AccediIl mio viaggio

Riserva Naturale Regionale Tor Caldara

La Riserva Naturale Regionale Tor Caldara si trova nel territorio comunale di Anzio, sulla costa tirrenica a sud di Roma, lungo la via Ardeatina all’altezza del chilometro 34,600, in quel tratto di litorale compreso fra l’abitato di Anzio e la frazione di Lavinio. Sono quarantaquattro ettari: una superficie piccola, quasi irrisoria se confrontata con i grandi parchi del Lazio, e proprio per questo preziosa, perché rappresenta uno dei pochissimi lembi di costa laziale meridionale scampati alla colata di villette, seconde case e lottizzazioni che dagli anni Sessanta in poi ha divorato quasi ogni metro quadrato fra la foce del Tevere e il promontorio del Circeo. Chi percorre l’Ardeatina in direzione di Anzio attraversa chilometri di recinzioni, cancelli, insegne di residence e pinete private, e poi, improvvisamente, trova un cancello che introduce a un bosco vero, fitto, scuro, che scende verso il mare e finisce in una falesia di argille colorate. L’effetto è quello di un errore cartografico, di una dimenticanza fortunata. Non è una dimenticanza: è il risultato di un vincolo regionale e di una lunghissima storia industriale che ha tenuto quest’area fuori dal mercato immobiliare per decenni.

La riserva è stata istituita con la legge regionale del Lazio 26 agosto 1988, numero 50, pubblicata sul Bollettino Ufficiale della Regione Lazio del 20 settembre 1988, numero 26. La gestione è affidata all’Ente Parco Regionale dei Castelli Romani, che amministra anche altre aree protette della provincia, e l’intera superficie rientra nella rete europea Natura 2000 come Zona Speciale di Conservazione. Questi dati vanno detti subito e con precisione, perché in rete circolano cifre diverse, indirizzi discordanti e riferimenti normativi approssimativi: la fonte da usare quando si vuole essere certi è il portale regionale dedicato alle aree protette del Lazio, che riporta atto istitutivo, superficie, ente gestore e recapiti ufficiali.

C’è poi una precisazione che va fatta prima di ogni altra cosa, perché riguarda la sicurezza di chi visita. Tor Caldara è un’area a manifestazioni gassose. Dal terreno escono vapori e gas di origine profonda, fra cui idrogeno solforato, il composto responsabile del caratteristico odore di uovo marcio che si avverte avvicinandosi a certe zone della riserva. L’idrogeno solforato non è un aroma pittoresco: è un gas tossico, più pesante dell’aria, che tende ad accumularsi negli avvallamenti, nelle depressioni del terreno e nelle giornate senza vento. In concentrazioni elevate paralizza il nervo olfattivo, il che significa che chi lo respira smette di sentirne l’odore proprio quando la situazione diventa più pericolosa. Per questa ragione in questa pagina non troverete alcun invito ad avvicinarsi alle polle, a infilare le mani nei fanghi, a scendere nelle conche dove il gas ristagna o a respirare i vapori. Non troverete nemmeno l’idea, purtroppo diffusissima nella pubblicistica turistica di cinquant’anni fa e mai del tutto morta, che quelle acque siano curative, termali nel senso stabilimentistico del termine o adatte al bagno. Non lo sono. Le zone di emissione vanno osservate a distanza, restando sui percorsi consentiti e seguendo le indicazioni del personale dell’ente gestore. Questa è la prima informazione utile che posso darvi, e viene prima del paesaggio, della storia e della fotografia.

Riserva Naturale Regionale Tor Caldara
Riserva Naturale Regionale Tor Caldara: il bosco di lecci e sughere che copre la maggior parte dei quarantaquattro ettari dell’area protetta, fra la via Ardeatina e la falesia sul mare di Anzio.

Dove si trova Riserva Naturale Regionale Tor Caldara e come ci si arriva davvero

La geografia conta, qui, più di quanto conti in qualsiasi altra area protetta del litorale romano, perché Tor Caldara non è un luogo isolato in mezzo alla campagna: è un quadrato di bosco incastrato fra una strada regionale trafficata, una linea ferroviaria, il mare e la periferia balneare di Anzio. Il recapito ufficiale indica la via Ardeatina al chilometro 34,600, nel comune di Anzio, in provincia di Roma. Vecchie pubblicazioni e diverse pagine in rete riportano invece il chilometro 34,400: la differenza di duecento metri sembra una pedanteria, ma in una strada dove si viaggia a settanta all’ora e l’ingresso è discreto può significare superarlo e dover fare inversione al primo slargo utile. Conviene impostare il navigatore sull’indirizzo ufficiale e rallentare con un certo anticipo.

In auto da Roma verso Riserva Naturale Regionale Tor Caldara

La strada naturale è la via Pontina fino all’uscita per Anzio e Nettuno, oppure la via Ardeatina percorsa per intero, che è più lenta e più bella e attraversa la campagna a sud della capitale passando accanto ad Ardea. Dal Grande Raccordo Anulare si contano all’incirca cinquanta chilometri, che in condizioni ordinarie si percorrono in poco meno di un’ora. Il condizionale è d’obbligo: nei fine settimana estivi, fra le otto e le undici del mattino, la Pontina in direzione mare e la statale per Anzio accumulano code che raddoppiano tranquillamente i tempi, e la sera, nel rientro verso Roma fra le diciotto e le venti, la situazione si ripete al contrario. Chi ha la possibilità di muoversi in un giorno feriale trova una strada completamente diversa e una riserva molto più silenziosa.

Il parcheggio è il punto delicato. Non esiste, lungo l’Ardeatina, un grande piazzale di servizio come quelli che si trovano davanti ai parchi nazionali: si sosta negli spazi disponibili in prossimità dell’ingresso, che sono pochi e in alta stagione vengono occupati presto anche da chi non ha alcuna intenzione di visitare l’area protetta e cerca solo un posto dove lasciare la macchina per andare in spiaggia. Arrivare presto, in questo caso, non è un consiglio generico da guida turistica: è l’unico modo per evitare di girare a vuoto.

