Istituto Centrale per la Grafica – Palazzo Poli

Indirizzo: via della Stamperia 6, 00187 Roma, rione Trevi. L'ingresso alle mostre avviene dal fronte di Palazzo Poli, in via Poli 54, cioè sul retro dell'edificio che chiude la scena della Fontana di Trevi. Telefono 06 699801, posta elettronica ic-gr@cultura.gov.it. L'ingresso alla sala espositiva è gratuito e l'apertura segue il calendario delle mostre: l'orario indicato dall'Istituto è dal martedì alla domenica, dalle 10 alle 19, con chiusura il lunedì, e conviene una verifica sul sito ufficiale nel dominio cultura.gov.it prima di uscire di casa, perché fra una mostra e l'altra la sala resta chiusa. Non serve prenotare per le mostre. Serve invece una richiesta scritta e un appuntamento per la sala di studio del Gabinetto disegni e stampe e per la biblioteca specialistica, che sono servizi di ricerca e non spazi museali a libero accesso. La fermata di metropolitana più comoda è Barberini, sulla linea A, cinque minuti a piedi in discesa lungo via del Tritone; da piazza Venezia si arriva in dieci minuti per via del Corso e via delle Muratte. Il catalogo digitale delle collezioni è pubblico e consultabile da casa su calcografica.it.

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Musei Vaticani e Cappella Sistina✦ Vai all'apertura

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Tivoli: Villa d'Este e Villa Adriana✦ Patrimonio UNESCO

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Vale la pena mettere subito in chiaro la cosa che quasi nessuno sa, perché cambia il modo di guardare la piazza più fotografata d'Italia: la parete monumentale su cui Nicola Salvi ha appoggiato la Fontana di Trevi non è un fondale scenografico costruito apposta. È la facciata di un palazzo abitato, Palazzo Poli, e dentro quel palazzo il Ministero della Cultura conserva una delle più grandi raccolte di stampe, disegni, matrici incise e fotografie del mondo. Ogni giorno decine di migliaia di persone fotografano quell'architettura credendo che dietro ci sia il vuoto. Dietro ci sono oltre centosettantamila stampe, ventiquattromila disegni, ventisettemila matrici di rame e diciassettemila fotografie. Fra le matrici, tutte le lastre incise da Giovanni Battista Piranesi: il fondo più importante che esista su questo pianeta.

Se cercate un orientamento generale sulle cose da vedere in città, la pagina delle attrazioni turistiche di Roma raccoglie i luoghi principali; per la scena d'acqua che tutti conoscono c'è la pagina della Fontana di Trevi, e per l'architettura dell'edificio quella di Palazzo Poli. Quello che segue riguarda invece l'istituzione che abita l'edificio, il suo patrimonio e il modo concreto di entrarci.

Palazzo Poli - Istituto Centrale per la Grafica
Palazzo Poli - Istituto Centrale per la Grafica

Che cos'è davvero l'Istituto Centrale per la Grafica

La definizione amministrativa è arida e va detta lo stesso, perché spiega i poteri e i doveri di questa istituzione: l'Istituto Centrale per la Grafica è un istituto del Ministero della Cultura dotato di autonomia speciale, con un proprio direttore, un proprio bilancio e un proprio consiglio di amministrazione. La denominazione attuale è in vigore dal 10 dicembre 2014, quando è entrato in funzione il regolamento di organizzazione del Ministero introdotto con il decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 29 agosto 2014, numero 171, all'articolo 30. L'autonomia speciale, quella che gli consente di programmare mostre, acquisti e restauri senza passare ogni volta da una direzione generale, è arrivata l'anno successivo.

Tradotto in parole utili al visitatore: qui dentro non c'è un museo nel senso in cui lo è la Galleria Borghese, con un percorso fisso e un capolavoro sempre appeso allo stesso chiodo. C'è un organismo che conserva materiali fragilissimi, li studia, li restaura, li digitalizza e li mostra a rotazione. La grafica è arte di carta e di rame. La carta teme la luce con una intolleranza quasi animale: un disegno esposto troppo a lungo perde per sempre la brillantezza degli inchiostri ferro-gallici e la resa dei bianchi. Per questo un gabinetto di stampe e disegni, in tutto il mondo, funziona per mostre temporanee e per consultazione su richiesta, mai per esposizione permanente. Chi si presenta in via della Stamperia aspettandosi una pinacoteca resterà deluso; chi ci arriva sapendo cosa cercare esce con la sensazione di aver visto qualcosa che a Roma non si vede altrove.

La mia opinione, dopo vent'anni di gruppi accompagnati in questa città: l'Istituto Centrale per la Grafica è il luogo più sottovalutato del centro storico, e lo è per una ragione quasi comica. È invisibile perché è troppo visibile. Il suo palazzo è lo sfondo di milioni di fotografie, e proprio per questo nessuno lo legge come un edificio con un interno, una porta e un contenuto.

L'Istituto Centrale per la Grafica e il complesso monumentale della Fontana di Trevi

La sede non è un edificio solo. L'Istituto occupa due fabbriche contigue e comunicanti, che insieme formano quello che gli atti chiamano il complesso monumentale della Fontana di Trevi: Palazzo Poli, con i suoi fronti su piazza Poli, via Poli e piazza di Trevi, e il palazzo della Calcografia, che apre al numero 6 di via della Stamperia e fu costruito nel 1837 su progetto di Giuseppe Valadier per ospitare la Calcografia camerale.

La comunicazione fisica fra i due edifici non è un dettaglio da catasto. È stata la condizione perché nel 2008 le collezioni, per decenni divise fra due sedi e due tradizioni, potessero finalmente riunirsi sotto lo stesso tetto e nelle stesse condizioni climatiche controllate. Un fondo di disegni che vive in due depositi diversi è un fondo dimezzato: due schedari, due conservatori, due sale di studio, e nessuno che possa mettere sul tavolo il disegno preparatorio accanto alla stampa che ne è derivata e alla matrice che l'ha impressa. Quella triade, disegno, matrice, stampa, è esattamente ciò che rende questo istituto diverso da qualunque altro gabinetto europeo.

Il palazzo della Calcografia di via della Stamperia, sede dell'Istituto Centrale per la Grafica

Il palazzo di Valadier è un edificio sobrio, quasi severo, del tutto privo di quella retorica tardobarocca che gonfia la piazza a pochi metri di distanza. Valadier, che era il grande architetto della Roma napoleonica e della Restaurazione, lo progettò come una macchina da lavoro: depositi per le lastre, sale per i torchi, uffici per l'amministrazione camerale. Il suo interesse per la stamperia pontificia non fu passeggero, e la direzione della Calcografia lo tenne occupato per anni.

Passando per via della Stamperia si guardi il portale al numero 6. Il nome della strada non è ornamentale: viene dal palazzo della Stamperia camerale, al numero 8, l'edificio che il cardinale Luigi Cornaro fece costruire nel 1580 su disegno di Jacopo Del Duca, allievo di Michelangelo. Cornaro morì quattro anni dopo, e il palazzo passò di mano più volte, ai Bentivoglio, ai cardinali Valenti e Ceva, a donna Olimpia Maidalchini Pamphilj, fino a entrare nella disponibilità di Pio VI nel 1777. In quelle sale, il 13 luglio 1636, morì Maria di Savoia, figlia di Carlo Emanuele I. Durante il fascismo l'edificio ospitò il Ministero delle Corporazioni; oggi vi hanno sede uffici della Presidenza del Consiglio. Un isolato, due palazzi, quattro secoli di storia dello Stato e della stampa: e sopra tutto questo passano ogni giorno migliaia di persone che guardano soltanto il telefono per orientarsi verso la fontana.

Palazzo Poli, la parte dell'Istituto Centrale per la Grafica che nessuno vede

Palazzo Poli è molto più grande di quanto la facciata sulla fontana lasci intuire. Il fronte su piazza di Trevi è solo il lato corto di un organismo che si allunga verso piazza Poli e via Poli, con cortili, scale, un piano nobile di grandi ambienti e un salone che è fra i più vasti del centro storico. Chi vuole capire la dimensione reale dell'edificio deve fare una cosa semplicissima e che quasi nessun turista fa: girare l'angolo. Da piazza di Trevi si imbocca via delle Muratte, si prende a sinistra e in due minuti si arriva in piazza Poli, davanti a un palazzo di aspetto tardo cinquecentesco che non sembra avere alcun rapporto con la fontana. È lo stesso edificio.

Storia di Palazzo Poli prima della fontana

Il nucleo più antico dell'edificio risale al Cinquecento e portava un altro nome: Palazzo d'Aragona, con il fronte su quella che oggi è piazza Poli. Nel 1566 lo acquistò Lelio Cesi, duca di Ceri, e affidò i lavori a Martino Longhi il Vecchio, uno dei costruttori più richiesti della Roma di Pio V e Gregorio XIII, e in un secondo momento a Ottaviano Mascherino, l'architetto bolognese che a Roma avrebbe lasciato la scala elicoidale del Quirinale. Sono nomi di primo rango: chi passa in piazza Poli guarda un'architettura progettata dagli stessi uomini che hanno disegnato mezza Roma di fine Cinquecento.

Dopo i Cesi arrivarono i Borromeo, che ingrandirono la fabbrica. Nel 1678 il palazzo passò a Lucrezia Colonna, che sposò Giuseppe Lotario Conti, duca di Poli: da quel matrimonio viene il nome che l'edificio porta ancora oggi, e che a sua volta viene da Poli, il paese sui Monti Prenestini che dà il titolo ducale alla famiglia. Il legame fra il palazzo e la famiglia Conti è la chiave per capire tutto quello che accadde nel secolo successivo, perché i Conti non erano una casata qualunque: erano la famiglia di Innocenzo III e, nel Settecento, quella di Innocenzo XIII.

Palazzo Poli dai Conti duchi di Poli al pontificato di Innocenzo XIII

Nel 1712 il duca ottenne da papa Clemente XI il permesso di ampliare l'edificio per ricavarne l'appartamento del cardinale Michelangelo Conti, che dieci anni più tardi sarebbe salito al soglio con il nome di Innocenzo XIII. Nel 1723 la famiglia acquistò gli edifici adiacenti e il palazzo raggiunse i suoi confini definitivi, fino a piazza di Trevi e a via della Stamperia. In undici anni, insomma, una casata che aveva appena espresso un papa comprò mezzo isolato e si costruì una residenza urbana che guardava la piazza dell'acqua.

