Summertime 2026 alla Casa del Jazz — l’estate jazz nel parco
La Casa del Jazz ha acceso l'estate 2026 con Summertime: dal 13 giugno al 7 agosto, quasi cinquanta serate di concerti nel parco di Villa Osio, con il jazz italiano e internazionale che si è alternato sul palco all'aperto e con sei appuntamenti extra large portati alla Cavea e alla Sala Santa Cecilia dell'Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone. L'edizione si è chiusa, ma il festival torna ogni giugno: ecco che cosa è stato, come funziona e perché conviene segnarselo per l'anno prossimo.
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✦ Dopo il tramontoRoma di notte
Le stesse piazze, senza la folla e con le luci giuste. La città cambia completamente.
✦ Il classicoTour a piedi
Roma si capisce camminando. La differenza la fa la guida, non l'itinerario: sono quasi tutti uguali sulla carta.
✦ Vieni affamatoFood tour
Non è un pranzo: sono sei-otto tappe piccole. Il valore è nei posti in cui non saresti mai entrato da solo.
✦ Dopo le 21Bar hopping e vita notturna
Tre o quattro locali con qualcuno che sa quali sono aperti quella sera. Funziona meglio da soli che in coppia.
✦ Va a rubaColosseo, Foro e Palatino
L'ingresso a orario sparisce con giorni di anticipo in alta stagione. La versione con i sotterranei è quella che vale il s...
✦ Vai all'aperturaMusei Vaticani e Cappella Sistina
Il primo slot della giornata o il tardo pomeriggio. A metà mattina è un nastro trasportatore, e non lo diciamo solo noi.
✦ Centro storicoTrevi, Pantheon e piazze
Il cuore barocco a piedi, più il biglietto del Pantheon che ora serve davvero.
✦ Poco camminoTour in golf cart
Il centro storico in un paio d'ore senza distruggerti i piedi, e passi dove i pullman non entrano.
✦ Foto garantiteVespa e Ape Calessino
In Ape ti portano loro, in Vespa guidi tu (serve la patente). Due esperienze molto diverse sotto lo stesso nome.
✦ Il più scenograficoTour in sidecar
Il sidecar vintage con conducente: costa più della Vespa, ma è il giro che finisce in tutte le foto.
✦ Si mangia alla fineCorsi di cucina
Pasta a mano e poi ci si siede a tavola. La domanda giusta è quante persone ci sono per postazione.
✦ Anche in cittàDegustazioni di vino
In enoteca in centro o tra le vigne dei Castelli. Due cose diverse: una dura un'ora, l'altra una giornata.
✦ Fuori portaCastelli Romani
Frascati, Castel Gandolfo, il lago di Albano. Un'ora da Roma e sembra un'altra regione.
✦ Patrimonio UNESCOTivoli: Villa d'Este e Villa Adriana
Due ville, due epoche, un solo biglietto mentale: le fontane di Villa d'Este e le rovine imperiali di Adriano.
✦ Prenotazione obbligatoriaGalleria Borghese
Bernini e Caravaggio in due ore contate. Senza prenotazione non si entra, punto.
✦ SottoterraCatacombe e Appia Antica
Chilometri di gallerie sotto la via Appia. Fresche d'estate, e sorprendentemente poco affollate.
✦ Accesso limitatoColosseo: sotterranei e arena
Il piano dove aspettavano gladiatori e belve, e il pavimento dell'arena. Posti contati ogni giorno.
✦ Giornata lungaPompei e Costiera Amalfitana
Da Roma si fa in giornata, ma è una giornata vera: sveglia presto e rientro a sera.
✦ Alta velocitàFirenze in giornata
Un'ora e mezza di treno e sei sotto il Duomo. Si fa, se accetti di vedere tre cose e non dieci.
✦ Terrazza panoramicaCastel Sant'Angelo
Mausoleo, fortezza, prigione e rifugio dei papi. E la terrazza con la vista migliore su San Pietro.
✦ Libertà di scesaBus hop-on hop-off
Sali e scendi dove vuoi per 24 o 48 ore. Utile il primo giorno, per orientarsi.
✦ MareCapri e Costiera Amalfitana
Da Roma è lunga, ma in due giorni si fa con calma. In giornata solo se accetti di correre.
✦ Con i bambiniScuola dei gladiatori
Due ore con la spada di legno in mano, sulla via Appia. Con i ragazzini funziona sempre.
✦ Poco sforzoSegway e monopattino
Copri il doppio del centro senza camminare. Dieci minuti di pratica e ci stai sopra.
✦ MercoledìUdienza papale
Ogni mercoledì, quando il Papa è a Roma. Il biglietto è gratuito ma va ritirato.
✦ Poco affollatoTerme di Caracalla
Muri alti trenta metri e quasi nessuno intorno. Uno dei posti più sottovalutati di Roma.
✦ A 30 minutiOstia Antica
La Pompei di Roma, raggiungibile col treno urbano. Strade, taverne e mosaici, senza folla.
✦ Alta velocitàNapoli e Pompei
Un'ora e dieci di treno. Il centro storico, il museo archeologico e la pizza vera.
✦ Prima dell'aperturaVaticano: ingresso anticipato
Dentro i Musei prima del pubblico. La Sistina quasi vuota è un'altra cosa.
✦ Senza faticaTour in e-bike
Le sette colline con l'assistenza al pedale. L'Appia Antica e il Gianicolo diventano facili.

La Casa del Jazz è un posto speciale, e lo è per una ragione che non ha niente di romantico: era una villa costruita da un banchiere negli anni Trenta, poi finita nelle mani della criminalità organizzata, poi sequestrata, confiscata in via definitiva e restituita alla città. Oggi è un parco pubblico di due ettari e mezzo con dentro un auditorium, una biblioteca, una mediateca, sale di prova e un palco all'aperto dove d'estate si suona quasi ogni sera. Quando ti siedi su una di quelle sedie di plastica bianca, sotto i pini, con le Mura Aureliane a poche decine di metri e un bicchiere in mano, è utile ricordarsi che quel prato era di qualcun altro e che adesso è tuo.
Summertime è la rassegna estiva di questo posto. Non è una serie di concerti sparsi: è un cartellone fitto, costruito come un festival vero, che occupa quasi tutte le sere dal 13 giugno ai primi giorni di agosto. Nel 2026 il filo conduttore c'era ed era dichiarato: il centenario della nascita di Miles Davis. Ci sono tornati sopra in almeno cinque serate diverse, in modi opposti fra loro, e a un certo punto è diventato quasi un gioco riconoscere da dove arrivava ogni omaggio.
