Tenuta del Cavaliere
La Tenuta del Cavaliere è l'azienda agricola di Roma Capitale che occupa il colle e la piana alla sinistra dell'Aniene fra la via Tiburtina e la via Collatina, subito fuori dal Grande Raccordo Anulare, all'altezza di Lunghezza e di Ponte di Nona: l'accesso più comodo è dall'uscita 14 del Raccordo, poi si prende via della Tenuta del Cavaliere, la strada che porta il nome dell'azienda e che serve anche il vicino Castello di Lunghezza. In treno si scende alla fermata di Lunghezza della linea FL2 Roma Tiburtina-Tivoli-Guidonia, aperta nel 1887 insieme alla ferrovia per Tivoli e declassata da stazione a fermata il 9 luglio 2007; da lì la campagna comincia subito, ma il tratto a piedi è lungo e privo di marciapiede continuo, quindi conviene arrivarci in bicicletta o farsi lasciare all'ingresso. Non è un museo e non ha biglietteria: è un'azienda zootecnica in attività, con stalle, silos, trattori e animali al pascolo, e si visita quando l'azienda apre i cancelli per le scolaresche, per le giornate di fattoria didattica o per le iniziative di RomaNatura e delle associazioni della valle dell'Aniene. Orari, calendario delle aperture e modalità di prenotazione vanno chiesti agli uffici di Roma Capitale che gestiscono l'azienda: dalla strada esterna, invece, il perimetro si percorre liberamente a piedi e in bicicletta tutto l'anno, ed è già molto.
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✦ Senza faticaTour in e-bike
Le sette colline con l'assistenza al pedale. L'Appia Antica e il Gianicolo diventano facili.
✦ Poco camminoTour in golf cart
Il centro storico in un paio d'ore senza distruggerti i piedi, e passi dove i pullman non entrano.
✦ Il classicoTour a piedi
Roma si capisce camminando. La differenza la fa la guida, non l'itinerario: sono quasi tutti uguali sulla carta.
✦ Fuori portaCastelli Romani
Frascati, Castel Gandolfo, il lago di Albano. Un'ora da Roma e sembra un'altra regione.
✦ Patrimonio UNESCOTivoli: Villa d'Este e Villa Adriana
Due ville, due epoche, un solo biglietto mentale: le fontane di Villa d'Este e le rovine imperiali di Adriano.
✦ Va a rubaColosseo, Foro e Palatino
L'ingresso a orario sparisce con giorni di anticipo in alta stagione. La versione con i sotterranei è quella che vale il s...
✦ Vai all'aperturaMusei Vaticani e Cappella Sistina
Il primo slot della giornata o il tardo pomeriggio. A metà mattina è un nastro trasportatore, e non lo diciamo solo noi.
✦ Vieni affamatoFood tour
Non è un pranzo: sono sei-otto tappe piccole. Il valore è nei posti in cui non saresti mai entrato da solo.
✦ Dopo le 21Bar hopping e vita notturna
Tre o quattro locali con qualcuno che sa quali sono aperti quella sera. Funziona meglio da soli che in coppia.
✦ Foto garantiteVespa e Ape Calessino
In Ape ti portano loro, in Vespa guidi tu (serve la patente). Due esperienze molto diverse sotto lo stesso nome.
✦ Il più scenograficoTour in sidecar
Il sidecar vintage con conducente: costa più della Vespa, ma è il giro che finisce in tutte le foto.
✦ Si mangia alla fineCorsi di cucina
Pasta a mano e poi ci si siede a tavola. La domanda giusta è quante persone ci sono per postazione.
✦ Anche in cittàDegustazioni di vino
In enoteca in centro o tra le vigne dei Castelli. Due cose diverse: una dura un'ora, l'altra una giornata.
✦ Prenotazione obbligatoriaGalleria Borghese
Bernini e Caravaggio in due ore contate. Senza prenotazione non si entra, punto.
✦ SottoterraCatacombe e Appia Antica
Chilometri di gallerie sotto la via Appia. Fresche d'estate, e sorprendentemente poco affollate.
✦ Accesso limitatoColosseo: sotterranei e arena
Il piano dove aspettavano gladiatori e belve, e il pavimento dell'arena. Posti contati ogni giorno.
✦ Giornata lungaPompei e Costiera Amalfitana
Da Roma si fa in giornata, ma è una giornata vera: sveglia presto e rientro a sera.
✦ Alta velocitàFirenze in giornata
Un'ora e mezza di treno e sei sotto il Duomo. Si fa, se accetti di vedere tre cose e non dieci.
✦ Terrazza panoramicaCastel Sant'Angelo
Mausoleo, fortezza, prigione e rifugio dei papi. E la terrazza con la vista migliore su San Pietro.
✦ Dopo il tramontoRoma di notte
Le stesse piazze, senza la folla e con le luci giuste. La città cambia completamente.
✦ Libertà di scesaBus hop-on hop-off
Sali e scendi dove vuoi per 24 o 48 ore. Utile il primo giorno, per orientarsi.
✦ MareCapri e Costiera Amalfitana
Da Roma è lunga, ma in due giorni si fa con calma. In giornata solo se accetti di correre.
✦ Centro storicoTrevi, Pantheon e piazze
Il cuore barocco a piedi, più il biglietto del Pantheon che ora serve davvero.
✦ Con i bambiniScuola dei gladiatori
Due ore con la spada di legno in mano, sulla via Appia. Con i ragazzini funziona sempre.
✦ Poco sforzoSegway e monopattino
Copri il doppio del centro senza camminare. Dieci minuti di pratica e ci stai sopra.
✦ MercoledìUdienza papale
Ogni mercoledì, quando il Papa è a Roma. Il biglietto è gratuito ma va ritirato.
✦ Poco affollatoTerme di Caracalla
Muri alti trenta metri e quasi nessuno intorno. Uno dei posti più sottovalutati di Roma.
✦ A 30 minutiOstia Antica
La Pompei di Roma, raggiungibile col treno urbano. Strade, taverne e mosaici, senza folla.
✦ Alta velocitàNapoli e Pompei
Un'ora e dieci di treno. Il centro storico, il museo archeologico e la pizza vera.
✦ Prima dell'aperturaVaticano: ingresso anticipato
Dentro i Musei prima del pubblico. La Sistina quasi vuota è un'altra cosa.
Chi vuole inquadrare questo pezzo di campagna dentro il resto del verde romano trova il contesto nella pagina dedicata al Parco della Marcigliana, che della Tenuta del Cavaliere ospita la seconda metà, e in quella della Riserva Naturale Valle dell'Aniene, che comincia poche centinaia di metri più a valle.

Che cos'è davvero la Tenuta del Cavaliere
Una premessa che a Roma quasi nessuno considera: il Comune di Roma è il comune agricolo più esteso d'Europa. Non per modo di dire. Dentro i confini amministrativi della città convivono quartieri da centomila abitanti e seminativi da centinaia di ettari, e una parte di quei seminativi appartiene direttamente all'amministrazione capitolina, che li conduce come vere aziende agricole. La Tenuta del Cavaliere è la seconda di queste aziende per estensione, dietro soltanto alla ben più vasta Oasi di Castel di Guido, che da sola supera i duemila ettari sul versante opposto della città, verso Aurelia e mare.
Qui non siamo davanti a un parco disegnato per il tempo libero. Siamo davanti a un'impresa: si munge, si falcia, si insila, si semina, si spostano animali. Il paesaggio che si vede dalla strada, con il casale sulla cresta e le vacche sparse sul prato, è il sottoprodotto visivo di un ciclo produttivo, non una scenografia. È la ragione per cui la Tenuta del Cavaliere merita una visita diversa da quella che si riserva a una villa storica: non si guarda un monumento, si guarda un mestiere che nell'agro romano ha quasi duemila anni e che qui non si è mai interrotto.