In treno e con i mezzi pubblici

La linea ferroviaria regionale FL8 collega Roma Termini ad Anzio e prosegue fino a Nettuno, con un percorso che tocca Torricola, Pomezia Santa Palomba, Campoleone, Aprilia, Campo di Carne, Padiglione, Anzio Colonia, Lido di Lavinio, Villa Claudia, Marechiaro e Anzio. Il viaggio completo da Termini richiede all’incirca un’ora, la frequenza varia molto fra giorni feriali, sabato e festivi, e gli orari cambiano a ogni cambio di programma di esercizio: vanno controllati il giorno stesso sui canali ufficiali del gestore ferroviario, non su pagine di terzi che li ricopiano e li lasciano invecchiare. Le fermate utili per questa parte di costa risultano quelle della zona di Lavinio e Villa Claudia, dalle quali però resta un tratto non banale da coprire lungo strade dove il marciapiede non è garantito. Il servizio su gomma extraurbano copre la direttrice con corse che variano di stagione.

Il contesto: fra Anzio, Lavinio e la costa laziale meridionale

Per capire dove ci si trova serve uno sguardo più largo. Questo tratto di litorale, da Torvaianica a Nettuno, è la costa più vicina a Roma dopo Ostia e per questo la più costruita. Anzio e Nettuno sono due città vere, con porto, pesca, storia romana e memoria bellica pesantissima; Lavinio, Lido dei Pini, Marechiaro e le altre frazioni che si susseguono lungo l’Ardeatina sono invece nate come comprensori di villeggiatura nel secondo dopoguerra e si sono saldate fra loro fino a formare una striscia continua di edificato. In mezzo a questa striscia, Tor Caldara è un buco nella maglia. Il motivo storico è semplice e verrà raccontato più avanti: per secoli quel terreno è stato una concessione mineraria, quindi un’area produttiva e non edificabile, e quando l’attività estrattiva è cessata il vincolo naturalistico è arrivato prima delle ruspe. Poco più a nord si trova Lavinium, il sito archeologico legato alle origini leggendarie della stirpe romana, e a pochi chilometri l’area di Ardea con il suo patrimonio archeologico e il Museo Giacomo Manzù. Chi organizza una giornata intera in questa fascia di costa ha materiale per riempirla senza ripetersi.

Che cosa è davvero Riserva Naturale Regionale Tor Caldara: una miniera diventata bosco

Quasi tutte le descrizioni di Tor Caldara partono dalla natura e arrivano alla storia. Conviene fare il contrario, perché la natura che si vede oggi è in larghissima parte il prodotto di quello che gli esseri umani hanno fatto qui per duemila anni. Tor Caldara è stata, prima di ogni altra cosa, un giacimento di zolfo. Le emissioni gassose e le acque solforose che affiorano in questa fascia costiera derivano da fenomeni tardo magmatici legati all’attività dell’antico Vulcano Laziale, l’apparato che ha costruito i Colli Albani e che ha lasciato tracce del proprio calore residuo in molti punti del Lazio: le sorgenti sulfuree della zona di Tivoli, quelle di Pomezia, le manifestazioni gassose che punteggiano la campagna a sud e a est di Roma. In corrispondenza di Tor Caldara questo calore profondo ha prodotto, nel corso di tempi lunghissimi, depositi di zolfo nativo mescolati alle argille costiere.

Lo zolfo è stato per secoli una materia prima strategica: serviva in medicina, in agricoltura contro le malattie della vite, nella concia, nella fabbricazione della polvere da sparo. Un giacimento affiorante a pochi metri dal mare, in una regione senza vulcani attivi, aveva un valore enorme. Le fonti concordano nel collocare l’avvio dello sfruttamento in età romana, quando l’area di Antium era una delle più frequentate dalle famiglie senatorie e imperiali e la disponibilità di zolfo locale trovava impiego immediato. L’attività riprende poi in modo organizzato nel Cinquecento, e proprio a quel periodo risale la costruzione della torre che dà il nome al luogo.

Questo spiega la contraddizione apparente di Tor Caldara: un’area protetta nata non perché fosse rimasta selvaggia, ma perché era stata industriale. La proprietà mineraria ha impedito la lottizzazione; la cessazione dell’attività ha lasciato un terreno che nessuno voleva perché puzzava di zolfo e produceva gas; la vegetazione si è richiusa sopra le tracce del lavoro umano; e quando negli anni Ottanta la Regione Lazio ha cominciato a costruire il proprio sistema di aree protette, Tor Caldara era uno dei pochi tratti di costa ancora liberi su cui si potesse intervenire senza espropri drammatici. La legge regionale 50 del 1988 ha sancito questo esito.

Il risultato, oggi, è un mosaico di ambienti straordinariamente vario per soli quarantaquattro ettari. Si passa dal bosco di leccio maturo alla macchia mediterranea bassa, dalle dune fossili ormai lontane dalla battigia alle zone umide legate alle emergenze idriche, dai calanchi argillosi della falesia alle radure secondarie che occupano gli spazi delle antiche lavorazioni. In un’ora di cammino si attraversano quattro o cinque situazioni ecologiche diverse, cosa che in un parco di pianura richiede solitamente una giornata.

La geologia in parole semplici

Il sottosuolo di questa parte del litorale è costituito da sedimenti marini e continentali relativamente recenti, argille, sabbie e conglomerati, attraversati da risalite di fluidi caldi provenienti dal serbatoio profondo del sistema vulcanico albano. Questi fluidi trasportano gas, principalmente anidride carbonica, e composti dello zolfo, in primo luogo idrogeno solforato. Quando incontrano l’ossigeno dell’aria o acque superficiali ossigenate, i composti ridotti dello zolfo si ossidano e precipitano zolfo elementare, quello giallo, che si deposita in croste e vene fra gli strati di argilla grigia e rossastra. È esattamente quello che si osserva lungo la costa della riserva: fasce di colore che alternano il giallo dello zolfo, il grigio dell’argilla, il rosso e l’ocra delle ossidazioni del ferro. Un libro di geologia aperto in verticale su una parete alta pochi metri.

La portata delle sorgenti di acqua sulfurea calda è stata storicamente modesta e risulta oggi molto ridotta rispetto al passato: i dati che circolano nella letteratura divulgativa parlano di circa due litri al secondo. Un rubinetto di casa aperto al massimo, per avere un ordine di grandezza. Non c’è nulla di spettacolare in termini di volumi, e chi arriva immaginando geyser o piscine fumanti resterà deluso. Quello che c’è, e che ha valore scientifico, sono piccole polle, ribollimenti fangosi, fuoriuscite gassose che increspano l’acqua stagnante, e una chimica del suolo così particolare da aver selezionato una vegetazione che altrove sulla costa non esiste.

