cancellata all'Altare della Patria e al sommoportico, bastano quaranta minuti a passo umano. Aggiungendo la Terrazza delle Quadrighe con l'ascensore si arriva a un'ora e un quarto, code comprese. Con il Museo Centrale del Risorgimento si sale a due ore e mezza. Chi vuole fare anche il Sacrario delle Bandiere e Palazzo Venezia deve mettere in conto una giornata, ed e qui che il biglietto valido sette giorni diventa prezioso: spezzate.
Il mio schema preferito, quando accompagno un gruppo che ha poco tempo, è questo: quarantacinque minuti sulla parte bassa gratuita, salita in ascensore, venti minuti in terrazza, discesa e trasferimento a piedi ai Mercati di Traiano. Due ore, due monumenti, nessuna corsa.
L'Altare della Patria con i bambini
Funziona meglio di quanto si creda, a patto di invertire l'ordine. Ai bambini non interessa il Risorgimento: interessa l'ascensore di vetro che sale nel vuoto, e interessa il cavallo gigantesco. Partite dall'ascensore, fategli cercare dall'alto il Colosseo e la cupola di San Pietro, poi scendete e raccontategli che dentro la pancia di quel cavallo, nel 1911, si è mangiato per davvero. Da lì in poi vi ascoltano.
Il percorso ha molte scale, quindi il passeggino va gestito: gli ascensori risolvono i dislivelli maggiori, ma la scalinata monumentale resta una scalinata. I servizi igienici si trovano nel complesso e si aprono con il QR code del biglietto. Cibi e bevande non entrano, quindi la merenda si fa prima, ai giardinetti di piazza d'Aracoeli o al Giardino Grande di Palazzo Venezia. Il cambio della guardia ogni ora è il momento che i bambini ricordano di più: chiedete l'orario all'ingresso e sincronizzatevi.
Accessibilità dell'Altare della Patria
Il monumento è nato come una montagna di scale, ma oggi la situazione è migliore di quanto l'aspetto suggerisca. Gli ascensori panoramici portano alla terrazza superiore; percorsi attrezzati e ascensori di servizio consentono di raggiungere i livelli principali e gli spazi museali. L'ingresso è gratuito per le persone con disabilità. Il VIVE propone anche esperienze tattili e percorsi accessibili all'interno della propria programmazione. Per una visita in sedia a rotelle conviene contattare il museo in anticipo ai recapiti ufficiali e concordare il percorso: è il modo più sicuro per non trovare una rampa chiusa per lavori.
Che cosa c'è intorno all'Altare della Patria
Dieci minuti a piedi, in qualunque direzione, e siete in mezzo al meglio di Roma. Alle spalle del monumento si sale al Campidoglio per la Cordonata capitolina di Michelangelo, e da lì si entra ai Musei Capitolini, il museo pubblico più antico del mondo. Accanto alla Cordonata sale la scalinata ripidissima dell'Aracoeli, centoventiquattro gradini che portano a Santa Maria in Aracoeli.
Verso i Fori si incontrano il Carcere Mamertino, i Mercati di Traiano con il Museo dei Fori Imperiali, e più avanti il Colosseo e il Palatino. Verso il fiume si scende al Teatro di Marcello e al Circo Massimo. Verso il Corso, a pochi minuti, il Pantheon e la Fontana di Trevi. Chi vuole costruirsi un itinerario ragionato su più giorni trova un percorso solido, in inglese, nella guida di ItalyPlanner dedicata a Roma in tre giorni.
Una curiosità su Altare della Patria – Vittoriano
Il 1911, anno dell'inaugurazione, consegnò al monumento la sua storia più incredibile, e ha per protagonista la pancia di un cavallo. La statua equestre di Vittorio Emanuele II è talmente grande che il corpo dell'animale costituisce un ambiente praticabile: un vano cavo, alto abbastanza da starci in piedi, largo abbastanza da ospitare un tavolo. Prima che il bronzo venisse chiuso e collocato definitivamente, dentro quel ventre venne allestito un rinfresco per una ventina di persone fra quanti avevano lavorato al progetto, in occasione della visita del re. Le fotografie d'epoca lo documentano, e alcune copie sono esposte lungo il percorso del monumento: si vedono signori in giacca e cravatta seduti a un tavolo apparecchiato dentro un cavallo di bronzo, con un'espressione fra il solenne e il divertito.
