Romaeuropa Festival 2026 — cento spettacoli e mille artisti da tutto il mondo
L’evento. Dall’8 settembre al 15 novembre 2026 va in scena la quarantunesima edizione del Romaeuropa Festival: un centinaio di spettacoli, circa 240 repliche, un migliaio di artisti da tutto il mondo, distribuiti in una ventina di spazi diversi della città. Il festival è già cominciato, ha aperto l’8 settembre, e resterà acceso per due mesi e mezzo.
Confronta le esperienze a Roma
Ogni scheda apre una pagina di confronto qui su estateromana.com: le differenze tra le opzioni, le fasce di prezzo indicative e il link per prenotare sul sito del venditore. Puoi salvare quello che ti interessa in "Il mio viaggio".
✦ Il classicoTour a piedi
Roma si capisce camminando. La differenza la fa la guida, non l'itinerario: sono quasi tutti uguali sulla carta.
✦ Dopo il tramontoRoma di notte
Le stesse piazze, senza la folla e con le luci giuste. La città cambia completamente.
✦ Vieni affamatoFood tour
Non è un pranzo: sono sei-otto tappe piccole. Il valore è nei posti in cui non saresti mai entrato da solo.
✦ Va a rubaColosseo, Foro e Palatino
L'ingresso a orario sparisce con giorni di anticipo in alta stagione. La versione con i sotterranei è quella che vale il s...
✦ Vai all'aperturaMusei Vaticani e Cappella Sistina
Il primo slot della giornata o il tardo pomeriggio. A metà mattina è un nastro trasportatore, e non lo diciamo solo noi.
✦ Centro storicoTrevi, Pantheon e piazze
Il cuore barocco a piedi, più il biglietto del Pantheon che ora serve davvero.
✦ Poco camminoTour in golf cart
Il centro storico in un paio d'ore senza distruggerti i piedi, e passi dove i pullman non entrano.
✦ Dopo le 21Bar hopping e vita notturna
Tre o quattro locali con qualcuno che sa quali sono aperti quella sera. Funziona meglio da soli che in coppia.
✦ Foto garantiteVespa e Ape Calessino
In Ape ti portano loro, in Vespa guidi tu (serve la patente). Due esperienze molto diverse sotto lo stesso nome.
✦ Il più scenograficoTour in sidecar
Il sidecar vintage con conducente: costa più della Vespa, ma è il giro che finisce in tutte le foto.
✦ Si mangia alla fineCorsi di cucina
Pasta a mano e poi ci si siede a tavola. La domanda giusta è quante persone ci sono per postazione.
✦ Anche in cittàDegustazioni di vino
In enoteca in centro o tra le vigne dei Castelli. Due cose diverse: una dura un'ora, l'altra una giornata.
✦ Fuori portaCastelli Romani
Frascati, Castel Gandolfo, il lago di Albano. Un'ora da Roma e sembra un'altra regione.
✦ Patrimonio UNESCOTivoli: Villa d'Este e Villa Adriana
Due ville, due epoche, un solo biglietto mentale: le fontane di Villa d'Este e le rovine imperiali di Adriano.
✦ Prenotazione obbligatoriaGalleria Borghese
Bernini e Caravaggio in due ore contate. Senza prenotazione non si entra, punto.
✦ SottoterraCatacombe e Appia Antica
Chilometri di gallerie sotto la via Appia. Fresche d'estate, e sorprendentemente poco affollate.
✦ Accesso limitatoColosseo: sotterranei e arena
Il piano dove aspettavano gladiatori e belve, e il pavimento dell'arena. Posti contati ogni giorno.
✦ Giornata lungaPompei e Costiera Amalfitana
Da Roma si fa in giornata, ma è una giornata vera: sveglia presto e rientro a sera.
✦ Alta velocitàFirenze in giornata
Un'ora e mezza di treno e sei sotto il Duomo. Si fa, se accetti di vedere tre cose e non dieci.
✦ Terrazza panoramicaCastel Sant'Angelo
Mausoleo, fortezza, prigione e rifugio dei papi. E la terrazza con la vista migliore su San Pietro.
✦ Libertà di scesaBus hop-on hop-off
Sali e scendi dove vuoi per 24 o 48 ore. Utile il primo giorno, per orientarsi.
✦ MareCapri e Costiera Amalfitana
Da Roma è lunga, ma in due giorni si fa con calma. In giornata solo se accetti di correre.
✦ Con i bambiniScuola dei gladiatori
Due ore con la spada di legno in mano, sulla via Appia. Con i ragazzini funziona sempre.
✦ Poco sforzoSegway e monopattino
Copri il doppio del centro senza camminare. Dieci minuti di pratica e ci stai sopra.
✦ MercoledìUdienza papale
Ogni mercoledì, quando il Papa è a Roma. Il biglietto è gratuito ma va ritirato.
✦ Poco affollatoTerme di Caracalla
Muri alti trenta metri e quasi nessuno intorno. Uno dei posti più sottovalutati di Roma.
✦ A 30 minutiOstia Antica
La Pompei di Roma, raggiungibile col treno urbano. Strade, taverne e mosaici, senza folla.
✦ Alta velocitàNapoli e Pompei
Un'ora e dieci di treno. Il centro storico, il museo archeologico e la pizza vera.
✦ Prima dell'aperturaVaticano: ingresso anticipato
Dentro i Musei prima del pubblico. La Sistina quasi vuota è un'altra cosa.
✦ Senza faticaTour in e-bike
Le sette colline con l'assistenza al pedale. L'Appia Antica e il Gianicolo diventano facili.
Di cosa si tratta. Il REF è da quarant’anni il festival che porta a Roma il meglio della creazione contemporanea mondiale: danza, teatro, musica, performance, arti digitali e videogioco, con prime italiane, coproduzioni e produzioni originali. Il programma completo è su romaeuropa.net.
La location. Non una sola sede, ma una ventina: Auditorium Conciliazione, Auditorium Parco della Musica, Mattatoio di Testaccio, Teatro Argentina, Teatro Vascello, Teatro India, Teatro Olimpico, Teatro Brancaccio, Teatro Valle, Teatro Costanzi, MAXXI, Accademia Americana. Il festival è, di fatto, un modo per attraversare Roma da un palcoscenico all’altro.
Un centinaio di titoli in due mesi e mezzo, venti indirizzi, generi che vanno dalla coreografia d’autore al concerto elettronico, dal teatro di ricerca al videogioco d’artista: nessuno vede tutto, e nessuno deve. La domanda giusta non è quanti spettacoli si riesce a incastrare, ma quale percorso ha senso dentro una programmazione così larga. Scrivo queste righe il 12 settembre, con il festival aperto da quattro giorni. È il momento migliore per parlarne e anche il più scomodo, perché è l’unico periodo dell’anno in cui il Romaeuropa smette di essere un cartellone sulla carta e diventa una cosa fisica: gente che alle otto e mezza di sera scende dal 23 davanti al Mattatoio, file ordinate sotto i portici della Conciliazione, il foyer del Vascello pieno di ventenni, il quartiere Ostiense che a mezzanotte si riempie di persone che discutono di uno spettacolo appena visto. Accompagno gruppi in questa città da parecchi anni e posso dire che nelle settimane del REF Roma cambia leggermente ritmo, almeno in certe zone e a certe ore.