Perché il gas cambia tutto per chi visita

Vale la pena insistere, perché è il punto in cui la divulgazione turistica italiana ha fatto storicamente più danni. Le manifestazioni gassose di tipo solfureo sono studiate in Italia da decenni anche per la loro pericolosità: esistono in varie regioni siti in cui l’accumulo di gas in depressioni del terreno ha causato incidenti mortali a persone e ad animali. L’idrogeno solforato e l’anidride carbonica sono entrambi più pesanti dell’aria e si raccolgono in fondo alle conche, nelle buche, dietro ai muretti, nelle giornate umide e senza vento. Un adulto in piedi respira aria normale; un bambino, un cane al guinzaglio o chiunque si chini per fotografare da vicino una polla si trova in una fascia d’aria completamente diversa.

Da qui discendono regole di comportamento che non sono formalità burocratiche: restare sui percorsi consentiti, non scendere in avvallamenti o conche anche se sembrano asciutti, non avvicinare il viso alle emissioni, tenere i bambini per mano e i cani dove le regole dell’area protetta lo consentono e comunque mai liberi nelle zone di emissione, non toccare fanghi e acque, non riempire bottiglie. Chi avverte mal di testa, irritazione agli occhi o alla gola deve allontanarsi verso zone aperte e ventilate. Nessuna di queste acque è potabile, nessuna è balneabile, nessuna è curativa nel senso che certi opuscoli d’epoca lasciavano intendere.

La costa di Riserva Naturale Regionale Tor Caldara: che cosa è pubblico e che cosa non lo è

Una domanda ricorrente riguarda la spiaggia. Tor Caldara affaccia sul mare, la carta lo mostra chiaramente, e molti visitatori danno per scontato che dalla riserva si scenda in acqua come si fa da una qualunque pineta del litorale. La realtà è più articolata e va spiegata bene, perché riguarda sia la sicurezza sia il rispetto delle regole dell’area protetta.

L’arenile marittimo in Italia è demanio pubblico, e questo vale anche qui. Ma un’area naturale protetta ha un proprio regolamento, che può limitare o vietare l’accesso a determinati settori per ragioni di conservazione o di sicurezza. Il fronte a mare di Tor Caldara è costituito in buona parte da una falesia argillosa in erosione attiva, cioè da una parete di materiale tenero che si sgretola, franando periodicamente, e che proprio per questo mostra le stratificazioni colorate che la rendono interessante. Sostare sotto una parete che frana è una pessima idea; scalarla lo è ancora di più, e in aggiunta danneggia in modo permanente ciò che si è venuti a vedere. A ciò si somma il fatto che è proprio nella fascia costiera che si concentrano alcune delle manifestazioni gassose.

La conclusione pratica: Tor Caldara è un luogo dove si cammina, si osserva e si fotografa, non un luogo dove si fa il bagno o si pianta l’ombrellone. Per il mare esistono a pochi minuti gli arenili attrezzati e liberi di Lavinio, Lido dei Pini, Anzio e Nettuno, con stabilimenti, salvataggio, servizi e tutto quello che serve. Considerare la riserva come una spiaggia alternativa significa fraintenderla e mettersi in difficoltà. Considerarla come il complemento naturalistico e storico di una giornata di mare significa invece usarla per quello che è e uscirne soddisfatti.

Quanto agli accessi: l’ingresso si apre sulla via Ardeatina e la fruizione avviene nelle giornate e negli orari stabiliti dall’ente gestore. Per anni ha circolato, su carta stampata e in rete, un orario di apertura al pubblico riferito a giovedì, sabato e domenica dalle nove alle quattordici, con distinzione fra periodo estivo e invernale e un recapito telefonico per le visite guidate. Quella informazione risale a una fase gestionale precedente e non va presa come corrente: giornate, fasce orarie e modalità di accompagnamento cambiano nel tempo e dipendono dalla disponibilità del personale. I recapiti ufficiali che risultano dal portale regionale delle aree protette del Lazio indicano il numero telefonico 06 39918458, il contatto del guardiaparco 331 2346944 e l’indirizzo di posta elettronica torcaldara@regione.lazio.it. Una telefonata prima di partire risparmia un viaggio a vuoto, e questa è una di quelle situazioni in cui la telefonata va fatta davvero.

Una curiosità sulla Riserva Naturale Regionale Tor Caldara

La curiosità più bella da raccontare riguarda il nome. Tor Caldara deriva da caldara, cioè caldaia: il termine con cui la lingua popolare del Lazio ha sempre indicato i punti in cui la terra ribolle, emette vapori o produce acque calde. Non è un nome poetico, è un nome tecnico di uso contadino, esattamente come solfatara, mofeta, bullicame, pozzo puzzolente. E siccome il fenomeno si ripete in più punti della regione, il toponimo si ripete di conseguenza.

Qui nasce un equivoco che genera una quantità notevole di viaggi sbagliati. Esiste infatti, sui Monti Sabatini, un’altra area protetta con un nome quasi identico: la Caldara di Manziana, nel comune di Manziana, a nord di Roma, verso il lago di Bracciano. Anche lì la terra emette gas, anche lì l’odore di zolfo è forte, anche lì il nome viene dalla stessa radice. Ma i due luoghi distano fra loro all’incirca novanta chilometri, appartengono a sistemi vulcanici diversi, hanno paesaggi opposti e ambienti che non si somigliano affatto: la Caldara di Manziana è una conca interna circondata da un bosco di betulle, relitto glaciale straordinario e unico nel Lazio; Tor Caldara è un bosco di lecci e sughere affacciato sul mare di Anzio. Chi cerca in rete la parola caldara si trova davanti entrambi i risultati mescolati, e una parte non trascurabile delle fotografie che circolano attribuite a Tor Caldara ritrae in realtà Manziana, e viceversa. Se qualcuno vi promette betulle a Tor Caldara, o l’odore del mare alla Caldara di Manziana, sta descrivendo il posto sbagliato.

