Riserva naturale della Macchia di Gattaceca e Macchia del Barco

La Riserva naturale della Macchia di Gattaceca e Macchia del Barco occupa circa mille ettari a nord est di Roma, a cavallo dei comuni di Monterotondo, Mentana e Sant'Angelo Romano, fra la Valle del Tevere e i Monti Cornicolani. L'ingresso e la percorrenza dei sentieri sono liberi e gratuiti, l'area non ha cancelli né orari di chiusura, e il riferimento operativo per chi arriva da fuori è la Welcome Area di Via Nomentana al km 21+200, civico 320, la struttura che fa da porta comune a questa riserva e alla vicina Riserva naturale di Nomentum. L'ente gestore è la Città metropolitana di Roma Capitale, che risponde ai numeri 348 5212135 e 06 67663320 e alla casella direttoreareeprotette@cittametropolitanaroma.it: conviene scrivere o telefonare prima, perché le aperture del centro visita seguono i calendari delle attività didattiche e non un orario fisso da museo. In auto si arriva dalla Via Nomentana o dalla Via Salaria in quaranta minuti scarsi dal Grande Raccordo Anulare; in treno si scende a Monterotondo, sulla linea FL1, e da lì si prosegue verso Castelchiodato. I sentieri sono quelli catastati dal Club Alpino Italiano con i numeri 436, 437, 438 e 439, più le varianti contrassegnate dalle lettere, e attraversano il tratto di bosco meglio conservato della campagna a nord della Capitale.

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Il primo slot della giornata o il tardo pomeriggio. A metà mattina è un nastro trasportatore, e non lo diciamo solo noi.

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Tour in sidecar✦ Il più scenografico

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Corsi di cucina✦ Si mangia alla fine

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Pasta a mano e poi ci si siede a tavola. La domanda giusta è quante persone ci sono per postazione.

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Degustazioni di vino✦ Anche in città

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Catacombe e Appia Antica✦ Sottoterra

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Chilometri di gallerie sotto la via Appia. Fresche d'estate, e sorprendentemente poco affollate.

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Colosseo: sotterranei e arena✦ Accesso limitato

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Chi cerca altre mete verdi nel raggio di un'ora da Roma trova un quadro d'insieme nella pagina delle attrazioni turistiche del Lazio.

Dove si trova la Riserva naturale della Macchia di Gattaceca e Macchia del Barco

Immaginate la carta del Lazio: Roma al centro, il Tevere che scende da nord piegando verso ovest, e a nord est della città un gruppo di colline calcaree modeste, che non superano i seicento metri e che nessuno chiamerebbe montagne se non avessero un nome antico. Sono i Monti Cornicolani, e devono quel nome alla città preromana di Corniculum: i due colli di Montecelio visti da Roma disegnano due corna, e l'etimologia popolare ha fatto il resto. La riserva occupa il versante nord occidentale di quel gruppo, dove i rilievi si abbassano e si sfrangiano verso la piana alluvionale del Tevere.

È una posizione di confine, e si vede. A ovest il terreno cede fino alle terrazze fluviali e ai campi di grano che accompagnano la Salaria; a est le colline risalgono verso Sant'Angelo Romano, arroccata a quattrocento metri sul Monte Patulo, e più oltre ancora verso la mole dei Monti Lucretili. In mezzo, questi mille ettari di boschi, pascoli, seminativi e uliveti che gli ecologi chiamano paesaggio agrosilvopastorale e che un contadino della Sabina chiamerebbe semplicemente la campagna di sempre.

Il perimetro tocca tre comuni. Monterotondo, quarantamila abitanti su un colle a centosessantacinque metri che guarda la valle del Tevere, erede del territorio dell'antica Eretum sabina. Mentana, ventiduemila abitanti, erede di Nomentum. Sant'Angelo Romano, cinquemila abitanti, il più piccolo e il più interessante dal punto di vista geologico, perché è nel suo territorio che si apre il Pozzo del Merro. Nessuno dei tre paesi è dentro la riserva: la riserva è quello che resta in mezzo, e la cosa ha una sua logica storica precisa che vedremo più avanti.

Il confine con la Riserva naturale di Nomentum

A sud ovest la Macchia di Gattaceca sfiora l'altra area protetta gestita dalla Città metropolitana, la Riserva naturale di Nomentum, che copre circa ottocentoventisette ettari fra Mentana e Fonte Nuova. Le due riserve condividono l'ente gestore, il centro visita e una parte della sentieristica, e chi arriva dalla città spesso le tratta come un unico sistema. Sono però diverse: Nomentum è più frammentata, più agricola, più intrecciata all'abitato; Gattaceca conserva i lembi di bosco più compatti e il patrimonio geologico più notevole.

La Riserva naturale della Macchia di Gattaceca e Macchia del Barco in breve: i dati che servono

Istituzione: legge regionale del Lazio numero 29 del 6 ottobre 1997, il provvedimento che in un colpo solo diede vita a una dozzina di aree protette del Lazio. Superficie: circa mille ettari. Comuni: Monterotondo, Mentana, Sant'Angelo Romano. Ente gestore: Città metropolitana di Roma Capitale. Quota: fra i centocinquanta e i quattrocento metri circa. Ingresso: libero. Sentieri segnati: quattro principali e undici varianti, più due itinerari di lunga percorrenza che attraversano l'area. Tempo minimo per una visita che abbia senso: tre ore. Tempo per farsela tutta con calma: una giornata intera, e non vi avanzerà niente.

Il dato che sorprende chi legge queste cifre per la prima volta è la distanza da Roma. Dal Colosseo al bivio di Castelchiodato ci sono trentacinque chilometri. In una città dove per vedere un bosco vero la gente prenota un fine settimana in Abruzzo, avere mille ettari di querceto a mezz'ora di macchina dal Raccordo è un lusso che i romani, in larghissima maggioranza, ignorano di possedere.

Come arrivare alla Riserva naturale della Macchia di Gattaceca e Macchia del Barco

In automobile

La via più comoda è la Nomentana, la strada statale 22 che esce da Porta Pia e punta dritta verso nord est. Si supera Fonte Nuova, si costeggia Mentana, e al chilometro 21 e 200 metri, sul civico 320, si incontra la Welcome Area che funziona da porta del parco per entrambe le riserve. Da lì i cartelli portano ai vari accessi. L'alternativa è la Salaria fino a Monterotondo e poi la provinciale per Castelchiodato, che entra nel bosco dal lato nord.

Un avvertimento che vale più di qualunque descrizione paesaggistica: i navigatori satellitari, digitando il nome della riserva, vi porteranno a un punto generico in mezzo ai campi. Impostate invece l'indirizzo della Welcome Area, oppure Via di Castelchiodato a Monterotondo, oppure Via Basento a Mentana, che sono i tre imbocchi reali dei sentieri numerati. Il parcheggio è sempre e solo lungo strada, su sterrato, senza aree attrezzate: in giornate di sole primaverile il bordo strada di Via di Gattaceca si riempie, e chi arriva dopo le dieci parcheggia lontano.

In treno

Monterotondo ha una stazione ferroviaria aperta nell'ottobre del 1867, servita dalla linea regionale FL1, quella che collega Orte all'aeroporto di Fiumicino passando per Tiburtina, Ostiense e Trastevere. Da Roma Tiburtina il viaggio dura poco più di venti minuti e i treni sono frequenti anche la domenica. Dalla stazione, però, al bosco ci sono ancora una manciata di chilometri: serve un autobus locale, un taxi o una bicicletta. Chi viaggia in bici da corsa o in gravel trova qui la combinazione migliore, perché la strada per Castelchiodato è poco trafficata e sale con pendenze gentili.