Le date, i numeri e che cosa significa davvero quarantunesima edizione
L’edizione 2026 apre l’8 settembre e chiude il 15 novembre. Sono sessantanove giorni di calendario, praticamente dieci settimane. Il festival si firma RE41F, sigla che nelle comunicazioni ufficiali sostituisce ormai il nome per esteso, e la numerazione è coerente con la storia: la prima edizione risale al 1986, e chi volesse fare il conto trova il riscontro nelle edizioni passate, con la trentottesima celebrata nel 2023.
La cifra del centinaio di spettacoli conta i titoli, non le serate: le repliche sono molte di più, intorno alle duecentoquaranta. Vuol dire che un titolo interessante quasi mai è un’occasione unica da prendere al volo, perché molti spettacoli hanno due, tre, quattro date e alcuni restano in cartellone per dieci giorni. Con il festival appena partito, non serve correre: serve guardare il calendario con calma e capire dove si incastrano le proprie serate libere.
La distribuzione nel tempo
Il festival non ha un’intensità costante. Settembre parte con una serie di grandi appuntamenti concentrati, quasi uno al giorno nelle sale più capienti, e poi dalla seconda metà del mese cambia registro: il baricentro si sposta sul Mattatoio, dove si concentrano le sezioni più sperimentali, i concerti notturni, i talk, le installazioni. Ottobre è il mese più fitto in assoluto, con la danza d’autore internazionale, il teatro di ricerca e le due rassegne dedicate alle nuove generazioni che si sovrappongono. Novembre si apre verso il pubblico delle famiglie e si chiude con una giornata finale di musica, il 15, che funziona da vera festa di chiusura.
Non occupa la città in modo totalizzante: la attraversa per sessantanove giorni, lasciando spazio a tutto il resto. Nello stesso periodo Roma ospita molte altre cose, dalla Festa del Cinema all’Auditorium alle stagioni teatrali che riaprono, e il Romaeuropa convive con tutte senza cancellarle.
Da Villa Medici all’Opificio: come è nato il Romaeuropa
La storia comincia nel 1986, e comincia in un posto preciso: Villa Medici, sede dell’Accademia di Francia a Roma, sul Pincio. Quell’anno nasce l’Associazione degli Amici di Villa Medici, frutto di un’iniziativa italo francese. Non era ancora una fondazione, non si chiamava ancora Romaeuropa, ma il dna è tutto lì: un’istituzione culturale francese in territorio romano che decide di aprire i propri giardini e i propri spazi alla scena contemporanea internazionale.
Chi conosce Villa Medici capisce subito perché quel luogo abbia funzionato da incubatore: una villa cinquecentesca con giardini affacciati su tutta Roma, occupata dal 1803 dall’Accademia di Francia, cioè da un’istituzione che da due secoli ospita artisti in residenza. Un posto abituato al passaggio di creatori, con spazi che diventano palcoscenico senza essere un teatro. Le prime edizioni si svolgevano proprio lì.
I passaggi formali
L’associazione diventa Fondazione Romaeuropa Arte e Cultura il 7 febbraio 1990, e ottiene il riconoscimento della personalità giuridica il 30 aprile 1992 con decreto del Ministero del Turismo e dello Spettacolo. Sono passaggi burocratici, ma raccontano una traiettoria: in sei anni una rassegna nata attorno a una villa diventa un soggetto culturale strutturato, capace di programmare stagioni intere e di muovere produzioni internazionali.
Da allora i riconoscimenti sono stati parecchi. Il festival si svolge sotto l’Alto Patronato della Presidenza della Repubblica Italiana, e nel 2006 il Wall Street Journal lo ha indicato fra i quattro migliori festival d’Europa. La Fondazione è stata inoltre inserita dentro numerosi accordi culturali bilaterali fra l’Italia e altri paesi, su proposta del Ministero degli Esteri: un dettaglio che spiega perché al REF si vedano compagnie che in Italia non arrivano quasi mai.
La sede attuale
Dal gennaio 2008 la Fondazione ha sede all’Opificio Romaeuropa, in via dei Magazzini Generali 20/A, nel quartiere Ostiense. Non è un dettaglio logistico. Spostare il quartier generale da una villa sul Pincio a un ex spazio industriale fra Ostiense e Testaccio racconta una scelta precisa di collocazione dentro la città: il festival ha smesso di guardare Roma dall’alto del Pincio e si è messo in mezzo al tessuto urbano che negli ultimi vent’anni ha prodotto la scena più interessante della città. All’Opificio si tengono incontri, talk, presentazioni e conferenze, e lì c’è uno dei box office del festival.
Vale la pena ricordare due esperienze parallele: dal 2003 al febbraio 2014 la Fondazione ha curato la programmazione del Teatro Palladium alla Garbatella per conto dell’Università Roma Tre, e dal 2010 esiste Digitalife, il progetto espositivo dedicato alle culture digitali che ha funzionato per anni da cuore tecnologico del festival.
La geografia del festival: venti spazi e come si attraversano
Questa è la parte che confonde di più chi si avvicina al REF per la prima volta. Non esiste un luogo del Romaeuropa. Esiste una mappa. E la mappa cambia ogni anno, perché dipende da che cosa serve agli spettacoli in programma. Conviene conoscerla, perché scegliere uno spettacolo significa anche scegliere un quartiere, un orario di rientro e un mezzo pubblico.
Il Mattatoio di Testaccio, il vero quartier generale
Se il festival avesse una casa, sarebbe qui. Il complesso dell’ex Mattatoio di Testaccio, con gli spazi della Pelanda, ospita da solo la maggioranza assoluta degli appuntamenti dell’edizione 2026: le sezioni sperimentali, i concerti dell’Ultra Club, i talk, le installazioni, i laboratori per bambini, il teatro delle nuove generazioni. Molte sere ci sono due o tre eventi in orari diversi nello stesso complesso, il che rende possibile costruire una serata intera senza spostarsi.
Il Mattatoio è un’architettura industriale dell’Ottocento, progettata per macellare, riconvertita a spazio culturale. Si entra da piazza Orazio Giustiniani, nel cuore di Testaccio, a due passi dal Nuovo Mercato Testaccio e dal Museo Diffuso del Rione Testaccio. La metro B di Piramide è a una decina di minuti a piedi, e da lì si vede la Piramide Cestia.
Dal 19 settembre alla Pelanda apre inoltre un secondo box office del festival, in piazza Orazio Giustiniani 4, dal martedì al venerdì dalle 14 alle 18 e sabato e domenica dalle 10 alle 13 e dalle 14 alle 18.
Auditorium Conciliazione
L’Auditorium Conciliazione ha ospitato l’apertura dell’edizione e alcuni dei titoli di maggior richiamo di settembre. Sala da poco meno di duemila posti, acustica solida, posizione che più centrale non si può: si esce e si ha la basilica di San Pietro in fondo alla strada. Per chi arriva da fuori Roma è la sede più facile da raggiungere.