Nel 1729 il duca Stefano Conti fece uniformare il prospetto su piazza di Trevi. È un dettaglio decisivo e sfugge a tutti: quando Nicola Salvi cominciò a lavorare, la facciata su cui avrebbe addossato la fontana era appena stata rifatta. Non stiamo parlando di un muro qualunque riadattato per necessità. Parliamo di una facciata nuova di zecca, costata parecchio, che una decisione pontificia trasformò nel giro di pochi anni in un supporto per l'opera di qualcun altro.

Perché i duchi di Poli protestarono

La famiglia si oppose, e aveva le sue ragioni. La costruzione della fontana avrebbe ridotto la facciata del loro palazzo di due interassi di finestre, cioè avrebbe mangiato una porzione consistente del fronte e l'avrebbe subordinata per sempre a un'architettura non loro. Un nobile romano del Settecento leggeva la propria facciata come noi leggiamo un biglietto da visita: perderne due campate significava perdere rango.

La protesta non servì. Il progetto andò avanti, e il risultato fu il paradosso che ancora oggi definisce l'edificio: Palazzo Poli è famosissimo e insieme anonimo. Nessuno sa come si chiama, tutti lo hanno fotografato. Se dovessi indicare in tutta Roma un caso più netto di architettura fagocitata dalla propria decorazione, non saprei quale citare.

La Fontana di Trevi addossata all'Istituto Centrale per la Grafica

La storia della fontana la conoscono in molti, ma quasi sempre a pezzi, e con le date sbagliate. Vale la pena rimetterla in ordine, perché l'edificio dell'Istituto ne è parte integrante.

Nel 1731 papa Clemente XII bandì il concorso per la nuova fontana di terminale dell'Acqua Vergine. Il bando fu vinto sulla carta dal francese Lambert-Sigisbert Adam, ma l'incarico passò a Nicola Salvi, e la ragione più accreditata è che il pontefice non volesse affidare a uno straniero un'opera destinata a rappresentare la magnificenza di Roma. I lavori cominciarono nel 1732 e finirono il 22 maggio 1762. Trent'anni di cantiere nel punto più stretto e trafficato di un rione popolare: si immagini che cosa significasse per chi ci abitava.

Tre papi e due inaugurazioni anticipate davanti a Palazzo Poli

Clemente XII, che aveva bandito il concorso, non vide l'opera finita: fece celebrare un'inaugurazione anticipata già nel 1735. Benedetto XIV ne volle una seconda nel 1744. L'opera fu completata soltanto sotto Clemente XIII. Nel frattempo Giuseppe Pannini, incaricato di portarla a termine, fu rimosso per avere modificato il progetto originale, e dal 1759 subentrò Pietro Bracci, affiancato dal figlio Virginio.

Chi ha scolpito che cosa

L'Oceano al centro, la figura colossale che tutti chiamano impropriamente Nettuno, è di Pietro Bracci. Le due statue laterali nelle nicchie, la Salubrità e l'Abbondanza, sono di Filippo della Valle, uno degli scultori più fini del Settecento romano e oggi ingiustamente dimenticato. Alle altre figure lavorarono Agostino Corsini, Bernardino Ludovisi, Francesco Queirolo e Bartolomeo Pincellotti. È un cantiere corale, come tutti i grandi cantieri romani del secolo: l'idea che una fontana simile sia opera di un genio solitario è una comodità narrativa che non regge alla prova dei documenti di pagamento.

L'acqua Vergine che scorre ai piedi di Palazzo Poli

L'acqua che riempie la vasca arriva dall'Acqua Vergine, l'acquedotto di età augustea che è l'unico fra gli antichi acquedotti romani a non avere mai smesso di portare acqua in città. Corre quasi interamente sottoterra per una ventina di chilometri, e questa è la ragione per cui sopravvisse agli assedi e ai tagli che misero fuori uso tutti gli altri: nessuno poteva interromperlo semplicemente abbattendo un'arcata. Quando si guarda la fontana si guarda anche l'ultimo tratto di un'infrastruttura che funziona dai tempi di Agrippa.

Un'opinione da guida, e la dico senza giri di parole: la Fontana di Trevi si visita male. Non perché non sia straordinaria, ma perché la folla la riduce a un fondale per selfie e nessuno alza gli occhi ai due terzi superiori della facciata, che sono architettura di Palazzo Poli e non scultura di Salvi. Il modo giusto di vederla è arrivarci alle sette del mattino, guardare prima il palazzo e poi l'acqua, e poi entrare dalla porta di via Poli quando la sala espositiva apre.

Palazzo Poli - Fontana di Trevi
Palazzo Poli - Fontana di Trevi

La Calcografia camerale del 1738, il primo cuore dell'Istituto Centrale per la Grafica

Mentre a pochi metri di distanza si scavavano le fondazioni della fontana, nello stesso isolato accadeva un fatto che nessuna guida racconta e che ha conseguenze enormi. Il 15 febbraio 1738 Clemente XII fondò la Calcografia camerale, cioè l'istituzione pubblica incaricata di conservare le matrici incise delle opere più notevoli degli antichi maestri, quelle lastre di rame che, come dice il documento istitutivo, contribuivano grandemente a promuovere presso le nazioni straniere la magnificenza e lo splendore di Roma.

Bisogna capire che cosa fosse una lastra incisa nel Settecento. Era, insieme, un'opera d'arte e un impianto industriale. Da una matrice di rame si tiravano centinaia di esemplari, e ogni esemplare portava in giro per l'Europa l'immagine di un monumento romano, di un affresco vaticano, di una statua antica. La stampa era il mezzo con cui Roma esportava se stessa. Un gentiluomo inglese che non aveva mai visto il Colosseo lo conosceva attraverso un'acquaforte comprata da un mercante di Londra, e quell'acquaforte era stata impressa da un rame inciso a Roma. Fondare una calcografia pubblica significava nazionalizzare quel canale, sottrarlo alla dispersione delle botteghe private e impedire che i rami finissero fusi per ricavarne metallo.

Perché una calcografia di Stato: le origini dell'Istituto Centrale per la Grafica

La ragione è brutalmente materiale. Il rame vale. Una matrice consumata, per un erede poco interessato, era un lingotto in attesa di crogiolo. Interi corpus di incisioni cinquecenteschi sono spariti così, non per incendi o saccheggi ma per il prezzo del metallo. La Calcografia camerale nacque anche come rifugio contro questa forma banale e definitiva di distruzione, e la calcoteca che oggi l'Istituto conserva è il risultato di quasi tre secoli di quella politica.

Da quella data in avanti la raccolta si accrebbe per acquisti, lasciti e passaggi di proprietà, spesso rilevando in blocco i fondi delle grandi botteghe editoriali romane quando una dinastia di mercanti di stampe si estingueva. Il criterio era semplice e lungimirante: comprare i rami interi, non i singoli pezzi, perché un fondo smembrato perde il proprio senso storico. È la ragione per cui oggi la calcoteca dell'Istituto Centrale per la Grafica è la più consistente al mondo.

Le matrici di Piranesi all'Istituto Centrale per la Grafica

Se in questo palazzo esiste un tesoro nel senso proprio della parola, sono i rami di Giovanni Battista Piranesi. Non copie, non tirature ottocentesche: le lastre di rame che l'incisore veneziano trasferitosi a Roma nel 1740 lavorò con le proprie mani, e da cui uscirono le Vedute di Roma, le Antichità Romane, le Carceri d'invenzione. L'Istituto ne conserva l'intero fondo, e non esiste al mondo una raccolta comparabile.

I numeri, verificati sul catalogo dell'Istituto e sugli atti del progetto di restauro, sono questi: la Calcografia Piranesi comprende 1191 lastre incise su rame, delle quali 964 sono matrici autografe di Giovanni Battista. Il fondo complessivo, contando anche le matrici degli altri incisori confluite nella stessa raccolta, arriva a 1505 pezzi. Attorno ai rami del padre ci sono infatti quelli del figlio Francesco, della figlia Laura, che fu incisora di mestiere e non dilettante, del figlio minore Pietro, e di autori esterni alla bottega come Nicolas Dorigny, Arnold van Westerhout e Francesco Bartolozzi, i cui rami la ditta Piranesi aveva acquistato per allargare il catalogo di vendita. Le matrici catalogate coprono un arco che va dal 1743 al 1806.

Come i rami di Piranesi sono arrivati all'Istituto Centrale per la Grafica

La vicenda è un romanzo, e vale la pena raccontarla per esteso perché spiega perché quelle lastre siano a Roma e non a Parigi.

Alla morte di Giovanni Battista, nel 1778, la bottega passò ai figli. Francesco Piranesi, personaggio politicamente spregiudicato e legato agli ambienti giacobini, nel 1799 trasferì l'intera calcografia a Parigi, dove la ditta continuò a stampare e a vendere le vedute romane a una clientela europea che le comprava a scatole intere. Alla morte di Francesco, nel 1810, la calcografia fu acquistata dalla celebre stamperia parigina Firmin Didot Frères, che ne proseguì le tirature fino alla fine del 1838.

Il 19 dicembre 1838 i Firmin Didot firmarono il contratto di vendita con la Calcografia camerale di Roma. Il ritorno avvenne sotto il pontificato di Gregorio XVI ed è una delle acquisizioni più significative della storia dell'istituzione. Quarant'anni dopo essere partiti, i rami di Piranesi rientravano nella città che avevano reso celebre in tutta Europa, e ci rientravano come proprietà pubblica. Dal 1897 il fondo fu ordinato in tomi e numerato come serie unica, con una numerazione organizzata per soggetto anziché per autore, secondo la logica dei cataloghi ottocenteschi.

Mi permetto un giudizio: quell'acquisto del 1838 è uno dei pochi atti di politica culturale del tardo Stato pontificio che regga il confronto con qualunque standard moderno. Comprare un fondo intero, all'estero, con soldi pubblici, per riportarlo a casa e conservarlo invece che rivenderlo, era una scelta tutt'altro che ovvia in un'epoca in cui il patrimonio italiano usciva dal Paese a camionate.

Perché le matrici di rame si consumano

Una matrice calcografica non è eterna, e questo è il punto che chi non lavora con le stampe fatica a capire. La stampa a incisione funziona per pressione: la lastra inchiostrata passa sotto i cilindri del torchio insieme al foglio umido, e la carta viene spinta dentro i solchi a raccogliere l'inchiostro. La pressione esercitata dai cilindri si misura in quintali per decimetro quadro, tra cinque e dieci. Ogni passaggio schiaccia impercettibilmente i bordi dei solchi. Dopo qualche centinaio di tirature l'immagine perde mordente, i neri diventano grigi, le ombre si appiattiscono.

