Dissonanze — New Chapter: Björk, Peggy Gou e l’elettronica mondiale all’Auditorium

L’evento. Oggi, sabato 12 settembre 2026, e domani, domenica 13, l’Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone diventa per due giorni interi un festival di musica elettronica. Si chiama Dissonanze 2026, sottotitolo New Chapter, e chiude il Roma Summer Fest. Si comincia a mezzogiorno, letteralmente: il primo set del Park parte alle 12:00 di entrambe le giornate, e da lì si va avanti fino a notte fonda su tre palchi che lavorano in parallelo. Sulla Cavea, stasera alle 21:00, arriva Björk, seguita alle 22:30 da Peggy Gou. Domani sera, sempre sulla Cavea, Floating Points e Daphni suonano insieme back to back alle 20:30, e alle 22:30 tocca a Skream e Benga. Nel mezzo ci sono altri quaranta nomi, molti dei quali valgono il biglietto da soli. Se leggete queste righe stamattina, avete ancora tutto il tempo di arrivare in tempo per l’apertura. Se le leggete stasera, sappiate che la parte più interessante della giornata comincia adesso.

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Roma di notte✦ Dopo il tramonto

Roma di notte

Le stesse piazze, senza la folla e con le luci giuste. La città cambia completamente.

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Tour a piedi✦ Il classico

Tour a piedi

Roma si capisce camminando. La differenza la fa la guida, non l'itinerario: sono quasi tutti uguali sulla carta.

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Food tour✦ Vieni affamato

Food tour

Non è un pranzo: sono sei-otto tappe piccole. Il valore è nei posti in cui non saresti mai entrato da solo.

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Bar hopping e vita notturna✦ Dopo le 21

Bar hopping e vita notturna

Tre o quattro locali con qualcuno che sa quali sono aperti quella sera. Funziona meglio da soli che in coppia.

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Colosseo, Foro e Palatino✦ Va a ruba

Colosseo, Foro e Palatino

L'ingresso a orario sparisce con giorni di anticipo in alta stagione. La versione con i sotterranei è quella che vale il s...

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Musei Vaticani e Cappella Sistina✦ Vai all'apertura

Musei Vaticani e Cappella Sistina

Il primo slot della giornata o il tardo pomeriggio. A metà mattina è un nastro trasportatore, e non lo diciamo solo noi.

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Trevi, Pantheon e piazze✦ Centro storico

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Il cuore barocco a piedi, più il biglietto del Pantheon che ora serve davvero.

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Tour in golf cart✦ Poco cammino

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Il centro storico in un paio d'ore senza distruggerti i piedi, e passi dove i pullman non entrano.

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Vespa e Ape Calessino✦ Foto garantite

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In Ape ti portano loro, in Vespa guidi tu (serve la patente). Due esperienze molto diverse sotto lo stesso nome.

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Tour in sidecar✦ Il più scenografico

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Il sidecar vintage con conducente: costa più della Vespa, ma è il giro che finisce in tutte le foto.

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Corsi di cucina✦ Si mangia alla fine

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Pasta a mano e poi ci si siede a tavola. La domanda giusta è quante persone ci sono per postazione.

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Degustazioni di vino✦ Anche in città

Degustazioni di vino

In enoteca in centro o tra le vigne dei Castelli. Due cose diverse: una dura un'ora, l'altra una giornata.

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Castelli Romani✦ Fuori porta

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Frascati, Castel Gandolfo, il lago di Albano. Un'ora da Roma e sembra un'altra regione.

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Tivoli: Villa d'Este e Villa Adriana✦ Patrimonio UNESCO

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Due ville, due epoche, un solo biglietto mentale: le fontane di Villa d'Este e le rovine imperiali di Adriano.

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Galleria Borghese✦ Prenotazione obbligatoria

Galleria Borghese

Bernini e Caravaggio in due ore contate. Senza prenotazione non si entra, punto.

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Catacombe e Appia Antica✦ Sottoterra

Catacombe e Appia Antica

Chilometri di gallerie sotto la via Appia. Fresche d'estate, e sorprendentemente poco affollate.

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Colosseo: sotterranei e arena✦ Accesso limitato

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Il piano dove aspettavano gladiatori e belve, e il pavimento dell'arena. Posti contati ogni giorno.

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Pompei e Costiera Amalfitana✦ Giornata lunga

Pompei e Costiera Amalfitana

Da Roma si fa in giornata, ma è una giornata vera: sveglia presto e rientro a sera.

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Firenze in giornata✦ Alta velocità

Firenze in giornata

Un'ora e mezza di treno e sei sotto il Duomo. Si fa, se accetti di vedere tre cose e non dieci.

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Castel Sant'Angelo✦ Terrazza panoramica

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Mausoleo, fortezza, prigione e rifugio dei papi. E la terrazza con la vista migliore su San Pietro.

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Bus hop-on hop-off✦ Libertà di scesa

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Sali e scendi dove vuoi per 24 o 48 ore. Utile il primo giorno, per orientarsi.

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Capri e Costiera Amalfitana✦ Mare

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Da Roma è lunga, ma in due giorni si fa con calma. In giornata solo se accetti di correre.

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Scuola dei gladiatori✦ Con i bambini

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Due ore con la spada di legno in mano, sulla via Appia. Con i ragazzini funziona sempre.

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Segway e monopattino✦ Poco sforzo

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Copri il doppio del centro senza camminare. Dieci minuti di pratica e ci stai sopra.

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Udienza papale✦ Mercoledì

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Ogni mercoledì, quando il Papa è a Roma. Il biglietto è gratuito ma va ritirato.

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Terme di Caracalla✦ Poco affollato

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Muri alti trenta metri e quasi nessuno intorno. Uno dei posti più sottovalutati di Roma.

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Ostia Antica✦ A 30 minuti

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La Pompei di Roma, raggiungibile col treno urbano. Strade, taverne e mosaici, senza folla.

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Napoli e Pompei✦ Alta velocità

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Un'ora e dieci di treno. Il centro storico, il museo archeologico e la pizza vera.

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Vaticano: ingresso anticipato✦ Prima dell'apertura

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Dentro i Musei prima del pubblico. La Sistina quasi vuota è un'altra cosa.

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Tour in e-bike✦ Senza fatica

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Le sette colline con l'assistenza al pedale. L'Appia Antica e il Gianicolo diventano facili.