Dove e quando
Casa del Jazz, Viale di Porta Ardeatina 55, dentro il Parco di Villa Osio, quartiere Ostiense, subito fuori Porta Ardeatina. L'edizione 2026 di Summertime si è svolta dal 13 giugno al 7 agosto. I concerti nel parco iniziavano alle 21:00, con qualche incontro pomeridiano o serale anticipato alle 19:30 nella Sala concerti Armando Trovajoli, quella al chiuso, dentro la villa. I sei appuntamenti maggiori sono andati in scena all'Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone, tra Cavea e Sala Santa Cecilia. La gestione è della Fondazione Musica per Roma, la stessa che manda avanti l'Auditorium Parco della Musica. Il botteghino in loco apre nei giorni di spettacolo dalle 19 fino a quaranta minuti dopo l'inizio dell'evento; per il resto si compra online sui canali ufficiali della Fondazione. Il numero di riferimento per le informazioni è 0680241281.
Una cosa da mettere subito in chiaro, perché è il primo equivoco che sento fare: il parco della Casa del Jazz è aperto al pubblico anche quando non c'è nessun concerto, e l'ingresso al parco non costa niente. I biglietti servono per i concerti, non per entrare nel giardino. Nei pomeriggi d'estate ci trovi gente che legge sull'erba, bambini, qualcuno che fa stretching, studenti con il portatile appoggiato a un tavolino della caffetteria. Il festival è la sera. Il parco è tutto il giorno.
Una curiosità su Summertime 2026 alla Casa del Jazz — l’estate jazz nel parco
Il nome della rassegna non è una trovata di marketing estivo. Summertime è il titolo di una canzone che George Gershwin scrisse per il Porgy and Bess nel 1935, ed è probabilmente il pezzo più inciso della storia della musica popolare americana: si contano migliaia di versioni registrate, dalla Billie Holiday del 1936 alla Ella Fitzgerald con Louis Armstrong, da Miles Davis con Gil Evans a Janis Joplin. È un brano che ogni jazzista ha suonato almeno una volta, spesso male, qualche volta benissimo. Chiamare così una rassegna estiva è un doppio senso dichiarato e anche una specie di dichiarazione di intenti: qui si fa lo standard, il repertorio condiviso, la cosa che tutti conoscono ma che nessuno suona uguale.
La curiosità vera, però, è un'altra, e riguarda il numero. Nel 2026 le serate nel parco sono state una quarantina, distribuite su otto settimane, con una densità che non ha eguali fra le rassegne estive romane. Ci sono festival che nell'arco di un'estate mettono in fila sei o otto appuntamenti e li chiamano cartellone. Qui si suonava praticamente tutte le sere, con pause brevissime, e il livello medio degli ospiti restava alto dal primo all'ultimo giorno. Il 13 giugno ha aperto il PAF Trio di Paolo Fresu, Antonello Salis e Furio Di Castri. Il 7 agosto ha chiuso Peppe Servillo con il Solis String Quartet e la Medit Orchestra diretta da Angelo Valori, in uno spettacolo intitolato Te voglio bene assaje. In mezzo ci sono passati Anouar Brahem, Cécile McLorin Salvant, Bill Frisell, Enrico Rava, Dee Dee Bridgewater, Hiromi, Samara Joy, Billy Cobham, Fred Hersch, Kurt Rosenwinkel, Gonzalo Rubalcaba con Chris Potter, Kris Davis, Nate Smith, Cory Henry, Matteo Mancuso. Se avessi voluto vederli tutti avresti dovuto prendere quaranta biglietti e passare due mesi di sere su una sedia bianca in mezzo ai pini. Qualcuno lo fa.
C'è poi un dettaglio che mi diverte ogni anno. La stessa direzione artistica che programma qui programma anche l'Auditorium, e quando un nome è troppo grande per il prato lo spostano di sei chilometri al Flaminio senza cambiare il cappello del festival. Così nel 2026 Stefano Bollani ha suonato il 29 giugno in Sala Santa Cecilia con la formazione All Stars di Tutta vita, Pat Metheny ha portato il Side Eye III in Cavea il 5 luglio, Diana Krall il 15 luglio, Jacob Collier il 18, Marcus Miller il 20 con We Want Miles, Gregory Porter il 25. Sei concerti che sulla carta erano Summertime ma che si sono tenuti altrove, perché il parco di Villa Osio ha una capienza che non è quella della Cavea. È una scelta pratica, non una furbizia: se metti Jacob Collier in un giardino di due ettari e mezzo, rischi di dover dire di no a qualche migliaio di persone.
E c'è un ultimo particolare, quasi buffo, sulla toponomastica interna. La sala al chiuso della Casa del Jazz è intitolata ad Armando Trovajoli, che di jazz ne ha suonato tanto prima di diventare il compositore di mezzo cinema italiano e di Aggiungi un posto a tavola. Molti entrano lì dentro d'inverno per un concerto senza sapere a chi sia dedicata la stanza, e quando lo scoprono di solito sorridono: è uno di quei casi in cui l'intitolazione ha senso davvero.
Una cosa che non ti dice nessuno su Summertime 2026 alla Casa del Jazz — l’estate jazz nel parco
Nessuno ti dice che nel 2026 la parte più interessante della rassegna, per chi voleva capirci qualcosa e non solo ascoltare, non erano i concerti ma gli incontri. Tre appuntamenti, tutti nella Sala Trovajoli alle 19:30, tutti curati da Ashley Kahn, che è lo studioso americano che ha scritto i libri di riferimento su Kind of Blue e su A Love Supreme. Il 16 luglio ha parlato di Miles e la chitarra elettrica con Bill Frisell, che poche ore dopo sarebbe salito sul palco del parco con il suo trio e Greg Tardy. Il 17 luglio ha fatto un incontro intitolato Miles a cento anni, dedicato all'uomo dietro la leggenda, con ospiti Erin Davis e Vince Wilburn jr., cioè il figlio e il nipote di Miles Davis. Il 18 luglio ha chiuso con un incontro sull'anima soul di Miles e sulla sua influenza oltre il jazz, insieme a MonoNeon, che quella sera stessa suonava nel parco.
Tre serate in cui, per il prezzo di un ingresso a un incontro, potevi sentire un chitarrista spiegare come Miles gli abbia cambiato l'idea di suono, e poi vederlo suonare. Questa è la cosa che la gente si perde: guarda il cartellone, vede i nomi grossi, prende il biglietto per il concerto e non si accorge che due ore prima, nella sala dentro la villa, c'era la parte in cui si capiva perché quel concerto suonava così. Non è un caso isolato: succede quasi ogni anno, la Casa del Jazz costruisce sempre una cornice di conversazioni e guide all'ascolto intorno ai concerti, e quasi nessuno la sfrutta.
