Palazzo Massimo alle Terme – Museo Nazionale Romano
Largo di Villa Peretti 2, 00185 Roma: il portone del museo si apre a un centinaio di metri dall'uscita di piazza dei Cinquecento della Stazione Termini, che è insieme il capolinea della metro A e della metro B, il nodo di quasi tutte le linee di superficie del centro e la stazione dei treni regionali per Fiumicino. Chi arriva in metropolitana esce, attraversa il piazzale tenendo le Terme di Diocleziano sulla destra e in tre minuti è davanti all'ingresso. Il biglietto intero costa 15,00 euro e il ridotto 2,00 euro; la formula è quella del biglietto unico del Museo Nazionale Romano, che consente un ingresso in ciascuna delle sedi entro una settimana dal primo accesso. Esiste anche un biglietto per la sola Aula Ottagona a 5,00 euro, e una tessera annuale (MNRCard) a 30,00 euro intera e 20,00 ridotta. L'orario è da martedì a domenica, dalle 9.00 alle 19.00, con biglietteria e ultimo ingresso alle 18.00; il lunedì è giorno di chiusura settimanale. La prima domenica del mese l'ingresso è gratuito, come in tutti i luoghi della cultura statali. La prenotazione non è obbligatoria e i biglietti si comprano in cassa oppure online sul portale Museiitaliani. Un avviso che cambia i programmi di chi vuole fare il giro completo: la Crypta Balbi è temporaneamente chiusa al pubblico, quindi il biglietto unico oggi apre concretamente tre porte su quattro. Tariffe e orari vanno sempre ricontrollati sul sito ufficiale del museo prima di partire.
Confronta le esperienze a Roma
Ogni scheda apre una pagina di confronto qui su estateromana.com: le differenze tra le opzioni, le fasce di prezzo indicative e il link per prenotare sul sito del venditore. Puoi salvare quello che ti interessa in "Il mio viaggio".
✦ Vai all'aperturaMusei Vaticani e Cappella Sistina
Il primo slot della giornata o il tardo pomeriggio. A metà mattina è un nastro trasportatore, e non lo diciamo solo noi.
✦ Il classicoTour a piedi
Roma si capisce camminando. La differenza la fa la guida, non l'itinerario: sono quasi tutti uguali sulla carta.
✦ Prenotazione obbligatoriaGalleria Borghese
Bernini e Caravaggio in due ore contate. Senza prenotazione non si entra, punto.
✦ Poco affollatoTerme di Caracalla
Muri alti trenta metri e quasi nessuno intorno. Uno dei posti più sottovalutati di Roma.
✦ Va a rubaColosseo, Foro e Palatino
L'ingresso a orario sparisce con giorni di anticipo in alta stagione. La versione con i sotterranei è quella che vale il s...
✦ SottoterraCatacombe e Appia Antica
Chilometri di gallerie sotto la via Appia. Fresche d'estate, e sorprendentemente poco affollate.
✦ Poco camminoTour in golf cart
Il centro storico in un paio d'ore senza distruggerti i piedi, e passi dove i pullman non entrano.
✦ Vieni affamatoFood tour
Non è un pranzo: sono sei-otto tappe piccole. Il valore è nei posti in cui non saresti mai entrato da solo.
✦ Dopo le 21Bar hopping e vita notturna
Tre o quattro locali con qualcuno che sa quali sono aperti quella sera. Funziona meglio da soli che in coppia.
✦ Foto garantiteVespa e Ape Calessino
In Ape ti portano loro, in Vespa guidi tu (serve la patente). Due esperienze molto diverse sotto lo stesso nome.
✦ Il più scenograficoTour in sidecar
Il sidecar vintage con conducente: costa più della Vespa, ma è il giro che finisce in tutte le foto.
✦ Si mangia alla fineCorsi di cucina
Pasta a mano e poi ci si siede a tavola. La domanda giusta è quante persone ci sono per postazione.
✦ Anche in cittàDegustazioni di vino
In enoteca in centro o tra le vigne dei Castelli. Due cose diverse: una dura un'ora, l'altra una giornata.
✦ Fuori portaCastelli Romani
Frascati, Castel Gandolfo, il lago di Albano. Un'ora da Roma e sembra un'altra regione.
✦ Patrimonio UNESCOTivoli: Villa d'Este e Villa Adriana
Due ville, due epoche, un solo biglietto mentale: le fontane di Villa d'Este e le rovine imperiali di Adriano.
✦ Accesso limitatoColosseo: sotterranei e arena
Il piano dove aspettavano gladiatori e belve, e il pavimento dell'arena. Posti contati ogni giorno.
✦ Giornata lungaPompei e Costiera Amalfitana
Da Roma si fa in giornata, ma è una giornata vera: sveglia presto e rientro a sera.
✦ Alta velocitàFirenze in giornata
Un'ora e mezza di treno e sei sotto il Duomo. Si fa, se accetti di vedere tre cose e non dieci.
✦ Terrazza panoramicaCastel Sant'Angelo
Mausoleo, fortezza, prigione e rifugio dei papi. E la terrazza con la vista migliore su San Pietro.
✦ Dopo il tramontoRoma di notte
Le stesse piazze, senza la folla e con le luci giuste. La città cambia completamente.
✦ Libertà di scesaBus hop-on hop-off
Sali e scendi dove vuoi per 24 o 48 ore. Utile il primo giorno, per orientarsi.
✦ MareCapri e Costiera Amalfitana
Da Roma è lunga, ma in due giorni si fa con calma. In giornata solo se accetti di correre.
✦ Centro storicoTrevi, Pantheon e piazze
Il cuore barocco a piedi, più il biglietto del Pantheon che ora serve davvero.
✦ Con i bambiniScuola dei gladiatori
Due ore con la spada di legno in mano, sulla via Appia. Con i ragazzini funziona sempre.
✦ Poco sforzoSegway e monopattino
Copri il doppio del centro senza camminare. Dieci minuti di pratica e ci stai sopra.
✦ MercoledìUdienza papale
Ogni mercoledì, quando il Papa è a Roma. Il biglietto è gratuito ma va ritirato.
✦ A 30 minutiOstia Antica
La Pompei di Roma, raggiungibile col treno urbano. Strade, taverne e mosaici, senza folla.
✦ Alta velocitàNapoli e Pompei
Un'ora e dieci di treno. Il centro storico, il museo archeologico e la pizza vera.
✦ Prima dell'aperturaVaticano: ingresso anticipato
Dentro i Musei prima del pubblico. La Sistina quasi vuota è un'altra cosa.
✦ Senza faticaTour in e-bike
Le sette colline con l'assistenza al pedale. L'Appia Antica e il Gianicolo diventano facili.
Questa guida fa parte della sezione dedicata ai musei statali di Roma, dove trovate le altre sedi dello Stato in città, e si legge bene insieme alla panoramica generale dei musei di Roma.

Perché Palazzo Massimo alle Terme è il museo che consiglio per primo a chi ha già visto il Colosseo
Accompagno gruppi a Roma da vent'anni e ho una convinzione che non ho mai cambiato: chi vuole capire l'arte romana, quella vera, non la impara al Colosseo. La impara qui. Il Colosseo racconta l'ingegneria e la politica dello spettacolo; Palazzo Massimo racconta le facce, le case, i giardini, i soldi e i morti. Sono due discorsi diversi, e il secondo è quello che resta addosso.
C'è poi una ragione pratica che vale quanto quella culturale. Questo museo è quasi sempre vuoto. In un pomeriggio di luglio, con la città che ribolle, potete trovarvi soli davanti a un bronzo greco del quarto secolo avanti Cristo mentre a quattrocento metri di distanza si fa la fila per un selfie. Aria condizionata, silenzio, cartellini scritti bene, sale ampie. Nella mia classifica personale dei musei romani sottovalutati Palazzo Massimo alle Terme è al primo posto con un margine imbarazzante.
Il palazzo di Massimiliano Massimo: un collegio di gesuiti diventato museo
L'edificio non nasce come museo e si vede. Fu voluto dal padre gesuita Massimiliano Massimo, della grande famiglia romana dei Massimo, e costruito fra il 1883 e il 1887 su progetto dell'architetto Camillo Pistrucci per ospitare la nuova sede del Collegio dei Gesuiti, che dal palazzo di famiglia in centro si trasferiva nel quartiere nuovo che stava sorgendo intorno alla stazione. Il linguaggio scelto da Pistrucci è quello del neorinascimento, ispirato ai grandi palazzi cinquecenteschi: bugnato, cornicioni, finestre incorniciate, un cortile interno regolare. Un edificio serio, di quelli che l'Italia umbertina costruiva per durare.
Il terreno ha una storia più antica e più interessante della facciata. Il palazzo sorge su quello che era stato il perimetro della Villa Montalto Peretti, la residenza che il cardinale Felice Peretti, poi papa Sisto V, si era fatto costruire sull'Esquilino nella seconda metà del Cinquecento. Era una delle grandi ville suburbane di Roma, con viali, fontane e statue antiche, e fu smembrata e in buona parte cancellata proprio dai lavori della stazione ferroviaria e dal piano regolatore della Roma capitale. Il nome del largo, Largo di Villa Peretti, è quello che resta di quella villa: un toponimo che sopravvive a un giardino scomparso.
Il collegio restò in funzione fino al 1960. Nel 1981 lo Stato italiano acquistò l'edificio per farne una delle nuove sedi del Museo Nazionale Romano, che alle Terme di Diocleziano soffocava da decenni sotto il peso delle proprie collezioni. Il progetto di trasformazione fu affidato all'architetto Costantino Dardi, e il cantiere fu lungo: si andò avanti per anni, con aperture parziali, fino al completamento del percorso nel 1998, quando il palazzo assunse la forma che si visita oggi, con il piano terra, il primo piano, il secondo piano e il livello interrato tutti dedicati all'esposizione, più uffici, biblioteca e sala conferenze.
Dardi fece una scelta che vale la pena notare mentre camminate: non ha finto un palazzo antico e non ha nascosto quello ottocentesco. Le sale hanno pareti chiare, pavimenti neutri, luce controllata e un allestimento che lascia respirare le opere. In alcuni ambienti il percorso richiama volutamente l'affollamento delle collezioni cinquecentesche, con i pezzi ravvicinati come nelle gallerie dei cardinali collezionisti; in altri, come nella sala del Discobolo, l'opera è isolata e resa protagonista assoluta. È un allestimento che ha ormai i suoi anni e che in qualche punto mostra la data, ma che funziona ancora meglio di molti restyling recenti.
