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Tempio dei Mormoni a Roma

Ci sono luoghi di Roma che si conquistano a fatica, tra folle e tornelli, e luoghi che nessuno ti contende. Il Tempio dei Mormoni a Roma appartiene alla seconda categoria, e questo è già di per sé un piccolo scandalo: perché stiamo parlando di uno dei cantieri religiosi più imponenti realizzati nella capitale negli ultimi cinquant'anni, di un complesso di sei ettari con guglie alte quasi cinquanta metri, di tredici statue in marmo di Carrara che riproducono il capolavoro di uno scultore che a Roma visse quarant'anni. Eppure, se domandi a un romano del centro dove sia, nove volte su dieci ti guarda come se avessi nominato una città della Norvegia.

La ragione è geografica prima ancora che culturale. Il complesso sorge sul margine settentrionale della città, lungo la via di Settebagni, in quel lembo di Roma che sta tra Fidene, Castel Giubileo e il Grande Raccordo Anulare: una zona che i turisti attraversano solo per sbaglio o in taxi verso l'aeroporto dell'Urbe. Ma è proprio questa marginalità a rendere la visita interessante. Nessuna coda, nessun assalto, nessun venditore di selfie stick. Solo un enorme prato all'inglese, un viale di ulivi trapiantati, una piazza ellittica in marmo e — se scegli l'ora giusta — un silenzio che a Roma è merce rarissima.

In questa pagina ti racconto che cos'è davvero questo posto, che cosa puoi vedere e che cosa invece non potrai vedere (perché c'è una linea netta, e va spiegata con precisione e senza malizia), da dove nasce, che cosa significa per la comunità che lo ha voluto, e perché anche un visitatore laico, curioso, magari perfino scettico, può passarci un'ora e uscirne con qualcosa in tasca. Ti avverto subito: non è una tappa da guidebook, non è "il quinto museo della giornata". È un'altra cosa, e va affrontata con altre aspettative.

Che cos'è il Tempio dei Mormoni a Roma

Cominciamo dalle definizioni, perché qui l'imprecisione genera equivoci a catena. Il complesso di via di Settebagni non è una chiesa nel senso in cui un romano intende la parola. È un tempio: nella teologia della Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni, l'edificio più sacro di tutti, dedicato a riti specifici che non coincidono con il culto domenicale ordinario. Il culto domenicale, quello aperto a chiunque voglia entrare, si celebra altrove: nelle cappelle, che nel gergo della Chiesa si chiamano case di riunione. Una di queste cappelle sta proprio dentro il complesso romano, a pochi metri dal tempio, ed è un edificio del tutto diverso per funzione, per accessibilità e — se ci fai caso — anche per linguaggio architettonico.

Il tempio è stato dedicato nel marzo del 2019 ed è il primo mai costruito in Italia. Nel conteggio ufficiale della Chiesa è il centosessantaduesimo tempio operativo del mondo e il dodicesimo in Europa. Serve un distretto vastissimo che comprende l'Italia, Malta, la Grecia, Cipro, l'Albania e una porzione della Romania: significa che qui arrivano fedeli che hanno viaggiato per giorni, con la valigia, e che per molti di loro la trasferta a Roma è l'evento religioso di una vita. Questo dettaglio spiega perché, dentro il complesso, esista anche una casa di accoglienza con camere per ospitare chi viene da lontano. Non è un albergo: è una foresteria pensata per chi compie un pellegrinaggio.

Il numero che vale la pena tenere a mente è un altro: i membri della Chiesa in Italia sono qualche decina di migliaia — attorno ai venticinquemila secondo i comunicati diffusi all'epoca dell'apertura — su una popolazione di sessanta milioni. È una minoranza piccolissima, statisticamente irrilevante, che però ha costruito qui una delle infrastrutture religiose più costose e più curate della Roma contemporanea. Il rapporto tra la dimensione della comunità e la dimensione dell'opera è, da solo, un fatto che merita di essere raccontato: dice qualcosa su come questa Chiesa concepisce i propri templi, che non sono luoghi di riunione settimanale ma nodi rari di una rete mondiale, verso i quali ci si muove.

Tempio, cappella, centro visitatori: tre cose diverse

Ti do subito la mappa mentale, perché ti servirà per tutto il resto della visita. Dentro il recinto di via di Settebagni convivono quattro edifici principali disposti attorno a una piazza: il tempio vero e proprio, il centro visitatori, la casa di accoglienza e la casa di riunione (la cappella di rione, con annesso il centro di storia familiare). Di questi quattro, il tempio è l'unico a cui il pubblico generale non accede dopo la dedicazione. Gli altri tre — in particolare il centro visitatori e i giardini — sono aperti a chiunque, gratuitamente, senza biglietto e senza prenotazione.

Non è una gerarchia di cortesia: è una distinzione teologica. Nel pensiero della Chiesa, il tempio è "la casa del Signore", uno spazio consacrato a ordinanze che si compiono in condizioni di raccoglimento e riservatezza. Non c'è nulla di misterioso in senso esoterico, né alcuna volontà di escludere: c'è l'idea, del tutto coerente con la storia religiosa dell'umanità, che alcuni spazi siano riservati. Se ti viene difficile accettarlo, considera che la stessa logica ha regolato per secoli i cori delle abbazie, le clausure monastiche, il Santo dei Santi del Tempio di Gerusalemme e — per restare a Roma — i penetrali di parecchi templi antichi in cui l'accesso era limitato al sacerdozio. La differenza è che qui la regola è viva, non archeologica.

Dove si trova il Tempio dei Mormoni a Roma

L'indirizzo del tempio è via di Settebagni 376; il centro visitatori, che è la porta d'ingresso per il pubblico, sta al civico 354. Siamo nel quadrante nord di Roma, dentro il Grande Raccordo Anulare ma a un passo dal suo bordo, nel territorio del Municipio III, in quella fascia che i toponimi chiamano Fidene da un lato e Castel Giubileo dall'altro, con Settebagni poco più su lungo la Salaria. Se guardi una mappa, il complesso appare come una macchia verde compatta e regolare in mezzo a un tessuto di capannoni, palazzine anni Settanta, centri commerciali e svincoli. È un contrasto brutale, e fa parte dell'esperienza.

Il toponimo Settebagni deriva, con ogni probabilità, dal latino Septem Balnea, "sette bagni": un ricordo di antiche strutture termali che sfruttavano le acque della zona, lungo la direttrice della via Salaria. Il nome è più antico della borgata, che nasce come area agricola e si urbanizza solo nel Novecento, e ha quel sapore rustico che a Roma sopravvive ostinatamente anche quando il paesaggio è ormai fatto di rotatorie. Poco distante, Castel Giubileo conserva nel nome la memoria di un anno santo e nel sottosuolo qualcosa di molto più antico, di cui ti parlerò più avanti perché è una delle chiavi per capire questo pezzo di città.

La collocazione non è casuale. La Chiesa acquistò il terreno alla fine degli anni Novanta: una tenuta agricola con una villa, un oliveto e alcune strutture rurali. All'inizio disponeva soltanto di una porzione dell'area; con il tempo riuscì a mettere insieme l'intero fondo, arrivando a circa sei ettari, una superficie che nei materiali ufficiali viene confrontata — con un pizzico di orgoglio — con quella di Temple Square a Salt Lake City, che è sensibilmente più piccola. Sei ettari a Roma, dentro il Raccordo, in un'unica soluzione: chiunque abbia provato a comprare un box auto in questa città capisce che non è un dettaglio da poco.

Il paesaggio intorno: dove finisce Roma e comincia la campagna

Se arrivi da sud lungo la Salaria, attraversi prima la Roma dei quartieri consolidati, poi quella delle borgate cresciute negli anni del boom, poi una fascia di capannoni e concessionarie, e infine — d'improvviso — ti trovi in un paesaggio che assomiglia ancora all'Agro Romano. Colline basse, terra scura, filari, casali. Poco più a est si estende la Riserva Naturale della Marcigliana, uno dei polmoni verdi meno frequentati e più autentici del comune di Roma, dove il paesaggio agricolo laziale sopravvive quasi intatto. È esattamente il paesaggio che i pittori del Grand Tour dipingevano credendo di ritrarre l'eternità: colline, pini, ruderi, luce obliqua.