La seconda cosa che non ti dice nessuno riguarda il centenario. Il 2026 era l'anno dei cento anni dalla nascita di Miles Davis, e la Casa del Jazz ci ha costruito sopra una traiettoria intera, non una serata commemorativa. Il 23 giugno Roberto Gatto con Pietro Tonolo ha fatto Around Miles and Trane. Il 29 giugno Israel Galván con Michael Leonhart ha portato A New Sketches of Spain, cioè una rilettura flamenca del disco che Miles incise con Gil Evans nel 1960. Il 17 luglio Fabrizio Bosso con la Casa del Jazz Orchestra diretta da Mario Corvini ha rifatto Sketches of Spain in versione orchestrale, quindi lo stesso disco due volte in tre settimane, da due direzioni opposte. E il 20 luglio Marcus Miller, che con Miles ci ha suonato e prodotto Tutu, ha portato We Want Miles in Cavea. Chi ha visto tutte e quattro le serate ha fatto un corso accelerato su come si smonta un disco del 1960 e si rimonta in quattro modi diversi.
Terza cosa, e questa è pratica. Al parco della Casa del Jazz si mangia e si beve, c'è un ristorante e c'è una caffetteria, e nelle sere di concerto il prato si riempie di gente che arriva un'ora prima, si siede e cena. Chi arriva alle nove meno cinque trova la fila alla cassa, il tavolo occupato e la sedia peggiore. Chi arriva alle sette e mezza mangia con calma, si prende il posto che vuole e si gode il tramonto sulle Mura. La differenza fra le due esperienze è enorme e dipende da novanta minuti.
Quarta cosa: le zanzare. Lo dico senza retorica perché è il singolo fattore che rovina più serate alla Casa del Jazz di qualunque programmazione sbagliata. Sei in un parco alberato, con vegetazione fitta e umidità serale, a luglio, a Roma. Chi arriva senza repellente passa il secondo set a grattarsi le caviglie invece di ascoltare Fred Hersch. Non è un dettaglio da guida turistica, è il consiglio più utile che si possa dare a chi va lì la prima volta.
Il consiglio che ti do per visitare Summertime 2026 alla Casa del Jazz — l’estate jazz nel parco
Il consiglio grosso è uno solo e vale per l'anno prossimo, perché il 2026 è passato: non comprare un biglietto per il nome che conosci. Compra il biglietto per la sera in cui suona qualcuno che non hai mai sentito nominare. È esattamente il contrario di quello che fanno tutti, e nella programmazione della Casa del Jazz funziona meglio che altrove, per una ragione strutturale. Il palco del parco ha una capienza contenuta, il che significa che i nomi enormi finiscono in Cavea e nel giardino restano i concerti di taglia media: trii, quartetti, formazioni piccole, gente che suona a tre metri da te. In quella taglia lì il rapporto fra qualità di ascolto e prezzo del biglietto è imbattibile.
Nel 2026 questo si è visto benissimo. Il Bobo Stenson Trio del 20 giugno, per dire, era un concerto che nella sala di un festival nordico avrebbe riempito un teatro e lì lo sentivi in un prato. Kris Davis con il suo trio il 10 luglio, Fred Hersch con Drew Gress e Peter Erskine il 9, Kurt Rosenwinkel l'8: tre sere di fila di pianoforte e chitarra ad altissimo livello, in formazioni piccole, in uno spazio in cui il suono acustico arriva davvero. Se avessi dovuto scegliere una sola serata dell'intera rassegna, avrei scelto una di quelle e non uno dei sei nomi da Cavea.
Secondo consiglio, sul come arrivare. La Casa del Jazz è in una posizione che sembra scomoda e non lo è. La fermata di metro B Piramide è a una quindicina di minuti a piedi, passando davanti alla Piramide Cestia e costeggiando le Mura Aureliane. La fermata Circo Massimo, sempre metro B, è a una distanza simile dall'altro lato. In alternativa ci sono diverse linee di autobus che passano per Viale di Porta Ardeatina e per Via Cristoforo Colombo. Il parcheggio in zona nelle sere di concerto è una lotteria che perdi quasi sempre: dopo le otto di sera d'estate, con il quartiere Ostiense pieno di locali aperti, trovare posto vicino all'ingresso è questione di fortuna pura. Vai in metro, esci a Piramide, fai la passeggiata lungo le Mura. È anche più bello.
Terzo consiglio, sul vestirsi. Sembra banale e non lo è: d'estate, a Roma, la gente esce alle nove con la maglietta e alle undici e mezza, in un parco con il prato bagnato dall'irrigazione serale, ha freddo. La Casa del Jazz è più fresca del resto della città di qualche grado, perché ci sono alberi alti e un microclima da giardino chiuso. Portati qualcosa da mettere sulle spalle per il secondo set. E metti scarpe chiuse, perché i sandali in mezzo all'erba, con le zanzare di cui sopra, sono una pessima idea.
Quarto consiglio, e questo è quello che dà più soddisfazione. Arriva presto e usa il parco. Non è un cortile davanti a un palco: è un giardino progettato da Pietro Porcinai, che è stato il più importante architetto paesaggista italiano del Novecento, e ha una struttura vera, con quinte di vegetazione, prospettive, dislivelli. Se ci entri alle sette e mezza fai un giro, vedi la stele all'ingresso con i nomi delle vittime delle mafie, ti siedi, guardi la luce che cala sui pini. Se ci entri alle nove meno cinque vedi una fila di sedie e la schiena di quello davanti.
Quinto e ultimo: se vieni da fuori Roma e hai una sola sera, guarda il calendario prima di prenotare l'albergo, non dopo. Nel 2026 la rassegna copriva quasi tutte le sere dal 13 giugno al 7 agosto, ma il cartellone esce a primavera e le serate migliori si esauriscono in fretta. E se ti interessa il jazz e sei a Roma d'estate, sappi che Summertime non è l'unica cosa in città: c'è Village Celimontana, che fa jazz e swing gratis ogni sera a Villa Celimontana, e c'è Jazz Image, con i concerti gratuiti sotto le Terme di Caracalla. Tre rassegne diverse, tre budget diversi, tutte e tre nello stesso pezzo di città.