Auditorium Parco della Musica
L’Auditorium Parco della Musica, al Flaminio, è la sede dei concerti maggiori: il complesso progettato da Renzo Piano ha tre sale principali più la cavea, e nella programmazione REF ospita i concerti che richiedono orchestra, grande amplificazione o proiezione. Nello stesso periodo è coinvolto anche in altri appuntamenti della città, dalla Festa del Cinema alle date di Dissonanze: conviene verificare in quale sala si entra, perché gli ingressi sono distinti.
Teatro Vascello
A Monteverde, in via Giacinto Carini, il Vascello è la sala che il festival usa per il teatro di ricerca e per la danza di formato medio, e quest’anno ne fa un uso intensivo: dalla seconda metà di settembre fino a fine novembre ospita una decina di titoli diversi. È fuori dal centro storico, e per chi non conosce la zona è la sede che richiede più attenzione sui tempi di rientro la sera.
Teatro Argentina, Teatro India, Teatro Valle
Le tre sale del Teatro di Roma entrano tutte nel cartellone. L’Argentina, in largo di Torre Argentina, ospita alcuni dei titoli internazionali più pesanti dell’edizione. Il Teatro India, sul lungotevere in zona Marconi, dentro un ex stabilimento industriale, è stato usato a settembre per la danza. Il Teatro Valle entra in novembre con una produzione lunga. Tre ambienti completamente diversi: la sala all’italiana settecentesca, il capannone industriale, il teatro storico restaurato.
Teatro Olimpico, Teatro Brancaccio, Teatro Costanzi
Il Teatro Olimpico, in piazza Gentile da Fabriano al Flaminio, entra a fine ottobre con uno spettacolo di grande formato che richiede altezza di boccascena. Il Teatro Brancaccio, su via Merulana, ospita in settembre una produzione circense e coreografica. E il Teatro Costanzi, cioè la sala storica del Teatro dell’Opera di Roma, apre le sue porte al festival per due serate di novembre dedicate al balletto contemporaneo. Vedere danza contemporanea nella sala dell’Opera è una di quelle cose che succedono solo durante il REF.
Le sedi meno ovvie
Poi ci sono gli spazi che non sono teatri: il MAXXI di Zaha Hadid, con una videoinstallazione a ottobre; l’Accademia Americana a Roma sul Gianicolo, istituzione straniera che apre al pubblico di rado e dove un concerto del festival è spesso l’unico modo di entrare; l’Accademia di Belle Arti, sede di Campo Boario, proprio accanto al Mattatoio.
Questa dispersione geografica è una scelta, non un ripiego. Chi in dieci settimane segue cinque spettacoli in cinque sedi diverse ha fatto, senza accorgersene, un giro di Roma che nessun itinerario turistico propone.
Il programma 2026, mese per mese
Quello che segue non è il cartellone completo, che sarebbe illeggibile, ma una mappa dei momenti che definiscono l’edizione. Nomi, date e sedi vengono dal cartellone ufficiale del festival. Per gli orari esatti e per la disponibilità conviene sempre controllare romaeuropa.net prima di muoversi, perché le repliche si aggiungono e gli orari si assestano.
Settembre: l’apertura e la svolta verso il Mattatoio
Il festival ha aperto l’8 settembre all’Auditorium Conciliazione con la danza di Sofia Nappi e della compagnia KOMOCO, con i due lavori DODI e Chora, il vuoto all’origine. Aprire con una coreografa italiana della generazione più giovane è una dichiarazione di intenti: il REF, che per decenni ha importato, da qualche anno esporta e produce.
Il 9 settembre, sempre alla Conciliazione, Caterina Barbieri con Christian Marclay e la ONCEIM Orchestra ha portato Constellation, con Non puoi contare l’infinito e il live della stessa Barbieri. Il 10 e l’11 settembre Nacera Belaza e Valérie Dréville hanno presentato L’Echo al Teatro India.
Il 14 settembre alla Conciliazione arriva Benjamin Millepied con November Ultra e Paris Danse per SUMMERLAND. Il 15 all’Auditorium Parco della Musica c’è Fatoumata Diawara, la voce maliana che ormai da anni gira i festival europei. Il 16, sempre all’Auditorium, il Philip Glass Ensemble accompagna dal vivo Powaqqatsi di Godfrey Reggio, secondo capitolo della trilogia Qatsi: un film che senza la musica eseguita in sala è un’altra cosa. Il 17 tocca a Jeff Mills con Kety Fusco per The Trip To Vega, uno degli incroci fra techno di Detroit e strumenti acustici che il festival propone ogni anno in qualche forma.
Dal 18 al 20 settembre il greco Christos Papadopoulos porta Landless al Teatro Vascello. Il 19 l’Accademia Americana a Roma ospita Field of vision di Michael Gordon con i Blow Up Percussion, alle 18: orario insolito e sede ancora più insolita.
Dal 19 settembre parte l’Ultra Club al Mattatoio, probabilmente la novità strutturale più interessante degli ultimi anni. Non è una rassegna di concerti, è un formato: serate con più set in sequenza, dalle 17 fino a notte, fra elettronica di ricerca, sperimentazione vocale, installazioni e videogioco d’artista. Fra il 19 e il 27 settembre passano da lì AGATHA forward, Rareș, l’etichetta 42 Records, Marta Del Grandi, le galiziane Fillas de Cassandra, Davide Ambrogio, Kangding Ray, l’installazione di Chiara Passa.
Il 24 e 25 settembre la coreana Eun-Me Ahn porta Post-Orientalist express al Teatro Argentina. Il 26 al Mattatoio si tiene la giornata dei Design Talks, dalle 11 del mattino: talk, workshop, panel, mercatino, esposizione, musica, con due laboratori pensati per bambini e famiglie. È una delle giornate a ingresso più accessibile del festival e una di quelle in cui il Mattatoio somiglia più a una fiera che a un teatro.
Sempre il 26, il Teatro Brancaccio ospita KA-IN di Raphaëlle Boitel con il Groupe acrobatique de Tanger, e il Teatro Argentina propone Silencio nella nuova versione di Moritz von Oswald con l’EVO Ensemble. Il 27 è la giornata del Game Day al Mattatoio, dedicata al videogioco come linguaggio artistico: la Delivery Dancer Simulation di Ayoung Kim, il collettivo Total Refusal, un workshop di modding, un talk su videogioco e arte contemporanea. La stessa sera, in concerto, il progetto Osmium che riunisce Hildur Guðnadóttir, James Ginzburg, Rully Shabara e Sam Slater.
Il 29 settembre chiude il mese con due appuntamenti musicali di segno opposto: Die schöne Magelone di Brahms nella rilettura con testi di Sabine Scho, e Nachtmusik di Hans Thomalla con l’Ensemble LUX:NM.
Ottobre: il mese più fitto
Ottobre è dove il festival raggiunge la sua densità massima. Dal 30 settembre al 1 ottobre va in scena Lora, firmato da Lora Juodkaite e Rachid Ouramdane per la Compagnie de Chaillot. Dal 1 al 4 arriva (LA) HORDE con il Ballet national de Marseille e Après moi, le déluge: il collettivo che ha rimesso la danza contemporanea francese sulle copertine, e che lavora sul confine fra coreografia, cultura club e immaginario digitale.
