Istituto Centrale per il Patrimonio Immateriale

Indirizzo: Piazza Marconi 8/10, 00144 Roma, quartiere EUR. Metropolitana linea B, fermata EUR Fermi, poi cinque minuti a piedi; autobus 30, 170, 671, 714, 791, con fermate lungo Viale della Civiltà del Lavoro e sulla piazza. Telefono +39 06 5910709, posta elettronica ic-pi@cultura.gov.it, posta certificata ic-pi@pec.cultura.gov.it. Gli uffici rispondono dal lunedì al venerdì, indicativamente fra le 8 e le 18, e restano chiusi il sabato e la domenica. Non si compra un biglietto, perché non esiste un biglietto: l'Istituto Centrale per il Patrimonio Immateriale non è un museo e non ha sale aperte al pubblico. È un istituto del Ministero della Cultura dotato di autonomia speciale, cioè un centro di ricerca, di catalogazione e di conservazione documentaria. Chi arriva in Piazza Marconi con l'idea di comprare un ingresso e girare fra le vetrine deve entrare dalla porta accanto, quella del Museo delle Civiltà, che occupa lo stesso palazzo e il palazzo gemello di fronte: aperto da martedì a domenica dalle 8 alle 19, ultimo ingresso alle 18.30, chiuso il lunedì, biglietto intero 10 euro e ridotto 2 euro, ingresso gratuito la prima domenica del mese. Archivi e biblioteca dell'Istituto servono studiosi, studenti, tesisti, documentaristi e amministrazioni locali, e la consultazione va concordata in anticipo scrivendo all'indirizzo dell'Istituto.

Confronta le esperienze a Roma

Ogni scheda apre una pagina di confronto qui su estateromana.com: le differenze tra le opzioni, le fasce di prezzo indicative e il link per prenotare sul sito del venditore. Puoi salvare quello che ti interessa in "Il mio viaggio".

Musei Vaticani e Cappella Sistina✦ Vai all'apertura

Musei Vaticani e Cappella Sistina

Il primo slot della giornata o il tardo pomeriggio. A metà mattina è un nastro trasportatore, e non lo diciamo solo noi.

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Tour a piedi✦ Il classico

Tour a piedi

Roma si capisce camminando. La differenza la fa la guida, non l'itinerario: sono quasi tutti uguali sulla carta.

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Galleria Borghese✦ Prenotazione obbligatoria

Galleria Borghese

Bernini e Caravaggio in due ore contate. Senza prenotazione non si entra, punto.

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Colosseo, Foro e Palatino✦ Va a ruba

Colosseo, Foro e Palatino

L'ingresso a orario sparisce con giorni di anticipo in alta stagione. La versione con i sotterranei è quella che vale il s...

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Tour in golf cart✦ Poco cammino

Tour in golf cart

Il centro storico in un paio d'ore senza distruggerti i piedi, e passi dove i pullman non entrano.

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Food tour✦ Vieni affamato

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Non è un pranzo: sono sei-otto tappe piccole. Il valore è nei posti in cui non saresti mai entrato da solo.

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Bar hopping e vita notturna✦ Dopo le 21

Bar hopping e vita notturna

Tre o quattro locali con qualcuno che sa quali sono aperti quella sera. Funziona meglio da soli che in coppia.

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Vespa e Ape Calessino✦ Foto garantite

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In Ape ti portano loro, in Vespa guidi tu (serve la patente). Due esperienze molto diverse sotto lo stesso nome.

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Tour in sidecar✦ Il più scenografico

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Il sidecar vintage con conducente: costa più della Vespa, ma è il giro che finisce in tutte le foto.

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Corsi di cucina✦ Si mangia alla fine

Corsi di cucina

Pasta a mano e poi ci si siede a tavola. La domanda giusta è quante persone ci sono per postazione.

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Degustazioni di vino✦ Anche in città

Degustazioni di vino

In enoteca in centro o tra le vigne dei Castelli. Due cose diverse: una dura un'ora, l'altra una giornata.

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Castelli Romani✦ Fuori porta

Castelli Romani

Frascati, Castel Gandolfo, il lago di Albano. Un'ora da Roma e sembra un'altra regione.

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Tivoli: Villa d'Este e Villa Adriana✦ Patrimonio UNESCO

Tivoli: Villa d'Este e Villa Adriana

Due ville, due epoche, un solo biglietto mentale: le fontane di Villa d'Este e le rovine imperiali di Adriano.

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Catacombe e Appia Antica✦ Sottoterra

Catacombe e Appia Antica

Chilometri di gallerie sotto la via Appia. Fresche d'estate, e sorprendentemente poco affollate.

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Colosseo: sotterranei e arena✦ Accesso limitato

Colosseo: sotterranei e arena

Il piano dove aspettavano gladiatori e belve, e il pavimento dell'arena. Posti contati ogni giorno.

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Pompei e Costiera Amalfitana✦ Giornata lunga

Pompei e Costiera Amalfitana

Da Roma si fa in giornata, ma è una giornata vera: sveglia presto e rientro a sera.

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Firenze in giornata✦ Alta velocità

Firenze in giornata

Un'ora e mezza di treno e sei sotto il Duomo. Si fa, se accetti di vedere tre cose e non dieci.

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Castel Sant'Angelo✦ Terrazza panoramica

Castel Sant'Angelo

Mausoleo, fortezza, prigione e rifugio dei papi. E la terrazza con la vista migliore su San Pietro.

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Roma di notte✦ Dopo il tramonto

Roma di notte

Le stesse piazze, senza la folla e con le luci giuste. La città cambia completamente.

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Bus hop-on hop-off✦ Libertà di scesa

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Sali e scendi dove vuoi per 24 o 48 ore. Utile il primo giorno, per orientarsi.

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Capri e Costiera Amalfitana✦ Mare

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Da Roma è lunga, ma in due giorni si fa con calma. In giornata solo se accetti di correre.

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Trevi, Pantheon e piazze✦ Centro storico

Trevi, Pantheon e piazze

Il cuore barocco a piedi, più il biglietto del Pantheon che ora serve davvero.

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Scuola dei gladiatori✦ Con i bambini

Scuola dei gladiatori

Due ore con la spada di legno in mano, sulla via Appia. Con i ragazzini funziona sempre.

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Segway e monopattino✦ Poco sforzo

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Copri il doppio del centro senza camminare. Dieci minuti di pratica e ci stai sopra.

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Udienza papale✦ Mercoledì

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Ogni mercoledì, quando il Papa è a Roma. Il biglietto è gratuito ma va ritirato.

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Terme di Caracalla✦ Poco affollato

Terme di Caracalla

Muri alti trenta metri e quasi nessuno intorno. Uno dei posti più sottovalutati di Roma.

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Ostia Antica✦ A 30 minuti

Ostia Antica

La Pompei di Roma, raggiungibile col treno urbano. Strade, taverne e mosaici, senza folla.

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Napoli e Pompei✦ Alta velocità

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Un'ora e dieci di treno. Il centro storico, il museo archeologico e la pizza vera.

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Vaticano: ingresso anticipato✦ Prima dell'apertura

Vaticano: ingresso anticipato

Dentro i Musei prima del pubblico. La Sistina quasi vuota è un'altra cosa.

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Tour in e-bike✦ Senza fatica

Tour in e-bike

Le sette colline con l'assistenza al pedale. L'Appia Antica e il Gianicolo diventano facili.

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Detto in due righe, così nessuno perde il pomeriggio: qui non si visita niente, qui si studia. Vale però la pena sapere che cosa succede dentro, perché in questo edificio sono conservate le voci, le facce e i gesti dell'Italia contadina, pastorale e marinara che nessun altro istituto ha registrato con la stessa continuità. Se cercate luoghi da vedere davvero nella stessa mezza giornata, la pagina delle attrazioni turistiche di Roma vi porta altrove; se invece vi interessa capire come uno Stato prova a proteggere una processione, un canto o un modo di impastare, restate qui.

Istituto Centrale per il Patrimonio Immateriale
Istituto Centrale per il Patrimonio Immateriale - Museo Nazionale Arti e Tradizioni Popolari - Museo delle Civiltà - Roma - Eur 06 5926148 - 06 5910709

Che cosa è oggi l'Istituto Centrale per il Patrimonio Immateriale

La definizione amministrativa è asciutta: ufficio di livello dirigenziale non generale, dotato di autonomia scientifica, finanziaria, organizzativa e contabile. Tradotto in italiano comprensibile, l'Istituto Centrale per il Patrimonio Immateriale ha un proprio bilancio, un proprio consiglio di amministrazione, un proprio comitato scientifico e un direttore, e non dipende dal museo con cui divide il portone. Si occupa della salvaguardia e della valorizzazione, in Italia e all'estero, dei beni culturali demoetnoantropologici materiali e immateriali, e delle espressioni della diversità culturale presenti sul territorio nazionale. La sigla con cui lo trovate in ogni documento ministeriale è ICPI.

La parola chiave è quella scomoda: demoetnoantropologico. Nasce dalla saldatura di tre tradizioni di studio, la demologia, l'etnografia e l'antropologia, ed è entrata nel lessico giuridico italiano per indicare una categoria di beni culturali che il Codice dei beni culturali riconosce accanto ai beni archeologici, architettonici, storico-artistici e archivistici. Un aratro a chiodo è un bene demoetnoantropologico materiale. Il modo di costruirlo, il nome che gli danno in un certo paese del Molise, la sequenza di gesti con cui lo si usa e il canto che accompagna l'aratura sono beni demoetnoantropologici immateriali. La differenza pare accademica e invece decide che cosa si tutela e come.

Che cosa fa concretamente l'Istituto Centrale per il Patrimonio Immateriale

Quattro filoni, se vogliamo mettere ordine. Il primo è la ricerca sul campo: campagne di documentazione condotte con antropologi, etnomusicologi, fotografi e operatori video, che tornano con nastri, fotogrammi e schede. Il secondo è la catalogazione, cioè la produzione di schede normalizzate che entrano nel catalogo nazionale dei beni culturali e rendono un rito comparabile con un altro rito, un mestiere con un altro mestiere. Il terzo è la conservazione e la fruizione degli archivi storici dell'ente, che sono la sua vera ricchezza. Il quarto è la funzione internazionale: l'Istituto è l'organo tecnico che segue, per la parte scientifica, l'applicazione italiana della Convenzione UNESCO del 2003 sulla salvaguardia del patrimonio culturale immateriale, e accompagna la costruzione dei dossier di candidatura.

Ci sono poi le attività che si vedono di più: formazione, seminari, convegni, mostre ospitate altrove, pubblicazioni, progetti digitali. Su questi ultimi l'ente ha investito parecchio, con il Geoportale della Cultura Alimentare come esempio più riuscito. La mia opinione, da chi accompagna gruppi e sa quanto sia difficile spiegare un rito a chi non lo ha mai visto: la produzione digitale di questo istituto è sottoutilizzata dagli operatori turistici italiani, che continuano a raccontare le feste popolari con le stesse quattro frasi da opuscolo mentre qui sono depositate ore di riprese fatte da chi quelle feste le ha studiate per vent'anni.

Chi dirige l'Istituto Centrale per il Patrimonio Immateriale

Alla direzione siede Leandro Ventura, nominato nel luglio del 2020 e ancora in carica. Nelle sue dichiarazioni pubbliche torna un'idea che merita di essere riportata perché spiega la linea dell'ente meglio di qualunque organigramma: il patrimonio immateriale non è un elenco di cose belle da esibire, è il modo in cui una comunità si riconosce. I filoni di lavoro aperti negli ultimi anni seguono quella idea, e sono elencati senza pudore anche nelle interviste: i saperi artigianali a rischio di estinzione, il paesaggio come costruzione culturale, la musica di tradizione orale, le tradizioni enogastronomiche, le feste dei fuochi, il Palio di Siena, le rievocazioni storiche, la cultura marinara.

Si può visitare l'Istituto Centrale per il Patrimonio Immateriale?

No, non nel senso in cui si visita un museo. Non ci sono sale espositive, non c'è una biglietteria, non c'è un percorso, non ci sono visite guidate ordinarie. Chi si presenta al portone senza appuntamento trova un ufficio pubblico che fa tutt'altro mestiere. Chi invece ha una ragione di studio può chiedere di consultare gli archivi e la biblioteca: si scrive a ic-pi@cultura.gov.it spiegando chi si è, quale ricerca si conduce e quali fondi interessano, e si concorda un accesso. Non è una formalità fastidiosa, è il modo normale in cui funzionano gli archivi di ricerca in tutta Europa.

