Campo de’ Fiori
Campo de’ Fiori è la piazza rettangolare che si apre fra via dei Giubbonari e piazza della Cancelleria, al confine fra il rione Parione e il rione Regola, nel centro storico di Roma. L’indirizzo postale è semplicemente Piazza Campo de’ Fiori, 00186 Roma. Si entra e si esce liberamente a qualunque ora, non c’è cancello, non c’è biglietteria, non c’è orario: la piazza è spazio pubblico ventiquattro ore su ventiquattro e la visita non costa nulla. Il mercato rionale occupa il selciato tutte le mattine dal lunedì al sabato, chiude la domenica, e verso l’ora di pranzo gli operatori smontano e la piazza torna vuota: per gli orari esatti di montaggio e smontaggio conviene consultare le indicazioni di Roma Capitale sui mercati rionali, che possono cambiare con la stagione e con le ordinanze. Non esiste una stazione della metropolitana vicina: i nodi di trasporto più comodi sono largo di Torre Argentina e corso Vittorio Emanuele II, entrambi a quattro o cinque minuti a piedi, serviti da numerose linee di superficie; il percorso e le linee attive si controllano sul calcolapercorso di Atac, che è l’unica fonte affidabile perché le deviazioni nel centro storico sono frequenti. L’intera area è dentro la Zona a Traffico Limitato del centro storico, quindi arrivare in automobile è una pessima idea. Un dettaglio che vale più di mille aggettivi: Campo de’ Fiori è l’unica piazza storica di Roma sulla quale non si affaccia nessuna chiesa.
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✦ Va a rubaColosseo, Foro e Palatino
L'ingresso a orario sparisce con giorni di anticipo in alta stagione. La versione con i sotterranei è quella che vale il s...
✦ Il classicoTour a piedi
Roma si capisce camminando. La differenza la fa la guida, non l'itinerario: sono quasi tutti uguali sulla carta.
✦ Libertà di scesaBus hop-on hop-off
Sali e scendi dove vuoi per 24 o 48 ore. Utile il primo giorno, per orientarsi.
✦ Centro storicoTrevi, Pantheon e piazze
Il cuore barocco a piedi, più il biglietto del Pantheon che ora serve davvero.
✦ Vieni affamatoFood tour
Non è un pranzo: sono sei-otto tappe piccole. Il valore è nei posti in cui non saresti mai entrato da solo.
✦ Vai all'aperturaMusei Vaticani e Cappella Sistina
Il primo slot della giornata o il tardo pomeriggio. A metà mattina è un nastro trasportatore, e non lo diciamo solo noi.
✦ Poco camminoTour in golf cart
Il centro storico in un paio d'ore senza distruggerti i piedi, e passi dove i pullman non entrano.
✦ Dopo le 21Bar hopping e vita notturna
Tre o quattro locali con qualcuno che sa quali sono aperti quella sera. Funziona meglio da soli che in coppia.
✦ Foto garantiteVespa e Ape Calessino
In Ape ti portano loro, in Vespa guidi tu (serve la patente). Due esperienze molto diverse sotto lo stesso nome.
✦ Il più scenograficoTour in sidecar
Il sidecar vintage con conducente: costa più della Vespa, ma è il giro che finisce in tutte le foto.
✦ Si mangia alla fineCorsi di cucina
Pasta a mano e poi ci si siede a tavola. La domanda giusta è quante persone ci sono per postazione.
✦ Anche in cittàDegustazioni di vino
In enoteca in centro o tra le vigne dei Castelli. Due cose diverse: una dura un'ora, l'altra una giornata.
✦ Fuori portaCastelli Romani
Frascati, Castel Gandolfo, il lago di Albano. Un'ora da Roma e sembra un'altra regione.
✦ Patrimonio UNESCOTivoli: Villa d'Este e Villa Adriana
Due ville, due epoche, un solo biglietto mentale: le fontane di Villa d'Este e le rovine imperiali di Adriano.
✦ Prenotazione obbligatoriaGalleria Borghese
Bernini e Caravaggio in due ore contate. Senza prenotazione non si entra, punto.
✦ SottoterraCatacombe e Appia Antica
Chilometri di gallerie sotto la via Appia. Fresche d'estate, e sorprendentemente poco affollate.
✦ Accesso limitatoColosseo: sotterranei e arena
Il piano dove aspettavano gladiatori e belve, e il pavimento dell'arena. Posti contati ogni giorno.
✦ Giornata lungaPompei e Costiera Amalfitana
Da Roma si fa in giornata, ma è una giornata vera: sveglia presto e rientro a sera.
✦ Alta velocitàFirenze in giornata
Un'ora e mezza di treno e sei sotto il Duomo. Si fa, se accetti di vedere tre cose e non dieci.
✦ Terrazza panoramicaCastel Sant'Angelo
Mausoleo, fortezza, prigione e rifugio dei papi. E la terrazza con la vista migliore su San Pietro.
✦ Dopo il tramontoRoma di notte
Le stesse piazze, senza la folla e con le luci giuste. La città cambia completamente.
✦ MareCapri e Costiera Amalfitana
Da Roma è lunga, ma in due giorni si fa con calma. In giornata solo se accetti di correre.
✦ Con i bambiniScuola dei gladiatori
Due ore con la spada di legno in mano, sulla via Appia. Con i ragazzini funziona sempre.
✦ Poco sforzoSegway e monopattino
Copri il doppio del centro senza camminare. Dieci minuti di pratica e ci stai sopra.
✦ MercoledìUdienza papale
Ogni mercoledì, quando il Papa è a Roma. Il biglietto è gratuito ma va ritirato.
✦ Poco affollatoTerme di Caracalla
Muri alti trenta metri e quasi nessuno intorno. Uno dei posti più sottovalutati di Roma.
✦ A 30 minutiOstia Antica
La Pompei di Roma, raggiungibile col treno urbano. Strade, taverne e mosaici, senza folla.
✦ Alta velocitàNapoli e Pompei
Un'ora e dieci di treno. Il centro storico, il museo archeologico e la pizza vera.
✦ Prima dell'aperturaVaticano: ingresso anticipato
Dentro i Musei prima del pubblico. La Sistina quasi vuota è un'altra cosa.
✦ Senza faticaTour in e-bike
Le sette colline con l'assistenza al pedale. L'Appia Antica e il Gianicolo diventano facili.
Se questa è la prima volta che organizzate un giro nel centro storico, la pagina delle attrazioni turistiche di Roma aiuta a incastrare Campo de’ Fiori con il resto della giornata, perché la piazza funziona bene come punto di partenza al mattino e come punto di rientro alla sera, molto meno come meta isolata.
Campo de’ Fiori in pratica: orari, costi, accessi
Dove si trova esattamente Campo de’ Fiori
La piazza occupa un rettangolo allungato di circa centoventi metri per cinquanta, orientato da nord-ovest a sud-est, incastrato fra quattro assi che ne definiscono il carattere. A est parte via dei Giubbonari, la strada dei venditori di giubboni che porta verso via Arenula e il Tevere. A ovest si apre via del Pellegrino, l’antica direttrice dei pellegrini verso San Pietro. A nord via dei Baullari taglia verso corso Vittorio Emanuele II e verso il palazzo della Cancelleria. A sud vicolo del Gallo e via dei Cappellari scendono verso piazza Farnese e verso il rione Regola. Chi arriva da corso Vittorio Emanuele II imbocca via dei Baullari e si trova la piazza davanti in trenta secondi; chi arriva dal Tevere risale via dei Giubbonari e la vede aprirsi all’improvviso, che è il modo migliore di incontrarla la prima volta.
Quanto costa visitare Campo de’ Fiori
Niente. Non c’è biglietto, non c’è ridotto, non c’è prenotazione, non esiste una prima domenica del mese gratuita perché tutti i giorni lo sono. Le uniche spese sono quelle che decidete voi: un chilo di frutta al mercato, una pizza bianca, un caffè al banco. Diffidate di chiunque vi proponga un ingresso a pagamento a Campo de’ Fiori: non esiste. Esistono invece visite guidate a pagamento del rione, che sono un’altra cosa e che hanno senso solo se la guida è autorizzata e conosce davvero la stratigrafia della zona.
Il momento migliore della giornata
Campo de’ Fiori cambia pelle tre volte nelle ventiquattro ore, e chi la visita una volta sola ne conosce un terzo. Dalle prime luci fino a metà mattina è mercato, rumore di cassette, banchi di verdura, furgoni in retromarcia. Dal primo pomeriggio fino al tramonto è una piazza vuota e spazzata, con il bronzo di Giordano Bruno che finalmente si vede per intero e le facciate che prendono la luce radente. Dopo cena diventa uno dei luoghi più affollati e più rumorosi della città. La mia opinione, dopo vent’anni di gruppi accompagnati qui dentro: l’ora giusta è quella delle due e mezza del pomeriggio, quando il mercato è smontato e la folla della sera non è ancora arrivata. È l’unico momento in cui la piazza si legge come architettura invece che come fondale.
Come arrivare a Campo de’ Fiori
A piedi, che è il modo giusto
Da piazza Navona si arriva in sette minuti passando per corso Vittorio Emanuele II e via dei Baullari. Dal Pantheon servono dodici minuti abbondanti, sempre attraversando corso Vittorio. Da largo di Torre Argentina bastano cinque minuti per via dei Giubbonari o per corso Vittorio. Da Trastevere si passa per ponte Sisto e via dei Pettinari, un quarto d’ora scarso. Da piazza Venezia sono venti minuti. Da San Pietro, seguendo il percorso dei pellegrini per ponte Sant’Angelo, via dei Banchi Vecchi e via del Pellegrino, si cammina poco più di mezz’ora e si rifà esattamente la strada che nel Quattrocento si chiamava via Florea. È il modo migliore di capire perché questa piazza è diventata importante: non per bellezza, ma per posizione.
Con i mezzi pubblici
Non c’è metropolitana nelle vicinanze e non c’è nessun progetto attivo che ne porti una qui: la linea C, quando arriverà nell’area archeologica centrale, resterà comunque distante. I riferimenti sono due. Il primo è corso Vittorio Emanuele II, con le fermate all’altezza della Chiesa Nuova e di piazza San Pantaleo, servito da diverse linee di autobus che collegano il Vaticano e Trastevere con largo di Torre Argentina e piazza Venezia. Il secondo è largo di Torre Argentina, il nodo più importante del centro storico, dove convergono autobus e tram. Le linee cambiano con le deviazioni e con i cantieri, quindi il numero preciso va verificato sul sito di Atac o sull’app ufficiale il giorno stesso: qui non vale la pena imparare a memoria un numero che fra sei mesi potrebbe non passare più.