Le quattro sedi del Museo Nazionale Romano e il biglietto unico
Il Museo Nazionale Romano non è un edificio: sono quattro. Nasce nel 1889 come museo dello Stato per raccogliere i materiali che uscivano a valanga dagli sterri della Roma capitale, cioè da tutti gli scavi condotti in città e nel territorio circostante a partire dal 1870. La sede storica fu il complesso delle Terme di Diocleziano, dove ancora oggi si trovano la sezione epigrafica e quella protostorica, il chiostro attribuito per tradizione a Michelangelo e i grandi ambienti termali. A quel primo nucleo si sono aggiunte, in tempi diversi, altre tre sedi.
Palazzo Altemps, vicino a piazza Navona, ospita le collezioni rinascimentali di scultura antica, cioè le grandi raccolte nobiliari, dai Ludovisi ai Mattei, con il Trono Ludovisi e il Galata suicida. La Crypta Balbi, fra via delle Botteghe Oscure e via Caetani, è il museo della città che cambia, dedicato alla Roma altomedievale e alla stratificazione di un isolato dal teatro di Balbo al convento: è la sede oggi temporaneamente chiusa al pubblico. E infine Palazzo Massimo, che ha la scultura in marmo e in bronzo, la pittura, i mosaici e il Medagliere: la parte che alla maggioranza dei visitatori interessa di più.
C'è poi l'Aula Ottagona, il grande ambiente ottagonale delle Terme di Diocleziano affacciato su via Giuseppe Romita, che ha una vita amministrativa un po' propria e per cui il museo prevede anche un biglietto autonomo a 5,00 euro.
Il biglietto unico da 15,00 euro copre le sedi del circuito e vale una settimana dal primo ingresso, con un accesso per sede. La mia opinione netta, che non tutti condividono: quel biglietto conviene solo se sapete già che tornerete. Se avete due giorni a Roma e un pomeriggio libero, spendete i 15 euro qui dentro e basta, senza rincorrere le altre sedi. Se invece avete una settimana, il biglietto unico è uno dei migliori affari culturali della città, perché mette insieme quattro musei che da soli varrebbero ciascuno il prezzo.
Come è organizzata la visita di Palazzo Massimo alle Terme
Quattro piani, un ordine cronologico e tematico insieme, e una regola semplice: si sale. Il piano terra parte dal ritratto tardorepubblicano e dagli originali greci arrivati a Roma con le conquiste; il primo piano continua con la ritrattistica imperiale, la statuaria ideale e i grandi sarcofagi; il secondo piano è tutto pittura, stucco e mosaico, cioè le pareti e i pavimenti delle case dei ricchi; il piano interrato chiude con le monete, gli ori e i materiali che raccontano il denaro e la vita quotidiana. Chi comincia dall'alto per evitare le scale sbaglia il racconto, perché il museo è costruito come un discorso che va dal marmo alla pittura e dalla pubblica celebrazione alla vita privata.
La cosa che conviene sapere prima di entrare è che i quattro livelli non hanno lo stesso peso. Il piano terra e il primo piano si visitano liberamente e sono la parte più grande. Il secondo piano, quello degli affreschi, ha storicamente avuto un accesso più regolato, perché sono ambienti delicati e piccoli: informatevi in biglietteria sulle modalità del giorno, perché è il piano che nessuno vi perdonerà di aver saltato. Il piano interrato del Medagliere è quello che la maggioranza dei visitatori salta per stanchezza, ed è un errore che vi spiego più avanti.
Il piano terra di Palazzo Massimo alle Terme: le facce dei romani
Il piano terra è una galleria di volti, e il tema dichiarato è l'evoluzione del ritratto: da un privilegio riservato ai cittadini più illustri dell'età arcaica a un genere diffusissimo, praticato anche dai liberti che con un busto funerario dicevano al mondo di essere diventati qualcuno. Questa è la chiave per non attraversarlo distrattamente. Ogni faccia è una dichiarazione politica o sociale, e i romani lo sapevano benissimo.
La galleria dei ritratti anonimi di Palazzo Massimo alle Terme
La prima galleria mette in fila decine di ritratti maschili e femminili senza nome. L'allestimento è pensato per evocare la galleria di antenati che si trovava nell'atrio delle case romane: le imagines maiorum, le maschere e i busti degli avi esposti a chi entrava, come un curriculum familiare in marmo. Fermatevi sul ritratto di donna anziana proveniente da Palombara Sabina, con le rughe scavate e la bocca stretta: è il verismo tardorepubblicano nella sua forma più dura, dove l'età non si nasconde ma si esibisce come titolo di autorità. Nella stessa area c'è il ritratto del sacerdote di Iside, databile alla metà del primo secolo avanti Cristo, recuperato dal Tevere: cranio rasato, sguardo fisso, l'immagine di un culto egiziano già di casa a Roma.
Sul pavimento della galleria c'è un mosaico con Ila e le ninfe proveniente da una villa romana della zona di Tor Bella Monaca. Vale la pena guardarlo per un motivo tecnico: la scena del giovane rapito dalle ninfe alla fonte è una delle favole più raccontate nella decorazione domestica, e ritornerà al secondo piano in un'altra versione, molto più tarda, dalla basilica di Giunio Basso. Il museo lo fa apposta: gli stessi soggetti ricompaiono a distanza di secoli e di piani.
Il Generale di Tivoli e i Fasti Antiates a Palazzo Massimo alle Terme
Nella prima sala si entra nel vivo della ritrattistica tardorepubblicana. Il pezzo più discusso è il ritratto virile di impianto ellenistico proveniente da via Barberini, per il quale la critica ha proposto identificazioni diverse, da Lucio Emilio Paolo a Tito Quinzio Flaminino: nessuna è dimostrata, e il cartellino fa bene a tenere aperta la questione. Accanto c'è il cosiddetto Generale di Tivoli, dal santuario di Ercole Vincitore a Tivoli, databile al principio del primo secolo avanti Cristo. Guardatelo bene, perché è una delle statue più istruttive del museo: la testa è un ritratto realistico, rugoso, romanissimo; il corpo è un nudo eroico di derivazione greca, con il mantello e la corazza appoggiati a un sostegno. Testa romana su corpo greco. È l'esatta fotografia di quello che stava succedendo alla cultura figurativa romana in quegli anni.
Nella stessa sala si trovano i Fasti Antiates, due pannelli affrescati provenienti da Anzio, databili fra l'88 e il 55 avanti Cristo. Sono il più antico calendario romano dipinto che ci sia arrivato, con i giorni segnati come fasti e nefasti, le feste e i mesi. Non sono belli nel senso in cui è bello un bronzo, ma sono uno dei documenti più preziosi di tutta la sala: da lì sappiamo come i romani organizzavano il tempo prima della riforma giuliana.
Il rilievo dei Rabirii e i Fasti Praenestini
La seconda sala porta all'età cesariana e augustea. Il rilievo funerario dei Rabirii, dalla via Appia, mostra tre personaggi allineati: Caio Rabirio Ermodoro, Rabiria Demaris e Usia Prima, quest'ultima raffigurata come sacerdotessa di Iside con il sistro. È un monumento di liberti, cioè di ex schiavi affrancati, e dice moltissimo sulla mobilità sociale della Roma del primo secolo avanti Cristo: chi aveva fatto fortuna si faceva ritrarre con la stessa serietà dei nobili. Nella stessa sala ci sono i Fasti Praenestini, il calendario di Preneste commentato in età augustea, che gli studiosi collegano alla figura del grammatico Verrio Flacco. Chi ha pazienza di leggere le didascalie qui porta a casa più storia romana che in una giornata al Foro.
La sala giulio-claudia di Palazzo Massimo alle Terme
Questa è la sala che fa impressione anche a chi non sa niente di archeologia, perché è una riunione di famiglia della dinastia che ha inventato l'impero. Ci sono, in marmo e in bronzo: Gaio Ottavio, il padre di Augusto, con un ritratto asciutto e realistico; Augusto giovane, con la costruzione idealizzata del volto che diventerà il modello ufficiale; Marco Vipsanio Agrippa, il generale che vinse Azio; Tiberio da ragazzo; Germanico; Druso minore; Agrippa Postumo; Caligola. Sul versante femminile, Ottavia minore, Livia Drusilla, Agrippina minore, Poppea Sabina e Claudia Ottavia.
Il consiglio che do sempre qui è di guardare le acconciature invece dei nomi. La pettinatura femminile a Roma cambiava con la corte e datava un ritratto meglio di qualunque iscrizione: il nodus sulla fronte di età augustea, i riccioli a torre di età flavia, le trecce raccolte delle Antonine. Le teste imperiali funzionavano come i manifesti elettorali, e la moda dell'imperatrice era il font della propaganda. Nella stessa sala c'è la statua di una giovinetta da Ostia, dalle terme dei Cisarii, raffigurata come Artemide: una bambina di famiglia benestante travestita da dea, che è il modo romano di dire che la figlia valeva quanto un monumento.
L'Augusto di via Labicana e il fregio dipinto dell'Esquilino
La sala successiva contiene una delle statue più riprodotte nei manuali: l'Augusto di via Labicana, trovato nell'area dell'antica villa di Livia presso la via Labicana, che ritrae il princeps con il capo velato dal lembo della toga, nella veste di pontefice massimo. Augusto assunse quella carica nel 12 avanti Cristo, e da allora si fece rappresentare così in continuazione: non il condottiero, ma il sacerdote. È il ritratto di un uomo che aveva capito che il potere si conserva meglio con la religione che con l'esercito.
Nella stessa area c'è il fregio storico della Basilica Emilia, dal Foro Romano, la cui datazione oscilla fra l'età sillano-cesariana e quella augustea: le scene raccontano la fondazione di Roma e la punizione di Tarpea davanti al re sabino Tito Tazio, cioè i miti fondativi trattati come cronaca. E c'è il fregio dipinto dell'Esquilino, rinvenuto nel 1875 presso piazzale di Porta Maggiore in un piccolo colombario collegato a Tito Statilio Tauro: registri sovrapposti con storie di Enea, l'incontro fra Marte e Rea Silvia e la nascita dei gemelli. È fra le più antiche pitture storiche romane conservate, e il fatto che sia sopravvissuta è quasi una fortuna anagrafica.