Il consiglio pratico, quello che do sempre a chi mi chiede se valga la pena di andare fino all'EUR: andateci per il Museo delle Civiltà, che occupa lo stesso Palazzo delle Arti e Tradizioni Popolari e il Palazzo delle Scienze di fronte, e dedicate mezza giornata alle collezioni etnografiche. In quelle vetrine vedete gli oggetti; negli archivi dell'Istituto, che non vedrete, sono conservate le voci e i movimenti che a quegli oggetti davano senso. Sapere che le due cose esistono nello stesso isolato cambia il modo in cui si guarda una zangola o un carro siciliano.

Le occasioni in cui l'Istituto Centrale per il Patrimonio Immateriale apre

Capita, alcune volte l'anno, che l'ente partecipi a giornate di apertura straordinaria, presentazioni di progetti, proiezioni di materiali d'archivio, convegni aperti. Sono occasioni annunciate con poco anticipo sui canali istituzionali del Ministero della Cultura e sul sito dell'Istituto, e vanno intercettate quando escono. Chi vive a Roma e si interessa di antropologia farebbe bene a seguirli: una proiezione di girati degli anni Sessanta commentata da chi li ha catalogati vale dieci conferenze generiche.

Dove si trova l'Istituto Centrale per il Patrimonio Immateriale e come arrivarci

Piazza Marconi è il centro geometrico dell'EUR, il quartiere progettato per l'Esposizione universale del 1942 che non si tenne mai. L'Istituto occupa una parte del Palazzo delle Arti e Tradizioni Popolari, il grande edificio in travertino sul lato meridionale della piazza, ai civici 8 e 10. La metropolitana linea B ha due fermate utili: EUR Fermi, la più comoda, a circa cinquecento metri, ed EUR Palasport, se arrivate dalla parte del laghetto. Dalla stazione Termini sono venticinque minuti scarsi di treno metropolitano, e nelle ore di punta restano venticinque minuti: la linea B verso Laurentina non soffre il traffico di superficie.

In autobus e in auto fino all'Istituto Centrale per il Patrimonio Immateriale

Le linee di superficie che servono la piazza sono la 30, la 170, la 671, la 714 e la 791. La 30 e la 714 arrivano dal centro e dall'Aventino, la 170 dalla stazione Termini passando per Piramide, la 671 e la 791 collegano l'EUR con i quartieri circostanti. In auto si arriva dalla Via Cristoforo Colombo o dalla Via Laurentina, e questa è una delle poche zone di Roma in cui parcheggiare non è una prova di carattere: gli stalli lungo le strade laterali della piazza sono numerosi e in buona parte gratuiti. Nei giorni di grande evento alla Nuvola o al Palazzo dei Congressi la situazione cambia, e allora conviene la metropolitana.

A piedi intorno all'Istituto Centrale per il Patrimonio Immateriale

Dall'ingresso del palazzo, in dieci minuti a piedi si raggiungono il Palazzo della Civiltà Italiana, che tutti chiamano Colosseo Quadrato, il Palazzo dei Congressi con la sua volta bianca, la Nuvola di Fuksas e la basilica dei Santi Pietro e Paolo sulla collina. In un quarto d'ora si arriva al laghetto dell'EUR con i ciliegi giapponesi. Chi vuole un inquadramento generale del quartiere lo trova nella pagina dedicata all'EUR e alla sua Esposizione Universale.

Il palazzo che ospita l'Istituto Centrale per il Patrimonio Immateriale

L'edificio fu progettato da Massimo Castellazzi, Pietro Morresi e Annibale Vitellozzi e costruito fra il 1938 e il 1942 per accogliere la sezione di arti e tradizioni popolari dell'Esposizione universale. La guerra fermò tutto, la mostra non si fece, e il palazzo rimase un guscio vuoto per più di dieci anni. Ha pianta organizzata attorno a un cortile centrale, due corpi sporgenti e due portici colonnati, uno dei quali lo collega al Palazzo delle Scienze che sorge di fronte, sulla stessa piazza. Il travertino, i pilastri squadrati, il ritmo ossessivo delle campate: è architettura di regime, e va guardata sapendo che cosa fu, senza sconti e senza imbarazzi.

Il mosaico di Prampolini nel palazzo dell'Istituto Centrale per il Patrimonio Immateriale

Sull'edificio si trova il grande mosaico in pietre naturali intitolato Le corporazioni, realizzato nel 1942 da Enrico Prampolini. Prampolini era stato uno dei protagonisti del secondo futurismo, teorico dell'aeropittura e scenografo, e qui lavora con tessere di pietra invece che con il colore, componendo figure di lavoratori dentro una geometria squadrata. È una delle prove più grandi di quel linguaggio in Italia e quasi nessuno si ferma a guardarla, perché chi passa in Piazza Marconi ha già gli occhi sull'obelisco. Fermatevi. Da sotto il portico, con la luce del pomeriggio, il mosaico si legge molto meglio.

Amerigo Tot e il bassorilievo del folklore

Sempre sull'edificio si trova un bassorilievo in marmo di Amerigo Tot dedicato agli elementi caratteristici del folklore. Tot, ungherese di nascita e romano d'adozione, è lo scultore del grande fregio della stazione Termini, ed è anche l'uomo che il pubblico italiano ricorda come attore nel secondo Padrino di Coppola. Vederne un lavoro qui, su un palazzo pensato per il folklore italiano, è uno di quei cortocircuiti che l'EUR regala a chi cammina con la testa alzata.

Il salone d'onore e gli affreschi

All'interno, nel salone d'onore, sono conservati cicli di affreschi con scene di tradizioni popolari italiane, dipinti negli anni della costruzione. Non sono ambienti di visita ordinaria e la loro apertura dipende dalle iniziative del Museo delle Civiltà e dell'Istituto. Chi riesce a entrarci nelle occasioni straordinarie vede una cosa curiosa: un'idea di Italia popolare dipinta all'inizio degli anni Quaranta sulle pareti dello stesso palazzo che oggi ospita gli studiosi incaricati di smontare quell'idea. La storia degli studi passa anche di qui.

Dalla Mostra di etnografia italiana del 1911 all'Istituto Centrale per il Patrimonio Immateriale

Le collezioni e gli archivi che oggi ruotano attorno a questo palazzo nascono da un uomo e da una data. L'uomo è Lamberto Loria, nato nel 1855 e morto nel 1913, viaggiatore ed etnografo con una lunga esperienza in Nuova Guinea, in Eritrea e in Lapponia, che a un certo punto della vita si convinse che l'Italia contadina meritasse lo stesso sguardo scientifico riservato alle popolazioni lontane. La data è il 1911, cinquantenario dell'Unità.

Loria e il museo fiorentino del 1906

Loria fondò a Firenze, nel 1906, il primo museo di etnografia italiana. Le duemila cose esposte quell'anno erano diventate cinquemila nel 1908. Non erano oggetti d'arte: erano attrezzi, tessuti, contenitori, ex voto, strumenti musicali, cose d'uso raccolte fra le mani di chi le adoperava. La scelta metodologica era radicale per l'epoca e riguarda ancora noi: se raccogli l'aratro e butti via il nome dialettale, il gesto e il calendario di lavoro che gli davano senso, hai raccolto ferro vecchio.

La Mostra di etnografia italiana del 1911

Per il cinquantenario, a Roma, Loria organizzò la Mostra di etnografia italiana: quattordici padiglioni regionali costruiti in Piazza d'Armi, una quarantina di gruppi etnografici viventi, e una raccolta che arrivò a circa trentamila oggetti provenienti da tutte le regioni, ai quali si aggiungevano manoscritti, canti trascritti, cartoline e fotografie. Fu il più grande sforzo di documentazione della cultura popolare italiana mai tentato fino ad allora, e fu costruito in pochi anni, con una rete di corrispondenti locali sparsi per la penisola.

La mostra chiuse, come chiudono tutte le mostre. Gli oggetti rimasero, e il loro destino fu lungo e complicato: depositi provvisori, trasferimenti, casse chiuse per decenni. Il nucleo fotografico raccolto in quell'occasione, con immagini provenienti dagli archivi dei Fratelli Alinari e di Giacomo Brogi a Firenze e di Romualdo Moscioni a Roma, è ancora oggi la parte più antica dell'archivio fotografico dell'Istituto.

Il museo dell'EUR e Paolo Toschi

Bisogna aspettare la metà degli anni Cinquanta perché quelle raccolte trovino una casa stabile. Le collezioni arrivano all'EUR nel 1956 e il Museo nazionale delle arti e tradizioni popolari apre al pubblico nel 1957, nel palazzo costruito e mai inaugurato quindici anni prima. A dirigere l'allestimento fu Paolo Toschi, nato a Lugo di Romagna nel 1893 e morto a Roma nel 1974, che nel 1949 aveva vinto la prima cattedra italiana di letteratura delle tradizioni popolari. Toschi veniva dalla filologia e dagli studi sul teatro: sue Le origini del teatro italiano del 1955 e Arte popolare italiana del 1960. Il museo che costruì era il più importante museo folklorico italiano, e portava dentro di sé i limiti della sua epoca, un'idea di popolo estetizzata e un poco immobile.

I tre nomi dell'Istituto Centrale per il Patrimonio Immateriale

Chi cerca notizie su questo ente trova denominazioni diverse a seconda dell'anno del documento, e la confusione è comprensibile. Vale la pena rimetterle in fila, perché ogni cambio di nome corrisponde a uno spostamento reale del modo in cui l'amministrazione italiana ha pensato la cultura popolare.

Prima del 2007: il catalogo e la parte demologica

Per decenni, la documentazione e la catalogazione dei beni demoetnoantropologici sono state competenza dell'Istituto centrale per il catalogo e la documentazione, l'ICCD, che dagli anni Settanta elabora le schede normalizzate con cui in Italia si descrive qualunque bene culturale. È in quella sede che nascono i tracciati per i beni demoetnoantropologici materiali e, più tardi, per quelli immateriali. Il museo dell'EUR, intanto, faceva vita propria: conservava, esponeva, conduceva ricerche, ma non era un istituto centrale con funzioni di indirizzo nazionale.

2007: l'Istituto Centrale per la Demoetnoantropologia

Il decreto del Presidente della Repubblica del 26 novembre 2007, numero 233, istituisce l'Istituto Centrale per la Demoetnoantropologia, e un decreto ministeriale del 7 ottobre 2008 ne definisce la collocazione nell'organigramma. È una data che va letta insieme a un'altra: il 2007 è anche l'anno in cui l'Italia ratifica la Convenzione UNESCO sul patrimonio culturale immateriale. Lo Stato, dopo aver firmato un impegno internazionale, si dà uno strumento tecnico per onorarlo. Nella pratica quotidiana, l'istituto nuovo eredita gli archivi, la biblioteca e il personale scientifico che ruotavano attorno al museo nazionale dell'EUR.

2019: l'Istituto Centrale per il Patrimonio Immateriale

Con il decreto del Presidente del Consiglio dei ministri del 2 dicembre 2019, numero 169, la denominazione cambia in Istituto Centrale per il Patrimonio Immateriale. Non è cosmesi lessicale. La parola demoetnoantropologia è un termine da specialisti, incomprensibile fuori dall'accademia e legato a una storia disciplinare italiana; patrimonio immateriale è il termine con cui il mondo intero, dopo il 2003, chiama quella materia. Un ente che deve dialogare con l'UNESCO, con i ministeri esteri e con le comunità locali aveva bisogno di un nome pronunciabile. Un successivo riordino ministeriale, nel febbraio del 2022, ne ha ridefinito l'organizzazione interna.

Una nota utile a chi fa ricerche in rete: il vecchio indirizzo internet dell'ente, sul dominio beniculturali.it, non risponde più, e le pagine istituzionali sono migrate sul dominio cultura.gov.it insieme a tutto il Ministero. Anche gli indirizzi di posta sono cambiati di conseguenza. Le schede pubblicate dal Ministero rimandano alla pagina dell'ente sul portale cultura.gov.it, che riporta indirizzo, recapiti e inquadramento amministrativo aggiornati.

La Convenzione UNESCO del 2003 e che cosa significa davvero

Qui bisogna essere precisi, perché di questa Convenzione si dicono molte inesattezze e quasi tutte finiscono negli articoli di giornale. La Convenzione per la salvaguardia del patrimonio culturale immateriale è stata adottata dalla Conferenza generale dell'UNESCO il 17 ottobre 2003, nel corso della sua trentaduesima sessione, ed è entrata in vigore nella primavera del 2006, tre mesi dopo il deposito del trentesimo strumento di ratifica, come prevede il suo articolo 34. Oggi vi aderiscono oltre centottanta Stati, il che ne fa uno degli strumenti giuridici internazionali più partecipati in materia di cultura.