Per rallentare l'usura, dal 1859 e nei due anni successivi si cominciò a proteggere le lastre con l'acciaiatura, cioè con un sottilissimo deposito galvanico di ferro sulla superficie di rame; più tardi si passò alla cromatura. Quando l'immagine era ormai stanca si ricorreva al ripristino dell'inciso: un incisore riprendeva a bulino i solchi consumati, segno per segno, rientrando negli incavi originali. È un lavoro di pazienza sovrumana e insieme un problema filologico enorme, perché dopo un ripristino la matrice non è più esattamente quella che l'artista aveva inciso.

Nella calcoteca l'Istituto conserva anche un piccolo fondo di quattro controforme e ventotto repliche galvaniche acquisite nell'Ottocento, fra cui diciannove repliche ricavate da una matrice di Marcucci e otto da matrici di Calamatta. Sono oggetti tecnici che raccontano il momento in cui la riproduzione meccanica entrò nel mondo dell'incisione d'arte e cominciò a scardinarlo.

Il restauro delle matrici piranesiane all'Istituto Centrale per la Grafica

Nel 2009 l'Istituto presentò il Progetto Piranesi, curato da Ginevra Mariani, direttore del settore Calcoteca. L'obiettivo era duplice: da un lato lo studio, la revisione e il restauro delle matrici con analisi diagnostiche non invasive, dall'altro la pubblicazione di un catalogo generale in sei volumi che permettesse agli studiosi di lavorare sulla tecnica esecutiva, sulla storia della collezione e sul funzionamento della bottega. I primi tre volumi sono usciti fra il 2010 e il 2017. Alle campagne di restauro finanziate dal Ministero si è aggiunto nel 2019 un cofinanziamento attraverso l'Art Bonus, il meccanismo di credito d'imposta che consente a privati e imprese di sostenere il patrimonio pubblico. Il traguardo simbolico era il 2020, terzo centenario della nascita di Piranesi.

Chi ha la fortuna di vedere una matrice restaurata esposta in mostra scopre una cosa che le stampe non dicono: il rame è bellissimo. Sotto una luce radente, con fari sagomatori che ne rasentano la superficie, l'incisione diventa un rilievo, una scrittura in negativo, e si legge la mano dell'artista come si legge la grafia di una lettera. Piranesi incideva a colpi rapidi, con ripensamenti, sovrapposizioni, cancellature. La stampa restituisce l'immagine finita; la matrice restituisce il pensiero.

Il Gabinetto Nazionale delle Stampe, l'altra metà dell'Istituto Centrale per la Grafica

La seconda anima dell'Istituto ha una storia completamente diversa, e comincia con una biblioteca principesca.

I principi Corsini avevano riunito a Roma, fra Sette e Ottocento, una raccolta di stampe e disegni che era già celebre in Europa. Il conoscitore Pietro Zani, all'inizio dell'Ottocento, la definì la più ricca d'Italia e la mise sullo stesso piano dei grandi gabinetti di Parigi, Vienna e Dresda. Non era un complimento di cortesia: significava che a Roma esisteva una collezione capace di documentare l'intera storia dell'incisione europea.

Nel 1883 i principi Corsini donarono la loro biblioteca alla Reale Accademia dei Lincei. Nella donazione entrarono disegni, stampe e volumi illustrati che da sempre facevano parte del corpo librario. Dodici anni dopo, nel 1895, da quel materiale estratto dalla Corsiniana nacque il Gabinetto Nazionale delle Stampe, mentre i volumi illustrati restarono con la biblioteca donata ai Lincei. È una separazione che ancora oggi obbliga chi studia un fondo a lavorare su due sedi diverse, ed è il tipo di dettaglio che distingue una ricerca fatta bene da una fatta in fretta.

Che cosa significa il Gabinetto disegni e stampe dell'Istituto Centrale per la Grafica

La formula, per chi non frequenta i musei di carta, suona burocratica. Indica invece una istituzione precisa, con regole proprie, nata nel Rinascimento con le raccolte private dei collezionisti e codificata fra Sette e Ottocento nei grandi musei europei. Un gabinetto disegni e stampe non espone: conserva in cartelle, in scatole, in armadi a cassetti, in ambienti a umidità e temperatura controllate. Il pubblico vi accede su richiesta, per motivi di studio, sotto sorveglianza, con guanti o senza a seconda del supporto, senza penne a inchiostro sul tavolo.

Il Gabinetto disegni e stampe dell'Istituto Centrale per la Grafica funziona esattamente così. Non è un dispetto verso i visitatori: è l'unico modo conosciuto per garantire che un disegno del Quattrocento arrivi integro ai nostri nipoti.

La fusione del 1975 e la nascita dell'Istituto Centrale per la Grafica

Nel 1975, con la creazione del Ministero per i beni culturali e ambientali, la Calcografia Nazionale di eredità pontificia e il Gabinetto Nazionale delle Stampe furono uniti in un solo organismo, l'Istituto Nazionale per la Grafica. Due tradizioni diverse, due mentalità diverse: da una parte i conservatori delle matrici, gente di rame, di torchi e di inchiostri; dall'altra gli storici del disegno, gente di carta, di filigrane e di attribuzioni. Metterli insieme fu un atto di intelligenza amministrativa che in Italia non capita spesso.

Ma l'unificazione sulla carta non basta se le collezioni restano in due palazzi. Per questo nel 1978 lo Stato italiano esercitò il diritto di prelazione e acquistò Palazzo Poli, con lo scopo dichiarato di unificare anche negli spazi le due raccolte. Il completamento fisico dell'operazione arrivò nel 2008, quando le collezioni furono effettivamente riunite nella sede unica formata dai due edifici comunicanti.

Nel 2014 la riorganizzazione del Ministero portò alla denominazione attuale, Istituto Centrale per la Grafica, e nel 2015 all'autonomia speciale. È l'assetto in vigore oggi.

Le date che contano per Palazzo Poli, in ordine

Per chi ama i punti fermi: 1580, il palazzo della Stamperia camerale su disegno di Jacopo Del Duca; 1566, l'acquisto del nucleo di Palazzo Poli da parte di Lelio Cesi; 1678, il passaggio ai Conti duchi di Poli; 1712 e 1723, gli ampliamenti; 1729, il rifacimento del prospetto su piazza di Trevi; 1732, l'inizio della fontana di Salvi; 15 febbraio 1738, la fondazione della Calcografia camerale; 1762, la conclusione della fontana; 1837, il palazzo della Calcografia di Valadier; 19 dicembre 1838, il contratto per i rami di Piranesi; 1865 e 1866, la Galleria Dantesca nella Sala Dante; 1883, la donazione Corsini ai Lincei; 1895, la nascita del Gabinetto Nazionale delle Stampe; 1975, la fusione; 1978, l'acquisto di Palazzo Poli; 2008, la riunione delle collezioni; 2014, la denominazione attuale; 2015, l'autonomia speciale.

Le collezioni dell'Istituto Centrale per la Grafica

Il catalogo digitale dell'Istituto quantifica il patrimonio in oltre centosettantamila stampe, ventisettemila matrici, ventiquattromila disegni e diciassettemila fotografie. Sono cifre in movimento, perché la campagna di digitalizzazione finanziata con il Piano nazionale di ripresa e resilienza sta ancora catalogando pezzo per pezzo, e a febbraio 2026 risultava completata per circa il sessantatré per cento. Nel frattempo l'Istituto continua ad acquistare opere contemporanee, per non ridursi a un archivio del passato.

I disegni dell'Istituto Centrale per la Grafica, dal Quattrocento a oggi

Il fondo dei disegni copre cinque secoli e mezzo di arte europea. Ci sono fogli che qualunque museo del mondo esporrebbe come pezzo forte: un foglio di Andrea Mantegna con la battaglia di divinità marine, uno studio di testa di vecchio riferito a Leonardo, le vedute romane incise e disegnate da Étienne Dupérac, il francese che nel Cinquecento documentò con precisione topografica l'Anfiteatro Castrense e le rovine della città. Attenzione al modo in cui si formulano queste attribuzioni: nel campo del disegno antico, la distanza fra un foglio autografo, uno di bottega e una copia coeva è materia di discussione permanente, e i cartellini dei gabinetti di stampe si aggiornano con una frequenza che nelle pinacoteche non si vede.

Un consiglio a chi ama il disegno: quando l'Istituto espone fogli antichi, si vada con calma e ci si fermi a un palmo dalla vetrina. Il disegno è l'unico genere in cui si vede il pensiero prima della decisione: il tratto ripassato, il ripensamento cancellato con la pietra pomice, la piega della carta piegata in quattro per stare in tasca. Davanti a un disegno si sta soli con la mano dell'artista, senza mediazioni di colore e di vernice.

Le stampe dell'Istituto Centrale per la Grafica: la memoria visiva dell'Europa

La raccolta di stampe è la più vasta delle quattro e la meno spettacolare in apparenza, perché fatta di fogli spesso piccoli e monocromi. È invece il materiale che racconta meglio come le immagini circolavano prima della fotografia. Dentro ci sono i grandi fondi storici: quello Corsini, quello Barberini, i nuclei provenienti dal Louvre, il fondo Piranesi e le serie specialistiche. Chi studia la fortuna di un'opera d'arte, il modo in cui una pala d'altare romana è diventata famosa a Anversa o a Norimberga, lavora su questo genere di materiale e non sulle pale.

Le matrici: la calcoteca dell'Istituto Centrale per la Grafica

La calcoteca è la sezione che rende l'Istituto unico. Ventisettemila matrici, incise dal Rinascimento in poi, la raccolta più consistente del mondo: nell'inventario storico della Calcografia si parlava di circa ventitremila lastre, cifra poi cresciuta con le acquisizioni successive. Sono rami, ma anche lastre di zinco, di acciaio, legni per xilografia e pietre litografiche. Nel deposito, allineate a taglio negli scaffali come volumi in una biblioteca, quelle lastre pesano tonnellate e valgono un patrimonio.

I fondi fotografici dell'Istituto Centrale per la Grafica

La sezione fotografica raccoglie materiali che vanno dalla metà dell'Ottocento a oggi. Comprende fondi di autore, campagne di documentazione, album, negativi su vetro e su pellicola. Fra le collezioni storiche figurano oltre cinquemila lastre di vetro di formati diversi. È un patrimonio che pochi associano a questo indirizzo, e che invece rende l'Istituto uno degli interlocutori naturali per chi studia la fotografia italiana e la sua storia tecnica.

La video arte e il contemporaneo all'Istituto Centrale per la Grafica

Meno noto ancora è il fatto che l'Istituto colleziona video d'artista e opere contemporanee. È una scelta coerente: se l'istituzione nasce per conservare l'arte che si moltiplica, la serialità del video e delle tecniche digitali appartiene alla stessa famiglia concettuale della stampa. Chi si aspetta un istituto rivolto solo all'antico si sbaglia di grosso.