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Di cosa si tratta. Dissonanze non è un festival nuovo. È nato a Roma nel 2000 come showcase indipendente dedicato alla musica elettronica tedesca, quella che in Italia nessuno programmava, ed è cresciuto anno dopo anno fino a diventare il punto di riferimento italiano per le arti elettroniche e digitali. Lo ha ideato e curato Giorgio Mortari. Ha attraversato Roma da nomade, cambiando sede quasi a ogni edizione, e si è fermato nel 2010, alla decima edizione. Nel settembre 2025 il gruppo di collaboratori storici lo ha riportato in vita all’Auditorium per i venticinque anni dalla prima edizione. Quella fu una celebrazione. Questa, nelle intenzioni di chi la organizza, è un capitolo nuovo: due giornate piene, tre aree, una programmazione che va dal jazz al garage house di Newark, dalla techno romena al dubstep di Croydon, con in mezzo una delle voci più importanti degli ultimi quarant’anni.

La location. L’Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone, Viale Pietro de Coubertin 30, quartiere Flaminio. Il complesso progettato da Renzo Piano e inaugurato il 21 aprile 2002 con la Sala Sinopoli. Per queste due giornate il festival usa tre spazi, che nel programma ufficiale si chiamano Cavea, Park e Hidden. La Cavea è l’anfiteatro all’aperto al centro del complesso, quello incassato fra i tre gusci di piombo, dove si tengono i grandi concerti estivi. Park e Hidden sono le altre due aree, e su quelle torno più avanti perché è lì che si gioca metà della partita.

Il programma di oggi, sabato 12 settembre, ora per ora

Vi metto il programma ufficiale così come lo pubblica l’Auditorium, perché è la cosa più utile che posso darvi in una giornata come questa. Tre palchi, orari sovrapposti, scelte da fare.

Cavea, sabato 12. 15:45 Ruthven. 17:00 Nubiyan Twist. 18:00 Isabella. 19:30 Kelly Lee Owens. 21:00 Björk. 22:30 Peggy Gou.

Park, sabato 12. 12:00 Duddha, hybrid set. 13:30 TI ES. 15:30 Yu Su. 17:15 Carista. 19:00 Tony Humphries. 20:30 Derrick Carter. 22:00 Ron Trent.

Hidden, sabato 12. 16:00 Dante. 18:00 Sugar Free. 20:30 Paranoid London, live. 21:30 Aline Brooklyn back to back con Ageless.

Guardatelo bene, questo schema, perché racconta una cosa precisa. La Cavea di sabato è costruita come un concerto: si apre con un cantante soul inglese, si passa a un collettivo jazz britannico, si sale con l’elettronica vocale gallese di Kelly Lee Owens, si arriva a Björk alle nove di sera e si scarica tutto con il dj set di Peggy Gou. È una curva emotiva, pensata per essere seguita dall’inizio alla fine seduti o in piedi, ma comunque guardando un palco.

Il Park, nelle stesse ore, fa un mestiere completamente diverso. Alle sette di sera, mentre sulla Cavea si prepara il palco per Björk, al Park suona Tony Humphries, che è uno degli uomini che hanno inventato la house di New York e del New Jersey al Club Zanzibar di Newark. Alle 20:30 arriva Derrick Carter, Chicago. Alle 22:00 Ron Trent, ancora Chicago, deep house della scuola più profonda. Tre ore e mezza consecutive di storia della musica da ballo americana, e succedono esattamente nelle ore in cui tutti gli occhi sono puntati altrove.

L’Hidden di sabato è la parte più piccola e la più cattiva. Paranoid London alle 20:30 suonano dal vivo, non mettono dischi: fanno acid house con le macchine sul palco, e chi li ha visti sa che è una delle cose più fisiche in circolazione. Poi Aline Brooklyn e Ageless si passano i dischi fino a chiusura.

Il programma di domani, domenica 13 settembre, ora per ora

Cavea, domenica 13. 14:45 Jazzanova con Wayne Snow. 16:15 Session Victim. 17:30 Chloé Caillet. 19:00 Job Jobse. 20:30 Floating Points back to back con Daphni. 22:30 Skream e Benga.

Park, domenica 13. 12:00 Duddha, live. 13:00 Lefto Early Bird. 15:00 Betametric. 17:00 Tiger and Woods, live. 18:00 Moodymann back to back con Pittman. 20:00 Octave One, live. 21:00 Donato Dozzy. 22:30 Sama Abdulhadi.

Hidden, domenica 13. 16:00 Lorenzo Ghini. 17:30 Sossa. 19:00 GNMR. 20:30 Raresh. 22:30 Iride back to back con Giancarlino.

La domenica cambia completamente pelle. Non c’è un headliner nel senso pop del termine: c’è un fine settimana che si scioglie in una giornata lunga e costruita con una logica da club. Sulla Cavea si comincia presto, alle 14:45, con Jazzanova, il collettivo berlinese che ha passato vent’anni a spiegare che il jazz e il broken beat sono la stessa famiglia, e con la voce di Wayne Snow sopra. Poi Session Victim, poi Chloé Caillet, poi Job Jobse, che è uno dei dj europei più bravi a costruire archi lunghi. Alle 20:30 arriva il momento che molti aspettavano da quando è uscita la lineup: Sam Shepherd, cioè Floating Points, insieme a Dan Snaith, cioè Daphni, che è lo stesso uomo dietro Caribou. Due musicisti veri, non due selettori, che si dividono lo stesso mixer per due ore. E in chiusura Skream e Benga, i due ragazzi di Croydon che hanno inventato il dubstep in una stanza e poi lo hanno portato in tutto il mondo.

Il Park di domenica è forse la programmazione più forte dell’intero festival, e lo dico senza esagerare. Alle 17:00 Tiger and Woods dal vivo. Alle 18:00 Moodymann, cioè Kenny Dixon Jr, Detroit, uno che suona quando gli va e come gli va, in coppia con Pittman. Alle 20:00 Octave One, sempre Detroit, i fratelli Burden, che il live lo fanno davvero con le macchine e le mani. Alle 21:00 Donato Dozzy, il nome italiano più rispettato all’estero nella techno ipnotica. Alle 22:30 Sama Abdulhadi, la dj palestinese che ha portato la techno a Ramallah e poi in tutta Europa. Se domani riuscite a stare al Park dalle cinque del pomeriggio a mezzanotte senza muovervi, avrete visto una delle migliori sequenze di elettronica programmate a Roma negli ultimi anni.

E all’Hidden, alle 20:30, c’è Raresh. Chi frequenta il giro romeno del minimal sa che cosa significa: set lunghissimi, pochissime note, una tensione che non si scarica mai del tutto. Alle 22:30 chiudono Iride e Giancarlino insieme, e su Giancarlino torno dopo perché merita un capitolo a parte.