In autobus

Le corriere extraurbane collegano Roma a Mentana e a Monterotondo con partenze dai capolinea del trasporto regionale. Gli orari cambiano fra feriali e festivi e nei mesi estivi si diradano parecchio: verificateli sul sito del vettore prima di partire, perché una coincidenza saltata la domenica pomeriggio significa restare a piedi fino a sera.

Gli accessi ai sentieri

Gli imbocchi che contano sono tre. Via Basento, sul lato di Mentana, da cui partono il sentiero 437 e la variante 437C. Via di Castelchiodato, sul lato di Monterotondo, che è il capo nord del percorso 438. Via Colle Giochetto, da cui si stacca l'anello 436 di Bosco Nardi. Tutti e tre sono segnalati da tabelle in legno con il logo della Città metropolitana e la numerazione del Club Alpino Italiano.

Riserva naturale della Macchia di Gattaceca e Macchia del Barco - carta sentieri 2021
Riserva naturale della Macchia di Gattaceca e Macchia del Barco, carta dei sentieri

I quattro nuclei boschivi della Riserva naturale della Macchia di Gattaceca e Macchia del Barco

Il nome doppio del parco non è un capriccio burocratico: descrive con esattezza la situazione sul terreno. Non esiste un bosco unico e continuo, esistono quattro lembi forestali separati da campi coltivati e da pascoli, e la riserva è stata disegnata per cucirli insieme. I quattro nuclei sono la Macchia del Barco, il Bosco di Gattaceca, il Monte San Francesco e il Bosco Nardi.

Il Bosco di Gattaceca

È il più esteso e il più fitto, quello che dà il nome alla riserva e che regge da solo il carico di visitatori del fine settimana. Copre il versante fra Monterotondo e Castelchiodato, il terreno è quasi pianeggiante, e il querceto ha una struttura a ceduo invecchiato: cioè per secoli è stato tagliato a turno per farne legna da ardere e carbone, e negli ultimi decenni è stato lasciato crescere. Il risultato sono polloni multipli che partono dalla stessa ceppaia, un sottobosco chiaro in primavera e cupo in piena estate, e qualche matricina di cerro lasciata a semenzaio che ormai ha il portamento di un albero d'alto fusto.

Il toponimo, nella pronuncia locale, oscilla fra Gattaceca e Gattacieca, e sulla sua origine circolano spiegazioni popolari che non hanno alcun fondamento documentario: le lascio dove sono. Quello che è documentato è l'uso collettivo del bosco, gestito per generazioni dall'Università Agraria di Castelchiodato, uno di quegli enti di antico regime che amministrano i diritti civici di legnatico e pascolo per conto della popolazione. È la ragione per cui questo lembo di querceto è sopravvissuto mentre tutto intorno veniva dissodato: un bosco di uso collettivo si taglia, ma non si vende e non si trasforma in seminativo.

La Macchia del Barco

Più piccola, più frammentata, più vicina alla Salaria. Il nome tradisce l'origine: barco, nel lessico dei feudi laziali, indica la riserva di caccia recintata di un signore, il parco nel senso inglese del termine. Qui la superficie forestale è ridotta a poche decine di ettari per corpo, e la matrice agricola domina. Ha un interesse naturalistico minore rispetto a Gattaceca, e infatti la sentieristica ufficiale la sfiora appena. Vale però come documento storico del paesaggio: dice con precisione dove finiva il bosco baronale e dove cominciava la terra dei contadini.

Monte San Francesco

Il rilievo che chiude la riserva verso est, in direzione di Sant'Angelo Romano. Il sentiero 437, il Giallo, ha come punto d'arrivo il Pozzo di San Francesco, e il toponimo francescano nella zona rimanda a una frequentazione eremitica di cui restano tracce toponomastiche più che monumentali. Qui il terreno sale, il calcare affiora, e la vegetazione cambia in senso termofilo: al cerro subentra la roverella, e compaiono il leccio e l'albero di Giuda.

Bosco Nardi

Il gioiello botanico della Riserva naturale della Macchia di Gattaceca e Macchia del Barco, e il motivo per cui un appassionato di flora viene fin quassù. È un nucleo raccolto, percorso dall'anello 436, dove si trovano popolamenti di orchidee spontanee protette dalla convenzione CITES. Le fioriture si concentrano fra aprile e maggio, cambiano di anno in anno a seconda delle piogge invernali, e chiedono di essere fotografate stando sul sentiero. Raccogliere un'orchidea qui è vietato dal regolamento della riserva e stupido dal punto di vista pratico: queste specie dipendono da funghi simbionti del suolo e appassiscono in mezz'ora.

Una curiosità su Riserva naturale della Macchia di Gattaceca e Macchia del Barco

Dentro il perimetro della riserva, in territorio di Sant'Angelo Romano, si apre una voragine a imbuto che gli abitanti del posto conoscono da sempre e che la comunità scientifica internazionale ha scoperto solo negli ultimi vent'anni: il Pozzo del Merro. In superficie è una dolina di crollo profonda una ottantina di metri, con le pareti coperte da una vegetazione fitta e un laghetto sul fondo largo una trentina di metri. Sembra un pozzo naturale come tanti altri dell'Appennino calcareo. Non lo è.

Quel laghetto è soltanto il pelo dell'acqua di una cavità allagata che scende in verticale nel calcare. Le prime indagini serie le condusse negli anni Quaranta del Novecento il geologo Aldo Giacomo Segre, che intuì la natura carsica del fenomeno. Ma la misura che ha fatto il giro del mondo arrivò nel marzo del 2002, quando un veicolo filoguidato battezzato Prometeo, calato nel pozzo dai vigili del fuoco, raggiunse la quota di trecentonovantadue metri sotto il livello del lago. A quella profondità il cavo era finito: il robot aveva esaurito la propria autonomia operativa, non aveva toccato il fondo.

Questo è il punto che rende il Pozzo del Merro una curiosità autentica e non un primato da depliant. Trentacinque chilometri da Roma esiste una cavità allagata di cui nessuno, a oggi, conosce la profondità reale. Le classifiche internazionali dei sinkhole allagati la collocano ai primissimi posti al mondo, seconda soltanto all'Abisso di Hranice in Repubblica Ceca, e la posizione in classifica dipende interamente dal fatto che nessuno strumento è ancora riuscito a scendere più in basso. Il meccanismo che l'ha scavata è quello che i geologi chiamano ipercarsismo geotermale: acque profonde arricchite da fluidi di origine geotermica che aggrediscono il calcare dal basso verso l'alto, invece che dall'alto verso il basso come la pioggia.

Nel 2007 l'apneista Stefano Makula scese nella cavità raggiungendo i quarantotto metri in ambiente carsico con diramazioni laterali. Le rocce che il pozzo attraversa appartengono a una piattaforma carbonatica tropicale di età giurassica, la stessa che costituisce l'ossatura di mezza Italia centrale. Il Pozzo del Merro non è visitabile: l'accesso all'orlo della dolina è regolamentato e le immersioni sono riservate a operazioni scientifiche autorizzate. Dal sentiero si coglie la depressione, la vegetazione anomala che la riveste, il silenzio particolare che la circonda. Il resto lo mette l'immaginazione, ed è già moltissimo.

Il bosco relitto della campagna romana: la vegetazione della Macchia di Gattaceca

Per capire che cosa si sta guardando serve un dato di contesto. La campagna a nord di Roma, fino all'alto medioevo, era coperta da una foresta continua di querce caducifoglie. Poi vennero il pascolo transumante, il fabbisogno di legna della città, le bonifiche, la meccanizzazione agricola del Novecento. Quello che resta oggi sono frammenti, e la Macchia di Gattaceca è uno dei più consistenti. Ogni albero che vedete lungo il 438 è il discendente di quella foresta.