Palazzo Poli - Fontana di Trevi
Palazzo Poli - Fontana di Trevi

La Sala Dante di Palazzo Poli

Se dovessi indicare l'ambiente più importante dell'edificio, non avrei dubbi: la Sala Dante. È il luogo più significativo del palazzo per tre ragioni che si sommano. Le dimensioni, eccezionali per un salone privato romano. L'affaccio, che è l'unico affaccio interno esistente sulla Fontana di Trevi. E la sequenza delle destinazioni che le sono state assegnate in quasi tre secoli, che è un romanzo della storia culturale di Roma.

La Sala Dante come biblioteca dei duchi di Poli

La sala fu costruita negli anni Venti del Settecento da Stefano Conti, duca di Poli e nipote di papa Innocenzo XIII, per ospitare la preziosa biblioteca di famiglia. Poi divenne anche salone da feste. Una biblioteca nobiliare settecentesca era un ambiente di rappresentanza almeno quanto di studio: scaffalature intagliate, globi, busti di filosofi, e la certezza che ogni ospite ammesso capisse a quale altezza sociale si trovava.

Lo studio del pittore Francesco Manno

Nei primi anni dell'Ottocento vi aveva allestito il proprio studio il pittore Francesco Manno, artista siciliano attivo a Roma nella stagione neoclassica. Un salone di quelle proporzioni, con luce abbondante, era la soluzione ideale per chi dipingeva tele di grande formato: non è un caso isolato, molti palazzi romani in decadenza affittavano ambienti a pittori e scultori proprio per questo.

La Galleria Dantesca del 1865 a Palazzo Poli

Il nome della sala viene da un'impresa imprenditoriale e culturale insieme. Fra il 1865 e il 1866 il cavaliere Romualdo Gentilucci affittò e ristrutturò l'ambiente per ospitare le ventisette grandi tele che componevano la Galleria Dantesca, da lui commissionate a pittori famosi del tempo e tratte dai disegni di Filippo Bigioli. Le tele erano enormi: quattro metri per sei. Non venivano mostrate tutte insieme, ma alternativamente al pubblico, con speciali meccanismi e giochi di luce.

Fermiamoci un istante su questo dato, perché è straordinario e nessuno lo racconta. Nel 1865, in un palazzo dietro la Fontana di Trevi, esisteva uno spettacolo visivo a pagamento con tele di ventiquattro metri quadrati l'una, movimentate da congegni e illuminate da apparati luminosi studiati apposta. È il diorama ottocentesco nella sua forma più ambiziosa, l'antenato diretto della sala cinematografica, e Roma ne ebbe un esemplare di prima grandezza. Il ricorrere della data non è casuale: il 1865 era il sesto centenario della nascita di Dante, celebrato in tutta Italia da poco unificata come un rito di identità nazionale.

La sera in cui Liszt ascoltò la propria Sinfonia Dante

Per l'inaugurazione della sala fu eseguita la Sinfonia Dante di Franz Liszt, per grande orchestra e cori; furono declamati un discorso erudito e versi nuovi composti sulle scene della Divina Commedia illustrate nelle tele. Ed è qui che la storia diventa memorabile.

Dal 1864 i concerti sinfonici romani si erano spostati proprio a Palazzo Poli, presso la Fontana di Trevi, e il salone fu poi ribattezzato Sala Dante. Il 26 febbraio 1866, per espressa volontà di Liszt, il giovane Giovanni Sgambati, che non aveva esperienza di direzione, diresse in questa sala la prima esecuzione integrale della Dante-Symphonie, alla presenza dell'autore. Liszt in quegli anni viveva a Roma. Significa che il compositore ungherese più celebre d'Europa sedeva in un salone di Palazzo Poli, a pochi metri dall'acqua di Trevi, ad ascoltare la propria musica diretta da un ventiquattrenne romano.

La stessa sala continuò a fare storia della musica. Dal 18 maggio 1866 Sgambati e il violinista Ettore Pinelli vi organizzarono una serie di concerti popolari da camera, e il 6 dicembre dello stesso anno Sgambati vi diresse la prima esecuzione romana della Terza Sinfonia di Beethoven. Roma, capitale del teatro d'opera e provincia della musica strumentale, cominciò a colmare il proprio ritardo esattamente dietro la Fontana di Trevi.

Concerti, feste da ballo e assemblee di banca

L'impresa della Galleria Dantesca, molto apprezzata dai contemporanei, tramontò dopo pochi anni. Subito dopo l'unità d'Italia la sala risultava già affittata al noto musicista Tullio Ramacciotti, che a sua volta la subaffittava a società bancarie e commerciali per le assemblee, a circoli per le feste da ballo, ad altri musicisti e molto spesso alla Società Orchestrale Romana. Nel 1891 quella Società stipulò direttamente il contratto di affitto con il Comune di Roma, continuando comunque il sistema del subaffitto. Fino alla fine del secolo la Sala Dante fu uno dei luoghi più rinomati della città per l'esecuzione di concerti, e ospitò anche conferenze e feste di personaggi illustri.

Gli uffici anagrafici e l'abbandono della Sala Dante di Palazzo Poli

Poi la parabola discendente, e questa è la parte che mi diverte di più raccontare ai gruppi perché nessuno se l'aspetta. Nella prima metà del Novecento il grande ambiente in cui Liszt aveva ascoltato la propria sinfonia fu adibito agli uffici anagrafici del Comune. Certificati di nascita, cambi di residenza, code allo sportello. Il salone dei duchi di Poli diventato un ufficio pubblico, con i banconi, i timbri e le scartoffie.

Il restauro e il ritorno alla cultura

Da quando il palazzo è divenuto sede dell'Istituto, e grazie al restauro funzionale curato dall'architetto Agostino Tropea, la Sala Dante è tornata a essere un centro culturale ed espositivo dopo molti anni di abbandono. Oggi vi si tengono mostre, presentazioni e incontri. Quando è aperta al pubblico per un'esposizione, entrarci è il vero motivo per cui vale la pena varcare la soglia di via Poli.

Le mostre dell'Istituto Centrale per la Grafica

Il modo normale per entrare in Palazzo Poli è una mostra. L'Istituto ne programma diverse ogni anno, attingendo alle proprie collezioni oppure ospitando progetti dedicati alla grafica contemporanea, alla fotografia e all'incisione internazionale. L'ingresso è gratuito, il che, in un raggio di trecento metri dalla Fontana di Trevi, è una anomalia meritevole di essere segnalata.

Le sale espositive occupano ambienti di Palazzo Poli, fra cui la Sala Dante e alcuni ambienti al piano terra. Gli allestimenti sono in genere sobri, con illuminazione calibrata sui materiali fotosensibili: aspettatevi luci basse, e non prendetela come trascuratezza. Cinquanta lux su un foglio antico sono già una concessione generosa.

La mostra su Piranesi del 2020 a Palazzo Poli

La più ambiziosa delle esposizioni recenti fu quella per il terzo centenario della nascita di Piranesi, inaugurata il 15 ottobre 2020 a Palazzo Poli con la curatela di Maria Cristina Misiti e Giovanna Scaloni. La mostra si articolava in tre sale principali, con due sezioni al piano terra dedicate alle Carceri d'invenzione e alle visioni contemporanee ispirate dall'incisore. L'allestimento, progettato dall'architetto Paolo Martellotti, sfruttava fari sagomatori per fare emergere il segno inciso sul rame. Chi c'era ha visto una cosa che quasi nessuno vede: le matrici e le stampe una accanto all'altra, il negativo e il positivo di uno stesso pensiero.

Come sapere che cosa è aperto

Il calendario cambia. Fra la chiusura di una mostra e l'apertura della successiva possono passare settimane in cui la sala espositiva non riceve pubblico, e presentarsi in via Poli senza avere controllato è il modo più rapido per restare sul marciapiede. Il sito ufficiale dell'Istituto, nel dominio cultura.gov.it, pubblica il programma; il centralino, allo 06 699801, risponde negli orari d'ufficio.

La stamperia e i torchi dell'Istituto Centrale per la Grafica

Dentro il complesso lavora ancora una stamperia d'arte. Non è un pezzo da museo messo lì per fare scena: è un laboratorio attrezzato con torchi calcografici, dove si stampa, si sperimenta e si insegna. La calcografia è una tecnica che si trasmette con le mani, non con i manuali, e una istituzione che conserva ventisettemila matrici ha il dovere professionale di mantenere viva la competenza necessaria a capirle.

Come funziona un torchio calcografico, il gesto che spiega l'Istituto Centrale per la Grafica

Vale la pena spiegarlo, perché è il gesto fondativo di tutto quello che si conserva in questo palazzo. La matrice incisa viene inchiostrata a tampone facendo penetrare l'inchiostro nei solchi; poi la superficie si pulisce con garze e con il palmo della mano, in modo che l'inchiostro resti soltanto negli incavi. La lastra si appoggia sul piano del torchio, sopra si stende il foglio inumidito, sopra ancora i feltri. Si gira la stella del torchio e i cilindri fanno passare il pacchetto sotto pressione. La carta bagnata, spinta dentro i solchi, cattura l'inchiostro. Si solleva il foglio e l'immagine appare rovesciata rispetto alla lastra.

Chi ha assistito a questa operazione una volta sola non guarderà mai più una stampa antica come guardava prima. E capisce anche perché quelle lastre si consumino: ogni foglio costa alla matrice un poco della sua vita.

Il laboratorio di restauro dell'Istituto Centrale per la Grafica

Accanto alla stamperia lavorano i laboratori di restauro specializzati nella carta e nei metalli. Il restauro della carta è una disciplina raffinatissima: lavaggi controllati, deacidificazioni, velature con carta giapponese, integrazioni di lacune con impasti di fibra. Il restauro delle matrici è ancora più delicato, perché deve fermare la corrosione senza cancellare le tracce di lavorazione e senza alterare il segno. Un rame che è stato acciaiato nell'Ottocento e poi cromato nel Novecento è una stratigrafia da leggere prima di intervenire.

La biblioteca e la sala di studio dell'Istituto Centrale per la Grafica

L'Istituto possiede una biblioteca specialistica sulla grafica, sull'incisione, sulla storia del collezionismo e sulla conservazione, con repertori e cataloghi ragionati che in Italia si trovano in pochissime altre sedi. Accanto alla biblioteca funziona la sala di studio del Gabinetto disegni e stampe, dove si consultano gli originali.