La scena dice molte cose. Dice che nel 1911 la scala del Vittoriano era percepita come un'impresa ingegneristica prima che artistica, e che chi l'aveva costruito voleva festeggiare dentro la propria opera. Dice anche qualcosa sull'ironia italiana applicata alla retorica nazionale: il monumento più solenne del Regno inaugura la propria carriera con un banchetto clandestino nella pancia di un cavallo. Quando passate davanti alla statua equestre dell'Altare della Patria, alzate lo sguardo verso il ventre dell'animale e pensate a quel tavolo apparecchiato: è la migliore misura possibile delle dimensioni reali del bronzo, molto più efficace di qualunque cifra in metri. E vi garantisco che nessuno, nel gruppo, dimentica più quel dettaglio.
Aggiungo una seconda curiosita che con la prima ha a che vedere. Il bronzo della statua proviene dalla fusione dei cannoni del Regio Esercito. Significa che il ventre in cui si è pranzato era stato, fino a pochi anni prima, artiglieria da campagna. Poche opere condensano così bene il passaggio dalla guerra alla memoria della guerra.
Una cosa che non ti dice nessuno su Altare della Patria – Vittoriano
Che la parte migliore del monumento è gratuita e quasi nessuno la percorre. Non parlo della scalinata e della tomba, che tutti fanno. Parlo del sommoportico e dell'interno dei propilei. Il colonnato in cima alla facciata si attraversa liberamente, senza biglietto, e sopra si allineano le sedici statue delle regioni; i due propilei che lo chiudono custodiscono, nelle loro volte, i mosaici di Antonio Rizzi e Giulio Bargellini, conclusi nel 1921 dopo un concorso del 1912, apertamente debitori di Klimt e della Secessione viennese. Oro, geometrie, figure allungate, una modernità che a Roma in quegli anni non aveva quasi precedenti pubblici.
La quasi totalità dei visitatori arriva all'Altare della Patria, fotografa la tomba, si gira verso piazza Venezia e riscende. Nessuno alza lo sguardo verso il livello superiore, nessuno attraversa il colonnato, nessuno entra nei propilei. Eppure il percorso è segnato, le scale sono lì, e in venti minuti si vedono opere che in qualunque altra città europea avrebbero una fila all'ingresso.
La seconda cosa che non vi dice nessuno riguarda i sotterranei. Sotto il monumento si conserva una cava di tufo e pozzolana di età traianea, e durante la Seconda guerra mondiale parte di quegli ambienti divenne rifugio antiaereo per i civili, con infermeria, acqua potabile, panche e uscite di sicurezza. Sulle pareti sono rimasti i graffiti di chi vi passò le notti dei bombardamenti. Il contrasto fra la retorica marmorea dei piani alti e quelle scritte a matita nel buio è la cosa più istruttiva che l'Altare della Patria abbia da offrire, e non compare in nessuna cartolina.
Terza cosa, pratica: la Terrazza Italia, alla base dei propilei, è gratuita e offre già un panorama che molti pagano altrove. Se il budget è stretto o la fila all'ascensore è lunga, fermatevi lì e non ve ne pentirete.
Il consiglio che ti do per visitare Altare della Patria – Vittoriano
Andateci due volte nello stesso giorno, e la seconda volta andateci al tramonto. Non è un vezzo da fotografi: è il modo in cui questo monumento si capisce. Il botticino è un marmo che di giorno restituisce una luce piatta e implacabile, la stessa che gli e valsa i soprannomi crudeli dei romani. Nell'ora che precede il tramonto, però, il bianco si scalda, i rilievi del fregio di Zanelli acquistano profondità, le colonne del sommoportico proiettano ombre lunghe e l'intero fronte cambia carattere. Dalla terrazza in alto, nello stesso momento, la città si accende da est verso ovest e la cupola di San Pietro diventa una sagoma controluce.
Il secondo consiglio riguarda l'ordine. Non cominciate dall'ascensore. Salite a piedi la scalinata, fermatevi sui gruppi della prima balaustra, arrivate alla tomba, aspettate il cambio della guardia, attraversate il sommoportico, entrate nei propilei. Solo dopo prendete l'ascensore. Chi fa il contrario si brucia il colpo di scena e poi guarda le sculture con la testa altrove.