In automobile, in taxi, in bicicletta
In automobile non si arriva. Campo de’ Fiori è dentro la Zona a Traffico Limitato del centro storico, i varchi sono elettronici e la multa arriva a casa. Non esiste parcheggio in piazza e i pochi stalli laterali sono riservati ai residenti e agli operatori del mercato. Il taxi può avvicinarsi fino a corso Vittorio Emanuele II o a piazza Farnese, ma l’ultimo tratto si fa comunque a piedi. La bicicletta funziona bene, con l’avvertenza che il selciato in sampietrini è sconnesso e che la mattina, con il mercato montato, la piazza è di fatto pedonale. I monopattini in sharing sono regolamentati e le aree di sosta consentite cambiano spesso: conviene guardare l’app prima di lasciarlo dove capita.
Perché si chiama Campo de’ Fiori
Il prato fiorito che c’era prima della piazza
La spiegazione più solida è anche la più letterale. Fino al Quattrocento Campo de’ Fiori non esisteva come piazza: al suo posto c’era un prato fiorito con alcuni orti coltivati, un vuoto verde fra le rovine antiche e le case medievali. Da lì il nome, che in latino medievale compare come Campus Florae, campo dei fiori. Non c’è nessun mistero e nessuna leggenda: c’era erba, c’erano fiori, c’erano orti, e i romani chiamavano le cose con il loro nome. Il fatto che oggi la piazza ospiti un mercato di frutta e verdura, e per decenni anche banchi di fiori recisi, è una coincidenza che piace a tutti ma che non ha alcun rapporto di causa con il toponimo.
La leggenda di Flora, amante di Pompeo
Esiste una seconda spiegazione, molto più romanzesca e molto meno attendibile: il nome deriverebbe da Flora, la donna amata da Pompeo Magno, che proprio qui accanto aveva costruito il suo teatro. La tradizione è antica e continua a circolare nelle guide, ma gli studiosi la considerano inattendibile. Va raccontata per quello che è, cioè una bella storia nata a posteriori per nobilitare un toponimo agricolo: il legame con Pompeo, in questa piazza, è reale e imponente, ma corre sotto il selciato e non passa per il nome.
Quell’apostrofo dopo il de
Campo de’ Fiori si scrive con l’apostrofo dopo il de, e non è un vezzo tipografico. Quel segno è un troncamento dell’antico articolo plurale dei, la stessa forma che si trova in Lorenzo de’ Medici o in Lungotevere de’ Cenci. Scrivere Campo dei Fiori non è un errore di ortografia grave, ma tradisce la forma storica del nome. Chi lavora con i turisti se ne accorge subito: la grafia corretta è quella con il de troncato, ed è anche quella che compare sulle targhe stradali marmoree del rione.
La piazza senza chiesa: l’anomalia di Campo de’ Fiori
È il dato che in genere colpisce di più chi lo sente per la prima volta. In una città dove ogni slargo ha la sua facciata sacra, Campo de’ Fiori è l’unica piazza storica di Roma sulla quale non si affaccia nessuna chiesa. Guardate i quattro lati: palazzi, case, botteghe, alberghi, ristoranti, nemmeno una campana. Le chiese ci sono, e sono grandissime, ma cominciano subito dopo l’angolo: San Lorenzo in Damaso inglobata nel palazzo della Cancelleria a nord, Santa Brigida su piazza Farnese a sud, Sant’Andrea della Valle poco oltre corso Vittorio, la Trinità dei Pellegrini verso il Tevere. Non è un caso e non è una scelta anticlericale: la piazza nasce tardi, si forma in uno spazio agricolo residuale già circondato da parrocchie consolidate, e quando prende forma urbana non c’è più posto né motivo per una chiesa nuova. Il risultato, però, ha un peso simbolico enorme, perché è esattamente in questa piazza laica per accidente che l’Inquisizione decise di bruciare Giordano Bruno.
Il Teatro di Pompeo sotto Campo de’ Fiori
Il primo teatro in pietra di Roma
Sotto Campo de’ Fiori e sotto gli isolati immediatamente a est della piazza si conserva il basamento del Teatro di Pompeo, costruito fra il 61 e il 55 avanti Cristo per volontà di Gneo Pompeo Magno. Fu il primo teatro stabile in pietra della città, in un’epoca in cui la legge romana imponeva teatri smontabili in legno per ragioni religiose e morali. Le dimensioni erano fuori scala anche per Roma: un diametro esterno di circa centocinquanta metri e una capienza stimata intorno ai diciassettemila posti, distribuiti su una cavea sorretta da ordini sovrapposti di arcate. Per un paio di secoli è stato l’edificio per spettacoli più grande del mondo romano, prima del Colosseo.
Il trucco del tempio di Venere Vittrice
Pompeo aggirò il divieto con una trovata che è insieme giuridica e architettonica: costruì in cima alla cavea un tempio dedicato a Venere Vittrice, così che l’intera gradinata potesse essere presentata come la scalinata monumentale di accesso al tempio. Non era un teatro con annesso santuario, formalmente: era un santuario con una scalinata molto comoda su cui la gente si sedeva. Il Senato non poteva obiettare senza attaccare il culto di Venere, e il teatro rimase in piedi. È uno dei più eleganti esempi di come a Roma la religione sia stata usata come strumento di pianificazione urbana.
La curva che si vede ancora, in via di Grotta Pinta
Il teatro è sparito, ma la sua forma è sopravvissuta nel catasto. Uscite da Campo de’ Fiori verso piazza del Biscione e infilate via di Grotta Pinta: la strada disegna un arco netto, e le case che la fiancheggiano sono costruite sopra i muri radiali della cavea. Quell’arco è il profilo dell’emiciclo di Pompeo, fossilizzato in un isolato medievale. Via del Biscione e via dei Giubbonari conservano allineamenti che dipendono dalla stessa struttura. È l’esempio più chiaro che conosco, in tutta Roma, di come un monumento possa scomparire e lasciare comunque la propria impronta nella pianta della città per venti secoli.
La Curia di Pompeo e le idi di marzo
Al complesso apparteneva anche la Curia Pompeia, una grande aula per le riunioni del Senato affacciata sul portico retrostante, nell’area che oggi corrisponde al settore fra largo di Torre Argentina e il Teatro Argentina. È lì che alle idi di marzo del 44 avanti Cristo Gaio Giulio Cesare fu assassinato, ai piedi della statua di Pompeo, perché quel giorno il Senato si riuniva nella Curia del suo vecchio rivale e non nel Foro. Chi cammina in Campo de’ Fiori e poi arriva all’area sacra di largo Argentina sta percorrendo, senza saperlo, i due estremi dello stesso cantiere pompeiano. Nella stessa area si trova anche il santuario dei gatti di largo Argentina, che occupa un angolo degli scavi ed è una delle poche colonie feline visitabili del centro.
Cosa resta visibile del teatro
Le strutture antiche sopravvivono nelle cantine e nei sotterranei dei palazzi che si sono costruiti sopra: alcune sono inglobate negli scantinati di alberghi e ristoranti della zona del Biscione e di via di Grotta Pinta, e ogni tanto sono accessibili su richiesta o durante aperture straordinarie. Non esiste un percorso archeologico pubblico e permanente del Teatro di Pompeo, quindi qualunque promessa di visita va verificata direttamente con chi la organizza. Una traccia però è pubblica e gratuita, e quasi nessuno la nota: le colonne di granito rosso egiziano del cortile del palazzo della Cancelleria provengono, secondo la tradizione documentata dagli studi sul palazzo, proprio dalle rovine del teatro. Materiale antico riciclato a centocinquanta metri di distanza dal punto in cui è stato cavato.
Campo de’ Fiori nel Medioevo: gli Orsini de Campoflore
Prima della piazza c’era il fortilizio. Già dalla seconda metà del Duecento la famiglia Orsini, subentrando in parte ai propri antenati Boboni, acquistò in questo settore un patrimonio imponente: case con torri, mura merlate, beni fondiari che occupavano tutto il lato sud-est dell’attuale Campo de’ Fiori e che poggiavano in buona parte sulle strutture in rovina del Teatro di Pompeo. Una porzione di quel suolo apparteneva alla chiesa di Sant’Angelo in Pescheria, la stessa che ancora oggi si incastra nelle rovine del Portico d’Ottavia sul limitare del Ghetto.
La posizione era strategica: il complesso presidiava il tratto di via Florea compreso fra l’attuale piazza del Biscione e via dei Giubbonari, e si appoggiava alle strutture fortificate della vicina Torre dell’Arpacata. Da quel radicamento nacque il nome del ramo familiare, gli Orsini de Campoflore, o semplicemente Orsini de Campo, che comprendeva le linee di Vicovaro e di Tagliacozzo. Il dettaglio che sorprende è la durata: ancora al principio del Settecento la famiglia Orsini vantava diritti di baronia sulla piazza, cioè su uno spazio che nel frattempo era diventato pubblico, mercantile e papale. Il corpo principale della residenza, con accesso da piazza del Biscione, fu ceduto nel Quattrocento ai Condulmer, tornò agli Orsini nel Cinquecento, passò poi ai Pio di Savoia che ristrutturarono integralmente l’edificio, e infine ai Righetti e ad altri proprietari. Il palazzo che oggi si affaccia su piazza del Biscione con il nome di palazzo Pio Righetti è l’ultimo strato di questa sequenza.
Il Quattrocento: come Campo de’ Fiori diventò una piazza
La lastricatura voluta da Callisto III nel 1456
La data di nascita della piazza moderna è il 1456. Campo de’ Fiori si trovava al confine con il rione Regola, vicino all’area dei Banchi, lungo il tragitto che conduceva al Vaticano, e la crescita di importanza del luogo rese insostenibile lasciarlo allo stato di prato. Papa Callisto III fece lastricare la zona, dentro un progetto più ampio di risistemazione dell’intero rione Parione. Fu quel selciato a trasformare un campo in una piazza: da quel momento ci si poteva montare un mercato, ci si potevano far passare cortei, ci si poteva costruire intorno con criterio.
