Short Theatre 2026 — la XXI edizione del festival delle arti performative

Dal 3 al 12 settembre 2026 Roma ospita la XXI edizione di Short Theatre, il festival internazionale di arti performative che dal 2006 mette in fila teatro, danza, performance, musica e pensiero critico in un unico calendario di dieci giorni. Mentre leggi siamo all’11 settembre: il festival risulta in corso, ed entra nelle sue ultime quarantotto ore di programmazione. La chiusura è fissata per sabato 12 settembre.

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Ogni scheda apre una pagina di confronto qui su estateromana.com: le differenze tra le opzioni, le fasce di prezzo indicative e il link per prenotare sul sito del venditore. Puoi salvare quello che ti interessa in "Il mio viaggio".

Tour a piedi✦ Il classico

Tour a piedi

Roma si capisce camminando. La differenza la fa la guida, non l'itinerario: sono quasi tutti uguali sulla carta.

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Roma di notte✦ Dopo il tramonto

Roma di notte

Le stesse piazze, senza la folla e con le luci giuste. La città cambia completamente.

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Food tour✦ Vieni affamato

Food tour

Non è un pranzo: sono sei-otto tappe piccole. Il valore è nei posti in cui non saresti mai entrato da solo.

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Colosseo, Foro e Palatino✦ Va a ruba

Colosseo, Foro e Palatino

L'ingresso a orario sparisce con giorni di anticipo in alta stagione. La versione con i sotterranei è quella che vale il s...

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Musei Vaticani e Cappella Sistina✦ Vai all'apertura

Musei Vaticani e Cappella Sistina

Il primo slot della giornata o il tardo pomeriggio. A metà mattina è un nastro trasportatore, e non lo diciamo solo noi.

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Trevi, Pantheon e piazze✦ Centro storico

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Il cuore barocco a piedi, più il biglietto del Pantheon che ora serve davvero.

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Tour in golf cart✦ Poco cammino

Tour in golf cart

Il centro storico in un paio d'ore senza distruggerti i piedi, e passi dove i pullman non entrano.

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Bar hopping e vita notturna✦ Dopo le 21

Bar hopping e vita notturna

Tre o quattro locali con qualcuno che sa quali sono aperti quella sera. Funziona meglio da soli che in coppia.

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Vespa e Ape Calessino✦ Foto garantite

Vespa e Ape Calessino

In Ape ti portano loro, in Vespa guidi tu (serve la patente). Due esperienze molto diverse sotto lo stesso nome.

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Tour in sidecar✦ Il più scenografico

Tour in sidecar

Il sidecar vintage con conducente: costa più della Vespa, ma è il giro che finisce in tutte le foto.

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Corsi di cucina✦ Si mangia alla fine

Corsi di cucina

Pasta a mano e poi ci si siede a tavola. La domanda giusta è quante persone ci sono per postazione.

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Degustazioni di vino✦ Anche in città

Degustazioni di vino

In enoteca in centro o tra le vigne dei Castelli. Due cose diverse: una dura un'ora, l'altra una giornata.

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Castelli Romani✦ Fuori porta

Castelli Romani

Frascati, Castel Gandolfo, il lago di Albano. Un'ora da Roma e sembra un'altra regione.

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Tivoli: Villa d'Este e Villa Adriana✦ Patrimonio UNESCO

Tivoli: Villa d'Este e Villa Adriana

Due ville, due epoche, un solo biglietto mentale: le fontane di Villa d'Este e le rovine imperiali di Adriano.

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Galleria Borghese✦ Prenotazione obbligatoria

Galleria Borghese

Bernini e Caravaggio in due ore contate. Senza prenotazione non si entra, punto.

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Catacombe e Appia Antica✦ Sottoterra

Catacombe e Appia Antica

Chilometri di gallerie sotto la via Appia. Fresche d'estate, e sorprendentemente poco affollate.

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Colosseo: sotterranei e arena✦ Accesso limitato

Colosseo: sotterranei e arena

Il piano dove aspettavano gladiatori e belve, e il pavimento dell'arena. Posti contati ogni giorno.

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Pompei e Costiera Amalfitana✦ Giornata lunga

Pompei e Costiera Amalfitana

Da Roma si fa in giornata, ma è una giornata vera: sveglia presto e rientro a sera.

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Firenze in giornata✦ Alta velocità

Firenze in giornata

Un'ora e mezza di treno e sei sotto il Duomo. Si fa, se accetti di vedere tre cose e non dieci.

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Castel Sant'Angelo✦ Terrazza panoramica

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Mausoleo, fortezza, prigione e rifugio dei papi. E la terrazza con la vista migliore su San Pietro.

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Bus hop-on hop-off✦ Libertà di scesa

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Sali e scendi dove vuoi per 24 o 48 ore. Utile il primo giorno, per orientarsi.

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Capri e Costiera Amalfitana✦ Mare

Capri e Costiera Amalfitana

Da Roma è lunga, ma in due giorni si fa con calma. In giornata solo se accetti di correre.

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Scuola dei gladiatori✦ Con i bambini

Scuola dei gladiatori

Due ore con la spada di legno in mano, sulla via Appia. Con i ragazzini funziona sempre.

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Segway e monopattino✦ Poco sforzo

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Copri il doppio del centro senza camminare. Dieci minuti di pratica e ci stai sopra.

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Udienza papale✦ Mercoledì

Udienza papale

Ogni mercoledì, quando il Papa è a Roma. Il biglietto è gratuito ma va ritirato.

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Terme di Caracalla✦ Poco affollato

Terme di Caracalla

Muri alti trenta metri e quasi nessuno intorno. Uno dei posti più sottovalutati di Roma.

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Ostia Antica✦ A 30 minuti

Ostia Antica

La Pompei di Roma, raggiungibile col treno urbano. Strade, taverne e mosaici, senza folla.

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Napoli e Pompei✦ Alta velocità

Napoli e Pompei

Un'ora e dieci di treno. Il centro storico, il museo archeologico e la pizza vera.

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Vaticano: ingresso anticipato✦ Prima dell'apertura

Vaticano: ingresso anticipato

Dentro i Musei prima del pubblico. La Sistina quasi vuota è un'altra cosa.

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Tour in e-bike✦ Senza fatica

Tour in e-bike

Le sette colline con l'assistenza al pedale. L'Appia Antica e il Gianicolo diventano facili.

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Il quartier generale resta il Mattatoio di Roma, a Testaccio, e in particolare La Pelanda, il corpo di fabbrica recuperato che il festival usa come sala macchine. Intorno a quel nucleo, però, la mappa si apre: l’Orto Botanico a Trastevere, il Teatro India all’Ostiense, il Teatro Vittoria a Testaccio, il MACRO in via Nizza, il Cinema Troisi a Trastevere, il Museo delle Civiltà all’Eur e lo spazio Ararat. Sette indirizzi diversi per un festival che ha sempre rifiutato l’idea del contenitore unico.