La definizione amministrativa parla di bene comune, e la formula non è retorica. Un'azienda pubblica di questa taglia, con un patrimonio edilizio storico e una posizione strategica fra la città costruita e la campagna residua, vale come laboratorio: didattica, inclusione sociale, filiera corta, presidio ambientale sul fiume. Dopo anni in cui la Tenuta del Cavaliere è rimasta in una condizione di semiabbandono, con manutenzione ridotta al minimo e potenzialità inespresse, la partita aperta è esattamente questa: farne un luogo attivo, in rete con enti, scuole e istituzioni, invece di un bene fermo a produrre latte e basta.
La Tenuta del Cavaliere fra Tiburtina, Collatina e Aniene
Geograficamente la Tenuta del Cavaliere occupa un cuneo di campagna compreso fra due consolari e un fiume. A nord la via Tiburtina, la strada che i Romani sistemarono e lastricarono intorno al 286 avanti Cristo sotto il console Marco Valerio Massimo Potito, ricalcando un antichissimo tracciato di transumanza fra l'Appennino centrale e la valle del Tevere; oltre Tivoli quella stessa strada prendeva il nome di via Valeria e proseguiva fino a Corfinio e all'Adriatico. A sud la via Collatina, che deve il suo nome a Collatia, la città latina che i topografi collocano proprio da queste parti. In mezzo scorre l'Aniene, il secondo affluente di sinistra del Tevere per portata dopo il Nera: novantotto chilometri e mezzo dalle sorgenti dei Simbruini fino alla confluenza all'altezza di Ponte Salario, con un contributo medio di circa trentuno metri cubi al secondo.
Le anse dell'Aniene lambiscono il margine settentrionale della tenuta, e sono anse vere, ampie, disegnate su una piana alluvionale che il fiume ha modellato per millenni. Dall'altra parte il terreno sale: un colle basso ma nettissimo, da cui lo sguardo prende tutta la valle e si spinge fino ai rilievi. Nelle giornate limpide di tramontana, da quel colle, si vedono i Monti Lucretili con i loro profili accavallati, i Cornicolani più vicini con i paesi arroccati e, girandosi a sud, la linea lunga dei Castelli Romani. Non è un panorama da cartolina: è un panorama da geografo, di quelli che spiegano perché una città è nata in un punto e non in un altro.
Un'anomalia che si vede a occhio nudo
Nessuno, arrivando qui, si aspetta trecento ettari di campo aperto. Intorno c'è tutto il contrario: i capannoni del nuovo Centro Agroalimentare, il nastro dell'autostrada A24, i grandi centri commerciali cresciuti a Ponte di Nona negli ultimi vent'anni, i comparti residenziali di Lunghezza. La tenuta è un'isola, e si capisce che è un'isola perché i confini sono bruschi: si passa dall'asfalto al medicaio nel giro di cinquanta metri.
Eppure quell'isola non è un residuo casuale. La presenza del Castello di Lunghezza a poche centinaia di metri, le tracce di insediamenti antichi, anche romani, inglobate negli edifici più vecchi della tenuta, il sistema delle torri e dei casali fortificati che punteggia tutta questa fascia dell'agro raccontano una continuità: qui si è sempre vissuto e sempre lavorato. Il vuoto che si vede oggi è il negativo di una storia piena.
La storia della Tenuta del Cavaliere, fondo per fondo
La Tenuta del Cavaliere, nella forma in cui la conosciamo, non nasce come un corpo unico: è il risultato dell'unione di tre fondi distinti, chiamati Casale Nuovo, Cementara e Palazzetto. Tra il Quattrocento e il Cinquecento questi tre appezzamenti confluiscono nei beni di Anastasia Cavalieri, e da quel cognome, non da un cavaliere in armi, viene il toponimo che la strada e l'azienda portano ancora oggi. È un dettaglio che vale la pena tenere a mente quando si legge il nome sul cartello stradale.
Il Cinquecento e il Casale del Cavaliere
Il nucleo edilizio più antico, il Casale del Cavaliere propriamente detto, risale agli inizi del XVI secolo. La sua collocazione sulla sommità del colle, in posizione dominante sulla valle dell'Aniene, ha fatto ipotizzare agli studiosi che l'edificio, o una struttura che lo ha preceduto sullo stesso punto, svolgesse funzioni di difesa e di osservazione già in epoca medievale. È un'ipotesi, non un fatto documentato, e come tale va presa: ma è un'ipotesi ragionevole, perché tutta questa parte dell'agro romano era organizzata come una rete di punti alti che si sorvegliavano a vista, dalle torri lungo la Nomentana e la Salaria fino ai casali fortificati della valle.
Il 1640 e i Fatebenefratelli
Nel 1640 la proprietà passa all'Ordine Ospedaliero di San Giovanni di Dio, i Fatebenefratelli. Non è una curiosità isolata. Gli ordini ospedalieri e le grandi istituzioni di carità romane furono, per secoli, fra i maggiori latifondisti dell'agro: le rendite dei fondi extraurbani finanziavano gli ospedali dentro le mura, e le tenute venivano affittate a mercanti di campagna che le conducevano a grano e a pascolo. La Tenuta del Cavaliere entra in questo circuito e ci rimane a lungo.
Dagli Ospedali Riuniti al Pio Istituto
Dai Fatebenefratelli il fondo passa agli Ospedali Riuniti di Roma e, nel 1896, al Pio Istituto, che lo amministra fino al proprio scioglimento. È il periodo in cui l'agro romano viene studiato, censito, discusso in Parlamento: le inchieste sulla malaria, le leggi sulla bonifica, il dibattito sul latifondo. Il catasto gregoriano del 1783 assegnava all'agro romano circa 206.927 ettari; il catasto riformato registrava nel 1870 trecentocinquantasette tenute per quasi 198.000 ettari. La Tenuta del Cavaliere è una di quelle voci, una riga in un elenco che oggi suona come l'inventario di un mondo scomparso.
Il Novecento: i terreni entrano nel patrimonio di Roma
Nel corso del XX secolo i terreni e i fabbricati, nell'assetto che hanno tuttora, entrano a far parte del patrimonio del Comune di Roma, oggi Roma Capitale. Il passaggio è decisivo: da bene ecclesiastico e assistenziale la Tenuta del Cavaliere diventa bene pubblico municipale, con tutto quello che ne consegue in termini di destinazione d'uso, vincoli e responsabilità.
Il 2000 e il restauro del complesso
Nel 2000 partono i lavori di ristrutturazione e restauro dell'intero complesso edilizio. Il risultato è quello che si vede: l'antico borgo ha conservato gran parte del suo aspetto originario pur avendo cambiato funzione, perché oggi ospita gli uffici dell'azienda e le abitazioni di chi ci lavora. È un restauro conservativo riuscito, e lo dico senza indulgenza: nell'agro romano il destino normale dei casali è il crollo lento o la trasformazione in ristorante per matrimoni. Qui il casale continua a fare il casale.

Il Casale della Tenuta del Cavaliere, ambiente per ambiente
L'edificio originario ha pianta a U attorno a una corte. Il quarto lato, quello che chiude il quadrilatero, non è un corpo di fabbrica ma un muro con arcate, e nel muro si apre l'ingresso. È una soluzione tipica del casale-fortino dell'agro: dentro si mettevano al sicuro uomini, attrezzi e bestiame, fuori restava la campagna aperta. Chi conosce i casali della Marcigliana o quelli della valle della Caffarella riconosce subito lo schema.