La galleria dei ritratti greci e il mosaico dei felini
La terza galleria del piano terra è dedicata alle copie romane di ritratti greci, e serve a ricordare che i romani colti si circondavano di teste di filosofi e poeti come noi ci circondiamo di libri. Ci sono Socrate, Esiodo, Epicuro, Erodoto, il poeta Difilo, Filippo Quinto di Macedonia, un pugile dalla villa di Genazzano e un ritratto in bronzo dorato di Alessandro Magno di età imperiale. Alessandro apre il percorso del museo per una ragione precisa: il ritratto ellenistico che divinizza il sovrano è la matrice da cui deriva tutta l'immagine del potere romano.
Sul pavimento c'è un mosaico proveniente da una villa lungo la via Ardeatina, databile al primo secolo avanti Cristo, con un gatto che azzanna un uccello e due anatre. È in opus vermiculatum, con tessere piccolissime, e a guardarlo da vicino sembra pittura. Quando accompagno gruppi ci fermo apposta: chi ha in testa il mosaico come arte grossolana cambia idea in dieci secondi.

La Niobide dei Giardini Sallustiani a Palazzo Massimo alle Terme
Poi si arriva alla sala che da sola giustifica il biglietto. La Niobide degli Horti Sallustiani, cioè dei giardini che erano appartenuti allo storico Sallustio e poi passati al patrimonio imperiale, è un originale greco del quinto secolo avanti Cristo, non una copia: marmo greco, mano greca, e a Roma arrivata come bottino o come acquisto di lusso. Fu ritrovata negli scavi del 1906, in un ambiente sotterraneo a circa undici metri sotto il livello del suolo moderno, nella zona fra via Veneto e via Sallustiana.
Raffigura una delle figlie di Niobe colpita dalle frecce di Apollo e Artemide: la ragazza si torce all'indietro, il chitone scivola, e la mano cerca dietro la spalla la freccia conficcata. È un gesto che nessuna fotografia rende, perché è tridimensionale per costruzione: bisogna girarci intorno. La mia opinione è che sia la scultura più bella dell'intero museo, sopra il Pugilatore, e che il pubblico le passi davanti troppo in fretta perché nessuno gliel'ha mai messa in copertina.
Nella stessa sala c'è la statua di fanciulla con peplo trovata a piazza Barberini, originale greco intorno al 470 avanti Cristo, ricondotta dagli studi ad ambiente magnogreco o siceliota. Due originali greci nella stessa stanza sono una condizione rara in qualunque museo del mondo.
Il Pugile in riposo e il Principe ellenistico di Palazzo Massimo alle Terme
E poi ci sono i due bronzi. Il Pugilatore in riposo, o Pugile del Quirinale, fu rinvenuto nel 1885 sulle pendici del Quirinale, nell'area delle Terme di Costantino, durante gli sterri per il nuovo quartiere. Lo scavo restituì anche il cosiddetto Principe ellenistico, un nudo eroico appoggiato a una lancia. Il Pugilatore è generalmente datato alla seconda metà del quarto secolo avanti Cristo e la tradizione degli studi lo ha accostato a Lisippo o alla sua cerchia: l'attribuzione resta un'ipotesi, non un dato documentato, e i cartellini fanno bene a essere prudenti.
Quello che non è un'ipotesi è l'effetto che fa. L'uomo è seduto, gomiti sulle ginocchia, il volto girato verso l'alto come se qualcuno lo avesse chiamato. Ha il naso rotto, le orecchie a cavolfiore, i cesti di cuoio ancora legati ai polsi. Sulle spalle e sul viso ci sono intarsi di rame rosso che rendono il sangue delle ferite fresche. Non è un eroe: è un professionista a fine turno, con un corpo che ha già pagato il conto. Chi lo scavò raccontò di aver avuto l'impressione, mentre la testa emergeva dalla terra, di assistere alla resurrezione di una persona vera. È l'unica scultura antica davanti a cui ho visto piangere qualcuno.
Se dovessi indicare una sola sala del museo per chi ha venti minuti in tutto, direi questa. Il resto si può rimandare; questa no.
Le opere neoattiche e la tazza di lungotevere in Sassia
L'ultima sala del piano terra raccoglie la produzione neoattica, cioè quella corrente di botteghe che dal secondo e primo secolo avanti Cristo lavorava a Roma riproducendo e rielaborando modelli classici per l'arredo delle ville. Ci sono un'Atena, un'Afrodite firmata dallo scultore Menophantos, una base decorata con Menadi danzanti del primo secolo avanti Cristo, una Musa Melpomene. Il pezzo che consiglio di guardare per ultimo è la grande tazza in marmo pentelico sostenuta da zampe ferine, proveniente dal lungotevere in Sassia presso l'Ospedale Santo Spirito, cioè dall'area degli Horti Agrippinae: è decorata con Eros su un cigno alato, Nereidi e Centauri marini che portano le armi di Achille, e si data al tardo ellenismo o ai primi decenni del primo secolo avanti Cristo. Serviva ad arredare un giardino. Era, in sostanza, un mobile da esterni per gente ricchissima.
Il primo piano di Palazzo Massimo alle Terme: imperatori, dèi e sarcofagi
Si sale per uno scalone monumentale fiancheggiato da statue di divinità provenienti dalle ville del Lazio, copie o rielaborazioni romane di originali greci: Giove, Apollo, Dioniso, Atena. È una scenografia voluta, e funziona: entrate al primo piano già con l'idea che qui si parli di modelli e di copie. Il piano continua la storia del ritratto imperiale fino alla tarda antichità, dedica sale intere alla scultura ideale e chiude con i grandi sarcofagi.
La galleria dei ritratti da Villa Adriana
La prima galleria del piano è occupata in buona parte da materiali provenienti da Villa Adriana a Tivoli, che è stata per secoli la cava di sculture più produttiva d'Italia. Ci sono Antonino Pio, Marco Aurelio dalla Piazza d'Oro, Bruzia Crispina moglie di Commodo, e un Caracalla della fase matura, fra il 212 e il 217 dopo Cristo, con la barba corta e il volto ruotato di scatto verso sinistra. Quel ritratto va guardato con attenzione perché segna una svolta: dopo due secoli di imperatori raffigurati come filosofi sereni, arriva la faccia del soldato che vi guarda male. La storia dell'impero si legge nelle sopracciglia.
I Flavi, Traiano e Adriano
Le sale seguenti scorrono la sequenza dinastica. Per i Flavi ci sono due teste di Vespasiano, una da Ostia recuperata dal Tevere e una con corona civica proveniente da Minturno, e il busto di Giulia figlia di Tito, trovato all'isola Tiberina presso l'ospedale Fatebenefratelli, con una capigliatura a torre di riccioli che è un capolavoro di trapano. C'è poi il busto di Nerva da Tivoli.
Per l'età traianea e adrianea il museo espone un Traiano assimilato a Ercole, con la pelle di leone e la corona di rami, Plotina, Adriano con i riccioli corti e la barba che introduce una moda destinata a durare tre secoli, e Antinoo raffigurato come sacerdote della Magna Mater. Il rilievo da Lanuvio che mostra Antinoo come Silvano mentre taglia un grappolo d'uva è uno dei pezzi più delicati del piano: il giovane favorito dell'imperatore, morto nel Nilo nel 130 dopo Cristo, fu trasformato in divinità agreste dalla macchina del lutto imperiale.
I rilievi delle province dal Tempio di Adriano
Nella sala dedicata ad Antonino Pio si trovano due grandi rilievi con le personificazioni delle province romane, provenienti dal Tempio di Adriano in piazza di Pietra, il tempio che oggi si riconosce dalle undici colonne inglobate nella facciata della vecchia Borsa. Il tempio fu dedicato da Antonino Pio nel 145 dopo Cristo alla memoria del padre adottivo, e il basamento della cella era rivestito da una serie di figure femminili che rappresentavano le province dell'impero, alternate a trofei. Qui si conservano l'Egitto e la Tracia. Sono lastre alte oltre un metro e mezzo, e chi le ha viste al museo poi non guarda più piazza di Pietra allo stesso modo: quelle colonne avevano intorno una geografia scolpita.
Le sculture ideali e l'Ermafrodito dormiente
Le sale centrali del piano sono dedicate alla scultura ideale, cioè alle copie e alle rielaborazioni romane di modelli greci che decoravano ville, terme e giardini. Ci sono l'Efebo di Subiaco, la Fanciulla offerente da Anzio, l'Apollo di Anzio dai tratti quasi femminei, un Ermes che riproduce un originale bronzeo del quinto secolo attribuito all'ambito di Fidia, un'Amazzone acefala in lotta con un guerriero celtico, un Dioniso da Villa Adriana, un Hypnos, due versioni dell'Afrodite accovacciata di Doidalsas, una in marmo pario trovata in via Palermo nel 1913 e una in marmo pentelico dalle terme heliocaminus di Villa Adriana recuperata nel 1914.
Poi c'è l'Ermafrodito dormiente, e qui si gioca la scena più divertente di tutta la visita. La figura è distesa sul fianco, addormentata, con un panneggio morbido e una posa di abbandono perfetta. Da un lato è una fanciulla nuda che dorme. Basta fare quattro passi e girare intorno al letto per scoprire che non lo è. È una scultura costruita sul cambio di punto di vista, un meccanismo narrativo in marmo: l'antico chiedeva al visitatore di muoversi, e chi resta fermo davanti perde metà dell'opera. Se venite con adolescenti, questo è il pezzo che finalmente li sveglia.
I due Discoboli di Palazzo Massimo alle Terme
Nella sala degli ornamenta gymnasii, cioè delle sculture che arredavano gli spazi del corpo e dell'esercizio, sta il pezzo più famoso del museo: il Discobolo Lancellotti. È una copia romana di età adrianea del bronzo perduto di Mirone, scultore attivo nel quinto secolo avanti Cristo, e fu ritrovato nel 1781 negli scavi condotti sull'Esquilino nell'area della Villa Palombara, la villa nota anche per la Porta Magica alchemica. Passò alla famiglia Massimo Lancellotti, da cui il nome con cui lo conosciamo.