Via Florea e via Mercatoria
La piazza diede il nome all’asse viario noto nel Quattrocento come via Florea, che collegava Sant’Angelo in Pescheria con ponte Sant’Angelo passando per le attuali via del Portico d’Ottavia, via dei Giubbonari (allora via Pelamantelli), via del Pellegrino e via dei Banchi Vecchi. Era l’arteria che portava i pellegrini e i mercanti da un capo all’altro dell’ansa del Tevere. Lo stesso tragitto, da via dei Giubbonari a via del Pellegrino, assunse dal Quattrocento anche il nome di via Mercatoria, e il doppio nome racconta tutto: la stessa strada era percorsa dalla devozione e dal commercio, nello stesso momento e con gli stessi piedi.
Paolo III, via dei Baullari e i grandi palazzi
Il riassetto continuò per buona parte del Cinquecento. Per volontà di Paolo III fu aperta e rettificata la trasversale di via dei Baullari, che dalla via Papalis, all’altezza delle case della famiglia Massimo, raggiungeva la piazza del Duca, cioè piazza Farnese. Quel taglio urbano cucì Campo de’ Fiori al percorso ufficiale dei cortei papali e ne moltiplicò il valore. Nel giro di pochi decenni sorsero intorno alla piazza i due edifici che ancora oggi ne definiscono il contesto: il nuovo palazzo della Cancelleria a nord e il palazzo Farnese a sud. Campo de’ Fiori divenne un passaggio quotidiano per ambasciatori, cardinali, banchieri, procuratori. Una piazza di servizio che si ritrovò improvvisamente al centro della scena.
Il mercato dei cavalli, le locande e le botteghe
Due volte la settimana, lunedì e sabato
Il benessere portato dal nuovo assetto si tradusse in commercio specializzato. Campo de’ Fiori divenne sede di un fiorente mercato dei cavalli che si teneva due volte la settimana, il lunedì e il sabato, e intorno alla piazza sorsero alberghi, locande e botteghe artigiane. Chi doveva viaggiare comprava qui la cavalcatura, qui trovava il maniscalco, qui dormiva la notte prima di partire. È l’origine funzionale della vocazione commerciale della piazza, e spiega perché il mercato ortofrutticolo dell’Ottocento si sia insediato proprio qui e non altrove: c’era già l’abitudine, c’era già lo spazio lastricato, c’erano già le regole.
Vannozza Cattanei e la Locanda del Gallo
All’angolo con via dei Cappellari è ancora riconoscibile l’edificio della Locanda del Gallo, detta anche della Vacca, che fu proprietà di Vannozza Cattanei. Vale la pena sapere chi era. Vannozza Cattanei, nata nel 1442 e morta il 26 novembre 1518, fu la compagna storica del cardinale Rodrigo Borgia, il futuro papa Alessandro VI, e la madre dei suoi quattro figli riconosciuti: Cesare, nato nel 1475, Giovanni duca di Gandia, Lucrezia, nata nel 1480, e Goffredo. Non era una figura passiva. Gestiva locande frequentate da clientela di rango, prestava denaro a interesse e accumulò un patrimonio considerevole, muovendosi con notevole autonomia in una Roma che alle donne concedeva poco. Morì a settantasei anni e ricevette funerali solenni, con sepoltura in Santa Maria del Popolo; la sua lapide, ritrovata nel 1948, è conservata nella basilica di San Marco. Chi passa in vicolo del Gallo cammina a pochi metri dalla sua attività, e non c’è nessun cartello a dirlo.
I nomi delle strade sono un elenco di mestieri
Intorno a Campo de’ Fiori la toponomastica funziona come un registro delle corporazioni. Via dei Giubbonari erano i venditori di giubboni. Via dei Cappellari erano i cappellai. Via dei Balestrari erano i fabbricanti di balestre. Via dei Chiavari erano i fabbri delle chiavi. Via dei Baullari erano i costruttori di bauli da viaggio, mestiere che qui aveva senso proprio per la presenza del mercato dei cavalli e delle locande. Camminare per cinque minuti in queste strade significa leggere l’indice merceologico di una città rinascimentale. Molte di quelle botteghe artigiane sono state sostituite da negozi di abbigliamento e da locali, ma in via dei Cappellari qualche laboratorio di restauro e falegnameria resiste ancora, e vale la deviazione.
Il patibolo: Campo de’ Fiori come luogo di esecuzione
Accanto alle cassette di frutta, questa piazza è stata per secoli un luogo di morte pubblica. A Campo de’ Fiori avevano luogo le esecuzioni capitali e le punizioni con i tratti di corda, quella tortura che consisteva nel sollevare il condannato per i polsi legati dietro la schiena e lasciarlo cadere di colpo, lussandogli le spalle. Non era un’eccezione romana: le città di antico regime eseguivano le sentenze in piazza perché la pena doveva essere vista, e la piazza più frequentata garantiva il pubblico più numeroso. Campo de’ Fiori aveva tutte le caratteristiche giuste: grande, centrale, lastricata, senza chiesa da profanare, attraversata ogni giorno da migliaia di persone.
Questa doppia natura, mercato di giorno e patibolo all’occorrenza, spiega la fisionomia mentale della piazza molto meglio di qualunque descrizione architettonica. I romani ci venivano a comprare i cavalli e ci venivano a guardare morire la gente, e i due gesti non erano separati da nessuna soglia. È un pensiero scomodo, ed è esattamente il pensiero che il monumento a Giordano Bruno ha voluto fissare al centro del selciato nel 1889.
Giordano Bruno: il processo e il rogo del 17 febbraio 1600
Da Nola all’Europa
Filippo Bruno nacque a Nola nel 1548 e prese il nome di Giordano entrando nell’ordine domenicano. Lasciò l’abito, girò mezza Europa, insegnò e pubblicò in Francia, in Inghilterra, in Germania. Le sue opere principali furono stampate nel 1584 a Londra: De l’infinito, universo e mondi e lo Spaccio de la bestia trionfante. Bruno non si limitava a difendere il sistema copernicano: sosteneva l’infinità dell’universo e la pluralità dei mondi abitati, una posizione che demoliva la struttura gerarchica del cosmo su cui poggiava buona parte della teologia del tempo. Non era un astronomo che misurava, era un filosofo che ragionava sulle conseguenze, ed è per quelle conseguenze che fu processato.
L’arresto, gli otto anni di carcere, la sentenza
Bruno fu arrestato a Venezia il 23 maggio 1592 dopo la denuncia di Giovanni Francesco Mocenigo, il patrizio veneziano che lo aveva ospitato e che lo accusò di bestemmia, di negare la Trinità e la transustanziazione e di praticare arti magiche. Nel 1593 fu consegnato all’Inquisizione romana. Seguirono otto anni di prigionia e di interrogatori. La sentenza di condanna per eresia arrivò l’8 febbraio 1600. La tradizione riporta che Bruno, ascoltata la sentenza, si rivolse ai giudici con una frase rimasta celebre: forse pronunciate questa sentenza contro di me con maggior timore di quanto io non l’accolga, in latino Maiori forsan cum timore sententiam in me fertis quam ego accipiam.
La mattina del 17 febbraio
Giovedì 17 febbraio 1600 Giordano Bruno fu condotto a Campo de’ Fiori e arso vivo. Le fonti riferiscono che gli fu impedito di parlare con un morso alla lingua, la cosiddetta mordacchia, precauzione ordinaria per i condannati di cui si temevano le ultime parole. Le ceneri furono disperse nel Tevere. Per quasi tre secoli il luogo esatto restò senza segno: una piazza di mercato dove ogni mattina si vendeva verdura sul punto in cui era stato acceso il rogo. La scelta di Campo de’ Fiori non fu casuale, perché garantiva massima visibilità e massimo passaggio: l’esecuzione doveva essere un messaggio, e il messaggio andava consegnato al maggior numero possibile di romani.
Il monumento a Giordano Bruno di Ettore Ferrari
Il comitato del 1876
Nel 1876 un gruppo di studenti universitari, repubblicani convinti, costituì un comitato con lo scopo di erigere un monumento bronzeo al filosofo nolano sul luogo stesso del rogo. La proposta divenne rapidamente una causa internazionale: aderirono intellettuali di mezzo mondo, fra cui Walt Whitman, Ernest Renan, Victor Hugo, Silvio Spaventa e Henrik Ibsen. Dall’altra parte c’era l’ostilità durissima del mondo ecclesiastico, che leggeva correttamente l’operazione per quello che era, cioè un atto politico nella Roma appena diventata capitale del Regno d’Italia.
L’inaugurazione del 9 giugno 1889
Il monumento, opera dello scultore Ettore Ferrari, fu inaugurato il 9 giugno 1889. Ferrari era massone, e la statua nacque dichiaratamente come manifesto del libero pensiero. La reazione fu proporzionata: papa Leone XIII trascorse la giornata in digiuno e in preghiera, e per anni la Santa Sede tentò di ottenere la rimozione della statua, tentativo che si spense solo quando il regime fascista rifiutò di procedere. Oggi il bronzo è uno dei punti di ritrovo più identificabili di Roma, e ogni 17 febbraio raccoglie commemorazioni laiche e depositi di fiori.
Gli otto medaglioni: chi sono le facce sul basamento
Il basamento è un parallelepipedo di granito rosa di Baveno, e porta otto medaglioni e quattro lastre fuse in bronzo dalla fonderia Crescenzi di Roma. I medaglioni ritraggono otto figure accomunate dallo scontro con l’autorità ecclesiastica: Paolo Sarpi e Tommaso Campanella, Pietro Ramo e Giulio Cesare Vanini, Aonio Paleario e Michele Serveto, John Wyclif e Jan Hus. La presenza di Serveto, messo a morte dai calvinisti e non dai cattolici, è la chiave di lettura dell’intero programma: il monumento non voleva essere un atto anticattolico, ma un atto contro ogni oppressione del pensiero, da qualunque parte venisse. Provate a fare il giro completo del basamento leggendo i nomi: sono novanta secondi che valgono più di molte visite guidate.