La corte e l'edicola con la Madonna con Bambino
Dentro la corte, sul muro, è visibile un'edicola con un affresco della Madonna con Bambino. Le edicole dei casali non sono decorazione: erano il punto di riferimento devozionale per famiglie che vivevano a ore di cammino dalla parrocchia più vicina, e davanti a quell'immagine si recitava il rosario la sera, si benediva il raccolto, si affidavano gli animali. Guardatela con attenzione: l'intonaco racconta, per stratificazioni e ridipinture, la storia della manutenzione di questo posto meglio di qualunque documento d'archivio.
La chiesetta di Santa Restituta
A destra dell'edicola, sempre sulla corte, si apre la chiesetta dedicata a Santa Restituta. Una cappella di tenuta, piccola, semplice, dimensionata sul numero di persone che qui vivevano stabilmente. La dedicazione è interessante: Restituta è una martire africana la cui devozione arriva in Italia per via marittima e si radica soprattutto nel Napoletano e a Ischia, dove la tradizione vuole che il suo corpo sia approdato. Trovarla titolare di una cappella nell'agro romano è meno banale di quanto sembri, e la ragione della scelta va cercata nelle vicende dei proprietari più che nella devozione locale.
Le stalle vecchie e la stalla nuova del 2013
Il patrimonio edilizio zootecnico della Tenuta del Cavaliere ha due età. Una delle vecchie stalle, restaurata, ospita oggi gli ovini. La stalla nuova, costruita nel 2013, ha permesso di raddoppiare la superficie coperta destinata agli animali: è la struttura che si riconosce da lontano per la copertura ampia e il profilo basso, quella che consente il cosiddetto benessere animale con stabulazione libera, lettiera permanente e ventilazione naturale. Il contrasto fra la stalla del 2013 e le murature del Cinquecento, a poche decine di metri l'una dalle altre, è la cosa che racconta meglio che cosa sia oggi questo posto.
Fienili, rimesse e le aggiunte moderne
In epoca moderna al nucleo storico sono stati aggiunti un corpo longitudinale destinato all'abitazione dei contadini e altri edifici adibiti a fienile e a ricovero di attrezzi e mezzi agricoli. Sono volumi utilitari, senza pretese architettoniche, e vanno letti per quello che sono: la prova che l'azienda ha continuato a funzionare e ad adeguarsi. Un casale storico circondato da fienili in lamiera è un casale vivo. Un casale storico circondato dal nulla è un casale morto.
L'azienda agricola della Tenuta del Cavaliere: che cosa si produce
Le attività prevalenti sui 388 ettari complessivi, compresi i 78 del distaccamento di Tor San Giovanni, sono due: l'allevamento di bovini da latte con criteri ecologici moderni e la coltivazione di essenze da foraggio e cereali. Il resto, dalle siepi ai fossi ai filari residui, è contorno agronomico e habitat.
Le vacche Frisone della Tenuta del Cavaliere
La razza prevalente in stalla è la Frisona, la bianca e nera che a livello mondiale rappresenta lo standard della produzione di latte. È una scelta produttiva precisa: la Frisona dà volumi che nessuna razza rustica italiana raggiunge, ma chiede in cambio alimentazione controllata, spazi adeguati e gestione sanitaria seria. Vederle al pascolo su un prato aperto, invece che soltanto in stabulazione, è già un indizio di come l'azienda imposta il lavoro.
Gli ovini, i maremmani e la fontana antica
Accanto ai bovini ci sono le pecore. Chi passeggia lungo il perimetro, nelle ore giuste, assiste a una scena che in città non ci si aspetta: il gregge che scende ad abbeverarsi a una fontana antica, con i cani da pastore maremmani che lo accompagnano e lo sorvegliano. Il maremmano abruzzese non è un cane da conduzione come il border collie: è un cane da guardiania, cresciuto con il gregge, che considera le pecore parte della propria famiglia e chiunque si avvicini un potenziale problema. Regola pratica e non negoziabile: non ci si avvicina al gregge, non si entra nei recinti, e se si ha un cane al guinzaglio si cambia strada. Non è prudenza eccessiva, è il modo corretto di comportarsi davanti a un cane che fa il proprio mestiere.
Foraggi e cereali: come si nutre la Tenuta del Cavaliere
L'alimentazione degli animali è costituita quasi interamente dal foraggio coltivato dentro la tenuta stessa. Nelle varie stagioni si produce fieno di erbaio e di erba medica; a questi si aggiunge l'insilato, cioè foraggio conservato in assenza di ossigeno, ottenuto da triticale e veccia oppure da mais e sorgo. Detta così sembra una nota tecnica; in realtà è la chiave economica ed ecologica dell'azienda. Un allevamento che produce in casa quasi tutto quello che mangia chiude il ciclo del carbonio e dell'azoto sul posto, riduce i trasporti, non dipende dai mercati delle materie prime. È l'opposto dell'allevamento intensivo che compra mangime dall'altra parte del mondo, ed è la ragione per cui i 388 ettari servono: non sono un lusso paesaggistico, sono la dispensa della stalla.
L'erba medica, in particolare, merita una parola. È una leguminosa perenne che fissa l'azoto atmosferico nel terreno grazie ai batteri simbionti delle radici: significa che mentre nutre le vacche concima anche il campo. Si sfalcia più volte l'anno, e il medicaio rimane produttivo per quattro o cinque stagioni prima di essere rinnovato. Quando vedete un campo verde brillante a fine maggio mentre tutto intorno è già giallo, quello è un medicaio.
Il latte e i formaggi firmati Roma Capitale
Per anni il Comune di Roma è stato, a tutti gli effetti, un produttore di latticini e di carni. Latte biologico imbottigliato, formaggi prodotti in caseificio, filetti: prodotti che portavano il marchio di Roma Capitale e che venivano venduti, oltre che in tenuta, nei farmer's market cittadini, fra cui quello della Garbatella e quello del Circo Massimo. Il latte arrivava dalle centinaia di capi ovini e bovini al pascolo qui e a Castel di Guido.
Negli ultimi anni quei prodotti si sono progressivamente diradati sui banchi, e chi li cercava ha smesso di trovarli con regolarità. Dico la mia senza giri: è stata un'occasione gestita male. Un'amministrazione che possiede l'azienda agricola, la stalla, il caseificio e i mercati rionali ha in mano l'intera filiera corta, e una filiera così, in una città di quasi tre milioni di abitanti, è un asset politico ed economico enorme. Prima di comprare un ettaro nuovo, converrebbe far funzionare quello che già c'è. Chi volesse verificare la disponibilità attuale dei prodotti deve informarsi direttamente presso gli uffici competenti di Roma Capitale.

La Tenuta del Cavaliere si sviluppa in due aree distinte
Qui arriva il dato che spiazza chi crede di conoscere il posto: la Tenuta del Cavaliere non è tutta a Lunghezza. Oltre alla tenuta propriamente detta, sulle anse dell'Aniene, l'azienda comprende il Casale Lucernari di Tor San Giovanni e i terreni circostanti, settantotto ettari che si trovano geograficamente all'interno del Parco della Marcigliana, dall'altra parte della città, sul versante nord fra Salaria e Nomentana. Due poli separati da una ventina di chilometri di traffico romano, gestiti come un'unica azienda.