La definizione, parola per parola

L'articolo 2 definisce il patrimonio culturale immateriale come le prassi, le rappresentazioni, le espressioni, le conoscenze e le abilità, come pure gli strumenti, gli oggetti, i manufatti e gli spazi culturali associati agli stessi, che le comunità, i gruppi e in alcuni casi gli individui riconoscono in quanto parte del loro patrimonio culturale. Vale la pena rileggere la frase con calma, perché ogni pezzo pesa. Prassi ed espressioni: si tutelano azioni, non cose. Strumenti e spazi associati: la materia rientra, ma in quanto supporto di una pratica. E soprattutto: che le comunità riconoscono. Non che un professore certifica, non che un ministero decreta. Il riconoscimento parte da chi quella pratica la vive.

La formula italiana che si legge di solito nelle presentazioni ministeriali aggiunge il resto della definizione: un patrimonio trasmesso di generazione in generazione, costantemente ricreato dalle comunità e dai gruppi in risposta al loro ambiente, alla loro interazione con la natura e alla loro storia, che dà loro un senso di identità e di continuità, promuovendo in tal modo il rispetto per la diversità culturale e la creatività umana. La parola decisiva, in quel passaggio, è ricreato. Un rito che si ripete identico da secoli non esiste: esiste un rito che ogni anno viene rifatto, e nel rifarlo cambia. La Convenzione protegge la capacità di rifarlo, non la fotografia di una singola edizione.

I cinque domini del patrimonio immateriale

La Convenzione elenca cinque ambiti in cui il patrimonio immateriale si manifesta. Le tradizioni e le espressioni orali, compresa la lingua come veicolo. Le arti dello spettacolo. Le pratiche sociali, i riti e gli eventi festivi. Le conoscenze e le pratiche relative alla natura e all'universo. L'artigianato tradizionale. Sono categorie porose, e i casi concreti quasi sempre ne attraversano più di una: una festa patronale è insieme rito, spettacolo, artigianato di apparati e sapere calendariale. L'utilità dell'elenco è pratica, serve a costruire inventari confrontabili fra Stati diversi.

Che cosa la Convenzione del 2003 non è

Non è una classifica di bellezza. Non esiste una graduatoria dei riti più belli del mondo e non esiste, tecnicamente, nessun titolo di patrimonio dell'umanità da appendere all'ingresso del paese: l'espressione circola nei comunicati stampa, ma il testo parla di iscrizione in una lista, che è cosa diversa. Non è nemmeno un vincolo di tutela nel senso italiano del termine, quello che impedisce di demolire un palazzo: nessuno può imporre a una comunità di continuare a fare una processione. E non è un marchio commerciale, benché venga usato come tale da amministrazioni e consorzi con una disinvoltura che a chi lavora sul campo fa venire il mal di testa.

Che cosa è, allora. È un impegno che gli Stati si assumono a compilare inventari del proprio patrimonio immateriale, a coinvolgere le comunità nelle scelte, a finanziare programmi di salvaguardia, a favorire la trasmissione dei saperi. La parte visibile, quella delle liste, è la punta dell'iceberg. La parte che conta è il lavoro di censimento e documentazione che nel nostro Paese fa, con mezzi non enormi, proprio questo istituto.

L'Italia e la ratifica della Convenzione

L'Italia ha ratificato con la legge 27 settembre 2007, numero 167, e il deposito dello strumento di ratifica presso l'UNESCO è avvenuto nell'ottobre dello stesso anno. Da quel momento il Paese è parte contraente e ha gli obblighi che il testo prevede. Chi conosce la macchina amministrativa italiana sa che fra la ratifica di una convenzione e la sua applicazione può passare molto: nel nostro caso lo strumento tecnico è arrivato quasi in contemporanea, e questo è merito raro.

Istituto Centrale per il Patrimonio Immateriale Demoetnoantropologia
Istituto Centrale per il Patrimonio Immateriale Demoetnoantropologia

Le tre liste dell'UNESCO

Gli elenchi previsti dalla Convenzione sono tre e vanno tenuti distinti. La Lista rappresentativa del patrimonio culturale immateriale dell'umanità raccoglie gli elementi che gli Stati propongono per farne conoscere la varietà: è la lista di cui parlano i giornali. La Lista del patrimonio culturale immateriale che necessita di essere urgentemente salvaguardato accoglie le pratiche a rischio di scomparsa, e comporta impegni di sostegno più stringenti. Il Registro delle buone pratiche di salvaguardia, infine, non iscrive un rito ma un metodo: premia i programmi che hanno funzionato, perché possano essere imitati altrove.

Gli elementi italiani iscritti nelle liste UNESCO

L'Italia è fra i Paesi con più iscrizioni nella Lista rappresentativa. Ecco l'elenco, in ordine cronologico, con l'anno in cui il Comitato intergovernativo ha deliberato. È un elenco che vale la pena leggere per intero, perché racconta l'idea di sé che il Paese ha portato a Parigi negli ultimi vent'anni.

Le prime iscrizioni italiane: 2008, 2012, 2013

Nel 2008 entrano l'Opera dei Pupi, il teatro delle marionette siciliane, e il Canto a tenore dei pastori sardi. Sono due scelte molto ben fatte: entrambe riguardano forme espressive con un numero ristretto di depositari e un rischio reale di estinzione, ed entrambe sono difficilissime da trasformare in prodotto turistico. Nel 2012 tocca alla liuteria tradizionale di Cremona, il sapere delle botteghe che discendono da Amati, Guarneri e Stradivari. Nel 2013 arrivano la dieta mediterranea, presentata insieme ad altri Paesi del bacino, e le Celebrazioni delle grandi macchine a spalla, che mettono insieme quattro feste italiane costruite attorno a strutture processionali portate a braccia: fra queste la Macchina di Santa Rosa a Viterbo, la Varia di Palmi, i Gigli di Nola e la Faradda di li candareri a Sassari.

Macchina di Santa Rosa a Viterbo
Macchina di Santa Rosa a Viterbo

Dal 2014 al 2019

Nel 2014 entra la pratica agricola tradizionale della vite ad alberello della comunità di Pantelleria, un caso interessante perché non riguarda una festa ma una tecnica colturale, la potatura bassa che difende la pianta dal vento dell'isola. Nel 2017 tocca all'arte del pizzaiuolo napoletano, l'iscrizione più discussa di tutte, con polemiche che hanno riempito i giornali per settimane. Nel 2019 arrivano l'alpinismo, candidatura condivisa con Francia e Svizzera, e la Perdonanza celestiniana dell'Aquila, il perdono istituito da Celestino V nel 1294 e celebrato ogni anno alla fine di agosto in una città che ha molte ragioni per tenere stretti i propri riti.

Gli anni recenti: dal 2020 al 2025

Nel 2020 entrano l'arte musicale dei suonatori di corno da caccia, candidatura multinazionale, e l'arte delle perle di vetro, condivisa con la Francia e legata in Italia alla laguna veneziana. Nel 2021 sono iscritte la cerca e la cavatura del tartufo e, con una candidatura di molti Paesi, la falconeria. Nel 2022 la tradizione dell'allevamento del cavallo lipizzano, insieme ad altri Stati dell'area danubiana; nello stesso anno il programma Tocatì, dedicato alla salvaguardia dei giochi e degli sport tradizionali, entra nel Registro delle buone pratiche, unico caso italiano in quel registro.

Il 2023 è un anno pieno: la pratica del canto lirico in Italia, l'irrigazione tradizionale con le sue conoscenze e le sue forme di organizzazione, e la transumanza, candidatura condivisa che riguarda i tratturi e le vie della pastorizia. Nel 2024 si aggiungono l'arte delle costruzioni in pietra a secco, con i saperi e le tecniche relative, e l'arte del suono manuale delle campane. Nel 2025 arriva l'iscrizione più discussa e più attesa degli ultimi anni, quella della cucina italiana fra sostenibilità e diversità bioculturale.

Un'opinione su queste iscrizioni

Da guida, e da persona che accompagna stranieri in Italia da vent'anni, dico una cosa impopolare: le iscrizioni migliori sono le meno spendibili. Il canto a tenore e l'Opera dei Pupi hanno portato risorse e attenzione dove servivano, senza generare code. Le iscrizioni gastronomiche hanno invece prodotto un effetto perverso, cioè la trasformazione della lista in argomento pubblicitario. Il direttore dell'Istituto lo ha detto pubblicamente con parole più diplomatiche delle mie: la cucina italiana va valorizzata per il suo essere espressione culturale di comunità e di territori, non come slogan. Chi legge queste pagine e prepara un viaggio dovrebbe tenerne conto, e diffidare di chi vende un'esperienza perché è patrimonio UNESCO.

Gli archivi dell'Istituto Centrale per il Patrimonio Immateriale

Questa è la ragione per cui l'ente esiste e la ragione per cui una pagina come questa ha senso anche se nessuno può entrare. Gli archivi dell'Istituto Centrale per il Patrimonio Immateriale sono cinque, sono tutti nati dentro la storia del museo dell'EUR, e messi insieme costituiscono la più continua documentazione della cultura popolare italiana conservata da un unico soggetto pubblico. A fianco c'è una biblioteca specializzata. Li descrivo uno per uno, con i numeri che l'ente stesso dichiara.

L'archivio sonoro dell'Istituto Centrale per il Patrimonio Immateriale

La collezione conta circa duemilasettecento supporti fra nastri magnetici e dischi, e documenta il patrimonio orale ed etnomusicale della tradizione italiana. Il primo nucleo si deve ad Annabella Rossi, che avvia i rilevamenti nell'Italia meridionale attorno agli anni Sessanta: un corpo di registrazioni sugli aspetti festivi, rituali, magico-religiosi e sociali della cultura popolare del Sud. Gli incrementi successivi hanno allargato il campo alla musica e alla narrativa orale, alla ritualità festiva, alla sfera magico-religiosa, alle condizioni di vita e di lavoro agropastorali e marinare, alle tecniche artigianali, alle storie di vita, all'etnomusicologia, al teatro popolare.

Chi non ha mai ascoltato un nastro di campagna non immagina che cosa ci sia dentro. Non c'è quasi mai una bella esecuzione. C'è una donna che canta mentre lavora e si interrompe per parlare al figlio, ci sono i cani, c'è il vento sul microfono, c'è il ricercatore che chiede di ripetere e l'informatore che risponde che non si ripete, perché quel canto si fa in un momento e non in un altro. È in quelle imperfezioni che l'etnomusicologia ha imparato di più. La conservazione di questi supporti è oggi la sfida tecnica maggiore: il nastro magnetico degli anni Sessanta ha un'aspettativa di vita che si misura in decenni, non in secoli, e la riversatura digitale è una corsa contro il tempo che gli archivi di mezzo mondo stanno correndo.

L'archivio di antropologia visiva

Conserva più di millecinquecento documenti video e cinematografici, in parte acquisiti dall'esterno e in parte prodotti nell'ambito di ricerche condotte dall'istituto. I materiali più antichi risalgono al 1939 e arrivano fino a oggi: riguardano in prevalenza le tradizioni italiane e ripropongono per immagini gli stessi temi che il museo dell'EUR aveva scelto per le sue sale, cioè riti e cerimonie, lavoro, musica, danza, artigianato, giochi. Particolarmente importante il fondo cinematografico con i materiali sull'Italia del Sud girati fra gli anni Cinquanta e Sessanta. Agli inizi degli anni Settanta risalgono invece i filmati realizzati da Annabella Rossi, che promosse una campagna di documentazione condotta soprattutto in Calabria e in Campania, incentrata sugli eventi festivi e sulle espressioni melocoretiche, quelle in cui canto e danza non si separano.

Il programma di nuove acquisizioni ha come tema preferenziale le tradizioni festive delle varie regioni italiane. L'archivio organizza proiezioni in occasione di mostre, rassegne e iniziative didattiche, e collabora con istituti universitari, scuole e centri culturali nell'ambito di festival, convegni, seminari e incontri di studio. Se avete la fortuna di incrociare una di queste proiezioni, andateci: vedere un film etnografico degli anni Sessanta su uno schermo, con qualcuno che spiega chi teneva la macchina da presa e perché la teneva così, è un'esperienza che nessuna piattaforma restituisce.

L'archivio fotografico dell'Istituto Centrale per il Patrimonio Immateriale

È il più vasto: oltre centomila immagini, secondo le stime dell'ente, che documentano il patrimonio immateriale delle regioni italiane. Il nucleo originario è la raccolta di fotografie, cartoline e documentazione messa insieme da Lamberto Loria per la Mostra di etnografia italiana del 1911, con immagini provenienti dagli archivi dei Fratelli Alinari e di Giacomo Brogi a Firenze e di Romualdo Moscioni a Roma: ritratti di singoli e di gruppi familiari, accanto a fotografie prodotte con finalità di ricerca e incentrate sulle condizioni reali di vita delle comunità agropastorali.