Dal 2 al 4 ottobre Boris Charmatz con Terrain presenta Muette, e dal 2 al 3 Pankaj Tiwari con CAMPO porta The harvest of broken promises. Il 3 e 4 ottobre Vinicio Capossela presenta E Morte non avrà dominio, unico nome della canzone d’autore italiana nel cartellone, in una formula a metà strada fra il concerto e il teatro. Il 4 i Blow Up Percussion tornano con un omaggio a Steve Reich. Il 6 Sasha Waltz torna con Bach Cello Dance, insieme alla violoncellista Anastasia Kobekina, mentre dal 7 all’11 Giorgina Pi firma Lemnos.
L’8 e il 9 ottobre Wim Vandekeybus con Ultima Vez riporta in scena What the body does not remember nel revival 2026: è il lavoro che nel 1987 ha cambiato il modo di pensare la danza fisica in Europa, e rivederlo quasi quarant’anni dopo è un’occasione che non capita spesso.
Fra l’8 e l’11 ottobre il Mattatoio ospita dancing days, la sezione dedicata alla nuova coreografia: passano Chara Kotsali, Roberta Racis con ATTO BIANCO, Nik Rajsek con KINK, Michael Incarbone e Max Gomard, Giacomo Luci, la Vidavé Company, e il 10 alle 21:30 Silvia Gribaudi con AMAZZONI. L’11 c’è anche la restituzione di DNAppunti Coreografici, il progetto che seleziona e accompagna giovani coreografi italiani. Sempre l’11, al Teatro Argentina, doppia replica alle 16 e alle 21 di four seasons changed di Max Richter, con i BRYGGEN Bruges Strings.
Dal 13 ottobre parte anni luce, la sezione dedicata alle nuove generazioni del teatro, tutta al Mattatoio: Baraonda del Gruppo Uror, Noir di Usine Baug, ASTERIONE di Giovanni Onorato e Andrea Veneri, e dal 16 This is not an airport di Davide Pascarella, È pericoloso leggere i giornali di Annachiara Vispi e Sofia Russotto, Elegia di un cinghiale ferito di Matteo di Somma e Violetta Ghersina. Dal 13 al 15 il MAXXI ospita Miasma, videoinstallazione di Giorgina Pi.
Dal 15 al 18 ottobre, al Teatro Argentina, Romeo Castellucci con SOCIETAS presenta Faust, fatto non detto. Castellucci è l’autore italiano contemporaneo più discusso e più programmato all’estero, e il suo rapporto con il Romaeuropa è lungo: le sue produzioni al festival hanno prodotto negli anni sia entusiasmo che polemiche molto accese. Il 17 e 18 Tempo Reale porta al Mattatoio l’installazione audiovisiva Giuseppe Chiari, la luce, ricavata da una partitura del 1966. Il 20 e 21 il Vascello ospita The last Hamlet di Ben Duke.
Dal 21 al 30 ottobre il Mattatoio ospita Heimat, Patria/Straniero, un progetto lungo dieci giorni realizzato con la Compagnia dell’Accademia d’Arte Drammatica Silvio d’Amico, nel quale registi diversi firmano una tappa ciascuno: Thom Luz, Fabiana Iacozzilli con la Trilogia di Belgrado di Biljana Srbljanović, Leonardo Lidi con Edeyen di Letizia Russo, Leonardo Manzan con Il salto di Nureyev, Ersan Mondtag con la Winterreise di Elfriede Jelinek. Chi ha voglia di capire dove va il teatro italiano dei prossimi anni, questa è la settimana giusta.
Il 24 e 25 ottobre due titoli internazionali forti: Haribo Kimchi di Jaha Koo con CAMPO al Mattatoio, e No yogurt for the dead di Tiago Rodrigues con NTGent al Vascello. Rodrigues, portoghese, dirige il Festival d’Avignon. Il 24 l’Ultra Club propone Costellazione Boario, un percorso che dalla Pelanda arriva all’Accademia di Belle Arti, sede Campo Boario. Il 27 e 28 Giovanni Ortoleva presenta Can Can, il 28 e 29 Marta Cuscunà porta al Vascello La Medium. Dal 29 ottobre al 1 novembre il Teatro Olimpico ospita Le Pas du Monde del Collectif XY, compagnia di circo contemporaneo che lavora sulle costruzioni umane: è lo spettacolo più adatto a chi vuole portare al festival qualcuno che di solito a teatro non ci va.
Novembre: le famiglie e la chiusura
Dal 30 ottobre il Mattatoio si trasforma per due settimane e mezza nel quartier generale della sezione kids + family, che va avanti fino al 15 novembre. Passano MAGINARIUM di Pau Segalés, Where is Stefie? di Anna Confetti, Jazz Jazz Jazz della ZONZO Compagnie, BATU degli Artefactos Bascos, Copiar di Animal Religion, Giraffe di TeatroViola sulla zoologa Anne Innis Dagg, poi dal 6 novembre Miloemaya di Campsirago Residenza, Cirkus Antero di Frida Odden Brinkmann, Triplette di LABÚ Teatre e Cris Clown, e infine dal 13 fOrat di Dudu Arnalot, A Small Anatomy di de Dansers, e il manga beat and dance di kenji shinohe.
Questa è, secondo me, la parte più sottovalutata del festival. Il REF kids non è teatro per bambini nel senso rassicurante del termine: è circo contemporaneo, danza, musica e installazione pensati per un pubblico che cresce, e molti spettacoli sono non verbali, quindi adatti anche a famiglie che non parlano italiano.
Il 31 ottobre e il 1 novembre, al Vascello, Catalogo riunisce Silvia Gribaudi, Francesca Pennini con CollettivO CineticO, Sotterraneo, ed Emio Greco con Pieter C. Scholten. Il 2 novembre all’Auditorium Parco della Musica va in scena The Köln Concert con Maki Namekawa e Thomas Enhco: la trascrizione per pianoforte del leggendario concerto di Keith Jarrett del 1975, uno dei dischi di piano solo più venduti della storia. Il 4 novembre, sempre all’Auditorium, Voices di Hans Werner Henze con il New European Ensemble diretto da Carlo Boccadoro, mentre il 4 e 5 il Vascello ospita STARMAN di Pietro Giannini.
Il 7 e 8 novembre Katerina Andreou lavora con Carte Blanche, compagnia nazionale di danza della Norvegia, per HOW ROMANTIC. L’8 l’Auditorium ospita il cine concerto di Blade Runner, con The Avex Ensemble che esegue dal vivo la colonna sonora di Vangelis: è uno di quegli appuntamenti che si esauriscono per primi, perché intercetta un pubblico molto più largo di quello abituale del festival.
