Parco Regionale Archeologico Naturale dell’Inviolata

Il Parco Regionale Archeologico Naturale dell’Inviolata occupa 535 ettari nel territorio del Comune di Guidonia Montecelio, nella Città metropolitana di Roma Capitale, e si raggiunge dal Grande Raccordo Anulare in poco più di venti minuti di automobile. Non ha una biglietteria, non ha un cancello, non ha un orario: è un’area protetta regionale fatta di campi, fossi, oliveti e ruderi, quasi interamente in proprietà privata, attraversata da strade comunali aperte al traffico. Si entra dalle vie pubbliche che la tagliano, e l’accesso è gratuito. L’ente gestore è il Parco Naturale Regionale dei Monti Lucretili, con recapito telefonico 0774 637027 e sede operativa presso il Comune di Guidonia Montecelio, via Roma 145. Il riferimento museale del territorio è il Museo Civico Archeologico Rodolfo Lanciani di Montecelio, in via XXV Aprile presso piazza Jean Coste, dove è esposta la Triade Capitolina dell’Inviolata: il museo apre il sabato e la domenica con orari che cambiano per stagione (9-17 in inverno, 10-18 in primavera e a settembre, 9-13 e 16-20 nei mesi di giugno, luglio e agosto), telefono 0774 301242, prenotazioni all’indirizzo prenotazionemuseolanciani@gmail.com. Orari, tariffe e giorni di apertura del museo vanno confermati prima di partire sul sito ufficiale del museo stesso. In treno si arriva con la linea regionale FL2 Roma Tiburtina-Tivoli-Avezzano, che dal 4 luglio 2026 serve la nuova stazione di Guidonia Montecelio in località Collefiorito; la vecchia fermata di Bagni di Tivoli ha cambiato nome nello stesso giorno e oggi si chiama Tivoli Terme. Dalla stazione al parco non esiste un collegamento dedicato: serve l’automobile, la bicicletta o un taxi.

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Chi organizza una giornata fuori Roma in questo settore della campagna romana trova nella pagina dedicata a Tivoli il naturale complemento di questa gita, e nel Parco Regionale dei Monti Lucretili l’ente che oggi ha in carico anche l’Inviolata.

Parco Regionale Archeologico Naturale dell’Inviolata
Parco Regionale Archeologico Naturale dell’Inviolata

Dove si trova il Parco Regionale Archeologico Naturale dell’Inviolata

La collocazione geografica è più precisa di quanto suggerisca la formula amministrativa. L’area protetta è delimitata a nord dai Monti Cornicolani, e più esattamente dal fosso Capaldo; a est dal bacino delle Aquae Albulae, la piana sulfurea che da Roma antica produce il travertino; a sud dall’abitato di Marco Simone Vecchio; a ovest dall’arco collinare Formello-Tor de Sordi-Castell’Arcione. In pratica il parco è un cuneo di campagna rimasto incastrato fra la periferia orientale di Roma, l’autostrada A1 e la terza città del Lazio per popolazione. Guidonia Montecelio ha superato gli ottantamila abitanti in poche decine di anni, e la pressione edilizia su questo settore è stata costante.

La quota è modesta: siamo fra i sessanta e i centotrenta metri circa sul livello del mare, su un rilievo collinare dolce che degrada verso la piana delle Acque Albule. Da alcuni punti alti dell’area protetta, nelle giornate limpide di tramontana, lo sguardo arriva contemporaneamente ai Colli Albani, ai Monti Prenestini, ai Lucretili, ai Cornicolani e al Soratte: è una delle poche posizioni del nord-est romano da cui si legge in un colpo solo l’intera struttura geologica del bacino.

Come arrivare al Parco Regionale Archeologico Naturale dell’Inviolata in automobile

Dall’autostrada A1 si esce a Guidonia e si imbocca via di Casal Bianco: dalla rotatoria all’uscita del casello parte via dell’Inviolata, che attraversa il parco da parte a parte e va a sbucare sulla via Palombarese, a Santa Lucia di Fonte Nuova. Chi arriva da Roma per la via Tiburtina prosegue fino alle indicazioni per Guidonia e poi per Marco Simone. Il parcheggio si improvvisa sugli slarghi laterali delle strade comunali, senza ostruire gli accessi ai fondi agricoli: quasi tutto il terreno intorno è privato e coltivato, e i proprietari hanno ragione a essere insofferenti verso chi lascia l’auto davanti a un cancello.

Il Parco Regionale Archeologico Naturale dell’Inviolata in treno e con i mezzi pubblici

La linea FL2 collega Roma Tiburtina a Tivoli e prosegue verso Avezzano. Il raddoppio del binario fino a Bagni di Tivoli, oggi Tivoli Terme, è completato e in esercizio; il raddoppio del tratto successivo verso Guidonia risulta ancora in fase di progettazione e non finanziato, il che significa tempi di percorrenza e frequenze inferiori alle attese sulla parte terminale della linea. La nuova stazione di Guidonia Montecelio, attivata il 4 luglio 2026 a Collefiorito, ha sostituito il vecchio scalo di Guidonia-Montecelio-Sant’Angelo. Va detto con franchezza: scendere dal treno non basta. Dalla stazione all’Inviolata restano alcuni chilometri di viabilità ordinaria senza marciapiede continuo, e il trasporto pubblico locale non copre il perimetro dell’area protetta. Chi non ha l’automobile faccia il conto con una bicicletta portata in treno, oppure valuti un taxi dalla stazione.

Il museo come punto di partenza della visita

Il modo intelligente di impostare la giornata è invertire l’ordine: prima il museo, poi il parco. Il Museo Civico Archeologico Rodolfo Lanciani occupa l’ex convento di San Michele Arcangelo, sul colle di Montecelio, e conserva materiale ceramico, scultoreo, architettonico, numismatico e metallico proveniente dal territorio, dalla preistoria all’età moderna. Lì è esposta la Triade Capitolina trovata nel parco. Vedere prima l’oggetto e poi il campo da cui è uscito cambia completamente la percezione del paesaggio: senza quel passaggio l’Inviolata rischia di sembrare, a un occhio distratto, una campagna qualunque.

Che cosa è davvero il Parco Regionale Archeologico Naturale dell’Inviolata

Qui va detta una cosa che quasi nessuna pagina turistica dice apertamente. Il Parco Regionale Archeologico Naturale dell’Inviolata è un’area protetta per legge, ma per lunghissimo tempo non ha avuto nessuno degli strumenti che rendono un parco un parco: niente perimetrazione operativa sul terreno, niente cartellonistica, niente sentieri attrezzati, niente centro visite, niente personale di vigilanza dedicato. La tutela esisteva sulla carta della Regione Lazio e non sul terreno. Il paradosso è che proprio questa assenza di gestione, unita al fatto che tutti i fondi sono in mano a privati che li coltivano, ha conservato l’assetto agricolo tradizionale: nessuno ha costruito, perché la legge lo vietava, e nessuno ha attrezzato, perché nessuno se ne occupava.

Il risultato è un mosaico. Corsi d’acqua con vegetazione ripariale, boschi a galleria lungo i fossi, frammenti di bosco a cerro e roverella, coltivi e incolti, praterie, siepi, forre di tufo con vegetazione rupicola, piccoli specchi d’acqua. La stessa descrizione ufficiale dell’ente regionale insiste su questo carattere di tessere accostate, e sul fatto che il paesaggio conserva gli elementi della Campagna Romana storica nonostante la periferia orientale di Roma gli sia cresciuta addosso.

I 535 ettari del Parco Regionale Archeologico Naturale dell’Inviolata

La cifra ufficiale della superficie è 535 ettari. Nei testi che circolano si incontra anche il valore di circa 550 ettari, riferito alla perimetrazione originaria individuata dalla legge istitutiva fra la via Palombarese e la strada provinciale 28 bis. La differenza non è un errore di trascrizione: nel 2005 una modifica normativa ha sottratto all’area protetta il settore della discarica, e il dato consolidato oggi dagli enti regionali è 535 ettari. Nel dubbio, il numero da citare è quello ufficiale dell’ente gestore.

La proprietà privata dei terreni

Tutti i terreni compresi nel perimetro sono privati. Questo condiziona ogni cosa: l’accessibilità reale, la possibilità di tracciare sentieri, la vigilanza, la manutenzione. Un visitatore che entra in un campo arato per fotografare un rudere sta commettendo, tecnicamente, uno sconfinamento. La regola pratica che do ai gruppi che accompagno è semplice e non ammette eccezioni: si cammina sulle strade pubbliche e sulle carrarecce di uso comune, si guarda tutto il resto dal margine, e se un proprietario chiede di uscire si esce senza discutere. L’alternativa è che fra qualche anno anche i margini vengano recintati.