Le tre aree: Cavea, Park e Hidden, e perché non sono intercambiabili

Questa è la cosa che secondo me va capita prima di entrare, perché determina come passerete la giornata.

La Cavea è l’anfiteatro all’aperto dell’Auditorium. Gradinate, palco grande, impianto da concerto, pubblico che guarda in una direzione sola. È lo spazio dove in questa stessa estate si sono esibiti Fiorella Mannoia, i Wilco, i Judas Priest e Angelina Mango. In Cavea, per come è fatta, si ascolta benissimo e ci si muove poco. È il posto giusto per Björk, che non è un dj set ed è uno spettacolo da guardare.

Il Park, come dice il nome, è l’area aperta del complesso, quella dei prati e degli spazi esterni fra i tre volumi delle sale. Qui il pubblico non guarda in una direzione sola: si resta in piedi, ci si gira, si esce, si rientra. È lo spazio delle dodici ore continuate, dal set di mezzogiorno fino alla chiusura, ed è quello che più assomiglia all’idea originale di Dissonanze: un luogo dove passano cose diverse e dove il pubblico decide da solo che cosa seguire.

L’Hidden è il terzo palco, il più piccolo, e il nome dice già l’intenzione. Apre più tardi degli altri, alle quattro del pomeriggio, e chiude per ultimo. Programmazione da club: set lunghi, nomi che il pubblico generalista non conosce, una selezione che va dall’acid house dal vivo al minimal romeno. È il posto dove finiscono le notti.

Una raccomandazione pratica e importante: l’accesso ai tre palchi è soggetto ai limiti di capienza dichiarati dall’organizzazione. Se un palco raggiunge la capienza massima, bisogna aspettare fuori che si liberi spazio prima di poter entrare. Vale soprattutto per l’Hidden, che è il più piccolo dei tre. Tradotto in comportamento: se avete un nome all’Hidden che non volete assolutamente perdere, arrivate lì con venti minuti di anticipo e non alle prime note.

Le regole di ingresso, quelle che cambiano davvero la giornata

L’Auditorium ha pubblicato lunedì 8 settembre una nota specifica su biglietti e accessi, e contiene tre informazioni che vale la pena leggere prima di uscire di casa, non davanti al tornello.

Uno: il biglietto è valido per tutta la giornata. Vale dall’apertura ufficiale del festival fino all’orario di chiusura della giornata che avete scelto, e include l’accesso a performance, attività, installazioni e a tutta la programmazione prevista. Non ci sono biglietti separati per palco, non c’è un supplemento per la Cavea. Chi entra alle dodici e chi entra alle nove di sera paga lo stesso e vede gli stessi palchi. Il che rende molto stupido entrare alle nove di sera.

Due: una volta entrati non si può uscire e rientrare. Questa è la regola che rovina più giornate di qualunque altra, ed è quella che nessuno legge. Significa che non potete entrare a mezzogiorno, uscire alle cinque per andare a mangiare qualcosa fuori o a riposarvi in macchina, e poi rientrare per Björk. Se uscite, la vostra giornata di festival è finita. Organizzate di conseguenza: mangiate prima di entrare oppure mettete in conto di mangiare dentro, e non lasciate nulla di indispensabile in auto o in albergo.

Tre: l’ingresso è consentito esclusivamente ai maggiorenni. Solo maggiori di diciotto anni, senza eccezioni dichiarate. Portate un documento e mettetelo in tasca, non in fondo allo zaino. Se avete comprato un biglietto per un figlio diciassettenne pensando che con un genitore si potesse entrare, la risposta purtroppo è no.

Sul prezzo: la biglietteria ufficiale indica un ingresso a partire da 60 euro per giornata, e la vendita passa per il canale ufficiale del festival collegato dalla pagina dell’evento sul sito dell’Auditorium. A quest’ora di oggi la disponibilità è quella che è, ma per esperienza le giornate di domenica dei festival elettronici restano aperte più a lungo di quelle di sabato.

Una curiosità su Dissonanze — New Chapter: Björk, Peggy Gou e l’elettronica mondiale all’Auditorium

Dissonanze è nato nel 2000 con uno scopo talmente specifico che oggi fa quasi sorridere: far conoscere in Italia la musica elettronica tedesca. Non l’elettronica in generale, non il clubbing, non la techno come genere. La scena tedesca, quella che in quegli anni stava riscrivendo il vocabolario del suono elettronico fra Berlino, Colonia e Francoforte, e che in Italia praticamente nessuno programmava. La prima edizione fu uno showcase indipendente, piccolo, con una selezione di artisti internazionali quasi sconosciuti al pubblico italiano.

Il punto interessante è che quello scopo minuscolo ha funzionato così bene da diventare obsoleto in pochi anni. Già dalla seconda o terza edizione Dissonanze aveva smesso di essere una vetrina tedesca ed era diventato un festival internazionale a tutti gli effetti, con un impianto curatoriale sempre più marcato e una ricerca ossessiva sul rapporto fra suono, immagine e architettura dello spazio. La missione iniziale si era esaurita perché era riuscita.

Ed è per questo che il festival, negli anni, non si è mai fermato in un posto solo. Ha occupato il Palazzo dei Congressi dell’EUR, che dal 2005 è diventato la sua sede principale e il suo simbolo visivo, con quel marmo bianco razionalista illuminato dai laser. Ma prima e insieme ha usato il Chiostro del Bramante, cioè un cortile rinascimentale nel cuore di Roma. E l’ex Lanificio Luciani di via di Pietralata. E l’ex Mattatoio di Ostiense. E la Cappa Mazzoniana dentro la Stazione Termini. E perfino un deposito Atac in via di Grottarossa. Un festival che in dieci anni ha messo casse e proiettori in un chiostro del Cinquecento, in un macello dismesso, in una lanetta industriale e in un deposito di autobus.

Se oggi vi sembra normale che una giornata di techno si tenga dentro un complesso di Renzo Piano progettato per la musica sinfonica, è anche perché Dissonanze ha passato dieci anni a normalizzare esattamente questa idea: che l’elettronica meriti gli spazi belli della città, non soltanto i capannoni in periferia.

Come arrivare oggi, e come tornare a casa stanotte

L’Auditorium si raggiunge facilmente, e soprattutto si raggiunge senza macchina, cosa che in una giornata come questa conta parecchio.