Il 10 e 11 novembre il Teatro Costanzi accoglie l’Opera Ballet Vlaanderen con un trittico firmato Jan Martens, Anne Teresa De Keersmaeker e Christos Papadopoulos: On speed, Grosse Fuge e Opus. Vedere De Keersmaeker sul palco dell’Opera di Roma è, per chi segue la danza, uno dei punti più alti dell’intera edizione. Dal 10 al 22 il Teatro Valle ospita Memoria di ragazza, che Silvia Costa trae da Annie Ernaux con Federica Fracassi, Francesca Mazza ed Emanuela Villagrossi; dal 13 al 22, al Vascello, Il Prodigio di Giacomo Bisordi e Fabrizio Sinisi.
Il 14 novembre Jlin con i Third Coast Percussion presenta Vernacular all’Auditorium. E il 15 il festival chiude con una giornata intera di musica: la 100 Cellos Morning Session di Giovanni Sollima ed Enrico Melozzi, Vanessa Wagner con l’integrale degli studi per pianoforte di Philip Glass, i Third Coast Percussion con Aguas da Amazonia sempre di Glass, e in chiusura Enrico Melozzi con l’Orchestra Notturna Clandestina per The Classical Rave Party. Chiudere sessantanove giorni di festival con un’orchestra che suona in formato rave è, diciamo, coerente.
Biglietti, Passepartout e come funziona davvero l’acquisto
Qui c’è la parte che conviene capire prima di tutto il resto, perché il sistema tariffario del Romaeuropa è diverso da quello di quasi tutti gli altri festival italiani e chi non lo conosce finisce per spendere di più del necessario.
Il sistema a coins
Il festival non vende abbonamenti a spettacoli fissi: vende il Passepartout, un pacchetto di crediti. A ogni evento è attribuito un valore da 1 a 8 coins, indicato accanto al titolo sul sito, e si compone il proprio percorso scegliendo gli spettacoli finché i crediti bastano. I tagli base sono 80 euro per 10 coins, 160 euro per 20 coins, 240 euro per 30 coins. Esiste anche il Passepartout Plus, pensato per chi vede molto, con 280 euro per 40 coins, 350 euro per 50 coins e 420 euro per 60 coins.
Due cose da sapere: il Passepartout è nominale e per ogni evento si può inserire un solo biglietto, quindi non è un modo per portare gli amici; e si può regalare, con chi lo riceve che sceglie gli spettacoli in un secondo momento.
Per le famiglie esiste il Passepartout Kids & Family, 80 euro per 10 coins, acquistabile solo ai box office del festival e al telefono, e la versione Kids PLUS da 150 euro per 20 coins, che ha però una finestra di acquisto anticipata.
Sconti e agevolazioni
Il festival riserva al pubblico under 25 uno sconto del 25 per cento su tutti gli eventi: non è una promozione su alcune date, è trasversale a tutto il cartellone. Le informazioni si chiedono al box office allo 06 45553050.
Tutti gli eventi del festival sono inoltre acquistabili con la Carta del docente, ma non online: bisogna passare per telefono, WhatsApp o mail scrivendo alla promozione del festival.
Dove si comprano i biglietti
I canali diretti sono quattro. Online dal sito ufficiale. Al telefono allo 06 45553050, lunedì dalle 14 alle 18 e dal martedì alla domenica dalle 10 alle 13 e dalle 14 alle 18. Via WhatsApp, tutti i giorni dalle 10 alle 13 e dalle 14 alle 18. E di persona, al box office dell’Opificio in via dei Magazzini Generali 20/A, con gli stessi orari, oppure alla Pelanda in piazza Orazio Giustiniani 4 a partire dal 19 settembre. Si può anche comprare direttamente al botteghino del teatro che ospita lo spettacolo.
La Fondazione avverte esplicitamente che non risponde dei biglietti acquistati fuori dai propri canali diretti e dai rivenditori autorizzati. Per un festival con biglietti nominali, il secondario non ufficiale è un rischio concreto: conviene comprare dai canali del festival e basta.
Una curiosità su Romaeuropa Festival 2026 — cento spettacoli e mille artisti da tutto il mondo
Il festival più internazionale d’Italia è nato come costola di un’istituzione francese. Non è un dettaglio di colore: è la chiave per capire tutto il resto.
Nel 1986 l’Accademia di Francia a Roma occupava Villa Medici da oltre centottant’anni. Era, ed è, un’istituzione che ospita artisti in residenza, li fa lavorare a Roma per un anno e li rimanda in Francia. Un flusso continuo di creatori che passano dalla città. L’idea di aprire quel flusso al pubblico romano, di trasformare la villa in un luogo dove la scena contemporanea internazionale potesse mostrarsi, è la scintilla da cui nasce l’Associazione degli Amici di Villa Medici.
La conseguenza è che il Romaeuropa non ha mai avuto un teatro proprio. Gli altri grandi festival europei nascono quasi sempre attorno a uno spazio: un palazzo, un cortile, un’arena. Il REF è nato dentro una villa che non gli apparteneva, e ha continuato a lavorare così, prendendo in prestito spazi altrui. Quarant’anni dopo, questa mancanza originaria è diventata la sua firma: un festival senza casa deve inventarsi ogni anno una geografia, e per questo non si fossilizza.
C’è poi un secondo elemento che pochi collegano. La Fondazione è stata inserita nel corso della sua storia dentro accordi culturali bilaterali dell’Italia con altri paesi, su proposta del Ministero degli Esteri. Significa che quando l’Italia firma un accordo culturale con la Corea del Sud o con il Belgio, il Romaeuropa può diventare il luogo fisico in cui quell’accordo si traduce in spettacoli. Una compagnia coreana che arriva a Roma passa spesso per un canale diplomatico prima che per un canale artistico. Questo spiega perché il cartellone assomigli, anno dopo anno, a una mappa delle relazioni culturali italiane nel mondo.
Una cosa che non ti dice nessuno su Romaeuropa Festival 2026 — cento spettacoli e mille artisti da tutto il mondo
Il Romaeuropa non è, per il suo pubblico principale, un festival di grandi nomi: è un festival di scoperta. Nessuna presentazione ufficiale lo dice, perché suona come un ridimensionamento mentre invece è il suo valore più alto.
Guardiamo i numeri dell’edizione in corso. Su un centinaio di titoli, i nomi che una persona non addetta ai lavori riconosce al volo sono forse dieci: Philip Glass, Max Richter, Vinicio Capossela, Blade Runner, Romeo Castellucci, Sasha Waltz, Anne Teresa De Keersmaeker, Jeff Mills. Tutti gli altri sono compagnie, coreografi, ensemble e collettivi che il pubblico generalista non ha mai sentito nominare. Non è un difetto di comunicazione: è il progetto.
La conseguenza pratica va detta chiaramente: se si sceglie solo in base ai nomi noti si spende di più e si vede la parte meno interessante del festival. I titoli riconoscibili costano più coins, si esauriscono prima e quasi sempre sono produzioni che girano l’Europa e che si potrebbero recuperare altrove; i titoli sconosciuti costano meno, si trovano fino all’ultimo, e in molti casi passano da Roma una volta sola. Lo si verifica facilmente guardando i nomi passati dal festival negli anni Ottanta e Novanta, quando ancora nessuno li conosceva: Merce Cunningham e Jan Fabre nel 1987, William Forsythe e Trisha Brown nel 1989, Anne Teresa De Keersmaeker nel 1993. Chi li ha visti a Roma li ha visti prima che diventassero canone.
