Ellington Club

Ellington Club si trova a Roma in via Anassimandro 15, nel cuore del Pigneto, dentro il Municipio V e a poche centinaia di metri dal tratto pedonale di via del Pigneto. È un locale che tiene insieme tre cose che a Roma quasi sempre viaggiano separate: la musica dal vivo suonata su un palco vero, una cucina che resta accesa fino a tardi e un bancone da cocktail curato con criterio. Il nome rimanda a Duke Ellington e dichiara subito l’orizzonte estetico della sala, cioè gli anni Venti e Trenta, la stagione dei club americani in cui l’orchestra, i tavoli apparecchiati e lo shaker convivevano nello stesso ambiente. La direzione artistica risulta affidata ad Alessandro Casella, lo stesso nome legato al Micca Club, e a Vera Dragone. La sala è unica, con circa centocinquanta coperti, il palco e il bancone nello stesso spazio. Il progetto degli interni porta la firma di Gioia di Paolo, proprietaria de La Santeria; la selezione dei vini naturali risulta costruita con il sommelier Diego Lambertini; la consulenza gastronomica risulta di Vincenzo Mancino, il nome legato a Pro Loco DOL; quella sui cocktail di Domenico Dragone, legato a Vecchio Magazzino Doganale e Compagnia dei Caraibi. Chi si muove nel circuito romano della musica dal vivo conosce già le coordinate delle sale storiche come Alexanderplatz Jazz Club, Gregory’s Jazz Club e Casa del Jazz: Ellington Club si colloca su quella linea, ma con una postura diversa, più da locale di quartiere che da tempio del genere.

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Bar hopping e vita notturna✦ Dopo le 21

Bar hopping e vita notturna

Tre o quattro locali con qualcuno che sa quali sono aperti quella sera. Funziona meglio da soli che in coppia.

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Roma di notte✦ Dopo il tramonto

Roma di notte

Le stesse piazze, senza la folla e con le luci giuste. La città cambia completamente.

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Food tour✦ Vieni affamato

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Non è un pranzo: sono sei-otto tappe piccole. Il valore è nei posti in cui non saresti mai entrato da solo.

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Tour a piedi✦ Il classico

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Roma si capisce camminando. La differenza la fa la guida, non l'itinerario: sono quasi tutti uguali sulla carta.

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Degustazioni di vino✦ Anche in città

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In enoteca in centro o tra le vigne dei Castelli. Due cose diverse: una dura un'ora, l'altra una giornata.

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Colosseo, Foro e Palatino✦ Va a ruba

Colosseo, Foro e Palatino

L'ingresso a orario sparisce con giorni di anticipo in alta stagione. La versione con i sotterranei è quella che vale il s...

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Musei Vaticani e Cappella Sistina✦ Vai all'apertura

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Il primo slot della giornata o il tardo pomeriggio. A metà mattina è un nastro trasportatore, e non lo diciamo solo noi.

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Trevi, Pantheon e piazze✦ Centro storico

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Il cuore barocco a piedi, più il biglietto del Pantheon che ora serve davvero.

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Tour in golf cart✦ Poco cammino

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Il centro storico in un paio d'ore senza distruggerti i piedi, e passi dove i pullman non entrano.

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Vespa e Ape Calessino✦ Foto garantite

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In Ape ti portano loro, in Vespa guidi tu (serve la patente). Due esperienze molto diverse sotto lo stesso nome.

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Tour in sidecar✦ Il più scenografico

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Il sidecar vintage con conducente: costa più della Vespa, ma è il giro che finisce in tutte le foto.

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Corsi di cucina✦ Si mangia alla fine

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Pasta a mano e poi ci si siede a tavola. La domanda giusta è quante persone ci sono per postazione.

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Castelli Romani✦ Fuori porta

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Frascati, Castel Gandolfo, il lago di Albano. Un'ora da Roma e sembra un'altra regione.

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Tivoli: Villa d'Este e Villa Adriana✦ Patrimonio UNESCO

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Due ville, due epoche, un solo biglietto mentale: le fontane di Villa d'Este e le rovine imperiali di Adriano.

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Galleria Borghese✦ Prenotazione obbligatoria

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Bernini e Caravaggio in due ore contate. Senza prenotazione non si entra, punto.

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Catacombe e Appia Antica✦ Sottoterra

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Chilometri di gallerie sotto la via Appia. Fresche d'estate, e sorprendentemente poco affollate.

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Colosseo: sotterranei e arena✦ Accesso limitato

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Il piano dove aspettavano gladiatori e belve, e il pavimento dell'arena. Posti contati ogni giorno.

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Pompei e Costiera Amalfitana✦ Giornata lunga

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Da Roma si fa in giornata, ma è una giornata vera: sveglia presto e rientro a sera.

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Firenze in giornata✦ Alta velocità

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Un'ora e mezza di treno e sei sotto il Duomo. Si fa, se accetti di vedere tre cose e non dieci.

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Castel Sant'Angelo✦ Terrazza panoramica

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Mausoleo, fortezza, prigione e rifugio dei papi. E la terrazza con la vista migliore su San Pietro.

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Bus hop-on hop-off✦ Libertà di scesa

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Da Roma è lunga, ma in due giorni si fa con calma. In giornata solo se accetti di correre.

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Due ore con la spada di legno in mano, sulla via Appia. Con i ragazzini funziona sempre.

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Segway e monopattino✦ Poco sforzo

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Copri il doppio del centro senza camminare. Dieci minuti di pratica e ci stai sopra.

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Terme di Caracalla✦ Poco affollato

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Muri alti trenta metri e quasi nessuno intorno. Uno dei posti più sottovalutati di Roma.

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Un'ora e dieci di treno. Il centro storico, il museo archeologico e la pizza vera.

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Vaticano: ingresso anticipato✦ Prima dell'apertura

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Dentro i Musei prima del pubblico. La Sistina quasi vuota è un'altra cosa.

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Le sette colline con l'assistenza al pedale. L'Appia Antica e il Gianicolo diventano facili.

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Dove si trova Ellington Club e come ci si arriva davvero

L’indirizzo è via Anassimandro 15, CAP 00176. La via appartiene al reticolo del Pigneto e fa parte di quel gruppo di strade intitolate a geografi e cartografi dell’antichità che segnano la parte interna del quartiere: Anassimandro, il filosofo di Mileto a cui si attribuisce la prima carta del mondo conosciuto, dà il nome a una strada residenziale stretta, poco illuminata, senza vetrine, che la sera resta silenziosa. È un dettaglio che conta, perché chi arriva la prima volta si aspetta un locale affacciato sulla parte più rumorosa del quartiere e invece si trova in una traversa tranquilla, a qualche centinaio di metri dal fronte dei bar.