Il modo più semplice è il tram 2 da Piazzale Flaminio: si scende alla fermata Apollodoro e l’ingresso è a un centinaio di metri. Piazzale Flaminio a sua volta è il capolinea della metro A, fermata Flaminio, uscita Piazza del Popolo. Quindi da qualunque punto della linea A, compresi Termini, Repubblica, Spagna e Ottaviano, la catena è: metro A fino a Flaminio, tram 2 fino ad Apollodoro, quattro minuti a piedi. In alternativa ci sono le linee di superficie che passano per Viale Tiziano e Piazza Mancini, fra cui la 53, la 168, la 910 e la 982, ma in una giornata di festival il tram resta la scelta più prevedibile.

In auto la storia è diversa. L’Auditorium ha un parcheggio interno a pagamento, ma con due giornate di festival e una Cavea da riempire si esaurisce presto, e il quartiere intorno non perdona: Viale de Coubertin, Viale Maresciallo Pilsudski e le strade del Villaggio Olimpico si saturano nel giro di un’ora. Se proprio dovete venire in macchina, lasciatela lontana e fate gli ultimi dieci minuti a piedi. Considerate anche che se entrate e non potete più uscire, la macchina resta ferma dove l’avete lasciata fino a fine serata, e il conto del parcheggio corre.

Il ritorno è la parte che va pensata prima. La metro A di Roma il sabato sera prolunga il servizio oltre l’orario feriale, quindi chi stasera esce prima dell’una e mezza ha ragionevoli possibilità di trovarla aperta. La domenica sera no: la metro chiude all’orario ordinario, intorno alle undici e mezza, e quindi chi domani vuole restare fino alla chiusura del Park o dell’Hidden deve mettere in conto il bus notturno, il taxi o un passaggio. Il consiglio operativo è banale ma funziona: se siete in gruppo, mettetevi d’accordo prima di entrare su come si torna, perché all’una di notte davanti a un ingresso pieno di gente stanca la trattativa diventa faticosa. Le postazioni taxi più vicine sono quelle di Piazza Mancini e di Piazzale Flaminio, e in serate come questa conviene camminare fino a una postazione piuttosto che sperare in un taxi libero davanti all’Auditorium.

Un ultimo dettaglio geografico che pochi sfruttano: dall’Auditorium si arriva a piedi al Ponte della Musica in cinque minuti, e attraversandolo si è dall’altra parte del Tevere, al Foro Italico, dove passano altre linee. Se il Flaminio è ingolfato, quella è una via di fuga che quasi nessuno considera.

Una cosa che non ti dice nessuno su Dissonanze — New Chapter: Björk, Peggy Gou e l’elettronica mondiale all’Auditorium

La cosa che non vi dice nessuno è che il biglietto di questo festival vale dodici ore e quasi tutti ne usano quattro.

Lo vedo ogni volta che all’Auditorium si fa un evento lungo, e qui sarà uguale. La maggior parte del pubblico arriva verso le sette o le otto di sera, perché il cervello di chi compra un biglietto per un concerto è programmato così: si va la sera, si vede l’artista principale, si torna a casa. Risultato: entrate alle sette, avete pagato lo stesso prezzo di chi è entrato alle dodici, e avete saltato sette ore di programmazione che non tornano più.

Guardate che cosa vi perdete oggi entrando alle sette. Vi perdete il set di Duddha che apre a mezzogiorno, che è il momento in cui l’Auditorium è vuoto, la luce è bella e si cammina liberamente. Vi perdete TI ES alle 13:30, Yu Su alle 15:30 e Carista alle 17:15, che è una sequenza costruita con criterio da chi ha fatto la programmazione. Vi perdete Ruthven e i Nubiyan Twist in Cavea nel primo pomeriggio, con la gradinata quasi libera e la possibilità di sedersi dove volete invece che dove capita. E soprattutto vi perdete le ore in cui il festival è ancora vivibile: bagni senza fila, bar senza coda, spazio per muoversi fra un palco e l’altro.

Domani vale ancora di più, perché la Cavea apre alle 14:45 con Jazzanova e perché dalle 17:00 in poi il Park mette in fila Tiger and Woods, Moodymann, Octave One, Donato Dozzy e Sama Abdulhadi. Chi arriva alle otto di sera vede gli ultimi due nomi di quella sequenza e si perde i primi tre.

C’è poi una conseguenza tattica di cui nessuno parla mai. Con la regola del divieto di uscita e rientro, arrivare presto significa anche entrare quando i controlli all’ingresso sono veloci. Alle sette di sera, con tutto il pubblico serale che si presenta insieme, la fila ai controlli può costarvi mezz’ora. A mezzogiorno si entra in tre minuti. La differenza fra le due situazioni non è il biglietto, è l’ora in cui decidete di alzarvi dal divano.

Se avete comprato il biglietto per Björk e state pensando di arrivare alle otto per non stancarvi troppo, vi capisco. Ma capite anche che state pagando sessanta euro per due ore e mezza di musica quando potevate averne dodici.

Che cosa portarsi dietro per una giornata lunga

Regole pratiche, in ordine di importanza, pensate per chi entra stamattina o domani mattina.

Il documento di identità. Obbligatorio, perché l’ingresso è riservato ai maggiorenni. Tenetelo in tasca e non nello zaino.

Scarpe che reggano dodici ore. Il Park è uno spazio aperto e lo si attraversa decine di volte. La Cavea ha gradinate in pietra. A mezzanotte la differenza fra una giornata bella e una giornata da dimenticare è quasi sempre nei piedi.

Una felpa o una giacca leggera. Settembre a Roma inganna: alle tre del pomeriggio si gira in maglietta, alle undici di sera all’aperto, sotto i pini del Flaminio e con il Tevere a due passi, la temperatura scende in modo netto. La Cavea è incassata e ventilata, e di notte si sente.

La batteria esterna. Con un biglietto digitale sul telefono, dodici ore di giornata e un impianto di rete congestionato da migliaia di persone nello stesso posto, il telefono a mezzanotte è morto. Se il biglietto vi serve anche per uscire o per un controllo, un telefono spento è un problema serio. E comunque vi servirà per ritrovare gli amici.

Un tappo per le orecchie, se vi interessa sentirci anche fra vent’anni. Non è una posa da vecchi: chiunque lavori in questo mestiere ne ha un paio in tasca. Costano pochi euro, non tolgono nulla al suono e cambiano completamente il modo in cui arrivate alla fine della serata.

Contanti, un po’. Quasi tutto funziona con carta, ma in un contesto con migliaia di persone e reti che vanno e vengono, avere venti euro in tasca risolve situazioni.