Terzo: evitate la fascia fra le 11 e le 14 nei fine settimana da marzo a ottobre. La scalinata è esposta a sud, non c'è un filo d'ombra, il marmo riverbera e la fila all'ascensore si allunga. Le 9.30, orario di apertura, sono l'ora d'oro: monumento quasi vuoto, luce radente da est sui Fori, temperatura civile. In alternativa, il tardo pomeriggio dei giorni feriali.
Quarto, e vale più di tutti: prendetevi il tempo per il cambio della guardia. Avviene ogni ora, dura pochi minuti, e nessuna targa lo spiega. È l'unico momento in cui l'Altare della Patria ricorda a chi passa di essere un sepolcro e non un fondale. Chi visita con una guida professionista o un accompagnatore abilitato, tra l'altro, ottiene il vantaggio di arrivare sincronizzato: gli operatori di TourLeaderPro per i servizi a Roma costruiscono gli itinerari proprio intorno a questi incastri di orario.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Che per costruire l'Altare della Patria è stato demolito un pezzo enorme di Roma medievale, e che quella demolizione è la ragione per cui oggi il Campidoglio ha perduto il suo fronte storico. Tutti sanno, vagamente, che il Vittoriano nasconde il colle capitolino. Quasi nessuno sa che cosa c'era prima e quanto se ne è andato.
Sul versante settentrionale del Campidoglio si estendeva il convento francescano dell'Aracoeli, con tre chiostri medievali, gli orti, le celle e i corpi di fabbrica accumulati nei secoli. C'erano la chiesa di Santa Rita da Cascia, un tessuto di case addossate al pendio, viuzze e scale che dalla piazza salivano verso la basilica. C'era la torre di Paolo III, una torre belvedere legata al papa Farnese che chiudeva l'angolo verso Palazzo Venezia. C'era il cavalcavia noto come Arco di San Marco, che scavalcava la strada collegando il colle al palazzo. Tutto questo venne abbattuto fra il 1885 e i primi anni del Novecento, per una superficie demolita che supera i diciannovemila metri quadrati. Lo stesso palazzetto di Palazzo Venezia, il corpo che chiudeva il giardino, fu smontato e ricostruito più a ovest per liberare la vista.
Non serve indignarsi a posteriori con i criteri di oggi: l'Ottocento europeo faceva così ovunque, da Parigi a Vienna, e il sacrificio del vecchio in nome del nuovo Stato era considerato un dovere. Ma conoscere il conto rende la visita più onesta. Quando salite la scalinata state camminando sopra il sedime di tre chiostri medievali. Le fotografie di cantiere conservate nelle Gallerie Sacconi lo mostrano con una crudezza che nessuna ricostruzione digitale eguaglia: si vedono le case ancora in piedi accanto alle prime fondazioni, e si capisce di colpo perché i romani, per due generazioni, hanno guardato questo monumento con rancore.
C'è anche un risvolto positivo, e va detto. Proprio gli scavi restituirono un tratto delle mura serviane del VI secolo avanti Cristo e la cava traianea sotto il monumento: pezzi di storia antica che senza il cantiere del Vittoriano sarebbero rimasti sepolti e sconosciuti.
La foto giusta da fare a Altare della Patria – Vittoriano
La fotografia che tutti provano è il frontale dalla piazza, e quasi sempre viene male: il monumento è troppo largo, la luce è piatta, il traffico e la cancellata riempiono il primo piano di rumore. Se volete portarvi a casa un'immagine che vale, ne propongo tre e nessuna delle tre è quella.
La prima si scatta dal lato dei Fori Imperiali, camminando verso piazza Venezia, nell'ora prima del tramonto. Da lì il Vittoriano si presenta di tre quarti, il sole radente scava i rilievi, e in primo piano entrano la Colonna di Traiano e i resti dei Mercati: una sola inquadratura contiene duemila anni. Usate una focale normale, non un grandangolo spinto, altrimenti la profondità si appiattisce.
La seconda si scatta dalla Terrazza delle Quadrighe, ma non verso il panorama: verso le quadrighe stesse. Mettetevi in modo che una delle Vittorie alate e i suoi quattro cavalli si stagli contro il cielo, con la città sfocata sotto. È l'unica prospettiva al mondo da cui quei bronzi, installati fra il 1924 e il 1927, si vedono da vicino, e il novantanove per cento dei visitatori gira le spalle e fotografa il Colosseo.