Seconda parte della curiosità: la torre. L’edificio che dà il nome al luogo è noto anche come Torre delle Caldane, ed è la prova architettonica che il valore economico dello zolfo era considerato pari a quello di un porto. Le torri costiere del Lazio, dal Cinquecento in poi, sono state costruite quasi tutte per avvistare le navi corsare e proteggere gli abitati e gli approdi. Questa protegge una miniera. È un dettaglio che dice moltissimo su quanto contasse il giacimento.

La torre cinquecentesca, le miniere di zolfo e il lavoro che si faceva qui

La torre fu eretta intorno alla metà del Cinquecento, in piena stagione di fortificazione del litorale tirrenico contro le incursioni barbaresche. Il sistema di torri che corre lungo tutta la costa laziale, da Montalto di Castro fino al confine campano, nasce come rete di avvistamento e segnalazione: fumo di giorno, fuoco di notte, un messaggio che poteva percorrere decine di chilometri in pochi minuti e mettere in allarme i casali, i borghi fortificati e le guarnigioni dell’interno. Le incursioni non erano una leggenda: fra Cinquecento e Seicento interi abitati costieri del Lazio meridionale vennero saccheggiati e le popolazioni deportate, e la memoria di quegli eventi ha plasmato l’insediamento della costa per secoli, spingendo i paesi verso l’interno e lasciando il litorale spopolato fino alle bonifiche del Novecento.

La torre di Tor Caldara appartiene a questa rete, ma con una funzione aggiuntiva e in parte prevalente: sorvegliare e difendere le miniere di zolfo retrostanti. Non serviva soltanto a vedere arrivare le vele, serviva a impedire che qualcuno sbarcasse per portare via il minerale. Oggi la costruzione è un’emergenza architettonica in mezzo al verde, visibile dall’esterno, e fa da guardia a un paesaggio che nel frattempo è cambiato completamente: al posto dei cantieri estrattivi ci sono le dune fossili, la macchia chiusa, i gruccioni che nidificano nelle pareti sabbiose e i conigli selvatici che attraversano i sentieri nelle ore di minor passaggio.

Come si lavorava lo zolfo

L’attività, avviata in età romana e ripresa in modo organizzato nel Cinquecento, ha attraversato l’età moderna con alterne fortune e si è protratta a lungo, legata alle concessioni e alla domanda di mercato. La concorrenza dello zolfo siciliano prima, e dei processi industriali di produzione poi, ha reso via via antieconomico un giacimento piccolo e di difficile lavorazione. Quando il lavoro è cessato, l’area è rimasta chiusa, inaccessibile, marginale. È in quel silenzio produttivo che la macchia mediterranea si è ripresa il terreno.

Riserva Naturale Regionale Tor Caldara
Riserva Naturale Regionale Tor Caldara: il sottobosco e la macchia chiusa che hanno riconquistato i terreni delle antiche lavorazioni dello zolfo, oggi tutelati come Zona Speciale di Conservazione.

Una cosa che non ti dice nessuno sulla Riserva Naturale Regionale Tor Caldara

La cosa che non trovate scritta quasi da nessuna parte è che Tor Caldara si visita con il naso prima che con gli occhi, e che questo è insieme il suo tratto più memorabile e il suo principale problema di comunicazione. L’odore di zolfo arriva prima del bosco, prima del mare, prima di qualsiasi cartello. Chi non è preparato lo interpreta come segno di degrado, pensa a una perdita fognaria, a una discarica, a un impianto guasto. È invece la firma chimica di un fenomeno geologico che ha mille anni più di qualunque cosa costruita qui intorno.

La seconda parte, quella che davvero nessuno dice, è che questo odore va trattato come un’informazione, non come un fastidio. Un odore molto forte segnala che ci si sta avvicinando a una zona di emissione, e la reazione corretta è allontanarsi verso l’aria aperta, non avvicinarsi per capire da dove viene. Il paradosso del solfidrico è che a concentrazioni elevate smette di essere percepito, perché satura i recettori olfattivi: se l’odore intensissimo sparisce improvvisamente mentre si resta fermi nello stesso punto, quello non è un miglioramento, è un campanello d’allarme. Questa è la ragione tecnica per cui qui non si scende nelle conche e non ci si china sulle polle, e vale la pena saperlo prima di arrivare invece che leggerlo su un cartello mentre si è già dentro.

Terza cosa che nessuno dice: quarantaquattro ettari sono pochissimi. Chi arriva pensando a una giornata intera di trekking resterà spiazzato, perché l’area si percorre in un tempo contenuto. Tor Caldara ripaga chi la guarda da vicino, non chi la attraversa: un’ora passata a osservare le stratificazioni di argilla e zolfo, le venature colorate, il comportamento dei gruccioni in volo o la struttura del leccio secolare vale molto più di tre ore di camminata veloce. È un luogo da naturalisti dilettanti e da fotografi pazienti, non da collezionisti di chilometri.

Il consiglio che ti do per visitare la Riserva Naturale Regionale Tor Caldara

Il consiglio principale è uno solo, e riguarda l’organizzazione: telefonate prima. Non è un consiglio generico. Tor Caldara è una riserva piccola, gestita da un ente che amministra più aree protette, e la fruizione dipende dalla presenza di personale. Giornate e fasce di apertura, possibilità di accompagnamento, eventuali chiusure per manutenzione o per ragioni di sicurezza non si deducono da una pagina web di terzi: si chiedono ai recapiti ufficiali dell’ente gestore. Chi parte da Roma affronta un’ora di viaggio; scoprire il cancello chiuso dopo cinquanta chilometri è una serata rovinata che si evita con tre minuti di telefonata.

Il secondo consiglio riguarda la stagione e l’ora. Il periodo migliore va da metà ottobre a fine novembre e poi da marzo a metà maggio. In quelle settimane il bosco è pulito, la luce è bassa e radente, la temperatura consente di camminare senza sudare e, soprattutto, l’aria si muove: la ventilazione disperde i gas e riduce i ristagni. L’estate piena, al contrario, è il momento peggiore: caldo, afa, zanzare nelle zone umide, aria ferma, e tutta la costa intasata di traffico balneare. Se proprio si va d’estate, si va alle nove del mattino e si esce prima delle undici.