E una cosa da non portare: bagagli grossi. Ricordatevi che non si esce e non si rientra, quindi lo zaino che vi portate dentro alle dodici ve lo portate addosso fino alle due di notte.

Il consiglio che ti do per visitare Dissonanze — New Chapter: Björk, Peggy Gou e l’elettronica mondiale all’Auditorium

Il consiglio è uno solo e lo riassumo in una frase: scegliete un palco come casa e trattate gli altri due come gite.

Mi spiego, perché questa è la cosa che separa chi esce contento da chi esce con la sensazione di aver corso tutto il giorno senza vedere niente. Su tre palchi che suonano in parallelo per dodici ore, la tentazione naturale è fare il giro continuo: venti minuti qui, venti minuti là, controllo il programma, mi sposto. Il risultato di quella strategia, garantito, è che alla fine della giornata non avrete visto un solo set intero e non vi ricorderete nulla. La musica elettronica dal vivo funziona sul tempo lungo: un dj bravo costruisce in un’ora e mezza un percorso che nei primi venti minuti non si capisce.

Quindi decidete adesso, prima di entrare, dove volete stare. E decidete in base a che cosa cercate, non in base a quali nomi conoscete.

Se oggi cercate uno spettacolo, la vostra casa è la Cavea: entrate nel pomeriggio, prendete posto, seguite la curva da Ruthven fino a Peggy Gou e concedetevi una sola gita al Park verso le sette per Tony Humphries, che vale la deviazione.

Se oggi cercate di ballare, la vostra casa è il Park: state lì dal pomeriggio, accettate di vedere Björk da lontano oppure di non vederla affatto, e godetevi la sequenza Humphries, Derrick Carter, Ron Trent che è il vero blocco storico della giornata. Una gita sola, alle 20:30, all’Hidden per Paranoid London dal vivo.

Domani il ragionamento si ribalta. Se domani cercate il momento memorabile, la vostra casa è la Cavea per Floating Points e Daphni alle 20:30, con arrivo almeno da Job Jobse alle 19:00 per entrare nel clima giusto. Se domani cercate la musica, la vostra casa è il Park dalle cinque del pomeriggio in poi, e non vi muovete di lì: Tiger and Woods, Moodymann, Octave One, Donato Dozzy, Sama Abdulhadi in fila sono cinque ore e mezza che non si ripetono.

Un corollario sull’Hidden: per via dei limiti di capienza, l’Hidden si riempie e chiude. Se domani volete Raresh alle 20:30, presentatevi alle 20:10. Se vi presentate alle 20:45 perché eravate al Park a sentire Octave One, rischiate di restare fuori, e restare fuori significa passare mezz’ora in attesa che qualcuno esca.

Ultima cosa, e ve la dico con affetto. Non guardate il programma sul telefono ogni dieci minuti. Fotografatelo adesso, decidete tre momenti che non volete perdere, e per il resto lasciate fare a chi ha costruito la giornata. È esattamente quello per cui avete pagato.

Björk in Cavea: che cosa aspettarsi stasera alle nove

Merita un paragrafo a parte, perché è il motivo per cui metà del pubblico di oggi ha comprato il biglietto e perché è anche il momento più fraintendibile della giornata.

Björk non è una dj. Alle 21:00 sulla Cavea non ci sarà un set da ballare, ci sarà uno spettacolo. Chi ha seguito il suo percorso negli ultimi trent’anni sa che i suoi live sono costruiti come opere: scenografia, luci, costumi, una drammaturgia. La Cavea dell’Auditorium, con la sua conca di gradinate e i tre gusci scuri alle spalle, è uno degli spazi romani che meglio possono reggere una cosa del genere, ed è anche il motivo per cui il festival ha messo lei sulla Cavea e non al Park.

Il modo giusto di viverla è di prendere posto in anticipo, almeno mezz’ora prima, e di restare fermi. Il modo sbagliato è arrivare alle nove e cinque, cercare gli amici, spostarsi due volte e passare il primo quarto d’ora a guardare uno schermo. Vale anche il contrario: se questo genere di concerto non vi interessa, le nove di sera sono l’ora in cui il Park e l’Hidden hanno lo spazio migliore di tutta la giornata, perché una fetta importante del pubblico è in Cavea. Chi resta al Park mentre suona Björk balla con il doppio dello spazio.

Un dettaglio sul dopo: alle 22:30, subito dopo, sulla stessa Cavea arriva Peggy Gou. È il passaggio più brusco della giornata, dal concerto alla pista, e una parte del pubblico si alzerà e se ne andrà proprio in quel momento. Se volete vedere il set di Peggy Gou nelle condizioni migliori, restate seduti dove siete e lasciate che il ricambio si consumi intorno a voi.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Che il Roma Summer Fest sia diventato grande lo sanno tutti. Quello che si cita poco è quanto sia stata l’elettronica a cambiarne la natura, e quanto in fretta sia successo.

Nell’estate 2025 la Fondazione Musica per Roma ha chiuso la stagione con oltre 234.000 spettatori complessivi fra Roma Summer Fest e Summertime alla Casa del Jazz. Il solo Roma Summer Fest ha superato i 200.000 spettatori, con 23 serate sold out su 61 eventi. Fin qui, numeri da grande festival estivo europeo. Il dato che si cita meno è un altro, ed è quello che spiega perché oggi Dissonanze chiude il cartellone invece di essere un evento a margine: nel 2025 il 70 per cento dei biglietti di una delle serate elettroniche è stato acquistato all’estero. Non il 7, il 70. Altre serate elettroniche di quella stessa estate hanno venduto quote significative in Francia, Spagna, Inghilterra e Stati Uniti.

È un cambiamento profondo del pubblico di un festival che fino a pochi anni fa era soprattutto un appuntamento romano e italiano. Sull’edizione 2026, presentata a maggio, la Fondazione ha dichiarato che il 30 per cento degli acquisti viene da under 30 e che oltre il 10 per cento arriva dall’estero, su un cartellone di oltre 70 spettacoli distribuiti su più di due mesi, da metà giugno a metà settembre.

Il motivo per cui vi racconto questi numeri in una guida pratica è che spiegano che cosa vi trovate intorno oggi. Nella fila accanto a voi ci sarà gente arrivata apposta da Berlino, da Barcellona, da Londra, che ha preso un volo e due notti d’albergo per due giornate di musica. Non è un dettaglio di colore: cambia l’atmosfera, cambia le lingue che sentite, e cambia anche il livello di attenzione del pubblico davanti ai palchi. Chi ha preso un aereo per venire qui non passa il set a guardare il telefono.