È considerato la copia migliore fra quelle conservate, e la ragione si vede subito: la testa è girata all'indietro verso il disco, che è la posizione giusta secondo la descrizione antica del Discobolo di Mirone, mentre altre repliche la hanno restaurata rivolta in avanti. Nella stessa sala c'è infatti il Discobolo da Castelporziano, acefalo, che permette il confronto: due volte lo stesso modello, con due destini diversi. Fatelo davvero, il confronto. Serve a capire che cosa significhi copiare nell'antichità, cioè non riprodurre meccanicamente ma reinterpretare.
Sulla vicenda del Discobolo Lancellotti torno più avanti, nel capitolo dedicato agli avvenimenti, perché è una storia del Novecento e non dell'antichità, ed è una delle più incredibili che si possano raccontare davanti a una statua.
La sala espone anche l'Apollo del Tevere, opera di scultore neoattico di età augustea, l'Atleta efebo di Monteverde, due teste di Apollo del tipo Liceo attribuito a Prassitele, e un torso di scuola policletea. È, nel complesso, un manuale di scultura greca raccontato con originali romani.
Gli dèi, il Satiro flautista e l'Eros di Lisippo
La sala delle figure divine è un affollamento voluto: un acrobata africano, un Satiro flautista, un Apollo citaredo dalla Villa dei Quintili sull'Appia, un'Artemide acefala con la faretra, un Dioniso in veste di Sardanapalo dalla via Appia, un Dioniso giovane in bronzo recuperato dagli argini del Tevere in età moderna, Atena, Pan, Teti con un tritone, l'Afrodite accovacciata e l'Eros arciere che riproduce il tipo lisippeo, anch'esso dalla Villa dei Quintili. Chi vuole capire come fosse arredata una villa suburbana di lusso ha qui il campionario completo.
I gruppi mitologici e le sculture teatrali
Segue una sala con gruppi mitologici in stato frammentario ma di grande interesse: una testa di Eracle da Nemi, un torso di Minotauro trovato a Roma insieme a un torso maschile che potrebbe essere Teseo, un Ulisse con Diomede e il Palladio, il pedagogo che tenta di proteggere i figli minori di Niobe. Quest'ultimo gruppo riprende lo stesso mito della Niobide del piano terra: il museo lo ripete apposta, a due piani di distanza e a cinque secoli di distanza stilistica.
La sala teatrale raccoglie erme di Hermes e Dioniso, erme di Omero e Menandro, maschere sceniche e un Papposileno rinvenuto nel 1906 in via Flavia, nell'area della villa Spithoever, in marmo lunense: è una copia romana del secondo secolo dopo Cristo da un originale ellenistico. Le maschere teatrali marmoree servivano da decorazione architettonica negli edifici da spettacolo, ed è utile saperlo per non scambiarle per oggetti di scena.
I bronzi delle navi di Nemi a Palazzo Massimo alle Terme
C'è una sala che quasi nessuno si aspetta di trovare qui e che vale una sosta lunga: quella con i bronzi delle navi di Caligola recuperate dal lago di Nemi. Le due imbarcazioni, di dimensioni enormi per l'antichità, furono riportate alla luce fra il 1895 e il 1932 con il prosciugamento parziale del lago, e distrutte da un incendio durante la Seconda guerra mondiale. Quello che si è salvato è in gran parte ciò che era già stato staccato e portato altrove: la balaustra con i pilastrini decorati da erme dionisiache, le teste di animali che ornavano le travi, quattro lupi, tre leoni, un leopardo, una Medusa, un bronzo a forma di mano.
Guardarli sapendo che le navi non ci sono più cambia tutto. Queste teste di lupo sono ciò che resta di due palazzi galleggianti costruiti per il capriccio di un imperatore, scavati con un'operazione idraulica colossale e bruciati in una notte del 1944. È il pezzo di museo che racconta meglio quanto sia fragile la conservazione.
Il Sarcofago di Portonaccio a Palazzo Massimo alle Terme
Il primo piano culmina in una delle sculture più impressionanti dell'arte romana: il Sarcofago di Portonaccio, rinvenuto nel 1931 in via delle Cave di Pietralata, nel quartiere Portonaccio lungo la via Tiburtina, e databile intorno al 180 dopo Cristo. Apparteneva a un generale che aveva combattuto nelle campagne germaniche e sarmatiche di Marco Aurelio fra il 172 e il 175; una proposta di identificazione lo collega ad Aulo Giulio Pompilio, ma resta un'ipotesi degli studi, non un dato iscritto.
La fronte è una mischia: decine di corpi di romani e barbari intrecciati in un rilievo talmente profondo da diventare quasi tuttotondo, con i vuoti scavati dal trapano che creano ombre nere. Al centro il generale a cavallo. La sua testa è rimasta incompiuta, cioè sbozzata e mai ritratta: il sarcofago era pronto in bottega e il volto si finiva al momento dell'acquisto, e per qualche ragione non fu mai completato. È il dettaglio che preferisco di tutto il museo, perché mostra il funzionamento industriale di una bottega antica meglio di qualunque didascalia.
Sul coperchio ci sono quattro scene della vita del defunto: la presentazione del neonato, l'educazione con le Muse, il matrimonio con la stretta di mano fra i coniugi, la clemenza verso i barbari vinti. Ai lati, trofei con capi barbari riconoscibili dal nodo suebo nei capelli, Quadi, Marcomanni e Buri, e un'insegna militare con il numero della legione IV Flavia Felix, di stanza nella Mesia Superiore. Chi legge questi dettagli sta leggendo un curriculum inciso nel marmo.
I Severi e i sarcofagi del terzo secolo
La galleria successiva allinea i busti degli imperatori e soprattutto delle imperatrici dal periodo severiano fino all'anarchia militare: Giulia Domna, Fulvia Plautilla, Etruscilla, Salonina, Furia Sabina Tranquillina, Marcia Otacilia Severa moglie di Filippo l'Arabo. Nella sala severiana si trovano un busto loricato di Settimio Severo in marmo greco proveniente da Ostia e un ritratto di Caracalla in marmo greco recuperato nel 1948 sulla via Cassia, oltre a un Geta raffigurato come Apollo giovane e a una testa colossale di Severo Alessandro.
L'ultima sala del piano raccoglie i grandi sarcofagi del terzo secolo. Il Sarcofago delle Muse propone l'eroizzazione del defunto attraverso la cultura, con le Muse dentro nicchie: chi ha studiato non muore del tutto. Il Sarcofago dell'Annona, databile intorno al 270 o 280 dopo Cristo, mostra un funzionario dell'annona, l'ufficio che garantiva il grano alla città, con la moglie nella stretta di mano rituale e le figure allineate sotto un drappo: è arte popolare colta, con le proporzioni che cominciano ad allontanarsi dal naturalismo classico. Il Sarcofago di Acilia, con il giovane dal volto ritratto che Ranuccio Bianchi Bandinelli propose di identificare con Gordiano III, è un caso di scuola di attribuzione discussa.
Chiudono la sequenza le opere del quarto secolo, con l'arrivo dell'iconografia cristiana: una lastra con scene di miracoli, il sarcofago di Marcus Claudianus, e una statuetta di Cristo seduto che insegna, con la destra sollevata mentre spiega il rotolo. Quel Cristo giovane e imberbe, di impianto ancora pienamente classico, è il pezzo che mostra come la nuova religione abbia usato per un secolo il linguaggio figurativo della vecchia. Non c'è frattura: c'è riuso.
Il secondo piano di Palazzo Massimo alle Terme: gli affreschi che nessuno si aspetta
Il secondo piano è la ragione per cui questo museo è unico al mondo. Non ci sono statue: ci sono le pareti e i pavimenti delle case romane, staccati, restaurati e rimontati nelle loro dimensioni originali. Entrare qui significa entrare dentro una stanza antica, non guardarne un frammento appeso.

Il giardino dipinto della Villa di Livia a Palazzo Massimo alle Terme
La sala del giardino dipinto è, senza esagerazione, uno degli ambienti più belli conservati dall'antichità classica. Gli affreschi provengono dalla Villa di Livia a Prima Porta, la residenza che la tradizione antica chiama ad Gallinas Albas, appartenuta a Livia Drusilla, moglie di Augusto. Decoravano le quattro pareti di un ambiente semi-interrato, probabilmente una sala fresca per l'estate, e furono staccati a metà Novecento per salvarli dall'umidità.
Il pittore ha dipinto un giardino continuo che gira su tutti e quattro i lati. In primo piano c'è una staccionata bassa, poi un breve prato, poi un secondo recinto, poi il bosco. Ci sono melograni, cotogni, corbezzoli, allori, palme, pini, oleandri, iris, rose, margherite. E ci sono gli uccelli: pettirossi, rigogoli, tordi, piccioni, una quaglia, una gazza in gabbia. Gli studiosi hanno riconosciuto decine di specie botaniche e ornitologiche diverse, molte delle quali identificabili con precisione.
Due cose vanno dette a chi ci entra. La prima è che la stanza è dipinta senza prospettiva centrale: il verde si fa più sfumato e azzurrino via via che si allontana, con una resa atmosferica che in Occidente non si rivedrà per millecinquecento anni. La seconda è che il giardino è impossibile. Fiori di primavera, frutti d'autunno, uccelli migratori e stanziali coesistono nella stessa parete: è un giardino fuori dal tempo, un'eternità vegetale dipinta per la moglie del primo imperatore. Se dovessi indicare la sala più emozionante di Roma dopo la Cappella Sistina, indicherei questa, e non sto scherzando.
Un ultimo consiglio: sedetevi. Nella sala di solito c'è una panca al centro. Restateci dieci minuti in silenzio e la stanza comincia a funzionare come funzionava duemila anni fa, cioè come un luogo dove si sta, non come una vetrina davanti a cui si passa.