Come si accede alla consultazione all'Istituto Centrale per la Grafica

L'accesso non è libero e non è un capriccio. Serve una richiesta motivata, indirizzata all'Istituto, con l'indicazione precisa dei pezzi o dei fondi che si desidera consultare, e serve un appuntamento. La ragione è duplice: da un lato ogni movimentazione di un originale è un rischio, dall'altro il personale deve prelevare fisicamente i pezzi dai depositi e prepararli sul tavolo di consultazione. Le regole della sala sono quelle di tutti i gabinetti del mondo: niente penne, niente borse, mani pulite, un pezzo alla volta, nessuna forzatura sui fogli. Per organizzare la richiesta si scrive all'indirizzo ic-gr@cultura.gov.it o si telefona al centralino.

Una raccomandazione da chi ha visto studiosi tornarsene a casa a mani vuote: prima di chiedere un appuntamento, si faccia una ricerca preliminare sul catalogo digitale. Arrivare con i numeri di inventario già individuati riduce i tempi e aumenta enormemente le probabilità che la richiesta vada a buon fine.

Il catalogo digitale delle collezioni dell'Istituto Centrale per la Grafica

Il catalogo online dell'Istituto è pubblico e si consulta su calcografica.it. È stato realizzato con la collaborazione della Real Academia de Bellas Artes de San Fernando di Madrid, che ha messo a disposizione l'infrastruttura software, e permette di navigare le quattro grandi sezioni: stampe, matrici, disegni, fotografie. Dentro le stampe si trovano i fondi storici, dal Corsini al Barberini, dai nuclei provenienti dal Louvre al fondo Piranesi.

Detto da chi passa molte ore su cataloghi digitali di musei: questo è uno strumento serio. Consente di preparare una visita, di verificare uno stato di una lastra, di confrontare tirature. La digitalizzazione è ancora in corso, quindi l'assenza di un pezzo dal catalogo non significa che l'Istituto non lo possieda.

Fontana di Trevi
Fontana di Trevi

Come si visita l'Istituto Centrale per la Grafica: quello che si vede e quello che no

Mettiamo in fila le cose con onestà, perché è il punto su cui la gente si fa aspettative sbagliate.

Si visitano: le sale espositive di Palazzo Poli quando è in corso una mostra, con ingresso gratuito. Si visita, quando l'allestimento la comprende, la Sala Dante. Si accede, su appuntamento e per motivi di studio, alla sala di consultazione del Gabinetto disegni e stampe e alla biblioteca.

Non si visitano liberamente: i depositi, la calcoteca, i laboratori di restauro, la stamperia, gli uffici. Sono spazi di lavoro, e in certi casi ambienti a clima controllato in cui l'ingresso di persone altera i parametri. Aperture straordinarie di questi ambienti avvengono in occasione di giornate dedicate e di iniziative di divulgazione: sono rare, si esauriscono in fretta e vanno colte al volo.

Non esiste, allo stato attuale, una terrazza panoramica visitabile sopra la Fontana di Trevi. Un progetto di percorso museale attraverso le sale del piano nobile, con scala a chiocciola e terrazza affacciata sulla fontana, è stato illustrato pubblicamente dalla direzione dell'Istituto, ma resta un progetto. Chi legge in giro che si può salire a guardare la fontana dall'alto sta leggendo una notizia data per compiuta quando compiuta non è.

Quanto dura la visita all'Istituto Centrale per la Grafica

Per una mostra di grafica di dimensioni normali, dai quaranta minuti all'ora e mezza. Il tempo dipende dal genere di visitatore molto più che dalla quantità di opere: davanti a venti fogli incisi, chi non ha l'occhio allenato passa in dieci minuti, chi legge i segni ci mette un'ora. Se la Sala Dante è compresa nel percorso, si aggiunga un quarto d'ora solo per l'ambiente e per l'affaccio.

L'Istituto Centrale per la Grafica con i bambini

Con i bambini piccoli la grafica antica è una scommessa persa in partenza: luci basse, fogli piccoli, niente da toccare. Con i ragazzi dai dieci anni in su, invece, funziona benissimo a una condizione, che qualcuno spieghi loro il meccanismo della stampa. Il concetto di immagine rovesciata, di matrice che genera copie identiche, di segno che si consuma, è affascinante a quell'età perché è concreto. Se capita di trovare una matrice esposta accanto alla stampa che ne deriva, si mostri il confronto: è la lezione più efficace che esista sulla storia delle immagini.

Accessibilità di Palazzo Poli

Palazzo Poli è un edificio storico e come tutti gli edifici storici del centro presenta soglie, dislivelli e scale. Chi ha necessità di accesso in sedia a rotelle faccia una telefonata preventiva al centralino per farsi indicare l'ingresso e il percorso praticabile in relazione alla mostra in corso, perché la risposta cambia a seconda delle sale utilizzate. È il consiglio che do sempre e che evita brutte sorprese sul posto.

Fotografie, zaini, guardaroba

Nelle mostre di grafica la fotografia con flash è vietata sempre, e in molti casi è vietata del tutto per ragioni di tutela e di diritti sulle opere contemporanee esposte. Le indicazioni si trovano all'ingresso e vanno rispettate senza discutere: qui la regola non è un formalismo, è conservazione. Zaini e ombrelli si lasciano dove indicato dal personale. Non aspettatevi i servizi di un grande museo: questa è una istituzione di ricerca che apre le proprie sale, non una macchina per il turismo di massa.

Quando andare all'Istituto Centrale per la Grafica

Il momento migliore è la mattina presto, appena aperto, per una ragione che riguarda la piazza più che il palazzo: fra le dieci e le diciannove piazza di Trevi diventa una calca compatta, e arrivare all'ingresso di via Poli attraversando quella marea è faticoso e sgradevole. Alle dieci in punto la piazza è già piena ma il flusso scorre ancora. Il tardo pomeriggio invernale, verso le diciassette, è l'altra finestra buona: molti visitatori si spostano verso le zone dell'aperitivo e per mezz'ora si respira.

Da evitare: i ponti festivi, i sabati di dicembre e le ore centrali di agosto. Non perché l'Istituto sia affollato, non lo è quasi mai, ma perché arrivarci diventa uno sport di contatto.

Cosa c'è intorno all'Istituto Centrale per la Grafica

Il rione Trevi è uno dei più densi di Roma e nel raggio di dieci minuti a piedi si concentra una quantità di cose che altrove basterebbe a riempire una città intera.

A due minuti

La Fontana di Trevi, ovviamente, e l'architettura di Palazzo Poli vista dal lato di piazza Poli. Poco più su, in via Marco Minghetti, si apre la Galleria Sciarra, un cortile liberty con decorazioni murali dedicate alla virtù femminile che è una delle cose più belle e meno frequentate del centro: ingresso libero negli orari degli uffici, cinque minuti di cammino e nessuna coda.

A cinque minuti

Risalendo via del Tritone si arriva alla Fontana del Tritone di Gian Lorenzo Bernini in piazza Barberini, e da lì a Palazzo Barberini, sede della Galleria Nazionale d'Arte Antica. Nella direzione opposta, verso il Corso, si trovano la Galleria Alberto Sordi e piazza Colonna con la colonna di Marco Aurelio.

A dieci minuti

Il Pantheon, la chiesa di Sant'Ignazio di Loyola con la volta dipinta da Andrea Pozzo, Palazzo Doria Pamphilj con la sua galleria privata, e salendo dall'altra parte il Palazzo del Quirinale con le Scuderie del Quirinale. Per chi ama i grandi cicli espositivi, il Palazzo delle Esposizioni è in via Nazionale, un quarto d'ora buono di salita.

Un itinerario di mezza giornata attorno a Palazzo Poli

Ore nove e trenta, caffè in piedi in via delle Muratte. Dieci, ingresso alla mostra dell'Istituto in via Poli. Undici, uscita e giro attorno all'isolato per vedere il palazzo dal lato di piazza Poli e capirne le dimensioni reali. Undici e trenta, Galleria Sciarra. Mezzogiorno, Sant'Ignazio con la luce che entra dalle finestre alte. Un'ora dopo, pranzo lontano dalla piazza, verso il Pantheon o verso via del Corso. È mezza giornata che costa quasi nulla e che restituisce più cose di molti tour a pagamento.

Una curiosità su Istituto Centrale per la Grafica - Palazzo Poli

La curiosità che preferisco riguarda un errore di percezione collettiva di dimensioni planetarie. La Fontana di Trevi è, per numero di scatti, uno dei soggetti più fotografati del mondo. In ognuna di quelle fotografie compare un edificio che occupa più della metà dell'inquadratura: l'ordine gigante di lesene corinzie, l'attico con lo stemma di Clemente XII sorretto dalle Fame, le finestre incorniciate ai lati. Ebbene, quell'architettura non appartiene alla fontana. È la facciata di Palazzo Poli, una residenza nobiliare privata rifatta nel 1729 dal duca Stefano Conti, e la fontana le è stata semplicemente appoggiata addosso a partire dal 1732.

Il seguito della curiosità è ancora più gustoso. I duchi di Poli protestarono, perché la nuova fontana avrebbe ridotto la facciata del loro palazzo di due interassi di finestre. Avevano appena rifatto il prospetto, e si videro imporre sopra il proprio investimento l'opera monumentale di un altro. Persero, come si perde sempre contro un papa che ha deciso. Ma la loro protesta è documentata e restituisce alla vicenda un sapore molto umano: dietro la scenografia più celebre della città c'è una lite di condominio finita male per i proprietari.

C'è poi il rovescio della medaglia, e riguarda l'oggi. Nessuno dei milioni di visitatori che affollano la piazza sa che dentro quell'edificio il Ministero della Cultura conserva oltre centosettantamila stampe, ventiquattromila disegni, diciassettemila fotografie e ventisettemila matrici incise, compreso l'intero fondo dei rami di Piranesi. È una sproporzione che ha del comico: la parete più fotografata d'Europa nasconde uno dei più grandi gabinetti di grafica del mondo, e nessuno gira l'angolo per entrare. La porta è in via Poli 54, a meno di un minuto di cammino dal parapetto dove tutti lanciano la monetina, e quando c'è una mostra si entra gratis.

Aggiungo un dettaglio che completa il quadro: dalle sale del piano nobile esiste un affaccio interno sulla fontana. La Sala Dante lo possiede, ed è l'unico punto di vista privato su quello spettacolo d'acqua. Non è visitabile a piacere e non esiste al momento un percorso panoramico aperto al pubblico. Ma sapere che esiste, e che si trova dietro quelle finestre che tutti fotografano senza guardarle, cambia il modo di stare in piazza.

Una cosa che non ti dice nessuno su Istituto Centrale per la Grafica - Palazzo Poli

Che qui dentro si può studiare gratuitamente il materiale originale, e che non serve essere professori universitari per chiederlo.