Il Casale Lucernari e i cavalli sequestrati
Il Casale Lucernari, all'ingresso della Riserva Naturale della Marcigliana, in via di Tor San Giovanni, ha due destinazioni parallele. Una parte è adibita a caserma e alloggio dei guardiaparco della Marcigliana. Un altro settore è ricovero di cavalli, e non si tratta di cavalli da maneggio: sono spesso animali sequestrati perché utilizzati dalla malavita, oppure abbandonati o maltrattati, che qui trovano stalla, cure e un recinto dove finire i loro giorni in pace. Accanto ai box ci sono piccole coltivazioni.
Questo è il capitolo meno raccontato dell'azienda e forse il più significativo. Un'azienda agricola pubblica che diventa rifugio per animali confiscati sta facendo una cosa che nessun privato farebbe, perché non è remunerativa: è esattamente il tipo di servizio che giustifica la proprietà pubblica di un fondo agricolo.
Il sentiero natura della Marcigliana
La zona di Tor San Giovanni è anche base di partenza di un sentiero natura della riserva, e si può percorrere con due accortezze elementari: non avvicinarsi ai recinti degli animali e restare sui percorsi segnati. La torre che dà il nome alla località risale alla metà del XIII secolo, sorge su uno sperone di tufo, aveva in origine merlatura guelfa e comunicava a vista con le postazioni fortificate lungo la Nomentana e la Salaria; nel 1564 divenne proprietà dell'Ospedale di San Giovanni, e accanto conserva una piccola chiesa. Dentro la stessa riserva si trovano anche il sito archeologico della città latina di Crustumerium, occupato fin dall'età del Ferro fra IX e VIII secolo avanti Cristo, il Casale della Marcigliana con la sua torre belvedere, la basilica e le catacombe di Sant'Alessandro riscoperte nel 1854 e la torretta medievale della Bufalotta, risalente all'XI secolo e un tempo centro amministrativo di terre gestite dall'abbazia di Farfa.
La fauna della Tenuta del Cavaliere e della valle
La contiguità con la riserva naturale e la presenza di acqua, siepi e campi non lavorati fanno della Tenuta del Cavaliere un serbatoio di fauna selvatica dentro il perimetro comunale di Roma. Fra i mammiferi si segnalano il tasso, l'istrice, la donnola, l'arvicola e il moscardino: un elenco che a leggerlo distrattamente sembra generico, ma che per chi conosce l'ecologia degli ambienti agricoli dice molto.
I mammiferi: tasso, istrice, donnola, moscardino
Il tasso è un mustelide notturno, poderoso, che scava sistemi di tane complessi e riutilizzati per generazioni: la sua presenza indica suoli profondi e disturbo antropico contenuto. L'istrice, il più grande roditore europeo, è animale protetto e in espansione nel Lazio, e i suoi aculei caduti sono la traccia più facile da trovare lungo i sentieri. La donnola è il più piccolo carnivoro d'Europa, capace di infilarsi nelle gallerie delle arvicole che caccia. Il moscardino, minuscolo gliride arboricolo dal pelo arancione, dipende dalla continuità delle siepi e dei cespugli: dove le siepi vengono rase al suolo, il moscardino sparisce. Averlo qui significa che una parte della trama arbustiva ha resistito.
Gli uccelli: rapaci, picchi, upupa, gruccione
Il capitolo ornitologico è ancora più ricco. Alla Tenuta del Cavaliere sono presenti molti rapaci diurni e notturni, il picchio rosso e il picchio verde, l'upupa e il gruccione. Il picchio verde è la voce che si sente prima di vedere l'animale, una risata acuta che attraversa i campi. L'upupa, con la cresta apribile e il volo a scatti, nidifica nelle cavità dei vecchi alberi e dei muri, quindi la sua presenza è legata alla conservazione degli edifici rurali e dei filari maturi. Il gruccione, uno degli uccelli più colorati d'Europa, scava il nido in gallerie orizzontali sulle pareti sabbiose: sulle scarpate delle anse dell'Aniene trova esattamente quello che gli serve, e la colonia in attività, fra maggio e luglio, è uno spettacolo che da solo vale la deviazione.
Consiglio da chi ci è andato più volte: portate un binocolo 8x42 e fermatevi fermi venti minuti in un punto solo, invece di camminare per due ore. In un ambiente agricolo aperto la fauna si vede stando immobili, non macinando chilometri.
La Riserva Naturale Valle dell'Aniene e il parco di Aguzzano
Poche centinaia di metri a valle della Tenuta del Cavaliere comincia un'altra storia, che vale la pena conoscere perché spiega dove finisce l'acqua che passa qui. La Riserva Naturale Valle dell'Aniene, che fa parte del sistema delle aree protette gestito dall'ente regionale RomaNatura, tutela il corso urbano del fiume dal Grande Raccordo Anulare fino alla confluenza con il Tevere, per un'estensione di circa 650 ettari, attraversando quartieri come La Rustica, Tor Cervara, Tor Sapienza, Colli Aniene, Ponte Mammolo, Casal de' Pazzi, Pietralata e Monte Sacro. La gestione operativa sul territorio è affidata all'associazione Insieme per l'Aniene, nata nel 1999, che da anni cura pulizie del fiume, educazione ambientale e monitoraggi.
Che cosa si vede lungo l'Aniene
Il paesaggio vegetale della riserva è quello delle zone umide fluviali: papiro, iris, sambuco, alghe e piante palustri. In acqua, oltre a specie meno nobili, resiste la trota fario, e si trovano granchi, rane e il gambero americano, specie alloctona che negli ultimi decenni ha colonizzato mezzo Lazio. Fra la tenuta e la riserva, quindi, c'è un continuum ecologico: quello che si semina e si sfalcia qui condiziona quello che scorre più a valle, e viceversa.
Il Parco urbano di Aguzzano, il vicino più utile
Sull'altro versante della valle, fra via Nomentana, via Tiburtina e il Raccordo, il Parco urbano di Aguzzano è area protetta dal 1989. Il nome viene da Auzano, la grande proprietà agricola della gens Acutia: anche qui, come alla Tenuta del Cavaliere, un toponimo che conserva il nome di una famiglia. Il parco conserva viali alberati di pini, pioppi e platani, ospita specie come il rospo smeraldino, il gheppio e l'airone cenerino, e ha come edificio simbolo il Casale A.L.B.A. 3, chiamato La Vaccheria, restaurato e oggi sede del Centro di Cultura Ecologica; dentro il complesso funziona la biblioteca Fabrizio Giovenale, entrata nel sistema delle biblioteche di Roma nel 2016. La terza domenica del mese si tiene un mercato contadino biologico, ed è, per chi cerca i prodotti dell'agro romano, l'occasione più concreta della zona. Un sentiero natura intitolato Conoscere il parco accompagna la visita.
A due passi da Aguzzano, sulla via Nomentana, il Museo di Casal de' Pazzi conserva in situ un deposito fluviale del Pleistocene con resti di elefante antico e industria litica: è il modo migliore per capire che la valle dell'Aniene era un corridoio di vita centomila anni prima che qualcuno pensasse a Roma.
Come si visita davvero la Tenuta del Cavaliere
Mettiamo in chiaro le aspettative, perché è il punto su cui la gente si sbaglia più spesso. La Tenuta del Cavaliere è un'azienda zootecnica in esercizio: dentro ci sono animali, macchine agricole e persone che lavorano. Non esiste un ingresso libero permanente come in un parco pubblico, e non esiste una biglietteria. L'accesso agli spazi interni avviene su base organizzata: visite scolastiche, giornate didattiche, iniziative promosse con le associazioni della valle dell'Aniene e con gli enti che si occupano di agricoltura urbana. Per sapere che cosa è in calendario, bisogna rivolgersi agli uffici di Roma Capitale che hanno in carico l'azienda.