E spiega anche una scelta che a prima vista poteva sembrare strana: mettere un festival di musica elettronica a chiudere un cartellone che nella stessa estate ha ospitato Ludovico Einaudi, i Judas Priest, John Legend e Danny Elfman. Non è una concessione alla moda. È il riconoscimento che quella è la parte del programma che porta il pubblico più giovane e più internazionale, e che la porta in un quartiere che il resto dell’anno chiude alle otto di sera.

Mangiare, bere e sopravvivere dentro una giornata di dodici ore

Siccome non si esce e non si rientra, il tema del cibo passa da dettaglio a questione centrale.

Il consiglio più semplice: mangiate bene prima di entrare. Se venite in tram dal centro, fermatevi al Flaminio o intorno a Piazza Mancini e fate un pasto vero. Entrare a stomaco pieno alle dodici significa arrivare alle sei di sera senza dover fare la fila nel momento peggiore, cioè quando la fanno tutti.

Dentro, nelle giornate di grande afflusso, l’Auditorium attiva i suoi punti di ristoro e le aree food del festival. Funzionano, ma seguono la stessa legge di tutti i festival del mondo: fra le otto e le dieci di sera la fila è lunga, alle tre del pomeriggio non c’è nessuno. Se avete fame verso le cinque, mangiate alle cinque e non aspettate.

Sull’acqua: bevete, e bevete molto prima di avere sete. Dodici ore all’aperto a settembre, anche con temperature gentili, disidratano più di quanto sembri, e la stanchezza che vi prende alle dieci di sera nove volte su dieci è disidratazione e non sonno. Cercate i punti acqua appena entrate, così sapete dove sono quando vi servono.

E un pensiero sul ritmo. Dodici ore sono tante. Le giornate migliori che ho visto in posti come questo sono quelle di chi si concede due pause vere, venti minuti seduti da qualche parte lontano dalle casse, una nel pomeriggio e una intorno alle otto. Chi non si ferma mai crolla verso le undici, cioè esattamente quando comincia la parte migliore.

La foto giusta da fare a Dissonanze — New Chapter: Björk, Peggy Gou e l’elettronica mondiale all’Auditorium

La foto che tutti faranno stasera è il palco della Cavea dalle gradinate, con le luci e la folla. La farete anche voi, è normale, e verrà uguale a diecimila altre.

La foto giusta è un’altra, e per farla dovete girarvi.

Mettetevi sulle gradinate alte della Cavea, verso l’ultima fila, e invece di inquadrare il palco inquadrate il pubblico dal basso verso l’alto con i tre gusci di piombo dell’Auditorium che chiudono la scena alle spalle. Quelle tre carene scure, viste di notte da dentro la conca, con le luci del palco che le accendono di rimbalzo, sono l’unica cosa che rende immediatamente riconoscibile questo posto rispetto a qualunque altro festival del mondo. È la firma di Renzo Piano, e in una foto di concerto non la usa quasi nessuno.

L’orario giusto è preciso: fra le 19:30 e le 20:15. È il momento in cui il sole è già andato via dietro Monte Mario ma il cielo sopra il Flaminio è ancora blu profondo e non nero. In quel quarto d’ora le luci artificiali del palco e la luce residua del cielo hanno la stessa intensità, e la fotografia regge entrambe senza bruciare. Venti minuti dopo il cielo è nero e la foto diventa un rettangolo di buio con dentro una macchia luminosa.

La seconda foto, quella che nessuno pensa a fare, è al Park nel primo pomeriggio. Verso le due, quando la giornata è appena cominciata, ci sono poche persone, la luce è piena e si vedono i volumi dell’architettura senza migliaia di teste davanti. Una foto del festival vuoto, la mattina, è la cosa che fra due anni vi ricorderà meglio come era fatta questa giornata.

Due avvertenze pratiche. La prima: durante il concerto di Björk lasciate stare il telefono. È uno spettacolo costruito visivamente e guardarlo attraverso uno schermo da sei pollici è uno spreco, oltre a essere una scortesia verso chi è dietro di voi. La seconda, più prosaica: ogni foto che fate consuma batteria, e la batteria vi serve per tornare a casa e per ritrovare gli amici. Scegliete tre momenti, fotografate quelli, e per il resto tenete il telefono in tasca.

Il quartiere intorno, se avete tempo prima o dopo

Il Flaminio nei giorni normali è uno dei quartieri più tranquilli di Roma, e in due giornate come queste diventa irriconoscibile. Se arrivate con un paio d’ore di anticipo, ecco che cosa avete a distanza di cammino.

A cinque minuti a piedi, su via Guido Reni, c’è il MAXXI, il museo nazionale delle arti del XXI secolo progettato da Zaha Hadid. La piazza davanti al museo è un buon posto per aspettare, e nella stagione estiva ospita la rassegna Estate al MAXXI. Fra l’edificio di Hadid e quello di Piano ci sono trecento metri: è probabilmente la concentrazione di architettura contemporanea più densa di Roma, e ci si passa in mezzo senza accorgersene.

Dall’altra parte, verso il fiume, c’è il Ponte della Musica, la passerella pedonale e ciclabile che porta al Foro Italico. Attraversarlo al tramonto, con il Tevere sotto e Monte Mario davanti, è una delle passeggiate gratuite più belle della città e dura dieci minuti. Se avete un’ora libera prima di entrare, fate quella.

Risalendo il fiume si arriva a Ponte Milvio, che è più lontano ma raggiungibile a piedi in una ventina di minuti dalla zona dell’Auditorium, e che intorno ha la maggiore concentrazione di locali del quadrante nord. A due passi dall’Auditorium, dall’altro lato di Viale Tiziano, c’è il Teatro Olimpico, e poco oltre lo Stadio Olimpico.

Una nota sul Villaggio Olimpico, cioè il quartiere residenziale costruito per i Giochi del 1960 che circonda l’Auditorium su due lati. È un pezzo di architettura razionalista tardo molto interessante, con i palazzi su pilotis e i cortili alberati, e di giorno ci si cammina benissimo. In due giornate di festival è anche l’area dove parcheggiano tutti, quindi trattatela con rispetto: sono case di persone che vivono lì, e alle due di notte il rumore si sente.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

Dissonanze ha una storia lunga ventisei anni e si è svolto in mezza Roma. Ecco i momenti che chi c’era continua a raccontare.