Il cartellone 2026, sera per sera
Vale la pena ripercorrerlo, perché è il modo migliore per capire come è fatta questa rassegna e che cosa aspettarsi dalla prossima. Giugno si è aperto in chiave italiana e con formazioni di lungo corso. Il 13 il PAF Trio, cioè Paolo Fresu alla tromba, Antonello Salis fra pianoforte e fisarmonica e Furio Di Castri al contrabbasso: tre musicisti che si conoscono da decenni e che dal vivo si permettono qualunque cosa. Il 14 i Doctor 3, il trio di Danilo Rea, Enzo Pietropaoli e Fabrizio Sferra, che è una delle formazioni più longeve del jazz italiano. Il 16 Stefano Di Battista con The New Generation, cioè il sassofonista che porta sul palco una squadra di giovani. Il 19 Rita Marcotulli con il progetto Under 29 But Me e Luca Aquino come ospite speciale, altra formula in cui una pianista di primo piano si mette a suonare con musicisti molto più giovani di lei.
Il 20 giugno il Bobo Stenson Trio, e qui si passava alla Scandinavia: Stenson è uno dei pianisti storici dell'area ECM, quel suono asciutto e sospeso che ha definito mezzo jazz europeo. Il 21 una serata completamente diversa, Peppe Barra con la Medit Orchestra di ritmi moderni diretta da Angelo Valori, in uno spettacolo intitolato Napoli, l'anima e il suono, un racconto per orchestra. Il 22 il tributo a Massimo e Maurizio Urbani, che per il jazz romano è una cosa seria: Massimo Urbani è stato un sassofonista di talento enorme e di vita brevissima, morto a trentuno anni nel 1993, e a Roma il suo nome ha ancora un peso specifico che fuori città si fa fatica a spiegare.
Il 23 Roberto Gatto in quartetto con Pietro Tonolo, Around Miles and Trane, prima incursione nel tema Miles. Il 24 Enrico Pieranunzi Quintet con Chet Remembered, dedicato a Chet Baker, che a Roma ha inciso e vissuto e lasciato tracce. Il 25 Chiara Civello. Il 26 Raphael Gualazzi con Francesca Tandoi. Il 27 Mari Froes, serata che rientrava anche nel cartellone del Roma Summer Fest. Il 28 l'omaggio a Carla Bley con la MeJO Orchestra, direzione e arrangiamenti di Maurizio Giammarco: un modo per portare in un parco una compositrice che ha scritto alcune delle pagine più strane e belle del jazz orchestrale. Il 29 giugno doppia serata, con Stefano Bollani All Stars in Sala Santa Cecilia e, nel parco, Israel Galván con Michael Leonhart e A New Sketches of Spain.
Luglio ha alzato il tiro sul fronte internazionale. Il 2 Anouar Brahem con After the Last Sky, cioè l'oud tunisino che da trent'anni costruisce un linguaggio a metà fra Mediterraneo e jazz da camera. Il 4 Cécile McLorin Salvant, che è probabilmente la cantante più interessante della sua generazione. Il 5 Pat Metheny in Cavea con il Side Eye III. Il 6 Nate Smith, batterista dal groove pesantissimo. L'8 Kurt Rosenwinkel con The Remedy Tour. Il 9 il Fred Hersch Trio con Drew Gress e Peter Erskine. Il 10 il Kris Davis Trio. Il 13 Dee Dee Bridgewater con We Exist, tributo ad Abbey Lincoln. Il 14 il quartetto di incontro fra Gonzalo Rubalcaba, Chris Potter, Larry Grenadier ed Eric Harland, presentato come First meeting.
Il 15 luglio doppietta: Diana Krall in Cavea e Hiromi con i Sonicwonder nel parco. Il 16 Bill Frisell in trio con Greg Tardy, preceduto dall'incontro con Ashley Kahn. Il 17 Fabrizio Bosso con la Casa del Jazz Orchestra diretta da Mario Corvini per Sketches of Spain, preceduto dall'incontro con Erin Davis e Vince Wilburn jr. Il 18 MonoNeon nel parco e Jacob Collier in Cavea, con l'incontro pomeridiano sull'anima soul di Miles. Il 20 Marcus Miller in Cavea con We Want Miles. Il 21 Billy Cobham con Time Machine, cioè il batterista della Mahavishnu Orchestra. Il 22 L'Antidote. Il 24 Paolo Fresu di nuovo, stavolta con David Linx e Gustavo Beytelmann per Trama Latina. Il 25 Gregory Porter in Cavea. Il 27 Samara Joy, che ha vinto il Grammy come miglior artista esordiente nel 2023 e che a ventisei anni canta come se ne avesse il doppio.
Il 29 luglio Fantastic Negrito, altra serata condivisa con il Roma Summer Fest, e qui si usciva dal jazz per entrare nel blues elettrico e nel soul sporco. Il 30 la Temple Jazz Orchestra diretta da Terell Stafford con Barbara Parisi come ospite. Agosto è stato breve e denso: l'1 Enrico Rava con i Fearless Five, il 3 Enzo Avitabile con Acoustic World, il 4 Cory Henry, il 5 Jalen Ngonda, il 6 Matteo Mancuso con il Route96 Tour, il 7 la chiusura con Peppe Servillo, il Solis String Quartet e la Medit Orchestra.
Guardalo come sequenza e capisci la logica: si parte dagli italiani storici, si sale sugli europei, si arriva agli americani nel cuore di luglio, si scende verso il soul e il pop d'autore in agosto. Non è casuale. È il modo in cui la Fondazione Musica per Roma costruisce da anni le sue estati, e funziona perché tiene insieme il pubblico di nicchia e quello che passa di lì perché ha visto un nome che conosce.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Che la Casa del Jazz sia un bene confiscato lo sanno quasi tutti a Roma. Quello che si cita poco è la catena precisa dei fatti, e la catena è documentata con date e atti, quindi vale la pena metterla in fila senza aggettivi.
La villa fu costruita fra il 1936 e il 1939 sulle rovine di un casale seicentesco. La fece edificare Arturo Osio, socio fondatore della Banca Nazionale del Lavoro, che rilevò l'area e affidò il progetto all'ingegnere Cesare Pascoletti, allievo di Marcello Piacentini. La sistemazione del parco fu affidata a Pietro Porcinai, l'architetto paesaggista. Da qui il nome con cui il complesso si chiama ancora oggi, Villa Osio.
Negli anni Ottanta la villa fu acquistata dal vicariato di Roma da Enrico Nicoletti, che le cronache giudiziarie italiane hanno indicato come il cassiere della banda della Magliana e che è morto nel dicembre 2020. Sotto la nuova proprietà vennero commissionati interventi e abusi edilizi che modificarono pesantemente sia gli ambienti interni sia i prospetti esterni: l'edificio che vedi oggi è il risultato di un restauro che ha dovuto anche disfare quelle modifiche.