La terza è un dettaglio, e chiude il discorso: il volto del soldato morente nel Sacrificio di Leonardo Bistolfi, sulla prima balaustra, ripreso da sotto in su nella luce del mattino. Marmo botticino, una sola figura, nessun contesto. Chi la guarda non capisce nemmeno che siamo all'Altare della Patria, e va benissimo così.
Due avvertenze tecniche. Il treppiede è soggetto alle regole dei musei statali e va concordato; il drone è vietato su tutta l'area, per ovvie ragioni di sicurezza sopra un sepolcro militare e un edificio istituzionale. E per favore, niente pose scherzose davanti alla tomba: i militari di guardia richiamano, giustamente, e la figura è pessima.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
Il primo è la posa della prima pietra, il 22 marzo 1885, alla presenza di Umberto I: l'apertura del cantiere più grande dell'Italia postunitaria, destinato a durare cinquant'anni e a consumare quattro direzioni dei lavori.
Il secondo è l'inaugurazione del 4 giugno 1911, celebrata da Vittorio Emanuele III nell'anno del cinquantenario dell'Unità, dentro la cornice dell'Esposizione internazionale che portò a Roma padiglioni, mostre e delegazioni da mezzo mondo. Fu il momento in cui la capitale mostrò sé stessa come città moderna, e il monumento ne fu il centro simbolico.
Il terzo, e il più importante, è la tumulazione del Milite Ignoto il 4 novembre 1921. Dopo la scelta di Maria Bergamas nella basilica di Aquileia il 28 ottobre e dopo un viaggio in treno di cinque giorni con circa centoventi fermate, la salma di un soldato senza nome venne deposta sotto l'ara della dea Roma. Quel giorno il Vittoriano cessò di essere il monumento di una dinastia e divenne il sepolcro della nazione.
Il quarto sono gli anni del fascismo. Piazza Venezia divenne il fondale del regime, che aveva la propria sede a Palazzo Venezia, e il Vittoriano fu il fondale delle parate: è uno degli usi politici del monumento che la storiografia ha studiato a lungo, e il museo di oggi lo racconta senza imbarazzi, rivendicando al contrario l'identità antifascista e democratica del luogo nel presente.
Il quinto è la Seconda guerra mondiale, quando i sotterranei del monumento vennero attrezzati a rifugio antiaereo per i civili, con infermeria e acqua potabile, e le pareti si riempirono dei graffiti di chi vi cercava scampo durante i bombardamenti su Roma.
Il sesto è il lungo periodo di chiusura del secondo dopoguerra e la riapertura al pubblico del monumento il 9 novembre 1997, che restituì alla città la scalinata, le terrazze e gli spazi interni dopo decenni di accesso limitato. Da quella data comincia la storia contemporanea del Vittoriano come luogo di visita e di mostre.
Il settimo, infine, è la vicenda quotidiana e ininterrotta del picchetto d'onore: dal 1921 a oggi, ogni ora, senza eccezioni, in guerra e in pace. È l'avvenimento meno spettacolare e più significativo di tutti.
Chi è passato da Altare della Patria – Vittoriano
Il primo nome è quello di chi il monumento lo ha immaginato senza vederlo finito: Giuseppe Sacconi, marchigiano, vincitore del concorso il 24 giugno 1884 quando aveva poco più di trent'anni, morto nel 1905 con il cantiere ancora in piena attività. Dopo di lui vi lavorarono Gaetano Koch, Manfredo Manfredi e Pio Piacentini, e negli anni Venti e Trenta Armando Brasini per l'ala sui Fori.
Poi c'è la generazione di scultori che qui lasciò il proprio segno, e non sono nomi minori: Giulio Monteverde e Francesco Jerace per i bronzi dell'ingresso, Augusto Rivalta, Lodovico Pogliaghi, Leonardo Bistolfi ed Ettore Ximenes per i quattro gruppi della prima balaustra, Pietro Canonica ed Emilio Quadrelli per le fontane dei due mari, Edoardo Rubino ed Edoardo De Albertis per le Vittorie, Giuseppe Tonnini per i leoni alati, Angelo Zanelli per il fregio dell'Altare della Patria e per la dea Roma, Enrico Chiaradia ed Emilio Gallori per la statua equestre, Antonio Rizzi e Giulio Bargellini per i mosaici dei propilei. Una parte consistente della scultura italiana fra Otto e Novecento passò da questo cantiere.