Le lastre e l’epigrafe di Giovanni Bovio
Tre delle quattro lastre portano scene a rilievo: Bruno che insegna a Oxford, Bruno davanti al Sant’Uffizio che lo condanna, Bruno al rogo. La lastra frontale reca l’iscrizione dettata da Giovanni Bovio: a Bruno, il secolo da lui divinato, qui dove il rogo arse. Sono undici parole e riassumono una intera stagione culturale. La statua guarda verso il Vaticano, con il cappuccio calato sul volto e le mani incrociate su un grosso libro chiuso, immagine del sapere messo a tacere. L’orientamento è intenzionale e non ammette letture neutre.

Il mercato di Campo de’ Fiori
Dal 1869 a oggi
Il mercato ortofrutticolo di Campo de’ Fiori funziona dal 1869, quando l’amministrazione trasferì qui il commercio alimentare che fino ad allora occupava piazza Navona. Da allora, tutte le mattine dal lunedì al sabato, i banchi occupano il selciato intorno alla statua. È uno dei mercati rionali più antichi ancora attivi nel centro storico e, insieme a quello dell’Esquilino e a quello di Testaccio, uno dei pochi sopravvissuti alla trasformazione del centro in area turistica. Se volete un confronto onesto fra mercato storico e mercato di quartiere vero, il nuovo mercato Testaccio è la controprova: là si va a fare la spesa, qui si va anche a guardare.
Cosa si compra davvero
I banchi di frutta e verdura restano il cuore del mercato, e alcuni sono gestiti dalle stesse famiglie da tre generazioni. Accanto a questi si sono moltiplicati i banchi di spezie, paste secche colorate, peperoncini, condimenti confezionati e souvenir alimentari, che vendono soprattutto a chi passa una volta sola. La distinzione si fa a occhio e in mezzo minuto: dove la merce è esposta in cassette di legno, con cartellini scritti a mano e prodotti di stagione, si compra bene; dove il banco è un espositore di barattoli identici con etichette in inglese, si sta comprando un ricordo, non del cibo. Nessuno dei due è uno scandalo, ma è bene sapere cosa si porta a casa.
Come ci si comporta a un banco romano
Regola numero uno: la frutta non si tocca. Al banco tradizionale sceglie il venditore, voi indicate. Regola numero due: si chiede il prezzo prima, e si chiede a quanto va al chilo, non quanto costa quello lì. Regola numero tre: se comprate mezzo chilo di pomodori e chiedete se sono buoni per l’insalata o per il sugo, vi verrà data una risposta seria, perché è esattamente la domanda che i romani fanno da sempre. Regola numero quattro, la più importante per chi viaggia: verificate il prezzo esposto e contate il resto. In una piazza attraversata ogni giorno da migliaia di persone di passaggio, la sorveglianza personale è l’unica difesa che funziona sempre.
Il film del 1943 con Anna Magnani e Aldo Fabrizi
L’atmosfera popolare del mercato è fissata per sempre in Campo de’ fiori, il film del 1943 diretto da Mario Bonnard con Anna Magnani nel ruolo della pescivendola Elide e Aldo Fabrizi in quello del fruttivendolo Peppino. Fu girato mentre la guerra era in corso e restituisce una piazza che oggi non esiste più: quella dei venditori che si urlano addosso, delle rivalità fra banchi, del quartiere che si conosce per nome. Chi ha visto il film e poi entra in piazza alle otto del mattino riconosce ancora la geografia, meno le persone. Vale come preparazione, e dura un’ora e mezza.

La Fontana della Terrina e l’acqua di Campo de’ Fiori
Giacomo della Porta, 1590
La fontana che oggi occupa il lato settentrionale della piazza è la copia di un originale con una storia lunga. La Fontana della Terrina fu progettata e realizzata da Giacomo della Porta nel 1590, su incarico di papa Gregorio XIII, ed è l’ultima delle numerose fontane pubbliche che l’architetto costruì per la rete idrica di Roma. La vasca interna era in marmo bianco, con un profilo bombato che già di per sé suggeriva la forma di una scodella.
Il coperchio del 1622 e l’iscrizione
Nel 1622 alla vasca fu aggiunto un coperchio in travertino a forma di cupola con un pomello centrale, e da quel momento la fontana prese l’aspetto di una gigantesca terrina da cucina, che le valse il soprannome popolare. Alla base del pomello fu incisa l’iscrizione che è il vero motivo per cui vale la pena andarla a vedere: AMA DIO E NON FALLIRE. FA DEL BENE E LASSA DIRE. MDCXXII. È una massima di buon senso in volgare romanesco, scolpita su una fontana papale, e dice molto sul rapporto fra Roma e la retorica ufficiale.
I traslochi: dove si trova oggi l’originale
La fontana originale rimase in Campo de’ Fiori fino al 1899, poi fu smontata e depositata nei magazzini comunali, dove rimase venticinque anni. Dal 1924 si trova in piazza della Chiesa Nuova, lungo corso Vittorio Emanuele II, ed è quella che i romani chiamano oggi la zuppiera di corso Vittorio. Nello stesso 1924 in Campo de’ Fiori fu collocata una copia, priva del coperchio, al centro del lato settentrionale della piazza, nell’area guadagnata dopo il 1858 con la demolizione delle case fra via dei Baullari e vicolo del Gallo. Chi vuole vedere entrambe le versioni impiega sei minuti a piedi, e il confronto fra la copia scoperchiata e l’originale con la sua cupola è uno degli esercizi più istruttivi che si possano fare sul riuso degli arredi urbani a Roma.

Piazza Farnese, a due passi da Campo de’ Fiori
Due piazze opposte a cento metri di distanza
Basta attraversare vicolo del Gallo o via dei Baullari e in un minuto si passa dal caos di Campo de’ Fiori al silenzio di piazza Farnese. Il contrasto è violento e va usato: una piazza commerciale, rumorosa, senza chiese e senza simmetria, e subito dopo una piazza aristocratica, geometrica, presidiata da una facciata sola. Nessun altro punto del centro storico permette di cogliere in trenta passi la differenza fra la Roma dei mestieri e la Roma del potere.
Palazzo Farnese
Il palazzo fu commissionato dal cardinale Alessandro Farnese, il futuro papa Paolo III, e avviato da Antonio da Sangallo il Giovane intorno al 1514. Il cantiere si interruppe con il Sacco di Roma del 1527 e riprese dopo. Michelangelo intervenne sul cornicione e sul balcone centrale, dando alla facciata la sua proporzione definitiva; Giacomo della Porta completò il fronte verso il Tevere entro il 1589. All’interno lavorarono Daniele da Volterra nella camera del cardinale nel 1547, Francesco Salviati e Taddeo Zuccari nella Sala dei Fasti Farnesiani fra il 1552 e il 1563, e soprattutto Annibale Carracci, autore fra il 1597 e il 1607 degli affreschi del Camerino e della celebre Galleria con soggetti mitologici, uno dei vertici assoluti della pittura italiana. Il palazzo ospitava anche l’Ercole Farnese, oggi al Museo Archeologico Nazionale di Napoli. Puccini vi ambientò il secondo atto della Tosca.
Come si visita Palazzo Farnese
Il palazzo è di proprietà italiana dal 1936 e concesso in affitto alla Francia con un contratto di lunga durata: ospita l’Ambasciata di Francia in Italia e la biblioteca dell’École française de Rome. Non è un museo e non si entra liberamente. Le visite guidate esistono, sono contingentate, richiedono prenotazione anticipata e documento di identità, e le modalità cambiano nel tempo: le condizioni aggiornate, il calendario e il canale di prenotazione ufficiale sono pubblicati dall’Ambasciata di Francia sul proprio sito. Non fidatevi di intermediari che promettono ingressi immediati.
Le vasche di granito di piazza Farnese
Al centro della piazza ci sono due enormi vasche di granito egiziano, ripescate dall’antichità e arrivate qui in tempi diversi, una sotto il pontificato di Paolo II e una sotto Paolo III. L’attribuzione tradizionale le fa provenire dalle Terme di Caracalla, ma la questione fra gli studiosi è tuttora discussa, quindi la prudenza è d’obbligo. Quel che è certo è che furono trasformate in fontane monumentali da Girolamo Rainaldi intorno al 1626, dopo che papa Gregorio XV concesse ai Farnese il diritto d’acqua. Sui bordi campeggia il giglio farnesiano, e la scala delle due vasche rispetto ai passanti è una delle cose che meglio fa capire le dimensioni reali degli impianti termali imperiali.
Il Palazzo della Cancelleria, il vicino silenzioso
Il fronte nord della zona è occupato dalla mole del palazzo della Cancelleria, costruito probabilmente fra il 1486 e il 1496 per il cardinale Raffaele Riario. Secondo il racconto di Pietro Aretino il cardinale avrebbe finanziato l’impresa con una vincita al gioco: aneddoto gustoso e non verificabile, da trattare come tale. Nella facciata lunghissima è inglobata la basilica di San Lorenzo in Damaso, chiesa palatina e titolo del cardinale vicecancelliere, di origine tardoantica e costruita sopra un mitreo romano. Il cortile, generalmente attribuito a Bramante, è uno dei più eleganti del Rinascimento romano, con portici a due ordini e colonne di granito rosso egiziano recuperate dalle rovine del Teatro di Pompeo. Nel Salone dei Cento Giorni Giorgio Vasari dipinse un vasto affresco in cento giorni di lavoro, cosa di cui si vantò con Michelangelo, ricevendo in risposta un commento di due parole che è entrato nella storia dell’arte come esempio di stroncatura perfetta.
Dopo i Patti Lateranensi del 1929 l’edificio gode dello status di extraterritorialità: è proprietà della Santa Sede, ospita tre tribunali pontifici e non si visita liberamente. Gli spazi al piano terreno vengono però usati con regolarità per grandi mostre temporanee, come la mostra su Leonardo da Vinci allestita proprio qui: è il modo più semplice per entrare legalmente nel cortile del Bramante pagando un biglietto di mostra.
La Galleria Spada e l’inganno del Borromini
A cinque minuti da Campo de’ Fiori, in piazza Capo di Ferro, si apre uno dei musei più piccoli e più intelligenti di Roma. La Galleria Spada conserva la quadreria del cardinale Bernardino Spada, con dipinti del Cinquecento e del Seicento, fra cui opere di Tiziano, Guercino e Artemisia Gentileschi, allestiti ancora secondo il gusto del collezionismo barocco, cioè con le pareti coperte di quadri dal pavimento al soffitto. Lo Stato italiano acquistò il palazzo nel 1926 e la galleria aprì nel 1927; l’edificio ospita anche il Consiglio di Stato.