Terzo consiglio, l’equipaggiamento. Scarpe chiuse con suola scolpita, perché l’argilla bagnata è scivolosa come sapone e i tratti in pendenza vicino alla falesia non perdonano. Pantaloni lunghi per la macchia e per le zecche, che in un bosco mediterraneo frequentato da ungulati e lagomorfi esistono davvero. Acqua propria, perché qui non esistono fontanili utilizzabili e nessuna delle acque presenti in riserva è potabile. Repellente per insetti nelle stagioni intermedie e calde. Binocolo, se vi interessa l’avifauna: è lo strumento che cambia radicalmente la qualità della visita.

Quarto consiglio, forse il più utile di tutti: abbinate. Da solo, Tor Caldara è una visita di un’ora e mezza. Abbinato ad Anzio, diventa una giornata piena e coerente. La mattina la riserva, con il bosco e la geologia; a mezzogiorno il porto di Anzio e il pesce; il pomeriggio il Museo dello Sbarco di Anzio, che spiega meglio di qualsiasi libro che cosa è successo su questa costa nel 1944; verso sera la passeggiata sul lungomare o una puntata a Nettuno, con il borgo medievale e il cimitero militare americano. Questa sequenza tiene insieme geologia, natura, storia antica e storia contemporanea in un raggio di dieci chilometri, ed è il modo migliore di costruire una giornata su questo tratto di litorale.

Il bosco, la macchia mediterranea e le dune fossili

Dal punto di vista vegetazionale Tor Caldara è un esempio raro e ben conservato di macchia mediterranea evoluta, cioè di quella formazione che si sviluppa quando la macchia bassa, se lasciata indisturbata abbastanza a lungo, si chiude e si alza fino a diventare bosco. La componente dominante è il leccio, Quercus ilex, che copre all’incirca il settanta per cento della superficie boscata: una quercia sempreverde dalle foglie verde scuro, coriacee, spesse, costruite per resistere alla siccità estiva e al vento salmastro. Sotto un leccio maturo la luce cala di colpo e la temperatura scende di diversi gradi rispetto alla radura adiacente, e questo microclima consente la sopravvivenza di specie che sulla costa aperta non ce la farebbero.

Accanto al leccio si trovano numerose sughere, Quercus suber, riconoscibili dalla corteccia spugnosa e chiara, cerri, rovere e alcuni esemplari di Quercus crenata, una entità di grande interesse botanico considerata di origine ibrida fra sughera e cerro: è una presenza che i botanici segnalano come rarità e che da sola giustifica il vincolo di tutela. Trovarsi davanti un querceto misto in cui convivono specie sempreverdi mediterranee e specie caducifoglie più continentali, a duecento metri dal mare, è una anomalia ecologica che racconta la storia climatica della costa laziale meglio di molti manuali.

Le dune fossili

Le dune fossili sono uno degli elementi meno appariscenti e più significativi. Si tratta di antichi cordoni sabbiosi costruiti dal mare e dal vento in fasi in cui la linea di costa era diversa dall’attuale, poi stabilizzati dalla vegetazione e oggi lontani dalla battigia. Sono rilievi modesti, ondulazioni di pochi metri che un occhio non allenato attraversa senza notarle, ma costituiscono un archivio geomorfologico: registrano le oscillazioni del livello marino e l’evoluzione del litorale. La vegetazione che vi cresce sopra è adattata a un suolo sabbioso, povero e drenante, e differisce da quella che occupa gli avvallamenti argillosi a poche decine di metri di distanza. La presenza dei gruccioni, che scavano il nido in pareti di terra e sabbia tenera, è legata anche a questa morfologia.

La vegetazione delle sorgenti

Intorno alle emergenze idriche solfuree si è sviluppata una vegetazione del tutto particolare, selezionata da condizioni chimiche che per la maggior parte delle piante risultano proibitive. Fra le specie segnalate spiccano il cappellino comune, Agrostis albula, e il rarissimo zigolo termale, Cyperus polystachyus, una ciperacea legata ad ambienti umidi caldi che nel Lazio ha stazioni estremamente localizzate. Sono piante piccole, che non colpiscono nessuno esteticamente e che un visitatore distratto calpesta senza accorgersene: sono però il vero motivo scientifico per cui esistono percorsi obbligati e settori non accessibili. Camminare fuori dai tracciati, in un’area di quarantaquattro ettari, significa avere una probabilità non trascurabile di distruggere in dieci passi una stazione botanica che nel Lazio si conta sulle dita di una mano.

La fauna

I numeri che si leggono nelle schede di presentazione della riserva parlano di quindici specie di mammiferi, nove di rettili, cinque di anfibi e almeno cinquanta di uccelli, fra stanziali e migratori. Tradotto in pratica: una biodiversità notevolissima per quarantaquattro ettari incuneati fra strade e case.

Fra i mammiferi si annoverano i piccoli carnivori tipici della macchia, i micromammiferi, i chirotteri che cacciano al crepuscolo sopra le radure e il coniglio selvatico, che è forse l’animale che i visitatori incontrano più spesso, soprattutto nelle ore di minor passaggio, all’alba e nel tardo pomeriggio. Tra i rettili la lucertola campestre, il ramarro, il biacco e il colubro; fra gli anfibi le specie legate alle raccolte d’acqua temporanee, che nei mesi umidi si riproducono in pozze effimere e in estate scompaiono del tutto dalla vista.

L’avifauna è il capitolo più ricco e la ragione per cui molti appassionati tornano qui con regolarità. Il gruccione è la specie bandiera: un uccello dai colori quasi tropicali, verde, azzurro, castano e giallo, che nidifica in colonie scavando gallerie nelle pareti sabbiose e che in volo emette un richiamo gorgogliante riconoscibile a grande distanza. Arriva in primavera dai quartieri di svernamento africani e riparte a fine estate, il che rende maggio e giugno il periodo d’oro per osservarlo. Accanto a lui si osservano rapaci in caccia sulle radure, passeriformi della macchia, migratori che usano la costa come corridoio durante i passaggi di primavera e d’autunno, e in inverno specie che scendono dall’interno cercando temperature più miti. Un binocolo, un’ora di pazienza e una posizione ferma al margine di una radura producono qui risultati che in aree molto più vaste richiederebbero una giornata.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Il fatto risaputo è che Anzio e il suo litorale hanno un passato romano di primissimo piano: Antium fu città volsca, poi romana, e divenne una delle località di villeggiatura più ambite dall’aristocrazia e dalla famiglia imperiale, tanto che vi sorgeva una villa imperiale di dimensioni monumentali i cui resti sono tuttora visibili lungo la costa. Questo lo sanno tutti, o quasi.