Che cosa si può fare comunque, e gratis
Il perimetro esterno, invece, è percorribile e vale il viaggio. Si cammina lungo le strade poderali e i margini dei campi, si arriva in bicicletta seguendo la valle, e nei tratti navigabili dell'Aniene c'è chi pagaia lungo le anse che lambiscono la tenuta. Molti residenti di Lunghezza e di Ponte di Nona usano il bordo del grande prato dove pascolano cavalli e vacche come percorso per il footing quotidiano: è, di fatto, l'unico anello di corsa su fondo naturale della zona.
La nota critica che va detta
L'area limitrofa alla Tenuta del Cavaliere potrebbe e dovrebbe essere tenuta meglio. Ci sono punti in cui i bordi strada accumulano rifiuti, cartelli assenti o illeggibili, accessi non segnalati. È un peccato, perché il contenuto c'è tutto: la tenuta ha un valore naturalistico, storico e produttivo che nella periferia est di Roma non ha eguali, e basterebbe poco per renderlo leggibile a chi arriva. Armonizzare quelle tre potenzialità, invece di tenerle separate, è la chiave della sua rivalutazione. Chi programma itinerari per gruppi e vuole capire in anticipo che cosa è realmente fruibile può appoggiarsi ai professionisti di TourLeaderPro a Roma, che su questo tipo di destinazioni periferiche lavora con sopralluoghi preventivi.
Quanto tempo serve
Per il giro esterno del settore di Lunghezza calcolate due ore buone di camminata con soste, tre se vi fermate a guardare gli animali e a fotografare. Se aggiungete il Castello di Lunghezza diventa mezza giornata. Se volete arrivare fino al settore di Tor San Giovanni, dentro la Marcigliana, mettete in conto una giornata intera e uno spostamento in auto: sono due mondi diversi, e vederli lo stesso giorno è faticoso ma istruttivo.
La Tenuta del Cavaliere con i bambini e con le scuole
Le visite scolastiche sono, storicamente, la forma di fruizione più consolidata della Tenuta del Cavaliere, e si capisce perché: a mezz'ora di pullman da mezza Roma ci sono vacche da latte vere, pecore vere, campi coltivati veri e un casale del Cinquecento. Per una classe delle elementari è più efficace di venti pagine di libro.
Che cosa funziona con i più piccoli
Funzionano tre cose: la stalla, il gregge e il ciclo del foraggio. La stalla perché le dimensioni di una Frisona adulta, dal vivo, sono una sorpresa fisica. Il gregge perché i cani maremmani, osservati a distanza di sicurezza, sono il modo più immediato per spiegare che cosa sia un animale da lavoro. Il ciclo del foraggio perché permette di chiudere il cerchio: l'erba del campo diventa fieno, il fieno diventa latte, il latte diventa formaggio. Un bambino che fa quel collegamento una volta non lo dimentica.
Regole di comportamento, non negoziabili
Restare sui percorsi indicati, non entrare nei recinti, non dare da mangiare agli animali, non correre vicino al bestiame, tenere i cani lontani dal gregge. Queste non sono precauzioni burocratiche: una vacca da latte pesa sei o settecento chili, un ariete carica, un maremmano difende. La sicurezza in azienda dipende dalla distanza.
Quando andare alla Tenuta del Cavaliere
Il mio calendario personale, dopo diverse visite in stagioni diverse.
Primavera
Aprile e maggio sono il periodo migliore in assoluto. I medicai sono al massimo del verde, le anse dell'Aniene hanno ancora portata, i gruccioni arrivano e cominciano a scavare, la luce del tardo pomeriggio taglia il colle con un'angolazione bassissima. Se dovete scegliere un solo giorno all'anno, sceglietelo qui.
Estate
Da metà giugno in poi la piana diventa un forno e l'ombra è pressoché assente. Si va all'alba o dopo le diciannove, mai a mezzogiorno. Il vantaggio dell'estate sono le operazioni di fienagione e di insilamento: vedere una trinciatrice al lavoro su un campo di mais è uno spettacolo industriale di tutto rispetto.
Autunno
Ottobre e novembre regalano il colore migliore sulle ripe del fiume e l'aria più limpida dell'anno per il panorama verso i Lucretili. Il fondo però diventa fangoso dopo le prime piogge: scarponcini, non scarpe da ginnastica.
Inverno
La tramontana di gennaio è la condizione ideale per il panorama: si vedono i monti innevati dietro la campagna e la fotografia rende come in nessun'altra stagione. In compenso il freddo sul colle è tagliente e non c'è un riparo. Vestitevi come si fa in montagna, non come si fa in città.
Che cosa c'è intorno alla Tenuta del Cavaliere
Una visita qui si combina bene con altre mete della fascia est e nord della città.
Il Castello di Lunghezza
Il vicino più illustre. Il Castello di Lunghezza si trova nella zona est di Roma, subito dopo l'uscita 14 del Grande Raccordo Anulare, e comprende l'edificio nobiliare, i giardini della corte e circa tre ettari di parco. Oggi ospita visite scolastiche, eventi e celebrazioni, oltre alle attrazioni a tema per famiglie che lo hanno reso popolare fra i romani con bambini. Il sito ufficiale dell'ente gestore, castellodilunghezza.it, riporta calendario e modalità di accesso aggiornati.
La valle dell'Aniene verso la città
Scendendo lungo il fiume si incontrano il Parco della Cervelletta, con il suo casale-torre e i campi ancora coltivati, e più a valle il Parco delle Valli, dove l'Aniene entra definitivamente nella città costruita. Sono due tasselli dello stesso mosaico: l'agro che resiste dentro il tessuto urbano.
Verso Tivoli e i monti
Risalendo la Tiburtina in venti minuti di auto si arriva a Tivoli, con Villa Adriana ai piedi della città e il Parco di Villa Gregoriana a strapiombo sulla cascata dell'Aniene, alta circa centosessanta metri. È lo stesso fiume che passa davanti alla tenuta, visto trenta chilometri più a monte e in tutt'altro stato d'animo.
L'altra campagna romana
Per chi prende gusto all'agro romano, sul versante nord c'è la Riserva Naturale di Nomentum, a ovest l'Oasi di Castel di Guido, a sud gli orti urbani della Garbatella, che raccontano la versione cittadina e minuta della stessa vocazione agricola. Chi costruisce da sé il proprio itinerario può salvare le tappe che gli interessano nella sezione Il mio viaggio.
Una curiosità su Tenuta del Cavaliere
Il nome inganna quasi tutti. Chi legge il cartello di via della Tenuta del Cavaliere immagina un cavaliere medievale, magari un feudatario con il maniero sul colle, e collega automaticamente il toponimo al castello che si intravede poco lontano. La realtà documentaria è un'altra e ha il sapore delle carte notarili: la Tenuta del Cavaliere prende nome da un cognome di famiglia. Fra il XV e il XVI secolo tre fondi distinti, Casale Nuovo, Cementara e Palazzetto, confluirono nei beni di Anastasia Cavalieri, e da quel patrimonio unificato nacque la tenuta come corpo unico. Il cavaliere della Tenuta del Cavaliere, insomma, è una donna, o meglio è la famiglia a cui quella donna apparteneva.