Il nome: perché si chiama Inviolata

Il toponimo non ha nulla a che vedere con la natura incontaminata, come molti immaginano. Deriva da una vicenda di proprietà fondiaria ecclesiastica: la tenuta apparteneva al monastero femminile legato alla comunità di Santa Maria in Via Lata, il complesso romano che sorge lungo il tratto urbano della via Flaminia, l’odierna via del Corso. Da in Via Lata a Inviolata il passaggio è avvenuto per corruzione fonetica progressiva nella pronuncia locale, e la forma deformata ha finito per prevalere fino a diventare ufficiale. È un caso da manuale di paretimologia: il nome ha poi retroagito sul luogo, suggerendo a generazioni di abitanti l’idea di un’area intatta e inviolabile, e quell’idea è diventata uno degli argomenti delle battaglie ambientali degli ultimi decenni.

Vale la pena ricordarlo davanti ai ruderi: il nome che oggi suona come una promessa di intangibilità nasce da un registro catastale monastico. La storia dei toponimi della campagna romana è quasi sempre così: Tor Mastorta, Casal Bianco, Castell’Arcione, Marco Simone raccontano possedimenti, torri di guardia e casali, non paesaggi.

La legge istitutiva e i trenta anni del Parco Regionale Archeologico Naturale dell’Inviolata

La legge regionale 22 del 20 giugno 1996

Il Consiglio Regionale del Lazio istituisce il parco con la legge regionale 22 del 20 giugno 1996, individuando una vasta area fra la via Palombarese e la strada provinciale 28 bis. La legge affida la gestione al Comune di Guidonia Montecelio. Sulla carta è un buon testo: riconosce insieme il valore archeologico e quello naturalistico, cosa tutt’altro che scontata in un periodo in cui la tutela procedeva per compartimenti separati. Nei fatti, l’amministrazione comunale non mette mai in piedi la macchina di un ente di tutela e valorizzazione. Mancano il piano, i confini segnati, i cartelli, i percorsi.

Il 2005 e la sottrazione dell’area della discarica

Nel 2005 una modifica normativa regionale, inserita in un provvedimento di carattere finanziario, sottrae all’area protetta il settore in cui ricadono la discarica e l’impianto di trattamento meccanico biologico. È l’episodio che gli ambientalisti locali citano più spesso, perché mostra come un perimetro di tutela possa essere ridisegnato con poche righe di legge senza alcun dibattito pubblico dedicato. La conseguenza pratica è che il rifiuto e il parco diventano formalmente due cose separate, pur restando fisicamente addossati.

Il 2016 e il passaggio all’Ente Parco dei Monti Lucretili

Nell’ottobre del 2016 la gestione passa dal Comune all’Ente Parco Naturale Regionale dei Monti Lucretili, per effetto di una nuova legge regionale. È un cambio di passo: per la prima volta l’area protetta ha come riferimento un ente specializzato in gestione di aree protette, con personale tecnico, e non un ufficio comunale sommerso da altre incombenze. Da quel momento l’Inviolata compare nelle pubblicazioni, nelle attività didattiche e nelle escursioni promosse dal sistema dei parchi regionali del Lazio.

Il 2025 e il Piano d’Assetto

La svolta amministrativa arriva quasi trenta anni dopo la legge istitutiva. Il 20 maggio 2025 la proposta di Piano d’Assetto del Parco dell’Inviolata viene pubblicata sul Bollettino Ufficiale della Regione Lazio numero 40, accompagnata dal Piano del Regolamento, dal Rapporto Ambientale e dalla Sintesi non Tecnica. Il 19 giugno 2025, al Museo Rodolfo Lanciani di Montecelio, il piano viene presentato pubblicamente insieme a una guida naturalistica e archeologica dell’area protetta, con gli interventi del commissario del Parco dei Monti Lucretili Marco Piergotti, del sindaco di Guidonia Montecelio Mauro Lombardo, di consiglieri e amministratori regionali, dell’associazione ANVA, dell’archeologo Zaccaria Mari e della società incaricata della redazione del piano.

Che cosa cambia davvero. Il Piano d’Assetto è il documento che mappa il territorio pezzo per pezzo e stabilisce dove si può fare che cosa: zone di riserva integrale, zone di riserva orientata, zone di promozione economica e sociale, prescrizioni per l’agricoltura e per l’edilizia rurale. Senza quel documento ogni decisione era discrezionale e ogni contenzioso finiva davanti a un giudice amministrativo. Con quel documento l’Inviolata comincia ad avere le regole che una legge del 1996 prevedeva. Il mio giudizio, da chi accompagna gruppi in area protetta da molti anni, è che sia la notizia più importante degli ultimi trenta anni per questo territorio: più della polemica quotidiana sulla discarica, che pure è servita a tenere accesa l’attenzione.

Parco Regionale Archeologico Naturale dell’Inviolata
Parco Regionale Archeologico Naturale dell’Inviolata

Una curiosità su Parco Regionale Archeologico Naturale dell’Inviolata

In questi campi è stata trovata l’unica scultura al mondo che rappresenti la Triade Capitolina al completo. Non una delle poche: l’unica. Giove, Giunone e Minerva seduti l’uno accanto all’altra, in un solo gruppo marmoreo, con i rispettivi animali attributo ai piedi del trono: l’aquila per Giove, il pavone per Giunone, la civetta per Minerva. Prima del 1992 quella composizione era nota soltanto attraverso monete e medaglioni di età adrianea e antonina, cioè attraverso immagini grandi qualche centimetro. Gli archeologi sapevano che il gruppo del tempio di Giove Ottimo Massimo sul Campidoglio doveva avere quell’aspetto, ma nessuno l’aveva mai visto tradotto in marmo a tutto tondo.

La misura del pezzo è di sessanta centimetri per ottanta per centoventi, in marmo lunense, cioè il marmo delle cave apuane che Roma usava per la scultura di qualità. La datazione proposta è di età tardo antonina, indicativamente fra il 188 e il 217 dopo Cristo. Giove al centro tiene lo scettro e il fascio di fulmini; Giunone è velata e porta il diadema e la patera; Minerva indossa l’elmo corinzio e regge l’asta. Sopra le teste dovevano esserci tre Vittorie alate che incoronavano le divinità, e le corone erano diverse per ciascuna: quercia, rosa, alloro. Le braccia delle due dee e le Vittorie sono perdute.

L’elemento che colpisce gli studiosi non è la qualità dell’intaglio, che è buona ma non eccezionale: è l’impaginazione. Le tre divinità hanno pari dignità, sedute sullo stesso piano, senza la gerarchia schiacciante che ci si aspetterebbe in favore di Giove. È un documento sulla teologia politica di Roma nell’età dei Severi, non semplicemente un bell’oggetto. Il fatto che sia uscito dal criptoportico di una villa privata dell’agro, e non da un tempio urbano, dice qualcosa di preciso su quanto la religione ufficiale fosse penetrata nella vita domestica dell’aristocrazia fondiaria.

La Triade Capitolina dell’Inviolata: ritrovamento, furto e recupero

Il criptoportico della villa romana

Il gruppo venne alla luce nel 1992 nel criptoportico di una villa romana, all’interno del perimetro del parco. Le dimensioni del complesso residenziale a cui apparteneva sono ragguardevoli: si parla di un impianto dell’ordine dei diecimila metri quadrati. Un criptoportico è una galleria semi-interrata, voltata, che serviva a sostenere terrazzamenti e a offrire un ambiente fresco nelle ore calde: era il luogo dove si passeggiava d’estate, e dove spesso si collocava la statuaria. Che la Triade fosse lì dentro non è quindi una stranezza, ma il dato non è banale: significa che il proprietario aveva commissionato per la propria casa di campagna una replica del gruppo cultuale più politicamente carico di Roma.

Il furto e l’Operazione Giunone

A trovarla non furono gli archeologi. Furono scavatori clandestini, che la smontarono e la immisero sul mercato illecito vendendola a un antiquario svizzero. Il pezzo era destinato a un collezionista oltreoceano. I carabinieri del Comando Tutela Patrimonio Culturale impiegarono quasi due anni per ricostruire il percorso, in un’indagine che prese il nome di Operazione Giunone, e la recuperarono nel dicembre del 1994 al Passo dello Stelvio. La prova che inchiodò l’intera filiera fu un frammento rimasto in Italia, l’avambraccio destro di Giunone: senza quel pezzo, dimostrare la provenienza italiana dell’opera sarebbe stato assai più difficile, e con ogni probabilità oggi la Triade sarebbe in una collezione privata all’estero.