Il motivo vero per cui ci si va, però, è il colonnato prospettico realizzato da Francesco Borromini fra il 1652 e il 1653. La galleria misura in realtà 8,82 metri, ma l’architetto fece convergere pareti, pavimento e soffitto verso un unico punto di fuga, alzando progressivamente il pavimento a mosaico e abbassando la volta: l’occhio legge una prospettiva di circa trentacinque metri. Quando il custode fa entrare qualcuno nel giardino e la figura umana si affaccia in fondo al colonnato, l’illusione crolla di colpo e la statua che sembrava a grandezza naturale si rivela alta poco più di mezzo metro. È il trucco ottico più famoso di Roma e occupa meno spazio di un corridoio di casa. Orari e biglietti vanno verificati sul sito ufficiale del museo prima di presentarsi.

Il Passetto del Biscione e la Madonna che nessuno trova
Uscendo da Campo de’ Fiori verso est si entra in piazza del Biscione, e da lì si imbocca un passaggio coperto che collega la piazza a via di Grotta Pinta: è il Passetto del Biscione. Il corridoio corre sulle strutture del Teatro di Pompeo e conserva, sulla volta e sulle pareti, decorazioni e l’immagine mariana attorno alla quale si è formato il culto della Madonna della Divina Provvidenza. Per molti anni il passaggio è rimasto chiuso e degradato, prima di un restauro che ne ha recuperato le pitture e lo ha restituito al transito pedonale.
Qui nasce un detto romano che molti citano senza sapere da dove venga: quello di chi va a cercare Maria per Roma, cioè chi cerca a lungo una cosa che gli passa accanto tutti i giorni. Il riferimento è proprio a questa immagine della Madonna, a pochi metri da Campo de’ Fiori, davanti alla quale migliaia di persone transitano ogni settimana senza alzare gli occhi. Se ci passate, alzateli: sono due secondi, ed è la differenza fra attraversare un vicolo e capire perché quel vicolo esiste.
Le strade intorno a Campo de’ Fiori
Via dei Giubbonari
È la strada che parte dall’angolo sud-est della piazza e scende verso via Arenula. Stretta, lunga, pedonale per buona parte, oggi è una sequenza di negozi di abbigliamento a prezzo medio, e conserva l’andamento irregolare del tracciato quattrocentesco. A metà percorso si aprono vicoli che portano verso il Tevere e verso la Trinità dei Pellegrini. È il modo più diretto per collegare Campo de’ Fiori al Ghetto e alla Sinagoga di Roma.
Via dei Cappellari
La strada più interessante del gruppo, e la meno frequentata. Buia, strettissima, con i panni stesi e le botteghe di restauratori e falegnami che si sono salvate dalla trasformazione commerciale. Sbuca su via del Pellegrino. Se avete venti minuti e volete capire com’era il rione prima del turismo di massa, è qui che bisogna camminare, non in piazza.
Via del Pellegrino e via di Monserrato
Via del Pellegrino continua l’asse dell’antica via Florea verso i Banchi e verso ponte Sant’Angelo: era il percorso dei pellegrini in arrivo da nord diretti a San Pietro. Poco più a sud, parallela, corre via di Monserrato, una delle strade più eleganti e meno affollate del centro, fiancheggiata da palazzi cinquecenteschi e da chiese nazionali. Il tratto fra Campo de’ Fiori e via Giulia, percorso lentamente, è una delle passeggiate migliori che si possano fare a Roma in un pomeriggio.
Piazza del Biscione e via di Grotta Pinta
Il piccolo slargo a est della piazza conserva il fronte di palazzo Pio Righetti, erede della fortificazione orsiniana, e immette in via di Grotta Pinta, la strada curva costruita sulla cavea del Teatro di Pompeo. La forma semicircolare dell’isolato si coglie meglio la sera, quando c’è meno gente. È uno dei punti in cui l’archeologia di Roma non si vede ma si cammina.
Cosa c’è nel raggio di dieci minuti a piedi da Campo de’ Fiori
Questa è forse la vera ragione per cui vale la pena passare da qui: Campo de’ Fiori è il centro geometrico di un’area che concentra più monumenti per metro quadrato di quasi ogni altro punto della città. In sette minuti si arriva a piazza Navona, costruita sulla pianta dello stadio di Domiziano, e sotto la piazza si visitano i sotterranei dello stadio di Domiziano, che mostrano le strutture in travertino dell’arena imperiale. Sul lato di piazza Navona si apre il Museo di Roma a Palazzo Braschi, il museo giusto per capire come la città è cambiata fra Sei e Ottocento.
In dieci minuti si raggiungono il Pantheon, la basilica di Sant’Andrea della Valle con la sua cupola secentesca, il Chiostro del Bramante in via della Pace e l’Isola Tiberina attraversando ponte Sisto o passando per il Ghetto. In un quarto d’ora si è a Trastevere. In venticinque minuti di cammino, seguendo il percorso storico dei pellegrini, si arriva a San Pietro. Chi organizza una giornata a piedi nel centro storico farebbe bene a costruirla intorno a questa piazza, non intorno alla Fontana di Trevi, che è molto più a nord e molto più congestionata.
Mangiare e bere a Campo de’ Fiori
Il forno e la pizza bianca
L’istituzione alimentare della piazza è il forno storico sull’angolo occidentale, che sforna dalla mattina la pizza bianca romana, quella alta due dita, salata, unta d’olio, che si mangia in piedi camminando. È la cosa più romana che si possa comprare in questa piazza e costa pochi euro. La si prende a peso, si chiede un pezzo delle dimensioni che si vogliono e la si mangia subito, calda: fredda perde metà del suo senso. La variante con la mortadella è un classico, la variante con i fichi esiste solo in stagione e quando c’è vale l’attesa.
I ristoranti sulla piazza: come sceglierli
Parliamoci chiaro. I locali con i tavoli direttamente sul selciato di Campo de’ Fiori pagano affitti enormi e vivono di passaggio: la qualità media è modesta e i prezzi sono alti. Non è una condanna morale, è aritmetica commerciale. La regola pratica che uso con i miei gruppi è semplice: se c’è un addetto che invita i passanti a entrare, se il menu è esposto con le fotografie dei piatti e tradotto in sei lingue, si va altrove. Bastano centocinquanta metri: via dei Cappellari, via dei Balestrari, via di Monserrato e i vicoli verso piazza Farnese hanno trattorie dove si mangia meglio spendendo meno. Il coperto e il servizio devono essere indicati nel menu: se non ci sono, chiedeteli prima di sedervi.
Il caffè e l’aperitivo
Al mattino, mentre il mercato è montato, prendere un caffè al banco in uno dei bar della piazza guardando i banchi lavorare è un’esperienza che vale il prezzo, che al banco resta contenuto. Seduti al tavolino la stessa consumazione costa sensibilmente di più: è legittimo, è dichiarato nel listino, ma bisogna saperlo. Per l’aperitivo, l’orario fra le sette e le otto è quello in cui la piazza è ancora godibile; dopo le nove il volume sonoro diventa un’altra cosa.
La notte a Campo de’ Fiori
Come è diventata la piazza della movida
Negli ultimi decenni Campo de’ Fiori è diventata uno dei ritrovi notturni preferiti dai più giovani, italiani e stranieri, per la densità di pub e locali affacciati sulla piazza e sui vicoli adiacenti. Il fenomeno ha prodotto episodi ricorrenti di schiamazzi, atti vandalici e risse, e per questo la piazza è spesso presidiata dalle forze dell’ordine nelle ore notturne. La convivenza fra residenti e frequentatori notturni è uno dei conflitti urbani più lunghi e irrisolti del centro storico romano.
Le regole che possono cambiare da una stagione all’altra
Roma Capitale interviene periodicamente con ordinanze che disciplinano gli orari di vendita di bevande alcoliche, il divieto di consumo di alcolici in strada oltre certi orari, la somministrazione da asporto e l’uso dei tavolini esterni nelle aree della movida. Questi provvedimenti hanno validità limitata nel tempo, vengono rinnovati o modificati e possono differire fra periodo estivo e periodo invernale. Chi prevede di passare la serata qui farebbe bene a dare un’occhiata alle ordinanze vigenti pubblicate dall’amministrazione capitolina, perché le sanzioni riguardano anche i consumatori e non solo gli esercenti.
Il mio parere sulla notte in piazza
Sarò netto, perché serve. Campo de’ Fiori di notte non è il posto giusto per conoscere Roma, e chi ci viene per quello resta deluso: è una piazza affollata, rumorosa, con prezzi gonfiati e con una clientela quasi interamente di passaggio. Se cercate una serata romana vera, Trastevere nei vicoli laterali, Testaccio, il Pigneto o San Lorenzo offrono molto di più. Campo de’ Fiori di notte ha senso per una cosa sola, ed è una cosa bellissima: passarci molto tardi, quando i locali hanno chiuso e i netturbini hanno finito, e trovarla completamente vuota con Giordano Bruno illuminato dal basso. Alle tre del mattino questa piazza è uno dei luoghi più impressionanti di Roma.
Campo de’ Fiori con i bambini
Funziona meglio di quanto si pensi, a patto di venire la mattina. Il mercato è uno spettacolo naturale per i bambini: colori, voci, odori, banchi all’altezza giusta, frutta che si può comprare e mangiare subito. Molti venditori sono pazienti e regalano volentieri un assaggio a un bambino che chiede. La piazza è interamente pedonale nelle ore di mercato, quindi non c’è traffico, e lo spazio libero intorno alla fontana permette di fermarsi senza ansia.
Il punto di attenzione è il selciato in sampietrini, che con un passeggino a ruote piccole diventa un supplizio: se avete un passeggino, sceglietene uno con ruote grandi o mettete in conto di portare il bambino in braccio nei tratti peggiori. Il monumento a Giordano Bruno, con la sua figura incappucciata, può impressionare i più piccoli: raccontare la storia in modo adeguato all’età funziona meglio che sorvolare, perché la domanda arriva comunque. Servizi igienici pubblici in piazza non ce ne sono: si usa quello di un bar dove si consuma qualcosa, come si fa in tutto il centro storico.