Questo conta, perché l'architettura del tempio dialoga apertamente con quel paesaggio. Gli ulivi, i pini domestici lasciati dove stavano, le siepi basse, il marmo chiaro che riflette la luce del pomeriggio: chi ha progettato il complesso ha cercato di far sembrare l'insieme meno "americano" e più mediterraneo di quanto la tipologia dell'edificio, di per sé, suggerirebbe. Il risultato è ibrido, e la valutazione estetica resta soggettiva, ma lo sforzo è evidente e va riconosciuto.

Come arrivare al Tempio dei Mormoni a Roma

Ti dico la verità senza giri di parole: qui l'automobile è comoda. Il complesso ha un parcheggio interno gratuito e capiente, cosa che a Roma equivale a una piccola apparizione mariana. Si arriva dalla via Salaria o dal Grande Raccordo Anulare prendendo le uscite in direzione Salaria e Settebagni, e da lì la segnaletica è chiara perché la mole delle guglie fa da faro: quando le vedi, ci sei. Chi guida deve solo mettere in conto il traffico della Salaria nelle ore di punta, che è una delle grandi liturgie collettive di questa città e non perdona.

Con i mezzi pubblici la faccenda richiede un po' di pianificazione ma è del tutto fattibile. La linea ferroviaria regionale FL1, quella che collega Orte a Fiumicino Aeroporto passando per Tiburtina, ha una fermata a Settebagni: da lì il complesso è raggiungibile con un tratto breve, integrabile con un autobus urbano o con una camminata a seconda del punto di partenza. Ti consiglio di verificare gli orari il giorno stesso, perché su queste linee la frequenza cambia molto tra feriali e festivi, e perché il tratto finale è pensato per chi abita qui, non per chi arriva da fuori.

Un'ultima nota pratica che vale più di dieci indicazioni stradali: questo non è un posto dove capitare per caso di passaggio. Non lo incroci mentre cammini dal Pantheon a piazza Navona. Devi decidere di andarci. E siccome devi decidere di andarci, tanto vale organizzare la mattinata o il pomeriggio in modo sensato, magari abbinando la visita ad altro in zona nord — te ne parlo più avanti — invece di correre avanti e indietro dal centro storico con due ore di trasferimenti sulle spalle.

Quanto tempo serve

Per il centro visitatori e i giardini, un'ora e mezza è la misura giusta. Se prendi la visita guidata, se ti fermi davanti alle statue, se sali al centro di storia familiare e se poi fai il giro esterno della piazza fino al punto in cui il tempio si vede riflesso nell'acqua della fontana, arrivi tranquillamente a due ore. Se hai fretta e vuoi solo la rotonda con il Christus e i Dodici Apostoli, quaranta minuti bastano, ma sarebbe come entrare a San Luigi dei Francesi, guardare i Caravaggio con la torcia del telefono e uscire senza aver alzato gli occhi al soffitto.

Il nome giusto: "mormoni" e la denominazione ufficiale

Qui devo fermarmi un momento, perché è una questione di rispetto e di precisione insieme, e le due cose stanno bene solo se stanno vicine. Il nome ufficiale della confessione è Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni. Il termine "mormoni" è un soprannome storico, nato nell'Ottocento e derivato dal Libro di Mormon, uno dei testi sacri della Chiesa insieme alla Bibbia. Per moltissimo tempo la Chiesa stessa lo ha usato senza problemi, anche in campagne di comunicazione pubblica.

Nell'agosto del 2018, però, la presidenza della Chiesa ha chiesto pubblicamente di tornare all'uso del nome per esteso, e nell'ottobre dello stesso anno l'allora presidente Russell M. Nelson ha dedicato al tema un intervento in conferenza generale intitolato, appunto, "Il nome corretto della Chiesa". L'argomento non è di marketing, ed è importante capirlo: la richiesta si fonda sull'idea che rimuovere il nome di Gesù Cristo dal nome della Chiesa significhi oscurarne il centro. La guida di stile diffusa allora indica di usare per esteso, alla prima occorrenza, "La Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni", e successivamente forme abbreviate come "la Chiesa", "la Chiesa di Gesù Cristo" o "la Chiesa restaurata di Gesù Cristo"; chiede invece di evitare "Chiesa mormone" e "Chiesa SUG" come denominazioni ufficiali.

Perché allora questa pagina usa anche il termine colloquiale? Per una ragione pratica e onesta: perché è così che quasi tutti in Italia chiamano questo luogo, ed è così che quasi tutti lo cercano. Chiamarlo esclusivamente con il nome esteso significherebbe scrivere una pagina che nessuno trova. Ma la cosa giusta da fare, quando si arriva sul posto e si parla con qualcuno, è usare la denominazione che loro preferiscono. Non costa nulla, e per gli interlocutori significa molto. Sono piccole cortesie che distinguono un visitatore da un turista.

Che cosa non è la Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni

Vale la pena sgombrare il campo da un paio di confusioni ricorrenti, perché circolano con una tenacia che sfida i secoli. La Chiesa non pratica la poligamia: la pratica fu abbandonata ufficialmente alla fine dell'Ottocento e chi la pratica oggi viene escluso dalla comunione della Chiesa. I gruppi che ancora la praticano negli Stati Uniti sono scismatici e non hanno alcun rapporto istituzionale con la Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni. Confonderli è come confondere la Chiesa cattolica con una qualsiasi confraternita sedevacantista: un errore fattuale, prima ancora che di cortesia.

Non è nemmeno, come si sente dire con leggerezza, "una setta americana" nel senso dispregiativo che l'espressione porta con sé in italiano. È una confessione cristiana con oltre sedici milioni di aderenti nel mondo, una struttura globale, un vasto apparato di opere umanitarie e — in Italia — un riconoscimento giuridico consolidato. Puoi condividerne o meno la teologia, che presenta differenze sostanziali rispetto al cristianesimo storico e che i teologi cattolici e protestanti discutono da decenni: è una discussione legittima e seria. Ma il vocabolario dell'insulto non aiuta nessuno a capire nulla, e in una pagina che si occupa di raccontare Roma non ha spazio.

Che cosa si può visitare e che cosa no al Tempio dei Mormoni a Roma

Questa è la domanda che mi fanno tutti, ed è giusto rispondere con la massima chiarezza possibile, senza reticenze e senza retorica. Dopo la dedicazione del marzo 2019, l'interno del tempio è riservato ai membri della Chiesa in possesso di una raccomandazione per il tempio. Non è una questione di prenotazione, di prezzo o di orario: è un requisito di appartenenza e di idoneità. Un visitatore non membro, per quanto rispettoso e curioso, non entra nel tempio. Punto.

Detto questo — ed è la parte che quasi nessuno racconta — tutto il resto del complesso è aperto a chiunque, gratuitamente. Il centro visitatori è pubblico e non richiede biglietto né prenotazione. I giardini sono pubblici. La piazza è pubblica. Il centro di storia familiare è pubblico e chiunque può usarlo per fare ricerche genealogiche sulla propria famiglia, senza alcun obbligo o pressione. Puoi fotografare gli esterni, puoi sederti su una panchina, puoi passeggiare tra gli ulivi. In altre parole: la porzione di complesso non accessibile è una sola, e la porzione accessibile è ampia, curata e — questo va detto — sorprendentemente generosa per un luogo di culto contemporaneo.

Aggiungo una precisazione che evita delusioni. Del tempio vedrai comunque moltissimo: la mole, le due guglie, il rivestimento in granito, l'angelo dorato in cima, le vetrate viste da fuori, il profilo ovale che a certe ore taglia il cielo come una nave. E, dentro il centro visitatori, troverai un modello del tempio in sezione che mostra gli ambienti interni: è un espediente museografico intelligente, che risolve elegantemente il problema. Chi vuole capire com'è fatto dentro, lo capisce; chi voleva "sbirciare", resta a bocca asciutta, ma se n'era fatta un'idea sbagliata fin dall'inizio.

Le tre settimane in cui tutti poterono entrare

C'è stata un'eccezione, ed è stata straordinaria. Prima della dedicazione, come avviene per ogni tempio della Chiesa nel mondo, si è tenuta la cosiddetta open house: un periodo in cui l'edificio, non ancora consacrato, è stato aperto a chiunque volesse visitarlo. A Roma è durata dal 28 gennaio al 16 febbraio 2019, con visite guidate gratuite tutti i giorni tranne la domenica, e con prenotazioni disponibili a partire dall'ottobre precedente. Chi ci è stato ha camminato nel battistero, nelle sale delle ordinanze, nelle sale di suggellamento. Chi non c'è stato, non avrà più quell'occasione per questo edificio.