Da Palestrina a Montecelio

Dopo il recupero l’opera fu esposta per anni al Museo Archeologico Nazionale di Palestrina. Nel 2012 è tornata al Comune di Guidonia Montecelio ed è oggi al Museo Civico Archeologico Rodolfo Lanciani, nell’ex convento di San Michele Arcangelo. Alcune pubblicazioni divulgative indicano ancora Palestrina come sede: è un dato superato. Chi vuole vedere la Triade Capitolina dell’Inviolata deve salire a Montecelio.

Come si guarda la Triade Capitolina

Davanti alla vetrina consiglio tre cose. La prima: cercare gli animali attributo alla base, perché sono la chiave di lettura immediata dell’identità delle tre figure. La seconda: guardare le mani di Giove e la posizione dello scettro, che seguono uno schema iconografico derivato dalla statuaria cultuale capitolina. La terza: osservare le superfici di frattura delle braccia perdute e i punti di attacco delle Vittorie, perché raccontano come il gruppo è stato smontato e quanto ne manca. È un oggetto che va guardato almeno un quarto d’ora, non tre minuti. Chi ha in programma anche i Musei Capitolini faccia il confronto con i frammenti colossali del culto di Giove: la differenza di scala fra il tempio e la villa è tutta la storia della religione romana privata.

Una cosa che non ti dice nessuno su Parco Regionale Archeologico Naturale dell’Inviolata

Nel parco non esistono percorsi attrezzati e non è prevista una visita guidata a calendario fisso. Questa informazione, che nessuna pagina promozionale mette in evidenza, è la più importante di tutte per chi organizza una giornata. Non ci sono segnavia, non ci sono bacheche all’ingresso, non c’è una mappa affissa, non c’è un punto informazioni sul posto. Le uniche occasioni di visita accompagnata sono le escursioni organizzate periodicamente dall’ente gestore, dalle associazioni ambientaliste e naturalistiche locali e dal museo: si annunciano di volta in volta e richiedono iscrizione.

La seconda cosa che non viene detta riguarda i tempi. La discarica confinante ha smesso di ricevere rifiuti, ma il corpo della discarica esiste ancora, è una collina artificiale, ed è in attesa di copertura definitiva. I lavori di capping approvati nel luglio del 2025 sono stimati in circa due anni e mezzo di durata. Tradotto per un visitatore: in certe giornate, con determinate condizioni di vento e di umidità, l’odore arriva. Non è una fatalità permanente e non compromette l’intera area protetta, che è grande e articolata, ma chi si aspetta una campagna profumata di fieno in ogni condizione meteorologica resterà deluso. Il settore settentrionale e quello dei laghetti a est, verso Tor Mastorta, sono i più lontani dal problema.

La terza cosa che nessuno dice è la più sorprendente. Le acque dei fossi ospitano il granchio di fiume e la rana appenninica, due specie che i biologi usano come indicatori: la loro presenza segnala acque di buona qualità. Trovarle a poche centinaia di metri da una delle più grandi discariche del Lazio è un dato che ribalta ogni previsione, e che i rilevatori della Società Romana di Scienze Naturali hanno registrato conducendo ricerche in quest’area. Non significa che il problema ambientale non esista: significa che il sistema dei fossi ha una resilienza che nessuno gli attribuiva.

Il consiglio che ti do per visitare Parco Regionale Archeologico Naturale dell’Inviolata

Il consiglio operativo è uno e va preso alla lettera: non venite qui senza un accompagnatore o senza esservi preparati la traccia a casa. Non è un parco che si legge da solo. Senza segnaletica, senza un centro visite, senza cartelli davanti ai ruderi, un visitatore inesperto attraversa in automobile due chilometri di campi e conclude che non c’è nulla da vedere. Con una traccia preparata e un minimo di inquadramento storico, lo stesso percorso diventa uno dei più densi del Lazio, perché la stratificazione qui copre undicimila anni.

La stagione giusta è la seconda metà di aprile e la prima metà di maggio, per una ragione precisa: è il periodo di fioritura dell’Orchis purpurea, l’orchidea selvatica più diffusa nell’area, ed è il momento in cui i coltivi sono verdi e i fossi hanno ancora portata. La seconda finestra buona è ottobre, dopo le prime piogge, quando l’aria è tersa e il panorama verso i Cornicolani e il Soratte si apre. Da evitare senza esitazione: luglio e agosto, per il caldo, per l’assenza totale di ombra sulle carrarecce e per la maggiore probabilità che l’odore dalla zona della discarica si faccia sentire.

L’orario giusto è la mattina presto, entro le nove, per due motivi: la luce radente sui rilievi collinari e l’attività dell’avifauna, che dopo le dieci si riduce drasticamente. Portate acqua, perché non esistono fontanelle, e scarpe chiuse con suola scolpita, perché le carrarecce dopo la pioggia diventano fango pesante di argilla. Un binocolo da otto o dieci ingrandimenti cambia la giornata: senza, gli aironi e i rapaci restano puntini. E mettete in conto una sosta al museo di Montecelio: mezza giornata di parco senza il museo è una visita monca.

Un’ultima raccomandazione che faccio sempre e che qui conta più che altrove: lasciate stare i ruderi. Non ci si arrampica, non si scava, non si raccoglie nulla da terra. Questo è il territorio dove i tombaroli hanno trovato e venduto la Triade Capitolina, e dove nel 1978 hanno strappato gli affreschi da una chiesa rupestre. La sensibilità locale su questo punto è altissima, e a ragione.

Il paesaggio e la flora del Parco Regionale Archeologico Naturale dell’Inviolata

Il paesaggio è quello classico della Campagna Romana: rilievi collinari dolci, oliveti estesi, seminativi a frumento, granturco e girasole, campi delimitati da siepi di specie autoctone o introdotte. È il paesaggio che i vedutisti del Grand Tour hanno dipinto per due secoli, e che intorno a Roma è quasi del tutto scomparso sotto l’edilizia. Qui sopravvive per intero, con la sua struttura di campi chiusi, filari e casali sparsi.

I boschi residui del Parco Regionale Archeologico Naturale dell’Inviolata

All’interno dell’area si conservano lembi di bosco, concentrati nella parte centrale e lungo i corsi d’acqua. La composizione è quella del querceto misto della fascia collinare laziale: cerro e roverella dominanti, farnia nelle situazioni più fresche, olmo, con corredo di vite selvatica e ligustro. Lungo i fossi il bosco si fa a galleria, con la vegetazione igrofila e ripariale che chiude sopra l’acqua. Sono superfici piccole e per questo preziose: in un contesto agricolo intensivo, i frammenti boschivi funzionano da rifugio e da corridoio per la fauna, e la loro connessione lungo i fossi è ciò che tiene insieme l’ecosistema.

Le orchidee selvatiche

Orchis purpurea è abbastanza diffusa nel parco. È un’orchidea terrestre alta fino a ottanta centimetri, con infiorescenza densa, casco bruno purpureo e labello bianco punteggiato: cresce ai margini dei boschi e nelle radure erbose su terreni calcarei, e fiorisce in aprile e maggio. Non si raccoglie e non si sposta: le orchidee spontanee italiane dipendono da funghi simbionti presenti nel terreno e trapiantate muoiono. Una regola che conviene ricordare: si fotografa dall’alto e di lato, senza calpestare la rosetta basale.

Gli eucalipti di Tor Mastorta

Nell’area intorno a Tor Mastorta e al primo laghetto crescono eucalipti. Sono alberi australiani, del tutto estranei alla flora italiana, e la loro presenza ha una spiegazione storica precisa: furono piantati nelle zone paludose durante le bonifiche del ventennio fascista, quando si riteneva che la loro capacità di assorbire acqua contribuisse al prosciugamento dei ristagni e quindi alla lotta contro la malaria. È una firma botanica leggibile: dove ci sono eucalipti in filare nella campagna laziale, quasi sempre c’è stata una bonifica novecentesca. Il visitatore attento li usa come indizio di lettura del paesaggio, non come elemento decorativo.

Agricoltura e allevamento dentro l’area protetta

Nelle campagne del parco si coltivano soprattutto cereali, con l’orzo in posizione di rilievo, alternati a estese piantagioni di ulivi. L’olivicoltura è la vocazione storica di questo settore dei Cornicolani, e l’olio della zona ha una tradizione documentata. All’attività agricola si affianca la pastorizia ovina, elemento caratteristico della Campagna Romana e oggi in forte contrazione ovunque intorno a Roma. Incontrare un gregge in transito sulle carrarecce dell’Inviolata non è raro: è una delle immagini che rendono questo posto diverso da un parco urbano. Il rapporto fra agricoltura e tutela, qui, è l’esatto contrario di quello che si immagina: sono i coltivatori ad aver mantenuto il paesaggio, non la vigilanza pubblica.