La seconda cosa che nessuno dice riguarda i prezzi. Il sistema a coins non è un abbonamento: è un meccanismo che premia esplicitamente chi accetta di non sapere cosa sta scegliendo. Gli spettacoli valgono da 1 a 8 coins, e con un pacchetto da 10 coins si possono vedere otto o nove spettacoli piccoli oppure un solo grande titolo più un altro. Il festival, con la struttura tariffaria, incoraggia in modo trasparente la seconda strada. Chi capisce questo, capisce il Romaeuropa.
Il consiglio che ti do per visitare Romaeuropa Festival 2026 — cento spettacoli e mille artisti da tutto il mondo
Il consiglio è uno solo e vale sia per chi vive a Roma sia per chi ci passa qualche giorno: scegliere una sede, non uno spettacolo. E quella sede, per la stragrande maggioranza delle persone, è il Mattatoio di Testaccio.
Spiego perché. Un festival distribuito su venti spazi impone, a chi lo affronta per titoli, una logistica faticosa: stasera Monteverde, dopodomani il Flaminio, sabato via della Conciliazione. Il Mattatoio invece concentra da solo la maggior parte degli appuntamenti, e molte sere propone due o tre eventi in orari scalati nello stesso complesso: si arriva alle diciotto, si vede un’installazione, si beve qualcosa, si vede uno spettacolo alle venti e un altro alle ventuno e mezza, senza mai prendere un mezzo.
Come organizzo io una serata al Mattatoio
Arrivo con un’ora di anticipo e la uso per Testaccio, non per fare la fila. Il quartiere alle sette di sera è una delle cose migliori di Roma: il mercato ha chiuso ma la piazza è viva, via Galvani e via Zabaglia hanno una densità di trattorie e di forni che non ha eguali. In un’ora si mangia qualcosa di serio e si arriva allo spettacolo senza fretta.
Per il ritorno tengo presente che la metro B chiude in settimana intorno alle 23:30 e che molti spettacoli del Mattatoio iniziano alle 21 o alle 21:30. È il calcolo più importante della serata. Il venerdì e il sabato la metro chiude più tardi, e per questo a chi non conosce bene Roma consiglio di concentrare le serate lunghe sul fine settimana.
Per chi ha pochi giorni a Roma, e per chi porta bambini
Chi è in città tre o quattro giorni e vuole vedere una cosa sola faccia il ragionamento opposto: scelga la sede più bella, non il titolo. Una serata al Teatro Costanzi, al Teatro Argentina o all’Auditorium Conciliazione mette insieme lo spettacolo e un pezzo di città che vale già da solo il biglietto.
Chi porta bambini aspetti invece fine ottobre: la sezione kids and family occupa il Mattatoio dal 30 ottobre al 15 novembre con una decina di titoli, quasi tutti di circo contemporaneo, danza e musica, molti non verbali. Con il Passepartout Kids and Family da 10 coins si coprono più spettacoli nello stesso complesso.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Il Romaeuropa Festival è, da sempre, anche un produttore. Non solo un ospitante.
Chiunque segua la scena lo sa, e nessuna guida turistica lo scrive, perché è un fatto che non si vede dal palco. Eppure cambia radicalmente il senso di quello che si guarda. Il festival coproduce spettacoli con teatri e istituzioni di mezza Europa, commissiona nuovi lavori, mette risorse su produzioni che poi girano per anni nel resto del mondo. In cartellone, ogni anno, ci sono titoli che esistono anche grazie a soldi e strutture romane.
Le reti dentro cui questo avviene hanno nomi poco poetici: la EFA, European Festivals Association; il Réseau Varèse per la musica contemporanea, di cui Romaeuropa ha fatto parte dal 1999 al 2015; le reti Theatron e Aerowaves, finanziate dall’Unione Europea. Aerowaves in particolare è il sistema che ogni anno seleziona i coreografi emergenti più interessanti d’Europa, e una parte consistente della sezione dancing days nasce da quel bacino.
Il secondo fatto risaputo e poco citato riguarda il lavoro sui giovani autori italiani. Le due sezioni anni luce per il teatro e dancing days per la danza non sono vetrine di cortesia: sono percorsi strutturati, con selezioni, accompagnamento, spazi di prova e visibilità internazionale. Il progetto DNAppunti Coreografici, che quest’anno restituisce i suoi esiti l’11 ottobre al Mattatoio, seleziona giovani coreografi italiani e li porta fino alla scena. Molti nomi che oggi girano i teatri europei sono passati da lì.
C’è infine un terzo elemento, ancora meno citato: la Fondazione lavora fin dall’inizio sul rapporto fra investimento pubblico e privato, e nel 2009 Federculture le ha assegnato un premio speciale proprio per quella cooperazione. Dal 2015 la RAI è main media partner del festival. Chi si chiede come faccia un festival italiano a portare cento spettacoli internazionali in dieci settimane trova qui una parte consistente della risposta.
La foto giusta da fare a Romaeuropa Festival 2026 — cento spettacoli e mille artisti da tutto il mondo
Premessa necessaria: dentro le sale non si fotografa. Durante gli spettacoli le riprese sono vietate quasi ovunque, per ragioni di diritti e di rispetto verso chi è in scena e verso chi guarda. Quindi la foto giusta non è la foto dello spettacolo.
La foto giusta è il cortile del Mattatoio nell’ora prima dello spettacolo, con le strutture in ferro e mattoni dell’Ottocento sullo sfondo e il pubblico che si raduna in mezzo.
Funziona per una ragione precisa. Il complesso dell’ex Mattatoio è fatto di capriate metalliche, tettoie, pilastri in ghisa e superfici in laterizio, e nelle sere di festival viene illuminato con luci fredde e colorate che si scontrano con il mattone caldo. Il contrasto fra la struttura ottocentesca, pensata per la macellazione, e un pubblico che aspetta un concerto di elettronica è esattamente l’immagine del Romaeuropa: una città che riusa se stessa.
Quando scattare
In settembre e nei primi giorni di ottobre l’ora buona sono le 19:15 circa, quando il cielo è ancora blu profondo ma le luci artificiali sono già accese: dura una ventina di minuti. Da fine ottobre, con l’ora solare, la stessa condizione si sposta intorno alle 17:45. Il bilanciamento fra luce del cielo e proiettori, in quel quarto d’ora, non richiede alcuna correzione.
Le altre due inquadrature che funzionano
La prima è l’uscita dall’Auditorium Conciliazione dopo uno spettacolo serale: la cupola di San Pietro illuminata in fondo alla strada, con il pubblico che si disperde in controluce. Un’immagine che riassume la stranezza felice del festival, cioè contemporaneo assoluto dentro Roma assoluta.
La seconda è il Monte dei Cocci visto da via Zabaglia, a due minuti dal Mattatoio: una collina alta più di trenta metri fatta interamente di frammenti di anfore olearie romane. La sera è illuminata dal basso e i locali scavati nel suo fianco hanno le insegne accese. Nessuno che venga per il festival pensa di fotografarla, e invece è a trecento metri dall’ingresso.