La curiosità si arricchisce se si guarda il meccanismo che c'è dietro. Nell'agro romano i toponimi si sono formati quasi sempre così: il nome del proprietario, del casale o del santo titolare della cappella si è attaccato al fondo e ci è rimasto anche quando il proprietario è cambiato dieci volte. Tor San Giovanni prende nome dall'ospedale che la possedeva dal 1564; Aguzzano, sull'altro versante della valle, conserva nel nome Auzano la memoria della proprietà agricola della gens Acutia, cioè di una famiglia romana di età repubblicana o imperiale. Sono fossili linguistici: sopravvivono al latifondo, alla malaria, alla bonifica, all'espansione edilizia. La toponomastica dell'agro è l'unico catasto che nessuno ha mai potuto cancellare, e la Tenuta del Cavaliere ne è un esempio da manuale. Quando percorrete la strada, sappiate che state pronunciando il cognome di una proprietaria del Cinquecento.
Una cosa che non ti dice nessuno su Tenuta del Cavaliere
Che la Tenuta del Cavaliere non è dove credete, o meglio, non è soltanto lì. Tutti la identificano con il colle sopra l'Aniene a Lunghezza, e tutti si fermano a quello. Ma l'azienda ha un secondo corpo, staccato, che si trova a una ventina di chilometri di distanza, sul versante opposto della città: settantotto ettari attorno al Casale Lucernari di Tor San Giovanni, geograficamente dentro la Riserva Naturale della Marcigliana, fra Salaria e Nomentana. Sui 388 ettari complessivi dell'azienda, quelli sono un quinto abbondante.
E c'è di più, perché quel secondo polo fa un lavoro che nessuno si aspetta da un'azienda agricola. Una parte del Casale Lucernari è caserma e alloggio dei guardiaparco della riserva. Un'altra parte è ricovero di cavalli, e sono in buona misura animali sequestrati perché impiegati dalla malavita nelle corse clandestine, oppure abbandonati o maltrattati e affidati alle cure pubbliche. Un cavallo confiscato ha bisogno di stalla, fieno, veterinario e paddock per anni, e nessuno ci guadagna un euro: è puro costo sociale. Il fatto che a sostenerlo sia un'azienda agricola comunale, usando foraggio prodotto in proprio, è esattamente il genere di cosa che giustifica la proprietà pubblica di un fondo rustico, e che invece finisce sempre fuori dalle narrazioni sulla Tenuta del Cavaliere.
Aggiungo il dettaglio pratico che quasi nessuno collega: da quella stessa area parte un sentiero natura della Marcigliana, e il contesto storico è di prim'ordine, con la torre duecentesca su sperone di tufo, il sito della città latina di Crustumerium e le catacombe di Sant'Alessandro a pochi minuti. Chi visita solo Lunghezza vede metà dell'azienda e un decimo della storia.
Il consiglio che ti do per visitare Tenuta del Cavaliere
Il consiglio più utile che posso darvi è contrario a quello che fa la maggior parte delle persone: non puntate al cancello, puntate al colle e all'ora giusta. Chi arriva qui pensando di entrare come si entra in un parco pubblico se ne va deluso, perché la Tenuta del Cavaliere è un'azienda in attività e l'accesso agli spazi interni è organizzato, non libero. Chi invece arriva sapendo che il colpo d'occhio si gioca dal perimetro, e lo fa nell'ora giusta, torna a casa soddisfatto.
Operativamente: uscita 14 del Grande Raccordo Anulare, auto lasciata in un punto sicuro fuori dalle carreggiate di scorrimento, e poi a piedi lungo il margine dei campi, salendo verso la quota del casale. Andateci un'ora e mezza prima del tramonto in primavera o in autunno, e mettete in conto di stare fermi. Il valore di questo posto non è in un oggetto da fotografare: è nella profondità di campo, nel fatto che da un punto solo si vedono contemporaneamente il fiume, il seminativo, il casale cinquecentesco, il castello, i capannoni del Centro Agroalimentare e, sul fondo, la montagna. Quella stratificazione è il ritratto più onesto di Roma che si possa vedere senza entrare nel centro storico.
Secondo consiglio, meno poetico e più concreto: verificate prima le aperture. Se il vostro obiettivo sono la stalla, il caseificio o la corte con la cappella, l'unica strada è agganciarsi a una giornata organizzata, a una visita scolastica o a un'iniziativa promossa con le associazioni della valle. Presentarsi a caso davanti al cancello sperando in un'apertura è il modo migliore per sprecare un pomeriggio. Terzo: portate acqua. Non c'è un bar, non c'è una fontanella lungo il percorso esterno, e d'estate il sole qui non perdona. Chi organizza uscite per gruppi o per aziende e vuole una gestione logistica seria di una destinazione periferica come questa trova un riferimento professionale nel servizio di accompagnamento turistico di TourLeaderPro.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Che Roma sia il comune agricolo più grande d'Europa lo sanno in molti, e viene ripetuto a ogni convegno sull'ambiente. Quello che non viene quasi mai detto è la conseguenza operativa: Roma Capitale non si limita a possedere quei terreni, li conduce. Ha aziende, stalle, capi di bestiame, trattori, dipendenti agricoli. Ha avuto, per anni, un caseificio e un marchio proprio, e vendeva latte biologico imbottigliato, formaggi e filetti nei mercati contadini della città, fra cui quello della Garbatella e quello del Circo Massimo. In altre parole: il Comune di Roma è stato un produttore di latticini e di carni, e il latte veniva dalle centinaia di ovini e bovini al pascolo alla Tenuta del Cavaliere e a Castel di Guido.
Questo fatto, per quanto pubblico e verificabile, resta fuori dall'immaginario collettivo dei romani, che pensano al Comune come a un ente che ripara buche e raccoglie rifiuti. E resta fuori anche dall'immaginario dei visitatori, che quando pensano a Roma pensano alle rovine e non ai medicai. La conseguenza è che una filiera corta pubblica, potenzialmente fortissima, non ha mai avuto il pubblico che meritava. Negli ultimi anni i prodotti a marchio capitolino si sono diradati fino quasi a scomparire dai banchi, ed è una perdita secca: perché la filiera esisteva, era corta davvero, e riguardava un territorio che dalla stalla al mercato non supera i venti chilometri. Rimetterla in piedi non richiede un'invenzione, richiede una decisione.
La foto giusta da fare a Tenuta del Cavaliere
La fotografia che racconta la Tenuta del Cavaliere è una sola, e non è un primo piano. Mettetevi sul versante del colle, con il Casale del Cavaliere sulla cresta a sinistra o a destra dell'inquadratura, mai al centro, e componete in modo che nel fotogramma entrino tre piani: in primo piano il seminativo o il medicaio con la sua tessitura di righe, in secondo piano la piana con le anse dell'Aniene e gli animali al pascolo, sul fondo la linea dei monti. Serve un obiettivo intorno ai 35 o 50 millimetri su pieno formato: il grandangolo spinto svuota il paesaggio, il teleobiettivo lo appiattisce e vi fa perdere proprio la profondità che è il soggetto vero.
L'ora e la luce
Le ultime due ore prima del tramonto, senza alternative. La luce radente rivela i solchi dell'aratura e il micro rilievo del colle, che a mezzogiorno spariscono completamente. In inverno, con la tramontana, la stessa inquadratura guadagna i monti nitidi sul fondo e a volte la neve. Evitate il mezzogiorno estivo: luce piatta, foschia, calore che deforma l'aria sopra il campo.
Le altre due foto che funzionano
La seconda è il gregge alla fontana antica, fotografato da lontano con un tele medio, mai avvicinandosi: i cani maremmani non gradiscono e hanno ragione loro. La terza è l'architettura: l'arcata d'ingresso nel muro che chiude la corte, ripresa frontale, con l'edicola della Madonna con Bambino sullo sfondo se la visita lo consente. Un consiglio sulle persone: se compaiono lavoratori dell'azienda, chiedete il permesso prima di fotografarli. È un posto di lavoro, non un set.