Gli stucchi e gli affreschi della Villa della Farnesina a Palazzo Massimo alle Terme
L'altro grande complesso del piano viene dalla cosiddetta Villa della Farnesina, una residenza di lusso di età augustea scavata alla fine dell'Ottocento sulla riva destra del Tevere, sotto i giardini della villa cinquecentesca costruita da Baldassarre Peruzzi per Agostino Chigi, quella dove Raffaello dipinse la Galatea. I lavori per i muraglioni del Tevere intercettarono gli ambienti antichi, e quello che si poté staccare fu portato al museo.
La villa è stata messa in relazione, in via di ipotesi, con Agrippa e Giulia, figlia di Augusto, sulla base della cronologia e della posizione: è una proposta, non una certezza documentata, e va raccontata come tale. Quello che è certo è il livello della decorazione. I cubicoli hanno pareti di secondo e terzo stile pompeiano con architetture dipinte finissime, candelabri, quadretti mitologici incassati come tavole appese, fregi con scene di giudizio e di vita quotidiana in miniatura, e paesaggi egittizzanti.
La parte più straordinaria sono però le volte a stucco bianco. Sono rilievi sottilissimi, modellati a mano su intonaco fresco, con figure di menadi, satiri, paesaggi sacri, edicole. Guardatele in controluce e vedrete che il modellato non supera i pochi millimetri di spessore: è la tecnica decorativa più raffinata che l'antichità abbia prodotto, e a Roma si conserva quasi solo qui e nella basilica sotterranea di Porta Maggiore.
I mosaici, le megalografie e la basilica di Giunio Basso
Il piano espone anche mosaici pavimentali e parietali di livello altissimo e una serie di grandi decorazioni tardoimperiali. Fra i pezzi più notevoli ci sono i pannelli in opus sectile, cioè in tarsia di marmi colorati, provenienti dalla basilica di Giunio Basso sull'Esquilino, edificio del quarto secolo dopo Cristo poi trasformato in chiesa e demolito in età moderna. Un pannello mostra la pompa circensis, il corteo che apriva i giochi, con i magistrati sul carro; un altro riprende il tema di Ila rapito dalle ninfe, lo stesso mito che avete visto in mosaico al piano terra. La differenza di linguaggio fra i due, a cinque secoli di distanza, è una lezione di storia dell'arte in due immagini.
Ci sono poi gli affreschi provenienti dall'area del porto fluviale presso San Paolo e le decorazioni dalla cosiddetta Villa di Termini, cioè dai resti di residenze intercettate proprio negli sterri della zona in cui vi trovate. Vale la pena fermarsi su questo dettaglio: parte di quello che vedete al secondo piano è uscita da sotto il quartiere che avete attraversato per arrivare qui.
I mosaici del Nilo e le decorazioni pavimentali
Fra i pavimenti musivi esposti si incontrano scene nilotiche, motivi geometrici a grande scala e pannelli figurati che venivano dalle domus e dalle ville della campagna romana. Il criterio dell'allestimento è quello di far vedere la stanza intera invece del frammento pregiato: i pavimenti sono montati a terra o in leggera pendenza, e si cammina lungo il bordo come si camminava in una casa. È una scelta museografica che oggi sembra ovvia e nel 1998 non lo era affatto.
Il piano interrato di Palazzo Massimo alle Terme: il Medagliere, gli ori e la mummia
Il livello interrato è la parte del museo che i visitatori stanchi saltano, e sbagliano due volte: perché è la sezione più originale e perché è quella dove si capisce che cosa fosse davvero la vita a Roma. Il tema dichiarato è l'economia e l'uso del denaro, e il percorso mette insieme il Medagliere del Museo Nazionale Romano, cioè una delle più importanti collezioni numismatiche del mondo, con gioielli, suppellettili preziose e documenti sul costo della vita quotidiana.
Il Medagliere di Palazzo Massimo alle Terme e la storia della moneta
La sequenza monetale parte dalle forme premonetali, cioè dai lingotti di bronzo pesati, e attraversa la moneta repubblicana, il denario, l'aureo, la riforma di Augusto, la svalutazione del terzo secolo e la riforma costantiniana. Le monete sono esposte con lenti e con ingrandimenti, perché altrimenti non si vedrebbero: una moneta romana è un manifesto di quattro centimetri, con il ritratto del principe da un lato e il messaggio politico dall'altro.
Il consiglio che do davanti a queste vetrine è di cercare le monete degli imperatori di cui avete appena visto i ritratti ai piani di sopra. Trovate la stessa faccia in marmo alta trenta centimetri e in argento alta due: era la stessa campagna di comunicazione, declinata sui due mezzi. Roma ha inventato il marketing dell'immagine molto prima di noi.
Gli ori, i gioielli e la vita quotidiana
La sezione di oreficeria espone anelli, collane, orecchini, bracciali, fibbie e vasellame prezioso. Colpiscono le tecniche: la granulazione, il filo d'oro ritorto, le montature di pietre dure e paste vitree. Ci sono corredi funerari interi, e la loro forza sta nell'essere oggetti d'uso: sono state cose che qualcuno indossava la mattina. Insieme agli ori il percorso presenta documenti sul costo della vita, sui prezzi, sui salari e sui pesi, cioè la parte meno spettacolare e più illuminante di tutto il museo.
La mummia di Grottarossa a Palazzo Massimo alle Terme
In fondo al percorso c'è la vetrina davanti a cui tutti si zittiscono: la bambina di Grottarossa. Fu trovata nel 1964 durante lavori nella zona di Grottarossa, lungo la via Cassia, dentro un sarcofago marmoreo. Il corpo di una bambina di otto anni circa, vissuta nella seconda metà del secondo secolo dopo Cristo, era stato imbalsamato secondo una pratica rarissima nel mondo romano d'Occidente, e si è conservato con i capelli, le unghie e i tessuti.
Insieme a lei furono recuperati il suo corredo: gioielli, un piccolo specchio e soprattutto una bambolina snodabile in avorio, con le articolazioni mobili, che è l'oggetto che spezza la distanza fra noi e loro meglio di qualunque statua. Le analisi condotte sul corpo hanno permesso ricostruzioni sullo stato di salute e sulle cause probabili della morte, ed è uno dei pochi casi in cui l'archeologia romana restituisce non un tipo, ma una persona con un nome perduto e una storia individuale.
Vi avviso, perché è giusto saperlo: la vetrina è forte. Con bambini piccoli valutate voi; con ragazzi dagli undici anni in su, invece, è spesso la cosa che si ricordano per anni.

Come si visita davvero Palazzo Massimo alle Terme, e quanto dura
La visita completa e onesta di questo museo dura fra le due ore e mezza e le tre ore. Chi dice novanta minuti sta descrivendo una corsa. Chi dice cinque ore è un collega archeologo e non fa testo.
La mia distribuzione consigliata, misurata su decine di gruppi: quaranta minuti al piano terra, cinquanta al primo piano, quaranta al secondo, venti al piano interrato, più il tempo delle scale e delle pause. Se avete solo novanta minuti, il taglio che fa meno male è questo: piano terra rapido fermandosi solo su Generale di Tivoli, sala giulio-claudia, Niobide e i due bronzi; primo piano solo Discobolo, Ermafrodito e Sarcofago di Portonaccio; poi salite al secondo e dedicategli il tempo che vi resta. Il secondo piano non si sacrifica mai.
Il percorso che consiglio ai gruppi a Palazzo Massimo alle Terme
Salgo sempre in ordine, dal basso verso l'alto, per una ragione narrativa: il museo è costruito come un racconto che parte dalla faccia pubblica del cittadino romano e finisce nelle sue stanze private e nel suo portafoglio. Farlo al contrario funziona come leggere un romanzo dall'ultimo capitolo. L'unica eccezione che ammetto è quella di chi arriva alle 17.30 con un'ora scarsa: in quel caso si comincia dal secondo piano, perché è la parte che chiude prima nella pratica e perché è quella che vale il biglietto.
Audioguide, visite guidate e cartellini
I cartellini di sala di Palazzo Massimo sono fra i migliori di Roma: bilingui, precisi, con la provenienza e la datazione sempre indicate e senza quella prosa gonfia che affligge molti musei. Chi legge con calma può fare a meno di qualunque supporto. Per i servizi disponibili in giornata, visite guidate comprese, conviene chiedere in biglietteria all'ingresso, perché l'offerta cambia nel corso dell'anno.
Fotografie, zaini e guardaroba a Palazzo Massimo alle Terme
Le fotografie senza flash e senza treppiede sono generalmente consentite nei musei statali italiani, e qui non ho mai visto problemi; il flash resta vietato, soprattutto al secondo piano dove ci sono pitture antiche. Zaini grandi e ombrelli vanno lasciati al guardaroba all'ingresso. Le regole di dettaglio possono cambiare: la parola definitiva è quella del personale di sala.
Palazzo Massimo alle Terme con i bambini
È un museo che con i bambini funziona meglio di quanto suggerisca la fama di severità del Museo Nazionale Romano, a patto di non trattarlo come una lezione. Le tre carte vincenti sono il Pugilatore, l'Ermafrodito e il piano interrato.
Il Pugilatore in riposo li prende perché è un corpo vero, con le ferite, il naso rotto e i guantoni: davanti a quel bronzo si può parlare di sport antico, di allenamento e di dolore senza citare una sola data. L'Ermafrodito dormiente li prende perché li obbliga a muoversi e a scoprire una sorpresa, ed è l'unico modo per far girare intorno a una statua un ragazzino di dodici anni. Il piano interrato li prende per le monete, i gioielli e la bambolina snodabile di Grottarossa, che è un giocattolo di duemila anni fa con le braccia che si muovono.
Il consiglio operativo, dopo molti gruppi familiari: date a ogni bambino un compito di caccia, tre facce da trovare al piano terra, un cane o un uccello da trovare negli affreschi, una moneta con la faccia di un imperatore già visto in marmo. Funziona molto meglio delle spiegazioni. E ricordate che la sala del giardino dipinto piace ai piccoli quanto agli adulti, perché è una stanza piena di animali.
Un avvertimento sincero: la vetrina della mummia può impressionare i più piccoli. Se avete dubbi, passate oltre e fermatevi ai gioielli. Non è un pezzo che si deve vedere per forza.