Dei sovrani: Umberto I pose la prima pietra nel 1885, Vittorio Emanuele III inaugurò il monumento nel 1911 e nel 1921 presenziò alla tumulazione del Milite Ignoto. Ma la figura che qui conta più di ogni re è una donna senza titoli: Maria Bergamas, triestina, madre di Antonio caduto e mai ritrovato, che il 28 ottobre 1921 ad Aquileia scelse fra undici bare identiche quella destinata a Roma. Il suo gesto è il vero atto fondativo dell'Altare della Patria come lo intendiamo oggi.
Dal 1921 in poi sono passati di qui tutti i Presidenti della Repubblica italiana, ogni 25 aprile, ogni 2 giugno, ogni 4 novembre, oltre che in occasione delle visite di Stato: la deposizione della corona d'alloro al sacello del Milite Ignoto è il primo atto protocollare di quasi ogni capo di Stato straniero in visita ufficiale a Roma. Sommate le une alle altre, sono migliaia di cerimonie in poco più di un secolo.
E poi ci sono passati i romani, in massa e per ragioni opposte: a festeggiare, a protestare, a piangere. Il Vittoriano è stato fondale di adunate e di cortei, di funerali di Stato e di scudetti. Nessun altro luogo della città ha ospitato una gamma così larga di emozioni collettive, e questo, per un monumento che in molti considerano estraneo a Roma, è una contraddizione che vale la pena tenere a mente.
Quando andare all'Altare della Patria
La stagione migliore è la seconda metà di ottobre, con novembre a ruota: luce bassa, cielo terso, temperature giuste per salire scale, e il 4 novembre che carica il monumento del suo significato pieno. Aprile e maggio sono bellissimi ma affollati. Luglio e agosto, sulla scalinata esposta a sud, sono una prova fisica: se ci andate, andateci alle 9.30 o dopo le 18.30, e approfittate delle aperture serali quando sono in calendario.
Sulle ore: apertura alle 9.30, chiusura alle 19.30 con ultimo ingresso alle 18.45. Le due fasce migliori sono la prima ora del mattino e le due ore che precedono la chiusura. Nelle date di apertura prolungata fino alle 23.30 il monumento illuminato è un'altra cosa, e la terrazza di notte, con Roma accesa sotto, è uno di quei ricordi che restano.
Un'ultima nota di calendario: il 25 aprile, il 2 giugno e il 4 novembre la visita ordinaria salta per le cerimonie. Se il vostro unico giorno a Roma cade in una di quelle date, riorganizzate il programma e mettete in conto la cerimonia al posto della visita. Per costruire il resto della giornata intorno a questo vincolo, la panoramica in inglese delle cose migliori da fare a Roma su ItalyPlanner aiuta a incastrare le alternative.
Domande veloci su Altare della Patria – Vittoriano
Quanto costa entrare all'Altare della Patria?
Salire la scalinata e arrivare all'Altare della Patria con la Tomba del Milite Ignoto non costa nulla. Il biglietto unico del VIVE, necessario per la Terrazza Panoramica, il Museo Centrale del Risorgimento, il Museo Nazionale di Palazzo Venezia e la Biblioteca, costa 18 euro l'intero e 5 euro l'agevolato, e comprende l'esposizione temporanea in corso.
Quanto costa salire sulla terrazza panoramica del Vittoriano?
La terrazza rientra nel biglietto unico da 18 euro, che include anche gli altri spazi a pagamento del complesso e vale sette giorni dalla data di ingresso scelta.
Quali sono gli orari dell'Altare della Patria?
Tutti i giorni dalle 9.30 alle 19.30, con ultimo ingresso alle 18.45. Nelle date di apertura serale in calendario il Vittoriano resta aperto fino alle 23.30, con ultimo ingresso alle 22.45.
L'Altare della Patria è chiuso il lunedì?
No. Il Vittoriano apre tutti i giorni della settimana. Il Sacrario delle Bandiere delle Forze Armate, invece, è chiuso il lunedì per manutenzione.
Si entra gratis all'Altare della Patria la prima domenica del mese?