Cosa evitare
Il flash in cortile, che appiattisce tutto. Le foto agli artisti all’uscita: molti sono al termine di uno spettacolo fisicamente durissimo e non è il momento. E la foto del biglietto: il Passepartout è nominale, il codice è leggibile, e pubblicarlo sui social è un rischio concreto.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
Quarant’anni di festival producono una stratificazione. Alcuni passaggi hanno cambiato la scena italiana, altri hanno segnato la biografia di singoli artisti, altri ancora hanno prodotto polemiche finite sui giornali nazionali.
1986, la fondazione
Nasce l’Associazione degli Amici di Villa Medici, da un’iniziativa italo francese. Le prime edizioni si svolgono negli spazi e nei giardini dell’Accademia di Francia. È il punto zero.
1987 e 1989, la danza che cambia tutto
Alla seconda edizione il festival porta a Roma sia Merce Cunningham, dentro il programma con il Balletto dell’Opéra di Parigi, sia Jan Fabre con Das Glas Im Kopf Wird Vom Glas. Cunningham era il patriarca della modern dance americana, formatosi con Martha Graham e compagno di strada di John Cage; Fabre era un provocatore fiammingo di ventotto anni. Metterli nello stesso cartellone, alla seconda edizione, dice tutto sull’ambizione del progetto. Quello stesso anno passa anche Carolyn Carlson. Nel 1989 arrivano Trisha Brown, fra le fondatrici della postmodern dance americana, con Lateral pass, Opal loop e Astral Convertible, e William Forsythe con Agon. Per la danza italiana, che allora aveva pochissime occasioni di vedere dal vivo la scena internazionale, sono serate decisive.
1990 e 1992, la struttura
Il 7 febbraio 1990 nasce formalmente la Fondazione Romaeuropa Arte e Cultura; il 30 aprile 1992 arriva il riconoscimento della personalità giuridica con decreto ministeriale. Sempre nel 1990 il festival presenta la versione cinematografica del Mahabharata di Peter Brook, primo dei molti passaggi romani del regista inglese.
1993, Anne Teresa De Keersmaeker
Arriva Achterland. De Keersmaeker aveva allora trentatré anni e aveva fondato Rosas da otto. Nei decenni successivi tornerà molte volte: Toccata nel 1996, Verklärte Nacht e Vortex Temporum nel 2015, Rain nel 2016, Drumming Live nel 2022, EXIT ABOVE nel 2023, A little bit of the moon nel 2025. Pochi artisti hanno un rapporto altrettanto continuativo con il festival.
1995 e 1998, Philip Glass
Glass suona in piano solo nel 1995. Nel 1998 torna con Monster of Grace, progetto realizzato insieme a Robert Wilson: una delle prime opere sceniche a incorporare la proiezione stereoscopica. Nel 2012 il festival gli dedica un omaggio, nel 2021 presenta Koyaanisqatsi, nel 2022 Einstein on the Beach. Quest’anno il Philip Glass Ensemble è tornato il 16 settembre con Powaqqatsi, e la giornata di chiusura del 15 novembre contiene due programmi interamente dedicati alla sua musica. Wilson, da parte sua, presenta nel 2000 il Timescope Project e nel 2002 il suo Woyzeck.
2006, il riconoscimento internazionale
Il Wall Street Journal indica il Romaeuropa fra i quattro migliori festival d’Europa. È il momento in cui la rassegna nata attorno a una villa entra ufficialmente nella conversazione internazionale.
2012 e 2015, il digitale e le ventiquattro ore
Nel 2012 l’edizione di Digitalife ospita The Onion di Marina Abramović; nel 2015 il festival presenta Sonatas and Interludes di John Cage. Sono gli anni in cui il REF costruisce la propria identità nel campo delle culture digitali, un percorso passato per progetti come Sonarsound Roma, la Festa Elettronica e Romaeuropa Webfactory. Sempre nel 2015 va in scena Mount Olympus, to glorify the cult of tragedy di Jan Fabre: uno spettacolo di ventiquattro ore consecutive, fra gli eventi più estremi mai ospitati da un festival italiano.
Gli anni recenti
Akram Khan ha attraversato il festival con una continuità impressionante, da Kaash nel 2002 fino a Thikra nel 2025, passando per Zero Degrees, Desh, Torobaka e Xenos. Sasha Waltz ci torna dal 2008, con Impromptus, Continu, Dido and Aeneas, Kreatur, fino a Beethoven 7 nel 2024 e alla serata di quest’anno. Laurie Anderson è passata nel 2010 con Delusion e nel 2025 con X2. Forsythe è tornato nel 2019 e nel 2025.
Va detto, per onestà, che non tutti i passaggi sono stati pacifici. Alcune produzioni ospitate dal festival hanno prodotto contestazioni molto accese, arrivate fino alle cronache nazionali, con lavori difesi pubblicamente dalla Fondazione contro attacchi che ne chiedevano la cancellazione. Un festival che programma arte contemporanea per quarant’anni senza mai far arrabbiare nessuno, semplicemente, non starebbe facendo il suo lavoro.
Chi è passato da Romaeuropa Festival 2026 — cento spettacoli e mille artisti da tutto il mondo
L’elenco completo sarebbe illeggibile, perché parliamo di quarant’anni e di qualche migliaio di artisti. Metto in fila quelli il cui passaggio è documentato negli archivi del festival, divisi per ambito, perché è il modo più utile per capire che cosa sia stato il Romaeuropa.
Danza
Merce Cunningham, 1987 e 2003 con Pond Way, Pictures e Fluid Canvas. Trisha Brown, dal 1989 al 2011 con cinque diversi passaggi. William Forsythe, dal 1989 al 2025, quattro edizioni distanti fra loro quasi quarant’anni. Carolyn Carlson, 1987, 1992 e 1995 con Vu d’ici. Anne Teresa De Keersmaeker, otto presenze dal 1993 al 2025, più il trittico dell’Opera Ballet Vlaanderen di quest’anno al Costanzi. Sasha Waltz, dal 2008 a oggi. Akram Khan, quattordici presenze dal 2002 al 2025. Wim Vandekeybus con Ultima Vez, presente anche in questa edizione con il revival del suo lavoro più celebre.
E poi, in questa edizione, la generazione che oggi occupa quel posto: Boris Charmatz, il collettivo (LA) HORDE con il Ballet national de Marseille, Christos Papadopoulos, Jan Martens, Eun-Me Ahn, Benjamin Millepied, Katerina Andreou, Nacera Belaza, Rachid Ouramdane, il Collectif XY, Carte Blanche.
Teatro
Peter Brook, con sei passaggi documentati dal 1990 al 2023: la versione cinematografica del Mahabharata, Love is my sin, Un Flauto magico da Mozart, The suit, The Prisoner, Tempest Project. Robert Wilson, presente dal 1991 al 2002. Jan Fabre, dodici passaggi dal 1987 al 2019, fra cui le ventiquattro ore di Mount Olympus. Romeo Castellucci con SOCIETAS, in cartellone anche quest’anno al Teatro Argentina. E ancora Milo Rau, Pippo Delbono, Emma Dante, Alain Platel, Virgilio Sieni, il duo Deflorian e Tagliarini, Wen Hui, Cecilia Bengolea e François Chaignaud.