Parco Regionale Archeologico Naturale dell’Inviolata
Parco Regionale Archeologico Naturale dell’Inviolata

La fauna del Parco Regionale Archeologico Naturale dell’Inviolata

In un ambiente segnato dalla presenza umana come questo, la persistenza di fauna selvatica diversificata è il dato che sorprende di più. Molte delle specie presenti godono di regime di protezione, e diverse sono ormai rare nel resto del Lazio: è la ragione tecnica per cui questa superficie merita lo status di area protetta al di là del suo valore archeologico.

Gli uccelli

Il gruppo più rappresentato è quello dei Passeriformi, e fra questi la cornacchia grigia è la specie più comune e visibile, presente ovunque nei coltivi. Sugli specchi d’acqua e lungo i fossi si osservano l’airone cenerino e la garzetta, il germano reale e, con un po’ di fortuna e molto silenzio, il martin pescatore, che si annuncia quasi sempre prima con il fischio acuto e solo dopo con il lampo azzurro sull’acqua. Fra i rapaci diurni la lista comprende il gheppio, che caccia in volo stazionario sui campi aperti, la poiana, spesso appollaiata sui pali di recinzione, e il nibbio bruno, che nella buona stagione perlustra i margini e le zone umide. Per un principiante di birdwatching il parco è una palestra ideale, perché consente di osservare in poche ore ambienti diversi: coltivo, siepe, bosco, fosso, specchio d’acqua.

I mammiferi

Sono presenti roditori e mustelidi, il riccio, la volpe e il cinghiale. Di quasi tutti si vedono le tracce più che gli animali: impronte sul fango dei fossi, grufolate del cinghiale ai margini dei coltivi, latrine e resti di pasto della volpe. Il cinghiale merita una nota pratica. Nella campagna romana la popolazione è cresciuta molto e gli incontri sono possibili soprattutto all’alba e al crepuscolo; con una femmina accompagnata da piccoli si mantiene la distanza, si evita di interporsi fra la scrofa e la cucciolata e si arretra senza correre. Con un cane al guinzaglio, la prudenza deve raddoppiare.

I rettili e gli anfibi

L’erpetofauna è ricca. Fra i rettili si incontrano la lucertola campestre e la lucertola muraiola, il ramarro occidentale con il suo verde acceso nei maschi in primavera, la luscengola, il biacco e la natrice dal collare. Nessuna di queste specie è pericolosa per l’uomo: il biacco, nero e velocissimo, spaventa molto e morde solo se afferrato, e la natrice dal collare frequenta i fossi ed è una nuotatrice eccellente. Fra gli anfibi sono documentati le rane verdi, il rospo comune, la rana appenninica e il tritone punteggiato. Quest’ultimo nome porta a un piccolo cortocircuito toponomastico che diverte sempre i gruppi: il tritone della mitologia è quello della celebre fontana del Tritone del Bernini, in piazza Barberini, mentre il tritone punteggiato è un anfibio urodelo lungo pochi centimetri che vive nelle pozze dell’Inviolata.

I pesci dei laghetti

Qui il quadro si ribalta, ed è un capitolo che merita onestà. Nelle acque dei laghetti e dei fossi sono state finora rilevate soltanto specie ittiche alloctone: gambusia, persico sole, persico trota, pesce gatto nero. L’unica eccezione è il vairone, ciprinide autoctono, trovato nei ruscelli. I pesci dei laghi sono stati tutti introdotti dai pescatori. È un caso di scuola di come una pratica ricreativa apparentemente innocua alteri in profondità un ecosistema acquatico: il persico trota e il pesce gatto sono predatori efficienti che incidono su anfibi e invertebrati, e la gambusia, introdotta storicamente in funzione antimalarica, compete con gli anfibi per le stesse risorse.

Gli artropodi e il granchio di fiume

La fauna a invertebrati comprende numerose specie di libellule, che sui laghetti danno spettacolo nelle giornate calde, e gli scorpioni d’acqua della specie Nepa cinerea, insetti acquatici predatori dall’aspetto inquietante e del tutto innocui per l’uomo. La presenza più significativa è però quella del granchio di fiume che, insieme alla rana appenninica, funziona come indicatore biologico della buona qualità delle acque. Ripeto il concetto perché è il punto in cui questo parco smentisce se stesso: acque di buona qualità a ridosso di una discarica da milioni di metri cubi.

Le acque del Parco Regionale Archeologico Naturale dell’Inviolata

Nel settore orientale dell’area protetta, in località Tor Mastorta, si trovano quattro piccoli laghetti. Non sono specchi d’acqua naturali antichi, ma invasi legati alle attività estrattive e agricole del territorio, e proprio per questo il loro popolamento ittico è interamente artificiale. Attorno, canneti e vegetazione ripariale creano l’habitat che attira l’avifauna acquatica: è il punto migliore dell’intero parco per l’osservazione, e conviene arrivarci con il sole basso alle spalle.

Il reticolo idrografico è fatto di fossi, non di fiumi. I tre principali sono il Fosso del Cupo, il Fosso Capaldo, che segna il confine settentrionale verso i Monti Cornicolani, e il Fosso dell’Inviolata. Hanno portata modesta e fortemente stagionale, con piene rapide dopo i temporali e magre estive marcate, ma la loro vegetazione di sponda costituisce l’ossatura ecologica dell’area: senza quelle strisce di bosco a galleria, i frammenti boschivi resterebbero isole separate. Chi cammina lungo i fossi in primavera, in silenzio, ha la probabilità più alta di osservare anfibi, libellule e martin pescatore.

L’archeologia del Parco Regionale Archeologico Naturale dell’Inviolata

La densità di testimonianze è la ragione per cui il termine archeologico compare nel nome ufficiale prima ancora di naturale. Il territorio è frequentato senza soluzione di continuità da undicimila anni, e ogni fase ha lasciato qualcosa.

La preistoria

Dall’area provengono oggetti di selce lavorata, fra cui raschiatoi e punte di tipo musteriano, strumenti caratteristici del Paleolitico medio, riferibili quindi alla frequentazione neandertaliana della regione. Le evidenze più continue documentano una presenza umana dal Paleolitico superiore finale, intorno a undicimila anni fa, fino al termine dell’età del Bronzo, attorno al Mille avanti Cristo. Questo significa che l’Inviolata conserva, in poche centinaia di ettari, una sequenza insediativa che altrove si ricostruisce mettendo insieme dieci siti diversi.

La necropoli protovillanoviana delle Caprine

Nel sito delle Caprine è stata individuata una necropoli protovillanoviana, cioè riferibile alla fase di passaggio fra tarda età del Bronzo e prima età del Ferro, fra il dodicesimo e il decimo secolo avanti Cristo. È la fase in cui nell’Italia tirrenica compaiono il rito dell’incinerazione e i primi grandi aggregati che porteranno alla formazione delle città. Una necropoli di quel periodo in questo settore del Lazio è un documento di primo piano per capire come si formò il popolamento del comprensorio sabino-latino.

Ficulea, il Castrum Sancti Honesti e l’ager di Nomentum

Presso Marco Simone sorge il Castrum Sancti Honesti, castello medievale attestato dalle fonti nel 1257. Nei suoi pressi è stato raccolto materiale di età orientalizzante e arcaica, dei secoli settimo e sesto avanti Cristo. Secondo una linea di studi, questi resti apparterrebbero all’antica città di Ficulea, uno dei centri latini più citati e meno localizzati con certezza dalle fonti antiche. Va detto con chiarezza: l’identificazione con Ficulea è un’ipotesi di studio, sostenuta da parte della ricerca e non universalmente accettata, non un fatto acquisito. In età romana l’intero comprensorio rientra nell’ager di Nomentum, l’odierna Mentana, ed è occupato da una rete fitta di villae rusticae, aziende agricole di dimensioni variabili che producevano soprattutto olio e cereali per il mercato urbano. La Riserva Naturale di Nomentum, confinante, protegge la porzione contigua dello stesso sistema territoriale.