Il cerro e il farnetto, le due querce padrone

La formazione dominante è un querceto caducifoglio governato in gran parte a ceduo, con il cerro come specie guida. Il cerro, Quercus cerris, si riconosce dalla foglia larga con lobi profondi e irregolari, dalla corteccia scura profondamente fessurata con il fondo delle fessure rossastro, e dalla ghianda con la cupola ricoperta di squame lunghe e arricciate, quasi pelose. Accanto al cerro compare localmente il farnetto, Quercus frainetto, una quercia balcanica che in Italia trova nel Lazio uno dei suoi areali principali: foglia più grande, più lobata, spesso raccolta a ciuffo all'estremità dei rametti.

La presenza combinata di cerro e farnetto non è un dettaglio da botanici pignoli. Definisce un tipo forestale preciso, il cerreto submontano del Lazio interno, ed è la ragione per cui la riserva è stata istituita nel 1997 insieme alle altre aree di pregio botanico della regione. Boschi come questo, alle porte di una capitale europea, in Italia non ce ne sono molti.

Il piano intermedio e il sottobosco

Sotto le querce si sviluppa uno strato di alberi minori che regge buona parte della biodiversità del sito: carpino orientale, acero campestre, orniello. Poi gli arbusti, che in primavera fanno del bosco un intrico fiorito: biancospino, corniolo, ligustro, prugnolo selvatico. Al livello del terreno il pungitopo forma cuscini spinosi persistenti tutto l'anno, e sopra di lui, fra febbraio e aprile, arrivano le fioriture che valgono da sole il viaggio: anemoni bianchi a macchie larghe e ciclamini.

Dove il terreno drena meglio, sui dossi calcarei e sui versanti esposti a mezzogiorno, la composizione cambia in senso termofilo. Il cerro arretra, avanzano la roverella con la sua foglia pelosa sulla pagina inferiore, l'albero di Giuda che in aprile esplode in fiori rosa direttamente sui rami, e il leccio, unico sempreverde di rilievo in un bosco altrimenti tutto spoglio d'inverno.

Lo storace e le altre specie protette

Tre specie vegetali protette danno alla Riserva naturale della Macchia di Gattaceca e Macchia del Barco un peso botanico superiore alla sua superficie. La prima è lo storace, Styrax officinalis, un arbusto o alberello dai fiori bianchi penduli a campanella, che in Italia ha una distribuzione ristrettissima, concentrata proprio nel settore tiburtino, lucretile e cornicolano. Trovarlo qui significa trovarsi su una delle poche stazioni italiane di una pianta che altrove è mediorientale. La seconda è il gigaro a foglie sottili. La terza è la Linaria purpurea, endemismo appenninico dalle spighe di fiori violetti che spuntano fra le pietre.

Le orchidee spontanee di Bosco Nardi

Il capitolo che fa arrivare i fotografi naturalisti da mezza Italia. In alcune zone della riserva, e in particolare a Bosco Nardi, crescono orchidee spontanee, tutte incluse nelle appendici della convenzione CITES. Il periodo buono va dalla fine di marzo alla prima metà di maggio, con lo scalare delle specie lungo le settimane. Servono ginocchia disposte a sporcarsi e un teleobiettivo macro; non serve, e non è consentito, scostare la vegetazione circostante per ripulire l'inquadratura.

Le stagioni del bosco

Marzo e aprile sono i mesi del sottobosco fiorito e delle giornate lunghe abbastanza da permettere due sentieri in fila. Maggio porta la chiusura delle chiome e una luce verde filtrata che è splendida da vivere e difficilissima da fotografare. Da giugno a settembre il querceto diventa un rifugio dal caldo: la temperatura sotto le chiome scende di parecchi gradi rispetto al campo aperto, e in agosto la differenza è quella fra una passeggiata e una prova di resistenza. Ottobre e novembre sono la stagione migliore in assoluto: colori, funghi, aria tersa, e nessuno in giro. Da dicembre a febbraio il bosco è spoglio, il fango sui sentieri è reale e va messo in conto, ma la visibilità fra i tronchi permette di leggere la morfologia del terreno come in nessun altro momento dell'anno.

Una cosa che non ti dice nessuno su Riserva naturale della Macchia di Gattaceca e Macchia del Barco

Che questa non è una riserva pubblica nel senso in cui lo sono i parchi urbani di Roma. La riserva è un vincolo di tutela sovrapposto a una proprietà in larghissima parte privata e collettiva: aziende agricole, terreni di uso civico amministrati dall'Università Agraria di Castelchiodato, poderi sperimentali di istituti pubblici di ricerca agraria. Il perimetro protetto comprende case abitate, stalle, trattori al lavoro, cani da guardiania e recinzioni elettrificate per il bestiame.

La conseguenza pratica è precisa e nessuna brochure la scrive: nella Riserva naturale della Macchia di Gattaceca e Macchia del Barco non si cammina dove pare. Si cammina sui sentieri numerati dal Club Alpino Italiano, che il regolamento individua proprio perché si sviluppano interamente su aree pubbliche e su tracciati con diritto di passaggio accertato. Uscire dalla traccia segnata, in questa riserva più che in altre, significa entrare nel campo di qualcuno.

La seconda conseguenza è culturale ed è più interessante. Questo bosco è sopravvissuto non perché qualcuno lo abbia protetto, ma perché per secoli è stato utile a tutti: il legnatico, il pascolo in bosco, la ghianda per i maiali, il carbone. L'uso civico ha funzionato da vincolo di conservazione molto prima che esistesse la parola conservazione. Quando nel 1997 la Regione Lazio ha messo la firma sulla legge istitutiva, ha certificato un equilibrio che i contadini della Sabina avevano già costruito da soli. Il paesaggio a mosaico che vi trovate davanti, con i lembi di bosco alternati ai pascoli e ai seminativi, non è natura intatta: è il ritratto di un sistema economico contadino che ha smesso di funzionare da poco.

Terza cosa, meno filosofica e molto concreta: in autunno, in questi boschi, si va a funghi. La raccolta è soggetta alle norme regionali e ai regolamenti locali, richiede il titolo previsto dalla Regione Lazio e va verificata prima di partire. Un cestino pieno e un tesserino mancante, qui, si incontrano con una certa regolarità.

Riserva naturale della Macchia di Gattaceca e Macchia del Barco
Riserva naturale della Macchia di Gattaceca e Macchia del Barco

Il consiglio che ti do per visitare Riserva naturale della Macchia di Gattaceca e Macchia del Barco

Andateci in una mattina feriale di fine marzo, e cominciate dal sentiero 437 partendo da Via Basento, sul lato di Mentana. Poi, al bivio, prendete la variante 437C, quella che il Club Alpino ha battezzato Sentiero delle Grotte: un chilometro e sei, mezz'ora di cammino, quarantacinque metri di dislivello in salita e venticinque in discesa, difficoltà turistica. È il tratto che concentra il meglio di quello che questa riserva ha da offrire, e chi ha tre ore e non sa come spenderle deve spenderle qui.

Il motivo del feriale è pratico. Il fine settimana la Macchia di Gattaceca è il polmone verde di Monterotondo, Mentana e Fonte Nuova messe insieme: famiglie, gruppi di camminatori, mountain bike, cani liberi che non dovrebbero esserlo. Non è spiacevole, è semplicemente un'altra esperienza. Il martedì mattina di marzo in questo bosco si cammina per un'ora senza incontrare nessuno, e il canto del picchio verde si sente da cento metri.

Il secondo consiglio riguarda le scarpe, e lo do con una certa insistenza perché ho visto troppa gente rovinarsi la giornata. I sentieri sono classificati T, turistici, e la classificazione è corretta quanto a pendenze e orientamento. Non dice però nulla sul fondo. Su terreno calcareo con copertura argillosa, dopo una pioggia il sentiero diventa una pista di pattinaggio, e le scarpe da ginnastica con la suola liscia sono la ricetta per una caduta. Scarponcino basso con suola scolpita, e la questione è chiusa.