Il fondo si è ampliato nel tempo con materiali dagli anni Cinquanta a oggi che documentano i temi principali della ricerca antropologica: comportamenti devozionali, pratiche rituali, tecniche di lavoro agricolo e artigianale, vita pastorale e marinara, giochi e spettacoli di piazza. Fra i nuclei più significativi si segnalano le fotografie di Annabella Rossi, che documentano vent'anni di ricerca visiva, dagli anni Cinquanta agli anni Settanta, nel Salento e in Campania. L'incremento continua, con materiali di interesse storico spesso collegati alle mostre e con immagini relative alle tradizioni contemporanee, raccolte in collaborazione con enti locali e associazioni culturali.

L'archivio storico e l'archivio delle stampe popolari

L'archivio storico conserva la documentazione amministrativa e scientifica prodotta a partire dalla mostra del 1911: corrispondenza con i corrispondenti locali, elenchi di acquisto, appunti di campagna, carte del museo. È materiale che gli storici della disciplina consultano per capire come si costruiva una collezione etnografica un secolo fa, e riserva sorprese: nelle lettere si legge la trattativa con il contadino che non voleva vendere il carro, l'entusiasmo per un costume ritrovato, l'imbarazzo di fronte a pratiche che i raccoglitori giudicavano superstiziose.

L'archivio delle stampe popolari raccoglie oltre quattordicimila esemplari fra santini, fogli volanti, immagini devozionali, xilografie da bancarella e stampe di larga circolazione. È la biblioteca visiva delle case contadine: le immagini appese sopra il letto, quelle che si compravano al mercato durante la festa del santo, quelle che si portavano nel portafogli. Una fonte formidabile per la storia della devozione popolare e per capire come circolavano le figure prima della fotografia.

La biblioteca dell'Istituto Centrale per il Patrimonio Immateriale

La biblioteca specializzata conta oltre trentamila fra volumi e periodici, e comprende raccolte di letteratura popolare. È la biblioteca antropologica di riferimento in Italia per il settore demoetnoantropologico, con la serie completa delle riviste di studi folklorici italiane, la letteratura etnomusicologica, gli atti dei convegni e una quantità di pubblicazioni locali che non si trovano altrove: opuscoli di comitati festa, monografie parrocchiali, ricerche di maestri elementari che hanno raccolto i canti del proprio paese. La sua è una consultazione da concordare, non un ingresso libero, e per uno studente di antropologia romano vale la telefonata.

Annabella Rossi e gli archivi dell'Istituto Centrale per il Patrimonio Immateriale

Se dovessi indicare una sola persona per capire che cosa sono questi archivi, direi il suo nome. Annabella Rossi nacque a Roma nel settembre del 1933 e vi morì nel marzo del 1984, a cinquant'anni. Collaborò con il Museo nazionale delle arti e tradizioni popolari e i suoi materiali fotografici, filmici e sonori sono oggi parte delle collezioni confluite nel Museo delle Civiltà, studiati e valorizzati dall'Istituto Centrale per il Patrimonio Immateriale.

Il Salento, il tarantismo, le lettere

Nel 1959 partecipò alla ricerca sul tarantismo diretta da Ernesto de Martino in Puglia. Poi continuò da sola, per anni, tornando negli stessi paesi e costruendo rapporti che duravano nel tempo. Documentò il cosiddetto male di San Donato, le lavorazioni dell'argilla, il ciclo del tabacco, le feste, i pellegrinaggi. I suoi due libri principali sono Le feste dei poveri, uscito da Laterza nel 1969, e Lettere da una tarantata, pubblicato da De Donato nel 1970: quest'ultimo raccoglie la corrispondenza con una donna salentina che le scriveva della propria condizione, ed è uno dei documenti più scomodi e più vivi dell'antropologia italiana, perché rovescia il rapporto fra chi studia e chi è studiato.

Il metodo di Annabella Rossi

Sulla fotografia lasciò una frase che vale un trattato: le sue fotografie erano la realizzazione attraverso immagini del ragionamento scientifico e umano che la sua mente elaborava in quel momento. Detto altrimenti, non fotografava per illustrare, fotografava per pensare. Chi guarda i suoi scatti nota subito la differenza rispetto alla fotografia folkloristica dell'epoca: niente pose, niente costumi messi in ordine per l'obiettivo, molte mani, molti piedi, molte spalle. E la scelta, quasi sistematica, di restare a lungo nello stesso luogo invece di collezionare paesi diversi. È il motivo per cui il suo fondo regge ancora oggi come corpo documentario e non come album pittoresco.

Ernesto de Martino, Diego Carpitella e le campagne di ricerca nel Sud Italia

Nessuna pagina su questo istituto è onesta se non racconta le due spedizioni che hanno fondato l'antropologia italiana del secondo dopoguerra. Non furono organizzate da qui, ma hanno definito il campo di studi che qui viene amministrato, e i loro protagonisti hanno lasciato tracce nelle raccolte romane.

Ernesto de Martino

Nato a Napoli il primo dicembre 1908 e morto a Roma nel maggio del 1965, de Martino è stato lo studioso che ha portato il Mezzogiorno dentro la storia delle religioni. Le sue opere principali sono Naturalismo e storicismo nell'etnologia del 1941, Il mondo magico del 1948, Morte e pianto rituale del 1958, Sud e magia del 1959, La terra del rimorso del 1961, Furore simbolo valore del 1962; La fine del mondo uscì postumo nel 1977. Fu allievo dell'ambiente di Raffaele Pettazzoni all'Università di Roma e dal dicembre del 1958 tenne la cattedra di storia delle religioni ed etnologia all'Università di Cagliari, fino alla morte. Il concetto che gli si deve, e che ancora oggi regge, è quello di crisi della presenza: il rito come tecnica con cui una comunità impedisce all'individuo di dissolversi davanti al lutto, alla malattia, alla miseria.

La spedizione in Lucania del 1952

Nell'estate del 1952 de Martino porta in Basilicata un gruppo di lavoro composto da studiosi di discipline diverse, con magnetofono e cinepresa: fra loro l'etnologa Vittoria De Palma e l'etnomusicologo Diego Carpitella. L'oggetto sono i lamenti funebri e i canti del ciclo della vita. I paesi toccati sono Matera, Grottole, Pisticci, Ferrandina, Colobraro, Valsinni, Stigliano, Marsicovetere, Viggiano, Savoia di Lucania, Tricarico. È la prima campagna italiana condotta con criteri di documentazione sonora sistematica, e da lì nascono Morte e pianto rituale e Sud e magia.

Il Salento del 1959 e La terra del rimorso

Nel giugno del 1959 la squadra si sposta in Salento per studiare il tarantismo. L'équipe è composta dallo psichiatra Giovanni Jervis, dalla psicologa Letizia Jervis-Comba, dall'antropologa culturale Amalia Signorelli, dall'etnomusicologo Diego Carpitella, dal fotografo Franco Pinna e da un medico consulente. Il risultato è La terra del rimorso, uno dei pochi libri di scienze sociali italiane letti in tutto il mondo, e una massa di fotografie e registrazioni che hanno cambiato il modo in cui l'Italia guarda al proprio Sud. Va detto con chiarezza: quella ricerca non ha creato la pizzica da festival che oggi riempie le piazze estive, l'ha trovata in una forma completamente diversa, terapeutica e domestica, dentro le case, davanti a un santo.

Diego Carpitella, e dove sono davvero i suoi nastri

Diego Carpitella nacque a Reggio Calabria il 12 giugno 1924 e morì il 7 agosto 1990. Fu il fondatore dell'etnomusicologia italiana moderna insieme a Roberto Leydi: primo in Italia a ottenere la libera docenza in etnomusicologia, nel 1968, e primo titolare di una cattedra universitaria della materia, alla Sapienza di Roma, dal 1976. Nel 1973 fondò la Società Italiana di Etnomusicologia e ne diresse la rivista Culture musicali. Fra il luglio del 1954 e il gennaio del 1955 percorse l'Italia rurale con l'etnomusicologo americano Alan Lomax, raccogliendo oltre mille registrazioni: una delle imprese documentarie più impressionanti del Novecento europeo.

Qui arriva il punto che quasi nessuno dice, e che vale la pena mettere nero su bianco. Le registrazioni della spedizione lucana del 1952 non sono conservate all'EUR: sono negli Archivi di Etnomusicologia dell'Accademia Nazionale di Santa Cecilia, dove costituiscono la Raccolta 18, centoquarantadue brani complessivi. Una selezione di trentanove brani uscì in disco nel 1993 con distribuzione limitata a studiosi e istituti; nel 2013 l'editore Squilibri ha pubblicato il volume Musiche tradizionali in Basilicata curato da Giorgio Adamo, con tre compact disc e centodieci brani. Chi cerca de Martino e Carpitella pensando di trovarli in Piazza Marconi si sbaglia indirizzo: l'archivio sonoro dell'Istituto Centrale per il Patrimonio Immateriale ha un'altra genealogia, quella che passa da Annabella Rossi e dalle campagne museali.

Il catalogo dei beni demoetnoantropologici

Catalogare una processione sembra un'assurdità, e in effetti è il problema teorico più interessante di tutto il settore. Come si descrive in una scheda una cosa che esiste soltanto mentre accade e che ogni anno accade diversamente. La risposta italiana passa dalle schede normalizzate elaborate dall'Istituto centrale per il catalogo e la documentazione, che l'Istituto Centrale per il Patrimonio Immateriale contribuisce ad applicare e ad alimentare.

La scheda BDM per i beni materiali

La sigla BDM indica i beni demoetnoantropologici materiali: l'oggetto, con la sua misura, il materiale, la tecnica costruttiva, l'area di produzione, l'uso, il nome dialettale, il contesto rituale o lavorativo in cui compariva, la storia della sua acquisizione. Una scheda BDM ben compilata non descrive una zappa: descrive un sistema di lavoro attraverso una zappa. La normativa è stata aggiornata più volte, e la versione in uso negli ultimi anni risale alla metà degli anni Dieci.

La scheda BDI per i beni immateriali

La sigla BDI indica i beni demoetnoantropologici immateriali, ed è lo strumento con cui si registra un rito, un canto, una tecnica, una festa. La struttura prevede la definizione del bene, la localizzazione, la comunità di riferimento, il calendario, i ruoli e le figure che vi partecipano, gli oggetti e gli spazi coinvolti, la documentazione allegata, le fonti orali e i nomi degli informatori. Il punto delicato è proprio quest'ultimo: l'immateriale si documenta attraverso le persone, e le persone cambiano, invecchiano, litigano, si ritirano. Una scheda BDI del 2010 può descrivere una festa che oggi si svolge in modo diverso, e questo non è un errore della scheda: è la natura della materia.

Gli inventari e il senso del catalogo

La Convenzione del 2003 chiede a ogni Stato di compilare inventari del proprio patrimonio immateriale, aggiornandoli con regolarità. In Italia il compito è distribuito fra amministrazione centrale e Regioni, e diverse Regioni hanno costruito propri inventari, con esiti disuguali. L'Istituto lavora sul versante nazionale, sulla metodologia e sulla formazione di chi compila. La mia opinione, dopo aver letto parecchie schede: il valore del catalogo non è nella singola voce, è nella possibilità di confronto. Solo quando hai duecento schede di feste dei fuochi ti accorgi che le date si addensano in due periodi dell'anno e che i pretesti religiosi cambiano mentre la struttura resta.

I progetti digitali dell'Istituto Centrale per il Patrimonio Immateriale

Il Geoportale della Cultura Alimentare

Nato nel 2015 e rinnovato negli anni successivi, il Geoportale della Cultura Alimentare è il progetto digitale più noto dell'ente. Restituisce al pubblico dati georeferenziati sulla cultura alimentare italiana, accompagnati da micronarrazioni video di circa tre minuti l'una e da un motore di ricerca che consente all'utente di costruirsi percorsi tematici invece di seguire un indice imposto. Non è un ricettario e non è una guida gastronomica: è la mappa delle pratiche, dei saperi e dei luoghi che il cibo porta con sé, dai forni comunitari alle transumanze, dalle fiere del bestiame ai riti del pane.

Da guida, lo trovo uno strumento sottovalutato: chi accompagna gruppi enogastronomici e vuole dire qualcosa di meno banale del solito discorso sui prodotti tipici, lì dentro trova materiale verificato e citabile. Il fatto che l'iscrizione della cucina italiana nella lista rappresentativa dell'UNESCO sia arrivata nel 2025, dieci anni dopo l'apertura del portale, dice che il lavoro documentario era cominciato molto prima dei titoli di giornale.

Il censimento nazionale del patrimonio immateriale

Negli ultimi anni l'Istituto ha partecipato a un vasto censimento nazionale del patrimonio culturale immateriale condotto insieme alla rete delle Pro Loco, con la formazione dei volontari incaricati di raccogliere le informazioni sul territorio e la redazione delle schede ricognitive. L'iniziativa, presentata con il nome di Radici Culturali, ha raccolto oltre venticinquemila schede descrittive di elementi del patrimonio immateriale sparsi in tutta Italia. È un modello discusso fra gli specialisti, perché affida la rilevazione a volontari e non a ricercatori formati, ed è però l'unico modo realistico di coprire ottomila comuni con le risorse di cui il Ministero dispone.