La sala di studio del Gabinetto disegni e stampe è un servizio pubblico. Chiunque abbia una ragione seria di ricerca, uno studente di accademia, un incisore, un restauratore, un collezionista che voglia confrontare uno stato di una lastra, un appassionato che stia preparando una tesi o un lavoro documentato, può inoltrare una richiesta motivata all'Istituto e ottenere un appuntamento per consultare gli originali. Non i facsimili. Gli originali. Fogli che nella maggior parte dei musei del mondo non escono dai depositi neppure per i curatori interni senza tre firme.

Naturalmente ci sono regole, e sono severe: richiesta scritta con l'elenco preciso di ciò che si vuole vedere, appuntamento concordato, niente penne, niente borse, un pezzo alla volta sul tavolo, sorveglianza costante. Il personale prende fisicamente i pezzi dai depositi e li riporta indietro, e ogni movimentazione è un rischio calcolato che l'istituzione accetta perché la ricerca è parte della sua missione. Ma la porta esiste, ed è aperta a chi si presenta preparato.

La seconda cosa che nessuno dice riguarda il catalogo digitale. Le collezioni si consultano da casa, gratuitamente, con immagini e schede. La campagna di digitalizzazione finanziata con il Piano nazionale di ripresa e resilienza ha superato il sessanta per cento dei pezzi. Significa che una persona a Buenos Aires o a Osaka può oggi studiare i rami di Piranesi senza prendere un aereo, e che uno studente romano può arrivare in sala di studio con i numeri di inventario già pronti invece di chiedere aiuto a tentoni. È una rivoluzione silenziosa e nessuna guida turistica la racconta perché non produce fotografie.

Terza cosa, la più pratica di tutte: l'ingresso alle mostre è gratuito. In un raggio di trecento metri da qui non esiste un altro luogo espositivo pubblico dove si entri senza pagare. La ragione è che l'Istituto non è un museo a biglietteria ma un organismo di tutela che apre le proprie sale. Chi lo sa, ci va. Chi non lo sa, resta in piazza a fare la fila per fotografare un muro.

Il consiglio che ti do per visitare Istituto Centrale per la Grafica - Palazzo Poli

Il consiglio è uno solo e va seguito alla lettera: telefonate prima, e andateci la mattina appena aprono.

Telefonare prima serve perché questa non è una sede ad apertura continua. Le sale espositive di Palazzo Poli ricevono pubblico quando c'è una mostra in corso, e fra un allestimento e il successivo passano periodi di chiusura che possono durare settimane. Il calendario è pubblicato sul sito ufficiale, nel dominio cultura.gov.it, e il centralino allo 06 699801 risponde negli orari d'ufficio. Cinque minuti al telefono valgono un viaggio a vuoto in mezzo alla folla della piazza.

Andarci la mattina serve per una ragione logistica che chi accompagna gruppi conosce bene. L'ingresso è in via Poli 54, e via Poli sfocia sulla piazza. Dalle undici in poi il flusso di persone che arriva verso la fontana da via del Tritone e da via delle Muratte diventa un fiume in cui ci si muove a scatti. Alle dieci si cammina ancora.

Secondo consiglio, di metodo: prima il palazzo, poi la mostra. Prendetevi dieci minuti e fate il giro completo dell'isolato. Partite dalla piazza, guardate la facciata su cui è appoggiata la fontana e provate a leggerla come architettura civile, ignorando l'acqua: vedrete un palazzo settecentesco con un ordine gigante, un attico, uno stemma. Poi imboccate via delle Muratte, girate in via Poli, arrivate in piazza Poli e guardate il fronte tardo cinquecentesco. Quando avrete capito che i due prospetti appartengono allo stesso edificio, la visita all'interno acquisterà un senso completamente diverso.

Terzo consiglio, quello che nessuno vi darà: davanti alle opere, cercate le matrici. Se l'allestimento espone anche solo una lastra di rame accanto alla stampa che ne è derivata, fermatevi lì il doppio del tempo. Guardate il rame di sbieco, sfruttando la luce radente, e cercate di leggere il segno inciso in negativo. È l'esperienza che distingue una visita alla grafica da una passeggiata in un corridoio di quadretti.

Quarto e ultimo: non aspettatevi un museo. Aspettatevi un istituto. Se ci andate con l'idea di trovare la Sala Dante sempre aperta, i depositi visitabili e la terrazza sulla fontana, tornerete a casa scontenti per colpa delle vostre aspettative. Se ci andate sapendo che entrerete in una mostra ben fatta dentro un palazzo che quasi nessuno ha mai visto da dentro, uscirete con la sensazione di avere rubato qualcosa alla città.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Che il palazzo della Calcografia, al numero 6 di via della Stamperia, è opera di Giuseppe Valadier, e che porta la data del 1837.

Valadier è il nome che tutti associano a piazza del Popolo, alle rampe del Pincio e ai grandi interventi urbanistici della Roma di inizio Ottocento. Quasi nessuno gli attribuisce l'edificio in cui oggi si conserva la calcoteca più importante del mondo, eppure la sua firma è lì, a cinquanta metri dalla fontana, su un fabbricato che passa inosservato perché non ha nulla di teatrale. Era un progetto funzionale: sale per i torchi, depositi per le lastre, uffici per la Calcografia camerale. Valadier ne fu anche direttore, e per decenni.

La cosa da capire è che questa non è una coincidenza urbanistica. Nel giro di un isolato, fra Sette e Ottocento, lo Stato pontificio concentrò l'intera filiera dell'immagine stampata: la Stamperia camerale nel palazzo del numero 8, costruito nel 1580 su disegno di Jacopo Del Duca per il cardinale Luigi Cornaro; la Calcografia camerale fondata da Clemente XII il 15 febbraio 1738; e infine, dal 1837, l'edificio di Valadier costruito apposta per conservarne le matrici. Via della Stamperia non prende il nome da un ricordo vago: era il distretto dell'editoria pubblica romana.

Un secondo fatto poco citato, e che pure è arcinoto agli storici: le tirature. Per due secoli la Calcografia ha stampato ufficialmente dalle proprie matrici, vendendo esemplari a studiosi, collezionisti e istituzioni. Quelle tirature esistono, circolano nel mercato antiquario e generano una confusione continua, perché una veduta di Piranesi tirata nell'Ottocento dalla Calcografia camerale è impressa dalla matrice originale ma non è una stampa del Settecento. Distinguere una prova d'autore da una tiratura tarda è mestiere da conoscitori, e si fa guardando la carta, la filigrana, la resa dei neri e le tracce di ripristino dell'inciso. È esattamente il genere di competenza che questo istituto custodisce insieme alle lastre.

Terzo fatto: l'acciaiatura. Dal 1859 in avanti le matrici più sfruttate furono protette con un deposito galvanico che ne induriva la superficie, e più tardi con la cromatura. È il motivo per cui certi rami hanno resistito a migliaia di passaggi sotto il torchio, e insieme il motivo per cui un restauratore, oggi, deve leggere una stratigrafia di interventi ottocenteschi e novecenteschi prima di toccare qualunque cosa.

La foto giusta da fare a Istituto Centrale per la Grafica - Palazzo Poli

La foto che tutti fanno è sbagliata, e lo dico con la certezza di chi ha visto migliaia di persone farla. È la fontana inquadrata frontalmente dal parapetto centrale, con la statua di Oceano al centro e la testa di qualcun altro nell'angolo in basso. Esiste in centinaia di milioni di esemplari ed è, letteralmente, la fotografia meno originale del pianeta.

La foto giusta è un'altra e richiede tre passi indietro. Salite sulla scalinata alla destra della piazza, guardando la fontana, e girate l'obiettivo in verticale. Inquadrate soltanto la parte alta della facciata: l'attico, lo stemma di Clemente XII con le due Fame, il coronamento a balaustra e il cielo. Niente acqua, niente Oceano, niente folla. Quello che ottenete è un ritratto di Palazzo Poli, cioè dell'edificio dell'Istituto Centrale per la Grafica, ed è una fotografia che nessuno intorno a voi sta facendo.

La seconda foto giusta la si scatta girato l'angolo, in piazza Poli. Il fronte tardo cinquecentesco, sobrio, con il portale e le finestre regolari: sembra un altro palazzo, e invece è lo stesso. Se mettete le due immagini una accanto all'altra avete raccontato per intero il paradosso di questo edificio, la faccia celebre e la faccia anonima, e avete in mano un dittico che vale cento scatti dal parapetto.

Terza possibilità, per chi ha pazienza: l'ingresso di via Poli 54 con la targa dell'Istituto, e sullo sfondo, in fondo alla strada, la massa della fontana intravista fra i palazzi. È la fotografia che spiega la geografia del luogo meglio di qualunque didascalia.

L'orario giusto per fotografare Palazzo Poli

La facciata su piazza di Trevi guarda a mezzogiorno e riceve il sole nelle ore centrali, che è la luce peggiore: piatta, contrastata, senza rilievo. Le due finestre buone sono la prima mattina, quando la luce radente entra da sinistra e disegna le lesene, e la mezz'ora dopo il tramonto, quando i riflettori accendono la pietra e il cielo è ancora blu. Quella mezz'ora, in fotografia, si chiama ora blu e vale tutta l'attesa che richiede.

Le foto dentro la mostra

Regola secca: niente flash, mai, in nessuna circostanza. Nelle mostre di grafica la fotografia può essere vietata del tutto, per tutela dei materiali e per i diritti sulle opere contemporanee. Le indicazioni sono all'ingresso e non si discutono con il personale di sala, che applica una disposizione e non la decide. Se la fotografia è consentita, si scatti senza flash, appoggiando il gomito al corpo per tenere ferma la macchina, e senza avvicinarsi alle vetrine oltre il segnale a terra.

Palazzo Poli - Fontana di Trevi
Palazzo Poli - Fontana di Trevi

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

Questo isolato ha visto accadere una quantità di cose sproporzionata alla propria estensione. Le metto in fila per data, perché la sequenza vale più di qualunque commento.

Il 13 luglio 1636, una morte principesca

Nel palazzo della Stamperia, al numero 8 della strada, morì Maria di Savoia, figlia di Carlo Emanuele I. Un edificio che il cardinale Luigi Cornaro aveva fatto costruire nel 1580 su disegno di Jacopo Del Duca, passato poi ai Bentivoglio, ai cardinali Valenti e Ceva, a donna Olimpia Maidalchini Pamphilj e infine a Pio VI nel 1777. Chi cammina oggi in via della Stamperia guardando il telefono non immagina che dietro quei muri sia morta una principessa sabauda.