Terzo: portatevi l'acqua da casa. Nella riserva non esistono fontanili sicuri per il consumo umano né punti di ristoro; i bar più vicini sono nei paesi, e nei paesi la domenica chiudono presto. Due litri a testa in estate non sono esagerazione.

Ultimo, e qui esprimo un'opinione netta che non tutti condividono: non cercate di vedere tutto in una volta. Questa riserva ha quindici tracciati segnati, la maggior parte dei quali brevi e collegati fra loro, e la tentazione di incastrarli in un'unica giornata è forte. Sbagliata. La Macchia di Gattaceca dà il meglio a chi si ferma: a chi si siede venti minuti su un tronco a guardare il sottobosco, a chi aspetta che una ghiandaia smetta di protestare e torni a farsi vedere. Fatene due la mattina, mangiate a Sant'Angelo Romano, tornate un'altra volta per gli altri.

I sentieri del Club Alpino Italiano nella Riserva naturale della Macchia di Gattaceca e Macchia del Barco

La rete segnata conta quindici itinerari catastati, quattro principali identificati da un colore e undici varianti contrassegnate da una lettera. Tutti si sviluppano su aree pubbliche e sono riportati sulla carta escursionistica della riserva, scaricabile anche in versione georeferenziata. Ecco come sono fatti davvero.

CAI 436, il Sentiero Celeste

L'anello di Bosco Nardi, e il più bello dei quattro se il vostro interesse è botanico. Parte e arriva su Via Colle Giochetto, misura due chilometri e cento, con novanta metri di dislivello in salita e altrettanti in discesa, un'ora e un quarto di cammino, difficoltà T. È l'unico vero anello della riserva, quindi non richiede navette né ritorni sui propri passi, e attraversa il settore delle orchidee spontanee. In aprile è il percorso da fare, punto.

CAI 437, il Sentiero Giallo

Due chilometri e nove, cinquanta metri di dislivello in salita, quarantacinque minuti, difficoltà T. Parte da Via Basento a Mentana, all'incrocio con il sentiero 438, e finisce al Pozzo di San Francesco. È l'asse portante del settore occidentale e il punto di innesto di tre varianti: la 437A, che lo collega alla 439B; la 437B, un raccordo di un quarto d'ora che rientra sul 437 stesso; e la 437C, il Sentiero delle Grotte.

CAI 437C, il Sentiero delle Grotte

Un chilometro e sei, mezz'ora, quarantacinque metri di salita e venticinque di discesa, difficoltà T, attacco a quota bassa sul lato di Via Basento. Il nome dice la vocazione: è la variante che porta a contatto con i fenomeni carsici superficiali, le depressioni e le aperture nel calcare che punteggiano questo settore. Se dovessi indicare un solo tracciato a chi ha poco tempo, indicherei questo.

CAI 438, il Percorso Blu

Tre chilometri e uno, il più lungo dei quattro principali, cinquanta minuti, quindici metri di dislivello in salita e venticinque in discesa: praticamente piatto. Collega Via di Castelchiodato, a Monterotondo, con Via Basento, a Mentana, ed è la traversata che attraversa il cuore del Bosco di Gattaceca. Difficoltà T. Ha quattro varianti: la 438A, un raccordo di cinque minuti verso il 437; la 438B, trentacinque minuti dall'ingresso sulla strada provinciale; la 438C, un quarto d'ora su Via di Gattaceca; e la 438D, dieci minuti di collegamento con la 438C. Essendo una traversata e non un anello, va organizzata con due automobili oppure percorsa in andata e ritorno, e in quel caso diventano poco più di sei chilometri.

CAI 439, il Sentiero Rosso

Il più breve: novecento metri, trenta metri di dislivello, un quarto d'ora, difficoltà T. Parte dalla località Piazza di Spagna di Gattaceca, che è un toponimo rurale e non ha nulla a che vedere con la scalinata romana, e finisce all'incrocio con l'anello 439B. Quest'ultimo è la vera passeggiata del settore: un'ora di cammino su percorso chiuso.

CAI 484, da Montelibretti a Monterotondo

Il percorso di lunga percorrenza che attraversa la riserva da est a ovest: quattro ore e mezza, difficoltà E, cioè escursionistica e non più turistica. Esce dal perimetro protetto da entrambi i lati e richiede un'organizzazione logistica seria, con due mezzi o un trasporto pubblico ben studiato. Chi cammina con regolarità lo troverà la maniera più onesta di leggere il paesaggio dei Monti Cornicolani nella sua interezza.

La Via di Francesco, terza tappa

Il cammino devozionale che collega La Verna a Roma attraversa questo territorio con la sua terza tappa in avvicinamento alla Capitale, classificata E. I pellegrini che scendono verso San Pietro passano quindi a ridosso della riserva, e nelle settimane di aprile e settembre li si incontra con lo zaino e la credenziale. È un dato che quasi nessun visitatore locale conosce e che cambia il modo di guardare questi sentieri: non sono solo percorsi ricreativi disegnati ieri, ricalcano una viabilità di crinale e di valle antica di secoli.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Che il sottosuolo di questa riserva è bucato come una spugna, e che il carsismo qui non è un accessorio del paesaggio ma la sua struttura portante. Lo sanno tutti, nel senso che ogni cartello lo scrive; quasi nessuno si ferma a capire che cosa significhi.

Il substrato è calcare di origine marina, depositato quando su questa parte d'Italia si estendeva una piattaforma carbonatica tropicale. L'acqua piovana, leggermente acida perché carica di anidride carbonica, scioglie il carbonato di calcio lungo le fratture della roccia. In centinaia di migliaia di anni quelle fratture diventano condotti, i condotti diventano gallerie, i soffitti delle gallerie cedono e in superficie appaiono le doline: conche chiuse senza scolo, che il contadino chiama piani perché sono i soli punti pianeggianti in mezzo al pendio. Nel bosco di Grotta Cerqueta, un'area di trenta o trentacinque ettari su un colle calcareo, se ne contano tre insieme a una grotta.

Poi ci sono gli inghiottitoi, i punti in cui un fosso di superficie sparisce nel terreno e prosegue sottoterra. E ci sono i cosiddetti sventatori, il nome con cui la gente del posto indica le aperture da cui esce aria: d'inverno fumano, perché l'aria interna è più calda di quella esterna e condensa uscendo; d'estate soffiano fresco. Sono il segno inequivocabile di un sistema di cavità comunicante e ancora attivo.

La conseguenza che nessuno collega mai è idrologica. In un territorio carsico la pioggia non scorre in superficie, si infila. Ecco perché nella Macchia di Gattaceca non troverete torrenti, ruscelli, cascatelle, nulla di quello che vi aspettereste da un bosco di mille ettari. L'acqua c'è, moltissima, ma corre a decine e decine di metri sotto i vostri piedi, e riemerge lontano, alle sorgenti di fondovalle. Il Pozzo del Merro è la finestra spettacolare aperta su quel mondo sommerso; le doline e gli sventatori sono le finestre discrete, quelle davanti a cui passate senza accorgervene.

Una raccomandazione che segue da tutto questo: le cavità carsiche di questa riserva non sono attrezzate per la visita, gli ingressi non sono messi in sicurezza e alcuni si aprono nel bosco senza alcuna protezione. Guardarle dal sentiero è affascinante, entrarci senza attrezzatura e senza competenza speleologica è un modo eccellente per finire sui giornali. Chi vuole scendere davvero si rivolge ai gruppi speleologici del Lazio, che in questo settore lavorano da decenni.

La fauna della Riserva naturale della Macchia di Gattaceca e Macchia del Barco

Il popolamento animale di questi boschi ha attraversato un secolo difficile: caccia, frammentazione degli habitat, strade, espansione edilizia dei paesi. Quello che resta è comunque notevole per un'area a mezz'ora dal Raccordo Anulare.