Quello che si cita molto meno spesso è il legame fra questa frequentazione e lo zolfo. In età romana le acque sulfuree e i fanghi erano parte integrante della cultura del corpo e della medicina: le fonti antiche descrivono l’uso terapeutico delle acque solforose in numerose località dell’Italia centrale, e la disponibilità di zolfo e di sorgenti sulfuree a pochi chilometri da una delle ville imperiali più importanti del litorale non può essere stata una coincidenza indifferente. Lo zolfo aveva inoltre usi rituali, disinfettanti e agricoli, ed era merce che si spostava via mare. La presenza congiunta, in un raggio brevissimo, di un porto, di una residenza imperiale e di un giacimento di zolfo affiorante disegna un quadro economico che le guide turistiche raccontano raramente perché meno spettacolare dei mosaici, ma che spiega perché proprio qui.

Va detto con chiarezza che una cosa è il dato archeologico e normativo, accertato, e un’altra è la ricostruzione dei modi concreti in cui i Romani sfruttavano questo specifico giacimento, per la quale servono studi specialistici e non semplici deduzioni. Quello che le fonti divulgative riportano con costanza è che l’estrazione dello zolfo in quest’area ebbe inizio in età romana e riprese in modo strutturato nel Cinquecento. Il resto è contesto, plausibile e utile per capire, ma da tenere distinto dal dato.

Il secondo fatto poco citato riguarda invece il presente amministrativo: la riserva è gestita dall’Ente Parco Regionale dei Castelli Romani, cioè da un ente il cui territorio principale si trova a quaranta chilometri di distanza, nell’entroterra vulcanico. La scelta ha una logica geologica precisa, perché i fenomeni di Tor Caldara derivano proprio dal sistema vulcanico albano, ma comporta anche che la gestione quotidiana di un’area costiera piccola dipenda da una struttura che ha molte altre priorità. È una delle ragioni per cui la fruizione va sempre verificata prima e non data per scontata.

Riserva Naturale Regionale Tor Caldara
Riserva Naturale Regionale Tor Caldara: le radure e i margini della macchia, gli ambienti dove si concentrano le osservazioni di avifauna e dove in primavera si vedono in volo i gruccioni.

La foto giusta da fare alla Riserva Naturale Regionale Tor Caldara

La fotografia che rende davvero questo luogo non è il panorama sul mare, che qui è modesto e somiglia a quello di qualsiasi altro punto del litorale laziale. È il dettaglio della stratificazione: la sezione verticale di argilla grigia attraversata dalle vene gialle dello zolfo e dalle bande rossastre di ossidazione, fotografata di taglio con la luce laterale del mattino o del tardo pomeriggio. Con un obiettivo normale o un breve teleobiettivo, riempiendo il fotogramma di materia, senza cielo e senza orizzonte, si ottiene un’immagine astratta e riconoscibile che nessun altro tratto di costa laziale può restituire. Va fatta a distanza di sicurezza, restando sui percorsi consentiti e senza scendere lungo la falesia: un teleobiettivo costa meno di un soccorso.

La seconda immagine da portare a casa è la torre vista dal bosco, con i rami di leccio a incorniciarla. Funziona bene con luce diffusa, in giornate leggermente coperte, quando il contrasto fra la pietra chiara e il verde scuro si ammorbidisce. Nelle giornate di sole pieno il salto di esposizione fra il sottobosco e la muratura illuminata è brutale e produce quasi sempre un risultato mediocre.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

La cronologia di questo lembo di costa si legge per strati, esattamente come la falesia. Il primo strato è quello antico: Antium, città dei Volsci poi entrata nell’orbita romana, diventa in età imperiale uno dei poli residenziali del litorale, con ville, un porto e una economia che intreccia pesca, commercio e attività estrattiva. È in questa fase che si colloca l’avvio dello sfruttamento dello zolfo nell’area di Tor Caldara.

Il terzo strato è quello del Novecento, ed è il più pesante. Il 22 gennaio 1944 le forze alleate sbarcano fra Anzio e Nettuno nell’ambito dell’operazione denominata Shingle, con l’obiettivo di aggirare la linea difensiva tedesca a sud di Roma. Quella che nelle intenzioni doveva essere una manovra rapida si trasforma in una testa di ponte bloccata per mesi, con combattimenti durissimi su un fronte che attraversa tutta questa pianura costiera. Le perdite, civili e militari, sono enormi; i centri abitati di Anzio e Nettuno vengono in larga parte distrutti; l’intero paesaggio fra la costa e l’entroterra porta ancora oggi tracce di quei mesi, nella toponomastica, nei cimiteri militari, nei musei. Chi visita Tor Caldara cammina in un’area che nel 1944 si trovò dentro o immediatamente a ridosso del teatro operativo della testa di ponte.

Il quinto strato è normativo ed è la conclusione della vicenda: il 26 agosto 1988 la Regione Lazio approva la legge numero 50 che istituisce la Riserva Naturale Regionale Tor Caldara, pubblicata sul Bollettino Ufficiale il 20 settembre dello stesso anno. Successivamente l’area entra nella rete europea Natura 2000 come Zona Speciale di Conservazione, il che aggiunge al vincolo regionale un livello di tutela comunitario legato alla presenza di habitat e specie di interesse europeo.

Chi è passato dalla Riserva Naturale Regionale Tor Caldara

Nel senso letterale del termine, da qui è passata gente che lavorava. Minatori, fonditori, carrettieri, guardiani, e prima ancora, in età romana, manodopera servile impiegata in una delle attività più insalubri dell’economia antica. È una popolazione senza nomi e senza monumenti, che però ha lasciato il segno più profondo sul terreno: le forme del suolo, le cavità, gli spianamenti su cui oggi cresce il leccio.