Il Pigneto occupa un triangolo compreso fra via Prenestina, via Casilina e via dell’Acqua Bullicante, con i tre vertici riconoscibili in piazzale Labicano, appena fuori Porta Maggiore, in largo Preneste e in piazza della Marranella. Via Anassimandro cade all’interno di quel triangolo, nella fascia bassa rispetto all’isola pedonale, verso il lato della Casilina. Chi conosce il quartiere si orienta subito; chi non lo conosce rischia di girare a vuoto, perché le traverse del Pigneto cambiano nome ogni cinquanta metri e la numerazione civica non segue una logica lineare.

In metropolitana

La linea C della metropolitana serve il quartiere con le fermate di Pigneto e Malatesta, entrambe collocate lungo la direttrice della Casilina. Da entrambe il locale si raggiunge a piedi in un tempo che oscilla fra gli otto e i dodici minuti, a seconda del percorso scelto e di quanto ci si ferma agli attraversamenti. Malatesta, in piazza Roberto Malatesta, è la soluzione più comoda per chi arriva da est, cioè da Centocelle, Alessandrino e Torre Maura. Pigneto serve meglio chi scende dal centro. La linea C, va detto, ha orari di esercizio che non coincidono sempre con quelli delle altre due linee e che nei fine settimana possono variare: chi conta di usarla per tornare a casa dopo un concerto deve controllare l’ultima corsa utile sui canali di Atac prima di uscire, perché una serata di musica dal vivo finisce spesso oltre la mezzanotte e ritrovarsi davanti a una stazione chiusa è un finale evitabile.

In treno

La fermata ferroviaria Roma Pigneto, sulla direttrice che attraversa la città da est a ovest, si trova all’estremità occidentale di via del Pigneto, a poco meno di un chilometro da via Anassimandro. È una fermata di superficie, con accesso diretto al quartiere, e risulta comoda soprattutto per chi arriva da Tiburtina o da Ostiense senza voler cambiare metropolitana. Anche in questo caso le frequenze serali si diradano molto rispetto alle ore di punta e gli orari vanno verificati sui canali del gestore ferroviario il giorno stesso.

In tram e in autobus

La rete tranviaria romana passa sul lato nord del quartiere, lungo via Prenestina, con le linee che collegano Termini e largo Preneste e con il collegamento trasversale che risale verso il Flaminio. Le fermate di largo Preneste e quelle intermedie sulla Prenestina lasciano a una camminata di dieci o quindici minuti da via Anassimandro, attraversando il quartiere in diagonale. Sul versante opposto, lungo via Casilina, transitano le linee di autobus che collegano Porta Maggiore alla periferia orientale. Il tram, quando funziona con regolarità, resta il mezzo più affidabile per rientrare verso il centro nelle prime ore della notte, ma anche qui le ultime corse vanno verificate: la rete notturna romana esiste, però copre il quartiere con frequenze lunghe e percorsi diversi da quelli diurni.

In auto e in motorino

Arrivare in auto è possibile ma non conveniente. Il Pigneto è un quartiere denso, costruito quasi tutto prima che l’automobile diventasse di massa, con strade strette e parcheggio in linea sempre saturo. Nelle sere di fine settimana trovare posto entro un raggio ragionevole richiede pazienza e la sosta selvaggia viene sanzionata con una certa costanza. Chi guida fa meglio a puntare direttamente alle arterie esterne, cioè la Casilina o la Prenestina, e a mettere in conto una camminata. Il motorino resta la soluzione più pratica per i romani, con l’accortezza di non lasciarlo in mezzo ai marciapiedi delle traverse residenziali. Chi arriva da fuori città e non vuole affrontare il traffico del quadrante orientale può ragionare come si ragiona per le sale periferiche tipo Orion Club, cioè lasciando l’auto in un nodo di scambio e completando in metropolitana.

A piedi dal resto del quartiere

Dall’isola pedonale di via del Pigneto, dove si concentra la maggior parte dei bar, si arriva in cinque o sei minuti. Da piazza della Marranella servono dieci minuti abbondanti. Da Porta Maggiore, camminando lungo la Casilina, si superano i venticinque minuti: fattibile, ma su un marciapiede stretto e trafficato che non rende giustizia alla passeggiata. Chi ha voglia di arrivare a piedi facendo un percorso più interessante può risalire da Snodo Mandrione lungo la via del Mandrione, sotto gli archi dell’acquedotto, e poi tagliare verso nord: è uno dei tragitti urbani più fotogenici di questa parte di città e cambia completamente la percezione del quartiere.

Che cosa è davvero Ellington Club: un club da concerto con la cucina accesa

La categoria giusta per capire Ellington Club non è la discoteca e non è il ristorante con musica di sottofondo. È il club nel senso vecchio del termine, quello che l’insegna dichiara esplicitamente: un ambiente unico in cui il palco, i tavoli e il bancone si trovano nella stessa stanza e in cui la serata ha una scansione precisa. Prima si mangia, poi si suona, poi si beve e si balla se la serata lo consente. Non ci sono tre sale separate, non c’è un ingresso diverso per chi cena e per chi arriva solo per il concerto, non c’è la barriera fisica tipica dei locali romani in cui la parte musicale viene relegata in fondo.

Questa scelta ha conseguenze concrete su come si vive la serata. Chi prenota un tavolo per cena occupa lo stesso spazio in cui poco dopo si esibirà il gruppo, quindi ha un posto seduto garantito e una visuale privilegiata; chi arriva dopo trova un ambiente già caldo, con i tavoli occupati e lo spazio libero concentrato attorno al bancone e nella zona davanti al palco. È un modello che a Roma hanno praticato pochi locali e che deriva direttamente dai club americani degli anni Venti e Trenta, in cui l’orchestra suonava mentre la sala cenava e in cui la distinzione fra pubblico del concerto e pubblico del ristorante semplicemente non esisteva.

Il riferimento estetico agli anni Venti non è puramente decorativo. Il decennio che va dalla fine della prima guerra mondiale alla crisi del 1929 ha prodotto negli Stati Uniti una forma di locale notturno del tutto nuova, nata paradossalmente dal proibizionismo: gli speakeasy servivano alcol clandestino e per giustificare l’affollamento mettevano in cartellone orchestre jazz. Da quella combinazione sono usciti il Cotton Club di Harlem, dove Duke Ellington ha diretto la propria orchestra per anni, e tutta la mitologia visiva che ancora oggi associamo al jazz delle origini. Ellington Club recupera quell’immaginario e lo trasporta in una traversa del Pigneto, dove il contrasto con il contesto urbano produce esattamente l’effetto cercato.