I mammiferi

La volpe è la presenza più costante e la più facile da documentare, anche solo per le impronte sul fango dei sentieri. Il tasso frequenta il bosco e lascia tracce inconfondibili, le latrine scavate a pochi metri dalla tana. Fra i piccoli carnivori sono segnalate la faina e la donnola. L'istrice, che di notte percorre i bordi del bosco in cerca di bulbi e tuberi, lascia gli aculei caduti lungo le piste: raccoglierne uno è la soddisfazione elementare di ogni bambino portato qui per la prima volta. Il cinghiale è presente e in aumento, come dappertutto nel Lazio, e i suoi grufolamenti sconvolgono interi tratti di sottobosco. Completano il quadro lo scoiattolo e il ghiro.

Gli uccelli

Il gruppo che ripaga di più chi viene attrezzato. I picchi sono tre: il picchio verde, la cui risata sonora è la colonna sonora del Bosco di Gattaceca, il picchio rosso e il torcicollo, che di picchio ha la famiglia e non l'aspetto. La ghiandaia è la sentinella del bosco e vi tradirà molto prima che voi vediate lei. In primavera arriva il cuculo, e il suo richiamo si sente a distanza notevole. Fra i passeriformi comuni fringuelli, merli e cardellini; nelle fasce agricole e nei margini aperti l'upupa con la sua cresta, il tordo, il tordo bottaccio, il saltimpalo appollaiato sui paletti delle recinzioni e la cornacchia grigia.

Negli ultimi anni si registrano avvistamenti di gruccioni, uccelli coloniali spettacolari, legati per la nidificazione a pareti sabbiose e a scarpate friabili: una presenza nuova per questo settore, probabilmente favorita dai cambiamenti nelle sponde e nelle cave del fondovalle tiberino.

I rapaci

Fra i diurni, la poiana e il gheppio sono stanziali e nidificano sugli alberi: la poiana si riconosce dal volo circolare lento e dal miagolio, il gheppio dallo spirito santo, la sosta immobile in aria sopra il campo prima della picchiata. Fra i notturni sono presenti la civetta, l'allocco, l'assiolo con il suo fischio monotono nelle notti d'estate e il barbagianni.

Il barbagianni merita una nota che la maggior parte dei visitatori ignora. Questo rapace rigurgita borre, cioè pallottole compatte di pelo e ossa indigeribili delle prede. Analizzare le borre raccolte sotto i posatoi permette di ricostruire con precisione quali micromammiferi vivano nel territorio circostante, specie per specie, senza catturare un solo animale. È uno dei metodi di monitoraggio meno invasivi e più efficaci che esistano, e in riserve come questa fornisce dati sulla fauna minore che nessun altro approccio riuscirebbe a raccogliere.

Rettili, anfibi e invertebrati

Nel bosco e sui muretti a secco si incontrano lucertole e gechi; fra i serpenti sono segnalati il biacco, veloce e del tutto innocuo, il cervone e la natrice dal collare. È segnalata la presenza della tartaruga terrestre. Fra gli anfibi legati alle pozze e agli ambienti umidi delle cavità compare la salamandrina dagli occhiali, endemismo italiano di grande valore conservazionistico.

Gli invertebrati restano il capitolo meno studiato, e proprio per questo il più aperto a sorprese: nelle acque profonde del sistema carsico del Pozzo del Merro è stato descritto un crostaceo nuovo per la scienza, Niphargus cornicolanus, che porta nel nome i Monti Cornicolani. Fra gli insetti del bosco è stata rinvenuta la falena dell'edera, specie protetta in molti Paesi europei perché l'attività umana ne compromette l'habitat.

Archeologia nella Riserva naturale della Macchia di Gattaceca e Macchia del Barco

Le testimonianze storiche dentro il perimetro protetto vanno dalla preistoria al medioevo, e il sito più significativo è in località Tor Mancina, dove gli scavi hanno riportato in luce l'area archeologica della via Nomentum-Eretum: circa centoquaranta metri di basolato stradale antico, i resti di una villa romana e un sepolcreto di prima età imperiale.

Centoquaranta metri di lastricato non sembrano molto finché non ci si cammina sopra. Quella strada collegava due centri della Sabina tiberina che vale la pena distinguere. Nomentum, l'antenata di Mentana, era secondo Dionigi di Alicarnasso una colonia di Alba Longa, quindi latina in territorio sabino, mentre Plinio il Vecchio la dava per sabina a tutti gli effetti: la contraddizione fra le fonti antiche non è mai stata risolta. Eretum, l'antenata del territorio di Monterotondo, era una città sabina citata nell'Eneide di Virgilio, che gli autori antichi collocavano al diciottesimo miglio della via Salaria.

Fra le due correva questa strada di raccordo, che attraversava esattamente le colline dove oggi camminate. Nomentum prosperò sul vino, che i Romani apprezzavano, e su una stazione termale, le Aquae Labanae, situata nei pressi di Grotta Marozza. Fu municipio romano dopo la sommissione del 338 avanti Cristo, sede vescovile già nel 408 dopo Cristo, e sopravvisse fino alla breve occupazione longobarda del 741, dopo la quale la popolazione si spostò su un sito più difendibile dando origine a Mentana. L'ultima citazione del nome antico risale all'anno 800.

Chi vuole approfondire questo capitolo trova un termine di paragone interessante nella Marcigliana, l'altra grande riserva della campagna romana a nord della città, dove l'agro conserva tracce della viabilità e degli insediamenti antichi con la stessa logica. Più a nord, lungo il Tevere, la riserva di Nazzano Tevere Farfa completa il quadro dei paesaggi protetti della Sabina tiberina.

Riserva Naturale di Nomentum
Riserva Naturale di Nomentum

La foto giusta da fare a Riserva naturale della Macchia di Gattaceca e Macchia del Barco

La fotografia che restituisce davvero questo posto non è il panorama. Ed è bene dirlo subito, perché chi arriva con l'idea del belvedere resta deluso: la Macchia di Gattaceca è un bosco pianeggiante e chiuso, le vedute larghe sui Monti Cornicolani e sulla valle del Tevere si aprono dalle strade di accesso e dai margini coltivati, non dall'interno.

La foto giusta è il bosco visto dal basso, in controluce, nelle prime tre settimane di aprile. Vi spiego come farla. Si entra dal 438 con il sole ancora radente, un'ora dopo l'alba, quando la luce attraversa il querceto orizzontalmente invece di piovere dall'alto. In quel momento le foglie nuove del cerro, ancora traslucide e non ancora coriacee, si accendono di un verde acido che nessun filtro riproduce. Ci si sdraia, letteralmente, sulla traccia del sentiero, si inquadra verso l'alto mettendo un tronco in primo piano a sinistra o a destra del fotogramma, e si sottoespone di un paio di terzi per non bruciare le foglie. Diaframma chiuso a f/11 per ottenere la stella sul sole che filtra fra i rami.

La seconda foto, quella che nessuno fa e che racconta la riserva meglio di tutte, è il mosaico. Serve un punto rialzato sul margine, dalla strada di Castelchiodato o dai dossi verso Monte San Francesco, e un obiettivo medio tele intorno ai centotrenta millimetri, che comprime i piani. Si inquadra una fascia di bosco scuro, sopra un campo arato o di grano, sopra un altro lembo di bosco. Tre bande orizzontali. È il ritratto esatto del paesaggio agrosilvopastorale, ed è un'immagine che spiega in un colpo solo perché questo territorio sia stato protetto.

Per le orchidee di Bosco Nardi, in aprile: macro, treppiede basso, giornata senza vento, sfondo il più lontano possibile per pulirlo con lo sfocato. Niente flash diretto, che appiattisce i petali. E soprattutto, niente ginocchia sul prato attorno alla pianta.