Il 14 novembre 1996 la villa fu sottoposta a sequestro. Il 20 febbraio 2001 arrivò la confisca definitiva. Il 26 settembre dello stesso anno il bene fu assegnato al Comune di Roma ai sensi della legge 109 del 1996, la cosiddetta legge Pio La Torre, quella che disciplina il riutilizzo sociale dei beni sequestrati e confiscati alle mafie. L'inaugurazione della Casa del Jazz avvenne nell'aprile del 2005, con la direzione affidata a Luciano Linzi e la gestione all'azienda speciale Palaexpo, la stessa che allora gestiva anche le Scuderie del Quirinale, il Palazzo delle Esposizioni e la Casa del Cinema. All'ingresso del parco fu posta una stele con 683 nomi di vittime delle mafie dal 1893 al 2005, realizzata in collaborazione con Libera.
Sono nove anni fra il sequestro e l'apertura al pubblico. Nove anni fra il momento in cui lo Stato mette i sigilli a una villa e il momento in cui un cittadino qualunque ci entra dentro per sentire un concerto. È una cosa che in Italia non succede spesso e che vale la pena ricordare quando ci si lamenta, giustamente, della lentezza delle istituzioni: qui il meccanismo ha funzionato fino in fondo, e il risultato è un parco di due ettari e mezzo che a Roma, in quella zona, vale una fortuna e che invece è pubblico.
C'è un capitolo più recente e più cupo, e lo cito perché è stato riportato dalla stampa e perché chi frequenta il posto ne ha sentito parlare. Nel novembre 2025 la prefettura di Roma ha disposto l'avvio di sondaggi nel parco della Casa del Jazz, sulla base dell'ipotesi che vi potessero essere occultati i resti di Paolo Adinolfi, il magistrato scomparso nel 1994, negli anni in cui la villa era di proprietà di Nicoletti. Dell'esito di quelle ricerche non ho elementi aggiornati da riferire e non voglio costruirci sopra una narrazione. Lo metto qui perché fa parte della storia del luogo e perché chi cammina in quel parco d'estate, fra una birra e un assolo di sax, probabilmente non immagina che sotto quell'erba si sia cercato qualcosa del genere.
La parte poco citata, insomma, è che la Casa del Jazz non è un posto dove hanno messo il jazz perché serviva una sala. È un posto dove hanno messo il jazz perché serviva cambiare il significato di un indirizzo. E il jazz, per come è nato e per quello che ha rappresentato, era una scelta coerente.
La villa, il parco, gli spazi
Il complesso è fatto di tre edifici dentro un parco di circa due ettari e mezzo. Nella villa padronale c'è l'auditorium multifunzionale da centocinquanta posti, quello intitolato ad Armando Trovajoli, progettato per concerti, proiezioni, guide all'ascolto e conferenze, con un sistema di registrazione che consente di salvare e diffondere gli eventi in programma. Sempre lì dentro trovi una mediateca e una biblioteca aperte al pubblico, una libreria e una caffetteria. I due edifici secondari ospitano sale di prova e di registrazione, una foresteria a disposizione dei musicisti e un ristorante.
La foresteria è un dettaglio che dice molto sul tipo di istituzione. Significa che i musicisti che vengono a suonare possono dormire lì, e che quindi la Casa del Jazz non è soltanto un teatro con un giardino: è una struttura pensata per ospitare processi di lavoro, residenze, prove, incisioni. Chi ci è passato per una registrazione racconta che è uno dei pochi posti in Italia in cui un gruppo può stare tre giorni a lavorare senza uscire dal cancello.
Nella sala da pranzo al piano terra, oggi sala multimediale, c'è un affresco di Amerigo Bartoli che raffigura una veduta di piazza Navona. È uno di quei particolari che sfuggono a chiunque entri solo per un concerto serale nel parco, e che invece si vedono bene se si capita lì di giorno, magari per usare la biblioteca. Bartoli è stato un pittore e illustratore della prima metà del Novecento, e quell'affresco è l'unico pezzo della decorazione originale della villa Osio che si legge ancora come tale.
Il parco, come dicevo, porta la firma di Pietro Porcinai. Se conosci il lavoro di Porcinai riconosci subito l'impostazione: non giardino all'italiana, non parco all'inglese, ma un uso molto studiato delle masse verdi per creare stanze aperte, quinte e profondità. È la stessa logica che Porcinai ha applicato in decine di giardini privati fra Toscana e Lazio. Il palco estivo è collocato in una di queste stanze verdi, ed è il motivo per cui il suono, pur essendo all'aperto, non si disperde come succede in altri spazi estivi romani.
La foto giusta da fare a Summertime 2026 alla Casa del Jazz — l’estate jazz nel parco
Parto da quella sbagliata, che è anche la più comune: la foto del palco dal proprio posto, con il musicista lontano, le teste degli spettatori davanti e il buio intorno. Non viene mai. Il palco del parco è illuminato con luci teatrali, il resto è nero, e qualunque telefono restituisce un rettangolo luminoso in mezzo a una macchia scura. La butti via il giorno dopo.
La foto giusta si fa un'ora e mezza prima, e non riguarda il concerto. Riguarda la luce. D'estate a Roma, fra le 20 e le 20:45, il sole radente entra fra i pini del parco di Villa Osio e ci sono venti minuti in cui il prato diventa dorato, le ombre dei tronchi si allungano fino alle sedie e la villa sullo sfondo prende un colore caldo che di giorno non ha. Quello è il momento. Ti metti sul lato del prato opposto al palco, con il sole basso alle spalle della villa, e fotografi in controluce parziale: pini, sedie bianche ancora vuote o quasi, gente che si sistema, il palco pronto e nessuno sopra. È l'immagine che racconta che cosa è Summertime meglio di qualunque scatto del concerto.
La seconda foto che consiglio è più difficile e più importante: la stele all'ingresso. Quella con i 683 nomi delle vittime delle mafie dal 1893 al 2005, posta lì quando il posto è stato restituito alla città. È un oggetto che la gente supera camminando, senza fermarsi, perché sta andando al concerto ed è in ritardo. Fotografarla richiede di fermarsi, e fermarsi richiede di leggerla. Fatta bene, con la luce laterale della sera che stacca le lettere incise, è una fotografia che ha un peso completamente diverso da qualunque scatto musicale. E se la pubblichi insieme a quella del palco, racconti il posto per intero invece che a metà.
Terza opzione, per chi ha pazienza e un telefono decente: l'inquadratura dall'alto del prato, dal punto in cui il terreno sale leggermente sul lato della villa. Da lì si vede la geometria del pubblico seduto, le file di sedie che si curvano, il palco piccolo in fondo e la massa dei pini che chiude tutto. È l'unica angolazione da cui il concerto si legge come un insieme e non come un palco visto da lontano. Va fatta all'intervallo, quando c'è ancora un po' di luce residua o quando le luci di servizio del parco sono accese e quelle del palco no.