Le feste italiane censite dall'Istituto Centrale per il Patrimonio Immateriale

Uno dei lavori più utili condotti da questo istituto è la ricognizione delle principali feste italiane, organizzata per regioni e appoggiata alla documentazione fotografica conservata negli archivi. Non è un elenco turistico e non pretende di essere completo: è una mappa di lavoro, costruita là dove esiste documentazione d'archivio da cui partire. Serve a due cose, a orientare la ricerca e a rendere confrontabili fenomeni che a prima vista sembrano isolati. Riporto la ricognizione regione per regione, con qualche osservazione su ciò che i gruppi di feste hanno in comune.

Istituto Centrale per il Patrimonio Immateriale Elenco delle principali feste italiane principali, distinto per regioni
Istituto Centrale per il Patrimonio Immateriale Elenco delle principali feste italiane principali, distinto per regioni

Lazio

Le voci laziali sono sei: la Settimana santa a Roma; la Madonna del Carmine a Roma; la Santissima Trinità a Vallepietra; Santa Rosa a Viterbo; la Madonna del Fiore ad Acquapendente; il Carnevale a Ronciglione. Colpisce che due riguardino la capitale, e che siano proprio quelle che i romani danno per scontate. La Madonna del Carmine, la festa detta della Madonna de Noantri nel rione Trastevere, è l'esempio migliore di come una devozione di quartiere sopravviva dentro una metropoli, con la statua portata in processione e le settimane di iniziative attorno. Il santuario della Santissima Trinità di Vallepietra, sui monti Simbruini, è meta di pellegrinaggi che arrivano a piedi da paesi lontani e conserva forme di canto rituale che gli etnomusicologi studiano da decenni. La Macchina di Santa Rosa a Viterbo è una delle quattro feste della rete delle grandi macchine a spalla iscritte nella lista rappresentativa dell'UNESCO nel 2013: la trovate raccontata nella pagina della Macchina di Santa Rosa a Viterbo, insieme al resto di quanto vedere nella città di Viterbo.

Abruzzo

Quattro voci: San Giovanni Battista a Civitella Roveto; San Domenico a Cocullo; la Madonna del Carpine a Rapino; San Domenico a Pretoro. Due riguardano lo stesso santo in due paesi diversi, e questo è precisamente il tipo di indizio che un catalogo serve a far emergere: le devozioni a San Domenico abate nell'Appennino centrale formano un sistema, con specializzazioni locali legate al morso dei serpenti e alla protezione dai denti e dal mal di gola. La festa di Cocullo, con i serpari che ricoprono la statua di serpi vive, è probabilmente il rito italiano più fotografato dagli antropologi di tutto il mondo, e uno dei più fraintesi da chi lo racconta come pittoresco senza chiedersi che cosa significhi.

Basilicata

Dieci voci: la Madonna Nera a Viggiano; San Rocco a Tolve; San Gerardo a Potenza; San Giuliano ad Accettura; il Santissimo Crocefisso a Brienza; la Madonna del Pollino a San Severino Lucano; la Madonna di Pierno a San Fele; la Madonna del Carmine a Pedali di Viggianello; la Madonna del Carmine ad Avigliano; la Madonna della Bruna a Matera. La Basilicata è la regione che l'antropologia italiana ha frequentato di più, per ragioni che risalgono a de Martino, e questo elenco lo riflette. Vi si riconoscono due famiglie: i pellegrinaggi ai santuari di montagna, con salite notturne e canti, e i riti arborei, in cui un albero viene tagliato nel bosco, trasportato e innalzato in paese. Accettura appartiene alla seconda famiglia, e chi ha assistito al trasporto sa che non è folklore da cartolina: è una macchina sociale che mobilita un paese intero per giorni.

Calabria

Nove voci: la Madonna della Lettera a Palmi; la Madonna della Montagna a Polsi; i Santi Cosma e Damiano a Riace; la Settimana Santa a Verbicaro; la Settimana Santa a Stilo; la Settimana Santa a Nocera Terinese; San Rocco a Palmi; San Rocco a Gioiosa Ionica; San Rocco a Cinquefrondi. Tre Settimane Sante e tre feste di San Rocco: la ripetizione è il dato. In Calabria la ritualità penitenziale, con l'uso rituale del sangue e del dolore fisico, ha conservato forme che altrove sono state smorzate o proibite, e la loro documentazione è uno dei capitoli più delicati del lavoro degli archivi, perché tocca il confine fra rispetto della pratica e sguardo esterno. La festa della Madonna della Lettera a Palmi, con la Varia, appartiene alla rete delle grandi macchine a spalla riconosciuta dall'UNESCO.

Campania

La lista campana è la più fitta dopo quella molisana: il Carnevale a Bellizzi; la Settimana Santa a Sessa Aurunca; San Silvestro a Sessa Aurunca; San Paolino a Nola; San Michele Arcangelo a Sant'Angelo a Cancello; San Michele Arcangelo a Sala Consilina; San Michele Arcangelo a Rutino; San Michele Arcangelo a Padula; la Madonna di Materdomini a Nocera Superiore; la Madonna del Carmine, detta delle Galline, a Pagani; la Madonna della Neve a Ponticelli; la Madonna dell'Arco a Sant'Anastasia; la Madonna dell'Arco a Napoli; la Madonna della Pace a Giugliano in Campania; la Madonna Assunta a Guardia Sanframondi; il Carnevale a San Michele di Serino; il Carnevale a Montemarano; Sant'Antonio Abate a Macerata Campania.

Quattro feste per San Michele Arcangelo in quattro paesi diversi disegnano da sole una geografia devozionale che segue gli antichi percorsi longobardi verso il Gargano. Due Madonne dell'Arco, una a Sant'Anastasia e una a Napoli, raccontano il rapporto fra il santuario e la città che ne alimenta i cortei. La festa di San Paolino a Nola, con gli obelischi di legno e cartapesta portati a spalla, è la quarta delle grandi macchine iscritte nella lista rappresentativa nel 2013. E i carnevali irpini, quello di Montemarano in testa, sono il territorio classico della tarantella campana, dove la danza non è un intrattenimento ma la struttura stessa del corteo.

Molise

Il Molise ha l'elenco più lungo di tutti, cinquantasei voci per una regione di trecentomila abitanti, e questo dato da solo meriterebbe un capitolo di storia degli studi. Eccole: Carnevale a Bagnoli del Trigno; Carnevale a Casalciprano; Carnevale a Castelnuovo al Volturno; Carnevale a Cercepiccola; Carnevale a Toro; Carnevale a Tufara; Corpus Domini a Campobasso; Madonna del Carmine a Riccia; Madonna di Costantinopoli a Pietracatella; Madonna di Costantinopoli a Portocannone; Madonna delle Grazie a Vastogirardi; Madonna Immacolata a Montelongo; Madonna Incoronata a Santa Croce di Magliano; Madonna di Loreto a Capracotta; Madonna del Rosario a Gambatesa; Madonna del Rosario a Riccia; Maggio ad Acquaviva Collecroce; Maggio a Colle d'Anchise; Maggio a Fossalto; Natale ad Agnone; Natale a Oratino; Quaresima a Santa Croce di Magliano.

E ancora: Sant'Anastasio ad Acquaviva d'Isernia; Sant'Anna a Jelsi; Sant'Anna a Pescolanciano; Sant'Antonio Abate ad Acquevive di Frosolone; Sant'Antonio Abate a Colli a Volturno; Sant'Antonio Abate a Petacciato; Sant'Antonio di Padova a Castellino del Biferno; Sant'Antonio di Padova a Lupara; Sant'Antonio di Padova a Montecilfone; Sant'Antonio di Padova a Palata; Sant'Antonio di Padova a Pietracatella; Sant'Antonio di Padova a Santa Croce di Magliano; San Basso a Termoli; Santa Benedetta a Monacilioni; San Biagio a San Martino in Pensilis; i Santi Cosma e Damiano a Isernia; i Santi Cosma e Damiano a Sant'Elena Sannita; Santa Cristina a Sepino; San Donato a Pietracatella; Sant'Egidio a Bojano; San Giorgio a Mirabello Sannitico; San Giovanni Eremita a Tufara; San Giuseppe a Casacalenda; San Giuseppe a Santa Croce di Magliano; San Giuseppe a Termoli; San Giuseppe a Venafro; il Santo Legno della Croce a Ururi; San Leo a San Martino in Pensilis; San Luca a Pescopennataro; San Martino a Castel San Vincenzo; San Nicandro a Venafro; San Nicola a Guardiaregia; San Pardo a Larino; la Settimana Santa a Isernia.

Perché tanta abbondanza proprio qui. Perché il Molise è stato oggetto di campagne di documentazione sistematiche, e perché il calendario rituale molisano è rimasto vivo in comunità piccolissime che hanno continuato a produrre riti anche quando i paesi si svuotavano per l'emigrazione. Dentro l'elenco si distinguono famiglie precise: i carnevali dell'Appennino, con maschere zoomorfe e figure del cervo e dell'uomo selvatico; i Maggi, rappresentazioni cantate legate al ciclo primaverile; le carresi, le corse dei carri trainati da buoi che si svolgono in alcuni paesi del basso Molise; le feste del grano, in cui traglie e carri di spighe intrecciate vengono portati al santo. Chi si occupa di patrimonio immateriale in Italia sa che il Molise è un laboratorio, e che è anche il luogo in cui i conflitti fra tutela della pratica e norme sul benessere animale si sono manifestati per primi.

Puglia

Quindici voci: la Settimana Santa a San Marco in Lamis; il Carnevale a Putignano; la Settimana Santa a Canosa di Puglia; la Madonna dei Martiri a Molfetta; la Settimana Santa a Valenzano; la Settimana Santa a Taranto; la Settimana Santa a Vico del Gargano; la Settimana Santa a Ruvo; la Settimana Santa a Noicattaro; la Settimana Santa a Molfetta; i Santi Pietro e Paolo a Galatina; San Nicola a Bari; San Michele Arcangelo a Monte Sant'Angelo; San Donato a Montesano Salentino; Sant'Erasmo vescovo e martire a Santeramo in Colle. Sette Settimane Sante su quindici voci: la Puglia è la regione italiana dove la ritualità pasquale ha prodotto il maggior numero di forme codificate, dalle confraternite incappucciate ai passi lentissimi delle processioni tarantine, dalle fracchie di San Marco in Lamis alle scene viventi. E poi Galatina, che per gli antropologi non è un paese qualunque: la cappella di San Paolo e il rapporto fra il santo e le tarantate sono al centro della ricerca del 1959 di de Martino e Carpitella.

Sardegna

Sei voci: il Carnevale a Cagliari; Sant'Efisio a Cagliari; la Madonna Assunta a Nulvi; il Carnevale a Ovodda; il Carnevale a Oristano; il Carnevale a Mamoiada. Tre carnevali su sei, e sono tre carnevali diversissimi fra loro: quello barbaricino di Mamoiada con le maschere di Mamuthones e Issohadores, quello di Ovodda con il mercoledì delle ceneri come giorno culminante, quello oristanese della Sartiglia con la corsa alla stella e i cavalieri mascherati. Sant'Efisio a Cagliari è invece una delle processioni più imponenti d'Europa per numero di partecipanti in abito tradizionale, un evento che mobilita paesi da tutta l'isola. La Sardegna è anche la regione del canto a tenore, prima iscrizione italiana nella lista rappresentativa insieme all'Opera dei Pupi.

Sicilia

Sette voci: la Pasqua ad Avola; San Rocco a Butera; la Settimana Santa a San Fratello; San Bartolo a Lipari; Santa Rosalia a Palermo; San Sebastiano ad Acireale; la novena di Natale, detta Nuvena di Natali o Gnignaredia, di San Michele di Ganzaria. La Settimana Santa di San Fratello, con i Giudei dalle vesti rosse e le trombe, è uno dei riti più studiati dell'isola. Santa Rosalia a Palermo, il Festino di luglio, è il caso siciliano di festa urbana che ha attraversato secoli di trasformazioni politiche restando riconoscibile. L'inserimento di una novena natalizia in dialetto, con il suo nome locale registrato per esteso, mostra il criterio che guida questi censimenti: contano anche le forme minime, quelle che non fanno spettacolo e che spariscono senza che nessuno se ne accorga.

Toscana e Umbria

Due sole voci, una per regione: la Scampanata di Anghiari in Toscana e Sant'Ubaldo a Gubbio in Umbria. La sproporzione rispetto al Molise non dice che in Toscana e in Umbria non ci siano feste, dice che la ricognizione segue la documentazione disponibile negli archivi dell'ente e non pretende di sostituire gli inventari regionali. La festa dei Ceri di Gubbio, con le tre macchine lignee portate di corsa su per il monte Ingino, è comunque uno dei riti italiani più imponenti, e la scampanata di Anghiari appartiene a quella categoria di riti di derisione collettiva che l'etnologia europea chiama charivari, esercitati un tempo contro le unioni giudicate irregolari dalla comunità.