Quest’anno si aggiungono Tiago Rodrigues, direttore del Festival d’Avignon, Jaha Koo, Thom Luz, Ersan Mondtag, Marta Cuscunà, Silvia Costa, Ben Duke, Leonardo Lidi, Fabiana Iacozzilli, Leonardo Manzan, Giovanni Ortoleva, Giorgina Pi.
Musica
Philip Glass, dal 1995 a oggi, con cinque passaggi documentati oltre a quello dell’edizione in corso. John Cage, eseguito nel 2015. Steve Reich, con un programma che lo ha unito a Gerhard Richter e all’Ensemble Intercontemporain, e a cui quest’anno il festival dedica un omaggio il 4 ottobre. Laurie Anderson, 2010 e 2025. E in questa edizione Max Richter, Jeff Mills, Caterina Barbieri, Fatoumata Diawara, Moritz von Oswald, Hildur Guðnadóttir, Jlin, Kangding Ray, Vinicio Capossela, Giovanni Sollima, Enrico Melozzi, Vanessa Wagner, Carlo Boccadoro.
Arti visive e digitali
Marina Abramović, presente nell’edizione 2012 di Digitalife con The Onion. E, quest’anno, Ayoung Kim, Chiara Passa, Total Refusal, il collettivo 2girls1comp, insieme alle accademie romane che partecipano al Game Day e ai Design Talks.
Come arrivare alle sedi principali
Il trasporto è la variabile che più spesso rovina una serata al festival, soprattutto per chi non conosce Roma. I riferimenti essenziali sono questi.
Mattatoio, piazza Orazio Giustiniani, Testaccio: metro B fermata Piramide e dieci minuti a piedi lungo via Marmorata e via Galvani, oppure tram 3 e autobus 83 lungo viale Aventino, 170 su via Marmorata. Per il rientro, la metro B in settimana chiude intorno alle 23:30, il venerdì e il sabato più tardi; chi esce oltre quell’ora ha gli autobus notturni o un taxi da piazzale Ostiense.
Auditorium Conciliazione, via della Conciliazione: metro A fermata Ottaviano e dodici minuti a piedi, oppure autobus 40 e 64 da Termini fino a piazza Pia. L’uscita a piedi verso Castel Sant’Angelo è una delle passeggiate serali migliori della città.
Auditorium Parco della Musica, viale Pietro de Coubertin: tram 2 da piazzale Flaminio, fermata Apollodoro, oppure autobus 910 da Termini e 53 da piazza San Silvestro. Nelle serate con più eventi in contemporanea conviene qualche minuto in più per capire in quale delle tre sale si entra.
Teatro Vascello, via Giacinto Carini, Monteverde: tram 8 fino a Trastevere e poi autobus in salita, oppure 75 e 44. È la sede più distante dal centro e quella che richiede più attenzione al rientro. Teatro Argentina: autobus 40, 62, 64, 70, 87, 492 e tram 8, in pieno centro. Teatro Costanzi, piazza Beniamino Gigli: metro A fermata Repubblica, tre minuti a piedi. Teatro Olimpico, piazza Gentile da Fabriano: tram 2 da Flaminio fino a Mancini, oppure autobus 280 e 910.
Domande che mi fanno spesso sul Romaeuropa
Il festival è già finito o si fa ancora in tempo?
Si fa ampiamente in tempo. L’apertura è stata l’8 settembre e la chiusura è il 15 novembre: a metà settembre sono passati pochi giorni su sessantanove, e la parte più densa del cartellone, cioè ottobre, deve ancora arrivare per intero.
Conviene il Passepartout o i biglietti singoli?
Dipende da quanti spettacoli si prevede di vedere. Il Passepartout conviene a partire da tre o quattro appuntamenti, e conviene molto a chi punta sui titoli da pochi coins. Per una cosa sola, il biglietto singolo è la strada normale.
Serve sapere l’italiano?
Per buona parte del cartellone, no. Tutta la danza, tutta la musica, le installazioni, il circo contemporaneo e gran parte della sezione kids sono non verbali o quasi. Il teatro in lingua straniera è in genere sopratitolato. Il teatro italiano, quello sì, richiede la lingua.
C’è qualcosa a ingresso libero?
Alcuni appuntamenti collaterali, in particolare fra talk, incontri e certe installazioni, hanno storicamente avuto accesso gratuito o a contributo ridotto. Le condizioni cambiano di anno in anno e vanno controllate evento per evento sul sito ufficiale.
Posso portare bambini agli spettacoli normali?
Meglio di no, a meno che non siano indicati come adatti. Il festival ha una sezione dedicata proprio per questo, concentrata fra il 30 ottobre e il 15 novembre al Mattatoio, con spettacoli pensati per fasce di età precise.
Come faccio a scegliere se non conosco nessuno dei nomi?
Si scelga il genere e la sede, non il nome. Chi ama la musica elettronica vada all’Ultra Club al Mattatoio; chi ama la danza guardi i titoli al Vascello e all’Argentina; chi vuole una serata di grande formato guardi l’Auditorium e il Costanzi. Il festival è costruito perché questa strategia funzioni. E nello stesso periodo la città offre molto altro, da una mostra al MAXXI alle lunghe residenze musicali come quella di Francesco De Gregori al Teatro Sala Umberto.
Il senso di tutto questo
Dopo tanti anni passati ad accompagnare persone in giro per Roma, il Romaeuropa resta per me la cosa più difficile da spiegare a chi arriva da fuori. Non è un monumento, non è una mostra, non ha un indirizzo. È un’abitudine che la città ha preso quarant’anni fa e non ha più perso: per dieci settimane all’anno, da settembre a novembre, Roma smette di essere soltanto il posto dove si guarda il passato e diventa anche il posto dove si guarda quello che sta succedendo adesso, altrove, nel resto del mondo.
La cosa curiosa è che lo fa usando quasi esclusivamente edifici vecchi: un mattatoio dell’Ottocento, un teatro settecentesco, una sala d’opera, un ex stabilimento industriale, l’accademia di un paese straniero su una collina. Nessuno di questi luoghi è stato costruito per ospitare una coreografa coreana o un compositore islandese, e proprio per questo, quando succede, funziona. Chi legge oggi ha davanti due mesi pieni di programmazione. Il consiglio finale è il più banale: aprire il calendario del festival, individuare due o tre serate libere fra fine settembre e metà novembre, e scegliere in base a quelle. Non al contrario. Il Romaeuropa premia chi si fida, e quasi sempre il ricordo migliore resta lo spettacolo di cui non si sapeva niente prima di entrare.
Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private, Aziendali e V.I.P. Chi desidera una passeggiata guidata a Testaccio e all’Ostiense, fra il Monte dei Cocci, il Mattatoio e l’archeologia industriale che oggi ospita il festival, accompagnato da una guida abilitata, scrive dalla pagina contatti di TourLeaderPro. Per agenzie e operatori che costruiscono programmi culturali e serali su Roma nei mesi autunnali è attivo un servizio di consulenza nell’area riservata ai tour operator.
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