2000, la prima edizione. Uno showcase indipendente di artisti internazionali quasi sconosciuti in Italia, dedicato alla scena elettronica tedesca. Piccolo, autoprodotto, nato dall’idea di una persona sola, Giorgio Mortari. Nessuno all’epoca avrebbe scommesso che sarebbe diventato il festival di riferimento del Paese.

2001, i Matmos dal vivo. Il duo americano che costruiva brani campionando interventi chirurgici e oggetti domestici suonò a Dissonanze e ci tornò altre due volte, nel 2003 e nel 2005. Tre presenze in cinque anni raccontano meglio di qualsiasi manifesto che tipo di curatela fosse quella.

2003, Richie Hawtin davanti a cinquemila persone. Fu il primo artista di Dissonanze a suonare per un pubblico di quella dimensione, e fu il momento in cui il festival capì di non essere più un evento di nicchia. Hawtin tornò nel 2005 e poi ancora nel 2010, quella volta con il progetto Plastikman in versione live.

2005, il Palazzo dei Congressi dell’EUR. Dall’edizione del 2005 il festival trovò la sua sede simbolo nel capolavoro razionalista di marmo bianco all’EUR, e da quel momento il rapporto fra suono e architettura diventò parte esplicita del progetto artistico. Nello stesso anno la performance audiovisiva di Ryoji Ikeda e il lavoro di suoni e laser dell’olandese Edwin van der Heide mostrarono a un pubblico molto eterogeneo che cosa volesse dire davvero la parola musica visiva.

2006, il set di chiusura di Sven Väth. Diecimila persone che ballano fino alle prime luci dell’alba. È il momento più citato dell’intera storia del festival, e per una generazione di romani è semplicemente la notte di Dissonanze. Nella stessa edizione Edwin van der Heide passò da artista a curatore di un’intera sezione, portando nomi come Maryanne Amacher, Yasunao Tone, Cristian Vogel, Richard Devine, Francisco López e Carl Michael von Hausswolff.

2010, la decima edizione e la fine. Dal 21 al 23 maggio 2010, con Richie Hawtin in versione Plastikman, Jeff Mills, Gil Scott-Heron, Jamie Lidell, il Moritz von Oswald Trio, Joris Voorn, Pantha du Prince, Shackleton, Seth Troxler, Ben Frost, Neon Indian e molti altri. Poi il festival si fermò, e per quindici anni Dissonanze fu un nome che i romani pronunciavano al passato.

20 e 21 settembre 2025, il ritorno. Il gruppo storico dei collaboratori riportò Dissonanze all’Auditorium Parco della Musica per celebrare i venticinque anni dalla prima edizione, nei Giardini Pensili, con The Martinez Brothers come ospite speciale e una lineup che comprendeva fra gli altri Ageless, Bradley Zero, Fabio Monesi, Giancarlino, Giorgio Gigli, Herva, Iride, Komfortrauschen, Paramida, Saoirse e Tenashee. Fu quella edizione, insieme ai sold out di altre serate elettroniche, a convincere la Fondazione Musica per Roma che l’elettronica meritava un posto centrale nel cartellone.

12 e 13 settembre 2026, oggi e domani. Il festival si allarga a tre palchi, sale sulla Cavea, occupa due giornate piene dalle dodici a notte e chiude l’intero Roma Summer Fest 2026, che si era aperto il 13 giugno con Serena Brancale. È la prima volta che Dissonanze ha una dimensione del genere, ed è la prima volta che un nome come Björk suona dentro il suo cartellone.

Chi è passato da Dissonanze — New Chapter: Björk, Peggy Gou e l’elettronica mondiale all’Auditorium

L’elenco delle persone passate da Dissonanze fra il 2000 e il 2010 è una specie di censimento di tutto quello che è successo nella musica elettronica in quel decennio, e leggerlo oggi fa un certo effetto.

Dalla techno di Detroit e Chicago sono passati Jeff Mills, Carl Craig, Kenny Larkin, i Model 500 con Juan Atkins e Mad Mike Banks, Derrick May nell’orbita di quella scena. Dall’Europa sono arrivati Sven Väth, Laurent Garnier, Ricardo Villalobos, Ellen Allien, Miss Kittin, Luciano, Loco Dice, Magda, Speedy J, Dave Clarke, Luke Slater, Chris Liebing, Tiga, Timo Maas, James Holden, Joris Voorn, Nathan Fake, Isolée, Booka Shade, i Digitalism, Apparat e Moderat.

Dal versante sperimentale e accademico il festival ha ospitato niente meno che Karlheinz Stockhausen, e poi Ryoji Ikeda, Carsten Nicolai, Alva Noto nelle sue varie forme, Fennesz, Monolake, Pole, Oval, Thomas Brinkmann, Thomas Köner, Francisco López, Maryanne Amacher, Vladislav Delay, Robert Lippok, i To Rococo Rot, gli Autechre nell’ambiente che frequentavano, i Cluster di Dieter Moebius e Roedelius, e Karl Bartos, cioè uno dei Kraftwerk storici.

Dal lato più di canzone e di banda sono passati i Battles, Bat For Lashes, i Mouse On Mars, i Plaid, i Micachu and the Shapes, i Giardini di Mirò, i Books, Jamie Lidell, Prefuse 73, Flying Lotus con Samiyam, The Bug, The Herbaliser, gli Underworld, gli Unkle, i Caribou. E qui arriviamo al collegamento più bello di questa edizione: Caribou è Dan Snaith, e Dan Snaith è anche Daphni, cioè uno dei due nomi che domani sera alle 20:30 salgono sulla Cavea insieme a Floating Points. La stessa persona torna a Roma, sotto un altro nome, sedici anni dopo la chiusura del festival.

Dalla scena italiana Dissonanze ha fatto passare Lory D, Marco Passarani, Max Durante, Donato Dozzy nell’ambiente che quel festival ha contribuito a creare, i Retina.it, i Mokadelic, i Ninos du Brasil con Nico Vascellari, gli Zu. E Giancarlino, che compare nell’elenco degli artisti del primo decennio e che domani sera alle 22:30, all’Hidden, chiude il festival insieme a Iride. Ventisei anni dopo. In mezzo a un cartellone pieno di star internazionali, il set di chiusura tocca a un dj romano che a Dissonanze suonava già quando molti dei presenti non erano nati.

Sul fronte visivo, che per Dissonanze non è mai stato un accessorio, sono passati Edwin van der Heide, gli United Visual Artists, Ryoichi Kurokawa, i Granular Synthesis, gli Addictive TV, i Semiconductor, Stephen Vitiello, Steve Roden, Philipp Geist, i Pink Twins, gli Skoltz Kolgen, i Warp Visuals e decine di altri studi e collettivi. Chi oggi guarda i proiettori e i led di un festival elettronico e li dà per scontati dovrebbe sapere che in Italia quella grammatica l’ha scritta in larga parte questo festival.