Se hai in mano il programma per la prima volta oggi, la notizia utile è che gli ultimi due giorni sono anche quelli in cui il festival tira le somme: l’ultima serata, il 12 settembre, è affidata a L’Infinito Carnale di Claudia Castellucci, e nella stessa giornata è in calendario l’incontro con Françoise Vergès dedicato all’arte come campo di battaglia, alle 20:00, con traduzione in lingua dei segni italiana. Chi arriva all’ultimo momento, insomma, non arriva agli scampoli.

Che cos’è Short Theatre e dove si tiene

Short Theatre è un festival di creazione contemporanea. La formula significa una cosa precisa: qui non si mette in scena il repertorio, si mostra quello che gli artisti stanno costruendo adesso. Il festival si presenta come la rassegna di arti performative che dal 2006, a Roma, ricompone i segni del paesaggio mutevole dello spettacolo dal vivo. È una frase che sembra astratta e invece descrive bene il metodo: nessuna separazione rigida tra teatro, danza, performance visiva, concerto, conferenza, dj set. Un lavoro può stare in una sala buia con le poltrone e quello dopo può occupare un prato, un corridoio, una sala museale.

La conseguenza pratica per chi compra un biglietto è che conviene arrivare senza aspettarsi la struttura classica della serata a teatro. Alcuni appuntamenti durano venti minuti, altri superano l’ora e mezza. Alcuni si guardano seduti, altri in piedi e in movimento. Alcuni hanno un testo, altri no. Chi entra con la disponibilità a farsi spostare esce contento molto più spesso di chi entra con una scaletta mentale già scritta.

Il centro geografico dell’edizione 2026 si trova al Mattatoio di Roma, in piazza Orazio Giustiniani a Testaccio. È l’ex complesso dei macelli comunali costruito nell’Ottocento e dismesso negli anni Settanta, poi riconvertito a polo culturale. Dentro quel perimetro, La Pelanda è l’edificio che il festival abita più a fondo: capriate a vista, volumi larghi, pavimenti che accettano qualunque tipo di allestimento. Il festival vi colloca più sale, identificate per numero, oltre agli spazi di passaggio che ospitano installazioni, incontri e la parte più informale della programmazione.

Il Mattatoio ha una caratteristica che i festival di arti performative apprezzano: non ha una forma teatrale preesistente da rispettare. Non ci sono un palcoscenico e una platea che impongono la direzione dello sguardo. Ogni edizione ridisegna le stanze. Questo spiega perché la stessa sala, in giorni diversi, può sembrare un’altra: la mappa cambia insieme al programma.

Intorno al nucleo di Testaccio, l’edizione 2026 dichiara sette altri indirizzi. L’Orto Botanico di Roma, in largo Cristina di Svezia, è la sede dell’inaugurazione, il 3 settembre, in una fascia oraria serale fra le 18:00 e le 22:00: un ambiente performativo diffuso nel giardino invece di uno spettacolo frontale. Il Teatro India, sul lungotevere Vittorio Gassman, all’Ostiense, è la sede di alcune delle produzioni più grandi e degli incontri professionali. Il Teatro Vittoria, in piazza di Santa Maria Liberatrice, aggiunge una sala all’italiana a poche centinaia di metri dal Mattatoio. Il MACRO di via Nizza porta il festival dentro un museo di arte contemporanea. Il Cinema Troisi, in via Girolamo Induno, mette a disposizione uno schermo e una sala gestita da studenti. Il Museo delle Civiltà, indicato nei materiali con la sigla MUCIV, sposta una parte del programma all’Eur. Ararat compare nell’elenco delle sedi come ulteriore spazio ospitante.

Questa dispersione non è un vezzo. Un festival che lavora su formati diversi ha bisogno di contenitori diversi, e ha anche bisogno di pubblici diversi: chi frequenta il MACRO non è necessariamente chi frequenta il Teatro Vittoria, e il festival usa le proprie sedi come porte d’ingresso. Se è la tua prima volta, la scelta della sede è già mezza scelta del tipo di serata.

La macchina organizzativa fa capo all’Associazione Culturale AREA06 ETS, con sede in via Buonarroti 30. I contatti pubblicati sono info@shorttheatre.org per le informazioni generali e boxoffice@shorttheatre.org per tutto quello che riguarda biglietti, riduzioni e accessibilità. Quel secondo indirizzo è più utile di quanto sembri: buona parte delle richieste particolari passa di lì, e viene gestita caso per caso.

La storia del festival

Short Theatre nasce nel 2006. Il nome, all’inizio, diceva una cosa letterale: formati brevi, lavori corti, spesso primi studi, messi in fila in una manciata di serate. Era la risposta a un problema molto concreto della scena indipendente romana di quegli anni, cioè il fatto che i lavori nuovi facevano fatica a trovare uno spazio dove essere visti prima di essere finiti. Un festival che accettava il frammento e lo studio risolveva quel problema senza chiedere agli artisti di fingere di avere tra le mani uno spettacolo compiuto.

Da lì in avanti la traiettoria è stata quella di molte rassegne indipendenti che funzionano: il formato si è allargato, la durata è cresciuta, l’orizzonte si è internazionalizzato. Il nome però è rimasto, e oggi va letto più come una firma che come una descrizione. Nel 2026 il festival occupa dieci giorni pieni, un numero di sedi che sfiora la decina e un programma che alterna produzioni internazionali di grande formato a lavori che durano quanto una canzone lunga.

Il passaggio decisivo, dal punto di vista dell’identità, è stato l’innesto sul Mattatoio. Testaccio ha una densità culturale che pochi quartieri romani reggono: l’ex complesso dei macelli, il Monte dei Cocci, il mercato, un tessuto di locali e associazioni. Un festival che si installa lì eredita un pubblico di prossimità e un’immagine precisa, quella dell’archeologia industriale riconvertita. La Pelanda, con i suoi volumi nudi, è diventata l’immagine mentale che molti associano al festival anche quando il programma si svolge altrove.

Il secondo passaggio è la contaminazione con il pensiero critico. Short Theatre ha smesso da tempo di essere solo una vetrina di spettacoli: gli incontri, le conferenze, le presentazioni e i formati ibridi tra lezione e performance occupano una quota consistente del calendario. Nell’edizione 2026 questa parte ha un nome, CLASSE, e raccoglie appuntamenti in cui la teoria e la pratica artistica si parlano davvero, invece di alternarsi per buona educazione. Il festival ospita filosofi, teorici e studiosi accanto ai coreografi e ai registi, e nell’edizione in corso figurano fra gli altri Paul B. Preciado e Françoise Vergès.