Il Museo delle Civiltà, il vicino di casa dell'Istituto Centrale per il Patrimonio Immateriale

Questa è la parte visitabile della storia, e merita spazio, perché è qui che il turista, lo studente e la famiglia in gita hanno qualcosa da vedere. Il Museo delle Civiltà è nato nel 2016 dalla fusione di più istituti nazionali in un unico organismo con autonomia speciale: il Museo preistorico etnografico Luigi Pigorini, il Museo nazionale delle arti e tradizioni popolari, il Museo nazionale dell'Alto Medioevo, il Museo nazionale d'arte orientale Giuseppe Tucci, ai quali si sono aggiunte le raccolte del Museo africano e del Museo geologico.

Le due sedi e gli orari

Il museo occupa due palazzi affacciati sulla stessa piazza e collegati da un portico: il Palazzo delle Scienze, in Piazza Guglielmo Marconi 14, e il Palazzo delle Arti e Tradizioni Popolari, in Piazza Guglielmo Marconi 8, lo stesso edificio in cui hanno sede gli uffici dell'Istituto Centrale per il Patrimonio Immateriale. Gli orari indicati dal museo sono da martedì a domenica dalle 8 alle 19, con ultimo ingresso alle 18.30 e chiusura il lunedì. Il biglietto intero costa 10 euro, il ridotto 2 euro, ed è previsto l'ingresso gratuito la prima domenica del mese oltre alle gratuità di legge per i minori di diciotto anni cittadini dell'Unione Europea e per le altre categorie previste. Il centralino risponde ai numeri +39 06 549521 e +39 06 5926148 e l'indirizzo di posta è mu-civ@cultura.gov.it. Conviene sempre controllare sul sito ufficiale prima di partire, perché le sezioni aperte cambiano in funzione dei cantieri e degli allestimenti temporanei.

Che cosa si vede nel Palazzo delle Arti e Tradizioni Popolari

Le collezioni etnografiche italiane sono ordinate in tre grandi aree tematiche invece che per regione, e la scelta è di quelle che cambiano il senso della visita. La prima è dedicata alla terra e alle risorse, con i trasporti, il lavoro agricolo, il lavoro marinaro e le tecniche artigianali. La seconda riguarda il vivere e l'abitare, con il mondo domestico e i cicli della vita, dalla nascita al matrimonio alla morte. La terza raccoglie riti, feste e cerimonie, con le musiche, i giochi, gli spettacoli e gli abiti tradizionali. Fra i nuclei più notevoli ci sono oltre mille figure presepiali provenienti da tutte le regioni, comprese figure napoletane del Settecento e dell'Ottocento di qualità straordinaria.

Il consiglio di un professionista: guardate i carri e le barche. Un carretto siciliano dipinto, una barca da pesca smontata e rimontata dentro una sala, un aratro con il nome del contadino che lo usava. Sono gli oggetti che rendono evidente la ragione per cui l'Italia ha inventato una categoria di beni culturali apposta per queste cose, e sono anche quelli davanti a cui i bambini si fermano davvero, molto più che davanti alle vetrine dei tessuti.

Le altre collezioni del Museo delle Civiltà

Nel Palazzo delle Scienze, di fronte, la visita continua con le raccolte preistoriche ed etnografiche del Pigorini, fondato nel 1876 e per un secolo il maggiore museo di etnografia extraeuropea in Italia, con le collezioni asiatiche del Museo d'arte orientale e con le sezioni dell'Alto Medioevo. Chi vuole approfondire trova pagine dedicate al Museo delle Civiltà nel suo insieme, al Museo delle arti e tradizioni popolari Lamberto Loria, al Museo preistorico etnografico Pigorini, al Museo dell'Alto Medioevo e al Museo nazionale d'arte orientale Giuseppe Tucci.

Il museo che non c'è più e quello che c'è

Il Museo nazionale delle arti e tradizioni popolari, intitolato a Lamberto Loria, ha smesso di esistere come istituto autonomo nel 2016, quando è confluito nel Museo delle Civiltà. Le collezioni sono rimaste dove erano, l'indirizzo è lo stesso, il nome sulle carte è cambiato. Chi cerca in rete informazioni con la vecchia denominazione le trova ancora, e questo genera equivoci. La direzione del Museo delle Civiltà, dal 2022 affidata ad Andrea Viliani, ha impresso alle collezioni una linea dichiaratamente interdisciplinare e critica, con progetti che rileggono la storia coloniale delle raccolte e mettono in dialogo materiali di provenienza diversa. È una scelta che ha fatto discutere e che, a mio avviso, ha salvato dall'irrilevanza un museo che rischiava di essere percepito come un magazzino di cose vecchie.

Una curiosità su Istituto Centrale per il Patrimonio Immateriale

L'istituto italiano incaricato di occuparsi di ciò che non si tocca ha sede nell'edificio più materiale che l'architettura del Novecento romano abbia prodotto: travertino e cemento a perdita d'occhio, portici colonnati, cortile monumentale, mosaici murali. Il paradosso non finisce qui. Quel palazzo fu costruito fra il 1938 e il 1942 per ospitare una mostra di arti e tradizioni popolari che non si tenne mai, perché l'Esposizione universale del 1942 fu cancellata dalla guerra. Per una quindicina d'anni rimase un contenitore senza contenuto, in un quartiere semivuoto che i romani raggiungevano in tram per andare a vedere le rovine di una città mai nata.

La seconda curiosità riguarda l'origine delle raccolte. Tutto quello che oggi si conserva in questo isolato viene da una mostra temporanea: la Mostra di etnografia italiana allestita a Roma nel 1911 per il cinquantenario dell'Unità, quattordici padiglioni regionali e una quarantina di gruppi etnografici viventi, aperta pochi mesi. Le mostre temporanee si smontano, e i loro oggetti quasi sempre tornano da dove sono venuti. Questi no: trentamila oggetti, migliaia di fotografie, manoscritti e trascrizioni di canti restarono nelle casse dello Stato e attraversarono due guerre, un cambio di regime e sei traslochi prima di trovare pace all'EUR. Sono sopravvissuti alla mostra che li aveva generati di centoquindici anni e contando. Se qualcuno vi chiede a che cosa serva finanziare la documentazione, la risposta è tutta lì: nessuno nel 1911 poteva sapere che quelle fotografie sarebbero diventate l'unica traccia di mestieri scomparsi entro una generazione.

Terza curiosità, di quelle che piacciono agli archivisti: dentro questo istituto il pericolo maggiore non viene dal tempo che passa sulle tradizioni, viene dal tempo che passa sui supporti. Un nastro magnetico registrato nel 1962 ha una vita utile che si misura in decenni; il rito che quel nastro documenta, in molti casi, si celebra ancora. Capita così che l'oggetto immateriale sia più resistente del documento che doveva salvarlo.

Una cosa che non ti dice nessuno su Istituto Centrale per il Patrimonio Immateriale

Chi arriva qui inseguendo Ernesto de Martino e Diego Carpitella non trova quello che cerca. Le registrazioni della spedizione lucana del 1952, quelle dei lamenti funebri raccolti a Matera, Grottole, Pisticci, Ferrandina, Colobraro, Valsinni, Stigliano, Marsicovetere, Viggiano, Savoia di Lucania e Tricarico, sono conservate negli Archivi di Etnomusicologia dell'Accademia Nazionale di Santa Cecilia, dove formano la Raccolta 18 e contano centoquarantadue brani. Trentanove di quei brani uscirono in disco nel 1993, con distribuzione riservata a studiosi e istituti; centodieci sono stati pubblicati nel 2013 dall'editore Squilibri, in un volume curato da Giorgio Adamo con tre compact disc.

L'archivio sonoro dell'EUR ha un'altra genealogia, e vale la pena conoscerla perché smonta un luogo comune. Non discende dalle spedizioni universitarie, discende dal lavoro museale: i primi rilevamenti sono quelli di Annabella Rossi nell'Italia meridionale attorno agli anni Sessanta, e la crescita successiva segue le campagne condotte per documentare i temi delle sale. Duemilasettecento supporti fra nastri e dischi che raccontano non i grandi nomi dell'antropologia italiana, ma il lavoro paziente di un museo che mandava i propri operatori a registrare le feste.

La seconda informazione che non trovate scritta da nessuna parte riguarda la reperibilità dell'ente in rete. Il vecchio indirizzo internet, quello sul dominio beniculturali.it che compare ancora in centinaia di bibliografie e in molte schede ministeriali non aggiornate, non risponde più: le pagine sono migrate sul dominio cultura.gov.it insieme all'intero Ministero, e gli indirizzi di posta hanno seguito la stessa sorte, da ic-pi@beniculturali.it a ic-pi@cultura.gov.it. Se avete scritto una mail all'indirizzo vecchio e non avete ricevuto risposta, il motivo è questo e non la scortesia dell'amministrazione.

Il consiglio che ti do per visitare Istituto Centrale per il Patrimonio Immateriale

Il consiglio dipende da chi siete, e non ho intenzione di dare la stessa risposta a un turista e a un dottorando.

Se siete a Roma per pochi giorni: non venite. Non c'è niente da visitare, e il tempo di un viaggio è troppo prezioso per spenderlo davanti a un portone di uffici. Venite piuttosto al Museo delle Civiltà, che ha lo stesso indirizzo e vetrine vere, e riservate all'EUR mezza giornata piena, meglio di martedì o mercoledì mattina quando il quartiere è deserto e le sale sono vostre. Con il biglietto in tasca fate prima le collezioni etnografiche italiane, che sono nel Palazzo delle Arti e Tradizioni Popolari, poi attraversate il portico e passate al Palazzo delle Scienze. Due ore e mezza sono il minimo, quattro sono il tempo giusto.

Se siete studenti, ricercatori, documentaristi o operatori culturali: scrivete prima, e scrivete bene. Una richiesta di consultazione che funziona contiene tre cose, chi siete e per conto di quale istituzione, che cosa state cercando in termini precisi, e quale fondo vi interessa. Una mail che dice mi interessa il folklore italiano non porta da nessuna parte; una mail che dice sto lavorando su una tesi riguardante le maschere zoomorfe dei carnevali appenninici e vorrei consultare i materiali fotografici e filmici relativi al Molise ottiene una risposta utile. Mettete in conto tempi non immediati e portate con voi un documento e una lista di segnature, se le avete già.

Se abitate a Roma e vi interessa la materia: seguite le iniziative pubbliche. Proiezioni, presentazioni, convegni, giornate di apertura straordinaria. Sono l'unico modo per entrare senza una ragione di ricerca, sono gratuite quasi sempre, e hanno un pregio che le grandi rassegne non hanno: chi parla ha in mano i documenti originali di cui parla.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Tutti sanno che l'Italia è il Paese con più patrimoni riconosciuti dall'UNESCO. Quasi nessuno sa che l'iscrizione nella lista rappresentativa del patrimonio culturale immateriale non è un premio, non comporta finanziamenti automatici e non impone alcun obbligo di conservazione a chi la pratica. Non esiste, tecnicamente, un titolo di patrimonio dell'umanità: esiste l'iscrizione di un elemento in una lista, decisa da un comitato intergovernativo sulla base di un dossier che uno Stato presenta. Le liste sono tre, e sono cose diverse fra loro: quella rappresentativa serve a far conoscere la varietà del patrimonio, quella per la salvaguardia urgente riguarda le pratiche a rischio di scomparsa, il registro delle buone pratiche premia i metodi di salvaguardia che hanno funzionato.

Il secondo fatto poco citato riguarda la natura multinazionale di molte iscrizioni italiane. La dieta mediterranea è condivisa con altri Paesi del bacino; l'alpinismo con Francia e Svizzera; la falconeria con una lista lunghissima di Stati; l'allevamento del cavallo lipizzano con i Paesi dell'area danubiana; l'arte delle perle di vetro con la Francia; l'arte musicale dei suonatori di corno con altri Stati europei. Contarle tutte come italiane, come fanno i comunicati stampa, è una forzatura: quelle candidature nascono proprio per affermare che una pratica culturale non coincide con un confine politico.

Terzo fatto, e riguarda direttamente questo indirizzo: l'Istituto Centrale per il Patrimonio Immateriale è uno degli istituti centrali del Ministero della Cultura, una famiglia di enti tecnici che comprende fra gli altri l'istituto per il catalogo e la documentazione, quello per il restauro, quello per la grafica e quello per la digitalizzazione. Sono le officine dello Stato culturale italiano, quasi invisibili al pubblico, e ogni volta che leggete una scheda di catalogo, una normativa di restauro o un portale ministeriale state usando il loro lavoro senza saperlo.