Il momento da evitare è mezzogiorno di luglio: chiome chiuse, contrasti impossibili, macchie di luce e di ombra che nessuna esposizione tiene insieme. Se ci andate d'estate, andateci all'alba o nell'ultima ora di luce.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

Questo territorio ha assistito a due episodi che i manuali di storia raccontano in poche righe e che qui, sul terreno, prendono una consistenza diversa.

L'incontro di Carlo Magno e Leone III, anno 800

Il 23 novembre dell'anno 800, a Nomentum, papa Leone III uscì incontro a Carlo Magno che scendeva verso Roma. Un mese e due giorni dopo, il giorno di Natale, in San Pietro, quello stesso papa incoronava quello stesso re imperatore dei Romani. L'ultima citazione del nome antico di Nomentum nelle fonti coincide proprio con questo incontro: la città che aveva visto passare i vini pregiati della Sabina e le terme imperiali si congeda dalla storia scritta accogliendo l'uomo che avrebbe rifondato l'idea di impero in Occidente. Camminate a poche centinaia di metri da dove tutto questo è successo.

La campagna garibaldina dell'ottobre e novembre 1867

Sessantasette anni di storia risorgimentale sono passati di qui in due settimane. Il 26 ottobre 1867 Giuseppe Garibaldi entrò a Monterotondo, dopo un combattimento costato perdite consistenti a entrambe le parti, e fece bruciare Porta Romana, che da allora si chiama Porta Garibaldi. Era la campagna del Roma o morte, cominciata a settembre nel Viterbese con l'obiettivo di prendere la Capitale allo Stato Pontificio.

Il 3 novembre, mentre la colonna garibaldina si spostava da Monterotondo verso Tivoli, le truppe pontificie e il corpo di spedizione francese la intercettarono a Mentana. I volontari, arrivati da duecentosedici comuni italiani e da nazioni straniere fra cui Ungheria e Russia, furono sconfitti. La battaglia di Mentana chiuse la campagna e rinviò di tre anni la presa di Roma. Il museo nazionale della Campagna Garibaldina dell'Agro Romano, a Mentana, conserva la memoria di quei giorni ed è una delle strutture collegate al sistema delle aree protette della Città metropolitana.

Il particolare che fa impressione, quando si cammina qui, è geografico. La colonna garibaldina passò fra Monterotondo e Mentana, cioè esattamente attraverso il territorio che oggi è la Riserva naturale della Macchia di Gattaceca e Macchia del Barco. Le stesse strade bianche, gli stessi fossi, gli stessi lembi di querceto. Il bosco, in quei giorni di novembre, era spoglio come lo trovate voi a dicembre.

Le esplorazioni del Pozzo del Merro

Il terzo avvenimento è scientifico e recentissimo. Fra gli anni Quaranta del Novecento, con le indagini di Aldo Giacomo Segre, e il marzo del 2002, con la discesa del veicolo filoguidato Prometeo a trecentonovantadue metri, il Pozzo del Merro è passato dallo status di curiosità locale a quello di caso di studio internazionale sull'ipercarsismo. Nel 2007 l'immersione in apnea di Stefano Makula fino a quarantotto metri aggiunse un capitolo sportivo. Il fondo, a oggi, non è stato raggiunto.

Chi è passato da Riserva naturale della Macchia di Gattaceca e Macchia del Barco

La domanda, per un bosco, sembra fuori luogo. Non lo è: questo territorio è stato attraversato, abitato e posseduto da personaggi che nei libri di storia hanno un peso considerevole.

Marziale e Seneca, proprietari terrieri

Il territorio di Nomentum ospitava le ville di romani illustri, fra cui Seneca e Marziale. Il poeta epigrammatico dedicò alla sua proprietà nomentana versi ripetuti, facendone il simbolo della vita ritirata di campagna contrapposta al frastuono della città, e citando il vino nomentano che ne usciva. Seneca, il filosofo stoico precettore di Nerone, aveva anch'egli beni da queste parti. Le colline che si vedono dal margine del bosco sono quelle.

Carlo Magno

Il 23 novembre dell'800 il re dei Franchi transitò per questo territorio ricevendo l'omaggio di papa Leone III. Un mese dopo era imperatore.

Gli Orsini, i Capocci, i Borghese

Il castello di Nomentum, cioè di Mentana, appartenne nel decimo e undicesimo secolo alla potente famiglia romana dei Crescenzi, passò poi ai Capocci, quindi agli Orsini alla metà del Trecento, e infine ai principi Borghese nel 1655. A Monterotondo il palazzo baronale degli Orsini, poi Barberini, conserva affreschi di Giacinto Calandrucci, del fiammingo Paul Bril e di Girolamo Siciolante. La torre originaria crollò con il terremoto di Avezzano del 1915 e fu ricostruita.

Federico Cesi, il fondatore dei Lincei

Il nome che dà a questo angolo di Sabina una dignità scientifica inattesa. Federico Cesi, nato a Roma il 26 febbraio 1585 e morto ad Acquasparta il primo agosto 1630, fondò nel 1603 l'Accademia dei Lincei, la più antica accademia scientifica del mondo ancora attiva, insieme a Johannes van Heeck, Francesco Stelluti e Anastasio De Filiis. Coniò il termine telescopio per lo strumento di Galileo, che accolse nell'Accademia nel 1611 e che sostenne nello scontro con le autorità ecclesiastiche. A Sant'Angelo Romano i Cesi subentrarono agli Orsini sul finire del Cinquecento, e nel 1612 papa Paolo V elevò il feudo a principato proprio in favore di Federico Cesi. Il fondatore dei Lincei fu quindi, a tutti gli effetti, signore delle colline che chiudono a est questa riserva.

Giuseppe Garibaldi

Dal 26 ottobre al 3 novembre 1867 il generale attraversò questo territorio con la sua colonna di volontari, da Monterotondo conquistata a Mentana perduta. È il passaggio storico più recente e più drammatico, e ha lasciato nei due paesi toponimi, monumenti e un museo nazionale.

La Welcome Area e il rapporto con la Riserva naturale di Nomentum

La porta d'ingresso ufficiale del sistema è la Welcome Area di Via Nomentana al chilometro 21 e 200, civico 320. La struttura serve contemporaneamente la Riserva naturale di Nomentum e la Riserva naturale della Macchia di Gattaceca e Macchia del Barco, e funziona da centro visita, punto informativo e sede delle attività di educazione ambientale rivolte alle scuole, alle associazioni e ai cittadini.

Vale la pena capire che cosa sia davvero: non un museo con biglietteria e orario continuato, ma una base operativa in cui si programmano percorsi formativi sulla gestione degli ecosistemi e sulla protezione della natura. Chi vuole una visita guidata, un laboratorio per una classe o semplicemente la carta escursionistica aggiornata chiama prima e concorda. Presentarsi senza avvisare in un pomeriggio di novembre significa quasi certamente trovare la porta chiusa.

La riserva di Nomentum copre circa ottocentoventisette ettari e comprende Bosco Valle Cavallara, Bosco Mancini e Bosco Santa Lucia fra la Nomentana e la Palombarese, Bosco Spallette e Bosco Pascolaretto verso Quarto Conca e Selva dei Cavalieri, il Parco Trentani fra Mentana e Fonte Nuova, l'area archeologica di Monte d'Oro, una parte dei Casali di Mentana, il centro storico del paese e l'area agricola di Monte Pizzuto. È un mosaico ancora più frammentato di quello di Gattaceca, e per questo più difficile da visitare in modo lineare.

Il sistema delle aree protette della Città metropolitana di Roma Capitale comprende anche altre strutture collegate: il laboratorio di educazione ambientale di Mentana, il museo protostorico e naturalistico di Sant'Angelo Romano, il museo nazionale della Campagna Garibaldina dell'Agro Romano. Chi organizza una giornata completa può incastrare bosco la mattina e museo il pomeriggio, verificando prima le aperture.