Accessibilità di Campo de’ Fiori
La piazza è pianeggiante e priva di gradini, e questo è un vantaggio notevole rispetto a molti altri luoghi del centro. Il problema è la pavimentazione: sampietrini irregolari su tutta la superficie, con giunti larghi e avvallamenti, che rendono faticoso il transito in sedia a rotelle e problematico per chi ha difficoltà di deambulazione. Le fasce meno sconnesse sono in genere quelle lungo i bordi, davanti ai locali. Nelle ore di mercato gli spazi di passaggio fra i banchi si restringono parecchio e la manovra diventa difficile: per chi si muove in carrozzina il pomeriggio, a mercato smontato, è nettamente preferibile. Gli ingressi dei locali sulla piazza hanno spesso un gradino di soglia e servizi igienici non sempre adeguati, quindi conviene chiedere prima. I marciapiedi delle strade di accesso, in particolare via dei Baullari e via dei Giubbonari, sono stretti o assenti, con transito misto pedonale e veicolare a certe ore.
Quando andare e quando evitare Campo de’ Fiori
La stagione migliore è quella intermedia: aprile, maggio, fine settembre, ottobre. In luglio e agosto la piazza è esposta e senza ombra, e a mezzogiorno il selciato restituisce calore come una piastra. In inverno la mattina di mercato ha una luce bassa e radente che è la migliore dell’anno per fotografare. La domenica il mercato non c’è, e chi arriva di domenica mattina aspettandosi i banchi trova una piazza vuota: è una delusione frequente e si evita informandosi prima.
Le date da segnare sono due. Il 17 febbraio, anniversario del rogo, la piazza ospita commemorazioni laiche attorno al monumento, con fiori e discorsi: è il giorno in cui Campo de’ Fiori torna a essere quello che è stata, un luogo politico. Il 9 giugno, anniversario dell’inaugurazione del monumento nel 1889, ricorre in modo più discreto. Nei periodi di grande afflusso turistico, e durante i grandi eventi giubilari, la pressione sul centro storico aumenta sensibilmente e la piazza diventa un imbuto: in quei casi l’orario delle sette e mezza del mattino è l’unico che restituisce una visita decente.
Una curiosità su Campo de’ Fiori
La curiosità che quasi nessuno conosce riguarda l’acqua, e più precisamente il fatto che la fontana che oggi vedete in piazza è una copia dichiarata, priva di un pezzo. L’originale, la Fontana della Terrina realizzata da Giacomo della Porta nel 1590 per incarico di Gregorio XIII, aveva ricevuto nel 1622 un coperchio di travertino a cupola, aggiunto per una ragione molto pratica: impedire che i romani vi gettassero rifiuti e che i pescivendoli del mercato vi buttassero gli scarti. Il coperchio trasformò l’aspetto della vasca in quello di una terrina da tavola, e da lì il soprannome che le è rimasto addosso per quattro secoli.
Alla base del pomello del coperchio fu incisa una frase in volgare che vale il viaggio fino a piazza della Chiesa Nuova, dove l’originale si trova dal 1924: AMA DIO E NON FALLIRE. FA DEL BENE E LASSA DIRE. MDCXXII. Traduzione libera: comportati bene e infischiatene delle chiacchiere. Trovare una massima di questo tenore, in dialetto e non in latino, incisa su un arredo urbano commissionato dal papato, è una delle cose più istruttive che Roma possa offrire a chi crede che il potere pontificio parlasse una lingua sola.
La sequenza completa è questa: la fontana resta in Campo de’ Fiori fino al 1899, poi finisce nei magazzini comunali per un quarto di secolo, e nel 1924 viene ricollocata in piazza della Chiesa Nuova lungo corso Vittorio Emanuele II, dove i romani la chiamano la zuppiera. Nello stesso anno in Campo de’ Fiori viene messa una copia senza coperchio, spostata dal centro della piazza al lato settentrionale, nello spazio guadagnato con le demolizioni ottocentesche. Risultato: due oggetti quasi identici a seicento metri l’uno dall’altro, uno vero e coperto, uno finto e scoperto, e nessun cartello che lo spieghi. Chi conosce questa storia guarda la fontana di Campo de’ Fiori con occhi completamente diversi, perché sa che la sta guardando incompleta.
Una cosa che non ti dice nessuno su Campo de’ Fiori
Nessuno vi dirà che la piazza in cui camminate ha la forma che ha per colpa di un teatro che non esiste più da millecinquecento anni, e che quella forma si può misurare con i piedi in meno di cinque minuti. Uscite dall’angolo orientale di Campo de’ Fiori, entrate in piazza del Biscione e infilate via di Grotta Pinta. La strada compie una curva regolare, quasi un semicerchio. Non è un caso e non è pittoresca disorganizzazione medievale: le case che la fiancheggiano poggiano sui muri radiali della cavea del Teatro di Pompeo, e la curva che state percorrendo è il profilo esatto dell’emiciclo dove diciassettemila romani si sedevano a guardare gli spettacoli nel 55 avanti Cristo.
La seconda parte dell’informazione è ancora meno divulgata. I muri antichi non sono solo sotto la strada: sono dentro le cantine. Diversi edifici fra piazza del Biscione, via di Grotta Pinta e via dei Giubbonari conservano negli scantinati blocchi in opera cementizia e archi radiali del teatro, riutilizzati come fondazioni e magazzini. Alcuni di questi spazi appartengono ad alberghi e locali della zona e sono visibili solo per iniziativa dei proprietari o in occasione di aperture straordinarie: non esiste un circuito archeologico pubblico e permanente, quindi chiunque vi prometta la visita al Teatro di Pompeo come se fosse un museo vi sta vendendo qualcosa che non è garantito.
C’è poi un terzo passaggio, che collega tutto. Il Teatro di Pompeo non era solo un teatro: comprendeva un enorme portico e la Curia Pompeia, l’aula dove il Senato si riuniva quando la Curia del Foro non era disponibile. È lì che Cesare fu ucciso alle idi di marzo del 44 avanti Cristo, ai piedi della statua di Pompeo, in un punto che corrisponde all’area fra largo di Torre Argentina e il Teatro Argentina. Significa che fra il selciato del mercato dove comprate i pomodori e il luogo dell’assassinio di Giulio Cesare ci sono trecento metri scarsi, e nessun cartello in piazza lo dice.
Domande frequenti su Campo de’ Fiori
Quanto costa entrare a Campo de’ Fiori?
Entrare a Campo de’ Fiori non costa nulla, perché è una piazza pubblica sempre accessibile, senza biglietto né orario di apertura. Le uniche spese sono quelle che si fanno ai banchi del mercato o nei locali intorno alla piazza.
Quando c’è il mercato a Campo de’ Fiori?
Il mercato di Campo de’ Fiori si tiene tutte le mattine dal lunedì al sabato, ininterrottamente dal 1869, quando il commercio alimentare fu trasferito qui da piazza Navona. La domenica il mercato non si tiene, e i banchi montano molto presto e smontano intorno all’ora di pranzo.
Come si arriva a Campo de’ Fiori?
Il modo migliore per arrivare a Campo de’ Fiori è a piedi: da piazza Navona bastano sette minuti passando per corso Vittorio Emanuele II e via dei Baullari, dal Pantheon circa dodici minuti, e da largo di Torre Argentina cinque minuti per via dei Giubbonari.
Perché Campo de’ Fiori non ha una chiesa sulla piazza?
Campo de’ Fiori è l’unica piazza storica di Roma sulla quale non si affaccia nessuna chiesa, un’anomalia che colpisce chi la scopre per la prima volta. Le chiese ci sono, come San Lorenzo in Damaso, ma cominciano subito dopo l’angolo della piazza, non sul suo perimetro.
Cosa ricorda la statua al centro di Campo de’ Fiori?
La statua al centro di Campo de’ Fiori ricorda Giordano Bruno, il filosofo che fu processato e arso vivo proprio in questa piazza il 17 febbraio 1600 per eresia. Il monumento bronzeo, opera di Ettore Ferrari, nacque da un comitato costituito nel 1876 da studenti universitari repubblicani, con adesioni internazionali fra cui Victor Hugo e Henrik Ibsen.
Campo de’ Fiori è accessibile in sedia a rotelle?
Campo de’ Fiori è pianeggiante e priva di gradini, un vantaggio rispetto a molti altri luoghi del centro storico. Il problema è la pavimentazione a sampietrini irregolari, con giunti larghi e avvallamenti, che rende faticoso il transito in sedia a rotelle; le fasce meno sconnesse sono di solito quelle lungo i bordi, davanti ai locali.
Campo de’ Fiori è adatta a una visita con i bambini?
Campo de’ Fiori funziona meglio di quanto si pensi con i bambini, a patto di venire la mattina durante il mercato: colori, voci, odori e banchi all’altezza giusta ne fanno uno spettacolo naturale, e molti venditori regalano volentieri un assaggio di frutta a un bambino che lo chiede.
Cosa si mangia a Campo de’ Fiori?
A Campo de’ Fiori l’istituzione alimentare della piazza è il forno storico sull’angolo occidentale, che sforna dalla mattina la pizza bianca romana, alta due dita, salata e unta d’olio, venduta a peso e mangiata subito in piedi. È considerata una delle cose più romane che si possano comprare in questa piazza.
Il consiglio che ti do per visitare Campo de’ Fiori
Il consiglio operativo è uno solo e va contro tutte le abitudini: venite due volte nello stesso giorno. Non è un capriccio, è il modo giusto di usare questa piazza, e vi costa in tutto quaranta minuti di cammino in più.
La prima visita alle otto del mattino, quando il mercato è montato da un paio d’ore e i banchi lavorano davvero. Comprate qualcosa, anche poco: un etto di ciliegie, due pesche, un mazzo di basilico. Il gesto dell’acquisto cambia completamente il modo in cui il venditore vi tratta e vi fa passare da spettatori a clienti, che in un mercato è l’unica condizione che apre la conversazione. Fermatevi cinque minuti a guardare come si servono i romani che fanno la spesa: loro non fotografano, indicano. Poi andate al forno e prendete la pizza bianca appena sfornata.