Il 15 febbraio 1738, la fondazione della Calcografia camerale

Clemente XII istituì la Calcografia camerale con lo scopo dichiarato di conservare le opere più notevoli degli antichi maestri incise su rame, perché contribuivano grandemente a promuovere presso le nazioni straniere la magnificenza e lo splendore di Roma. È il documento all'origine di tutto quello che oggi si conserva in questo complesso, ed è un atto di politica culturale con una lucidità che sorprende: la Santa Sede capiva che l'immagine stampata era il mezzo con cui l'idea di Roma viaggiava per l'Europa, e decise di controllarne le matrici.

Il 22 maggio 1762, la fine del cantiere della fontana

Dopo trent'anni di lavori, la Fontana di Trevi fu restituita al pubblico. Nel frattempo erano morti il papa che l'aveva voluta, l'architetto che l'aveva progettata e buona parte degli scultori della prima ora. Due inaugurazioni anticipate, nel 1735 e nel 1744, avevano tentato di dare al pubblico romano l'illusione che l'opera fosse conclusa. Fu Pietro Bracci, subentrato nel 1759 con il figlio Virginio, a portarla effettivamente in fondo.

Il 19 dicembre 1838, il ritorno dei rami di Piranesi

La stamperia parigina Firmin Didot Frères firmò il contratto di vendita della Calcografia Piranesi alla Calcografia camerale di Roma. Le lastre, portate a Parigi da Francesco Piranesi nel 1799 e stampate in Francia per quarant'anni, tornavano nella città che avevano raccontato al mondo. Sotto il pontificato di Gregorio XVI, lo Stato pontificio comprò un fondo intero all'estero per riportarlo in patria: uno dei pochi episodi in cui il patrimonio italiano ha fatto il viaggio nella direzione giusta.

Il 1865 e il 1866, la Galleria Dantesca a Palazzo Poli

Nel salone del piano nobile il cavaliere Romualdo Gentilucci allestì la Galleria Dantesca: ventisette tele di quattro metri per sei, tratte dai disegni di Filippo Bigioli e commissionate a pittori celebri, mostrate alternativamente al pubblico con meccanismi e giochi di luce. Era il sesto centenario della nascita di Dante e l'Italia da poco unita cercava i propri simboli. In termini tecnici era un apparato spettacolare degno di un teatro, montato dentro una sala privata a cinquanta metri dalla fontana.

Il 26 febbraio 1866, la Sinfonia Dante di Liszt

L'avvenimento più straordinario di questa sala. Per espressa volontà di Franz Liszt, che in quegli anni viveva a Roma, il ventiquattrenne Giovanni Sgambati, privo di esperienza direttoriale, diresse in questo salone la prima esecuzione integrale della Dante-Symphonie, alla presenza dell'autore. Per l'occasione l'ambiente fu ufficialmente ribattezzato Sala Dante, e il nome è rimasto fino a oggi. Chi entra in quella sala durante una mostra cammina sul pavimento dove è stata suonata per la prima volta per intero una delle partiture sinfoniche più ambiziose dell'Ottocento, davanti all'uomo che l'aveva scritta.

Il 6 dicembre 1866, Beethoven a Roma

Pochi mesi dopo, nella stessa sala, Sgambati diresse la prima esecuzione romana della Terza Sinfonia di Beethoven. Sembra incredibile che una città come Roma abbia dovuto aspettare il 1866 per ascoltare l'Eroica, e invece è esattamente così: la capitale del melodramma era una provincia della musica strumentale, e il recupero cominciò qui dentro. Dal 18 maggio dello stesso anno Sgambati e il violinista Ettore Pinelli avevano avviato in questa sede una serie di concerti popolari da camera, con l'intenzione dichiarata di allargare il pubblico.

Il 1891, la Società Orchestrale Romana

Dopo la stagione della Galleria Dantesca, la sala fu affittata al musicista Tullio Ramacciotti, che la subaffittava a banche e società commerciali per le assemblee, a circoli per le feste da ballo, a musicisti e molto spesso alla Società Orchestrale Romana. Nel 1891 quella Società stipulò direttamente il contratto con il Comune di Roma, mantenendo comunque il sistema del subaffitto. Fino alla fine del secolo la Sala Dante fu uno dei luoghi più rinomati della città per i concerti.

La prima metà del Novecento, gli sportelli dell'anagrafe

La caduta. Il grande ambiente in cui si era eseguita la Sinfonia Dante fu adibito agli uffici anagrafici del Comune di Roma. Certificati, timbri, code. Non c'è modo più efficace di raccontare come una città possa dimenticare i propri luoghi.

Il 1975, il 1978 e il 2008, la costruzione dell'Istituto

La fusione della Calcografia Nazionale con il Gabinetto Nazionale delle Stampe nel 1975; l'acquisto di Palazzo Poli da parte dello Stato nel 1978, esercitando il diritto di prelazione, per unificare anche negli spazi le due raccolte; la riunione effettiva delle collezioni nella sede unica nel 2008. Tre passaggi amministrativi che non fanno notizia e che hanno salvato un patrimonio.

Il 15 ottobre 2020, il terzo centenario di Piranesi

L'inaugurazione della mostra dedicata a Giambattista Piranesi per i trecento anni dalla nascita, curata da Maria Cristina Misiti e Giovanna Scaloni, allestita da Paolo Martellotti in tre sale principali di Palazzo Poli con due sezioni al piano terra dedicate alle Carceri e alle visioni contemporanee. Una mostra aperta in un anno difficilissimo per i musei, che ha rimesso al centro le matrici invece delle sole stampe.

Chi è passato da Istituto Centrale per la Grafica - Palazzo Poli

L'elenco delle persone che hanno attraversato queste stanze è più impressionante di quello di molti musei celebri, e nessuno lo racconta.

Franz Liszt

Il primo nome è il più clamoroso. Liszt viveva a Roma negli anni Sessanta dell'Ottocento, e il 26 febbraio 1866 fu presente in questa sala all'esecuzione integrale della propria Dante-Symphonie, che aveva voluto affidare a Sgambati. Un compositore che aveva riempito i teatri d'Europa, seduto in un salone privato dietro la Fontana di Trevi ad ascoltare la propria musica in una città che allora era ancora capitale dello Stato pontificio.

Giovanni Sgambati

Pianista e compositore romano, allievo e protetto di Liszt, fu l'uomo che portò il repertorio sinfonico tedesco a Roma. Diresse qui, giovanissimo e senza esperienza, la Sinfonia Dante e poi l'Eroica di Beethoven, e avviò con Ettore Pinelli i concerti popolari da camera che aprirono la musica strumentale a un pubblico nuovo. Senza la Sala Dante, la sua carriera avrebbe avuto un altro inizio.

I Conti duchi di Poli e papa Innocenzo XIII

Il palazzo fu la residenza dei Conti, la casata che aveva dato alla Chiesa Innocenzo III nel Duecento e che nel Settecento espresse Innocenzo XIII. Nel 1712 il duca ottenne da Clemente XI il permesso di ampliare l'edificio per ricavarne l'appartamento del cardinale Michelangelo Conti, che sarebbe diventato papa dieci anni dopo. Il futuro pontefice abitò dunque qui, in un appartamento costruito su misura, a due passi dal punto in cui vent'anni più tardi sarebbe nata la fontana.

Stefano Conti, il duca che perse la facciata

Nipote di Innocenzo XIII, fece costruire negli anni Venti del Settecento il grande salone della biblioteca di famiglia, quello che sarebbe diventato la Sala Dante, e nel 1729 uniformò il prospetto su piazza di Trevi. Tre anni dopo si vide arrivare addosso il cantiere di Nicola Salvi. La sua è la posizione più ingrata di tutta la vicenda: costruì una facciata e ne perse la paternità visiva per sempre.

Nicola Salvi e Pietro Bracci

Salvi, l'architetto che vinse di fatto il concorso del 1731 e cominciò i lavori nel 1732, morì senza vedere l'opera compiuta. Bracci, che scolpì l'Oceano e subentrò nella direzione dal 1759 con il figlio Virginio, la portò a termine nel 1762. Con loro lavorarono Filippo della Valle, autore della Salubrità e dell'Abbondanza, e poi Agostino Corsini, Bernardino Ludovisi, Francesco Queirolo e Bartolomeo Pincellotti.

Giuseppe Valadier

L'architetto della Roma napoleonica e della Restaurazione costruì nel 1837, al numero 6 di via della Stamperia, il palazzo della Calcografia, e ne fu direttore per decenni. Il suo edificio è oggi parte della sede dell'Istituto: una delle poche opere di Valadier che nessuno guarda.

Francesco Manno

Il pittore siciliano allestì nei primi anni dell'Ottocento il proprio studio nel salone del piano nobile. Chi immagina l'ambiente com'era allora, con i cavalletti, le tele grandi appoggiate alle pareti e la luce che entrava dalle finestre alte, ha un'idea abbastanza precisa di come funzionasse la vita artistica romana in un palazzo nobiliare in cerca di rendita.

Romualdo Gentilucci e Filippo Bigioli

L'imprenditore culturale che affittò e ristrutturò la sala nel 1865 e il pittore marchigiano dai cui disegni furono tratte le ventisette tele della Galleria Dantesca. Il primo ci rimise, perché l'impresa tramontò in pochi anni; il secondo lasciò il proprio nome legato a uno degli apparati visivi più ambiziosi della Roma pontificia al tramonto.

Giovanni Battista Piranesi, in un certo senso

Piranesi non entrò mai in questo palazzo: morì nel 1778, sessant'anni prima che i suoi rami arrivassero qui. Eppure è la presenza più forte dell'edificio. Le sue millecentonovantuno lastre, di cui novecentosessantaquattro incise di sua mano, sono conservate in questi depositi e costituiscono il fondo più importante che esista al mondo su di lui. Insieme ai suoi ci sono i rami del figlio Francesco, della figlia Laura, incisora di professione, e del figlio minore Pietro. Una famiglia intera, un mestiere intero, dentro un solo palazzo romano.

Gli studiosi dell'Istituto Centrale per la Grafica, ogni giorno

Chiudo l'elenco con i nomi che non fanno notizia. Ogni settimana, nella sala di studio, si siedono restauratori, incisori, dottorandi, curatori stranieri, conoscitori che vengono a verificare uno stato o una filigrana. Sono loro il pubblico vero di questa istituzione, e la ragione per cui i fondi restano vivi invece di dormire in un deposito. Una collezione che nessuno consulta è una collezione morta.

Domande veloci su Istituto Centrale per la Grafica - Palazzo Poli

Dove si trova l'Istituto Centrale per la Grafica

In via della Stamperia 6, 00187 Roma, rione Trevi, dentro il complesso monumentale della Fontana di Trevi formato da Palazzo Poli e dal contiguo palazzo della Calcografia. L'ingresso per le mostre è in via Poli 54.