La Riserva naturale della Macchia di Gattaceca e Macchia del Barco con i bambini

È una delle destinazioni migliori del Lazio per una prima escursione con bambini piccoli, e lo dico dopo averci portato gruppi scolastici. Le ragioni sono tre: i dislivelli sono irrisori, i percorsi principali durano fra il quarto d'ora e l'ora e un quarto, e il bosco offre continuamente qualcosa da guardare a mezzo metro da terra.

Il tracciato da scegliere è l'anello 436 di Bosco Nardi: due chilometri e cento, un'ora e un quarto con le soste, e il fatto che sia un anello evita la peggiore delle discussioni, quella sul torniamo indietro. In alternativa la variante 437B, un quarto d'ora, per bambini molto piccoli o per un primo assaggio.

Le cose da far cercare: gli aculei di istrice caduti lungo la traccia, le ghiande di cerro con la cupola arricciata, le impronte sul fango vicino alle pozze, i buchi rotondi dei picchi sui tronchi morti, le foglie di pungitopo che sembrano foglie ma sono rami appiattiti. Il passeggino non passa: il fondo è sterrato e in più punti sconnesso, serve lo zaino porta bambino.

Una regola da spiegare prima di partire e da far rispettare: non si esce dal sentiero. Non è pedanteria da adulti, è la conseguenza pratica di quanto scritto sopra sulle proprietà private e sulle cavità carsiche non protette.

Accessibilità della Riserva naturale della Macchia di Gattaceca e Macchia del Barco

Va detto con franchezza: la riserva non è attrezzata per la visita in carrozzina. I sentieri sono su fondo naturale, sterrato e in parte erboso, con radici affioranti e tratti che dopo la pioggia diventano fangosi; non esistono passerelle, camminamenti drenanti o percorsi certificati per utenti con ridotta mobilità. Il tracciato meno ostile è il 438, che ha un dislivello quasi nullo, ma il fondo resta quello di una strada forestale.

Chi ha esigenze specifiche faccia bene a contattare l'ente gestore prima di mettersi in viaggio, perché le condizioni dei tracciati cambiano con le stagioni e con la manutenzione, e una valutazione fatta al telefono da chi ci lavora vale più di qualunque descrizione generica. Non esistono servizi igienici lungo i percorsi.

Quando andare nella Riserva naturale della Macchia di Gattaceca e Macchia del Barco

Da metà marzo a metà maggio è la stagione regina: sottobosco fiorito, orchidee a Bosco Nardi, chiome ancora aperte che lasciano passare la luce, temperature perfette. Ottobre e novembre sono la seconda scelta e per certi versi la migliore in assoluto, perché il bosco si accende di colori, l'aria è limpida e i visitatori si contano sulle dita.

L'estate funziona solo alle ore giuste. Sotto le chiome di un cerreto chiuso la temperatura scende sensibilmente rispetto al campo aperto, e una camminata alle otto del mattino di luglio è piacevolissima; la stessa camminata alle due del pomeriggio è un errore. L'inverno è la stagione dei bianchi e dei grigi, dei tronchi leggibili e del fango: gambali o scarponi impermeabili, e nessuna fretta.

Un'annotazione sul fine settimana che ripeto perché è la più utile di tutte: sabato e domenica, da marzo a giugno, la Macchia di Gattaceca è affollata. Chi ha la possibilità di venire infrasettimanalmente trova un altro posto, e non è un modo di dire.

Cosa vedere intorno alla Riserva naturale della Macchia di Gattaceca e Macchia del Barco

Nel raggio di mezz'ora d'auto c'è materiale per riempire un intero fine settimana. A Sant'Angelo Romano il castello Orsini Cesi domina il paese dai quattrocento metri del Monte Patulo: acquistato e restaurato dal Comune nel 1989, ospita un museo archeologico, e la chiesa di Santa Maria e San Biagio del 1759 conserva opere riferite a maestri di primo piano. A Monterotondo il palazzo Orsini Barberini con i suoi affreschi e il centro storico sulla collina. A Mentana il museo nazionale della Campagna Garibaldina.

Allargando di poco il raggio si entra in due mondi diversi. Verso est i Monti Lucretili e il Monte Gennaro offrono l'escursionismo vero, quello con i dislivelli; più in basso, sull'Aniene, la Riserva naturale di Monte Catillo guarda dall'alto Tivoli e le sue due ville celebri, a partire da Villa Adriana. Verso nord la Sabina profonda, con l'Abbazia di Farfa e le Gole del Farfa. Verso ovest, oltre il Tevere, il Parco di Veio e la valle del Sorbo.

Chi resta invece dentro il Raccordo e cerca boschi urbani ha a disposizione la Riserva di Monte Mario e l'Insugherata: due riserve che raccontano, su scala ridotta, la stessa storia di questa, cioè la sopravvivenza di lembi forestali dentro un territorio trasformato.

Visite guidate e accompagnamento nella Riserva naturale della Macchia di Gattaceca e Macchia del Barco

La riserva si percorre benissimo da soli, con la carta dei sentieri o con la traccia georeferenziata scaricata prima di partire. Ma ci sono due casi in cui un accompagnatore cambia completamente la resa della giornata: i gruppi, perché su strade bianche e bivi non segnalati la gestione di quindici persone è un mestiere, e le visite a tema, botanico, geologico o storico, dove serve qualcuno che sappia leggere quello che si ha davanti.

Per l'organizzazione di uscite di gruppo, aziendali o private, ci si può rivolgere al network di accompagnatori turistici certificati di TourLeaderPro, che lavora con tour operator e gruppi in tutta Italia; chi cerca un quadro dei servizi disponibili nel territorio della Capitale lo trova nella sezione dedicata ai servizi turistici professionali a Roma.

I visitatori stranieri che stanno programmando un viaggio a Roma e vogliono capire come incastrare una giornata di natura fra il Colosseo e i Musei Vaticani trovano le guide in inglese su best things to do in Rome e, per le uscite fuori città, sulla pagina dedicata ai day trips. Chi ragiona invece in termini di montagna e ambienti naturali italiani parte da mountains and nature in Italy.

Domande veloci su Riserva naturale della Macchia di Gattaceca e Macchia del Barco

Quanto costa entrare nella Riserva naturale della Macchia di Gattaceca e Macchia del Barco?

Niente. L'accesso ai sentieri è libero e gratuito, non esistono biglietterie né tornelli. Eventuali attività organizzate dal centro visita, laboratori didattici e visite guidate, seguono condizioni proprie da concordare con l'ente gestore.

Dove si trova esattamente la Riserva naturale della Macchia di Gattaceca e Macchia del Barco?

Fra i comuni di Monterotondo, Mentana e Sant'Angelo Romano, nella Città metropolitana di Roma Capitale, a nord est della Capitale, compresa fra i Monti Cornicolani e la Valle del Tevere.

Quanti ettari misura la riserva?

Circa mille ettari.

Quando è stata istituita?

Con la legge regionale del Lazio numero 29 del 6 ottobre 1997.

Chi gestisce la Riserva naturale della Macchia di Gattaceca e Macchia del Barco?

La Città metropolitana di Roma Capitale, attraverso il proprio servizio aree protette. I riferimenti sono i numeri 348 5212135 e 06 67663320 e la casella direttoreareeprotette@cittametropolitanaroma.it.

Serve prenotare per visitare la riserva?

Per camminare sui sentieri no. Per le attività del centro visita, per le uscite con le scuole e per le visite guidate sì: si contatta prima l'ente gestore.

Quali sono gli orari di apertura?

L'area non ha orari: è un territorio aperto. La Welcome Area di Via Nomentana km 21+200 apre invece secondo il calendario delle attività, da verificare telefonicamente.