Rispetto agli altri poli romani della musica dal vivo, la collocazione di Ellington Club è chiara. Non compete con le grandi sale da concerto come Atlantico Live Club o Auditorium Parco della Musica, che lavorano su numeri dieci o cento volte superiori. Non è nemmeno un jazz club puro come Alexanderplatz Jazz Club o Music Inn, dove la programmazione segue una linea di genere rigorosa. Si colloca piuttosto nella fascia intermedia dei club da duecento persone scarse, la stessa in cui lavorano sale come Monk, Lanificio159 e Largo Venue, con la differenza che qui il cibo e i cocktail non sono un contorno ma una parte dichiarata del progetto.

Chi cerca un paragone più preciso può pensare a Elegance Cafè Jazz Club per l’idea di cena e concerto nello stesso ambiente, oppure a Vinile per il richiamo esplicito a un immaginario musicale del passato. Nessuno dei due però funziona esattamente allo stesso modo, e questo è il punto: a Roma i locali che mettono il palco in mezzo ai tavoli e la cucina aperta oltre le ventidue si contano su poche dita.

La sala, il palco e il bancone di Ellington Club

La sala è unica e la capienza dichiarata al momento dell’apertura era di circa centocinquanta coperti. È un numero che va letto bene: centocinquanta coperti significa centocinquanta persone sedute a tavola, non centocinquanta persone dentro il locale. Nelle serate in cui la parte ristorativa lascia spazio a quella musicale la disposizione cambia, alcuni tavoli vengono tolti o accostati e lo spazio in piedi aumenta. La capienza effettiva di una serata di concerto dipende quindi dall’allestimento scelto e dalle norme di sicurezza applicabili, e non è un dato che si possa fissare una volta per tutte.

Il palco e il bancone convivono nello stesso ambiente. Questa è la scelta progettuale più forte del locale e determina tutto il resto. In una sala così, il suono non viene ingegnerizzato per riempire un volume grande: il gruppo suona a un livello che permette la conversazione ai tavoli più lontani e che concentra l’intensità nella zona centrale. È un tipo di ascolto molto diverso da quello di un club rock, dove il volume schiaccia ogni altra attività. Chi arriva aspettandosi il muro sonoro di una sala da cinquecento persone resta sorpreso; chi cerca un ascolto ravvicinato, con i musicisti a pochi metri e senza transenne, trova esattamente quello che vuole.

Il progetto degli interni

Il disegno degli spazi porta la firma di Gioia di Paolo, che a Roma è conosciuta come proprietaria de La Santeria. La cifra riconoscibile è quella dell’ambiente caldo, materico, costruito per sottrazione rispetto al chiasso del quartiere: legni scuri, luci basse, un rapporto preciso fra la zona del bancone e quella dei tavoli. L’idea di anni Venti che ne esce non è quella carnevalesca del travestimento a tema, con le piume e i bicchieri a coppa, ma qualcosa di più sobrio, più vicino all’architettura dei club che al costume dei film.

Questa distinzione merita di essere sottolineata perché a Roma il filone rétro ha prodotto molte operazioni superficiali, in cui il richiamo al passato si esaurisce in qualche poster e in una playlist di swing. Qui l’impostazione è diversa: il rimando storico riguarda la struttura stessa della serata, cioè il fatto che musica, cibo e bevute avvengano insieme, e non soltanto l’arredo.

Il bancone e i cocktail

La consulenza sulla miscelazione risulta affidata a Domenico Dragone, nome legato a Vecchio Magazzino Doganale e a Compagnia dei Caraibi. Si tratta di un profilo che lavora sul rum, sugli amari e sui distillati italiani, e questo dà un’indicazione su che tipo di carta ci si può aspettare: non la lista standard dei cocktail internazionali replicata ovunque, ma una selezione costruita attorno a qualche linea di prodotto riconoscibile. La carta dei cocktail di un locale cambia con le stagioni e con i cambi di gestione del bancone, quindi conviene leggere quella esposta la sera stessa invece di fidarsi di descrizioni trovate altrove.

I vini

La selezione dei vini naturali risulta costruita con il sommelier Diego Lambertini. Il vino naturale a Roma si è diffuso rapidamente partendo proprio da quartieri come il Pigneto, San Lorenzo e il Quadraro. Avere una carta dei naturali in un club da concerto distingue il locale dalla media dei posti con musica dal vivo, dove il vino resta un ripiego.

La cucina

La consulenza gastronomica risulta di Vincenzo Mancino, nome legato a Pro Loco DOL, cioè a un’esperienza romana costruita sui prodotti del territorio laziale e sulla filiera corta. Anche in questo caso l’indicazione utile non è il singolo piatto, che cambia con le stagioni e con i menu, ma l’impostazione: salumi, formaggi, materie prime laziali, una cucina da club che regge il confronto con un locale dedicato e che resta disponibile anche a orari in cui buona parte dei ristoranti romani ha già chiuso la cucina. Chi arriva dopo un’altra attività serale, per esempio da uno spettacolo al Teatro Ambra Jovinelli, trova qui una delle poche soluzioni per cenare davvero e non soltanto per bere.

Una curiosità su Ellington Club

La curiosità riguarda il nome e il modo in cui è stato scelto. Edward Kennedy Ellington, che tutti conoscono come Duke, non era un cantante e non era il solista di punta della propria orchestra: era un pianista, un compositore e soprattutto un organizzatore di suoni, uno che scriveva le parti pensando alla personalità del singolo musicista invece che allo strumento in astratto. Intitolare un locale a lui, invece che a un nome più immediatamente riconoscibile dal grande pubblico, significa dichiarare una preferenza per l’insieme rispetto al singolo, per l’impasto rispetto all’assolo. È una dichiarazione di poetica travestita da insegna.

C’è poi un secondo livello, più romano. Duke Ellington ha suonato in Italia in diverse occasioni nel corso della carriera e le orchestre americane in tournée hanno lasciato un segno profondo nella formazione dei musicisti italiani del dopoguerra. Il jazz è arrivato a Roma per canali obliqui: i dischi portati dai marinai, le trasmissioni radiofoniche captate di nascosto durante il fascismo, quando la musica sincopata era ufficialmente malvista, e poi in modo massiccio con la Liberazione. Negli anni Quaranta e Cinquanta, mentre in centro nascevano i primi circoli del jazz, in quartieri come il Prenestino e il Pigneto si suonava altro: musica da ballo, canzone napoletana, liscio. Il fatto che ottant’anni dopo un locale dedicato a Duke Ellington apra proprio qui, e non in centro, racconta di uno spostamento culturale che ha attraversato tutta la città.