Una cosa da non fare
Non fate volare droni sopra gli animali. Il rumore manda in agitazione il bestiame, spaventa i cavalli, disturba la nidificazione dei rapaci e delle colonie di gruccioni sulle ripe, e in prossimità di aree protette e infrastrutture le limitazioni al volo vanno comunque verificate prima. Una fotografia non vale una mandria in fuga.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
La storia di questo pezzo di agro romano si misura per passaggi di proprietà e per cambi di funzione, e ognuno di quei passaggi corrisponde a una fase della storia di Roma.
Dai tre fondi alla tenuta unica
Il primo avvenimento è l'aggregazione: fra XV e XVI secolo Casale Nuovo, Cementara e Palazzetto smettono di essere tre fondi e diventano un patrimonio solo nelle mani della famiglia Cavalieri. È il momento in cui nasce la Tenuta del Cavaliere come entità, ed è anche il momento in cui, agli inizi del Cinquecento, viene costruito il casale sulla sommità del colle.
1640: il passaggio ai Fatebenefratelli
Nel 1640 la tenuta entra in proprietà dell'Ordine Ospedaliero di San Giovanni di Dio. È l'anno che segna il destino del fondo per i due secoli e mezzo successivi e lo iscrive nella grande economia assistenziale romana, quella in cui le rendite della campagna pagavano i letti degli ospedali cittadini.
1896: il Pio Istituto
Dopo gli Ospedali Riuniti di Roma, nel 1896 la proprietà passa al Pio Istituto, che la amministra fino allo scioglimento dell'ente. Siamo nella Roma post unitaria, quella che discute di bonifica dell'agro e di risanamento igienico, e le grandi tenute diventano materia di legge e di inchiesta parlamentare.
1887: la ferrovia taglia la valle
Un fatto esterno alla tenuta ne cambia per sempre il contesto: nel 1887 apre la ferrovia per Tivoli, con la stazione di Lunghezza. La valle dell'Aniene, fino a quel momento percorsa dalle consolari e dai tratturi, acquista un'infrastruttura moderna, e la campagna a est di Roma entra nell'orbita quotidiana della città.
Il Novecento e il 2000: da bene ecclesiastico a bene comune restaurato
Nel XX secolo terreni e fabbricati entrano nel patrimonio comunale, e nel 2000 partono i lavori di ristrutturazione e restauro dell'intero complesso, che restituiscono all'antico borgo il suo aspetto storico dandogli la nuova funzione di sede degli uffici dell'azienda e di abitazione per i contadini.
2013: la stalla nuova
L'ultimo avvenimento rilevante in ordine di tempo è edilizio e produttivo insieme: la costruzione, nel 2013, di una nuova stalla che raddoppia la superficie coperta destinata agli animali, mentre una delle vecchie stalle, restaurata, viene destinata agli ovini. È il segnale che l'azienda, in quegli anni, stava investendo.
Sullo sfondo: Collatia, Crustumerium, il manifesto di Lunghezza
Attorno alla tenuta la storia è molto più antica. Il topografo ottocentesco Antonio Nibby collocava qui la cittadella latina di Collatia, legata dalla tradizione letteraria alla vicenda di Lucrezia raccontata da Tito Livio, e c'è chi ha ipotizzato che la sua tomba si trovi sotto il Castello di Lunghezza: tradizione e ipotesi, non documento. Documentata è invece la presenza dei monaci: già in carte dell'VIII secolo l'abbazia di Farfa controllava un fondo rustico in zona, e fra XIII e XV secolo il castello appartenne ai benedettini di San Paolo fuori le Mura. A Lunghezza fu poi redatto il manifesto con cui si contestava la legittimità di Bonifacio VIII, uno dei documenti più clamorosi dello scontro fra il papa e i Colonna. Sull'altro fronte dell'azienda, a Tor San Giovanni, la torre duecentesca e il vicino sito di Crustumerium, abitato fin dall'età del Ferro, allungano la cronologia di altri due millenni.
Chi è passato da Tenuta del Cavaliere
Un'azienda agricola non ha un libro d'oro come una villa nobiliare, e sarebbe disonesto inventarne uno. I nomi che si possono fare, però, ci sono, e sono nomi che pesano.
Anastasia Cavalieri e i proprietari
La prima è lei, la donna che dà il nome al posto. Nei suoi beni, fra Quattrocento e Cinquecento, confluiscono i tre fondi da cui nasce la tenuta. Dopo di lei passano di qui, come proprietari e amministratori, i religiosi dell'Ordine Ospedaliero di San Giovanni di Dio dal 1640, gli amministratori degli Ospedali Riuniti di Roma e quelli del Pio Istituto dal 1896: generazioni di economi, fattori e mercanti di campagna che per quasi tre secoli hanno deciso che cosa si seminava su questi ettari.
I monaci di Farfa e di San Paolo fuori le Mura
Nell'immediato intorno, la presenza monastica è documentata molto prima. Carte dell'VIII secolo attestano che l'abbazia di Farfa controllava una proprietà rustica in questa zona, e fra il XIII e il XV secolo i benedettini di San Paolo fuori le Mura furono padroni del castello di Lunghezza. Sull'altro polo dell'azienda, la torretta della Bufalotta, nell'XI secolo, faceva da centro amministrativo per terre gestite sempre da Farfa. Gente che qui non passava: qui restava, e contava le pecore.
Antonio Nibby e i topografi
Nell'Ottocento arrivano gli studiosi. Antonio Nibby, il topografo che ha dato forma alla conoscenza moderna della campagna romana, identificava in questa zona la cittadella di Collatia, e con lui la schiera di archeologi, cartografi e viaggiatori che nel secolo dell'archeologia hanno percorso l'agro a cavallo prendendo appunti. Dietro di loro, i redattori del catasto gregoriano e poi del catasto riformato del 1870, che hanno censito trecentocinquantasette tenute su quasi centonovantottomila ettari e hanno lasciato l'unico ritratto d'insieme dell'agro romano prima della speculazione edilizia.
I Colonna e lo scontro con Bonifacio VIII
A Lunghezza, a un passo dai confini della tenuta, fu redatto il manifesto che contestava la legittimità di Bonifacio VIII: un atto che coinvolse i cardinali Colonna e che ebbe conseguenze pesantissime, con la scomunica e la distruzione di Palestrina. Per una volta, la campagna a est di Roma è stata il luogo dove si è scritta la storia europea, non quello dove ne arrivava l'eco.
E oggi
Oggi da qui passano scolaresche, allevatori, guardiaparco, volontari delle associazioni della valle dell'Aniene, corridori del mattino e ciclisti. Non sono personaggi da enciclopedia, ma sono quelli che tengono in vita il posto, e in una tenuta agricola questo conta più di un ospite illustre.
Domande veloci su Tenuta del Cavaliere
Dove si trova esattamente la Tenuta del Cavaliere?
Nella zona est di Roma, fuori dal Grande Raccordo Anulare, fra la via Tiburtina e la via Collatina, lungo le anse dell'Aniene all'altezza di Lunghezza e Ponte di Nona. Vi si accede da via della Tenuta del Cavaliere, uscendo al numero 14 del Raccordo.
Quanto è grande la Tenuta del Cavaliere?
Il corpo principale a Lunghezza si aggira sui trecento ettari; considerando anche i settantotto ettari di Tor San Giovanni, l'azienda arriva a 388 ettari complessivi. È la seconda azienda agricola di Roma Capitale per estensione dopo Castel di Guido.