Nel Novecento, su questa costa sono passati eserciti interi. I soldati alleati e tedeschi che combatterono attorno alla testa di ponte di Anzio nel 1944 provenivano da tre continenti, e i cimiteri militari della zona, quello americano di Nettuno e quelli del Commonwealth, restituiscono la dimensione numerica di quel passaggio meglio di qualsiasi racconto.

Infine, in tempi recenti, Tor Caldara è passaggio abituale per una comunità precisa e riconoscibile: naturalisti, botanici, geologi, ornitologi, gruppi scolastici, fotografi, escursionisti romani che cercano un’alternativa alla spiaggia. La riserva è stata per anni una tappa classica delle uscite didattiche delle scuole della provincia e uno dei siti citati negli studi sulle manifestazioni gassose del Lazio, proprio per la particolarità della sua chimica del suolo e della sua flora. Non è un luogo di celebrità: è un luogo di specialisti e di curiosi, e questa è la sua qualità migliore.

Quando andare a Riserva Naturale Regionale Tor Caldara e quando evitarla

Il periodo migliore in assoluto va dall’inizio della primavera alla prima metà di maggio. Il bosco è nel pieno della ripresa vegetativa, i cisti fioriscono, i gruccioni rientrano dai quartieri africani, le temperature consentono di camminare bene e l’aria si muove abbastanza da evitare ristagni. Il secondo periodo buono è l’autunno avanzato, da metà ottobre a fine novembre: luce bassa e calda, colori caldi sulla falesia, pochissima gente, passaggio migratorio.

Il periodo da evitare è il cuore dell’estate, e lo dico senza giri di parole. Fra metà giugno e fine agosto qui si sommano tutti gli svantaggi: caldo umido, aria ferma che favorisce il ristagno dei gas nelle depressioni, zanzare, rischio incendio elevato nella macchia, traffico balneare che rende difficile perfino arrivare e parcheggiare. Chi ha solo l’estate a disposizione vada nelle prime ore del mattino e non nel pomeriggio.

Una nota sul vento: le giornate ventilate sono preferibili a quelle di bonaccia, per ragioni che a questo punto sono chiare. Il maestrale e la tramontana ripuliscono l’aria; lo scirocco umido e le giornate afose di calma piatta sono le condizioni peggiori.

Riserva Naturale Regionale Tor Caldara
Riserva Naturale Regionale Tor Caldara: il fronte costiero con le argille stratificate e le venature di zolfo, da osservare e fotografare a distanza di sicurezza restando sui percorsi consentiti.

Cosa c’è intorno a Riserva Naturale Regionale Tor Caldara

Nel raggio di pochi chilometri si concentra una quantità di cose da vedere sproporzionata rispetto alla fama turistica della zona. Anzio offre il porto peschereccio, il lungomare, i resti della villa imperiale affacciati sul mare e una tradizione gastronomica di pesce che regge il confronto con qualsiasi altra località del litorale laziale. Il Museo dello Sbarco di Anzio è la tappa necessaria per capire il 1944 e non richiede più di un’ora.

Nettuno, a pochi minuti, conserva un borgo medievale murato sorprendentemente integro e la basilica di Nettuno, oltre al cimitero militare americano che è uno dei luoghi della memoria più visitati d’Italia. Verso nord, Ardea aggiunge il Museo Giacomo Manzù e, poco oltre, il sito archeologico di Lavinium, legato al mito delle origini troiane di Roma e ai celebri altari arcaici.

Chi vuole restare sul tema geologico trova, risalendo verso l’interno, altre manifestazioni della stessa famiglia: la solfatara di Pomezia, le acque albule di Bagni di Tivoli e, nel Viterbese, la solfatara di Nepi. Sono tutti luoghi in cui valgono le stesse cautele sul gas dette qui: si osservano, non ci si avvicina alle emissioni. Per chi cerca invece un contesto naturalistico diverso e vuole capire l’omonimia di cui si parlava, la Caldara di Manziana resta a novanta chilometri di distanza e merita una giornata a sé, non un abbinamento.

Sul fronte delle aree protette costiere, il Parco Nazionale del Circeo a sud e il bosco di Palo a nord completano il quadro di ciò che resta della foresta litoranea laziale, e visitarli in sequenza nell’arco di una stagione è il modo migliore per capire che cosa sia stata questa costa prima del Novecento.

Domande veloci sulla Riserva Naturale Regionale Tor Caldara

Quanto è grande la Riserva Naturale Regionale Tor Caldara?

Quarantaquattro ettari, nel comune di Anzio. È una delle aree protette più piccole del sistema regionale laziale.

Quando è stata istituita?

Con la legge regionale del Lazio del 26 agosto 1988, numero 50, pubblicata sul Bollettino Ufficiale della Regione Lazio del 20 settembre 1988, numero 26. La gestione è dell’Ente Parco Regionale dei Castelli Romani e l’area è Zona Speciale di Conservazione della rete Natura 2000.

Si può fare il bagno nelle acque sulfuree?

No. Non sono balneabili, non sono potabili e non vanno considerate curative. Le zone di emissione si osservano a distanza, restando sui percorsi consentiti.

L’odore di zolfo è pericoloso?

L’odore in sé segnala la presenza di idrogeno solforato, che è un gas tossico e più pesante dell’aria e che tende ad accumularsi in conche e avvallamenti nelle giornate senza vento. Camminando sui percorsi consentiti e all’aria aperta la situazione è gestita; avvicinarsi alle polle, chinarsi sulle emissioni o scendere in depressioni del terreno è la cosa da non fare. In caso di mal di testa o irritazione, ci si allontana verso zone aperte e ventilate.

Si può portare il cane?

Le regole sugli animali domestici dipendono dal regolamento dell’area protetta e vanno chieste all’ente gestore. Al di là del regolamento, c’è una ragione tecnica per prudenza: un cane respira a venti centimetri da terra, cioè proprio nella fascia in cui i gas pesanti si accumulano.

Quanto tempo serve per la visita?

Da un’ora e mezza a due ore e mezza, a seconda di quanto ci si ferma a osservare. La superficie è contenuta e non consente escursioni lunghe.

Ci sono orari fissi di apertura?