La terza curiosità è linguistica ed è quella che i frequentatori notano per primi. Nel quartiere il locale viene chiamato semplicemente l’Ellington, con l’articolo, come si fa in italiano con i cinema e con i teatri. Non si dice quasi mai il nome completo. È un segnale di adozione: i posti che il quartiere accetta perdono il cognome nel giro di pochi mesi, esattamente come è successo con il Monk, con il Nuovo Cinema Aquila o con il Lanificio. Quelli che restano estranei conservano il nome per intero.

Il filo che lega Ellington Club al Micca

La curiosità più citata da chi segue la scena romana riguarda però la continuità con il Micca Club, il locale che per anni ha avuto sede in via Pietro Micca, dalle parti di piazza Vittorio, e che è stato per una generazione intera il punto di riferimento romano per tutto ciò che riguardava il gusto rétro: burlesque, sonorità sixties, serate a tema costruite con competenza filologica. Alessandro Casella, che ha legato il proprio nome a quell’esperienza, risulta alla direzione artistica di Ellington Club insieme a Vera Dragone. Ellington però non è una riedizione del Micca: la formula dichiarata al momento dell’apertura guardava indietro di un’altra quarantina d’anni, ai club in cui la musica dal vivo, la miscelazione e la ristorazione componevano un unico organismo, mentre il Micca lavorava soprattutto sul recupero dei decenni centrali del Novecento. Chi si aspetta di ritrovare tale e quale l’atmosfera dell’Esquilino va incontro a una piccola delusione; chi cerca la stessa cura nella costruzione della serata la ritrova intatta.

Le firme dietro Ellington Club: direzione artistica, progetto e consulenze

Un locale come questo si capisce meglio guardando chi lo ha messo insieme, perché la lista delle persone coinvolte dice più di qualsiasi descrizione di atmosfera. Il modello adottato è quello delle consulenze specialistiche: invece di affidare tutto a una gestione unica, ogni area è stata assegnata a un professionista che in quel campo ha già una storia riconoscibile a Roma.

La direzione artistica

Alessandro Casella e Vera Dragone risultano responsabili della direzione artistica. La direzione artistica di un club non coincide con la scelta dei gruppi da mettere in cartellone: comprende il tono complessivo, la coerenza fra le serate, il modo in cui il locale si presenta, la selezione degli ospiti, il rapporto con le etichette e con i promoter. In una sala da centocinquanta coperti la direzione artistica pesa più che altrove, perché non c’è il volume di pubblico che permette di assorbire una serata sbagliata: ogni appuntamento deve funzionare per conto proprio.

Il progetto degli spazi

Gioia di Paolo, proprietaria de La Santeria, ha firmato il design interno. È un caso interessante di passaggio di competenze all’interno della stessa scena: chi gestisce un locale conosce i problemi pratici degli spazi in modo diverso da chi li progetta soltanto sulla carta, e questo di solito si traduce in soluzioni più funzionali sui percorsi di servizio, sulla posizione del bancone e sulla gestione delle code.

La parte gastronomica

Vincenzo Mancino, legato a Pro Loco DOL, ha curato il versante del cibo. Pro Loco DOL è stata una delle esperienze romane che hanno spinto sul concetto di denominazione di origine laziale, cioè sull’idea che si possa costruire una carta interamente su prodotti della regione senza rinunciare alla qualità. Portare quell’impostazione dentro un club da concerto significa alzare l’asticella di un settore in cui di solito si mangia male e in fretta.

I cocktail e i vini

Domenico Dragone, legato a Vecchio Magazzino Doganale e a Compagnia dei Caraibi, ha curato la parte dei cocktail; Diego Lambertini, sommelier, la selezione dei vini naturali. Sono due mondi che in teoria si contendono lo stesso spazio sul bancone e che qui risultano messi in sequenza invece che in concorrenza: il vino per la parte di cena, il cocktail per la parte di concerto e per il dopo. Anche questa è una struttura che viene dai club americani, in cui la serata cambiava registro insieme alla musica.

Una cosa che non ti dice nessuno su Ellington Club

La cosa che nessuno dice riguarda l’acustica delle sale uniche e il modo in cui va scelto il posto. In un locale dove il palco, i tavoli e il bancone occupano lo stesso ambiente, non esiste un posto buono in assoluto: esistono posti buoni per cose diverse, e sceglierne uno significa rinunciare a qualcosa.

Il tavolo frontale, quello davanti al palco, dà la visuale migliore e l’ascolto più diretto, ma è anche il punto in cui il suono arriva meno bilanciato, perché si riceve il palco prima dell’impianto. In una sala piccola il risultato è spesso una percezione sbilanciata verso batteria e fiati, con la voce che arriva un attimo dopo. Il tavolo laterale, a metà sala, riceve il suono già miscelato e permette di parlare fra un pezzo e l’altro senza gridare, ma sacrifica una parte della visuale, soprattutto se il gruppo è numeroso. La zona del bancone è quella meno adatta all’ascolto e la più adatta alla serata sociale: si sente tutto, si vede poco, si resta in piedi e si può uscire e rientrare senza disturbare nessuno.

Il secondo elemento che nessuno spiega riguarda il rapporto fra cena e concerto. In un locale così, chi prenota per cena non compra soltanto un tavolo: compra la certezza di essere dentro quando la sala si riempie, e di essere seduto. Nelle serate di richiamo la differenza fra chi ha prenotato e chi arriva alle undici sperando di trovare posto è enorme, e non riguarda il prezzo ma la qualità della serata. Chi ci tiene al concerto prenota e arriva presto; chi vuole soltanto passare a bere qualcosa arriva tardi e accetta di stare in piedi.

Il terzo elemento riguarda il quartiere e l’ora di uscita. Il Pigneto la sera cambia più volte di carattere: fino alle nove è ancora un quartiere residenziale in cui le famiglie fanno la spesa, fra le dieci e l’una diventa la zona della movida romana più densa a est del centro, dopo le due si svuota in modo brusco. Chi esce da un concerto alle due e mezza si trova in strade vuote e poco illuminate: nulla di allarmante, ma vale la pena di sapere in anticipo come si torna a casa invece di improvvisare all’uscita.

Il quarto elemento, quello che sfugge a chi non frequenta i club da concerto, è che la programmazione di una sala da centocinquanta persone non funziona come quella di un teatro. Non esiste una stagione annunciata mesi prima con il libretto stampato: esistono appuntamenti che si compongono settimana per settimana, ospiti che si aggiungono all’ultimo momento, serate che cambiano formula. Chiedere a un locale così che cosa ci sarà fra due mesi è una domanda a cui nessuno può rispondere onestamente. Per questo l’unica strada seria è consultare i canali ufficiali del locale nei giorni immediatamente precedenti alla serata.