Accessibilità di Palazzo Massimo alle Terme
Il palazzo è servito da ascensori e rampe, e il museo dichiara la disponibilità di sedie a rotelle, percorsi segnalati e assistenza per i visitatori con disabilità. Rispetto ad altre sedi archeologiche romane la differenza è enorme: qui si sta al chiuso, su pavimenti piani, senza sanpietrini né gradini antichi. Chi si muove con difficoltà e vuole vedere arte romana di primissimo livello ha in questo museo la scelta migliore della città.
Restano due avvertenze pratiche. La prima è che l'ingresso ha comunque una scalinata esterna, e conviene chiedere all'accoglienza l'accesso alternativo. La seconda è che il secondo piano, con i suoi ambienti ricostruiti, ha passaggi più stretti degli altri livelli. Per un sopralluogo su misura, telefonate o scrivete al museo prima della visita: rispondono, e programmano.
Le persone con disabilità e un accompagnatore rientrano nelle gratuità previste per i luoghi della cultura statali; le condizioni aggiornate sono pubblicate dal Ministero della cultura e vanno controllate lì.
Quando andare a Palazzo Massimo alle Terme, e quando evitarlo
Questo è uno dei pochi musei romani per cui non serve una strategia complicata, e lo dico volentieri. Non c'è quasi mai coda. Le fasce migliori restano comunque due: l'apertura, cioè le 9.00 di un martedì o di un mercoledì, quando le sale sono vuote e la luce del secondo piano è al meglio; e il tardo pomeriggio dei giorni feriali, dalle 16.30 in poi, quando le scolaresche se ne sono andate.
Le due situazioni da evitare sono la prima domenica del mese e i sabati pomeriggio di primavera. La prima domenica gratuita porta qui un pubblico che normalmente non ci verrebbe, e la sala del giardino dipinto, che è piccola, diventa impraticabile. La mia opinione netta: se potete permettervi i 15 euro, non venite la prima domenica. Regalatevi il silenzio, che qui è metà dell'esperienza.
D'estate il museo è una delle migliori idee di Roma: è climatizzato, è coperto, ed è a tre minuti dalla metro. Nelle ore in cui il Foro è un forno, qui si sta benissimo. In inverno vale il contrario in senso buono: nelle giornate di pioggia è il posto dove passare tre ore senza rimpianti.
Quanto costa e come si risparmia a Palazzo Massimo alle Terme
Il conto è semplice: 15,00 euro l'intero, 2,00 euro il ridotto, gratis per le categorie previste dalla normativa statale, e ingresso libero la prima domenica del mese. Il biglietto vale per tutte le sedi del circuito con un accesso ciascuna entro una settimana dal primo ingresso, quindi il modo di risparmiare non è cercare sconti ma usare bene la settimana.
La combinazione più efficiente, per chi resta a Roma qualche giorno, è questa: Palazzo Massimo il primo giorno, Terme di Diocleziano il giorno dopo (sono a duecento metri, ma sono due visite diverse e accorparle stanca), Palazzo Altemps in un pomeriggio in cui siete già a piazza Navona. Con la Crypta Balbi temporaneamente chiusa, il circuito si riduce a queste tre tappe più l'Aula Ottagona.
Chi torna a Roma spesso, o chi ci vive, dovrebbe valutare la MNRCard: 30,00 euro l'intera e 20,00 la ridotta per un anno. Si ripaga in due visite. Se cercate invece i giorni e i luoghi a ingresso libero, vale la pena controllare il calendario delle aperture gratuite pubblicato dal Ministero della cultura.
Cosa c'è intorno a Palazzo Massimo alle Terme
Questo è uno dei punti di Roma con la densità museale più alta e la reputazione peggiore, perché è la zona della stazione e la gente ci passa in fretta. Chi si ferma trova, nel raggio di dieci minuti a piedi, quattro cose serie.
Le Terme di Diocleziano e Santa Maria degli Angeli, a due passi da Palazzo Massimo alle Terme
Dall'altra parte di piazza dei Cinquecento ci sono le Terme di Diocleziano, il più grande complesso termale mai costruito a Roma, inaugurato nei primi anni del quarto secolo. Oggi ospitano la sezione epigrafica e protostorica del Museo Nazionale Romano e un chiostro monumentale che la tradizione attribuisce a Michelangelo. Dentro il perimetro delle stesse terme, su piazza della Repubblica, si apre la basilica di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri, ricavata da Michelangelo nell'aula del frigidarium: l'ingresso è libero e bastano venti minuti per capire quanto fossero alte quelle volte. Fatela subito dopo il museo, con negli occhi le statue: cambia la percezione delle dimensioni.
Il Museo Nazionale degli Strumenti Musicali e Santa Maria Maggiore
Poco più in là, verso Porta Maggiore, c'è il Museo Nazionale degli Strumenti Musicali, una raccolta poco frequentata e sorprendente. Salendo invece l'Esquilino si arriva in dieci minuti a Santa Maria Maggiore, con i mosaici del quinto secolo della navata che sono il complemento perfetto alla pittura antica vista al secondo piano: stessa città, stessa tecnica, tre secoli dopo e un'altra religione. Nella stessa direzione, la Basilica di Santa Prassede conserva la cappella di San Zenone, che è la stanza a mosaico più bella d'Italia dopo Ravenna.
Palazzo Merulana e il quartiere
Se avete ancora energie e volete uscire dall'antico, Palazzo Merulana su via Merulana espone la collezione Cerasi con il Novecento italiano, ed è a un quarto d'ora a piedi. Per mangiare, il consiglio da persona che in questa zona ci lavora: allontanatevi dalla stazione di almeno tre isolati in qualunque direzione. Verso via Palestro e il Castro Pretorio, oppure verso il rione Monti, si mangia molto meglio e si spende meno. Il triangolo davanti a Termini è l'unico punto della zona che sconsiglio senza esitazioni.
Palazzo Massimo alle Terme e gli altri musei archeologici di Roma
Domanda che mi fanno sempre: se ho tempo per un solo museo archeologico a Roma, quale scelgo? La mia risposta è Palazzo Massimo, e la motivo. I Musei Capitolini sono più belli come luogo e hanno la Lupa, il Marco Aurelio e il Galata capitolino, ma sono una collezione nata dal collezionismo papale, ordinata per gusto e non per contesto. La Centrale Montemartini è l'allestimento più affascinante della città, statue antiche fra le turbine, ma è una sede distaccata dei Capitolini e non racconta un percorso completo. Il Museo Etrusco di Villa Giulia è indispensabile, ma parla degli Etruschi, che è un altro capitolo.
Palazzo Massimo è l'unico posto in cui potete vedere, in tre ore e sotto lo stesso tetto, il ritratto romano dalla repubblica alla tarda antichità, due originali greci in bronzo, la migliore copia del Discobolo, un sarcofago di battaglia e una stanza dipinta intera. Non c'è concorrenza, in Italia e forse in Europa.
Una curiosità su Palazzo Massimo alle Terme - Museo Nazionale Romano
La curiosità sta in una parola del nome: Terme. Molti visitatori arrivano convinti che il museo si chiami così perché è dentro le Terme di Diocleziano. Non è così: Palazzo Massimo è un edificio autonomo, costruito milleseicento anni dopo, e la specificazione alle Terme serve a distinguerlo dagli altri palazzi della famiglia Massimo che si trovano in centro, primo fra tutti Palazzo Massimo alle Colonne, il capolavoro di Baldassarre Peruzzi in corso Vittorio Emanuele. A Roma i palazzi delle grandi famiglie si distinguono con un complemento di luogo, come le chiese: alle Colonne, alle Terme, ai Monti, in Trastevere.
C'è poi una seconda curiosità che riguarda il terreno. Il palazzo occupa una porzione di quella che era stata la Villa Montalto Peretti, la residenza suburbana del cardinale Felice Peretti divenuto papa Sisto V nel 1585. Era una villa immensa, con viali alberati, fontane, casini e una raccolta di antichità, e occupava buona parte dell'area fra il Viminale e l'Esquilino. Fu venduta, smembrata e infine cancellata quasi del tutto dalla costruzione della stazione ferroviaria e dai piani edilizi della Roma capitale fra il 1870 e il 1890. Di quel giardino grandissimo restano oggi il nome del largo davanti al museo, qualche frammento di muro nei sotterranei degli isolati vicini, e alcune sculture finite in collezioni sparse per l'Europa.
Trovo che sia un cortocircuito bellissimo. Un museo che conserva le sculture e i giardini dipinti delle ville romane antiche è costruito sopra una villa rinascimentale distrutta, che a sua volta era stata costruita sopra il quartiere antico degli Horti. Tre strati di giardini scomparsi, uno sopra l'altro, e alla fine un edificio che li racconta tutti senza dirlo. Quando accompagno qualcuno, questa è la prima cosa che gli faccio notare mentre siamo ancora fuori dal portone.
Una cosa che non ti dice nessuno su Palazzo Massimo alle Terme - Museo Nazionale Romano
Che il secondo piano ha regole d'accesso proprie, e che questo può rovinarvi la visita se lo scoprite alle 17.45.
Gli ambienti del secondo piano contengono pitture antiche staccate e stucchi fragilissimi, e per ragioni di conservazione e di sorveglianza l'accesso a quel livello è stato gestito nel tempo con modalità diverse dal resto del museo: turni a orario fisso, gruppi contingentati, chiusure anticipate rispetto all'orario generale. Le modalità cambiano nel corso dell'anno e a seconda del personale disponibile, e non sono sempre scritte in modo evidente all'ingresso.
La regola pratica che ho imparato a mie spese, e che nessuna guida stampata dice: la prima domanda da fare in biglietteria, prima ancora di pagare, è come si accede oggi al secondo piano. Se c'è un turno, ci si prenota subito e si organizza il resto della visita intorno a quell'orario. Se non c'è, si sale quando si vuole ma comunque non per ultimi. Ho visto troppe persone arrivare al giardino dipinto alle 18.10 e trovare la porta chiusa dopo aver camminato tre ore. Se dovete tagliare qualcosa, tagliate il primo piano, non il secondo.
Ce n'è anche una seconda, di cosa che non si dice: il piano interrato ha spesso una parte del percorso visitabile in modo diverso dal resto, perché il Medagliere è una struttura di studio prima che una sala espositiva. Anche di quello conviene chiedere all'ingresso. È la differenza fra uscire dal museo avendo visto la mummia di Grottarossa e la bambolina d'avorio, oppure no.