Il terzo passaggio riguarda la notte. SALON è la sezione che chiude le giornate: performance notturne e socialità, in un formato che tiene insieme il dopo spettacolo e la programmazione vera e propria. Per un festival urbano la parte notturna non è un contorno. È il momento in cui il pubblico si mescola con gli artisti, e in cui i lavori più sperimentali trovano una cornice adatta, perché a mezzanotte nessuno pretende che il senso arrivi tutto subito.

Vent’anni di storia significano anche che il festival ha attraversato più fasi della vita culturale romana: gli anni dell’occupazione degli spazi e dell’autogestione, la stagione dei bandi e delle residenze, la fase più recente in cui le istituzioni pubbliche hanno riconosciuto e ospitato le rassegne indipendenti. Short Theatre ha attraversato tutto questo mantenendo una caratteristica riconoscibile: la scelta di programmare ciò che ancora non ha una definizione stabile.

L’anniversario, quest’anno, non viene celebrato con una retrospettiva. La XXI edizione arriva subito dopo il ventennale e sceglie di guardare avanti, con un programma che presenta l’edizione come una serie di reagenti più che di titoli: oggetti ibridi, parole e racconti chiamati a innescare processi invece di illustrarli. È una dichiarazione di metodo che vale la pena prendere sul serio prima di comprare il biglietto.

Com’è fatto il programma

La struttura dell’edizione 2026 si legge su tre assi principali, più il flusso quotidiano degli spettacoli.

Il primo asse è l’inaugurazione all’Orto Botanico, il 3 settembre, fra le 18:00 e le 22:00. Non è una serata di gala con discorsi: il festival trasforma il giardino in un ambiente performativo diffuso, con il pubblico che si muove tra i percorsi dell’Orto e incontra i lavori lungo la strada. È l’appuntamento con la soglia d’ingresso emotiva più bassa dell’intero programma, quello che funziona anche per chi non ha mai messo piede in un festival di arti performative. Vale la pena segnarselo per l’edizione prossima, perché per quella in corso è ormai alle spalle.

Il secondo asse è CLASSE: gli appuntamenti di pensiero, conferenza e discussione. Qui il festival mette in campo gli incontri con teorici e studiosi, le presentazioni, i formati a metà tra la lezione e la performance. Nel 2026 questa sezione ospita, tra gli altri, l’appuntamento con Paul B. Preciado dedicato all’ANTIFA love, il 5 settembre alle 19:00, e quello con Françoise Vergès sull’arte come campo di battaglia, il 12 settembre alle 20:00. Entrambi hanno traduzione in lingua dei segni italiana, segno che il festival li considera appuntamenti centrali e non laterali.

Il terzo asse è SALON, la programmazione notturna. È la parte che cambia di più da un’edizione all’altra e quella che ha meno senso pianificare in anticipo: si decide sul posto, dopo lo spettacolo delle 21:30, quando il festival smette di essere una fila di appuntamenti e diventa un luogo.

Intorno a questi tre assi corre il calendario quotidiano vero e proprio, distribuito su più fasce orarie. Le giornate tipiche del festival iniziano nel pomeriggio, con incontri e formati brevi, salgono di intensità nella fascia serale intorno alle 19:00 e alle 21:30, e proseguono in notturna. Le fasce si sovrappongono di proposito: il festival non vuole che tu veda tutto, vuole che tu scelga.

Sul fronte dei lavori, l’edizione 2026 mette in cartellone produzioni internazionali insieme a progetti italiani. Tra i titoli documentati dai materiali ufficiali figurano Toi, Moi, Tituba… di Dorothée Munyaneza con la Compagnie Kadidi, il 4 settembre alle 21:30 alla Pelanda, e L’Echo di Nacera Belaza al Teatro India. Compaiono inoltre lavori di Eszter Salamon, Alberto Cortés, Betty Tchomanga e Mathilde Carmen Chan Invernon, e appuntamenti con Daniel Blanga Gubbay, Giorgina Pi e Daria Deflorian. La chiusura, il 12 settembre, è affidata a L’Infinito Carnale di Claudia Castellucci.

Il numero complessivo si aggira sulle quaranta e passa fra compagnie e progetti, distribuiti su dieci giorni. Tradotto in termini pratici: nessuno vede tutto, e il festival lo sa. La strategia sensata, se hai due o tre serate a disposizione, è scegliere una sede e restarci, invece di attraversare Roma per inseguire tre titoli in tre quartieri diversi. Le distanze tra Testaccio, Trastevere, Ostiense ed Eur non sono impossibili, ma il tempo che ci metti è tempo che togli allo spettacolo successivo.

Una nota sul formato degli orari. Il festival concentra i lavori principali nella fascia 19:00 e in quella 21:30. Chi arriva da fuori Roma e ha un treno la sera trova nella fascia delle 19:00 la scelta migliore. Chi vuole la parte più sperimentale deve restare fino a tardi, perché è dopo le 22:00 che il programma si sbilancia.

Come funzionano biglietti e abbonamenti

Il sistema di vendita dell’edizione 2026 passa dalla piattaforma Clappit. La procedura pubblicata è lineare: si apre la pagina dello spettacolo sul sito del festival e si usa il pulsante di acquisto o prenotazione presente su quella pagina. Non esiste un carrello unico del festival da cui si compra tutto in blocco: ogni appuntamento ha il suo accesso.

Accanto ai biglietti singoli, il festival propone tre abbonamenti, con tariffa intera e tariffa ridotta, ai quali si aggiungono i diritti di prevendita:

  • Abbonamento 3 spettacoli: 42 euro intero, 27 euro ridotto, più diritti di prevendita.
  • Abbonamento 5 spettacoli: 65 euro intero, 42 euro ridotto, più diritti di prevendita.
  • Abbonamento 10 spettacoli: 120 euro intero, 75 euro ridotto, più diritti di prevendita.

La convenienza cresce con il numero: il pacchetto da dieci porta il costo medio a dodici euro a spettacolo in tariffa intera e a sette e mezzo in tariffa ridotta, cifre che per un festival internazionale di questo livello sono basse. Il pacchetto da tre, invece, conviene soprattutto a chi ha già deciso cosa vedere e vuole evitare tre transazioni separate.

Due esclusioni da tenere a mente: gli abbonamenti non comprendono l’inaugurazione all’Orto Botanico e L’Echo di Nacera Belaza al Teatro India. Sono due appuntamenti con una gestione a parte, e vanno acquistati per conto loro. È il tipo di dettaglio che fa perdere una serata a chi dà per scontato che il pacchetto copra tutto.