La seconda visita alle due e mezza del pomeriggio, quando gli operatori hanno smontato, la piazza è stata lavata e si presenta completamente vuota. È l’unico momento della giornata in cui si vede il disegno della piazza: la lunghezza del rettangolo, l’asimmetria dei fronti, il monumento isolato al centro, la fontana sul lato nord. Fate il giro completo del basamento di Giordano Bruno leggendo gli otto medaglioni. Poi attraversate verso piazza Farnese e guardatevi indietro dopo trenta passi: nella stessa inquadratura mentale avete la piazza del commercio e la piazza del potere, che è la lezione di urbanistica più efficace che Roma offre gratis.
Terzo elemento del consiglio, per chi ha tempo: non fermatevi alla piazza. Campo de’ Fiori senza via dei Cappellari, senza il Passetto del Biscione e senza la curva di via di Grotta Pinta è una fotografia; con quei tre passaggi diventa una visita. E se organizzate una giornata intera nel rione, l’aiuto di un accompagnatore professionale fa la differenza fra vedere e capire: la redazione di TourLeaderPro a Roma lavora esattamente su questo tipo di itinerari a piedi nel centro storico.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Tutti sanno che Campo de’ Fiori è l’unica piazza storica di Roma senza una chiesa. Quasi nessuno si chiede perché, e la risposta è più interessante del dato.
A Roma la chiesa non è un edificio qualsiasi: è il centro amministrativo e sociale della parrocchia, e per secoli ha svolto funzioni che oggi chiameremmo anagrafiche e assistenziali. Ogni nucleo urbano consolidato ne ha una, perché ne ha bisogno. Campo de’ Fiori non ne ha, per una ragione cronologica precisa: la piazza nasce nel 1456 con la lastricatura voluta da Callisto III, cioè quando il tessuto intorno era già completamente coperto da parrocchie funzionanti. San Lorenzo in Damaso, di origine tardoantica, era a nord e serviva l’intero settore. Le altre chiese circondavano l’area a distanza di pochi metri. Aprire una parrocchia nuova su uno spazio che nasceva come mercato non serviva a nessuno, e nessuno lo fece.
La conseguenza è un fatto urbanistico che diventa un fatto simbolico. Campo de’ Fiori è un vuoto laico circondato da un tessuto sacro fittissimo: a trecento metri ci sono la Cancelleria con la sua basilica palatina, Santa Brigida su piazza Farnese, la Trinità dei Pellegrini, Sant’Andrea della Valle, San Girolamo della Carità, Santa Maria di Monserrato. Dentro la piazza, nulla. Quando l’Inquisizione scelse dove eseguire la condanna di Giordano Bruno, scelse l’unico grande spazio pubblico del centro che non fosse sagrato di nessuno. Gli storici discutono su quanto questa considerazione abbia pesato davvero, e la prudenza impone di non trasformare una coincidenza in un movente. Resta il fatto che il monumento al libero pensiero si è potuto piantare nel 1889 in mezzo all’unica piazza romana dove nessuna parrocchia poteva rivendicare il suolo. Chi lo progettò lo sapeva perfettamente.
La foto giusta da fare a Campo de’ Fiori
La fotografia sbagliata la fanno tutti: statua al centro, mercato intorno, sole a picco, mezzogiorno. Viene un’immagine piatta, con il bronzo scuro contro un cielo bruciato e i teloni bianchi dei banchi che mangiano tutta la luce. Ecco come si fa quella giusta, in tre versioni.
Prima versione, il ritratto del mercato. Ora: fra le sette e le otto del mattino, quando il sole è basso e arriva radente da est lungo l’asse della piazza. Posizione: all’imbocco di via dei Baullari, in modo da avere la fila dei banchi in profondità e la statua che emerge fra i teloni. Il segreto è aspettare che un venditore si muova: un mercato fotografato senza persone è una fila di tavoli. Chiedete prima di inquadrare da vicino chi lavora, un cenno basta e in genere viene concesso volentieri.
Seconda versione, il monumento. Ora: il tardo pomeriggio d’inverno, o subito dopo il tramonto in estate, quando i faretti a terra si accendono e il bronzo viene illuminato dal basso. Posizione: da sud-ovest, in modo che il volto incappucciato sia in controluce contro il cielo ancora azzurro. Inquadrate dal basso, appoggiandovi quasi al basamento di granito rosa: la statua diventa enorme e il cappuccio genera l’ombra che Ferrari aveva calcolato. Aggiungete un dettaglio ravvicinato di uno degli otto medaglioni, per esempio quello di Tommaso Campanella: è una fotografia che quasi nessuno ha.
Terza versione, quella che vi porterete a casa. La piazza completamente vuota, tarda notte o primissima alba della domenica, quando il mercato non c’è e i locali hanno chiuso. Il selciato bagnato dopo il lavaggio riflette le luci e la statua resta sola al centro di un rettangolo nero. Serve un appoggio per il tempo lungo, va bene anche il bordo della fontana. È l’immagine che racconta davvero questa piazza, ed è l’unica che nessun altro turista avrà scattato quel giorno.
Una nota tecnica che vale ovunque nel centro: in Campo de’ Fiori l’uso del treppiede in orario di mercato è impraticabile per ragioni di spazio e in certe condizioni richiede autorizzazione per le riprese professionali. Per una foto amatoriale con il telefono non c’è nessun problema, ma se lavorate con attrezzatura da set informatevi prima presso gli uffici competenti di Roma Capitale.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
Il 1456: la piazza esiste
Il primo avvenimento è amministrativo e non fa notizia, ma senza di esso non ci sarebbe stato nient’altro. Nel 1456 Callisto III fa lastricare l’area dentro il progetto di riassetto del rione Parione. Da prato con orti a spazio urbano pavimentato: da quel momento si può montare un mercato, si possono ospitare cerimonie, si può costruire intorno. Tutti gli avvenimenti successivi dipendono da questa decisione.
Il Cinquecento: la piazza della politica quotidiana
Con l’apertura di via dei Baullari voluta da Paolo III e con la costruzione del palazzo della Cancelleria e di palazzo Farnese, Campo de’ Fiori diventa un passaggio obbligato per ambasciatori e cardinali diretti al Vaticano o ai tribunali pontifici. Nello stesso spazio passano ogni giorno il potere e il commercio. Le locande, fra cui quella di Vannozza Cattanei all’angolo di via dei Cappellari, ospitano una clientela che va dai mercanti ai familiari dei cardinali.
17 febbraio 1600: il rogo di Giordano Bruno
È l’avvenimento che ha dato a questa piazza un posto nella storia europea del pensiero. Condannato per eresia l’8 febbraio dopo otto anni di carcere, il filosofo nolano viene condotto qui e arso vivo, con la lingua impedita. Le ceneri finiscono nel Tevere. Per due secoli e mezzo il luogo non porta alcun segno.
1858: la piazza cambia forma
Dopo il 1858 vengono demolite le case sul lato nord della piazza, fra via dei Baullari e vicolo del Gallo. Campo de’ Fiori raggiunge l’estensione attuale e guadagna lo spazio dove sarà poi collocata la fontana. È l’ultimo grande intervento sulla pianta della piazza.
1869: arriva il mercato ortofrutticolo
Il commercio alimentare viene trasferito qui, e da allora il mercato occupa la piazza tutte le mattine dal lunedì al sabato. È l’avvenimento che ha determinato l’identità quotidiana di Campo de’ Fiori per gli ultimi centocinquant’anni e che continua a determinarla oggi.
9 giugno 1889: l’inaugurazione del monumento
Dopo tredici anni di battaglia politica avviata dal comitato studentesco del 1876, e nonostante l’opposizione frontale della Chiesa, il monumento di Ettore Ferrari viene inaugurato. La giornata è un evento politico nazionale e internazionale. Leone XIII la trascorre in digiuno e preghiera. I tentativi vaticani di ottenerne la rimozione proseguiranno per decenni senza successo.
1943: il cinema entra in piazza
Esce Campo de’ fiori, con Anna Magnani e Aldo Fabrizi, girato mentre la guerra è in corso. Il film fissa la vita del mercato in un momento in cui la piazza è ancora integralmente popolare, e diventa il documento visivo più importante su questo luogo prima della trasformazione turistica.
Dagli anni Novanta a oggi: la piazza della notte
Negli ultimi decenni la piazza si trasforma in uno dei principali poli notturni della città. Episodi di vandalismo e di violenza notturna portano a un presidio frequente delle forze dell’ordine e a una lunga sequenza di ordinanze comunali su alcolici e orari, che vengono modificate periodicamente. È il capitolo aperto della storia di Campo de’ Fiori, e riguarda chi ci abita almeno quanto chi ci passa.
Chi è passato da Campo de’ Fiori
Pompeo Magno e Giulio Cesare
I primi due nomi arrivano da sotto il selciato. Gneo Pompeo Magno costruì qui fra il 61 e il 55 avanti Cristo il primo teatro in pietra di Roma, dotandolo di un tempio a Venere Vittrice per aggirare il divieto. Gaio Giulio Cesare fu assassinato alle idi di marzo del 44 avanti Cristo nella Curia annessa a quel complesso, ai piedi della statua del suo rivale. Le loro biografie si incrociano esattamente qui, in un raggio di trecento metri da Campo de’ Fiori.
Gli Orsini, i Condulmer, i Pio di Savoia
Dal Duecento in poi la famiglia Orsini domina il lato sud-est della piazza con case, torri e mura merlate, e dà origine al ramo degli Orsini de Campoflore, che comprendeva le linee di Vicovaro e Tagliacozzo. Il palazzo passa ai Condulmer nel Quattrocento, torna agli Orsini nel Cinquecento, viene ristrutturato dai Pio di Savoia e finisce ai Righetti. Ancora all’inizio del Settecento gli Orsini rivendicavano diritti di baronia sulla piazza.
Callisto III e Paolo III
Due papi hanno deciso la forma di Campo de’ Fiori. Callisto III, il valenzano Alfonso Borgia, ordina la lastricatura del 1456. Paolo III, cioè Alessandro Farnese, apre via dei Baullari e costruisce il palazzo che porta il suo nome, spostando il baricentro del rione verso sud. Senza questi due interventi la piazza sarebbe rimasta un vuoto agricolo.
Vannozza Cattanei e i Borgia
Vannozza Cattanei, compagna del cardinale Rodrigo Borgia e madre di Cesare e Lucrezia, gestiva qui la Locanda del Gallo. Attraverso di lei, la famiglia Borgia ha frequentato queste strade per decenni, in una fase in cui la piazza era il punto di sosta dei viaggiatori diretti al Vaticano.