Giornate e fasce orarie dipendono dall’ente gestore e cambiano nel tempo. I recapiti utili risultano il numero 06 39918458, il contatto del guardiaparco 331 2346944 e l’indirizzo torcaldara@regione.lazio.it. Conviene sempre chiedere conferma prima di mettersi in viaggio.

È adatta ai bambini?

Il percorso non presenta difficoltà fisiche particolari, ma l’ambiente richiede sorveglianza costante: bambini per mano, nessuna deviazione fuori dai tracciati, nessun avvicinamento alle polle e alla falesia. Con queste premesse è una visita didattica eccellente, perché mostra in poche centinaia di metri geologia, botanica, fauna e archeologia industriale.

Come ci si arriva senza auto?

Con la ferrovia regionale FL8 fino alla zona di Anzio e Lavinio, e poi con un breve trasferimento. Il collegamento non è comodo: chi non ha l’auto conviene che organizzi la visita come escursione da Anzio.

Il giudizio finale è che Tor Caldara sia uno dei posti più istruttivi del litorale romano e uno dei meno adatti alla visita distratta. Non offre panorami da cartolina, non offre spiaggia, non offre servizi. Offre un bosco vero dove non dovrebbe essercene più nessuno, una parete che mostra la chimica della Terra a occhio nudo, una torre costruita per difendere un minerale e un’aria che ricorda a ogni respiro che il vulcano sotto i Colli Albani non ha ancora finito di raffreddarsi. Chi arriva con la testa giusta e il rispetto delle regole di sicurezza ne esce con qualcosa che nessun altro punto della costa laziale sa dare.

Domande frequenti sulla Riserva Naturale Regionale Tor Caldara

Dove si trova la Riserva Naturale Regionale Tor Caldara e come si arriva?

La Riserva Naturale Regionale Tor Caldara si trova lungo la via Ardeatina al chilometro 34,600, nel comune di Anzio, in provincia di Roma. È un quadrato di bosco incastrato fra una strada regionale trafficata, una linea ferroviaria, il mare e la periferia balneare di Anzio, non un'area isolata in mezzo alla campagna.

Si può entrare liberamente nella Riserva Naturale Regionale Tor Caldara?

La fruizione della Riserva Naturale Regionale Tor Caldara dipende dalla presenza di personale, perché è una riserva piccola gestita da un ente che amministra più aree protette. Giornate e fasce di apertura, possibilità di accompagnamento ed eventuali chiusure non si deducono da una pagina web: conviene telefonare prima di organizzare la visita.

Quanto è grande la Riserva Naturale Regionale Tor Caldara?

La Riserva Naturale Regionale Tor Caldara si estende su quarantaquattro ettari nel comune di Anzio, ed è una delle aree protette più piccole del sistema regionale laziale. È stata istituita con la legge regionale del Lazio del 26 agosto 1988, numero 50, pubblicata sul Bollettino Ufficiale della Regione Lazio del 20 settembre 1988, numero 26.

Perché si chiama Tor Caldara?

Il nome della Riserva Naturale Regionale Tor Caldara deriva da caldara, cioè caldaia: il termine con cui la lingua popolare del Lazio ha sempre indicato i punti in cui la terra ribolle, emette vapori o produce acque calde, esattamente come i termini solfatara, mofeta o bullicame usati altrove per lo stesso fenomeno.

Si sente odore di zolfo visitando Tor Caldara?

Sì, alla Riserva Naturale Regionale Tor Caldara l'odore di zolfo arriva prima del bosco, prima del mare e prima di qualsiasi cartello, perché le emissioni gassose e le acque solforose affiorano in questa fascia costiera. Chi non è preparato può interpretarlo come segno di degrado, mentre è un fenomeno naturale del sito.

Qual è il periodo migliore per visitare Tor Caldara?

Il periodo migliore per la Riserva Naturale Regionale Tor Caldara va dall'inizio della primavera alla prima metà di maggio, quando il bosco è nel pieno della ripresa vegetativa e i cisti fioriscono. Il secondo periodo consigliato è l'autunno avanzato, da metà ottobre a fine novembre, con luce bassa e calda.

Cosa si vede dentro la Riserva Naturale Regionale Tor Caldara?

La Riserva Naturale Regionale Tor Caldara è un esempio raro e ben conservato di macchia mediterranea evoluta, cioè di macchia bassa che, lasciata indisturbata a lungo, si è chiusa fino a diventare bosco. Il leccio, Quercus ilex, copre circa il settanta per cento della superficie boscata, una quercia sempreverde diffusa in tutto il sito.

Cosa vedere vicino alla Riserva Naturale Regionale Tor Caldara?

Nel raggio di pochi chilometri dalla Riserva Naturale Regionale Tor Caldara si trova Anzio, con il porto peschereccio, il lungomare, i resti della villa imperiale affacciati sul mare e una tradizione gastronomica di pesce. Il Museo dello Sbarco di Anzio è la tappa necessaria per capire gli eventi del 1944 in questo tratto di costa.

Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P. Per una giornata organizzata sul litorale a sud di Roma, fra Anzio, Nettuno e le aree protette costiere, con accompagnatore turistico abilitato, si parte dalla pagina contatti di TourLeaderPro; i tour operator che costruiscono itinerari naturalistici e storici sul litorale laziale trovano il servizio di consulenza nella sezione dedicata ai tour operator.

Prepari un viaggio a Roma? Le guide in inglese per visitare la città e il Lazio sono su ItalyPlanner.com. Per chi ragiona in giornate fuori città c’è la guida alle migliori gite di un giorno da Roma, mentre chi vuole capire come funzionano davvero le spiagge libere italiane, concessioni comprese, trova la spiegazione nella guida alle spiagge libere in Italia.

Prepara la visita

Link affiliati: se prenoti da qui Estate Romana riceve una piccola commissione, a te non costa nulla in più.

RiassuntoRiserva Naturale Regionale Tor Caldara - Via Ardeatina, 00042 Anzio RM, Italia
TagsParco naturaleRiserva naturaleRiserva Naturale Regionale Tor CaldaraTor Caldara

Contact Information

IndirizzoVia Ardeatina, 00042 Anzio RM, Italia 42

Le proposte giuste, una volta a settimana

Scegli cosa ti interessa: ti scriviamo solo di quello, con date, orari e prezzi verificati. Niente spam, ti cancelli con un clic.

I tuoi temi