Sul fronte delle carte, il festival accetta Carta del Docente, Carta del Merito e Carta Cultura Giovani. Chi rientra in una di queste categorie ha di fatto accesso gratuito o quasi a una parte consistente del programma, ed è un canale che rimane sottoutilizzato ogni anno.

Le scadenze di acquisto sono due e vanno prese alla lettera. Online si compra fino a un’ora prima dell’inizio dello spettacolo. Sul posto si compra fino a quindici minuti prima. Passati quei termini, il canale si chiude.

Il botteghino fisico apre direttamente a settembre nelle sedi del festival. Fuori dal periodo di programmazione non esiste uno sportello aperto tutto l’anno: le richieste passano per posta elettronica all’indirizzo del box office.

La regola più rigida del festival riguarda i ritardatari: non si entra a spettacolo iniziato, in nessun caso. Non è una formula di rito, è una politica applicata. Molti lavori in programma partono al buio, con il pubblico disposto in modo non convenzionale, e l’ingresso di una persona in ritardo rovinerebbe l’impianto per tutti. L’indicazione ufficiale è arrivare con qualche minuto di anticipo. Con le sedi sparse per Roma, quel margine conviene calcolarlo generoso: venti minuti prima dell’orario di inizio è una scelta prudente, soprattutto per il Mattatoio, dove dal cancello alla sala giusta c’è ancora un pezzo di strada da fare a piedi.

Un’ultima considerazione sul budget. Se metti insieme un abbonamento da cinque spettacoli in tariffa ridotta, qualche appuntamento gratuito della sezione incontri e una o due serate notturne, una settimana di festival costa meno di un fine settimana medio a Roma. È uno dei pochi appuntamenti culturali della città in cui il rapporto tra quello che vedi e quello che spendi resta decisamente a favore di chi compra.

Le sedi e come raggiungerle

Il festival pubblica per ogni sede le indicazioni di trasporto pubblico. Vale la pena leggerle con attenzione, perché alcune sedi hanno una fermata comoda e altre richiedono dieci o quindici minuti a piedi che è meglio mettere in conto prima e non dopo.

Mattatoio di Roma, piazza Orazio Giustiniani, Testaccio. La metro B ferma a Piramide, da cui il festival indica dai dieci ai quindici minuti a piedi. I bus utili sono il 170, il 719, il 781, il 775, l’83 e il 96. In treno si arriva con le linee FL1 e FL3, sempre scendendo nella zona di Piramide e Ostiense. La camminata da Piramide attraversa il cuore di Testaccio e non è un peso: si passa accanto al mercato e si costeggia il perimetro dell’ex complesso dei macelli.

Orto Botanico di Roma, largo Cristina di Svezia, Trastevere. Il festival indica il tram 8 con fermata Trastevere o Mastai, seguita da dieci o quindici minuti a piedi. In autobus servono il 23, il 115, il 125, il 280 e il 780. In treno, le linee FL1, FL3 e FL5. La salita finale verso l’ingresso dell’Orto è in leggera pendenza e il fondo non è liscio ovunque: con le scarpe sbagliate si sente.

Teatro India, lungotevere Vittorio Gassman, Ostiense. Il festival segnala i bus 170, 766, 775 e 791, con fermata a piazza della Radio, e i collegamenti ferroviari FL1, FL3 e FL5. È la sede meno servita dalla metropolitana tra quelle in programma: il tratto finale a piedi lungo il Tevere, di sera, è poco illuminato e conviene farlo in compagnia o arrivare in autobus fino alla fermata più vicina.

Teatro Vittoria, piazza di Santa Maria Liberatrice, Testaccio. Metro B a Piramide, indicata a circa dieci minuti a piedi. Gli autobus utili sono il 170, il 23, il 30, il 719, il 781, l’83 e il 775; passano anche i tram 3 e 8. È la sede più facile da raggiungere e la più comoda da abbinare al Mattatoio, perché i due indirizzi distano pochi minuti a piedi l’uno dall’altro: in una stessa serata si può fare il doppio appuntamento senza mezzi.

Cinema Troisi, via Girolamo Induno 1, Trastevere. Il festival indica i bus 115, 44 e H con fermata Induno, i tram 3 e 8 e i treni FC3, FL1 e FL3. La sala si trova a pochi passi da viale Trastevere e dalla stazione Trastevere, il che la rende una delle sedi più semplici per chi arriva in treno regionale.

MACRO, via Nizza 138, quartiere Salario. Le linee segnalate sono i bus 38, 80, 88 e 90 e i tram 3 e 19. Il museo si trova nell’ex stabilimento Peroni, e l’ingresso principale è su via Nizza: chi arriva dal lato di via Cagliari deve girare intorno all’isolato.

Museo delle Civiltà, piazza Guglielmo Marconi 14, Eur. Qui la logistica è la più semplice di tutte: la metro B ferma a Eur Palasport, letteralmente a fianco del museo. Passano inoltre i bus 30, 671, 714, 791 e C7, oltre alle linee FC2, FL1 e FL5. È la sede più lontana dal centro, ma anche quella che si raggiunge con meno fatica.

Ararat compare nell’elenco delle sedi dichiarate per l’edizione 2026. Per raggiungerlo conviene controllare l’indicazione riportata sulla pagina del singolo appuntamento, perché è lo spazio meno documentato del gruppo.

Una raccomandazione generale sugli spostamenti serali. La rete notturna romana si dirada dopo mezzanotte, e la sezione SALON finisce tardi. Se pensi di restare fino alla fine, verifica prima l’ultima corsa della linea che ti serve, oppure metti in conto un taxi. Testaccio e Trastevere hanno un buon presidio notturno di mezzi e persone; l’Ostiense nel tratto del Teatro India molto meno.

Chi arriva in auto trova a Testaccio la situazione parcheggio più complicata: le strisce blu sono quasi tutte occupate nelle sere di programmazione e il quartiere è piccolo. Lasciare la macchina all’Ostiense, dalle parti della Centrale Montemartini, e fare gli ultimi minuti a piedi o con un mezzo è spesso più veloce che girare in cerca di un posto.

Accessibilità

Su questo capitolo Short Theatre ha una politica dichiarata e documentata, che vale la pena riportare per intero perché non è la norma tra i festival italiani.

Sul piano architettonico, il festival afferma che gli spazi e le sedi principali sono accessibili alle persone con disabilità motoria. Per informazioni specifiche su una singola sede o su un singolo spettacolo, il riferimento indicato è l’indirizzo boxoffice@shorttheatre.org. È una risposta caso per caso, e tenuto conto che alcune sedi sono edifici storici riconvertiti, la verifica preventiva sul singolo appuntamento resta la strada più sicura.