La foto giusta da fare a Istituto Centrale per il Patrimonio Immateriale

Piazza Marconi non è una piazza fatta per la fotografia intima: è enorme, simmetrica, spietata con chi la inquadra male. Ci sono però tre scatti che valgono la trasferta.

Il primo è il portico. Mettetevi sotto il colonnato che collega il Palazzo delle Arti e Tradizioni Popolari al Palazzo delle Scienze e fotografate in prospettiva, con la fuga dei pilastri che si stringe verso il fondo. È l'immagine che restituisce meglio l'idea di città che l'EUR voleva imporre. Funziona benissimo in bianco e nero e funziona ancora meglio con una figura umana sola, piccola, in fondo alla fuga: il rapporto di scala fra il corpo e l'architettura è tutto il discorso.

Il secondo è il mosaico di Enrico Prampolini, Le corporazioni, realizzato nel 1942 in pietre naturali. Fotografatelo nel pomeriggio, quando la luce radente fa emergere lo spessore delle tessere e le figure dei lavoratori acquistano rilievo. Di fronte, se la luce è buona, cercate anche il bassorilievo in marmo di Amerigo Tot dedicato agli elementi caratteristici del folklore: è lo stesso scultore del fregio della stazione Termini.

Il terzo è l'obelisco al centro della piazza, la stele dedicata a Guglielmo Marconi. Fu commissionata nel 1939 ad Arturo Dazzi e inaugurata soltanto il 12 dicembre 1959: novantadue pannelli di marmo ad altorilievo su un'anima in cemento armato, con danze, canti, preghiere e animali, una specie di ringraziamento dell'uomo e della natura per le scoperte di Marconi. Il modo migliore di fotografarla non è dal centro della piazza, dove diventa un palo bianco senza scala: è dal portico, incorniciandola fra due pilastri, così che l'architettura misuri la stele e la stele misuri l'architettura. Al tramonto, in inverno, il travertino diventa rosa e la fotografia si fa da sola.

Una raccomandazione da chi accompagna gruppi: gli uffici dell'Istituto sono un luogo di lavoro. Fotografate l'esterno quanto volete, non le finestre e non le persone che entrano ed escono.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

1911. A Roma si apre la Mostra di etnografia italiana voluta da Lamberto Loria per il cinquantenario dell'Unità: quattordici padiglioni regionali, una quarantina di gruppi etnografici viventi, circa trentamila oggetti raccolti in pochi anni con una rete di corrispondenti in tutte le regioni. È l'atto di nascita delle collezioni che oggi ruotano attorno a Piazza Marconi.

1938-1942. Si costruisce il Palazzo delle Arti e Tradizioni Popolari su progetto di Massimo Castellazzi, Pietro Morresi e Annibale Vitellozzi. Nel 1942 Enrico Prampolini realizza il mosaico Le corporazioni. La mostra per cui l'edificio era stato pensato non si terrà mai: l'Esposizione universale è cancellata dalla guerra e il quartiere resta incompiuto.

1956-1957. Le collezioni etnografiche arrivano all'EUR e il Museo nazionale delle arti e tradizioni popolari apre al pubblico, con l'allestimento diretto da Paolo Toschi, primo titolare in Italia di una cattedra di letteratura delle tradizioni popolari. Per decenni sarà il maggiore museo folklorico italiano.

1959. In Salento, Ernesto de Martino conduce con Giovanni Jervis, Letizia Jervis-Comba, Amalia Signorelli, Diego Carpitella e il fotografo Franco Pinna la ricerca sul tarantismo da cui nascerà La terra del rimorso. Non è un fatto avvenuto in questo palazzo, ma è il fatto che ha determinato il modo in cui, da qui in avanti, in Italia si documenta una pratica rituale.

Anni Settanta. Annabella Rossi promuove dal museo dell'EUR una campagna di documentazione filmica condotta soprattutto in Calabria e in Campania, centrata sugli eventi festivi e sulle espressioni in cui canto e danza si tengono insieme. È il momento in cui gli archivi smettono di essere un deposito e diventano uno strumento di ricerca attiva.

2007. Il decreto del Presidente della Repubblica del 26 novembre, numero 233, istituisce l'Istituto Centrale per la Demoetnoantropologia; un decreto ministeriale dell'ottobre 2008 ne completa l'assetto. Nello stesso anno, con la legge 27 settembre 2007 numero 167, l'Italia ratifica la Convenzione UNESCO del 2003.

2016. Il Museo nazionale delle arti e tradizioni popolari confluisce nel nuovo Museo delle Civiltà insieme al Pigorini, all'Alto Medioevo e all'arte orientale. L'istituto centrale resta autonomo e continua la propria strada dentro lo stesso edificio.

2019. Con il decreto del Presidente del Consiglio dei ministri del 2 dicembre, numero 169, l'ente assume la denominazione attuale di Istituto Centrale per il Patrimonio Immateriale. Nel luglio 2020 ne diventa direttore Leandro Ventura; un riordino ministeriale del febbraio 2022 ne ridefinisce l'organizzazione.

2025. La cucina italiana, fra sostenibilità e diversità bioculturale, entra nella lista rappresentativa dell'UNESCO: l'iscrizione italiana più discussa, arrivata dieci anni dopo l'apertura del Geoportale della Cultura Alimentare che questo istituto aveva avviato nel 2015.

Chi è passato da Istituto Centrale per il Patrimonio Immateriale

Lamberto Loria (1855-1913) non ha mai messo piede in questo palazzo, e va detto subito perché la verità storica è più interessante della leggenda: morì venticinque anni prima che la prima pietra fosse posata. Eppure tutto qui dentro è suo. Viaggiatore ed etnografo con esperienza in Nuova Guinea, in Eritrea e in Lapponia, fondò a Firenze nel 1906 il primo museo di etnografia italiana e nel 1911 costruì la mostra da cui vengono le raccolte. Il museo dell'EUR gli è stato intitolato.

Paolo Toschi (Lugo di Romagna 1893 - Roma 1974) è l'uomo che ha materialmente riempito queste sale. Vincitore nel 1949 della prima cattedra italiana di letteratura delle tradizioni popolari, diresse l'allestimento del museo aperto all'EUR nella seconda metà degli anni Cinquanta. Autore di Le origini del teatro italiano nel 1955 e di Arte popolare italiana nel 1960, portò nello studio del folklore la strumentazione della filologia. Oggi la sua impostazione appare datata; senza di lui, però, quelle casse sarebbero rimaste chiuse ancora a lungo.

Annabella Rossi (Roma 1933-1984) ha lavorato con il museo nazionale dell'EUR a partire dai primi anni Settanta ed è la ricercatrice a cui si devono i nuclei più vivi degli archivi: le fotografie di vent'anni di lavoro nel Salento e in Campania, i filmati delle campagne calabresi e campane, i primi nastri sonori. Autrice di Le feste dei poveri nel 1969 e di Lettere da una tarantata nel 1970, morì a cinquant'anni lasciando un fondo che gli studiosi continuano a scavare. Negli anni recenti le sono state dedicate mostre in Puglia, costruite proprio sui materiali conservati in queste collezioni.

Diego Carpitella (Reggio Calabria 1924 - 1990), fondatore dell'etnomusicologia italiana insieme a Roberto Leydi, primo libero docente della disciplina nel 1968 e primo titolare di cattedra alla Sapienza dal 1976, è passato per gli ambienti museali romani come tutti gli studiosi del settore della sua generazione. Il suo lascito principale è però altrove, negli archivi dell'Accademia Nazionale di Santa Cecilia.

Ernesto de Martino (Napoli 1908 - Roma 1965) non fu un uomo di museo, fu un uomo di campagna e di cattedra, e proprio per questo la sua ombra copre questo edificio più di chiunque altro: la categoria stessa di bene demoetnoantropologico immateriale, che qui si cataloga ogni giorno, discende dal modo in cui lui insegnò a guardare i riti del Sud.

Enrico Prampolini, futurista, scenografo e teorico dell'aeropittura, ha lasciato sulla facciata il mosaico Le corporazioni. Amerigo Tot, scultore ungherese naturalizzato italiano, autore del fregio della stazione Termini e volto noto al pubblico cinematografico, firma il bassorilievo sul folklore. Arturo Dazzi ha realizzato la stele a Guglielmo Marconi che domina la piazza davanti all'ingresso.

Fra i contemporanei, Leandro Ventura dirige l'Istituto dal luglio 2020 e Andrea Viliani dirige dal gennaio 2022 il Museo delle Civiltà con cui l'Istituto divide il palazzo. Due incarichi distinti, due enti distinti, un unico portone.

Come si accede alla biblioteca e agli archivi dell'Istituto Centrale per il Patrimonio Immateriale

Riassumo la procedura, perché è la domanda che ricevo più spesso da studenti e da colleghi che preparano itinerari tematici. L'accesso non è libero e non esiste una sala di consultazione aperta a orario continuato: si concorda. Il canale è la posta elettronica, ic-pi@cultura.gov.it, oppure il telefono, +39 06 5910709, negli orari d'ufficio, dal lunedì al venerdì. Gli uffici sono in Piazza Marconi 8/10, all'EUR.

Che cosa scrivere nella richiesta

Una richiesta efficace contiene il nome e la qualifica del richiedente, l'istituzione di riferimento se c'è, l'oggetto preciso della ricerca, il fondo o la tipologia di materiale che interessa (fotografico, sonoro, video, stampe, archivio storico, biblioteca), l'uso che si intende fare dei materiali e le date in cui si potrebbe venire. Se la ricerca prevede una pubblicazione o una produzione audiovisiva, conviene dichiararlo subito, perché la riproduzione dei materiali d'archivio segue regole proprie e ha tempi diversi dalla semplice consultazione.

Che cosa aspettarsi

Aspettatevi tempi da amministrazione pubblica e un interlocutore competente. Chi lavora in questi archivi conosce i fondi in profondità e, se la domanda è formulata bene, indica materiali che nessun catalogo online avrebbe restituito. Questo è il vero vantaggio degli archivi specialistici rispetto alle banche dati: la memoria delle persone che ci lavorano. Portate un documento di identità, un taccuino e, se dovete lavorare su materiali fotografici, sappiate in anticipo quali segnature vi servono.

Quanto costa e quanto tempo serve

All'Istituto Centrale per il Patrimonio Immateriale non si paga nulla, perché non si entra come pubblico. La consultazione di archivi e biblioteca a fini di studio è un servizio istituzionale; eventuali costi riguardano soltanto le riproduzioni e i diritti d'uso, e si definiscono caso per caso. Il costo che riguarda il visitatore comune è quello del Museo delle Civiltà: 10 euro il biglietto intero e 2 euro il ridotto, con ingresso gratuito la prima domenica del mese e le gratuità previste dalla normativa nazionale, fra cui quella per i minori di diciotto anni cittadini dell'Unione Europea.

Sul tempo sono categorico, perché vedo troppi gruppi arrivare all'EUR con un'ora a disposizione: il Museo delle Civiltà, nelle sue due sedi, non si fa in un'ora. Due ore e mezza sono il minimo per la sola parte etnografica italiana; quattro ore permettono di attraversare anche il Palazzo delle Scienze senza correre. Se avete i bambini con voi, calcolate meno sale e più pause.

L'Istituto Centrale per il Patrimonio Immateriale con i bambini

Gli uffici dell'Istituto non sono un luogo per famiglie, e non fingiamo il contrario. Il museo accanto invece funziona benissimo con i ragazzi, a una condizione: scegliere. Le collezioni etnografiche italiane sono ricchissime e un bambino di otto anni davanti a duecento vetrine si spegne in venti minuti. Puntate su tre o quattro nuclei forti, i carri e i mezzi di trasporto, le maschere e i costumi di carnevale, i presepi con le figure napoletane, gli strumenti musicali popolari, e lasciate perdere il resto. Le sezioni preistoriche del Palazzo delle Scienze, con la loro scansione chiara, reggono l'attenzione meglio di quanto ci si aspetti.

Un consiglio pratico da chi porta gruppi scolastici: la piazza davanti è enorme, pedonalizzabile con lo sguardo e senza traffico, e i giardini dell'EUR sono a due passi. Alternare mezz'ora di museo e dieci minuti all'aperto salva la giornata. Con i più grandi, il tema del patrimonio immateriale è un ottimo argomento di conversazione: chiedete loro quale cosa che sanno fare vorrebbero insegnare ai propri figli e avrete spiegato la Convenzione del 2003 senza citarne un articolo.