Il consiglio che ti do per visitare Ellington Club

Il consiglio principale è uno solo: prenotare il tavolo e arrivare per cena, anche se l’interesse vero è il concerto. In una sala unica da centocinquanta coperti il posto a sedere è la variabile che determina la qualità della serata, e la prenotazione risulta il modo più semplice per ottenerlo. Chi arriva a concerto iniziato trova il locale già assestato e deve accontentarsi della zona in piedi.

Il secondo consiglio riguarda l’orario. La cucina di questo locale è nata per restare aperta oltre le ventidue, cioè per servire chi arriva dopo un impegno serale. È una possibilità concreta e poco sfruttata: chi esce da un teatro del centro, o da una proiezione al cinema del quartiere, può cenare davvero invece di ripiegare su una pizza al taglio. Chi invece vuole godersi la serata per intero conviene che arrivi presto, attorno alle venti e trenta, e che consideri la cena come la prima parte dell’appuntamento e non come un preliminare da sbrigare.

Il terzo consiglio riguarda il modo di verificare che cosa succede. La programmazione di un club cambia di settimana in settimana e le formule delle serate vengono modificate con frequenza: nessuna informazione trovata in rete e non datata vale quanto una telefonata o un messaggio ai canali ufficiali del locale il giorno stesso. Questo vale per gli orari di apertura, per l’eventuale giorno di chiusura settimanale, per la presenza o meno di un concerto e per le modalità di accesso. Vale anche per l’eventuale tesseramento associativo, che in Italia molti club adottano e che può essere introdotto o eliminato in qualsiasi momento: chiederlo prima evita discussioni sulla porta.

Il quarto consiglio è di trattare la serata come una serata di quartiere e non come una tappa isolata. Il Pigneto funziona meglio se lo si attraversa: un aperitivo nel tratto pedonale di via del Pigneto, la cena e il concerto in via Anassimandro, eventualmente un ultimo giro verso la Marranella o verso il Mandrione. Chi arriva in taxi, entra, esce e riparte perde la parte migliore dell’esperienza, che è il contrasto fra la strada e la sala.

Il quinto consiglio riguarda il vestiario, perché il richiamo agli anni Venti trae in inganno. Non serve travestirsi. Il locale è progettato attorno a un’idea di eleganza, non attorno a un codice di abbigliamento: una camicia o un vestito semplice bastano ampiamente, e chi si presenta in tenuta da festa a tema rischia di essere l’unico. Fanno eccezione le serate che dichiarano esplicitamente un tema, ma in quel caso la comunicazione ufficiale lo specifica.

Il sesto consiglio, per chi arriva da fuori Roma, è di non concentrare tutto nella stessa notte. Il Pigneto vale una visita diurna, quando si vedono il mercato, i murales e l’architettura delle palazzine popolari degli anni Venti e Trenta; la sera è un’altra cosa e merita di essere vissuta senza la stanchezza di una giornata di visite in centro.

Come si entra a Ellington Club e come funziona la prenotazione

Le modalità di accesso ai club romani non sono uniformi e cambiano nel tempo. Alcuni locali funzionano con ingresso libero e consumazione, altri con biglietto per il concerto, altri ancora con tessera associativa annuale richiesta all’ingresso, altri combinano le tre cose a seconda della serata. Per questo la risposta onesta alla domanda su come si entra è che dipende dalla serata e che va chiesto ai canali ufficiali del locale prima di presentarsi.

Quello che si può dire con certezza è come funziona la logica generale di una sala con cucina e palco nello stesso spazio. La prenotazione del tavolo è lo strumento principale e copre la parte di cena; per le serate con concerto di richiamo può essere previsto un contributo aggiuntivo, che nei club di queste dimensioni viene di solito comunicato insieme all’annuncio dell’appuntamento. Chi prenota per cena ha in pratica la priorità sull’accesso, perché occupa fisicamente lo spazio prima che la sala si riempia.

Perché conviene chiedere invece di dare per scontato

Un locale da centocinquanta coperti raggiunge il pieno con numeri che a Roma si toccano facilmente: bastano tre gruppi di amici e una serata annunciata bene. Nelle sere di fine settimana e in occasione degli appuntamenti più seguiti, presentarsi senza prenotazione significa accettare l’eventualità di non entrare. È una dinamica che conoscono bene i frequentatori delle sale di dimensioni analoghe, da Monk al Lanificio159, e che vale a maggior ragione quando i posti a sedere sono il vero oggetto della contesa.

Accessibilità

Le informazioni sull’accessibilità dei club romani vanno chieste caso per caso. Gli edifici del Pigneto risalgono in larga parte agli anni Venti e Trenta e molti locali ricavati in questi stabili hanno gradini all’ingresso, servizi igienici di dimensioni ridotte o dislivelli interni. Chi ha esigenze di mobilità fa bene a contattare il locale in anticipo e a chiedere in modo esplicito se esiste un accesso a raso, quanti gradini ci sono e come sono organizzati i servizi: è una domanda che i gestori ricevono di continuo e a cui rispondono senza problemi.

Il rumore, i vicini e le regole di quartiere

Via Anassimandro è una strada residenziale. Questo significa che il locale convive con i condomini e che le regole sull’uscita, sul volume e sulla permanenza in strada sono più rigide di quanto ci si aspetti in un quartiere di movida. Chi esce a fumare o a telefonare deve tenere la voce bassa: non è una raccomandazione di galateo, è la condizione che permette a un locale di musica dal vivo di continuare a esistere in un contesto abitato. Il Pigneto negli ultimi quindici anni ha visto molte chiusure e molte ordinanze legate proprio alla convivenza fra locali notturni e residenti, e i club che restano sono quelli che hanno imparato a gestire il fronte strada.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Il fatto risaputo è che il Pigneto è nato come borgata operaia e che la sua identità attuale è il risultato di una trasformazione recentissima. Quello che si cita di rado è la ragione urbanistica di quella trasformazione, che spiega anche perché un locale come Ellington Club abbia senso proprio qui.

Il quartiere si è formato fra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento, in un’area agricola compresa fra due strade consolari antiche, la Prenestina e la Casilina, e tagliata dai fasci ferroviari in uscita da Termini. Le case, in larga parte palazzine basse di due o tre piani con cortile, furono costruite per gli operai delle ferrovie e delle officine e per le famiglie che arrivavano dalle campagne del Lazio e dell’Abruzzo. Il risultato è un tessuto urbano anomalo per Roma: strade strette, isolati piccoli, altezze contenute, cortili interni, tutto molto diverso dai quartieri umbertini del centro e dalle borgate del dopoguerra.

Proprio quella scala minuta ha reso il quartiere adatto a ospitare, ottant’anni dopo, decine di locali di piccole dimensioni. Un club da centocinquanta coperti non trova spazio in un palazzo umbertino del Nomentano, dove i piani terra sono destinati ad altro, e non funziona in una borgata degli anni Sessanta, dove le distanze sono troppo grandi per andare a piedi da un posto all’altro. Funziona invece benissimo in un tessuto fatto di piani terra artigianali dismessi, di garage riconvertiti e di vecchi magazzini, tutti raggiungibili a piedi nel raggio di dieci minuti.