Sul piano economico, le persone con disabilità possono acquistare biglietti a tariffa ridotta e richiedere l’ingresso gratuito per l’accompagnatore. Anche questa richiesta passa dall’indirizzo del box office.

Sul piano dei servizi, l’edizione 2026 mette in campo quattro strumenti distinti.

L’audiodescrizione è prevista per Toi, Moi, Tituba… di Dorothée Munyaneza con la Compagnie Kadidi, il 4 settembre alle 21:30 alla Pelanda, in Teatro 2.

La traduzione in lingua dei segni italiana accompagna due appuntamenti: Paul B. Preciado e l’ANTIFA love, il 5 settembre alle 19:00, e Françoise Vergès e l’arte come campo di battaglia, il 12 settembre alle 20:00. I servizi di interpretariato e traduzione in LIS sono curati da CODA Italia.

La traduzione dei testi in italiano riguarda sei spettacoli del programma, tra cui lavori firmati da Eszter Salamon, Alberto Cortés, Betty Tchomanga e Mathilde Carmen Chan Invernon. Considerato che una parte importante del cartellone è internazionale, questa è l’informazione che cambia di più l’esperienza per chi non segue bene il francese, l’inglese o lo spagnolo.

Sette appuntamenti sono inoltre consigliati al pubblico cieco e ipovedente. Tra questi figurano incontri e lavori di Daniel Blanga Gubbay, Giorgina Pi e Daria Deflorian. La selezione risponde a un criterio di contenuto: sono i lavori in cui la componente sonora e verbale regge da sola il senso dell’opera.

A questi si aggiunge una scelta sul sito: le pagine dei singoli eventi includono l’audiodescrizione delle sinossi, registrata dallo staff. È un dettaglio piccolo che dice molto sull’impostazione, perché l’accessibilità comincia dalla fase in cui si sceglie cosa vedere, non da quella in cui si entra in sala.

L’8 settembre, infine, il Teatro India ha ospitato dalle 15:00 alle 16:30 un incontro dedicato all’accessibilità nelle arti performative, rivolto ad artisti e professionisti del settore. Il fatto che il tema entri nel programma come contenuto, e non solo come servizio, è la differenza tra un festival che applica le regole e uno che le discute.

Cosa c’è intorno

Uno dei vantaggi di un festival con le sedi sparse è che ogni serata può diventare una scusa per vedere un pezzo di città. Ecco cosa si trova a distanza ragionevole dalle sedi principali.

Intorno al Mattatoio, a Testaccio, il pezzo più curioso è il Monte dei Cocci, la collina artificiale alta una cinquantina di metri formata dai frammenti delle anfore olearie scaricate qui in età imperiale. È uno dei rari luoghi al mondo in cui una discarica antica è diventata un monumento. A pochi minuti si trova il Nuovo Mercato Testaccio, che di giorno è il punto migliore del quartiere per mangiare bene spendendo poco prima di una serata di spettacoli. Il Museo diffuso del rione Testaccio racconta la storia operaia della zona, e per chi ha un pomeriggio libero è la chiave di lettura giusta per capire perché il Mattatoio è finito a ospitare un festival di arti performative.

Sempre a due passi, la Piramide Cestia è il monumento funerario di Gaio Cestio, costruito intorno al 12 avanti Cristo e inglobato nelle mura aureliane. Accanto, il Cimitero acattolico di Roma è uno dei luoghi più silenziosi della città, e ospita le tombe di Keats e Shelley.

Scendendo verso l’Ostiense, in direzione del Teatro India, la Centrale Montemartini è la sede museale più sorprendente di Roma: statue antiche esposte tra le turbine e i motori diesel della prima centrale termoelettrica pubblica della città. Il contrasto tra marmo classico e macchinario industriale funziona esattamente come funziona il Mattatoio per il festival.

A Trastevere, intorno all’Orto Botanico e al Cinema Troisi, si trova la Roma più camminabile della lista. L’Orto Botanico di Roma merita una visita diurna a parte, indipendentemente dal festival: dodici ettari sulle pendici del Gianicolo, il roseto, il bambuseto, la scalinata delle undici fontane. Il Museo di Roma in Trastevere, nell’ex convento di Sant’Egidio, è la sede delle mostre fotografiche cittadine.

Al Salario, per chi va al MACRO, vale la pena sapere che il MACRO è l’ex stabilimento Peroni riconvertito a museo di arte contemporanea. La programmazione del museo procede in parallelo a quella del festival, e in questo periodo ospita tra le altre cose She Devil 14, la rassegna di videoarte al femminile.

All’Eur, il Museo delle Civiltà riunisce collezioni preistoriche, etnografiche, orientali e demoetnoantropologiche in un unico complesso di piazza Marconi. È uno dei musei più sottovalutati di Roma, e la sua presenza nel programma del festival non è casuale: le collezioni pongono da anni domande scomode sulla provenienza degli oggetti, e sono esattamente il terreno su cui lavora una parte della programmazione critica di Short Theatre.

Sul fronte degli altri appuntamenti della stagione, chi si trova a Roma in questi giorni può incrociare India Città Aperta 2026 al Teatro India, Testaccio Estate 2026 alla Città dell’Altra Economia, a poche decine di metri dal Mattatoio, e più avanti il Romaeuropa Festival 2026, che raccoglie il testimone della scena contemporanea romana da fine settembre in poi. Per chi frequenta questo tipo di programmazione, la sequenza Short Theatre seguito da Romaeuropa copre buona parte dell’autunno.

Una curiosità su Short Theatre 2026 — la XXI edizione del festival delle arti performative

Il nome del festival ha smesso da tempo di descrivere quello che il festival fa. Nel 2006 significava letteralmente teatro breve: lavori corti, studi, frammenti, spesso presentati in serie nella stessa serata. Venti edizioni dopo, il calendario 2026 ospita produzioni internazionali che superano abbondantemente l’ora, ambienti performativi che durano quattro ore consecutive e sezioni notturne che si prolungano fino a tarda notte. Di breve, in senso stretto, è rimasto pochissimo.

La curiosità è che il nome non è mai stato cambiato, e la scelta è deliberata. Un festival che si chiama Short Theatre e programma lavori lunghi comunica una cosa precisa a chi lo segue: la brevità non era una regola sulla durata, era un’attitudine verso la forma. Significava accettare l’incompiuto, il non finito, la cosa che ancora non sa bene cosa diventerà. Quella disponibilità è rimasta identica anche quando i lavori hanno smesso di essere corti.