La logica di quella finestra è affascinante, se ci pensi. La sacralità, in questa tradizione, non è una proprietà intrinseca delle pietre: è conferita da un atto rituale preciso, la dedicazione, con la sua preghiera e la sua cerimonia della pietra angolare. Prima di quell'atto l'edificio è, per così dire, un magnifico contenitore vuoto, e può essere mostrato a tutti. Dopo, è un'altra cosa. Il momento in cui la porta si chiude non è arbitrario: è un confine liturgico. Trovo che sia una delle idee più eleganti dell'intera architettura religiosa contemporanea, e vale la pena capirla anche se non la si condivide.

Il centro visitatori del Tempio dei Mormoni a Roma

Il centro visitatori è l'edificio che devi cercare se vieni da fuori, ed è quello che rende sensata la visita per un pubblico non confessionale. Sta al civico 354 di via di Settebagni, ha ingresso libero, parcheggio gratuito e — cosa che sorprende sempre — non richiede alcuna prenotazione. Ci sono volontari, quasi tutti membri della Chiesa, spesso missionari giovani o coppie di anziani, che accompagnano i visitatori se lo desiderano; ma puoi anche girare da solo, in silenzio, senza che nessuno ti si attacchi al gomito. Ti consiglio comunque di accettare almeno una parte dell'accompagnamento: sono persone informate, gentili e — quasi sempre — bravissime a rispondere alle domande scomode senza scomporsi.

Il cuore dell'edificio è una rotonda, una sala circolare a doppia altezza con vetrate a tutta parete che inquadrano il tempio dall'esterno. È un espediente di regia molto abile: mentre guardi le statue, il tempio è lì, a poche decine di metri, incorniciato tra una figura e l'altra. Il progetto della sala non nasconde la sua ambizione: replicare, in scala e in un altro contesto, l'esperienza di uno degli allestimenti scultorei più celebri del neoclassicismo europeo, quello della chiesa di Nostra Signora a Copenaghen.

Le vetrate e i dipinti

Le vetrate artistiche sono opera di uno studio americano guidato da Tom e Gayle Holdman, con una squadra di circa venticinque artisti, e non sono una decorazione generica: contengono oltre cento riferimenti visivi alla vita di Cristo e alle parabole evangeliche, e ne dispiegano una quarantina in modo riconoscibile. È un lavoro che si legge, letteralmente: puoi passare venti minuti a scovare la pecora smarrita, il seminatore, le dieci vergini, il buon samaritano. Se hai un'infarinatura di iconografia cristiana, ti diverti; se hai con te un ragazzino annoiato, è la migliore caccia al tesoro disponibile nel raggio di dieci chilometri.

Sopra le statue corre un dipinto murale di Joseph Brickey che raffigura un paesaggio italiano — ulivi, cipressi, colline — con dodici razze di agnelli a simboleggiare le tribù d'Israele. È un'idea molto letteraria, che potrebbe essere leziosa e invece funziona, perché sposta l'ambientazione del racconto evangelico dalla Palestina a un paesaggio che chi guarda riconosce come proprio. È esattamente ciò che facevano i pittori italiani del Quattrocento quando ambientavano l'Annunciazione in un chiostro toscano: un'operazione di traduzione culturale, non di ignoranza geografica.

Il centro di storia familiare

Al piano superiore si trova il centro di storia familiare, ed è la cosa che consiglio più spesso a chi mi chiede se valga la pena arrivare fin quassù. La ricerca genealogica è, per questa Chiesa, una pratica religiosa: i battesimi per procura a favore dei defunti — di cui parlerò meglio più avanti — richiedono di conoscere i nomi degli antenati, e da questo è nata nell'arco di un secolo la più grande impresa di raccolta e digitalizzazione di documenti anagrafici mai tentata al mondo. Registri parrocchiali, atti di stato civile, liste di leva, ruoli matricolari, passeggeri di navi: miliardi di record, consultabili gratuitamente.

La conseguenza pratica è che chiunque, membro o no, può sedersi a una postazione e cercare il proprio bisnonno. Molti italiani scoprono così che il cognome di famiglia compare in un registro parrocchiale del Settecento, o che un ramo del casato è emigrato in Argentina nel 1904. Nessuno ti chiede di credere a nulla per usare il servizio, ed è un fatto che va detto con chiarezza: il centro è aperto anche a chi entra per pura curiosità genealogica. Se hai un'ora e la pazienza di leggere una grafia ottocentesca, esci con qualcosa che nessun museo ti avrebbe dato.

Il Christus e i Dodici Apostoli: Thorvaldsen torna a Roma

Se dovessi scegliere una sola ragione per cui un visitatore laico dovrebbe salire fin qui, sceglierei questa sala. Nella rotonda del centro visitatori si trovano tredici statue in marmo: il Christus al centro e i Dodici Apostoli disposti attorno, ciascuna alta circa tre metri, scolpite in marmo di Carrara. Sono riproduzioni degli originali di Bertel Thorvaldsen, il grande scultore neoclassico danese, realizzati per la chiesa di Nostra Signora — la Vor Frue Kirke — di Copenaghen.

Ora, il punto che rende la cosa sorprendente per chi ama Roma è questo: Thorvaldsen non era un artista danese che lavorava in Danimarca. Era un artista danese che lavorava a Roma. Arrivò nella città l'8 marzo del 1797, giovane e squattrinato, con una borsa di studio dell'Accademia di Copenaghen, e ci rimase per oltre quarant'anni. Celebrava quella data come il proprio "compleanno romano", e a Roma costruì una carriera che lo rese, insieme ad Antonio Canova, il più celebre scultore d'Europa: aveva studio e bottega nel quartiere degli artisti tra via Sistina e piazza Barberini, riceveva committenze da mezza Europa, e per un certo periodo fu presidente dell'Accademia di San Luca.

Il Christus, modellato nei primi anni Venti dell'Ottocento e tradotto in marmo nel decennio successivo, nasce dunque nell'aria di Roma. È l'immagine di un Cristo risorto che apre le braccia con i palmi rivolti in avanti e il capo lievemente chino: non il Pantocratore che giudica, non il Crocifisso che soffre, ma una figura che accoglie. Ha avuto una fortuna iconografica sterminata, tanto da diventare — con un curioso rovesciamento storico — l'immagine di Cristo più utilizzata dalla Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni in tutto il mondo. Vederne una copia in marmo di Carrara a pochi chilometri dagli studi in cui il modello fu concepito ha, se ci pensi, la circolarità di un ritorno.

Perché sono dodici e chi manca

C'è un dettaglio iconografico che a molti sfugge e che, una volta notato, non si dimentica più. Gli apostoli raffigurati sono dodici, ma Giuda Iscariota non c'è: al suo posto compare Paolo di Tarso. È una scelta che Thorvaldsen fece per la serie di Copenaghen, e che ha una logica narrativa impeccabile: il traditore esce dal quadro, e al suo posto entra colui che il cristianesimo considera l'apostolo per eccellenza pur non avendo conosciuto Gesù in vita.

Per la Chiesa che ospita queste copie, la presenza dei Dodici ha inoltre un valore dottrinale specifico. La Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni ha una struttura di governo che comprende un Quorum dei Dodici Apostoli, e vede in quella struttura la continuazione di un'organizzazione voluta da Cristo stesso. Le statue, in altre parole, non sono soltanto belle: sono un'affermazione. Un dirigente della Chiesa lo ha spiegato senza troppi giri di parole all'epoca dell'apertura, sottolineando come l'insieme mostri che Cristo "organizzò una chiesa" e "chiamò Dodici Apostoli", e che oggi la Chiesa ne abbia ancora dodici. Puoi condividere o no l'argomento, ma la sala è costruita per dirlo, e riconoscerlo aiuta a leggerla.

Come guardarle

Un consiglio da guida: non guardarle in fila. Mettiti al centro della rotonda, con le spalle al Christus, e gira lentamente su te stesso. Poi avvicinati a due o tre figure soltanto, e guarda i piedi, le mani, i panneggi. Il neoclassicismo si giudica lì: nella tensione tra la levigatezza della superficie e la costruzione anatomica sottostante, in quel modo tutto ottocentesco di fare un marmo che sembra freddo e invece è pieno di calcoli. Poi torna al centro e alza gli occhi verso le vetrate. In quel momento la sala fa esattamente quello per cui è stata costruita.