Quarta e ultima: le Mura. Se esci dal cancello e cammini cinquanta metri lungo Viale di Porta Ardeatina, hai il tratto di Mura Aureliane che corre parallelo alla strada, e d'estate è illuminato. Una foto del muro con i pini del parco che sbucano dietro, fatta alle undici di sera dopo il concerto, è l'immagine di Roma che nessuno si porta a casa perché tutti sono già in metro. Aggiungici il fatto che a poche centinaia di metri c'è la Piramide Cestia e capisci che quella passeggiata, di notte, è uno dei tragitti più belli della città e uno dei meno fotografati.
Una nota tecnica che mi sembra onesta dare: nei concerti della Casa del Jazz, come in quasi tutti i concerti con artisti internazionali sotto contratto, le riprese video e le fotografie con attrezzatura professionale non sono ammesse. Con il telefono, per uso personale e senza flash, in genere nessuno dice niente, purché non si tenga lo schermo acceso in faccia a chi siede nella fila successiva per tre pezzi consecutivi. Il buon senso qui vale più del regolamento: sei in un prato, in silenzio, con gente che ha pagato per sentire un pianoforte. Un flash o uno schermo a piena luminosità rovinano la serata a venti persone.
Mangiare, bere e organizzare la sera intorno al concerto
Dentro il parco ci sono un ristorante e una caffetteria, e nelle sere di concerto funzionano a pieno regime. È la soluzione più comoda e anche la più cara, ed è quella che consiglio se hai poco tempo o se vieni da fuori Roma e non vuoi complicarti la vita: arrivi alle 19:30, ceni con calma nel giardino, alle 21 sei seduto davanti al palco. Semplice.
Se invece vuoi costruirti la serata, sei nel posto giusto della città. Da Viale di Porta Ardeatina, a piedi, in un quarto d'ora o poco più raggiungi Testaccio, che è il quartiere romano dove si mangia meglio in rapporto a quello che spendi. Il Nuovo Mercato Testaccio di giorno è una delle esperienze gastronomiche più vere di Roma, con i banchi che fanno panini e piatti pronti a prezzi da mercato e non da centro storico. La sera il mercato è chiuso, ma il quartiere intorno è pieno di trattorie storiche, e se ti interessa capire come mai Testaccio sia quello che è, il Museo Diffuso del Rione Testaccio racconta la storia dell'ex Mattatoio e del quartiere operaio che ci è cresciuto intorno.
Nella stessa zona, d'estate, c'è anche Testaccio Estate, con musica, dj set e culture urbane alla Città dell'Altra Economia, dentro l'ex Mattatoio. Se il concerto alla Casa del Jazz finisce alle undici e hai ancora voglia di stare fuori, quello è il posto dove si continua la serata senza prendere un mezzo. È una combinazione che a Roma funziona benissimo e che pochi sfruttano: jazz seduto nel parco fino alle undici, poi dieci minuti a piedi e un contesto completamente diverso.
Dall'altro lato, verso Porta San Sebastiano e le Terme di Caracalla, la zona è più silenziosa e più monumentale. Se il tuo programma è una serata di passeggiata più che di cena, quella direzione è quella giusta: le Mura Aureliane, il Parco della Resistenza, e poi il grande complesso delle Terme, che d'estate ospita a sua volta una stagione musicale importante. E sempre lungo le Mura, nelle estati recenti, si è tenuto Il Cinema alle Mura, con proiezioni gratuite all'aperto: un'alternativa economica per le sere in cui alla Casa del Jazz non suona nessuno che ti interessa.
Ultimo consiglio logistico: la metro B chiude intorno alle 23:30 nei giorni feriali, un po' più tardi il venerdì e il sabato. Un concerto che inizia alle 21 finisce di norma verso le 23, ma se ci sono bis lunghi o se il gruppo parte in ritardo, il margine si assottiglia. Chi abita lontano farebbe bene a controllare gli orari prima, o a mettere in conto un autobus notturno o un taxi. Non è un dramma, ma è il genere di dettaglio che trasforma una bella serata in una scocciatura.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
La cronologia di questo indirizzo è più densa di quanto sembri, e ha tre fasi nette: la villa privata, il bene criminale, il bene pubblico.
Fase uno, 1936 al 1939. Arturo Osio, uno dei fondatori della Banca Nazionale del Lavoro, rileva l'area appena fuori le Mura Aureliane, dove c'è un casale seicentesco, e ci costruisce sopra la sua villa. Sono gli anni in cui Roma si espande verso sud e in cui la zona fra Porta Ardeatina e la Cristoforo Colombo viene ridisegnata. L'incarico va a Cesare Pascoletti, allievo di Marcello Piacentini, quindi a un professionista pienamente dentro il linguaggio architettonico ufficiale di quegli anni. Il parco lo firma Pietro Porcinai, che in quel momento è giovane e diventerà il paesaggista italiano più importante del secolo. È una villa borghese di alto livello, con un giardino di autore, in una posizione che all'epoca era quasi periferia e che oggi è a due fermate di metro dal Colosseo.
Fase due, gli anni Ottanta. La proprietà passa a Enrico Nicoletti, che l'acquista dal vicariato di Roma. Nicoletti è la figura che la cronaca giudiziaria italiana ha identificato come il cassiere della banda della Magliana, l'organizzazione criminale che ha segnato Roma fra la fine degli anni Settanta e gli anni Ottanta. Sotto quella proprietà la villa viene modificata pesantemente, con interventi e abusi edilizi che alterano gli interni e le facciate. Nicoletti è morto nel dicembre 2020.
Fase tre, la restituzione. 14 novembre 1996: sequestro. 20 febbraio 2001: confisca definitiva. 26 settembre 2001: assegnazione al Comune di Roma in applicazione della legge 109 del 1996, la legge Pio La Torre sul riutilizzo sociale dei beni confiscati alle mafie. Seguono anni di restauro, in cui bisogna smontare quello che era stato aggiunto e rimettere in sesto un complesso che era stato usato come residenza privata di lusso. Aprile 2005: inaugurazione della Casa del Jazz, direzione a Luciano Linzi, gestione all'azienda speciale Palaexpo. All'ingresso viene collocata la stele con 683 nomi di vittime delle mafie fra il 1893 e il 2005, realizzata con Libera.
Fase quattro, quella in cui siamo adesso. La gestione è passata alla Fondazione Musica per Roma, la stessa dell'Auditorium Parco della Musica, e questo ha cambiato la scala della programmazione: da centro specializzato con una sua nicchia, la Casa del Jazz è diventata un nodo del sistema musicale cittadino, con la possibilità di spostare i concerti più grandi in Cavea mantenendo un cartellone unico. È esattamente quello che si è visto nel 2026 con Bollani, Metheny, Krall, Collier, Miller e Porter. Nel frattempo il festival estivo è cresciuto fino a occupare quasi tutte le sere di due mesi.