Il consiglio che ti do per visitare Palazzo Massimo alle Terme - Museo Nazionale Romano
Andateci di martedì mattina alle nove, e non fate altro quel giorno.
Vi spiego perché ognuna delle tre condizioni conta. Martedì, perché è il giorno dopo la chiusura settimanale: il museo riapre riposato, il personale è al completo, e il flusso dei turisti del fine settimana si è già sciolto. Alle nove, perché siete i primi e potete stare da soli nella sala dei bronzi e nel giardino dipinto, che sono le due stanze in cui la solitudine cambia l'esperienza in modo misurabile. E niente altro quel giorno, perché questo museo chiede una concentrazione che dopo tre ore è finita, e se ci infilate il Colosseo alle 14.00 avrete visto due cose a metà.
Il secondo consiglio riguarda il modo di guardare. Non cercate di vedere tutto. In questo museo ci sono migliaia di pezzi e nessuno, nemmeno un archeologo, li guarda tutti in una volta. Scegliete un filo e seguitelo: le facce, per esempio, dal Generale di Tivoli fino a Severo Alessandro, saltando il resto. Oppure il bronzo, che è raro e qui c'è in quantità. Oppure la pittura. Uscirete avendo capito qualcosa invece di avere in testa una poltiglia di marmi.
Il terzo, che è quello che i colleghi mi contestano: leggete i cartellini invece di ascoltare una spiegazione. Qui i testi di sala sono scritti bene, con provenienza e datazione sempre indicate, e leggere in silenzio davanti all'opera è un modo di guardare più lento e più efficace dell'ascolto. Le visite guidate a Palazzo Massimo hanno senso per gruppi scolastici e per chi parte da zero; per tutti gli altri, il museo si spiega da solo meglio di quanto ci si aspetti.
Ultimo: portate una bottiglia d'acqua e mettete in conto una sosta. Tre ore in piedi su pavimenti duri si sentono. C'è una caffetteria nella zona d'ingresso e ci sono panche in diverse sale: usatele, soprattutto nella sala del giardino di Livia, dove sedersi è proprio il modo giusto di guardare.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Che questo museo è nato da una demolizione, e che praticamente tutto quello che contiene è uscito da sotto Roma fra il 1870 e i primi decenni del Novecento.
Lo dicono i pannelli, lo dicono i cartellini, e nessuno ci fa caso. Il Museo Nazionale Romano fu istituito nel 1889 perché lo Stato aveva un problema concreto: la costruzione della nuova capitale stava rovesciando fuori dal terreno una quantità di materiale antico che nessuna istituzione esistente era in grado di ricevere. I nuovi quartieri dell'Esquilino, del Viminale, del Castro Pretorio, del Ludovisi e dei Prati sorgevano sopra gli horti imperiali, le ville suburbane e le necropoli, e ogni fondazione di palazzo intercettava qualcosa. Il Pugilatore uscì nel 1885 dagli sterri del Quirinale, la Niobide nel 1906 dai lavori nei Giardini Sallustiani, gli affreschi della Farnesina dai muraglioni del Tevere, il fregio dipinto dell'Esquilino nel 1875 a Porta Maggiore, il Sarcofago di Portonaccio nel 1931 lungo la Tiburtina.
Detto in modo brutale: le opere che ammirate qui esistono nelle vetrine perché il contesto in cui erano state pensate è stato distrutto. La Villa Ludovisi, la Villa Montalto Peretti, gli Horti Sallustiani, la casa della Farnesina, il ninfeo di Prima Porta: di quei luoghi non resta quasi niente, e quello che si è salvato è qui dentro. Lo stesso vale, in modo ancora più netto, per gli affreschi staccati del secondo piano: sono stati tolti dal muro perché lasciarli lì avrebbe significato perderli.
È un fatto che cambia il modo di guardare. Un museo archeologico non è un luogo di celebrazione: è un pronto soccorso che ha funzionato. E la ragione per cui a Palazzo Massimo i cartellini indicano sempre la provenienza, spesso con la via e l'anno, è esattamente questa: senza il contesto, il pezzo perde metà del significato, e il minimo che si possa fare è dirvi da dove viene. Quando leggete su un cartellino via delle Cave di Pietralata, 1931, state leggendo il verbale di un salvataggio.
La foto giusta da fare a Palazzo Massimo alle Terme - Museo Nazionale Romano
La foto giusta non è il Discobolo. Il Discobolo è la foto che fanno tutti e viene sempre uguale, perché la statua è isolata su un fondo chiaro e non c'è niente da comporre: quella fotografia esiste già in diecimila copie identiche su internet, e la vostra non aggiungerà nulla.
La foto giusta è il Pugilatore in riposo scattata dal basso e leggermente di lato, dalla sua sinistra, con l'obiettivo all'altezza delle sue ginocchia. Da quel punto succedono tre cose insieme: la torsione del collo diventa leggibile, il volto si stacca contro il fondo scuro della sala e gli intarsi di rame delle ferite prendono luce. Non usate il flash, che è vietato e che comunque appiattirebbe il bronzo togliendogli la patina. Se avete uno smartphone recente, tenete l'esposizione un po' sotto: il bronzo scuro inganna la misurazione automatica e viene fuori grigio slavato.
La seconda foto che consiglio è opposta come tipo. È la sala del giardino dipinto della Villa di Livia ripresa dall'angolo, in modo che due pareti convergano nell'inquadratura. Non fotografate il dettaglio di un melograno: fotografate la stanza. Il senso di quell'ambiente è la continuità, il fatto che il giardino non finisca mai e giri intorno a chi lo guarda, e una foto di dettaglio lo distrugge. Con il grandangolo del telefono, appoggiandovi a uno stipite per non muovere, viene bene anche con la luce bassa.
La terza, per chi ha voglia di una fotografia che nessuno fa: il volto incompiuto del generale sul Sarcofago di Portonaccio. Una testa sbozzata, senza tratti, in mezzo a una battaglia scolpita fino all'ultimo capello. È un'immagine che racconta l'antichità meglio di qualunque capolavoro finito, ed è anche una bella metafora, se vi piacciono le metafore.
Fuori dal museo, infine, l'inquadratura da tenere è quella della facciata neorinascimentale di Pistrucci vista di sbieco da Largo di Villa Peretti con la mole delle Terme di Diocleziano sullo sfondo: due Rome a sedici secoli di distanza in un fotogramma solo. Meglio la sera, con la luce laterale.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
Il primo avvenimento è uno scavo. Nel 1885, sulle pendici del Quirinale, in un'area occupata in antico dalle Terme di Costantino, gli sterri per i nuovi edifici intercettarono una struttura sepolta e ne uscirono due grandi bronzi: il Pugilatore in riposo e il cosiddetto Principe ellenistico. Erano stati nascosti deliberatamente in antico, probabilmente per proteggerli, e per questo si erano salvati dalla fusione che ha distrutto quasi tutta la statuaria bronzea greca. Il racconto dell'emozione di quel ritrovamento è legato a Rodolfo Lanciani, che seguiva i lavori edilizi della Roma nuova e che descrisse l'apparizione del volto del pugile dalla terra come qualcosa che somigliava a una resurrezione. Nella storia dell'archeologia europea sono pochissimi i giorni paragonabili a quello.
Il secondo avvenimento è una vendita, ed è la pagina più amara. Nel 1938 il Discobolo Lancellotti fu ceduto alla Germania nazista per cinque milioni di lire dell'epoca, con l'intervento diretto di Hitler, che lo desiderava, e nonostante l'opposizione di una parte del mondo accademico e di funzionari dello Stato. La statua lasciò l'Italia e finì a Monaco di Baviera, nella Gliptoteca. Fu recuperata nel 1948 grazie al lavoro di Rodolfo Siviero, il funzionario incaricato dal governo italiano del rimpatrio delle opere d'arte sottratte durante il conflitto, e tornò a Roma. Quando vi fermate davanti a quella copia di età adrianea, sappiate che ha attraversato due volte le Alpi ed è stata, per un decennio, un trofeo politico.
Il terzo avvenimento è un incendio. Le due navi di Caligola recuperate dal lago di Nemi fra il 1895 e il 1932, con un'operazione di prosciugamento parziale che fu una delle imprese archeologiche più spettacolari del Novecento, furono distrutte da un incendio nella notte fra il 31 maggio e il 1 giugno 1944, nel museo costruito apposta per ospitarle. Le circostanze precise sono state discusse a lungo e le responsabilità non sono mai state accertate con certezza documentale. Quello che resta delle navi è quasi soltanto ciò che era stato staccato e portato altrove: parte di quel materiale si vede in questa sede, ed è la ragione per cui in un museo di sculture romane trovate teste di lupo e di leone in bronzo.
Il quarto avvenimento è un salvataggio. Fra la fine degli anni Quaranta e l'inizio dei Cinquanta gli affreschi del ninfeo sotterraneo della Villa di Livia a Prima Porta furono staccati dalle pareti e trasferiti al museo, perché l'umidità e il degrado del sito ne avrebbero causato la perdita. È un'operazione discussa dal punto di vista della museologia moderna, che tende a conservare in situ, e che va giudicata con il metro del suo tempo: senza quello stacco, oggi quel giardino non ci sarebbe.
Il quinto è un ritrovamento del 1964, in via Cassia, nella zona di Grottarossa: un sarcofago di marmo contenente il corpo imbalsamato di una bambina di circa otto anni, con il suo corredo di gioielli e una bambola d'avorio snodabile. La mummificazione era una pratica eccezionale nella Roma d'Occidente, e il ritrovamento aprì una linea di ricerca su medicina, riti funerari e infanzia romana che continua ancora oggi.
L'ultimo avvenimento riguarda l'edificio. Nel 1981 lo Stato acquistò il vecchio collegio dei gesuiti e ne affidò la trasformazione a Costantino Dardi. Il cantiere durò tutto il decennio successivo e si concluse con il completamento del percorso museale nel 1998. Fu una delle operazioni di riuso più riuscite della Roma contemporanea, e ancora oggi resta il modo migliore di rispondere a chi dice che in Italia non si sa fare un museo nuovo.