E poi ci sono i nomi di oggi e di domani, che fra vent’anni qualcuno elencherà allo stesso modo: Björk, Peggy Gou, Kelly Lee Owens, i Nubiyan Twist, Ruthven, Isabella, Tony Humphries, Derrick Carter, Ron Trent, Carista, Yu Su, TI ES, Duddha, Dante, Sugar Free, Paranoid London, Aline Brooklyn, Ageless, Jazzanova con Wayne Snow, Session Victim, Chloé Caillet, Job Jobse, Floating Points, Daphni, Skream e Benga, Lefto Early Bird, Betametric, Tiger and Woods, Moodymann, Pittman, Octave One, Donato Dozzy, Sama Abdulhadi, Lorenzo Ghini, Sossa, GNMR, Raresh, Iride e Giancarlino.

Domande frequenti, quelle che mi arrivano davvero

Il biglietto vale per tutti e due i giorni? No. Il biglietto è per giornata e vale dall’apertura ufficiale fino alla chiusura della giornata selezionata. Chi vuole esserci oggi e domani deve avere due titoli.

Devo scegliere fra Cavea, Park e Hidden quando compro? No, il biglietto della giornata dà accesso a tutta la programmazione e a tutti gli spazi. L’unico limite è la capienza dei singoli palchi: se uno è pieno si aspetta fuori.

Posso uscire a mangiare e poi rientrare? No. È la regola più importante di queste due giornate. Una volta entrati, non è consentito uscire e rientrare.

Si può entrare con meno di diciotto anni? No. L’ingresso è consentito esclusivamente ai maggiorenni.

A che ora conviene arrivare? A mezzogiorno, se potete. I cancelli aprono per l’inizio della programmazione e il primo set del Park parte alle 12:00. Se proprio dovete scegliere un orario di compromesso, arrivate entro le tre del pomeriggio: entrerete senza fila e prenderete l’apertura della Cavea.

Quanto costa? La biglietteria ufficiale indica un ingresso a partire da 60 euro per giornata.

Björk a che ora suona? Stasera, sabato 12 settembre, alle 21:00 in Cavea. Peggy Gou la segue alle 22:30 sullo stesso palco.

Qual è il momento più forte di domenica? Sulla carta, Floating Points back to back con Daphni alle 20:30 in Cavea. Nei fatti, per chi conosce la materia, la sequenza del Park dalle 17:00 a mezzanotte.

Si sta seduti o in piedi? Dipende dallo spazio. La Cavea ha gradinate, il Park e l’Hidden sono spazi in piedi. Vestitevi e calzatevi come per una giornata in piedi, non come per un concerto seduto.

E se piove? Gli spazi sono in gran parte all’aperto. A settembre a Roma la probabilità è bassa ma non nulla: una giacca leggera impermeabile ripiegata nello zaino costa poco spazio e risolve.

Come torno a casa a notte fonda? Stasera, sabato, la metro A prolunga il servizio rispetto ai giorni feriali. Domani sera, domenica, no: chi resta fino in fondo deve contare su bus notturni, taxi dalle postazioni di Piazza Mancini o Piazzale Flaminio, o su un passaggio concordato prima.

Che cosa resta, da lunedì in poi

Domani sera, verso mezzanotte, quando Sama Abdulhadi chiuderà il Park e Iride e Giancarlino chiuderanno l’Hidden, finiranno insieme tre cose diverse.

Finirà Dissonanze 2026, e questo è ovvio. Finirà il Roma Summer Fest, che era cominciato il 13 giugno con Serena Brancale e che in tre mesi ha messo in fila oltre settanta spettacoli fra la Cavea, la Sala Santa Cecilia e la Casa del Jazz. E finirà, di fatto, l’estate romana dei grandi concerti all’aperto: dopo queste due notti la Cavea si spegne, le sedie escono dai depositi, e l’Auditorium torna a essere quello che è per nove mesi l’anno, cioè una sala da concerto al chiuso.

Quello che resta, però, non è poco, e vale la pena dirlo adesso che siamo ancora dentro.

Resta il fatto che Dissonanze, che era morto nel 2010 ed era diventato un ricordo per quarantenni, in due anni è passato da celebrazione di un anniversario a evento di chiusura del più grande festival estivo della città. Nel 2025 era una festa di compleanno nei Giardini Pensili. Nel 2026 ha tre palchi, due giorni pieni, la Cavea e un pubblico che arriva in aereo. Se il percorso continua così, fra due anni sarà un appuntamento fisso di settembre, e lo daremo per scontato come diamo per scontato che a giugno cominci il Roma Summer Fest.

Resta che il Flaminio, per due notti, ha funzionato come funzionano i quartieri delle città europee che sanno stare sveglie. Migliaia di persone che ballano fino a tardi dentro un complesso pubblico, arrivando in tram, senza che la città si fermi. È un esercizio che Roma fa raramente e che, quando lo fa bene, dovrebbe ricordarsi di aver fatto.

E resta, per chi c’è stato, quella cosa difficile da spiegare a chi non c’era. Il pomeriggio lungo, le ore in cui non succede ancora niente, il set del Park a mezzogiorno con dieci persone davanti, la luce che cala alle sette, il momento in cui tutti si spostano verso la Cavea, e poi la notte lunga. Le giornate di festival non si ricordano per il nome grosso in cartellone: si ricordano per un set che non si era andati a vedere e che ci ha inchiodati lì un’ora e mezza. Se stasera o domani vi capita, vuol dire che avete usato bene il biglietto.

Se invece siete già oltre, e in questi giorni pensate a che cosa fare dopo, l’Auditorium non chiude affatto: dal 13 al 25 ottobre lo stesso complesso ospita la Festa del Cinema di Roma 2026, e il quartiere torna a riempirsi di gente la sera, con un pubblico diverso e la stessa geografia. Il Flaminio si prende una pausa di tre settimane, poi ricomincia.

Buona giornata, e buone dodici ore. Arrivate presto, scegliete un palco, bevete acqua e non uscite prima di aver visto almeno un set che non avevate in programma.

Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private, Aziendali e V.I.P.

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Data Evento12 Settembre 2026 — 13 Settembre 2026
IndirizzoAuditorium Parco della Musica, Viale Pietro de Coubertin 30, 00196 Roma Roma Città
CategorieEventiParty
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