Accanto a questa linea principale ce ne sono altre, minori ma non irrilevanti. La Casa del Jazz ha una sua orchestra residente, la Casa del Jazz Orchestra, che nel 2026 si è vista il 17 luglio diretta da Mario Corvini con Fabrizio Bosso solista: avere un'orchestra stabile significa poter produrre progetti propri e non solo ospitare tournée. Ha una biblioteca e una mediateca specializzate, che sono fra le poche in Italia dedicate espressamente al jazz. E ha una tradizione di produzioni originali, fra cui un lavoro collettivo dedicato a Fabrizio De André, che è entrato nel repertorio della casa.
Nel novembre 2025, come ho scritto sopra, il parco è tornato nelle cronache per una ragione che con la musica non c'entra: la prefettura di Roma ha disposto sondaggi nel terreno, nell'ipotesi che vi fossero occultati i resti del magistrato Paolo Adinolfi, scomparso nel 1994. È l'ultimo strascico della fase due di questa storia, ed è la dimostrazione che la restituzione di un bene non chiude automaticamente i conti con quello che c'è stato prima.
Chi è passato da Summertime 2026 alla Casa del Jazz — l’estate jazz nel parco
L'elenco dell'edizione 2026 è lungo e conviene leggerlo per famiglie, perché così si capisce il disegno.
Gli italiani di riferimento. Paolo Fresu, due volte: il 13 giugno con il PAF Trio insieme ad Antonello Salis e Furio Di Castri, e il 24 luglio con David Linx e Gustavo Beytelmann per Trama Latina. Enrico Rava, il 1 agosto, con i Fearless Five: Rava è il musicista italiano più conosciuto all'estero e vederlo in un parco a cinque metri di distanza è una di quelle cose che a Roma si danno per scontate e che altrove non succedono. Danilo Rea, Enzo Pietropaoli e Fabrizio Sferra con i Doctor 3 il 14 giugno. Enrico Pieranunzi il 24 giugno con Chet Remembered. Roberto Gatto il 23 giugno. Stefano Di Battista il 16 giugno. Rita Marcotulli il 19. Fabrizio Bosso il 17 luglio. Maurizio Giammarco alla direzione della MeJO Orchestra il 28 giugno per l'omaggio a Carla Bley. Matteo Mancuso il 6 agosto, che è il chitarrista italiano più discusso degli ultimi anni e che a Roma porta un pubblico che con il jazz tradizionale non ha nulla a che fare.
I grandi nomi internazionali portati in Cavea. Stefano Bollani il 29 giugno in Sala Santa Cecilia con la formazione All Stars di Tutta vita. Pat Metheny il 5 luglio con il Side Eye III. Diana Krall il 15 luglio. Jacob Collier il 18. Marcus Miller il 20 con We Want Miles. Gregory Porter il 25. Sei serate che stavano dentro il cartellone di Summertime pur svolgendosi all'Auditorium del Flaminio, per pura questione di capienza.
Gli americani nel parco, che secondo me sono stati il cuore vero della rassegna. Cécile McLorin Salvant il 4 luglio. Fred Hersch con Drew Gress e Peter Erskine il 9. Kris Davis il 10. Kurt Rosenwinkel l'8. Bill Frisell con Greg Tardy il 16. Dee Dee Bridgewater il 13 con il tributo ad Abbey Lincoln. Samara Joy il 27. Billy Cobham il 21 con Time Machine. Nate Smith il 6. Cory Henry il 4 agosto. MonoNeon il 18 luglio. Terell Stafford alla direzione della Temple Jazz Orchestra il 30. Gonzalo Rubalcaba con Chris Potter, Larry Grenadier ed Eric Harland il 14 luglio. Hiromi con i Sonicwonder il 15.
Gli europei e i mediterranei. Bobo Stenson il 20 giugno, pianoforte svedese di scuola ECM. Anouar Brahem il 2 luglio con After the Last Sky, l'oud tunisino. Israel Galván il 29 giugno con Michael Leonhart, flamenco e ottoni insieme in A New Sketches of Spain. L'Antidote il 22 luglio.
La linea napoletana e cantautorale, che alla Casa del Jazz non manca mai. Peppe Barra il 21 giugno con la Medit Orchestra diretta da Angelo Valori. Enzo Avitabile il 3 agosto con Acoustic World. Peppe Servillo il 7 agosto in chiusura, con il Solis String Quartet e di nuovo la Medit Orchestra, per Te voglio bene assaje. Chiara Civello il 25 giugno, Raphael Gualazzi con Francesca Tandoi il 26.
Le voci nuove e le serate condivise con il Roma Summer Fest. Mari Froes il 27 giugno, Fantastic Negrito il 29 luglio, Jalen Ngonda il 5 agosto. Tre nomi che da soli spiegano come il confine del festival sia poroso: si passa dal jazz al soul al blues elettrico senza che nessuno si scandalizzi.
E poi la memoria romana, che è la parte che a me interessa di più. Il 22 giugno c'è stato il tributo a Massimo e Maurizio Urbani. Massimo Urbani è stato un sassofonista contralto di talento smisurato, cresciuto in una Roma che di jazz ne aveva pochissimo, morto nel 1993 a trentuno anni. Suo fratello Maurizio suonava il tenore ed è morto anche lui giovane. Per il jazz romano quel cognome è una ferita e un mito insieme, e una serata dedicata a loro dentro un parco confiscato alla criminalità della stessa città e degli stessi anni ha una coerenza che non credo sia casuale.
Sopra tutto questo, come ho detto, c'era Miles Davis. Non come ospite, ovviamente, ma come presenza. Cento anni dalla nascita, e quattro serate che lo hanno affrontato in modi diversi: Gatto e Tonolo con Around Miles and Trane, Galván e Leonhart con la rilettura flamenca di Sketches of Spain, Bosso e la Casa del Jazz Orchestra con la versione orchestrale dello stesso disco, Marcus Miller con We Want Miles in Cavea. Più i tre incontri di Ashley Kahn, uno dei quali con il figlio e il nipote di Miles seduti in sala. Non è male come modo di festeggiare un centenario: invece di una serata celebrativa, un mese in cui lo stesso materiale viene rigirato da quattro angolazioni.
Perché questa rassegna funziona, e che cosa aspettarsi nel 2027
Le ragioni per cui Summertime regge, anno dopo anno, sono tre e sono tutte strutturali.