Quanto dura una visita?

Da un quarto d'ora, se ci si limita al sentiero 439, a una giornata intera se si concatenano più tracciati. Il compromesso ragionevole è di tre ore, sufficienti per l'anello 436 più una delle varianti del 437.

Quanti sentieri ci sono nella Riserva naturale della Macchia di Gattaceca e Macchia del Barco?

Quindici itinerari catastati dal Club Alpino Italiano: i quattro principali 436, 437, 438 e 439, le undici varianti contrassegnate da lettere, più il lungo 484 da Montelibretti a Monterotondo e la terza tappa della Via di Francesco che attraversano l'area.

Qual è il sentiero più bello?

Per la botanica l'anello 436, il Sentiero Celeste di Bosco Nardi, due chilometri e cento in un'ora e un quarto. Per i fenomeni carsici la variante 437C, il Sentiero delle Grotte, un chilometro e sei in mezz'ora.

I sentieri sono difficili?

No. Quasi tutti sono classificati T, cioè turistici, con dislivelli fra i quindici e i novanta metri. Solo il 484 e la Via di Francesco sono classificati E, escursionistici. La difficoltà reale, dopo la pioggia, è il fondo scivoloso, non la pendenza.

Si può andare in mountain bike?

Le strade forestali della riserva sono frequentate da ciclisti, con la regola generale del rispetto della segnaletica e delle limitazioni del regolamento dell'area protetta. Il buon senso impone velocità moderata sui tratti condivisi con i pedoni e nessuna uscita dalle tracce esistenti.

Si può portare il cane nella Riserva naturale della Macchia di Gattaceca e Macchia del Barco?

Sì, con il guinzaglio. In un'area con fauna selvatica, bestiame al pascolo e proprietà agricole confinanti, il cane libero è un problema concreto e non una formalità burocratica.

Si possono raccogliere funghi?

La raccolta è soggetta alla normativa regionale del Lazio e ai regolamenti locali, e richiede il titolo abilitativo previsto. Va verificata prima di partire presso il Comune e l'ente gestore.

Si possono raccogliere fiori e orchidee?

No. Le orchidee spontanee di Bosco Nardi sono incluse nelle appendici CITES e la raccolta è vietata. Vale lo stesso per lo storace e per le altre specie protette della riserva.

Il Pozzo del Merro si può visitare?

Non è una cavità attrezzata per la visita turistica: l'accesso è regolamentato e le immersioni sono riservate a operazioni scientifiche autorizzate. Dal sentiero se ne percepisce la depressione e la vegetazione che la riveste.

Quanto è profondo il Pozzo del Merro?

Il veicolo filoguidato Prometeo, nel marzo 2002, ha raggiunto i trecentonovantadue metri sotto il pelo dell'acqua senza toccare il fondo, che quindi resta sconosciuto. La dolina di crollo in superficie scende per circa ottanta metri fino al laghetto.

Che alberi ci sono nella Riserva naturale della Macchia di Gattaceca e Macchia del Barco?

Un querceto caducifoglio dominato dal cerro, con farnetto, e negli strati inferiori carpino orientale, acero campestre e orniello. Nelle zone più drenate compaiono roverella, leccio e albero di Giuda. Fra gli arbusti biancospino, corniolo, ligustro, prugnolo e pungitopo.

Quali animali si possono vedere?

Volpe, tasso, faina, donnola, istrice, cinghiale, scoiattolo e ghiro fra i mammiferi; picchio verde, picchio rosso, torcicollo, ghiandaia, cuculo, upupa, poiana, gheppio, civetta, allocco, assiolo e barbagianni fra gli uccelli. Fra i rettili biacco, cervone, natrice dal collare, lucertole e gechi.

È adatta ai bambini?

Molto. Dislivelli minimi, percorsi brevi, un anello chiuso di un'ora e un quarto a Bosco Nardi. Serve però lo zaino porta bambino: il passeggino sul fondo sterrato non passa.

È accessibile in sedia a rotelle?

No. I percorsi sono su fondo naturale, senza passerelle né tracciati certificati. Chi ha esigenze di mobilità contatti prima l'ente gestore per una valutazione aggiornata.

Ci sono aree pic nic o punti di ristoro?

Dentro i boschi no, e non ci sono neppure servizi igienici o fontanili potabili. Bar e ristoranti sono nei centri di Monterotondo, Mentana, Fonte Nuova e Sant'Angelo Romano.

Come si arriva da Roma senza automobile?

Treno regionale FL1 da Tiburtina fino a Monterotondo, poi autobus locale o taxi verso Castelchiodato. In alternativa le corriere extraurbane per Mentana e Monterotondo, con orari da verificare, molto ridotti nei festivi.

Dove si parcheggia?

Lungo strada, su sterrato, agli imbocchi dei sentieri: Via Basento a Mentana, Via di Castelchiodato a Monterotondo, Via Colle Giochetto. Non esistono parcheggi attrezzati e nei fine settimana di primavera si riempiono presto.

Che differenza c'è fra questa riserva e la Riserva naturale di Nomentum?

Condividono ente gestore e centro visita. Nomentum, circa ottocentoventisette ettari fra Mentana e Fonte Nuova, è più frammentata e più agricola, con una forte componente storica e archeologica. La Macchia di Gattaceca conserva i lembi di bosco più estesi e il patrimonio carsico.

Si può fare il bagno o ci sono corsi d'acqua?

No. In un territorio carsico l'acqua di pioggia si infiltra rapidamente nel sottosuolo: non esistono torrenti né specchi d'acqua balneabili. L'unico bacino visibile è il laghetto sul fondo del Pozzo del Merro, e non è accessibile.

Qual è il periodo migliore dell'anno?

Da metà marzo a metà maggio per le fioriture e le orchidee, ottobre e novembre per i colori e la tranquillità. D'estate solo alle prime ore del mattino o nell'ultima ora di luce.

Si possono fare fotografie?

Sì, senza limitazioni per l'uso personale. Per i servizi professionali e per le riprese con drone valgono le norme dell'area protetta e quelle nazionali sul volo: si chiede prima all'ente gestore.

Ci sono visite guidate nella Riserva naturale della Macchia di Gattaceca e Macchia del Barco?

Il centro visita organizza attività di educazione ambientale per scuole, associazioni e cittadini. Per gruppi privati e aziendali conviene rivolgersi a un accompagnatore turistico certificato.

Il mio giudizio sulla Riserva naturale della Macchia di Gattaceca e Macchia del Barco

Accompagno gruppi da vent'anni e ho imparato a diffidare dei posti che si spiegano in una frase. Questo non è un parco spettacolare: chi arriva cercando il panorama da cartolina o la grotta illuminata con la passerella resta a mani vuote, e faccio male il mio mestiere se non lo dico prima.

Quello che la Riserva naturale della Macchia di Gattaceca e Macchia del Barco offre è un'altra cosa, e vale di più. È l'ultimo pezzo consistente della foresta che copriva la campagna a nord di Roma, tenuto in piedi per secoli non da una legge ma dal bisogno che ne avevano i contadini della Sabina. È un sottosuolo scavato e allagato di cui non conosciamo ancora il fondo, a trentacinque chilometri dal Colosseo. È il terreno su cui è passato Carlo Magno prima di farsi incoronare imperatore e su cui i garibaldini hanno perso l'ultima carta prima di Porta Pia.

Se avete mezza giornata e la voglia di camminare piano, andateci una mattina di aprile, prendete il 436 a Bosco Nardi e guardate per terra invece che lontano. Vi porterete a casa più cose di quante ve ne aspettiate.

Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.

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RiassuntoRiserva naturale della Macchia di Gattaceca e Macchia del Barco - Via Gattaceca, 54A, 00013 Vicino Roma>Borghi e paesini>Mentana (RM) RM, Italia
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