Ville, sepolcri e mausolei

Ruderi antichi e torri punteggiano il paesaggio: strutture di castra e di ville romane, sepolcri e mausolei. Fra questi si segnala il sepolcro della Torraccia, con cella a croce greca, tipologia funeraria che si diffonde nella tarda antichità e che nella campagna romana ha pochi confronti conservati. Le sepolture si dispongono, come sempre nel mondo romano, lungo i percorsi viari: leggere la posizione dei ruderi significa ricostruire il tracciato delle strade antiche che collegavano questo settore alla via Tiburtina e alla via Nomentana, i due assi che dalla città portavano rispettivamente verso Tivoli e verso la Sabina. La via Tiburtina passa a sud dell’area protetta ed è l’arteria che ha governato per secoli il traffico di travertino, di olio e di persone fra Roma e il comprensorio tiburtino.

Casali e torri dal Medioevo all’età moderna

Accanto alle rovine antiche il parco conserva casali e strutture rurali di età medievale, moderna e contemporanea. Sono i fabbricati della grande proprietà fondiaria ecclesiastica e baronale, con torri di avvistamento, corti chiuse, forni, stalle e fienili. Molti sono ancora in uso agricolo, alcuni in stato di abbandono. Il loro valore non è monumentale nel senso corrente: è documentario. Raccontano l’organizzazione del lavoro agricolo della Campagna Romana, il sistema dei casali e delle tenute, il rapporto fra Roma e il suo agro. Chi ha camminato nel Parco della Marcigliana o nel Parco di Veio ritrova qui la stessa grammatica insediativa.

L’oratorio rupestre di Marco Simone Vecchio

Su una collina all’interno del parco si apre una chiesa rupestre, scavata nel tufo, che è il monumento più singolare dell’intera area protetta. La sua storia moderna è rocambolesca. L’ambiente era sicuramente noto almeno dagli anni Trenta del Novecento, quando una cava di tufo lo intercettò, ma la notizia della sua esistenza fu data alla comunità scientifica soltanto nel 1972. Gode di vincolo monumentale con decreto del 1978 e di vincolo archeologico con decreto del 1995; l’area rientra inoltre nelle Tenute storiche dichiarate di notevole interesse pubblico nel 2016.

Le pitture murali sono datate al tredicesimo secolo, con tracce di una decorazione altomedievale sottostante: la volta reca stelle rosse a otto punte e stelle blu. Nel 1978 alcuni tondi affrescati vennero asportati con atto vandalico. Sono stati recuperati dal Nucleo Carabinieri competente e avviati al restauro presso l’Istituto Superiore per la Conservazione e il Restauro nella sede di Matera. Numerosi frammenti di intonaco dipinto, rinvenuti durante le operazioni di ripulitura, sono conservati in deposito al Museo Civico di Montecelio. Fra febbraio e marzo del 2020 sono stati eseguiti lavori di somma urgenza per la messa in sicurezza dell’ambiente.

Il senso di questa storia è che nel giro di cinquant’anni lo stesso monumento è stato tagliato da una cava, ignorato, saccheggiato, recuperato, vincolato e messo in sicurezza. È l’intero repertorio dei modi in cui l’Italia tratta il proprio patrimonio minore, concentrato in una sola grotta dipinta. L’accesso all’oratorio non è libero: è un ambiente fragile, vincolato e in condizioni statiche delicate, e ogni possibilità di visita dipende dalle iniziative concordate con la Soprintendenza e con l’ente gestore.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Che qui ci sia una discarica lo sanno tutti nel Lazio. Quello che quasi nessuno collega è che questa collina di rifiuti sorge accanto al giacimento di travertino più celebre del mondo antico, e che i due fatti raccontano la stessa storia: il rapporto di Roma con il proprio territorio orientale, usato per cinque secoli come cava e poi per trenta anni come pattumiera.

Il deposito travertinoso della piana delle Acque Albule, che chiude l’Inviolata verso est, è uno dei più vasti e noti d’Italia, circa venti chilometri quadrati, formatosi fra centoquindicimila e trentamila anni fa per precipitazione di carbonato di calcio dalle acque sulfuree. I Romani lo chiamavano lapis tiburtinus, pietra di Tivoli, ed è da quel nome che deriva la parola travertino. La cava del Barco fu aperta nel terzo secolo avanti Cristo e conobbe il massimo sviluppo nel primo secolo, quando fornì la pietra per le grandi costruzioni urbane, dal teatro di Marcello al Colosseo. L’attività proseguì almeno fino al secondo e terzo secolo dopo Cristo, poi il giacimento fu abbandonato, per essere riaperto nel sedicesimo secolo per il cantiere della basilica di San Pietro.

Il ragionamento da fare in loco è questo: la pietra con cui è costruito il Colosseo viene da qui accanto, e ci è arrivata a Roma per la via Tiburtina, la stessa direttrice lungo cui si dispongono i sepolcri che si vedono nel parco. La zona delle Acque Albule merita una sosta nello stesso itinerario: sorgenti termali sfruttate dall’antichità, e cave ancora attive che si osservano dalla strada.

La discarica dell’Inviolata: come è andata davvero

Dal deposito abusivo del 1986 alla gestione autorizzata

La vicenda comincia nel 1986, quando un privato inizia a depositare rifiuti in modo illegale nell’area di via dell’Inviolata, adiacente a via di Casal Bianco. Dopo una sanzione amministrativa il Comune affida alla società Ecologica s.r.l. l’incarico di bonificare il sito e, contestualmente, l’autorizzazione a gestirlo per i rifiuti solidi urbani non riciclabili. Nel 1991 la gestione passa alla società EcoItalia87, che la conserva negli anni successivi. In cinque anni un deposito abusivo si è trasformato in un impianto autorizzato: è il meccanismo che gli amministratori locali dell’epoca chiamavano risanamento e che i comitati hanno sempre letto in modo opposto.

L’espansione e la saturazione

L’operatività viene prorogata dalla Regione Lazio per dieci anni, e il bacino di conferimento si allarga progressivamente. Nel 1995 sono circa centocinquanta i comuni che vi conferiscono regolarmente, con il traffico pesante e i miasmi che ne conseguono. Nel 2007 lo stoccaggio raggiunge la saturazione con cinque milioni e trecentomila metri cubi di rifiuti: una collina artificiale. In quegli anni l’Inviolata è la seconda discarica del Lazio dopo Malagrotta. Vale la pena fermarsi su questo numero, perché rende l’idea meglio di qualunque aggettivo: cinque milioni e trecentomila metri cubi accumulati dentro il comprensorio di un’area protetta istituita nel 1996.

La chiusura del 2014

Dopo due decenni di proteste, nel 2014 il sindaco Eligio Rubeis ne ordina la chiusura; i carabinieri forestali eseguono il sequestro dell’area su provvedimento dell’autorità giudiziaria, e l’attività di stoccaggio si ferma definitivamente. È il momento in cui la mobilitazione locale, durata vent’anni fra presidi, cortei, ricorsi e raccolte di firme, ottiene il risultato che sembrava impossibile.

Il capping approvato nel 2025

Il 21 luglio 2025, dopo una conferenza dei servizi durata circa dieci anni, viene approvata la copertura definitiva del corpo della discarica, a spese della società di gestione, con avvio dei lavori previsto entro sei mesi e durata stimata intorno ai due anni e mezzo. Il punto tecnicamente più rilevante della decisione è l’esclusione della frazione organica stabilizzata come materiale di copertura: si potranno usare soltanto materiali altamente impermeabili non riconducibili al ciclo dei rifiuti. È esattamente ciò che i comitati chiedevano da anni, e non è un dettaglio: un capping realizzato con materiale derivato da rifiuti avrebbe significato aggiungere rifiuto sopra rifiuto.

L’impianto di trattamento meccanico biologico

Resta aperta la questione dell’impianto di trattamento meccanico biologico adiacente, costruito nell’area sottratta al parco nel 2005. Nell’aprile del 2025 il Consiglio di Stato ha annullato la precedente decisione che bocciava il rinnovo dell’Autorizzazione Integrata Ambientale, accogliendo il ricorso della società. Il destino dell’impianto è, allo stato, incerto. Chiunque scriva che la partita è chiusa sta semplificando: è chiusa la discarica, non l’intera vicenda impiantistica.

Parco Regionale Archeologico Naturale dell’Inviolata
Parco Regionale Archeologico Naturale dell’Inviolata

Le battaglie ambientali per il Parco Regionale Archeologico Naturale dell’Inviolata

Poche aree protette italiane hanno una storia di mobilitazione civica così lunga e così documentabile. Le manifestazioni contro l’inquinamento prodotto dalla discarica si sono succedute per anni, con comitati di quartiere, associazioni ambientaliste, scuole e parrocchie. Il parco è stato candidato ripetutamente al censimento dei Luoghi del Cuore del FAI: nel 2006, nel 2010, nel 2014, nel 2016, nel 2018, nel 2020 e nel 2022. Sette candidature in sedici anni sono un indicatore di ostinazione collettiva che vale più di molti proclami.