Accessibilità dell'Istituto Centrale per il Patrimonio Immateriale e del museo

La zona è pianeggiante e i marciapiedi dell'EUR sono ampi, il che rende l'arrivo semplice per chi si muove in sedia a rotelle o con un passeggino; la fermata della metropolitana EUR Fermi è a poche centinaia di metri. Per gli spazi interni, tanto degli uffici dell'Istituto quanto delle sale museali, conviene chiedere in anticipo, perché in edifici storici di questa mole i percorsi accessibili non coincidono sempre con l'ingresso principale e possono variare in funzione dei cantieri. La richiesta si fa per posta elettronica o per telefono ai recapiti del museo o dell'Istituto, a seconda di dove dovete andare, e va fatta con qualche giorno di anticipo.

Quando andare in Piazza Marconi

Il quartiere ha un ritmo tutto suo. Nei giorni feriali, la mattina, l'EUR è pieno di impiegati e di studenti, e i musei sono vuoti: è il momento migliore per la visita e il peggiore per la fotografia, perché la piazza si riempie di auto in sosta. La domenica accade il contrario, il quartiere si svuota di lavoratori e si riempie di famiglie che vanno al laghetto, i musei si animano e la piazza torna leggibile. L'inverno è la stagione fotografica migliore, con la luce radente che accende il travertino nel tardo pomeriggio. In agosto, quando il centro di Roma è un forno affollato, l'EUR è una delle poche zone in cui si respira e in cui si trova parcheggio senza girare mezz'ora.

Che cosa vedere intorno all'Istituto Centrale per il Patrimonio Immateriale

Nel raggio di un quarto d'ora a piedi si concentra il repertorio completo dell'architettura dell'EUR. Il Colosseo Quadrato, cioè il Palazzo della Civiltà Italiana, con i suoi archi sovrapposti. Il Palazzo dei Congressi di Adalberto Libera. La Nuvola di Fuksas, che è la risposta contemporanea a quel linguaggio e che va guardata dall'esterno anche quando non ci sono eventi. La basilica dei Santi Pietro e Paolo sulla sommità della collina, con la vista che si apre sul quartiere. Il laghetto dell'EUR, con i ciliegi donati da Tokyo che a fine marzo diventano il motivo per cui mezza Roma si sposta quaggiù. E, per chi ha bambini, i prati e le aree gioco del parco urbano che scende verso il lago.

Chi vuole allargare il tema, invece che il quartiere, ha altre due mete romane coerenti con questa. Il Museo nazionale degli strumenti musicali, a Santa Croce in Gerusalemme, per il rapporto fra oggetto sonoro e pratica musicale. E la Biblioteca nazionale centrale di Roma, a Castro Pretorio, per chi voglia continuare una ricerca bibliografica dopo aver esaurito gli scaffali specialistici dell'EUR. Sul versante della cultura alimentare, tema su cui questo istituto lavora molto, c'è il Garum, biblioteca e museo della cucina. Per il rapporto fra industria e memoria del lavoro, la Centrale Montemartini all'Ostiense resta il confronto più istruttivo della città.

Domande veloci su Istituto Centrale per il Patrimonio Immateriale

Si può visitare l'Istituto Centrale per il Patrimonio Immateriale?

No, non come museo. È un istituto di ricerca del Ministero della Cultura e non ha sale espositive né biglietteria. Si accede solo per ragioni di studio, agli archivi e alla biblioteca, previo accordo. Il pubblico generico trova invece aperto il Museo delle Civiltà, che occupa lo stesso palazzo e quello di fronte.

Dove si trova esattamente l'Istituto Centrale per il Patrimonio Immateriale?

In Piazza Marconi 8/10, 00144 Roma, quartiere EUR, dentro il Palazzo delle Arti e Tradizioni Popolari, sul lato meridionale della piazza.

Quanto costa entrare all'Istituto Centrale per il Patrimonio Immateriale?

Non esiste un biglietto, perché non esiste una visita. La consultazione degli archivi a fini di studio è un servizio istituzionale gratuito; si pagano soltanto eventuali riproduzioni e diritti d'uso. Il museo accanto costa 10 euro di intero e 2 euro di ridotto.

Che orari ha l'Istituto Centrale per il Patrimonio Immateriale?

Gli uffici osservano l'orario feriale, dal lunedì al venerdì, indicativamente dalle 8 alle 18, con chiusura il sabato e la domenica. Gli appuntamenti per archivi e biblioteca si fissano dentro questa fascia.

Come si contatta l'Istituto Centrale per il Patrimonio Immateriale?

Telefono +39 06 5910709, posta elettronica ic-pi@cultura.gov.it, posta elettronica certificata ic-pi@pec.cultura.gov.it. Il vecchio indirizzo sul dominio beniculturali.it non è più attivo.

Come si arriva con la metropolitana?

Linea B, fermata EUR Fermi, la più vicina, oppure EUR Palasport se arrivate dal lato del laghetto. Da Termini sono circa venticinque minuti.

Quali autobus fermano vicino all'Istituto Centrale per il Patrimonio Immateriale?

Le linee 30, 170, 671, 714 e 791 servono Piazza Marconi e le strade adiacenti.

Si può parcheggiare vicino all'Istituto Centrale per il Patrimonio Immateriale?

Sì, ed è uno dei pochi punti di Roma in cui è vero. Gli stalli lungo le vie laterali della piazza sono numerosi e in buona parte non a pagamento. Nei giorni di grandi eventi congressuali la situazione peggiora sensibilmente.

Che differenza c'è fra l'Istituto Centrale per il Patrimonio Immateriale e il Museo delle Civiltà?

Sono due enti distinti che condividono un edificio. L'Istituto è un organo tecnico di ricerca, catalogazione e conservazione documentaria, senza percorso di visita. Il Museo delle Civiltà è un museo statale autonomo con collezioni esposte, biglietto e orari di apertura.

L'Istituto Centrale per il Patrimonio Immateriale è il Museo delle Arti e Tradizioni Popolari?

No. Il Museo nazionale delle arti e tradizioni popolari, intitolato a Lamberto Loria, è confluito nel 2016 nel Museo delle Civiltà e le sue collezioni si visitano con il biglietto di quel museo. L'Istituto è un ente diverso, nato nel 2007, che ha sede nello stesso palazzo e lavora sugli archivi e sul catalogo.

Come si chiamava prima l'Istituto Centrale per il Patrimonio Immateriale?

Istituto Centrale per la Demoetnoantropologia, denominazione in vigore dalla sua istituzione nel 2007 fino al cambio di nome disposto alla fine del 2019.

Che cos'è il patrimonio culturale immateriale?

Secondo la Convenzione UNESCO del 2003 sono le prassi, le rappresentazioni, le espressioni, le conoscenze e le abilità, insieme agli strumenti, agli oggetti e agli spazi culturali associati, che le comunità riconoscono come parte del proprio patrimonio culturale. In pratica: riti, feste, canti, danze, saperi artigianali, conoscenze sulla natura, tradizioni orali.

Che cosa vuol dire demoetnoantropologico?

È il termine tecnico con cui l'ordinamento italiano indica i beni culturali che documentano le culture popolari e tradizionali. Comprende i beni materiali, cioè gli oggetti, e i beni immateriali, cioè le pratiche. La parola unisce demologia, etnografia e antropologia.

Quanti sono gli elementi italiani nelle liste UNESCO del patrimonio immateriale?

Nella lista rappresentativa gli elementi che riguardano l'Italia sono ventuno, con l'ultima iscrizione arrivata nel 2025 per la cucina italiana; a questi si aggiunge un programma italiano iscritto nel registro delle buone pratiche di salvaguardia. Diverse iscrizioni sono condivise con altri Paesi.

L'iscrizione UNESCO porta soldi a chi la ottiene?

No, non automaticamente. L'iscrizione nella lista rappresentativa è un riconoscimento e comporta impegni di salvaguardia da parte dello Stato, non un finanziamento diretto alla comunità. Chi vende esperienze presentandole come patrimonio dell'umanità sta usando una formula giornalistica, non una categoria giuridica.

Si possono consultare gli archivi fotografici dell'Istituto Centrale per il Patrimonio Immateriale?

Sì, per motivi di studio e previo accordo con l'Istituto. La richiesta va motivata e conviene indicare fondo, tema e periodo. Per pubblicare le immagini servono autorizzazioni ulteriori.

Si possono fare fotografie?

All'esterno del palazzo sì, senza problemi, e la piazza offre inquadrature notevoli. All'interno degli uffici no. Nelle sale del Museo delle Civiltà valgono le regole del museo, che conviene verificare all'ingresso perché cambiano in funzione delle mostre temporanee.

Serve prenotare per visitare il Museo delle Civiltà?

Per la visita ordinaria di solito no, e le code sono modeste rispetto ai musei del centro. Per gruppi, scolaresche e visite guidate la prenotazione è opportuna, e nei giorni di ingresso gratuito conviene arrivare presto.

Si entra gratis la prima domenica del mese?

Al Museo delle Civiltà sì, l'ingresso è gratuito la prima domenica di ogni mese. Agli uffici dell'Istituto la domanda non si pone, perché sono chiusi la domenica e non prevedono ingresso di pubblico.

Quanto dura la visita?

Per le sole collezioni etnografiche italiane, due ore e mezza. Per entrambe le sedi del museo, quattro ore. Con i bambini, tagliate a un'ora e mezza e scegliete tre sezioni.

È adatto ai bambini?

Il museo sì, se si seleziona il percorso; gli uffici dell'Istituto no. Carri, maschere, presepi e strumenti musicali sono i nuclei che funzionano meglio con i più piccoli.

È accessibile a chi si muove in sedia a rotelle?

L'esterno e l'arrivo non pongono difficoltà, la zona è pianeggiante e ben servita. Per gli interni conviene chiedere in anticipo ai recapiti dell'ente o del museo, perché i percorsi accessibili possono variare a seconda dei cantieri e degli allestimenti.

Ci sono visite guidate all'Istituto Centrale per il Patrimonio Immateriale?

Non in forma ordinaria. Capitano aperture straordinarie, proiezioni e presentazioni in occasione di progetti e ricorrenze, annunciate sui canali istituzionali con poco anticipo.

Dove si mangia in zona?

L'EUR è quartiere di uffici, e questo significa molti locali tarati sulla pausa pranzo dei dipendenti pubblici, con qualità onesta e prezzi ragionevoli lungo Viale Europa e nelle traverse. La domenica molti chiudono: se venite di domenica, informatevi prima o portatevi qualcosa e sfruttate i giardini.

Che cosa si vede nei dintorni dell'Istituto Centrale per il Patrimonio Immateriale?

Il Colosseo Quadrato, il Palazzo dei Congressi, la basilica dei Santi Pietro e Paolo, la Nuvola di Fuksas, il laghetto con i ciliegi. Tutto entro un quarto d'ora a piedi.

Chi dirige l'Istituto Centrale per il Patrimonio Immateriale?

Leandro Ventura, alla direzione dal luglio del 2020.

L'Istituto Centrale per il Patrimonio Immateriale si occupa anche di cibo?

Sì, e in modo strutturato. Il Geoportale della Cultura Alimentare, avviato nel 2015, mappa e racconta le pratiche alimentari italiane con schede georeferenziate e brevi video. Le tradizioni enogastronomiche sono uno dei filoni di ricerca dichiarati dell'ente.

Come si fa a proporre una festa del proprio paese per il catalogo?

Il canale ordinario passa dalle Regioni e dalle soprintendenze, che alimentano gli inventari territoriali, e dai progetti di censimento nazionale ai quali l'Istituto fornisce metodologia e formazione. Una comunità che voglia far documentare la propria festa fa bene a rivolgersi prima all'amministrazione regionale competente.

Un'ultima cosa

Ho accompagnato per anni gruppi che chiedevano di vedere l'Italia vera, e ho imparato a diffidare della formula. L'Italia vera, quella che questi archivi hanno registrato, era fatta di lavoro durissimo, di lutti cantati, di paure curate con i santi e di feste che costavano a un paese intero un anno di risparmi. Non è materiale da cartolina e non si compra in un pomeriggio. Chi passa da Piazza Marconi e guarda quel palazzo sappia che dietro quelle finestre qualcuno sta ancora catalogando il modo in cui una comunità di quattrocento persone in Molise porta un carro di grano al proprio santo, e lo sta facendo con la stessa serietà con cui si schedano i quadri degli Uffizi. È una delle cose che questo Paese fa bene e che non racconta mai. Se avete una ragione di studio, scrivete e andateci. Se non ce l'avete, entrate nel museo accanto, guardate un carretto dipinto e pensate che da qualche parte, in un nastro del 1962, c'è la voce di chi lo guidava.

Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.

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RiassuntoIstituto Centrale per il Patrimonio Immateriale - Piazza Guglielmo Marconi, 10, 00144 Roma RM, Italia
TagsIstituto Centrale per il Patrimonio ImmaterialeIstituto di ricercaPatrimonio Immateriale

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IndirizzoPiazza Guglielmo Marconi, 10, 00144 Roma RM, Italia 144
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