Giordano Bruno
Il nolano è passato da qui una volta sola e non ne è uscito. Il 17 febbraio 1600 fu condotto in questa piazza dal carcere del Sant’Uffizio e bruciato vivo. È l’unico personaggio la cui presenza in Campo de’ Fiori sia segnata da un monumento, e il solo la cui memoria continui a convocare persone in questa piazza ogni anno nella stessa data.
Ettore Ferrari e i firmatari del 1876
Lo scultore Ettore Ferrari lavorò per anni al monumento e ne fece un manifesto del libero pensiero. Il comitato promotore raccolse adesioni internazionali di peso: Walt Whitman, Ernest Renan, Victor Hugo, Silvio Spaventa, Henrik Ibsen. Nessuno di loro venne a Roma per l’inaugurazione, ma i loro nomi fecero della piazza un luogo di riferimento per la cultura laica europea. L’epigrafe frontale porta la firma intellettuale di Giovanni Bovio.
Anna Magnani e Aldo Fabrizi
Nel 1943 i due attori romani più riconoscibili del Novecento hanno lavorato su questo selciato per il film che porta il nome della piazza. Anna Magnani interpretava una pescivendola, Aldo Fabrizi un fruttivendolo, e i loro personaggi sono modellati sulle persone che il mercato lo facevano davvero. Il film precede di due anni Roma città aperta, che avrebbe reso la Magnani un’icona mondiale.
Michelangelo, Bramante, Borromini, Carracci
Nel raggio di trecento metri hanno lavorato alcuni dei nomi più grandi dell’arte italiana. Bramante, secondo l’attribuzione corrente, per il cortile della Cancelleria. Michelangelo per il cornicione e il balcone di palazzo Farnese. Annibale Carracci per la Galleria Farnese fra il 1597 e il 1607. Francesco Borromini per la prospettiva illusionistica di palazzo Spada fra il 1652 e il 1653. Nessuno di loro ha lasciato un’opera dentro Campo de’ Fiori, e questa è una delle cose più curiose della piazza: la circondano capolavori su tutti i lati, e al centro c’è solo un mercato e un uomo di bronzo.
Domande veloci su Campo de’ Fiori
Quanto costa entrare a Campo de’ Fiori?
Nulla. È una piazza pubblica, sempre accessibile, senza biglietto né orario di apertura. Le uniche spese sono quelle che si fanno ai banchi o nei locali.
Quando c’è il mercato a Campo de’ Fiori?
Tutte le mattine dal lunedì al sabato, dal 1869. La domenica il mercato non si tiene. I banchi montano molto presto e smontano intorno all’ora di pranzo: gli orari precisi sono quelli stabiliti da Roma Capitale per i mercati rionali e possono variare.
Chi è la statua incappucciata al centro di Campo de’ Fiori?
È Giordano Bruno, il filosofo domenicano di Nola bruciato vivo in questa piazza il 17 febbraio 1600. Il monumento in bronzo è opera di Ettore Ferrari e fu inaugurato il 9 giugno 1889.
Perché la statua di Giordano Bruno guarda verso il Vaticano?
L’orientamento è voluto. Ferrari e il comitato promotore concepirono il monumento come atto del libero pensiero contro l’autorità che aveva condannato Bruno, e collocarono lo sguardo della figura in direzione di San Pietro.
Perché a Campo de’ Fiori non c’è nessuna chiesa?
Perché la piazza si forma solo a metà Quattrocento, quando il tessuto circostante era già servito da parrocchie consolidate come San Lorenzo in Damaso. Non c’era necessità di una chiesa nuova ed è rimasta l’unica piazza storica romana senza edificio sacro affacciato.
Da dove viene il nome Campo de’ Fiori?
Dal prato fiorito con orti coltivati che occupava l’area fino al Quattrocento, il Campus Florae dei documenti medievali. La versione che lo lega a Flora, amante di Pompeo, è una tradizione considerata inattendibile.
Si scrive Campo de’ Fiori o Campo dei Fiori?
La forma storica e corretta è Campo de’ Fiori, con il troncamento dell’articolo plurale, come in Lorenzo de’ Medici. È la grafia che compare sulle targhe del rione.
Quanto tempo serve per visitare Campo de’ Fiori?
Venti minuti bastano per la piazza in sé. Un’ora e mezza serve per farla bene, includendo il giro del monumento, via dei Cappellari, il Passetto del Biscione, la curva di via di Grotta Pinta e una puntata in piazza Farnese.
Qual è il momento migliore per andare a Campo de’ Fiori?
Le sette e mezza del mattino per il mercato attivo e la luce radente; le due e mezza del pomeriggio per vedere la piazza vuota e leggerne l’architettura. Queste due ore raccontano due luoghi diversi.
Campo de’ Fiori è sicura di notte?
È molto frequentata e presidiata con regolarità dalle forze dell’ordine, ma è anche un luogo di concentrazione notturna con episodi ricorrenti di schiamazzi e atti vandalici. Le precauzioni sono quelle di qualunque area affollata: attenzione agli effetti personali e ai borseggi.
Ci sono regole sul consumo di alcolici a Campo de’ Fiori?
Roma Capitale emana periodicamente ordinanze che limitano vendita e consumo di alcolici in strada in determinate fasce orarie nelle aree della movida. I provvedimenti cambiano nel tempo: conviene controllare quelli in vigore, perché le sanzioni riguardano anche i consumatori.
Campo de’ Fiori è accessibile in sedia a rotelle?
La piazza è pianeggiante e senza gradini, ma la pavimentazione in sampietrini è irregolare e faticosa. Nelle ore di mercato i passaggi fra i banchi si stringono molto: il pomeriggio, a banchi smontati, è decisamente più agevole.
Ci sono bagni pubblici a Campo de’ Fiori?
Non in piazza. Come in buona parte del centro storico si usano i servizi dei bar consumando qualcosa.
Si possono fare fotografie a Campo de’ Fiori?
Sì, liberamente, trattandosi di spazio pubblico. Per riprese professionali con attrezzatura da set valgono le regole comunali sulle occupazioni di suolo pubblico. Ai banchi del mercato è buona educazione chiedere prima di fotografare da vicino chi lavora.
Campo de’ Fiori è adatta ai bambini?
Sì, soprattutto la mattina: mercato colorato, area pedonale, niente traffico. L’unico ostacolo serio sono i sampietrini per i passeggini con ruote piccole.
Cosa si mangia a Campo de’ Fiori?
La pizza bianca romana del forno storico sull’angolo della piazza è la cosa più caratteristica e costa pochi euro. Per un pasto seduti, le trattorie delle strade laterali offrono in genere qualità migliore e prezzi più bassi dei locali con i tavoli in piazza.
Quanto dista Campo de’ Fiori da piazza Navona?
Circa sette minuti a piedi passando per via dei Baullari e corso Vittorio Emanuele II.
Qual è la metropolitana più vicina a Campo de’ Fiori?
Nessuna è realmente vicina. Il centro storico in questo settore non è servito dalla metropolitana: si arriva con le linee di superficie che passano per corso Vittorio Emanuele II e largo di Torre Argentina, oppure a piedi.
Si può arrivare in automobile a Campo de’ Fiori?
No. L’area è dentro la Zona a Traffico Limitato del centro storico, con varchi elettronici, e non esistono parcheggi in piazza.
Che differenza c’è fra il mercato di Campo de’ Fiori e quello di Testaccio?
Campo de’ Fiori è un mercato storico all’aperto in pieno centro turistico, con una quota significativa di banchi rivolti ai visitatori. Il mercato di Testaccio è coperto, moderno e frequentato soprattutto dai residenti: è lì che si va per fare la spesa vera.
Il Teatro di Pompeo si può visitare?
Non esiste un percorso archeologico pubblico e permanente. Alcune strutture sopravvivono nelle cantine di edifici privati della zona del Biscione e di via di Grotta Pinta, e sono accessibili solo per iniziativa dei proprietari o durante aperture straordinarie.
Dov’è finita la Fontana della Terrina originale?
In piazza della Chiesa Nuova, lungo corso Vittorio Emanuele II, dal 1924. Quella in Campo de’ Fiori è una copia senza coperchio, collocata nello stesso anno.
Cosa si può visitare vicino a Campo de’ Fiori?
Nel raggio di dieci minuti a piedi: piazza Farnese, la Galleria Spada con la prospettiva del Borromini, il palazzo della Cancelleria, il Passetto del Biscione, piazza Navona con i sotterranei dello stadio di Domiziano, il Museo di Roma a Palazzo Braschi, il Ghetto con la Sinagoga, l’Isola Tiberina e il Pantheon.
Quando si commemora Giordano Bruno a Campo de’ Fiori?
Il 17 febbraio, anniversario del rogo del 1600. In quella data la piazza ospita iniziative laiche e depositi di fiori ai piedi del monumento.
Serve una guida per visitare Campo de’ Fiori?
Per la piazza in sé no. Per capire la stratigrafia del rione, il Teatro di Pompeo, i palazzi e il rapporto fra Campo de’ Fiori e piazza Farnese una guida autorizzata cambia radicalmente l’esperienza.
Campo de’ Fiori vale una visita se ho poco tempo a Roma?
Sì, ma la mattina e non la sera, e inserita in una passeggiata che comprenda piazza Farnese e piazza Navona. Come meta isolata, mezz’ora nel pomeriggio è sufficiente.
Se dovessi riassumere in una riga il modo giusto di stare in questa piazza, direi che Campo de’ Fiori non si guarda, si attraversa più volte. È l’unico spazio del centro storico che cambia tre volte identità nell’arco della stessa giornata, e chi ci arriva una volta sola, all’ora sbagliata, se ne va convinto che sia una piazza di ristoranti con una statua in mezzo. Tornateci al mattino con una borsa della spesa in mano e poi ripassateci nel silenzio del primo pomeriggio: capirete perché i romani, che di piazze belle ne hanno quante vogliono, continuano ad affezionarsi proprio a questa, che bella non è e che non ha mai preteso di esserlo. Per preparare il resto della giornata a piedi nel centro storico, le guide in inglese di ItalyPlanner sulle cose da fare a Roma e l’itinerario di tre giorni a Roma sono un buon punto di partenza, mentre per un accompagnamento professionale nel rione ci si rivolge direttamente ai contatti di TourLeaderPro.
Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.
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