La piazza e i giardini del Tempio dei Mormoni a Roma

La piazza è la vera invenzione del complesso, ed è anche la parte che un romano legge meglio. I quattro edifici principali non sono sparsi in un parco: sono disposti a delimitare uno spazio aperto centrale, secondo un principio che l'architetto ha dichiarato apertamente di aver preso in prestito dalla tradizione italiana. Niels Valentiner, dello studio americano che ha firmato il progetto, ha spiegato di aver voluto "creare il concetto di una piazza italiana": quattro fronti costruiti, un vuoto al centro, e la vita che si svolge nel vuoto.

Funziona? In larga parte sì, con un'avvertenza. La piazza italiana storica nasce dalla stratificazione, dall'accidente, dal compromesso tra edifici costruiti in secoli diversi da committenti in lite tra loro. Questa nasce in una volta sola, da un unico committente, secondo un disegno unitario. Ha quindi la perfezione e insieme la leggera irrealtà delle piazze progettate a tavolino: assomiglia più a una piazza di città ideale rinascimentale che a Campo de' Fiori. Ma è un limite ontologico, non un difetto di esecuzione, e nel contesto — un lotto agricolo trasformato in cittadella religiosa — la scelta è tanto coerente quanto legittima.

Gli ulivi secolari e i pini romani

Il verde merita un paragrafo a sé. Nel disegno della piazza sono stati collocati alcuni ulivi secolari — quattro esemplari di età stimata tra i quattrocento e i cinquecento anni, trasportati dall'Italia settentrionale — e decine di altri ulivi trapiantati. È un'operazione che chi conosce il mestiere sa quanto costi in denaro, in permessi e in ansia: spostare un ulivo di cinque secoli è come traslocare un anziano cardinale, richiede cure, tempi lunghi e la speranza che l'ambiente nuovo gli piaccia.

Ancora più interessante è la scelta opposta: i pini domestici preesistenti sul terreno non sono stati spostati né sostituiti, ma conservati dov'erano, ai lati del tempio. Il risultato è che l'edificio più nuovo del quadrante nord di Roma è affiancato da alberi che c'erano prima del cantiere, e che gli danno immediatamente un'aria di appartenenza al luogo. Se hai occhio per queste cose, è il dettaglio progettuale più intelligente dell'intero complesso: il pino domestico è l'albero che dice "Roma" più in fretta di qualsiasi altra cosa, colonna sonora di Respighi compresa.

La fontana e l'acqua che scende

Dal lato del tempio verso il centro visitatori scende una fontana a gradoni di marmo. L'acqua parte dall'alto, presso il tempio, e defluisce verso il basso, in direzione della rotonda dove sta il Christus. Non è un capriccio decorativo: è un'immagine, quella dell'acqua viva, che attraversa tutto il Vangelo di Giovanni e che qui viene resa in termini idraulici. In una città che ha fatto delle fontane la propria firma — dall'Acqua Vergine ai mostri di piazza Navona — questa è una fontana modesta per dimensioni ma perfettamente comprensibile nel suo linguaggio. E, aggiungo, è uno dei punti dove la fotografia riesce meglio.

L'architettura del Tempio dei Mormoni a Roma: l'ellisse e l'eternità

Guarda il tempio dall'alto, o guarda la pianta riprodotta nei pannelli del centro visitatori, e noterai subito la cosa che rende questo edificio diverso da quasi tutti gli altri templi della Chiesa nel mondo: non è rettangolare. È costruito su una geometria ovale, e l'ovale non è un vezzo di facciata ma il principio generatore dell'intero organismo. Le pareti curvano, le scale curvano, il fonte battesimale è ellittico, i pavimenti seguono tracciati ovali, e persino i mobili sono stati realizzati su misura per aderire a pareti che non hanno un angolo retto.

Le ragioni dichiarate sono due, e stanno bene insieme. La prima è simbolica: un ovale non ha inizio né fine, e diventa quindi figura dell'eternità — un'idea che in una città chiamata da duemila anni "eterna" acquista una risonanza che nessun progettista si sarebbe lasciato scappare. La seconda è storico-artistica: l'ovale è il segno distintivo dell'architettura barocca italiana, e a Roma in particolare. Chi progetta un edificio religioso in questa città e sceglie l'ellisse sta facendo un'affermazione precisa di appartenenza a un contesto.

Il debito con il barocco romano

Vale la pena essere concreti su questo punto, perché altrimenti resta una frase da brochure. L'ellisse entra nell'architettura romana come strumento rivoluzionario tra Cinquecento e Seicento. Il Vignola la usa a Sant'Anna dei Palafrenieri e a Sant'Andrea in via Flaminia; Bernini ne fa il capolavoro assoluto con Sant'Andrea al Quirinale, dove l'ovale è disposto trasversalmente in modo che chi entra si trovi immediatamente davanti all'altare; Borromini la piega e la torce fino a farne, in San Carlo alle Quattro Fontane, una geometria che sembra respirare. E poi c'è la madre di tutte le ellissi romane: la piazza di San Pietro, con il colonnato che si apre in due semicerchi e disegna un ovale immenso, le due braccia che — nelle parole dello stesso Bernini — abbracciano chi arriva.

I materiali di presentazione del progetto romano hanno indicato ora l'una ora l'altra di queste fonti: c'è chi ha citato l'ovale del Campidoglio michelangiolesco, la cui pavimentazione stellata è forse la più celebre ellisse pavimentale d'Europa, e chi ha rimandato piuttosto alle chiese borrominiane. Il dato interessante non è stabilire quale citazione sia più letterale, ma constatare che un committente americano, dovendo costruire a Roma, ha chiesto ai propri architetti di studiare Roma. Il risultato non è un pastiche barocco — le proporzioni, il rivestimento e soprattutto le due guglie restano inequivocabilmente nordamericani — ma è un tentativo serio di innesto, che si vede e si apprezza.

Quanto è difficile costruire un ovale

Un aneddoto che i dirigenti della Chiesa hanno raccontato più volte all'epoca dell'apertura merita di essere riferito, perché è il genere di dettaglio che rende umana un'opera. Costruire un edificio ovale è complicatissimo. Ogni pannello di rivestimento ha una curvatura leggermente diversa dagli altri; ogni infisso è un pezzo unico; ogni mobile va disegnato per la sua nicchia. L'architetto ha dichiarato senza mezzi termini che un'operazione del genere "probabilmente non verrà mai più ripetuta", perché è troppo complicata da realizzare. Uno degli anziani della Chiesa ha commentato con ironia che se qualcuno cerca un progetto edilizio difficile, gli conviene costruire qualcosa a forma di ovale.

È esattamente il tipo di frase che avrebbero potuto pronunciare i capomastri di Borromini, e che rende questo edificio molto più romano di quanto la sua silhouette suggerisca. A Roma le cose difficili si sono sempre fatte perché erano difficili, e il costo del capriccio geometrico è una tradizione locale rispettabilissima, praticata con entusiasmo da papi, cardinali e nobiluomini per almeno tre secoli.

Pietre, marmi e vetri del Tempio dei Mormoni a Roma

Il rivestimento esterno è in granito Bianco Sardo, una pietra chiara con grana grigia estratta in Sardegna, molto usata in edilizia proprio per la sua resistenza e per il modo in cui regge il tempo senza ingiallire. È una scelta che si apprezza soprattutto nelle giornate di sole basso, quando il granito prende una tonalità calda e i pannelli rivelano la trama del taglio. A distanza, l'edificio legge come un blocco chiaro contro il cielo; da vicino, la superficie è tutt'altro che uniforme.

All'interno il protagonista è invece il marmo, e in particolare il Perlato Svevo, un marmo italiano dal fondo beige con venature più scure che ha una diffusione notevole nell'architettura religiosa contemporanea. A questo si aggiungono pietre di provenienze diverse — Italia, Spagna, Turchia, Brasile — impiegate negli intarsi e nei disegni pavimentali. È una scelta che i tecnici del settore riconoscono subito: un edificio del genere è, tra le altre cose, un catalogo ragionato di ciò che il mercato lapideo internazionale sa fare oggi.

Poi ci sono i vetri. Le vetrate artistiche del complesso sono centinaia di pannelli, con motivi che ricorrono ossessivamente attorno a un tema: l'ulivo. L'ulivo è pianta biblica per eccellenza, simbolo di pace e di alleanza, ma è anche — e non è un caso, in questo lotto che era un oliveto prima di essere un tempio — la pianta che stava già qui. In un unico motivo decorativo convivono dunque la citazione scritturale e la memoria del terreno. È il genere di coincidenza che gli architetti amano moltissimo e che, quando è autentica, funziona benissimo.