Sì. L'ingresso agli spazi del VIVE è gratuito ogni prima domenica del mese. È la giornata più affollata: se volete i musei con calma, scegliete un altro giorno; se volete solo la terrazza, conviene.
Serve prenotare per visitare l'Altare della Patria?
Per la parte gratuita no. Per gli spazi a pagamento il biglietto si acquista online attraverso il sistema di prenotazione indicato sul sito ufficiale oppure in cassa; nei fine settimana di alta stagione l'acquisto anticipato fa risparmiare parecchi minuti di fila.
Quanto dura la visita all'Altare della Patria?
Quaranta minuti per la sola parte gratuita, un'ora e un quarto aggiungendo la terrazza, due ore e mezza con il Museo Centrale del Risorgimento, una giornata intera se si aggiungono il Sacrario e Palazzo Venezia.
Si possono fare foto all'Altare della Patria?
Sì, la fotografia amatoriale è consentita negli spazi aperti del monumento. Treppiedi e attrezzature professionali seguono le regole dei musei statali e vanno concordati; i droni sono vietati sull'intera area.
L'Altare della Patria è accessibile in sedia a rotelle?
In buona parte sì, grazie agli ascensori panoramici e ai percorsi attrezzati che raggiungono i livelli principali e gli spazi museali. L'ingresso è gratuito per le persone con disabilità. Per una visita senza sorprese conviene contattare in anticipo il museo ai recapiti ufficiali.
Dove si trova esattamente l'Altare della Patria?
A piazza Venezia, sul versante settentrionale del colle capitolino, nel centro storico di Roma. La sede del VIVE che lo gestisce ha indirizzo in piazza San Marco 49, 00186 Roma.
Come si arriva all'Altare della Patria con i mezzi?
Con le linee di superficie che servono piazza Venezia, piazza d'Aracoeli, via del Plebiscito e via del Teatro di Marcello; il cantiere della metro C sposta periodicamente le fermate, quindi la verifica va fatta il giorno stesso sull'applicazione dell'azienda di trasporto. Con la metropolitana, la fermata utile e Colosseo sulla linea B, a circa dodici minuti a piedi.
Chi è sepolto all'Altare della Patria?
Il Milite Ignoto, un soldato italiano caduto nella Prima guerra mondiale e mai identificato, scelto fra undici salme da Maria Bergamas ad Aquileia il 28 ottobre 1921 e tumulato a Roma il 4 novembre 1921.
Perché l'Altare della Patria si chiama così?
Perché al centro della facciata si trova l'ara dedicata alla dea Roma, cioè l'altare vero e proprio, che dal 1921 custodisce anche il sepolcro del Milite Ignoto. Il nome della parte ha finito per indicare tutto il monumento, il cui nome ufficiale resta Monumento nazionale a Vittorio Emanuele II.
Qual è la differenza fra Altare della Patria e Vittoriano?
Il Vittoriano è l'intero edificio progettato da Giuseppe Sacconi; l'Altare della Patria è l'ara centrale con la tomba del Milite Ignoto. Nell'uso corrente i due termini si sovrappongono.
Quanto è alto l'Altare della Patria?
Settanta metri fino alle terrazze superiori, ottantuno metri considerando le quadrighe che coronano i due propilei. La fronte misura circa 135 metri di larghezza.
Chi ha progettato l'Altare della Patria?
Giuseppe Sacconi, vincitore del concorso il 24 giugno 1884. Alla sua morte, nel 1905, i lavori proseguirono sotto Gaetano Koch, Manfredo Manfredi e Pio Piacentini; l'ala sui Fori Imperiali fu aggiunta da Armando Brasini fra il 1924 e il 1935.
Di che marmo è fatto l'Altare della Patria?
Di marmo botticino, estratto nel Bresciano. Sacconi aveva inizialmente pensato al travertino e poi al marmo di Carrara; la scelta finale rispose a ragioni economiche e cromatiche, e spiega il candore che valse al monumento i soprannomi romani di torta nuziale e macchina da scrivere.
Quando è stato inaugurato il Vittoriano?
Il 4 giugno 1911, da Vittorio Emanuele III, nell'anno del cinquantenario dell'Unità d'Italia. I lavori erano cominciati il 22 marzo 1885 e si conclusero nel 1935.
C'è il cambio della guardia all'Altare della Patria?