La motivazione con cui il FAI presenta l’area è netta: un mosaico di corsi d’acqua, boschi a galleria, frammenti boschivi e coltivi, esposto per vent’anni alla speculazione edilizia mentre Guidonia Montecelio diventava rapidamente la terza città del Lazio. Accanto all’attivismo civico si è mossa la ricerca: il Parco Regionale Archeologico Naturale dell’Inviolata è oggetto di ricerche naturalistiche condotte dalla Società Romana di Scienze Naturali, che ne ha documentato flora, fauna e qualità delle acque.

Il mio giudizio è che senza quelle mobilitazioni oggi non parleremmo di un parco, ma di un quartiere. Le battaglie civiche vengono spesso raccontate come rituali senza effetto: qui hanno prodotto una chiusura, un sequestro, una conferenza dei servizi e infine un piano. Ci sono voluti trenta anni, il che dice molto anche sulla lentezza del sistema.

Le strade che attraversano il Parco Regionale Archeologico Naturale dell’Inviolata

Il parco è attraversato da poche strade, e conoscerle è l’unico modo per orientarsi in assenza di segnaletica. Via della Selciatella e via Tor Mastorta corrono esternamente all’area di Tor Mastorta e dei laghetti; il toponimo Selciatella, ricorrente nella campagna romana, indica quasi sempre un antico tracciato selciato. Via dell’Inviolata attraversa il parco al centro, partendo dalla rotatoria all’uscita dell’autostrada A1 su via di Casal Bianco e uscendo sulla via Palombarese a Santa Lucia di Fonte Nuova: taglia l’area protetta a metà ed è la direttrice da cui si vede di più. Via Spagna, via Tucidide e via Tacito passano nella frazione di Marco Simone.

A questo quadro va aggiunta l’infrastruttura che pesa di più: un tratto della bretella autostradale Fiano-San Cesareo attraversa il comprensorio. Insieme alla discarica, è il secondo elemento che compromette la continuità ecologica dell’area. Nessuna descrizione onesta del parco può ometterlo.

La foto giusta da fare a Parco Regionale Archeologico Naturale dell’Inviolata

La fotografia che vale il viaggio non è il primo piano di un rudere. È il campo lungo che tiene dentro, in un solo fotogramma, l’oliveto in primo piano, la linea collinare della Campagna Romana al centro e, sullo sfondo, la sagoma dei Monti Cornicolani con Montecelio arroccato. Si costruisce da uno dei punti alti lungo via dell’Inviolata, con l’ottica a focale medio lunga, intorno ai cento millimetri equivalenti, che comprime i piani e restituisce la profondità del paesaggio. La luce giusta è quella dell’ora successiva all’alba: radente, calda, capace di far emergere ogni dosso del terreno arato.

La seconda inquadratura da cercare è ai laghetti di Tor Mastorta: acqua ferma, canneto, e gli eucalipti come quinta laterale. Con il sole basso alle spalle, il riflesso sull’acqua raddoppia la scena. Se un airone cenerino decolla mentre scattate, avete la fotografia della giornata; serve però pazienza e un teleobiettivo di almeno trecento millimetri, perché gli aironi non tollerano avvicinamenti sotto i cinquanta metri.

La terza immagine è concettuale e nessuno la fa: il contrasto. Dal margine orientale, nelle giornate limpide, si può comporre un fotogramma in cui il campo coltivato in primo piano convive con il profilo artificiale della collina di rifiuti sullo sfondo. Non è una bella fotografia nel senso corrente del termine, ed è la più onesta che si possa fare qui.

Una raccomandazione tecnica che conta: niente droni senza autorizzazione. Si sorvola un’area protetta regionale con proprietà private, e nelle vicinanze insiste lo spazio aereo legato all’aeroporto militare di Guidonia. Le regole di volo vanno verificate presso l’Ente Nazionale per l’Aviazione Civile prima di partire, e in caso di dubbio il drone resta a casa.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

Il primo avvenimento è il ritrovamento del 1992, che ha cambiato un capitolo della storia dell’arte romana. Fino a quel momento la rappresentazione scultorea della Triade Capitolina era una ricostruzione ipotetica basata su monete e medaglioni: dopo il 1992 è un oggetto che si può misurare, datare e studiare. Non capita spesso che un campo dell’agro romano modifichi una voce di manuale.

Il secondo è il furto e il recupero. Il gruppo marmoreo lasciò l’Italia per il mercato antiquario svizzero ed era destinato a un acquirente straniero. L’indagine dei carabinieri del Comando Tutela Patrimonio Culturale, l’Operazione Giunone, durò quasi due anni e si chiuse nel dicembre del 1994 al Passo dello Stelvio. Il frammento dell’avambraccio di Giunone, rimasto in Italia, fu l’elemento decisivo per dimostrare la provenienza. È uno dei recuperi più citati nella storia della tutela italiana del patrimonio.

Il terzo avvenimento è il saccheggio della chiesa rupestre di Marco Simone. Nel 1978 alcuni tondi affrescati, fra cui un Cristo Benedicente e un Agnello Sacrificale, furono asportati e avviati al mercato clandestino; il recupero da parte delle forze dell’ordine avvenne prima che finissero all’asta. Gli affreschi sono documentati da una relazione fotografica di Carlo Bertelli, pubblicata nel 1993, e i tondi recuperati sono stati sottoposti a restauro presso l’Istituto Superiore per la Conservazione e il Restauro.

Il quarto è la lunga vicenda dei rifiuti: il deposito abusivo del 1986, l’autorizzazione, l’espansione a centocinquanta comuni conferenti nel 1995, la saturazione del 2007 con cinque milioni e trecentomila metri cubi, la chiusura e il sequestro del 2014, l’approvazione del capping nel luglio del 2025.

Il quinto è istituzionale e va messo accanto agli altri, perché senza di esso il parco sarebbe rimasto un’etichetta: la legge regionale 22 del 20 giugno 1996, il passaggio della gestione all’Ente Parco dei Monti Lucretili nell’ottobre del 2016, la pubblicazione della proposta di Piano d’Assetto sul Bollettino Ufficiale della Regione Lazio del 20 maggio 2025 e la presentazione pubblica del piano e della guida al Museo Lanciani il 19 giugno 2025.

Chi è passato da Parco Regionale Archeologico Naturale dell’Inviolata

La risposta più onesta è che da qui sono passati soprattutto contadini, pastori, cavatori e proprietari terrieri, e che il loro lavoro ha modellato il paesaggio più di qualunque personaggio celebre. Detto questo, i nomi da fare ci sono.

Il primo è quello che dà il nome al museo del territorio: Rodolfo Lanciani, l’archeologo e topografo romano che fra Ottocento e Novecento ha cartografato Roma antica e il suo suburbio con un rigore che ancora oggi si usa come base di lavoro. La sua opera sulla topografia dell’agro è lo strumento con cui si leggono i ruderi di questo comprensorio. Il museo di Montecelio porta il suo nome per questo motivo.

Il secondo è Carlo Bertelli, storico dell’arte fra i maggiori studiosi italiani della pittura medievale, che si occupò degli affreschi della chiesa rupestre di Marco Simone: la relazione fotografica sul complesso, edita nel 1993, resta il documento di riferimento su quelle pitture.

Il terzo nome è quello dell’archeologo Zaccaria Mari, studioso del territorio tiburtino e dell’agro romano orientale, intervenuto nel 2025 alla presentazione del Piano d’Assetto e della guida del parco. Chi si occupa di archeologia di questo comprensorio incontra il suo lavoro a ogni passo.

Poi ci sono i personaggi collettivi, che qui pesano quanto quelli individuali. I proprietari romani di età severiana, che nelle loro ville dell’agro tenevano copie della statuaria cultuale capitolina. I monaci e le monache della comunità di Santa Maria in Via Lata, che diedero il nome alla tenuta. I carabinieri del Comando Tutela Patrimonio Culturale, protagonisti di due recuperi importanti a distanza di anni. E, sul versante contemporaneo, gli amministratori e gli attivisti che hanno segnato le tappe della vicenda ambientale: il sindaco Eligio Rubeis, che nel 2014 ordinò la chiusura della discarica, e il sindaco Mauro Lombardo, che nel 2025 ha seguito l’approvazione del capping.