C’è un secondo strato in questa storia. Il termine inglese, in un contesto romano e indipendente della metà degli anni Duemila, era già una dichiarazione: diceva che l’orizzonte non era il circuito teatrale nazionale ma la rete europea della creazione contemporanea. Vent’anni dopo, con un cartellone che mette in fila artisti provenienti da mezzo continente e oltre, quella scommessa iniziale appare meno azzardata di quanto dovesse sembrare allora.

La conseguenza pratica per chi compra un biglietto oggi è semplice: non fidarti del nome per stimare quanto dura uno spettacolo. Controlla la durata sulla pagina del singolo appuntamento, soprattutto se hai un treno o un secondo spettacolo nella stessa serata. Il festival pubblica i tempi, e in un programma che alterna venti minuti e due ore quella riga fa la differenza tra una serata riuscita e una corsa.

Una cosa che non ti dice nessuno su Short Theatre 2026 — la XXI edizione del festival delle arti performative

Gli abbonamenti non coprono tutto, e le due eccezioni sono esattamente i due appuntamenti che più persone danno per scontati.

Il primo è l’inaugurazione all’Orto Botanico. È l’evento con la maggiore visibilità dell’intera edizione, quello che finisce sulle fotografie e nei racconti, e proprio per questo molti presumono che un abbonamento da dieci spettacoli lo comprenda. Non è così: il pacchetto lo esclude esplicitamente. Il secondo è L’Echo di Nacera Belaza al Teatro India, anche questo fuori dagli abbonamenti.

La ragione è di gestione: un ambiente performativo diffuso in un giardino botanico e una produzione ospitata in una sala con capienza propria hanno vincoli di accesso diversi da quelli di uno spettacolo in Pelanda. Ma la ragione tecnica non aiuta chi si presenta al cancello convinto di avere il titolo già in tasca.

C’è un secondo elemento che raramente viene messo in evidenza: il festival accetta Carta del Docente, Carta del Merito e Carta Cultura Giovani. Per un insegnante o per chi ha diciotto o diciannove anni, questo significa che una parte consistente del programma è accessibile senza spesa diretta. Ogni anno una quota di questi crediti scade senza essere usata, e un festival di arti performative internazionale è uno dei modi migliori per spenderla.

Terzo elemento: la regola sul ritardo. Molte rassegne dichiarano che non si entra a spettacolo iniziato e poi, in pratica, fanno passare chi arriva con cinque minuti di ritardo. Qui la formulazione ufficiale è categorica e viene applicata. In un programma in cui parecchi lavori iniziano al buio o con il pubblico disposto dentro lo spazio scenico, non c’è materialmente il modo di far entrare qualcuno senza interrompere il lavoro. Chi arriva tardi perde il biglietto.

Quarto: il botteghino fisico esiste solo a settembre, e solo nelle sedi. Fuori da quella finestra, tutto passa per posta elettronica. Chi cerca uno sportello aperto a luglio per organizzarsi in anticipo non lo trova, e questo spiega perché le richieste particolari, comprese quelle di accessibilità, vanno fatte via mail con un certo anticipo.

Il consiglio che ti do per visitare Short Theatre 2026 — la XXI edizione del festival delle arti performative

Scegli una sede e restaci per tutta la serata. È il consiglio che vale più di qualunque selezione di titoli.

La tentazione, davanti a un programma con sette o otto sedi, è costruirsi un percorso: un incontro al MACRO alle 19:00, uno spettacolo al Mattatoio alle 21:30, il notturno al Teatro India. Sulla carta funziona. Nella realtà romana, tra il Salario e Testaccio ci sono almeno quaranta minuti di mezzi pubblici serali, e la regola sul ritardo non perdona. Il risultato tipico è che salti il secondo appuntamento e arrivi al terzo in uno stato d’animo poco adatto alla performance contemporanea.

La strategia che funziona è l’opposto. Scegli la Pelanda come base e costruisci la serata dentro il Mattatoio: un formato breve nel pomeriggio, lo spettacolo delle 19:00, la cena in zona, lo spettacolo delle 21:30, il SALON. Tutto a piedi, tutto nello stesso perimetro, con il margine per fermarsi a parlare con qualcuno tra un appuntamento e l’altro. Se vuoi variare senza spostarti troppo, il Teatro Vittoria dista pochi minuti a piedi dal Mattatoio ed è l’unico abbinamento a doppia sede che regge davvero in una stessa serata.

Secondo consiglio: prendi l’abbonamento da cinque, non quello da tre. La differenza di prezzo tra i due pacchetti è contenuta, e il quinto spettacolo è quasi sempre quello che ti fa scoprire qualcosa. Con tre titoli si tende a scegliere il sicuro, i nomi già noti, i formati riconoscibili. Con cinque ti avanza spazio per una scommessa, ed è nella scommessa che un festival di creazione contemporanea dà il meglio.

Terzo: leggi le durate e le lingue prima di comprare. Il cartellone è internazionale e non tutti i lavori hanno la traduzione dei testi in italiano. I sei spettacoli che la prevedono sono indicati; per gli altri, verifica se la comprensione della lingua è necessaria o se il lavoro regge sul piano visivo e sonoro. Spesso regge benissimo, ma è meglio saperlo prima.

Quarto: arriva venti minuti prima, non cinque. Il Mattatoio è un complesso grande, le sale hanno numeri e non nomi, e la prima volta si sbaglia strada. Quei venti minuti servono anche a un’altra cosa: gli spazi di passaggio della Pelanda sono, in questo periodo, uno dei posti più interessanti della città per osservare la scena contemporanea italiana mentre si parla addosso. Vale il biglietto quanto lo spettacolo.

Quinto, e riguarda oggi: se leggi mentre l’edizione è in corso, controlla subito le disponibilità per la giornata di chiusura. L’Infinito Carnale di Claudia Castellucci il 12 settembre e l’incontro con Françoise Vergès alle 20:00 sono gli ultimi due appuntamenti di rilievo dell’edizione, e le ultime serate dei festival si esauriscono prima delle altre.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Il Mattatoio di Roma non è nato come spazio culturale, e la memoria di quello che era resta leggibile in ogni dettaglio dell’architettura.

Il complesso fu progettato da Gioacchino Ersoch e costruito tra il 1888 e il 1891 come mattatoio comunale, cioè come il luogo in cui la città macellava gli animali destinati al consumo. Era un impianto industriale di grandi dimensioni, servito dalla ferrovia e organizzato in padiglioni specializzati per ogni fase della lavorazione. La Pelanda, che oggi ospita il cuore del festival, prende il nome dal procedimento che vi si svolgeva: la pelatura delle carcasse suine mediante acqua bollente.