L'angelo Moroni sulla guglia

In cima alla guglia più alta sta una figura dorata: un angelo che suona una tromba, rivolto verso l'esterno. Si tratta dell'angelo Moroni, personaggio centrale nella narrazione fondativa della Chiesa, che secondo la dottrina apparve a Joseph Smith e gli indicò le tavole da cui venne tradotto il Libro di Mormon. La statua è stata collocata sulla guglia il 25 marzo 2017, ed è alta all'incirca quattro metri, realizzata in materiale composito rivestito d'oro per un peso di un paio di quintali.

Il posizionamento è quello canonico per i templi della Chiesa, e ha una funzione precisa: il suono della tromba rappresenta l'annuncio del Vangelo a tutte le nazioni. Da terra, la figura appare piccola perché la guglia principale supera i quarantacinque metri, e il modo migliore per vederla è cercarla nella luce del tardo pomeriggio, quando la doratura si accende. Chi arriva dal Grande Raccordo Anulare la scorge da lontano prima ancora di riconoscere il resto del complesso: è, letteralmente, un segnale.

Aggiungo un'osservazione che a Roma vale doppio. Le guglie del tempio sono due, di altezze diverse, e la loro silhouette non ha nulla a che vedere con il repertorio dei campanili romani, dal romanico di Santa Maria in Cosmedin al barocco di Sant'Andrea delle Fratte. È qui che l'edificio dichiara la propria origine culturale senza infingimenti: è un tempio americano costruito in Italia, che alla tradizione locale prende la geometria e la pietra ma non il profilo. Chi si aspettava un mimetismo totale resterà spiazzato; chi apprezza gli innesti espliciti troverà la cosa più onesta di un travestimento.

Come nasce il Tempio dei Mormoni a Roma: la cronologia

La storia di questo complesso comincia molto prima delle ruspe. Alla fine degli anni Novanta la Chiesa acquisì il fondo agricolo di via di Settebagni, con la sua villa, il suo oliveto e le sue pertinenze rurali. All'inizio non era disponibile l'intera tenuta, ma soltanto una porzione; con pazienza e trattative successive si arrivò a controllare tutti e sei gli ettari. Chi conosce il mercato immobiliare romano sa che questa parte della storia, pur non avendo alcuna epica, è la più difficile.

L'annuncio pubblico arrivò il 4 ottobre 2008, durante la conferenza generale semestrale della Chiesa, dall'allora presidente Thomas S. Monson. Per la comunità italiana fu un momento di enorme portata emotiva: dopo un secolo e mezzo di presenza intermittente e minoritaria nel Paese, il primo tempio italiano sarebbe sorto proprio a Roma. La posa della prima pietra si tenne due anni dopo, il 23 ottobre 2010, sempre alla presenza di Monson, e da lì partì un cantiere che si sarebbe rivelato molto più lungo del previsto.

Un cantiere lungo otto anni e mezzo

Dal 2010 al 2019 il tempo trascorso è considerevole anche per gli standard italiani, e le ragioni sono molte: la complessità geometrica dell'edificio, le procedure autorizzative, la lavorazione su misura di quasi ogni componente. Prima di posare la prima pietra fu inoltre necessario, come prescrive la normativa in materia di tutela archeologica, sondare il terreno con una griglia sistematica di trincee: in questa parte di Roma qualsiasi scavo può intercettare stratificazioni antiche, e la sorveglianza è d'obbligo. In questo caso i saggi non restituirono resti significativi, e il cantiere poté procedere.

Le tappe successive raccontano un edificio che cresce per strati. Nell'estate del 2015 cadono i ponteggi delle torri dopo circa tre anni; in autunno viene montata la struttura della guglia orientale, completata a novembre. Nel 2017 arriva la statua dell'angelo sulla sommità. Nell'autunno dello stesso anno si lavora all'installazione delle vetrate artistiche, che nel complesso ammontano a diverse centinaia di pannelli. All'inizio del 2018 vengono liberati i fronti nord e sud dai ponteggi, e a quel punto Roma vede finalmente l'edificio per quello che è.

Nell'ottobre 2018 si aprono le prenotazioni gratuite per l'open house. Dal 28 gennaio al 16 febbraio 2019 il tempio è visitabile da chiunque. Il 9 marzo si tiene in Vaticano l'incontro con Papa Francesco di cui dirò tra poco. Dal 10 al 12 marzo si celebrano le sette sessioni di dedicazione. Il 19 marzo 2019 il tempio comincia a funzionare per le ordinanze. In sei settimane, tra la fine di gennaio e la metà di marzo, questo angolo di periferia romana ha vissuto la stagione più intensa della propria storia recente.

La dedicazione del marzo 2019

La dedicazione di un tempio, nella Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni, è l'atto liturgico che trasforma un edificio in "casa del Signore". A Roma si svolse in sette sessioni distribuite su tre giorni, dal 10 al 12 marzo 2019: tre la domenica, due il lunedì e due il martedì. A presiedere fu l'allora presidente della Chiesa, Russell M. Nelson, che pronunciò la preghiera dedicatoria; le sessioni furono dirette dall'anziano Massimo De Feo, dirigente italiano dei Settanta, la cui presenza in quel ruolo non fu un dettaglio irrilevante per la comunità nazionale.

Il momento più fotografato fu la cerimonia della pietra angolare, celebrata la domenica mattina. È un rito semplice e antico nella forma: si sigilla simbolicamente con la malta la pietra che segna il completamento dell'edificio. Vi parteciparono anche alcuni bambini, tra cui una bambina di sette anni di Monterotondo, Elena Malara, che ebbe l'onore di mettere un po' di cemento nel giunto e che, interrogata dai cronisti, si limitò a dire di essere contenta di aver messo la malta nella pietra. È il genere di frase che vale mille comunicati.

Nelson stesso, con l'umorismo asciutto che gli riconoscevano tutti, commentò l'operazione dicendo ai presenti che avrebbero messo un po' di cemento nelle fessure ma che, a essere onesti, qualcuno avrebbe poi dovuto cancellare il loro lavoro e rifarlo daccapo. La preghiera dedicatoria, dal canto suo, invocò benedizioni sui responsabili civili e religiosi che avevano reso possibile l'opera, richiamò il ministero di Pietro e Paolo in Italia e chiese che la libertà religiosa continuasse a essere protetta nel Paese.

Quindici apostoli in una volta sola

C'è un primato che gli specialisti considerano il vero fatto storico di quei giorni, e che sfugge a chi non conosce la struttura della Chiesa. A Roma, nel marzo 2019, erano presenti contemporaneamente tutti i membri della Prima Presidenza e tutti i membri del Quorum dei Dodici Apostoli: quindici uomini che, nella gerarchia di questa confessione, rappresentano il vertice assoluto. Non era mai accaduto prima che l'intero gruppo si riunisse in un unico luogo fuori dagli Stati Uniti.

Per capire la portata simbolica, prova a trasporre: è come se l'intero collegio cardinalizio con diritto di voto si trasferisse in blocco fuori dall'Europa per una singola cerimonia. La scelta di Roma per questa prima assoluta non fu casuale. Nella retorica ufficiale della Chiesa, Roma è la città dove predicarono Pietro e Paolo, il punto da cui il cristianesimo si diffuse nel mondo antico: costruire qui, e riunirsi qui, aveva un evidente valore di dichiarazione. Un dirigente parlò esplicitamente di Roma come di uno "snodo" della storia. Che si condivida o meno la lettura teologica, la scelta comunicativa fu impeccabile.

Fu anche, va detto, un evento gestito con una certa discrezione. Non ci furono cortei, né chiusure di strade nel centro storico, né polemiche. La città quasi non se ne accorse, e questo dice molto di come Roma assorba anche gli eventi religiosi più straordinari: una capitale che ospita da secoli il quartier generale di una Chiesa mondiale ha una soglia di stupore piuttosto alta.

Che cosa accade dentro il Tempio dei Mormoni a Roma

Poiché non potrai entrare, è giusto che almeno tu sappia con precisione che cosa vi si svolge, e che lo sappia da una descrizione corretta e non da leggende metropolitane. Nel tempio si celebrano le ordinanze: riti che la Chiesa considera necessari alla salvezza e che, per loro natura, si compiono soltanto in un edificio consacrato. Sono sostanzialmente tre le famiglie di riti che caratterizzano un tempio rispetto a una cappella.