Chi cerca invece imperatori e papi deve spostarsi di pochi chilometri: la villa di Adriano a Tivoli è a una decina di minuti di automobile, e lì la storia dei grandi nomi abbonda. L’Inviolata è un’altra cosa: è il rovescio agricolo di quel mondo, il luogo dove si produceva l’olio e il grano che rendevano possibili le ville imperiali.

Come si visita davvero il Parco Regionale Archeologico Naturale dell’Inviolata

Quanto tempo serve

Per una ricognizione onesta servono tre o quattro ore di parco, più un’ora e mezza al Museo Lanciani di Montecelio. Una giornata intera permette di aggiungere Montecelio storico, con il suo borgo arroccato, e una sosta nella piana delle Acque Albule. Chi ha soltanto una mattina scelga il settore orientale, quello dei laghetti di Tor Mastorta, che concentra il maggior interesse naturalistico nel minor numero di chilometri.

Il Parco Regionale Archeologico Naturale dell’Inviolata con i bambini

Funziona, a condizione di impostarlo come uscita naturalistica e non come visita archeologica. Ai bambini interessano le libellule sui laghetti, le impronte sul fango, le rane, il gregge che passa. I ruderi senza cartelli e senza ricostruzioni, a meno di un accompagnatore capace di raccontarli, dicono poco sotto i dieci anni. La combinazione vincente è mezza giornata al parco con binocolo e taccuino per i disegni, e poi il museo, dove la Triade Capitolina funziona benissimo con i ragazzi proprio perché è riconoscibile: tre divinità, tre animali, tre attributi. Attenzione ai passeggini: le carrarecce non li accettano, serve uno zaino porta bimbo.

Accessibilità

Non ci sono percorsi attrezzati né superfici predisposte per sedie a rotelle. Le strade comunali asfaltate che attraversano il parco sono percorribili in automobile e consentono qualche punto panoramico raggiungibile senza scendere dal mezzo, ma una visita autonoma in carrozzina sulle carrarecce non è praticabile. Per il Museo Lanciani, che occupa un edificio storico su un colle, le condizioni di accesso vanno verificate direttamente con il museo prima della visita.

Che cosa portare

Acqua a sufficienza, perché non ci sono fontanelle né bar all’interno del perimetro; cappello e protezione solare, perché l’ombra è scarsa; scarpe da trekking basse o scarponcini, perché il fondo argilloso dopo la pioggia diventa scivoloso; binocolo; repellente per insetti in primavera e in estate, soprattutto vicino ai fossi e ai laghetti. In primavera e in autunno, con l’erba alta, conviene la protezione contro le zecche: pantaloni lunghi chiari e controllo della pelle al rientro. Dopo un temporale, molte carrarecce diventano impraticabili anche per un fuoristrada: meglio rinviare.

Le regole che rendono possibile tornarci

Non si accende fuoco, non si raccolgono piante, non si disturba la fauna, non si esce dalle strade di uso pubblico se non su terreni con accesso consentito, non si lascia rifiuto. In un’area dove la tutela concreta è ancora in costruzione e i proprietari privati sono gli unici custodi effettivi, il comportamento dei visitatori determina se fra dieci anni si potrà ancora passare. Chi porta un cane lo tenga al guinzaglio: ci sono greggi, e ci sono cani da pastore che fanno il loro mestiere.

Triade Capitolina ritrovata nel Parco Regionale Archeologico Naturale dell’Inviolata ed esposta al museo civico archeologico di Guidonia Montecelio
Triade Capitolina (160-180 d.C.) ritrovata nel Parco Regionale Archeologico Naturale dell’Inviolata ed esposta al museo civico archeologico di Guidonia Montecelio

Cosa vedere intorno al Parco Regionale Archeologico Naturale dell’Inviolata

L’Inviolata non regge da sola una giornata piena per un visitatore non specialista, e chi la vende come meta unica fa un cattivo servizio. Regge benissimo, invece, come prima tappa di un itinerario nel comprensorio tiburtino.

A una decina di minuti di automobile c’è Villa Adriana, la residenza imperiale più straordinaria del mondo romano, e poco oltre, nel centro storico di Tivoli, Villa d’Este con il suo sistema di fontane. Entrambe sono gestite dall’Istituto autonomo Villae: Villa Adriana apre tutti i giorni dalle 8.30 con orari di chiusura variabili per stagione, ed è chiusa il primo gennaio e il venticinque dicembre; Villa d’Este apre tutti i giorni dalle 8.30 tranne il lunedì, quando l’ingresso è dalle 14. L’ingresso è gratuito la prima domenica del mese. Le tariffe e gli orari stagionali si verificano sul sito ufficiale dell’Istituto. Nel centro di Tivoli si trovano anche il Santuario di Ercole Vincitore e il Parco di Villa Gregoriana, con la grande cascata dell’Aniene.

Chi preferisce restare sul versante naturalistico ha davanti a sé la Riserva Naturale di Monte Catillo, sopra Tivoli, e l’ampio comprensorio dei Monti Lucretili, che è anche l’ente gestore dell’Inviolata. Verso Roma, lungo il corso del fiume, si sviluppa la Riserva Naturale Valle dell’Aniene, che consente di rientrare in città restando su un itinerario verde. Chi vuole allungare verso l’alta valle dell’Aniene trova a Subiaco i monasteri benedettini.

Per chi organizza questo tipo di giornata con un gruppo, o vuole un accompagnatore che conosca il territorio, il riferimento professionale è la rete di TourLeaderPro per Roma e il Lazio, che lavora con accompagnatori turistici certificati e costruisce itinerari su misura anche fuori dai circuiti classici. Chi invece deve organizzare la parte logistica per un gruppo in arrivo trova utile la pagina dedicata all’accompagnamento turistico. Per i visitatori stranieri, o per chi prepara un viaggio in inglese, la guida alle gite di un giorno fuori dalle grandi città italiane e la guida alle cose da fare a Roma di ItalyPlanner inquadrano bene come incastrare Tivoli e il suo comprensorio in un soggiorno romano, così come l’itinerario di tre giorni a Roma.

Quando andare e quando evitare il Parco Regionale Archeologico Naturale dell’Inviolata

Aprile e maggio sono i mesi migliori in assoluto: fioriture, orchidee, fossi con acqua, avifauna in attività riproduttiva, temperature gestibili. Ottobre e novembre, dopo le prime piogge, offrono la migliore visibilità panoramica dell’anno e colori caldi sui querceti. Marzo funziona per gli anfibi, che in questo periodo si concentrano nelle pozze per la riproduzione. Dicembre e gennaio sono mesi crudi e spogli, con poche ore di luce utile, ma per il birdwatching sugli specchi d’acqua danno buone soddisfazioni.

Da evitare: luglio e agosto, per il caldo e per l’assenza di ombra; le giornate immediatamente successive a piogge intense, per lo stato delle carrarecce; le giornate di scirocco caldo e umido, quando la probabilità che gli odori dalla zona impiantistica raggiungano i settori occidentali del parco è maggiore. Un’ultima nota di buon senso: durante la stagione venatoria, nelle aree limitrofe non incluse nel divieto, conviene indossare qualcosa di colore acceso.

Domande veloci su Parco Regionale Archeologico Naturale dell’Inviolata

Quanto costa entrare nel Parco Regionale Archeologico Naturale dell’Inviolata

Nulla. Non esiste biglietteria né recinzione: il parco si attraversa dalle strade pubbliche e l’accesso è libero e gratuito. Il biglietto si paga soltanto al Museo Civico Archeologico Rodolfo Lanciani di Montecelio, dove è esposta la Triade Capitolina: tariffe e riduzioni vanno verificate sul sito ufficiale del museo.

Dove si trova esattamente il Parco Regionale Archeologico Naturale dell’Inviolata

Nel Comune di Guidonia Montecelio, Città metropolitana di Roma Capitale, fra la via Palombarese e la strada provinciale 28 bis, a nord-est di Roma e a pochi chilometri da Tivoli. È delimitato a nord dal fosso Capaldo e dai Monti Cornicolani, a est dal bacino delle Acque Albule, a sud da Marco Simone Vecchio, a ovest dall’arco collinare Formello-Tor de Sordi-Castell’Arcione.

Quanto è grande il Parco Regionale Archeologico Naturale dell’Inviolata

La superficie ufficiale è di 535 ettari. La perimetrazione originaria del 1996 riguardava una superficie di circa 550 ettari: la differenza deriva dalla modifica normativa del 2005 che sottrasse all’area protetta il settore della discarica.