Sì, alla Tomba del Milite Ignoto, e avviene ogni ora. Dura pochi minuti e vale la pena sincronizzare la visita: chiedete l'orario esatto al personale all'ingresso.
Si può visitare il Sacrario delle Bandiere?
Sì, l'ingresso è gratuito e si effettua da via dei Fori Imperiali. Gli orari indicati dalla Difesa sono dal martedì al venerdì 9.30-12.00 e 14.00-16.00, il sabato, la domenica e i festivi 9.30-12.00 e 14.00-18.00, con chiusura il lunedì; sono previste chiusure stagionali, quindi il calendario va controllato prima.
Il Museo Centrale del Risorgimento è compreso nel biglietto?
Sì, rientra nel biglietto unico del VIVE insieme alla Terrazza Panoramica, al Museo Nazionale di Palazzo Venezia e alla Biblioteca.
L'Altare della Patria è adatto ai bambini?
Molto, se si comincia dall'ascensore panoramico e dalla statua equestre. Il monumento ha molte scale, quindi il passeggino va gestito con gli ascensori; cibi e bevande non entrano, quindi la merenda si fa prima.
C'è un bar o una caffetteria all'Altare della Patria?
Sì, il complesso dispone di un servizio di caffetteria; lo scontrino della caffetteria è uno dei modi per accedere ai servizi igienici, che altrimenti si aprono con il QR code del biglietto o pagando 1 euro.
Si possono portare zaini e borse dentro il Vittoriano?
Valgono le regole dei musei statali: gli oggetti ingombranti vanno lasciati al deposito quando indicato dal personale, e cibi e bevande non sono ammessi negli spazi del VIVE.
Quanto si aspetta in coda all'Altare della Patria?
Per la parte gratuita, di norma nulla o pochi minuti ai controlli. Per gli ascensori panoramici la fila si concentra fra le 11 e le 15 nei fine settimana e nei ponti; arrivando all'apertura o nelle ultime due ore si sale quasi subito.
Vale la pena salire sulla terrazza del Vittoriano?
Se dovessi scegliere una sola terrazza a pagamento a Roma, sceglierei questa. La combinazione di centralità e altezza non ha eguali in città, e la vista comprende Fori, Colosseo, cupola di San Pietro e tetti del centro in una sola rotazione.
Qual è la differenza fra l'Altare della Patria e i Musei Capitolini?
Sono due istituzioni diverse e due epoche diverse. L'Altare della Patria è il monumento nazionale ottocentesco dello Stato italiano; i Musei Capitolini, sul Campidoglio alle spalle del Vittoriano, sono il museo pubblico più antico del mondo e conservano le collezioni di scultura antica del Comune di Roma. I biglietti sono separati.
Si può salire sul Vittoriano di sera?
Nelle date di apertura prolungata in calendario, sì: il monumento resta aperto fino alle 23.30 con ultimo ingresso alle 22.45. Il programma delle serate va controllato sul sito ufficiale del museo.
L'Altare della Patria è visitabile con una guida?
Sì. Il museo propone visite guidate e attività nell'ambito della propria programmazione, e restano disponibili le guide turistiche e gli accompagnatori abilitati per gruppi privati: per Tour ed esperienze private, aziendali o V.I.P. il riferimento operativo e l'accompagnamento turistico professionale di TourLeaderPro.
Che cosa si vede intorno all'Altare della Patria in dieci minuti a piedi?
Il Campidoglio con la Cordonata di Michelangelo, la basilica di Santa Maria in Aracoeli, il Carcere Mamertino, i Mercati di Traiano, il Teatro di Marcello e, poco oltre, il Colosseo.
Un'ultima cosa, da chi accompagna gruppi su questa scalinata da molti anni. L'Altare della Patria si porta addosso la fama di monumento ingombrante, retorico, poco romano, e l'ironia con cui la città lo ha battezzato non è mai del tutto scomparsa. Prendetela come un invito a guardarlo meglio, non come una scusa per saltarlo. Salite piano, fermatevi sui bronzi che nessuno guarda, aspettate il cambio della guardia, attraversate il colonnato in alto e affacciatevi dai propilei. Quando riscendete in piazza Venezia vi accorgerete che il monumento non è cambiato: siete cambiati voi, e questa è l'unica cosa che a un visitatore possa davvero interessare.

Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.
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