La prima è lo spazio. Un prato alberato di due ettari e mezzo, chiuso da un muro, dentro la città, con un palco piccolo e una capienza contenuta. Non è un'arena, non è una piazza, non è un cortile. È la dimensione giusta per la musica acustica, ed è la ragione per cui trii e quartetti lì suonano bene mentre nelle grandi arene estive suonano piccoli. Chi programma la Casa del Jazz lo sa e sceglie di conseguenza.
La seconda è la continuità della direzione artistica. Una rassegna che mette quaranta serate in due mesi non si improvvisa: significa avere rapporti stabili con gli agenti internazionali, incastrare i tour europei che passano di lì in quelle settimane, tenere il filo con i musicisti italiani per le produzioni originali. Il fatto che la stessa Fondazione gestisca anche l'Auditorium moltiplica la forza contrattuale, perché a un artista puoi proporre un doppio passaggio o una data in Cavea.
La terza è il prezzo relativo. Non faccio cifre perché variano di sera in sera e perché il listino cambia ogni anno, ma il rapporto fra quello che paghi e quello che senti, nel parco, è fra i migliori della città. Per la Cavea è un discorso diverso, quello è mercato pieno. Nel parco no: lì stai pagando un concerto in un giardino, non in un'arena, e la differenza si sente.
Per il 2027 non ci sono date ufficiali mentre scrivo. La regola, però, è abbastanza stabile: il cartellone viene annunciato in primavera, di solito fra aprile e maggio, e la rassegna occupa il periodo che va dalla seconda metà di giugno ai primi giorni di agosto. Se vuoi arrivare preparato, l'unica strategia che funziona è tenere d'occhio il sito ufficiale della Casa del Jazz fra marzo e maggio e prendere i biglietti delle serate piccole appena escono, perché quelle da duecento posti volano.
Domande che mi fanno sempre
Si può portare da bere o da mangiare da fuori? Nel parco ci sono ristorante e caffetteria e il consumo si fa lì. Portarsi il picnic in un concerto a pagamento non è la prassi. Portarsi una bottiglia d'acqua, d'altra parte, a luglio, a Roma, è una cosa che nessuno ti contesterà mai.
I concerti si tengono anche se piove? A Roma a luglio piove poco, ma capita. La regola generale delle rassegne all'aperto della Fondazione prevede che in caso di maltempo il concerto possa essere spostato al chiuso o riprogrammato, e la comunicazione arriva attraverso i canali ufficiali nel pomeriggio. Se hai il biglietto e il cielo è nero, controlla prima di partire.
I posti sono numerati? Dipende dalla serata e dal tipo di biglietto. In generale nel parco ci sono settori, e dentro il settore vale l'ordine di arrivo. Ragione in più per presentarsi presto.
Ci si arriva con i bambini? Sì, e nel parco d'estate se ne vedono. Un concerto che inizia alle 21 e finisce alle 23 non è per tutte le età, ma il giardino prima dello spettacolo è uno spazio comodissimo in cui un bambino può correre mezz'ora prima di sedersi.
È accessibile? La Casa del Jazz ha percorsi accessibili e posti riservati; per le esigenze specifiche conviene contattare in anticipo la struttura al numero indicato, perché nel parco i percorsi sono su ghiaia e prato e vale la pena farsi indicare l'ingresso migliore.
Se non mi interessa il jazz vale comunque la pena? Il parco sì, sempre, ed è gratuito. Per i concerti dipende: nel cartellone 2026 c'erano serate che di jazz stretto avevano poco, come Fantastic Negrito, Jalen Ngonda, Cory Henry, Matteo Mancuso, Enzo Avitabile. Se il jazz ti lascia freddo ma il soul o la chitarra elettrica ti interessano, il cartellone qualcosa per te ce l'ha quasi sempre.
In sintesi
Summertime 2026 alla Casa del Jazz è andato in scena dal 13 giugno al 7 agosto 2026, in Viale di Porta Ardeatina 55, dentro il Parco di Villa Osio. Concerti alle 21:00 nel parco, incontri alle 19:30 nella Sala concerti Armando Trovajoli, sei appuntamenti maggiori spostati all'Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone fra Cavea e Sala Santa Cecilia. Apertura con il PAF Trio di Paolo Fresu, Antonello Salis e Furio Di Castri, chiusura con Peppe Servillo, il Solis String Quartet e la Medit Orchestra diretta da Angelo Valori. Nel mezzo Anouar Brahem, Cécile McLorin Salvant, Bill Frisell, Fred Hersch, Kris Davis, Kurt Rosenwinkel, Dee Dee Bridgewater, Hiromi, Samara Joy, Billy Cobham, Gonzalo Rubalcaba, Enrico Rava, Enrico Pieranunzi, Danilo Rea, Stefano Di Battista, Rita Marcotulli, Chiara Civello, Raphael Gualazzi, Peppe Barra, Enzo Avitabile, Matteo Mancuso, Fantastic Negrito, Jalen Ngonda, Cory Henry, MonoNeon e molti altri. In Cavea e in Sala Santa Cecilia: Stefano Bollani, Pat Metheny, Diana Krall, Jacob Collier, Marcus Miller e Gregory Porter. Filo conduttore dichiarato, il centenario della nascita di Miles Davis, con tre incontri curati da Ashley Kahn.
Il posto, al di là del festival, è un bene confiscato alla criminalità organizzata e restituito alla città: sequestro nel 1996, confisca definitiva nel 2001, assegnazione al Comune nello stesso anno ai sensi della legge Pio La Torre, apertura al pubblico nel 2005, con una stele all'ingresso che porta 683 nomi di vittime delle mafie. Il parco è aperto e gratuito anche fuori dai concerti, ed è uno dei giardini pubblici più belli e meno affollati di Roma, firmato da Pietro Porcinai. La villa è del 1936 al 1939, progetto di Cesare Pascoletti per Arturo Osio.
L'edizione 2026 si è chiusa. Il festival torna, come torna ogni anno, e il cartellone si annuncia in primavera. Nel frattempo il cancello di Viale di Porta Ardeatina resta aperto, il prato pure, e la stele all'ingresso continua a fare il suo lavoro.
Se stai preparando un viaggio a Roma e vuoi incastrare una serata alla Casa del Jazz dentro un itinerario che abbia senso, senza bruciare giornate negli spostamenti, dai un'occhiata a italyplanner.com, dove trovi guide e percorsi ragionati per muoverti in Italia. Se invece i gruppi li accompagni tu, se organizzi visite e serate per altri e ti serve uno strumento di lavoro, quello giusto è tourleaderpro.com, pensato per chi le città le fa girare agli altri di mestiere. Noi continuiamo a raccontare qui, sera per sera, quello che succede a Roma da giugno a settembre.
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