Quando è stato istituito il parco

Con la legge regionale del Lazio numero 22 del 20 giugno 1996, poi modificata dalla legge 9 del 17 febbraio 2005 e dalla legge 12 del 10 agosto 2016.

Chi gestisce oggi il Parco Regionale Archeologico Naturale dell’Inviolata

L’Ente Parco Naturale Regionale dei Monti Lucretili, subentrato al Comune di Guidonia Montecelio nell’ottobre del 2016. Il recapito telefonico indicato dagli enti regionali è 0774 637027, con riferimento presso il Comune di Guidonia Montecelio, via Roma 145.

Ci sono sentieri segnati nel Parco Regionale Archeologico Naturale dell’Inviolata

No. Non esistono percorsi attrezzati, segnavia o bacheche informative sul terreno. Ci si muove sulle strade comunali e sulle carrarecce di uso comune. È la ragione per cui una visita accompagnata, o almeno una traccia preparata prima, fa un’enorme differenza.

Si fanno visite guidate

Non esiste un calendario fisso di visite guidate all’interno del parco. Le occasioni di visita accompagnata sono le escursioni organizzate periodicamente dall’ente gestore, dal museo e dalle associazioni locali, che si annunciano di volta in volta e richiedono iscrizione. Per un gruppo organizzato conviene rivolgersi a professionisti del territorio.

Serve prenotare per visitare il Parco Regionale Archeologico Naturale dell’Inviolata

No per il parco, che è liberamente accessibile dalle strade pubbliche. Sì, in molti casi, per il Museo Lanciani di Montecelio, che lavora anche su prenotazione: conviene scrivere o telefonare prima, soprattutto per i gruppi.

Si può camminare dentro i campi

No. Tutti i terreni del parco sono di proprietà privata e coltivati. Si cammina sulle strade pubbliche e sulle carrarecce di uso comune; entrare nei fondi senza permesso è uno sconfinamento, oltre che un pessimo modo di comportarsi con chi quel paesaggio lo mantiene.

Il Parco Regionale Archeologico Naturale dell’Inviolata è adatto ai bambini

Sì, come uscita naturalistica: laghetti, libellule, rane, impronte, greggi. Meno come visita archeologica, perché i ruderi non hanno pannelli esplicativi. La combinazione migliore è mezza giornata all’aperto e poi il museo, dove la Triade Capitolina si racconta benissimo anche ai più piccoli.

È accessibile in sedia a rotelle

Il parco non ha percorsi attrezzati né superfici adatte alle carrozzine. Le strade asfaltate che lo attraversano consentono punti panoramici raggiungibili in automobile. Per il museo, che occupa un edificio storico su un colle, le condizioni di accesso vanno verificate direttamente con il museo.

Si può portare il cane

Sì, al guinzaglio. Nel parco pascolano greggi di ovini accompagnati da cani da pastore, e la fauna selvatica comprende cinghiali: un cane libero è un problema per gli animali e per il cane stesso.

Si sente l’odore della discarica

Può capitare, in determinate condizioni di vento e umidità e soprattutto nel settore occidentale, più vicino all’area impiantistica. La discarica non riceve rifiuti dal 2014 e la copertura definitiva è stata approvata nel luglio del 2025, con lavori stimati in circa due anni e mezzo. I settori settentrionale e orientale, verso Tor Mastorta, sono i meno esposti.

La discarica dell’Inviolata è ancora attiva

No. L’attività di stoccaggio si è fermata nel 2014, con l’ordinanza di chiusura del sindaco Eligio Rubeis e il sequestro dell’area da parte dei carabinieri forestali. Resta invece incerto il destino dell’impianto di trattamento meccanico biologico adiacente, dopo la pronuncia del Consiglio di Stato dell’aprile 2025 sul rinnovo dell’autorizzazione ambientale.

Dove si vede la Triade Capitolina trovata nel parco

Al Museo Civico Archeologico Rodolfo Lanciani, nell’ex convento di San Michele Arcangelo a Montecelio, frazione di Guidonia Montecelio. Dopo il recupero fu esposta per anni al Museo Archeologico Nazionale di Palestrina; è tornata al Comune di Guidonia Montecelio nel 2012.

Perché la Triade Capitolina è così importante

Perché è l’unica scultura conosciuta che rappresenti al completo Giove, Giunone e Minerva in un solo gruppo. Prima del ritrovamento del 1992 quell’iconografia era nota soltanto da monete e medaglioni di età adrianea e antonina. Misura sessanta per ottanta per centoventi centimetri, è in marmo lunense ed è datata all’età tardo antonina.

Che animali si vedono nel Parco Regionale Archeologico Naturale dell’Inviolata

Cornacchie grigie e molti passeriformi, aironi cenerini, garzette, germani reali, martin pescatori, gheppi, poiane, nibbi bruni; volpi, ricci, cinghiali, roditori e mustelidi; lucertole, ramarri, luscengole, biacchi e natrici dal collare; rane verdi, rospi comuni, rane appenniniche e tritoni punteggiati; libellule, scorpioni d’acqua e il granchio di fiume.

Qual è il periodo migliore per visitare il parco

La seconda metà di aprile e la prima metà di maggio, per le fioriture e per l’attività della fauna, oppure ottobre, per la limpidezza dell’aria e il panorama. Luglio e agosto sono da evitare per il caldo e per la mancanza di ombra.

Quanto tempo serve per visitare il Parco Regionale Archeologico Naturale dell’Inviolata

Tre o quattro ore per una ricognizione del parco, più circa un’ora e mezza per il Museo Lanciani. Una giornata intera permette di aggiungere il borgo di Montecelio e la piana delle Acque Albule.

Come si arriva al Parco Regionale Archeologico Naturale dell’Inviolata con i mezzi pubblici

La linea ferroviaria regionale FL2 Roma Tiburtina-Tivoli-Avezzano serve la nuova stazione di Guidonia Montecelio, attiva dal 4 luglio 2026 in località Collefiorito, che ha sostituito la fermata di Guidonia-Montecelio-Sant’Angelo; dallo stesso giorno la fermata di Bagni di Tivoli si chiama Tivoli Terme. Dalla stazione al parco non esiste un collegamento diretto: serve automobile, bicicletta o taxi.

Si può volare con il drone sul parco

Non senza autorizzazione. Si tratta di un’area protetta regionale con terreni privati, e nelle vicinanze insiste lo spazio aereo legato all’aeroporto militare di Guidonia. Le regole vanno verificate presso l’Ente Nazionale per l’Aviazione Civile prima del volo.

Che cosa vuol dire il nome Inviolata

Deriva dal monastero femminile legato a Santa Maria in Via Lata, proprietario della tenuta: da in Via Lata, per corruzione fonetica, si è arrivati a Inviolata. Non ha origine dall’idea di natura incontaminata, anche se il nome ha poi alimentato quella lettura.

Che differenza c’è fra il Parco dell’Inviolata e la Riserva Naturale di Nomentum

Sono due aree protette confinanti che tutelano porzioni contigue dello stesso sistema territoriale dell’agro romano nord-orientale, entrambe caratterizzate da paesaggio agricolo storico e da forte densità di testimonianze archeologiche. L’Inviolata ha un’impronta archeologica più marcata nel proprio statuto, ed è segnata dalla vicenda della discarica.

Ci sono servizi, bar o punti ristoro dentro il parco

No. Non ci sono bar, servizi igienici, fontanelle né aree attrezzate all’interno del perimetro. I punti di ristoro si trovano negli abitati di Guidonia, Montecelio e Marco Simone. Acqua e cibo vanno portati da casa, e i rifiuti riportati indietro.

Il mio giudizio sul Parco Regionale Archeologico Naturale dell’Inviolata

Non mandate qui chi cerca un parco pronto all’uso: rimarrebbe deluso e avrebbe ragione. Mandateci chi sa leggere un paesaggio, chi si emoziona davanti a un sepolcro a croce greca in mezzo a un campo di orzo, chi capisce che un granchio di fiume a duecento metri da cinque milioni di metri cubi di rifiuti è una notizia straordinaria. Con la pubblicazione del Piano d’Assetto questo territorio ha finalmente in mano lo strumento che gli è mancato per trenta anni, e nei prossimi anni potrebbe diventare quello che avrebbe dovuto essere dal 1996. Io ci torno una volta all’anno, sempre in aprile, e ogni volta trovo qualcosa che l’anno prima non avevo visto. Se ci andate, fatelo presto la mattina, camminate piano e guardate i margini: è lì che questo posto racconta tutto.

Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.

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RiassuntoParco Regionale Archeologico Naturale dell'Inviolata - 00012 Guidonia Montecelio RM, Italia
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