La prima è il battesimo per procura a favore dei defunti. Un membro vivente viene battezzato per immersione a nome di una persona già morta, di solito un antenato identificato attraverso la ricerca genealogica. La logica dottrinale è che il battesimo sia necessario e che chi è vissuto senza averne conoscenza debba comunque avere l'opportunità di riceverlo; l'ordinanza è considerata un'offerta, non un'imposizione, perché la dottrina afferma che il defunto sia libero di accettarla o rifiutarla nell'aldilà. Il fonte battesimale, negli edifici della Chiesa, poggia tradizionalmente su dodici buoi scolpiti, in riferimento al "mare di bronzo" descritto nella Bibbia per il Tempio di Salomone.

La seconda è l'investitura, un rito di istruzione e di alleanza che segna una tappa fondamentale del percorso individuale del fedele. La terza è il suggellamento, che unisce marito e moglie — e con loro i figli — in un vincolo che la dottrina considera valido non soltanto "finché morte non vi separi", ma per l'eternità. È questa, più di ogni altra cosa, la ragione per cui le famiglie viaggiano per giorni per raggiungere un tempio: perché il matrimonio celebrato qui ha, per chi crede, una durata che nessuna cerimonia civile può conferire.

La raccomandazione per il tempio

L'accesso all'interno richiede un documento chiamato raccomandazione per il tempio. Non si compra e non si prenota: si ottiene al termine di due colloqui, uno con il vescovo — che nella struttura della Chiesa è il responsabile del rione, la comunità locale — e uno con un dirigente del palo, cioè della circoscrizione superiore. Nei colloqui si verificano l'appartenenza, la fede in Gesù Cristo, l'osservanza di alcuni princìpi di condotta e l'onestà nei rapporti familiari e sociali. La raccomandazione ha una scadenza e va rinnovata periodicamente.

Ti riporto questo dettaglio non per curiosità procedurale, ma perché chiarisce un punto che spesso viene frainteso. La linea che separa il pubblico dal tempio non passa tra "iniziati" e "profani" in senso esoterico: passa tra chi ha assunto determinati impegni all'interno di una comunità e chi non li ha assunti. Un membro della Chiesa che non abbia la raccomandazione in corso di validità resta fuori esattamente come te. Il criterio, dal punto di vista interno, è di coerenza, non di segretezza.

Vale anche la pena dire che le ordinanze non sono "segrete" nel senso che nessuno possa sapere che cosa siano: la Chiesa ne pubblica descrizioni, ne spiega il significato, ne discute apertamente la teologia in materiali accessibili a chiunque. Ciò che viene tutelato è la riservatezza dell'esperienza rituale, con un atteggiamento che gli antropologi conoscono bene e che ricorre in moltissime tradizioni religiose. La formula che i membri usano spesso è che si tratta di cose "sacre, non segrete". È una distinzione sottile, e ci si può discutere sopra, ma è quella che loro fanno ed è corretto riportarla.

La cappella, la foresteria e gli uffici

Accanto al tempio, e in aperto contrasto con esso, c'è la casa di riunione: la cappella di rione dove si tiene il culto domenicale. È un edificio più basso, più semplice, con un linguaggio architettonico funzionale, ed è aperto a chiunque voglia assistere. Se ti interessa capire come vive concretamente questa comunità — che cosa si canta, come si parla, chi tiene i discorsi, come si comportano i bambini durante la funzione — è lì che devi andare, non davanti al portone del tempio. Le riunioni domenicali sono pubbliche, e i visitatori vengono accolti senza formalità.

La differenza tra i due edifici è, in miniatura, tutta la teologia di questa Chiesa. La cappella è ordinaria, settimanale, comunitaria e aperta; il tempio è straordinario, raro, individuale e riservato. Nella maggior parte delle confessioni cristiane le due funzioni coincidono nello stesso edificio: si va in parrocchia per la messa domenicale e ci si sposa nella stessa parrocchia. Qui no: la separazione è netta e ha uno spazio fisico dedicato. Notarlo aiuta a capire perché sia stato necessario costruire un complesso e non una chiesa.

La casa di accoglienza, poi, è l'elemento che più mi ha colpito la prima volta che ho visitato il complesso. È una foresteria con camere, pensata per i fedeli che arrivano da lontano — dalla Grecia, dall'Albania, dalla Romania, da Malta, da Cipro — e che devono fermarsi qualche giorno. Ha la sobrietà pulita di un ostello di buona qualità. Ma ciò che rappresenta è più interessante dell'arredo: significa che questo luogo è concepito come destinazione di viaggio, e che chi lo ha progettato aveva in mente famiglie con valigie, bambini stanchi e programmi di più giorni. È un pellegrinaggio moderno, con tutte le implicazioni logistiche di un pellegrinaggio.

Il Tempio dei Mormoni a Roma e il Vaticano

Il giorno prima della dedicazione, sabato 9 marzo 2019, accadde qualcosa che nessuno dei presenti si aspettava di vedere nella propria vita. In Vaticano, Papa Francesco ricevette in udienza formale il presidente della Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni, Russell M. Nelson, accompagnato da M. Russell Ballard, presidente facente funzione del Quorum dei Dodici, e dai dirigenti italiani Massimo De Feo e Alessandro Dini Ciacci. Era la prima udienza papale formale mai concessa a un presidente di quella Chiesa: nella storia dei rapporti tra le due confessioni, un evento senza precedenti.

Non fu un incontro dottrinale, e nessuno finse che lo fosse. Si parlò di libertà religiosa, di sofferenza umana, di lavoro umanitario congiunto — le due organizzazioni collaborano da anni su progetti di soccorso in varie parti del mondo — e dell'importanza della religione in una società sempre più secolarizzata. Si parlò anche, molto concretamente, del tempio che sarebbe stato dedicato il giorno dopo, delle sue strutture, della foresteria, del centro visitatori.

Uscendo, Nelson pronunciò una frase che vale la pena riportare perché è la sintesi più efficace di quell'incontro: le differenze dottrinali, disse, sono reali, ma non sono "nemmeno lontanamente altrettanto importanti" quanto la comune preoccupazione per la sofferenza umana e per la libertà religiosa. Descrisse il Papa come un uomo umile, competente e cordiale. Ballard, dal canto suo, raccontò che i due sembravano vecchi amici già dopo un minuto di conversazione.

Perché quell'incontro conta più di quanto sembri

Chi conosce la storia dei rapporti tra la Chiesa cattolica e le confessioni nate dal risveglio religioso americano dell'Ottocento sa che il terreno è stato a lungo tutt'altro che sereno. Per decenni la posizione cattolica sulla Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni è stata di netta distanza dottrinale: nel 2001, per esempio, la Congregazione per la Dottrina della Fede stabilì che il battesimo amministrato da quella confessione non fosse riconoscibile come valido, per differenze sostanziali nella concezione della Trinità. Sono divergenze reali, che nessun incontro di cortesia cancella e che nessuno dei due interlocutori ha mai finto di superare.

Proprio per questo l'udienza del 2019 fu significativa: dimostrò che è possibile riconoscersi come interlocutori su un terreno pratico — la libertà di culto, la povertà, le emergenze — senza risolvere le differenze teologiche e senza minimizzarle. È il modello di dialogo interreligioso che si è affermato negli ultimi decenni, e Roma, che di dialoghi interreligiosi è la capitale mondiale, ne è stata la cornice naturale.

Per la comunità italiana, infine, quell'incontro ebbe un valore che va oltre la diplomazia. Essere ricevuti in Vaticano, nel Paese in cui si è minoranza microscopica e in cui il termine "mormone" evoca ancora nell'immaginario collettivo un misto di cartoni animati e leggende, significò essere riconosciuti come interlocutori legittimi. Chi era presente in quei giorni racconta che fu quello, più della dedicazione stessa, il momento in cui molti italiani della Chiesa sentirono di essere finalmente "a casa" nel proprio Paese.

La Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni in Italia

Per capire perché la costruzione di questo tempio abbia avuto un tale peso emotivo, bisogna sapere che la storia di questa Chiesa in Italia è vecchia di quasi due secoli, e che è una storia di lunghissime interruzioni. Comincia il 25 giugno 1850, quando l'apostolo Lorenzo Snow — che sarebbe poi diventato il quinto presidente della Chiesa — sbarcò a Genova con alcuni compagni per aprire la missione italiana.