La seconda guerra mondiale e la memoria del quadrante

C’è poi un dato storico che riguarda tutta la fascia orientale della città e che nel Pigneto è particolarmente sentito. Il quadrante fra Prenestino, Casilino e San Lorenzo fu colpito duramente dai bombardamenti alleati del 1943, proprio perché il bersaglio erano gli scali ferroviari. Il bombardamento del 19 luglio 1943 su San Lorenzo è quello ricordato nei libri di storia, ma le incursioni interessarono ripetutamente tutta la direttrice ferroviaria verso est. Chi cammina oggi per il Pigneto vede palazzine ricostruite accanto a edifici originali, discontinuità nei fronti stradali, lotti riempiti in epoche diverse: sono le tracce di quella stagione.

Il cinema e l’immagine del quartiere

Il secondo fatto risaputo e poco approfondito riguarda il cinema. Il Pigneto è il quartiere in cui Pier Paolo Pasolini ha girato buona parte di Accattone, il suo primo film, all’inizio degli anni Sessanta. Quella scelta non fu casuale: Pasolini cercava un’umanità di margine e un paesaggio urbano che raccontasse la Roma esclusa dal boom economico, e il Pigneto di allora, con le sue osterie e le sue strade non asfaltate, offriva esattamente quel repertorio. L’eredità di quelle riprese pesa ancora sull’immagine del quartiere e viene rievocata in continuazione, a volte fino alla stanchezza. Vale la pena di ricordare che il Pigneto di Accattone non esiste più da decenni e che il quartiere attuale, con i suoi locali e i suoi prezzi immobiliari, è quasi il contrario di quello filmato allora.

Il nome

Il terzo dettaglio poco citato è l’origine del toponimo. Il nome deriva da una tenuta boschiva, una pineta, che occupava l’area prima dell’urbanizzazione. Roma è piena di questi toponimi vegetali sopravvissuti alla scomparsa della vegetazione che li aveva generati: il Pigneto è uno dei casi più evidenti, perché di pini nel quartiere oggi se ne contano pochissimi e quasi tutti piantati di recente. Chi vuole vedere che cosa fosse il paesaggio agricolo di questa parte di città può spostarsi al Castagneto Prenestino o, più a sud, al Parco degli Acquedotti.

La foto giusta da fare a Ellington Club

La fotografia in un club da concerto è un esercizio di rinuncia. Le condizioni di luce sono le peggiori possibili per qualsiasi apparecchio: luci molto basse in sala, sorgenti colorate e puntiformi sul palco, contrasti violentissimi fra il volto illuminato e il fondo nero. Chi prova a fotografare con il telefono in automatico ottiene quasi sempre lo stesso risultato, cioè un’immagine mossa, rumorosa e con il soggetto sovraesposto al centro. La foto giusta, in un ambiente così, non è la foto del gruppo che suona.

La prima scelta: il bancone invece del palco

La fotografia che rende meglio in una sala unica è quella del bancone visto di sbieco, con le bottiglie retroilluminate sul fondo e la sagoma scura di qualcuno in primo piano. È un’immagine che sfrutta l’unica luce costante del locale, che non dipende dai tempi del concerto e che non richiede di alzare la sensibilità oltre il limite. Il bancone illuminato dà profondità, i riflessi sui vetri creano punti di luce ordinati e la silhouette in primo piano risolve il problema dei volti sottoesposti trasformandolo in una scelta.

La seconda scelta: il dettaglio invece dell’insieme

In una sala piccola l’inquadratura larga è quasi sempre sbagliata, perché mostra tavoli, teste e cavi senza una gerarchia. Funziona meglio il dettaglio: le mani sui tasti, il piatto della batteria di taglio, la campana di un sassofono che prende una luce laterale, il bicchiere sul tavolo con il palco fuori fuoco sullo sfondo. Il dettaglio racconta l’ambiente meglio dell’insieme e non richiede di stare in piedi davanti agli altri con il telefono alzato, cosa che in una sala da centocinquanta posti rovina la serata a chi ha prenotato per vedere.

La terza scelta: la strada

La fotografia più riconoscibile di una serata all’Ellington probabilmente non si fa dentro il locale. Si fa fuori, in via Anassimandro, con l’insegna illuminata e la strada residenziale attorno, buia e vuota. Quel contrasto fra il locale e il quartiere è il vero soggetto: l’idea di anni Venti americani atterrata in una traversa del Pigneto. Per farla bene basta appoggiare il telefono su un’auto o su un muretto, allungare il tempo di posa e lasciare che le luci della sala escano dalla porta.

Una regola di comportamento

Nei club piccoli la regola non scritta è che si fotografa poco e in silenzio. Niente flash, che accieca i musicisti e infastidisce chi ascolta, niente riprese video prolungate a braccio alzato, niente treppiedi. Alcune produzioni vietano esplicitamente le riprese e in quel caso la comunicazione arriva dal palco o dal personale di sala: vale la pena di rispettarla senza discutere, perché in una sala da centocinquanta persone qualsiasi attrito diventa immediatamente pubblico.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

La storia di un locale aperto negli anni recenti è necessariamente breve, e su questo conviene essere chiari invece di costruire una cronologia inventata. Gli avvenimenti che riguardano davvero il luogo sono di due tipi: quelli che hanno a che fare con la vicenda del quartiere, che è lunga più di un secolo, e quelli che hanno a che fare con la scena musicale romana in cui il locale si inserisce.

La formazione del quartiere

Il primo avvenimento è la lottizzazione dell’area agricola fra Prenestina e Casilina, avviata a cavallo fra Ottocento e Novecento e proseguita in modo intensivo negli anni Venti. È in quella fase che nasce il reticolo di strade in cui si trova via Anassimandro e che il quartiere assume la forma triangolare che ancora conserva. Le palazzine basse con cortile, che oggi definiscono il carattere del Pigneto, appartengono a quella stagione.

La guerra

Il secondo avvenimento è il periodo bellico. La vicinanza agli scali ferroviari ha reso tutto il quadrante orientale un bersaglio: il bombardamento su San Lorenzo del 19 luglio 1943 è l’episodio più noto, ma le incursioni interessarono ripetutamente la fascia lungo la ferrovia, e il Pigneto ne portò le conseguenze. Nello stesso periodo la zona fu teatro di episodi della resistenza romana, e la memoria di quei mesi resta incisa nelle targhe e nei monumenti sparsi fra Prenestino, Casilino e Quadraro.