È vero che l'Istituto Centrale per la Grafica è l'edificio dietro la Fontana di Trevi

Sì. La facciata su cui è addossata la Fontana di Trevi è quella di Palazzo Poli, che dal 1978 è proprietà dello Stato e ospita l'Istituto. Chi fotografa la fontana fotografa, per almeno metà dell'inquadratura, la sede dell'Istituto.

Quanto costa il biglietto

L'ingresso alle mostre è gratuito. Non esiste una biglietteria, perché l'Istituto non è un museo a pagamento ma un organismo del Ministero della Cultura che apre le proprie sale espositive.

Quali sono gli orari dell'Istituto Centrale per la Grafica

L'apertura al pubblico è legata al calendario delle mostre. L'orario indicato è dal martedì alla domenica, dalle 10 alle 19, con chiusura il lunedì. Poiché fra un allestimento e il successivo la sala può restare chiusa per settimane, conviene un controllo sul sito ufficiale nel dominio cultura.gov.it o una telefonata al centralino prima di andare.

Serve prenotare per visitare l'Istituto Centrale per la Grafica

No, per le mostre non serve prenotazione. Serve invece un appuntamento, richiesto per iscritto, per la sala di studio del Gabinetto disegni e stampe e per la biblioteca.

Si può salire sulla terrazza affacciata sulla Fontana di Trevi

No. Un progetto di percorso museale nelle sale del piano nobile con scala a chiocciola e terrazza panoramica è stato illustrato pubblicamente dalla direzione dell'Istituto, ma non è realizzato e non esiste un accesso aperto ai visitatori.

Che cosa si vede dentro l'Istituto Centrale per la Grafica

Le mostre temporanee allestite nelle sale di Palazzo Poli, che in molti casi comprendono la Sala Dante. I depositi, la calcoteca, i laboratori di restauro, la stamperia e gli uffici non sono visitabili liberamente.

Quanto dura la visita

Da quaranta minuti a un'ora e mezza a seconda della mostra e del passo di chi guarda. Con la Sala Dante compresa nel percorso, si aggiunga un quarto d'ora.

Quante opere conserva l'Istituto Centrale per la Grafica

Il catalogo digitale dell'Istituto indica oltre centosettantamila stampe, ventisettemila matrici, ventiquattromila disegni e diciassettemila fotografie. La campagna di digitalizzazione è ancora in corso e i numeri crescono con la catalogazione.

Quante matrici di Piranesi ci sono

La Calcografia Piranesi conta 1191 lastre incise su rame, delle quali 964 sono matrici autografe di Giovanni Battista Piranesi. Contando anche i rami di altri autori confluiti nella stessa raccolta, il fondo arriva a 1505 pezzi. È la collezione piranesiana più importante del mondo.

Le matrici di Piranesi sono esposte in permanenza

No. Sono conservate nella calcoteca e vengono esposte in occasione di mostre. Chi vuole vederle deve controllare il programma espositivo.

Si possono comprare stampe tirate dalle matrici originali

La Calcografia ha storicamente stampato dalle proprie matrici e venduto esemplari. Le condizioni attuali della vendita, quando prevista, vanno chieste direttamente all'Istituto: è materia che cambia nel tempo e non si presta a risposte generiche.

Come si accede alla sala di studio

Con una richiesta motivata inviata all'Istituto, indicando con precisione i pezzi o i fondi che si desidera consultare, e con un appuntamento concordato. Si scrive a ic-gr@cultura.gov.it oppure si telefona al centralino 06 699801.

Chi può chiedere di consultare gli originali

Chiunque abbia una ragione di studio documentabile: studenti, dottorandi, restauratori, incisori, collezionisti, ricercatori indipendenti. Non serve un titolo accademico, serve una richiesta seria e circostanziata.

Esiste un catalogo online delle collezioni

Sì, ed è pubblico e gratuito: si consulta su calcografica.it, realizzato con la collaborazione della Real Academia de Bellas Artes de San Fernando di Madrid. Comprende le sezioni stampe, matrici, disegni e fotografie.

C'è una biblioteca

Sì, una biblioteca specialistica su grafica, incisione, collezionismo e conservazione, accessibile su appuntamento per motivi di studio.

L'Istituto Centrale per la Grafica è adatto ai bambini

Con i piccolissimi no: luci basse, opere fragili, niente di manipolabile. Dai dieci anni in su funziona bene se qualcuno spiega il meccanismo della stampa e, quando è possibile, mostra una matrice accanto alla stampa che ne deriva.

È accessibile in sedia a rotelle

Palazzo Poli è un edificio storico con soglie e dislivelli, e le sale utilizzate cambiano da mostra a mostra. La cosa da fare è una telefonata preventiva al centralino per farsi indicare l'ingresso e il percorso praticabile per l'esposizione in corso.

Si possono fare fotografie all'interno

Il flash è sempre vietato. La fotografia può essere del tutto vietata a seconda dei materiali esposti e dei diritti sulle opere contemporanee. Le indicazioni si trovano all'ingresso della mostra.

C'è un guardaroba

Non aspettatevi i servizi di un grande museo. Zaini e ombrelli si lasciano dove indicato dal personale di sala, secondo le disposizioni valide per la mostra in corso.

Come si arriva all'Istituto Centrale per la Grafica con i mezzi pubblici

La fermata di metropolitana più comoda è Barberini, sulla linea A: da lì si scende lungo via del Tritone in cinque minuti. Le linee di superficie che percorrono via del Tritone e via del Corso lasciano a pochi minuti a piedi. Da piazza Venezia sono dieci minuti di cammino per via del Corso e via delle Muratte.

Si può arrivare in auto

Sconsigliato in modo assoluto. Il rione Trevi è dentro la zona a traffico limitato del centro storico, la sosta è impossibile e le strade sono strettissime. Metropolitana o autobus, oppure a piedi.

Che differenza c'è fra l'Istituto Centrale per la Grafica e la Calcografia Nazionale

La Calcografia Nazionale, di eredità pontificia, è una delle due istituzioni storiche confluite nel 1975 nell'attuale Istituto; l'altra è il Gabinetto Nazionale delle Stampe, nato nel 1895. Oggi la Calcografia non è un ente autonomo ma la sezione dell'Istituto che conserva le matrici, e dà il nome al palazzo di via della Stamperia.

Perché si chiama Palazzo Poli

Perché nel 1678 l'edificio passò a Lucrezia Colonna, sposa di Giuseppe Lotario Conti, duca di Poli. Il titolo ducale viene dal paese di Poli, sui Monti Prenestini.

Che cos'è la Sala Dante

Il grande salone del piano nobile, costruito negli anni Venti del Settecento come biblioteca dei duchi di Poli, poi salone da feste, studio del pittore Francesco Manno, sede della Galleria Dantesca nel 1865, luogo di concerti fino a fine Ottocento, ufficio anagrafico comunale nella prima metà del Novecento e oggi spazio espositivo dell'Istituto dopo il restauro funzionale curato dall'architetto Agostino Tropea.

Che cos'era la Galleria Dantesca

Un apparato spettacolare allestito fra il 1865 e il 1866 dal cavaliere Romualdo Gentilucci: ventisette tele di quattro metri per sei, tratte dai disegni di Filippo Bigioli e commissionate a pittori celebri, mostrate alternativamente al pubblico con meccanismi e giochi di luce.

È vero che Liszt ascoltò la propria sinfonia in questo palazzo

Sì. Il 26 febbraio 1866, per sua espressa volontà, Giovanni Sgambati diresse in questa sala la prima esecuzione integrale della Dante-Symphonie alla presenza dell'autore, e da quell'occasione il salone prese il nome di Sala Dante.

Quando è stata fondata la Calcografia camerale

Il 15 febbraio 1738, da papa Clemente XII, con lo scopo di conservare le matrici incise delle opere più notevoli degli antichi maestri.

Chi ha costruito il palazzo della Calcografia

Giuseppe Valadier, nel 1837, al numero 6 di via della Stamperia. Valadier ne fu anche direttore per decenni.

Che cosa vedere vicino all'Istituto Centrale per la Grafica

Nel raggio di dieci minuti a piedi: la Fontana di Trevi, la Galleria Sciarra, piazza Colonna, la Fontana del Tritone e Palazzo Barberini, il Pantheon, Sant'Ignazio di Loyola, Palazzo Doria Pamphilj, il Quirinale con le Scuderie.

Qual è il momento migliore per andarci

La mattina all'apertura, per attraversare la piazza prima che diventi impraticabile, oppure il tardo pomeriggio nei mesi invernali. Da evitare i ponti festivi, i sabati di dicembre e le ore centrali di agosto.

Vale la pena visitare l'Istituto Centrale per la Grafica

Sì, a due condizioni: che ci sia una mostra in corso e che si arrivi sapendo che cosa si va a vedere. Chi cerca capolavori appesi alle pareti rimarrà deluso; chi vuole capire come nascono e come circolano le immagini, e vuole entrare nell'unico edificio romano che tutti hanno fotografato senza sapere che cosa fosse, troverà una delle esperienze più intelligenti del centro storico.

La mia conclusione su Istituto Centrale per la Grafica - Palazzo Poli

Accompagno gruppi in questa città da vent'anni e ho una regola personale che applico ogni volta che passo per piazza di Trevi: alzo lo sguardo sopra il livello dell'acqua e guardo le finestre. Dietro quelle finestre ci sono cassettiere piene di disegni del Quattrocento, scaffali di rame inciso, tavoli di consultazione dove qualcuno, in silenzio, sta girando le pagine di un mondo che nessuno in piazza immagina. È il contrasto più forte che Roma offra fra ciò che si vede e ciò che c'è.

Se dovessi dare un solo consiglio a chi legge, sarebbe questo: la prossima volta che vi trovate davanti alla Fontana di Trevi con il telefono in mano, controllate se c'è una mostra aperta e fate cinquanta passi in più fino a via Poli 54. Entrerete gratis in un palazzo dei duchi Conti, forse nella sala dove Liszt ascoltò la propria Sinfonia Dante, e uscirete con una storia da raccontare che non ha nessuno degli altri diecimila che quel giorno hanno lanciato la monetina. Poche cose, in questa città, offrono un rapporto simile fra sforzo richiesto e ricompensa.

Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.

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RiassuntoIstituto Centrale per la Grafica - Palazzo Poli - Via della Stamperia, 6, 00187 Roma RM, Italia
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IndirizzoVia della Stamperia, 6, 00187 Roma RM, Italia 187
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