Snow non ebbe fortuna nelle città. Trovò invece ascolto in Piemonte, tra le comunità valdesi delle valli occitane, un mondo protestante di lingua francese che dopo secoli di persecuzioni aveva appena ottenuto — con le Lettere Patenti del 1848 di Carlo Alberto — i diritti civili. Il primo convertito italiano, Jean Antoine Box, fu battezzato a Torre Pellice il 27 ottobre 1850. È un dettaglio che dice tutto: la prima porta che si aprì in Italia a questa confessione fu quella di un'altra minoranza religiosa, l'unica che nel Regno di Sardegna avesse esperienza di che cosa significhi credere in qualcosa di diverso dalla maggioranza.

Nel giro di pochi anni si formarono tre piccole congregazioni, e una cinquantina di membri emigrò negli Stati Uniti seguendo il flusso migratorio verso lo Utah. Fuori dalle valli valdesi, però, l'attività missionaria incontrò ostacoli insormontabili, e i tentativi di riaprire una missione intorno al 1900 furono respinti dalle autorità. La presenza si assottigliò fino quasi a scomparire.

La ripartenza del 1966 e la crescita

Il vero ritorno avvenne solo negli anni Sessanta. Nel 1965 arrivò l'autorizzazione delle autorità italiane, e nel 1966 la missione italiana fu ufficialmente riorganizzata: contava sessantasei membri distribuiti in nove località. Da lì la crescita fu costante: alla fine del 1978 i membri erano oltre settemila, ripartiti in quattro missioni. Il primo palo italiano — l'unità territoriale che corrisponde grosso modo a una diocesi — fu organizzato a Milano il 7 giugno 1981, e all'inizio degli anni Novanta i membri erano circa quattordicimila.

Oggi i fedeli in Italia si contano nell'ordine delle decine di migliaia, con comunità in tutte le principali città e una presenza particolarmente radicata in Lombardia, in Piemonte, nel Lazio e in Sicilia. Sono numeri che, nel panorama religioso italiano, collocano questa Chiesa tra le minoranze consistenti ma piccole: più numerosa di alcune comunità storiche, molto meno di altre. Ha ottenuto negli anni un riconoscimento giuridico consolidato, e nel 2012 è stata firmata con lo Stato italiano un'intesa ai sensi dell'articolo 8 della Costituzione, lo strumento con cui la Repubblica regola i rapporti con le confessioni diverse da quella cattolica.

Il tempio di via di Settebagni è, in questo racconto, il capitolo finale: il momento in cui una comunità che per centosessant'anni aveva dovuto viaggiare fino in Svizzera — dove sorge il tempio europeo più vicino, dedicato nel 1955 a Zollikofen presso Berna — o in altri Paesi per celebrare i propri riti più importanti, si è vista costruire un tempio in casa propria. E non in una città qualsiasi: a Roma.

Fidenae, la Salaria e il terreno sotto il Tempio dei Mormoni a Roma

Adesso ti racconto la parte che nessuna brochure ti darà, e che secondo me è la ragione per cui questa visita diventa davvero romana. Il terreno su cui sorge il complesso si trova a un tiro di schioppo da uno dei luoghi più antichi e più dimenticati dell'intero territorio comunale: Fidenae, l'antica città latina che occupava l'altura oggi chiamata Castel Giubileo, sulla via Salaria, all'incirca all'ottavo chilometro.

Fidenae era un centro latino di grande importanza strategica, perché controllava il guado del Tevere e il tratto iniziale della Salaria, la strada del sale, una delle più antiche direttrici commerciali d'Italia. Per la sua posizione fu contesa a lungo tra Roma e l'etrusca Veio, che stava sull'altra riva, e la storiografia romana — Livio in testa — racconta guerre ripetute, tradimenti, riconquiste. Alla fine Fidenae entrò definitivamente nell'orbita romana e diventò un municipio di secondo piano, la classica cittadina dell'hinterland che nessuno cita più.

Fino al giorno in cui vi accadde una delle più grandi catastrofi civili dell'antichità. Nel 27 d.C., sotto Tiberio, un liberto di nome Atilio vi fece costruire un anfiteatro di legno per organizzarvi giochi gladiatori. Tacito, negli Annales, racconta che l'uomo non aveva né i mezzi né la competenza: risparmiò sulle fondamenta e sulla struttura portante. Quando la folla — accorsa in massa da Roma, dove Tiberio aveva limitato gli spettacoli — riempì le gradinate, l'edificio cedette e crollò su se stesso, verso l'interno e verso l'esterno, seppellendo gli spettatori. Tacito parla di cinquantamila persone tra morti e feriti; altre fonti antiche riducono la cifra, ma nessuno dubita che si sia trattato di una strage di proporzioni enormi.

Le conseguenze giuridiche furono immediate e sorprendentemente moderne. Il Senato stabilì che nessuno con un patrimonio inferiore a quattrocentomila sesterzi potesse organizzare spettacoli gladiatori, e che gli anfiteatri dovessero essere costruiti su terreno solido e verificato. È, a tutti gli effetti, una delle prime normative edilizie di sicurezza pubblica di cui abbiamo notizia: nata da un disastro, come quasi tutte le normative di sicurezza della storia umana. Atilio fu esiliato.

Il paesaggio della memoria

Perché ti racconto questo mentre visiti un tempio del ventunesimo secolo? Perché in queste colline sta uno dei paradossi più belli di Roma. Il visitatore che arriva a via di Settebagni pensa di trovarsi in una periferia senza storia, un'appendice di capannoni e rotatorie priva di qualsiasi interesse. In realtà cammina su un terreno che ha visto le prime guerre di Roma, il traffico millenario della strada del sale, un massacro che cambiò il diritto edilizio dell'Impero, necropoli, ville rustiche, sepolcri lungo la consolare. La stratificazione qui non è visibile: è sotto, ed è la ragione per cui prima di costruire qualsiasi cosa bisogna scavare trincee di controllo.

C'è dunque una simmetria non pianificata ma perfetta. Una comunità religiosa che fa della ricerca degli antenati una pratica di fede ha costruito il proprio santuario italiano su un terreno dove gli antenati di Roma — quelli anonimi, quelli senza nome nei registri — stanno sepolti da ventisei secoli. Nessuno lo aveva progettato così. Ma se c'è un posto in cui l'idea di rintracciare i morti per non lasciarli scivolare nell'oblio suona coerente con il paesaggio, è proprio questa collina sopra la Salaria.

Il Tempio dei Mormoni a Roma nel panorama religioso della città

Roma è, statisticamente, la città con la maggiore concentrazione di edifici di culto al mondo, e non solo cattolici. È un fatto che i romani danno per scontato e che i visitatori faticano a mettere a fuoco, perché il peso della basilica di San Pietro schiaccia tutto il resto nel racconto turistico standard. Ma la Roma delle minoranze religiose è ricchissima e, per chi ha voglia di guardare, straordinariamente istruttiva.

C'è la Sinagoga sul Lungotevere, con la sua cupola quadrata, in una comunità ebraica che è la più antica della diaspora occidentale, continuativamente presente da oltre duemila anni. C'è la Moschea di Roma a Monte Antenne, progettata da Paolo Portoghesi e inaugurata nel 1995, tra le più grandi d'Europa. Ci sono le chiese evangeliche valdese e metodista, quelle anglicane come All Saints in via del Babuino e St. Paul's Within the Walls con i mosaici di Burne-Jones, le comunità ortodosse di mezza Europa orientale, i luoghi di culto buddisti, il tempio induista, le chiese pentecostali delle comunità migranti in decine di locali riadattati nelle periferie.

Il tempio di via di Settebagni entra in questa geografia come uno dei suoi elementi più recenti e, dal punto di vista degli investimenti, più imponenti. Ed è interessante notare che, come la Moschea, sorge nel quadrante nord e non nel centro storico: la Roma delle religioni non cattoliche contemporanee si è insediata dove c'era spazio, cioè fuori dal perimetro consolidato. È una lettura urbanistica che dice moltissimo sulla città reale, quella che vive fuori dalle cartoline.

Un itinerario possibile

Se l'idea ti stuzzica, il quadrante nord di Roma consente un piccolo itinerario tematico che nessuna agenzia propone e che regala una giornata insolita. La Moschea di Monte Antenne, immersa nel verde e visitabile in giorni stabiliti; le catacombe di Priscilla sulla Salaria, uno dei complessi cimiteriali cristiani più antichi e con affreschi di straordinaria importanza; e infine il tempio di via di Settebagni con il suo centro visitatori. Tre luoghi, tre religioni o confessioni diverse, un unico asse stradale — la Salaria — che le collega tutte lungo il percorso che i romani facevano per andare a comprare il sale.