L’impianto rimase in funzione fino al 1975. Da allora l’area ha attraversato decenni di abbandono, occupazioni, progetti mancati e recuperi parziali, prima di trovare la destinazione culturale attuale. La riconversione ha conservato volumi, capriate metalliche, rampe e canaline, e chi entra per uno spettacolo cammina su un pavimento pensato per essere lavato a getto, non per ospitare un pubblico seduto.

È risaputo, si legge in ogni presentazione del quartiere, eppure viene citato poco quando si parla del festival. Il punto è che questa storia non è solo un aneddoto decorativo: condiziona materialmente la programmazione. Gli spazi della Pelanda non hanno una forma teatrale, quindi ogni allestimento va costruito da zero. Non hanno un’acustica pensata per la voce, quindi il suono va progettato. Non hanno una direzione dello sguardo imposta, quindi la relazione tra pubblico e opera viene ridefinita lavoro per lavoro.

Il quartiere intorno conserva la stessa doppia natura. Testaccio è nato come rione operaio al servizio del mattatoio e del porto fluviale, e la sua cucina, oggi celebrata nelle guide, viene direttamente da lì: il quinto quarto, cioè le parti dell’animale che restavano ai lavoratori come parte del salario. Coda alla vaccinara, trippa, pajata, coratella. Mangiare a Testaccio prima di uno spettacolo in Pelanda significa, letteralmente, consumare il sottoprodotto dell’attività che si svolgeva nell’edificio in cui poi entri.

E sotto tutto questo c’è uno strato ancora più antico. Il Monte dei Cocci, a due passi, è la collina formata dai frammenti delle anfore olearie arrivate dalla Betica e dall’Africa e scaricate qui tra il primo e il terzo secolo dopo Cristo. Circa cinquanta milioni di anfore, accumulate con un metodo ordinato che le rende ancora oggi leggibili per gli archeologi. Testaccio è stato un luogo di lavoro e di scarto per duemila anni prima di diventare un luogo di spettacolo.

La foto giusta da fare a Short Theatre 2026 — la XXI edizione del festival delle arti performative

La foto che racconta il festival meglio di qualunque altra non riguarda il palcoscenico. Si fa negli spazi di passaggio della Pelanda, nella mezz’ora tra due spettacoli, quando l’architettura industriale è illuminata dalle luci di servizio e il pubblico si dispone in gruppi sparsi sotto le capriate.

Il motivo è tecnico oltre che concettuale. I volumi della Pelanda sono alti e nudi, le strutture metalliche corrono a vista, e l’illuminazione serale crea un contrasto forte tra le zone accese e le campate in ombra. Una fotografia scattata da un angolo basso, con le capriate che chiudono la parte alta dell’inquadratura e le persone come figure piccole nella parte bassa, restituisce esattamente la sproporzione che si prova entrando: un edificio pensato per una funzione industriale che ospita persone venute a guardare qualcosa di effimero.

Se preferisci l’esterno, la posizione è il perimetro del Mattatoio verso piazza Orazio Giustiniani, all’ora blu, quando la luce residua del cielo bilancia le lampade dei padiglioni. I fronti in laterizio di Ersoch hanno una scansione regolare che in quella luce si legge bene, e il contrasto tra l’architettura ottocentesca e i manifesti del festival racconta la sovrapposizione di funzioni senza bisogno di didascalie.

La terza opzione è l’Orto Botanico, valida per le edizioni in cui l’inaugurazione si tiene lì: performance in mezzo alla vegetazione, con il pubblico che si muove sui percorsi. Qui serve una macchina che tenga bene gli alti ISO, perché la luce disponibile è poca e mista, e il flash è fuori discussione.

Tre regole di comportamento, che valgono più delle indicazioni tecniche. Durante gli spettacoli non si fotografa: è una questione di rispetto verso chi lavora e verso chi guarda, e in molti lavori lo schermo acceso di un telefono rovina l’impianto luminoso costruito in settimane di prove. Se compaiono persone riconoscibili nelle tue fotografie e pensi di pubblicarle, chiedi. E se un’installazione o un allestimento porta indicazioni sulle riprese, quelle indicazioni vengono prima di qualunque consiglio generale.

Un’ultima nota per chi cerca l’immagine da portare a casa. La fotografia più efficace di un festival di arti performative raramente è quella dell’opera. È quella del pubblico che esce, con le facce di chi sta ancora decidendo cosa ha appena visto. Al Mattatoio, quel momento si concentra nel cortile, e dura pochi minuti.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

Il perimetro che ospita il festival ha una stratificazione documentata che copre due millenni.

Tra il primo e il terzo secolo dopo Cristo, l’area a ridosso del porto fluviale dell’Emporium diventa il punto di scarico delle anfore olearie provenienti dalle province. I contenitori vuoti, non riutilizzabili perché l’olio irrancidiva la ceramica, vengono accatastati secondo un metodo ordinato che genera nel tempo il Monte dei Cocci, alto una cinquantina di metri.

Intorno al 12 avanti Cristo, poco più a sud, viene eretta la Piramide Cestia, sepolcro di Gaio Cestio Epulone. Poco più di tre secoli dopo verrà inglobata nelle mura aureliane, e proprio questo la salverà dalla distruzione.

Nel 1888 cominciano i lavori del nuovo mattatoio comunale su progetto di Gioacchino Ersoch. L’impianto entra in funzione nel 1891 e diventa uno dei più grandi d’Europa. Intorno ad esso si sviluppa il rione operaio di Testaccio, costruito per ospitare i lavoratori del mattatoio e del porto.

Nel 1975 il mattatoio cessa l’attività. L’area entra in una fase lunga di abbandono, durante la quale i padiglioni vengono utilizzati in modo parziale e discontinuo, tra depositi, occupazioni e progetti di riuso mai completati.

Negli anni Ottanta e Novanta il complesso diventa uno dei luoghi simbolo della cultura alternativa romana. Una parte degli spazi viene occupata e autogestita, ospitando concerti, associazioni e attività sociali, mentre le istituzioni discutono il destino dell’area.

Nel 2006 nasce Short Theatre, in un contesto di scena indipendente romana che cercava spazi e formati nuovi. L’impostazione iniziale, centrata su lavori brevi e studi, risponde alla difficoltà degli artisti a mostrare il lavoro in corso.

Nel decennio successivo il recupero della Pelanda porta a termine la riconversione dell’edificio in spazio per la produzione culturale contemporanea, con sale polivalenti e ambienti espositivi. Il festival vi trova la propria casa stabile.

Negli anni recenti il programma si allarga oltre il Mattatoio, coinvolgendo teatri comunali, musei civici e nazionali e spazi indipendenti, fino alla configurazione attuale a sedi multiple distribuite tra Testaccio, Trastevere, Ostiense, Salario ed Eur.