Si può entrare liberamente nella Tenuta del Cavaliere?
No. È un'azienda zootecnica in attività: l'accesso agli spazi interni avviene in occasione di visite organizzate, giornate didattiche e iniziative concordate. Il perimetro esterno, con le strade poderali e i margini dei campi, è invece percorribile a piedi e in bicicletta.
Quanto costa visitare la Tenuta del Cavaliere?
Non esiste una biglietteria né un prezzo di ingresso pubblicato: le condizioni dipendono dal tipo di iniziativa e vanno chieste agli uffici di Roma Capitale che gestiscono l'azienda. Il giro esterno non costa nulla.
Serve prenotare per visitare la Tenuta del Cavaliere?
Per gli spazi interni sì, sempre, attraverso il canale dell'iniziativa a cui ci si aggancia. Per il perimetro no.
Come si arriva alla Tenuta del Cavaliere con i mezzi pubblici?
La soluzione più diretta è il treno: linea FL2 da Roma Tiburtina verso Tivoli e Guidonia, fermata Lunghezza, aperta nel 1887 insieme alla ferrovia per Tivoli e declassata a fermata nel 2007. Dalla fermata la zona è servita da autolinee urbane; il tratto finale a piedi è scomodo e conviene valutare la bicicletta.
Ci si arriva in bicicletta?
Sì, ed è probabilmente il modo migliore. La valle dell'Aniene è il corridoio naturale per raggiungere la zona dalla città, e il perimetro della tenuta si presta a un giro su fondo misto.
Si può fare canoa sull'Aniene vicino alla Tenuta del Cavaliere?
Nei tratti navigabili c'è chi pagaia lungo le anse che lambiscono la tenuta. Portata e condizioni del fiume cambiano molto con la stagione, quindi la pratica va organizzata con chi conosce il corso d'acqua e con l'attrezzatura adeguata.
Ci sono animali visibili dall'esterno?
Sì. Dal bordo dei campi si vedono regolarmente bovini da latte e cavalli al pascolo e, con un po' di fortuna, il gregge di pecore con i cani maremmani.
Ci si può avvicinare agli animali?
No. Non si entra nei recinti, non si dà da mangiare, non ci si avvicina al gregge sorvegliato dai maremmani. Sono animali da lavoro e da reddito, non da carezze.
La Tenuta del Cavaliere è adatta ai bambini?
Molto, soprattutto nella formula della visita didattica: stalla, gregge e ciclo del foraggio funzionano benissimo con le scuole primarie. All'esterno servono attenzione al traffico sulle strade di accesso e scarpe adatte.
Si possono portare i cani?
Sul perimetro esterno sì, al guinzaglio e a distanza dalle aree di pascolo. In prossimità del gregge e dei cani da guardiania, meglio cambiare percorso.
Quanto dura la visita alla Tenuta del Cavaliere?
Il giro esterno del settore di Lunghezza richiede due o tre ore con soste. Aggiungendo il Castello di Lunghezza si arriva a mezza giornata; includendo il polo di Tor San Giovanni, a una giornata intera.
Che animali selvatici si possono vedere?
Fra i mammiferi tasso, istrice, donnola, arvicola e moscardino; fra gli uccelli molti rapaci diurni e notturni, il picchio rosso, il picchio verde, l'upupa e il gruccione, che nidifica nelle scarpate sabbiose del fiume.
Qual è il periodo migliore per andarci?
Aprile e maggio per il verde e la fauna, ottobre e novembre per la luce e l'aria limpida, gennaio con la tramontana per il panorama sui monti. L'estate solo all'alba o dopo le diciannove.
Si comprano ancora i prodotti della Tenuta del Cavaliere?
Il latte biologico imbottigliato, i formaggi di caseificio e i filetti a marchio di Roma Capitale venivano venduti nei mercati contadini cittadini, fra cui Garbatella e Circo Massimo, ma negli ultimi anni la loro presenza si è molto ridotta. La disponibilità attuale va verificata presso gli uffici competenti.
Che differenza c'è fra la Tenuta del Cavaliere e Castel di Guido?
Sono entrambe aziende agricole di Roma Capitale, ma su versanti opposti: Castel di Guido si trova a ovest, verso l'Aurelia, e supera i duemila ettari; la Tenuta del Cavaliere è a est, sull'Aniene, ed è la seconda per estensione.
Che rapporto c'è fra la Tenuta del Cavaliere e il Parco della Marcigliana?
Il secondo polo dell'azienda, il Casale Lucernari di Tor San Giovanni con i suoi settantotto ettari, si trova geograficamente dentro la Riserva Naturale della Marcigliana, che ospita anche la caserma dei guardiaparco nello stesso complesso.
La Tenuta del Cavaliere fa parte della Riserva Naturale Valle dell'Aniene?
No. La riserva, gestita nel sistema di RomaNatura, tutela il corso urbano del fiume dal Grande Raccordo Anulare fino alla confluenza con il Tevere, per circa 650 ettari: la tenuta si trova appena a monte di quel limite, all'esterno del Raccordo.
C'è un bar o un punto ristoro?
Lungo il percorso esterno no. Acqua e cibo vanno portati da casa; i servizi commerciali più vicini sono quelli di Lunghezza e di Ponte di Nona.
È accessibile con passeggini o sedie a rotelle?
Il fondo delle strade poderali è sterrato, irregolare e fangoso dopo le piogge: non è adatto a carrozzine standard né a passeggini leggeri. Per esigenze specifiche conviene chiedere in anticipo agli organizzatori della visita quali tratti siano praticabili.
Si possono fare foto alla Tenuta del Cavaliere?
Dall'esterno sì, senza problemi. Per le persone al lavoro serve il consenso, e i droni sopra gli animali sono da evitare in ogni caso.
Che cosa si visita nei dintorni della Tenuta del Cavaliere?
Il Castello di Lunghezza a poche centinaia di metri, il Parco della Cervelletta e il Parco delle Valli scendendo lungo l'Aniene, il Parco di Aguzzano e il Museo di Casal de' Pazzi sull'altro versante, Tivoli con Villa Adriana e il Parco di Villa Gregoriana risalendo la Tiburtina.
Perché si chiama Tenuta del Cavaliere?
Dal cognome della famiglia Cavalieri, nei cui beni confluirono fra XV e XVI secolo i tre fondi di Casale Nuovo, Cementara e Palazzetto da cui nacque la tenuta. Nessun cavaliere in armatura.
Vale la pena andarci se si hanno pochi giorni a Roma?
Se avete tre giorni e non avete mai visto il Colosseo, no. Se tornate a Roma per la terza volta e volete capire com'è fatta la città fuori dalle cartoline, sì, senza esitazione. Per organizzare i giorni in città restano utili le guide in inglese come Rome in 3 days e la selezione delle best things to do in Rome.
Vi lascio con l'opinione che mi sono fatto accompagnando gente qui in stagioni diverse: la Tenuta del Cavaliere è il posto che consiglio a chi dice di conoscere Roma. Non perché sia bella nel modo in cui è bella una piazza barocca, ma perché è l'unico luogo dove si vede in un colpo solo che cosa è stata questa città per duemila anni, cioè una capitale appoggiata su una campagna che la nutriva, e che cosa rischia di diventare, cioè una periferia che quella campagna se la mangia senza accorgersene. Andateci un'ora prima del tramonto, mettetevi sul colle e state zitti dieci minuti. Poi ditemi se avete ancora voglia di chiamarla periferia.
Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.
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