Chi è passato da Palazzo Massimo alle Terme - Museo Nazionale Romano
Il primo nome è quello del committente. Massimiliano Massimo, gesuita della famiglia patrizia dei Massimo, volle e finanziò l'edificio per dare al collegio della Compagnia una sede nuova nella Roma postunitaria, in un quartiere che stava nascendo dal nulla. L'incarico andò a Camillo Pistrucci, architetto attivo a Roma nella stagione umbertina, che scelse il registro neorinascimentale come dichiarazione di continuità con la tradizione romana. Il collegio funzionò qui fino al 1960 e per quasi ottant'anni da queste aule sono passate generazioni di studenti romani: chi entra oggi nel museo cammina in corridoi progettati per ragazzi in fila.
Prima ancora, sul terreno, c'era passato un papa. Felice Peretti, il francescano marchigiano che nel 1585 diventò Sisto V, aveva fatto della Villa Montalto la sua residenza sull'Esquilino, e da pontefice fu l'uomo che ridisegnò Roma con le strade rettilinee, gli obelischi e l'acquedotto Felice. Quel giardino, dove il cardinale passeggiava fra statue antiche e fontane, era esattamente questo pezzo di città.
Fra i moderni, il nome che pesa di più è quello di Rodolfo Siviero, che riportò in Italia il Discobolo Lancellotti nel 1948 dopo la cessione del 1938. E quello di Ranuccio Bianchi Bandinelli, il maggiore archeologo italiano del Novecento, la cui lettura del Sarcofago di Acilia e dell'arte romana tardoantica ha formato tutti gli studi successivi: molte delle cose che leggete sui cartellini di questo museo derivano dal suo modo di guardare. Aggiungo Rodolfo Lanciani, che documentò con ostinazione gli sterri della Roma capitale e senza il quale non sapremmo da dove viene metà di quello che si vede qui. E Costantino Dardi, che trasformò il collegio in museo.
Poi ci sono quelli che qui non hanno messo piede ma che ci sono di persona, in marmo e in bronzo. Augusto è presente due volte: giovane e idealizzato nella sala giulio-claudia, e velato come pontefice massimo nella statua di via Labicana. Livia Drusilla c'è come ritratto e c'è come padrona di casa, perché il giardino dipinto del secondo piano decorava una stanza sua. Ci sono Agrippa, Tiberio, Germanico, Caligola, Vespasiano, Traiano, Adriano, Antinoo, Marco Aurelio, Commodo, Settimio Severo, Caracalla, Gordiano III. C'è Alessandro Magno in bronzo dorato. Ci sono Socrate, Epicuro, Erodoto, Esiodo, Omero e Menandro nelle copie che i romani colti tenevano in casa.
E c'è una bambina di otto anni, senza nome, morta nella seconda metà del secondo secolo dopo Cristo e ritrovata a Grottarossa nel 1964. In un museo pieno di imperatori è lei la persona che ci si porta a casa.
Domande veloci su Palazzo Massimo alle Terme - Museo Nazionale Romano
Dove si trova esattamente Palazzo Massimo alle Terme?
Largo di Villa Peretti 2, 00185 Roma, sul lato di piazza dei Cinquecento della Stazione Termini, di fronte al complesso delle Terme di Diocleziano.
Quanto costa il biglietto di Palazzo Massimo alle Terme?
Il biglietto intero costa 15,00 euro, il ridotto 2,00 euro. Esiste anche un biglietto per la sola Aula Ottagona a 5,00 euro e una tessera annuale MNRCard a 30,00 euro intera e 20,00 ridotta. Verificate le tariffe sul sito ufficiale prima di partire.
Il biglietto vale anche per le altre sedi del Museo Nazionale Romano?
Sì. È un biglietto unico che consente un ingresso in ciascuna sede del circuito entro una settimana dal primo accesso. Va tenuto presente che la Crypta Balbi è temporaneamente chiusa al pubblico.
Quali sono gli orari di apertura?
Da martedì a domenica dalle 9.00 alle 19.00, con biglietteria e ultimo ingresso alle 18.00.
Qual è il giorno di chiusura di Palazzo Massimo alle Terme?
Il lunedì. È la chiusura settimanale di tutte le sedi del Museo Nazionale Romano.
Si entra gratis la prima domenica del mese?
Sì, la prima domenica del mese l'ingresso è gratuito in tutti i luoghi della cultura statali, e quindi anche qui. Il mio consiglio da professionista resta di evitarla, perché le sale piccole del secondo piano diventano invivibili.
Serve prenotare per visitare Palazzo Massimo alle Terme?
No, la prenotazione non è obbligatoria: si compra il biglietto in cassa. L'acquisto online si fa sul portale Museiitaliani indicato dal museo.
Quanto dura la visita?
Fra due ore e mezza e tre ore per una visita completa. Con novanta minuti si vede una selezione ragionata, purché non si sacrifichi il secondo piano.
Come si arriva con la metro?
Fermata Termini, capolinea comune delle linee A e B. Dall'uscita su piazza dei Cinquecento sono tre minuti a piedi.
Si può fare il biglietto cumulativo con le Terme di Diocleziano?
È lo stesso biglietto: le Terme di Diocleziano sono una delle sedi del circuito, e con il titolo da 15,00 euro ci si entra entro la settimana di validità.
Che cosa si vede di più importante a Palazzo Massimo alle Terme?
Il Pugilatore in riposo e il Principe ellenistico in bronzo, la Niobide dei Giardini Sallustiani, il Discobolo Lancellotti, l'Ermafrodito dormiente, il Sarcofago di Portonaccio, il giardino dipinto della Villa di Livia, gli stucchi della Villa della Farnesina e la mummia di Grottarossa.
Dove si trova il Discobolo?
Al primo piano, nella sala dedicata alle sculture degli spazi ginnici. Nella stessa sala c'è anche il Discobolo da Castelporziano, acefalo, che permette il confronto fra due repliche dello stesso originale di Mirone.
Il museo è accessibile in sedia a rotelle?
Sì. Il museo dichiara ascensori, rampe, sedie a rotelle a disposizione, percorsi segnalati e assistenza. Per l'ingresso e per i passaggi più stretti del secondo piano conviene avvisare o chiedere all'accoglienza.
Si possono fare fotografie?
Le fotografie senza flash e senza treppiede sono generalmente consentite. Il flash è vietato, in particolare al secondo piano dove ci sono pitture antiche. Le indicazioni del personale di sala prevalgono su tutto.
C'è il guardaroba?
Sì, all'ingresso, dove si lasciano zaini grandi e ombrelli. È il museo giusto in cui liberarsi dei bagagli se avete un treno nel pomeriggio.
Palazzo Massimo alle Terme è adatto ai bambini?
Sì, se si punta sui pezzi giusti: il Pugilatore, l'Ermafrodito da girarci intorno, gli animali del giardino dipinto, le monete e la bambolina d'avorio del piano interrato. La vetrina della mummia può impressionare i più piccoli e si può evitare.
C'è coda per entrare?
Praticamente mai, tranne la prima domenica del mese e in occasione di grandi mostre temporanee. È uno dei pochi musei importanti di Roma in cui si entra quando si arriva.
Che differenza c'è fra Palazzo Massimo e le Terme di Diocleziano?
Palazzo Massimo è un edificio ottocentesco che ospita sculture, pitture, mosaici e il Medagliere. Le Terme di Diocleziano sono un complesso archeologico antico che ospita la sezione epigrafica e protostorica e un grande chiostro. Sono a duecento metri l'una dall'altra e sono due visite diverse: non accorpatele nella stessa mattinata.
Che differenza c'è fra Palazzo Massimo e i Musei Capitolini?
I Musei Capitolini sono la più antica collezione pubblica del mondo, nata dal collezionismo papale e ordinata per gusto. Palazzo Massimo è un museo di scavo, ordinato per cronologia e per contesto di ritrovamento. Se volete capire l'arte romana come storia, venite qui; se volete i capolavori simbolo della città, salite al Campidoglio.
Si può visitare Palazzo Massimo alle Terme la sera?
L'orario ordinario si chiude alle 19.00 con ultimo ingresso alle 18.00. Aperture serali straordinarie vengono organizzate in alcune occasioni durante l'anno e sono annunciate sul sito ufficiale.
Dove si comprano i biglietti online?
Sul portale Museiitaliani, indicato dal museo come canale di vendita. In cassa si acquista senza problemi anche il giorno stesso.
Quanto tempo serve per vedere solo il secondo piano?
Quaranta minuti se volete guardare davvero il giardino di Livia e gli stucchi della Farnesina. Venti se andate di corsa, ma è un peccato.
Vale la pena visitare Palazzo Massimo alle Terme se si è già stati ai Musei Vaticani?
Sì, e sono due esperienze opposte. Ai Vaticani si vede la scultura antica come la vedeva il collezionismo papale, in mezzo a folle enormi. Qui si vede la scultura antica come la restituisce lo scavo, quasi da soli. Chi ha fatto solo i Vaticani ha visto metà della storia.
C'è una caffetteria o un posto dove mangiare vicino?
C'è un punto di ristoro nell'area d'ingresso. Fuori, il consiglio è di allontanarsi di almeno tre isolati dalla stazione: verso via Palestro e il Castro Pretorio o verso Monti si mangia molto meglio.
La mia conclusione
Se dovessi consigliare un solo museo a chi torna a Roma per la seconda volta, consiglierei questo senza esitare, e lo faccio da anni. Non perché sia il più famoso, che non lo è, ma perché è l'unico posto in città dove in tre ore si passa dalla faccia di un vecchio contadino diventato senatore al giardino dipinto per la moglie di Augusto, dalla mischia di un sarcofago di battaglia alla bambola d'avorio di una bambina morta a otto anni. È il museo che restituisce alle statue le persone.
Andateci di martedì mattina, prendete il biglietto da 15 euro, chiedete subito come funziona il secondo piano e non programmate nient'altro fino al pomeriggio. Uscite verso mezzogiorno, attraversate la piazza ed entrate a Santa Maria degli Angeli per dieci minuti, giusto per misurare a occhio quanto erano alte le terme che avete visto in pianta. Poi andate a mangiare da qualche parte lontano dalla stazione. È una delle giornate romane meglio spese che conosca, e costa quanto due pizze.
Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.
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