Nel 2026 il festival arriva alla XXI edizione, in calendario dal 3 al 12 settembre, subito dopo il traguardo dei vent’anni.

Chi è passato da Short Theatre 2026 — la XXI edizione del festival delle arti performative

Restando ai nomi documentati dal programma e dai materiali ufficiali dell’edizione 2026, il festival ospita una combinazione di artisti internazionali e di figure del pensiero contemporaneo.

Sul versante coreografico e performativo compaiono Dorothée Munyaneza con la Compagnie Kadidi, presente con Toi, Moi, Tituba…, e Nacera Belaza, in cartellone al Teatro India con L’Echo. Figurano inoltre lavori di Eszter Salamon, Alberto Cortés, Betty Tchomanga e Mathilde Carmen Chan Invernon.

Sul versante italiano il programma comprende appuntamenti con Giorgina Pi e Daria Deflorian, due presenze che rappresentano bene due modi diversi di stare nella scena contemporanea nazionale. La chiusura dell’edizione è affidata a Claudia Castellucci con L’Infinito Carnale, il 12 settembre.

Sul versante del pensiero critico, la sezione di incontri ospita Paul B. Preciado, il 5 settembre, e Françoise Vergès, il 12 settembre. A questi si aggiunge Daniel Blanga Gubbay, tra gli appuntamenti segnalati come particolarmente adatti al pubblico cieco e ipovedente.

Il quadro complessivo dichiarato dalla presentazione dell’edizione parla di oltre quaranta tra compagnie e progetti distribuiti sui dieci giorni. La proporzione tra nomi internazionali e italiani, tra artisti affermati e giovani presenze, è una costante del festival: la programmazione mescola le due cose nella stessa giornata, e spesso nella stessa fascia oraria, perché l’idea è che il pubblico venuto per un nome noto inciampi in qualcosa che non conosceva.

Vale la pena aggiungere una precisazione. Un festival di creazione contemporanea non funziona come una rassegna di repertorio, dove il valore si misura sulla fama di chi si esibisce. Molti degli artisti che oggi vengono citati come nomi di riferimento della scena europea sono passati da qui quando non li conosceva quasi nessuno, e il senso della programmazione resta quello: mostrare il lavoro prima che diventi riconoscibile.

Domande veloci

Quando si tiene Short Theatre 2026?
Dal 3 al 12 settembre 2026. L’edizione risulta in corso nel momento in cui leggi, con la chiusura fissata per il 12 settembre.

Dove si tiene il festival?
La sede principale è il Mattatoio di Roma, in piazza Orazio Giustiniani a Testaccio, e in particolare La Pelanda. Le altre sedi dichiarate sono l’Orto Botanico, il Teatro India, il Teatro Vittoria, il MACRO, il Cinema Troisi, il Museo delle Civiltà e Ararat.

Quanto costa un abbonamento?
Tre spettacoli 42 euro intero e 27 euro ridotto, cinque spettacoli 65 euro intero e 42 euro ridotto, dieci spettacoli 120 euro intero e 75 euro ridotto. A tutte le cifre vanno aggiunti i diritti di prevendita.

L’abbonamento comprende tutto il programma?
No. Restano esclusi l’inaugurazione all’Orto Botanico e L’Echo di Nacera Belaza al Teatro India.

Dove si comprano i biglietti?
Online sulla piattaforma Clappit, partendo dalla pagina del singolo spettacolo sul sito del festival. Il botteghino fisico apre a settembre nelle sedi.

Fino a quando posso comprare?
Online fino a un’ora prima dell’inizio, sul posto fino a quindici minuti prima.

Posso entrare se arrivo in ritardo?
No. La regola dichiarata dal festival è che in nessun caso è possibile entrare a spettacolo già iniziato.

Accettate la Carta del Docente o la Carta Cultura Giovani?
Sì. Sono accettate Carta del Docente, Carta del Merito e Carta Cultura Giovani.

Le sedi sono accessibili in sedia a rotelle?
Il festival dichiara che gli spazi e le sedi principali sono accessibili alle persone con disabilità motoria. Per informazioni su una sede o su uno spettacolo specifico il riferimento è boxoffice@shorttheatre.org.

Ci sono riduzioni per persone con disabilità?
Sì, con biglietti a tariffa ridotta e ingresso gratuito per l’accompagnatore su richiesta al box office.

Ci sono spettacoli con audiodescrizione o traduzione in LIS?
Sì. L’audiodescrizione è prevista per Toi, Moi, Tituba… il 4 settembre alle 21:30 alla Pelanda. La traduzione in LIS, curata da CODA Italia, accompagna gli incontri con Paul B. Preciado il 5 settembre alle 19:00 e con Françoise Vergès il 12 settembre alle 20:00.

Gli spettacoli stranieri hanno i sottotitoli in italiano?
Sei spettacoli del programma prevedono la traduzione dei testi in italiano. Per gli altri conviene verificare sulla pagina del singolo appuntamento.

Come si arriva al Mattatoio?
Metro B fino a Piramide, poi dieci o quindici minuti a piedi. In alternativa i bus 170, 719, 781, 775, 83 e 96, oppure le linee ferroviarie FL1 e FL3.

Quanto dura uno spettacolo?
Varia molto: il programma alterna formati brevi e lavori lunghi. La durata è indicata sulla pagina del singolo appuntamento.

Conviene prenotare in anticipo?
Sì, soprattutto per le serate di apertura e di chiusura e per i titoli internazionali di maggiore richiamo.

Chi organizza il festival?
L’Associazione Culturale AREA06 ETS, con sede in via Buonarroti 30 a Roma. I contatti pubblicati sono info@shorttheatre.org e boxoffice@shorttheatre.org.

Il festival è adatto a chi non frequenta il teatro contemporaneo?
Sì, a patto di scegliere bene il primo appuntamento. Gli ambienti performativi diffusi e gli incontri hanno una soglia d’ingresso più bassa rispetto ai lavori più radicali della programmazione notturna.

Se stai organizzando un viaggio a Roma intorno al festival e vuoi che qualcuno costruisca l’itinerario al posto tuo, con i tempi giusti tra una sede e l’altra e le cose da vedere negli intervalli, trovi il servizio di guide e tour leader su TourLeaderPro. Per il resto dell’Italia, dalle città d’arte ai festival della stagione, il punto di partenza è ItalyPlanner.

Contact Information

Data Evento3 Settembre 2026 19:00 — 12 Settembre 2026
IndirizzoLa Pelanda — Mattatoio di Roma, Piazza Orazio Giustiniani 4, 00153 Roma Roma Città
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