Il dopoguerra e il cinema

Il terzo avvenimento è culturale. Con il neorealismo prima e con l’esordio di Pasolini poi, il Pigneto entra nell’immaginario cinematografico italiano come paesaggio della Roma povera. Le riprese di Accattone all’inizio degli anni Sessanta fissano quell’immagine in modo definitivo e la consegnano a decenni di citazioni successive.

La trasformazione recente

Il quarto avvenimento è la trasformazione degli ultimi venticinque anni, che ha visto il quartiere passare da area popolare a quadrante della vita notturna romana. La pedonalizzazione del tratto centrale di via del Pigneto, l’apertura di decine di locali, l’arrivo della metropolitana lungo la Casilina e la riqualificazione del Nuovo Cinema Aquila hanno agito insieme. È dentro questa trasformazione, e nella sua fase matura, che va collocata l’apertura di Ellington Club: non il primo locale del Pigneto, ma uno di quelli che arrivano quando il quartiere ha già un pubblico consolidato e cerca proposte più strutturate.

La vicenda del Micca

Il quinto avvenimento riguarda la scena e non il luogo. La chiusura del Micca Club in via Pietro Micca ha lasciato a Roma un vuoto preciso: quello di un locale che lavorava sul recupero storico con competenza e senza ironia facile. Ellington Club nasce dichiaratamente dentro quella eredità, con la stessa direzione artistica e con un’idea di serata costruita e non improvvisata. Chi ricostruisce la storia dei club romani degli ultimi vent’anni trova qui uno dei fili di continuità più riconoscibili.

Una precisazione doverosa

Tutto il resto, cioè le date dei singoli concerti, i nomi degli ospiti che si sono alternati sul palco e gli eventuali riconoscimenti, appartiene a una cronaca che cambia continuamente e che nessuna fonte statica può fotografare in modo affidabile. Chi cerca la cronologia esatta degli appuntamenti passati la trova negli archivi dei canali ufficiali del locale, che sono l’unica fonte attendibile su questo punto.

Chi è passato da Ellington Club

La domanda su chi sia passato da un club si presta a risposte compiacenti e poco verificabili, quindi conviene rispondere in modo diverso: descrivendo le categorie di musicisti che una sala di questo tipo ospita e le persone che il locale hanno costruito, senza attribuire al palco esibizioni che non risultano documentate.

Chi lo ha fatto

I nomi certi sono quelli del progetto. Alessandro Casella, la cui firma a Roma resta legata al Micca Club, e Vera Dragone risultano alla direzione artistica. Gioia di Paolo, proprietaria de La Santeria, ha firmato il disegno degli interni. Diego Lambertini, sommelier, ha lavorato sulla selezione dei vini naturali. Vincenzo Mancino, legato a Pro Loco DOL, ha curato la parte gastronomica. Domenico Dragone, legato a Vecchio Magazzino Doganale e a Compagnia dei Caraibi, quella dei cocktail. Sono cinque professionisti che nella Roma del cibo, del bere e della notte hanno storie distinte, e la loro presenza nello stesso progetto è di per sé un dato rilevante.

Chi ci suona

Una sala da centocinquanta coperti con palco e bancone nello stesso ambiente ospita tipicamente formazioni di piccole dimensioni: trii e quartetti jazz, gruppi swing e di musica da ballo americana degli anni Trenta e Quaranta, formazioni soul e rhythm and blues, cantanti accompagnati da sezione ritmica, progetti che lavorano sul repertorio del Novecento. Non è una sala da rock ad alto volume né da elettronica: le dimensioni e la convivenza con la cucina impongono una scelta. Chi cerca quei generi guarda ad altre sale romane, dal Monk al Qube, dal Largo Venue al Villaggio Cultura Pentatonic.

La figura che dà il nome

Resta Duke Ellington, che dal locale prende il nome senza averci mai messo piede per ovvie ragioni cronologiche. Vale però la pena di ricordare chi fosse, perché il riferimento non è generico. Ellington ha guidato la propria orchestra per quasi cinquant’anni, ha scritto migliaia di composizioni, ha lavorato al Cotton Club di Harlem negli anni in cui il jazz orchestrale definiva la propria forma, e ha continuato a produrre musica nuova fino agli anni Settanta. La sua idea di orchestra come organismo collettivo, in cui ogni musicista è insostituibile, è esattamente la metafora che un locale con palco, cucina e bancone nello stesso ambiente può permettersi di rivendicare.

Il quartiere intorno a Ellington Club: il Pigneto oltre la movida

Uscire dal locale e fermarsi ai primi cento metri significa vedere una minima parte del quartiere. Il Pigneto ha almeno quattro anime diverse e vale la pena di conoscerle, perché cambiano completamente la serata a seconda di dove ci si dirige.

L’isola pedonale

Il tratto pedonale di via del Pigneto è il cuore riconoscibile del quartiere: mercato rionale di giorno, fila continua di bar la sera. È la parte più affollata e più fotografata, quella che compare in tutti gli articoli sulla movida romana. Funziona benissimo per un aperitivo prima di cena e diventa difficile dopo mezzanotte, quando la densità di persone in strada raggiunge livelli poco piacevoli. Il mercato mattutino, invece, resta uno dei più vivi della città e merita una visita a sé.

Il lato Marranella

Scendendo verso piazza della Marranella il quartiere cambia registro e diventa la Roma multiculturale del Municipio V: negozi bengalesi, macellerie halal, sartorie, fruttivendoli aperti fino a tardi. È una parte della città che i romani del centro conoscono poco e che racconta una trasformazione demografica importante degli ultimi trent’anni. Camminarci di sera, fra le undici e mezzanotte, offre un contrasto netto con l’estetica rétro del locale da cui si è appena usciti.

Il Mandrione e gli acquedotti

A sud, verso la Casilina e oltre, corre via del Mandrione, una delle strade più singolari di Roma: un lungo rettilineo che segue gli archi dell’acquedotto Felice, con case addossate alle arcate e un’atmosfera sospesa fra campagna e periferia. È il luogo in cui si è concentrata una parte della memoria cinematografica e letteraria della Roma povera del dopoguerra. Lungo quella direttrice si trova anche Snodo Mandrione, che nella stagione calda diventa uno dei riferimenti del quadrante.

San Lorenzo e Porta Maggiore

A nordovest, oltre la Prenestina e i binari, si arriva a San Lorenzo, il quartiere universitario per eccellenza, e a Porta Maggiore, dove si concentrano alcune delle testimonianze antiche più notevoli della zona: la porta stessa, costruita come attraversamento di due acquedotti, e il sepolcro del fornaio Marco Virgilio Eurisace, uno dei monumenti funerari più curiosi dell’intera città. Su quel lato si trovano anche locali di riferimento come Container San Lorenzo e la Basilica di San Lorenzo fuori le mura, che vale una visita diurna.

Che cosa fare nei dintorni in un’altra serata

Chi resta a Roma qualche giorno e vuole costruire un percorso musicale può alternare i registri. Il jazz storico si ascolta all’Alexanderplatz Jazz Club, al Gregory’s Jazz Club e al Music Inn. La programmazione istituzionale, con parco e concerti all’aperto nella bella stagione, si trova alla Casa del Jazz e in rassegne come Summertime. D’estate il jazz gratuito si ascolta sotto le Terme di Caracalla con Jazz & Image e a Villa Celimontana con il Village Celimontana. Per il clubbing vero e proprio restano il Circolo degli Illuminati, il Piper Club e il Wishlist Club. Sul fronte del quartiere, il Casilino Urban Fest racconta la scena autoprodotta del quadrante orientale.

Quando andare a Ellington Club e quando evitarlo

Un club con cucina ha una stagionalità diversa da quella di un locale estivo. La stagione forte va da ottobre ad aprile, cioè i mesi in cui a Roma si sta volentieri al chiuso e in cui la programmazione dei club raggiunge la densità massima. Nei mesi caldi, invece, la città si sposta all’aperto: le arene, le rassegne nei parchi e i festival assorbono buona parte del pubblico e molti locali al chiuso riducono l’attività o chiudono per un periodo. Chi progetta una serata fra luglio e agosto fa bene a verificare in anticipo che il locale sia aperto, perché le chiusure estive nel settore sono la regola e non l’eccezione.

I giorni della settimana

Nei club romani il venerdì e il sabato sono i giorni della massima affluenza e anche quelli in cui la parte musicale è più curata. Il mercoledì e il giovedì offrono in genere serate più raccolte, con meno pubblico e più spazio per l’ascolto. La domenica sera, quando il locale è aperto, ha un carattere tutto suo: pubblico più adulto, ritmi più lenti, serate che finiscono presto. I giorni di chiusura settimanale variano nel tempo e vanno verificati sui canali ufficiali prima di mettersi in strada.

Gli orari

La scansione tipica di una serata in un locale di questo genere prevede apertura in prima serata, servizio di cucina che prosegue oltre le ventidue, concerto nella fascia centrale della notte e chiusura fra le due e le tre. Gli orari effettivi cambiano con le stagioni, con le disposizioni comunali e con le scelte della gestione, quindi anche qui la verifica preventiva è l’unica strada sensata.

Quando evitare

Da evitare, se si cerca l’ascolto, le sere in cui il quartiere è attraversato da eventi di massa: le notti bianche, i fine settimana lunghi e le serate in cui una grande rassegna riempie la zona pedonale. In quei casi il locale funziona comunque, ma il contorno diventa faticoso e tornare a casa richiede più tempo del previsto. Da evitare anche il tentativo di arrivare senza prenotazione in una sera di concerto annunciato: la sala è piccola e la coda in strada, in una traversa residenziale, non è una soluzione praticabile.

Domande veloci su Ellington Club

Dove si trova esattamente Ellington Club?

In via Anassimandro 15, a Roma, CAP 00176, nel quartiere Pigneto, Municipio V. La strada si trova all’interno del triangolo compreso fra via Prenestina, via Casilina e via dell’Acqua Bullicante, a poche centinaia di metri dal tratto pedonale di via del Pigneto.

Come ci si arriva con i mezzi pubblici?

Con la linea C della metropolitana, fermate Pigneto e Malatesta, entrambe a una decina di minuti a piedi; con il treno, fermata Roma Pigneto all’estremità occidentale di via del Pigneto; con i tram e gli autobus che percorrono via Prenestina e via Casilina. Gli orari serali e le ultime corse vanno verificati sui canali del gestore del trasporto pubblico il giorno stesso.

Che tipo di locale è?

Un club con sala unica, circa centocinquanta coperti, palco e bancone nello stesso ambiente, in cui musica dal vivo, cucina e miscelazione fanno parte dello stesso progetto. L’ispirazione dichiarata sono i club americani degli anni Venti e Trenta.

Si cena davvero o è solo un bar con musica?

La parte gastronomica è una componente strutturale del progetto, con una consulenza dedicata e una cucina pensata per restare attiva anche oltre le ventidue. I menu cambiano con le stagioni e vanno letti in loco o sui canali ufficiali.

Serve prenotare?

Per il tavolo sì, soprattutto nelle serate di fine settimana e in occasione degli appuntamenti musicali più seguiti. La sala è piccola e il posto a sedere è la vera risorsa scarsa.

Serve una tessera associativa?

Le modalità di accesso ai club romani variano nel tempo e da serata a serata. La risposta corretta va chiesta ai canali ufficiali del locale prima di presentarsi, perché eventuali tessere, contributi o quote possono essere introdotti o eliminati in qualsiasi momento.

Che musica si ascolta?

Formazioni di piccole dimensioni coerenti con l’impostazione della sala: jazz, swing, soul, rhythm and blues, repertorio del Novecento. Il cartellone specifico si compone settimana per settimana e va consultato sui canali ufficiali.

È adatto a chi non conosce il jazz?

Sì. Un locale in cui si cena e si beve mentre si ascolta è esattamente il contesto in cui il jazz si è formato, ed è molto più accogliente della sala da concerto per chi si avvicina al genere per la prima volta. Nessuno pretende che si conosca il repertorio.

Quanto costa?

I prezzi di cucina, vini e cocktail cambiano con le carte e con le stagioni, e un eventuale contributo per il concerto dipende dalla singola serata. Qualsiasi cifra indicata fuori dai canali ufficiali rischia di essere superata: conviene chiedere direttamente.

È accessibile alle persone con difficoltà motorie?

Gli edifici del Pigneto risalgono in larga parte agli anni Venti e Trenta e le soluzioni di accesso variano da locale a locale. Conviene contattare il locale in anticipo e chiedere esplicitamente della presenza di gradini, della larghezza degli accessi e dei servizi.

Il locale è ancora attivo?

Il locale risulta censito e operativo all’indirizzo indicato, ma nel settore della ristorazione notturna le gestioni e le insegne cambiano con una certa frequenza. Un controllo sui canali ufficiali prima di mettersi in strada resta la precauzione più sensata, soprattutto se si arriva da lontano.

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RiassuntoEllington Club Via Anassimandro, 15 Roma Anni 20 al Pigneto, per un club dove mixology, food e musica live diventano un tutt'uno. Direzione artistica affidata ad Alessandro Casella (Micca Club) e Vera Dragone.
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IndirizzoEllington Club Ellington Club
Via Anassimandro, 15
Roma Roma Città, Roma Città
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