È il genere di giornata che vale più di dieci musei affollati, perché ti costringe a pensare invece che a fotografare. E ha il vantaggio, non trascurabile in questa città, di svolgersi quasi interamente lontano dalle folle.

Galateo del visitatore al Tempio dei Mormoni a Roma

Ci sono luoghi dove basta comprare il biglietto e comportarsi civilmente, e luoghi dove la civiltà richiede qualche attenzione in più. Questo è il secondo caso, e non perché ci siano regole rigide — non ce ne sono quasi — ma perché entri in uno spazio che per qualcuno è casa e sacro insieme. Le indicazioni che seguono sono semplice buon senso, ma ti risparmiano l'imbarazzo di scoprirle sul posto.

L'abbigliamento non è soggetto a un codice esposto all'ingresso del centro visitatori, ma il decoro è apprezzato e ricambiato. Non serve la giacca: serve quel minimo di misura che useresti entrando in una chiesa. Il volume della voce, dentro la rotonda, è la cosa che i visitatori sbagliano più spesso: lo spazio è circolare, riverbera, e una conversazione normale diventa un rumore che disturba chi sta pregando poco più in là.

Le fotografie degli esterni, dei giardini e della piazza sono generalmente ben accette. All'interno del centro visitatori conviene chiedere: nella maggior parte dei casi la risposta è sì, ma la cortesia della domanda cambia completamente il tono dell'incontro. Se ti accompagna un volontario e vuoi fotografarlo, la domanda è d'obbligo.

Sulle domande e sulle conversazioni

I volontari che ti accolgono sono, quasi sempre, missionari: giovani ventenni che dedicano diciotto mesi o due anni della propria vita a questo servizio, spesso lontanissimi da casa, oppure coppie di pensionati che hanno scelto di passare qui un periodo. Non ti aggrediranno, ma il loro ruolo comprende anche la condivisione della propria fede. Se non ti interessa, dirlo con gentilezza è perfettamente accettabile e verrà rispettato: "grazie, oggi preferisco solo guardare l'arte" chiude la questione senza offendere nessuno.

Se invece hai domande, falle. Domande anche difficili — sul passato della Chiesa, sulla poligamia ottocentesca, sui rapporti con le altre confessioni, sulla condizione delle donne, sull'organizzazione economica — trovano di solito risposte più articolate e più oneste di quanto ci si aspetti. Il punto è come le poni. Una domanda seria riceve una risposta seria; una provocazione riceve un sorriso educato e nulla di più. È la regola che vale in qualsiasi conversazione tra adulti, e qui non fa eccezione.

Ultimo punto, il più importante e il più semplice: non chiedere di entrare nel tempio. Non è timidezza da parte tua né rigidità da parte loro; è una richiesta che mette l'interlocutore nella posizione di doverti dire di no per l'ennesima volta nella giornata. Sapere in anticipo dove passa la linea, e non provare a spostarla, è il modo più elegante di essere ospiti.

Quando andare al Tempio dei Mormoni a Roma

La luce, in questo posto, decide tutto. Il complesso è progettato attorno a superfici chiare — granito, marmo, acqua — che reagiscono in modo completamente diverso a seconda dell'ora. A mezzogiorno d'estate il bianco acceca, la piazza diventa un forno e non c'è un filo d'ombra dove sostare; il tardo pomeriggio, invece, accende il granito di una tonalità calda e allunga le ombre dei pini in un modo che è pura pittura settecentesca.

La primavera romana, tra fine marzo e metà maggio, è la stagione migliore in assoluto: i giardini sono in fiore, la temperatura è quella giusta per stare fuori, e la luce ha ancora quella nitidezza che l'afa estiva porta via. L'autunno, tra ottobre e inizio novembre, è la seconda scelta e per certi versi la più suggestiva, perché la luce bassa lavora benissimo sui volumi curvi dell'edificio. L'inverno ha il vantaggio del vuoto assoluto e delle giornate limpide dopo la tramontana, con la controindicazione delle giornate corte.

Sul giorno della settimana: la domenica il complesso vive la propria giornata di culto, e la presenza di famiglie che vanno alla cappella cambia radicalmente l'atmosfera. Non è un problema — anzi, è interessante vedere il luogo abitato — ma se cerchi il silenzio meditativo dei giardini, un giorno feriale è preferibile. Il centro visitatori osserva un orario ampio e continuato lungo tutta la settimana, con ingresso libero e senza prenotazione; ti raccomando comunque di verificare gli orari aggiornati sul sito ufficiale del centro prima di partire, perché possono variare per festività o per eventi interni.

Se hai poco tempo a Roma

Ti do il consiglio impopolare che una guida onesta deve dare. Se è la tua prima volta a Roma e hai tre giorni, questo non è il posto da mettere in programma. Prima vengono il Colosseo, il Pantheon, i Musei Vaticani, il centro storico, Trastevere: non per snobismo ma per semplice ordine di priorità. Il tempio è una destinazione da secondo o terzo viaggio, o da soggiorno lungo, o da giornata in cui hai voglia di vedere una Roma che non ti aspetti.

Se invece vivi qui, o se stai a Roma per lavoro con qualche pomeriggio libero, allora è esattamente il tipo di posto che ti consiglio di andare a vedere. È vicino, è gratuito, non richiede prenotazioni, non ha code, ha un parcheggio. In una città dove ogni visita è una piccola impresa logistica, questa combinazione è quasi commovente.

Il Tempio dei Mormoni a Roma con i bambini

Funziona meglio di quanto immagini, e ti spiego perché. I bambini nei musei romani si annoiano per una ragione strutturale: quasi tutto è dietro una teca, in penombra, in silenzio, e nessuno può toccare nulla. Qui invece ci sono spazi aperti enormi, prati, viali, una fontana che scende a gradoni, e una sala circolare con tredici figure di tre metri che, a un bambino, fanno l'effetto di un cerchio di giganti.

Le vetrate sono il vero asso nella manica. Contengono decine di scene evangeliche, e trasformarle in una caccia al tesoro è immediato: trova la pecora, trova la barca, trova la lampada, trova l'albero. Anche un bambino senza alcuna educazione religiosa gioca volentieri a riconoscere le figure, e nel frattempo — senza accorgersene — impara a leggere un'immagine, che è la competenza più utile che si possa acquisire in una città come questa.

Il centro di storia familiare, poi, è una miniera per ragazzini dai dieci anni in su. Cercare il nome del proprio bisnonno in un registro digitalizzato e vederlo comparire con la data e il paese di nascita è un'esperienza che colpisce anche gli adolescenti più refrattari, perché li mette in relazione diretta con qualcosa che è loro e che non sapevano di avere. Ho visto ragazzi passare un'ora davanti a uno schermo per una ricerca del genere, e sono gli stessi che al Foro Romano avevano chiesto quanto mancava all'uscita dopo undici minuti.

Cosa vedere nei dintorni del Tempio dei Mormoni a Roma

Una volta arrivato fin quassù, sarebbe uno spreco tornare indietro subito. Il quadrante nord ha una manciata di luoghi che il turismo ignora completamente e che, messi in fila, compongono una giornata di ottimo livello per chi ha già visto il centro.

La Riserva Naturale della Marcigliana è la sorpresa più grande: quasi cinquemila ettari di campagna romana protetta, con casali, seminativi, filari e sentieri, a pochi minuti di macchina dal complesso. È il paesaggio che i pittori nordici del Grand Tour dipingevano credendo di aver trovato l'Arcadia, e che oggi sopravvive quasi soltanto qui e sull'Appia Antica. Nelle giornate limpide di primavera è uno dei posti più belli del comune di Roma, e non ci trovi nessuno.

Le catacombe di Priscilla, sulla via Salaria all'altezza di villa Ada, sono invece una delle grandi visite sotterranee della città, e restano fuori dai circuiti di massa che si concentrano sulla via Appia. Vi si trovano affreschi di importanza capitale per la storia dell'arte paleocristiana, tra cui una delle più antiche raffigurazioni mariane conosciute. Sempre lungo la Salaria, villa Ada è il secondo parco di Roma per estensione, con laghetto, bunker e un'atmosfera che a fine giornata è impagabile.

Chi ha interesse per l'architettura contemporanea può inoltre spostarsi verso il Flaminio, dove nel giro di pochi isolati si concentrano l'Auditorium Parco della Musica di Renzo Piano, il museo MAXXI di Zaha Hadid e il ponte della Musica. Tre opere che, insieme al tempio di via di Settebagni, raccontano il modo in cui Roma ha provato a costruire nel ventunesimo secolo: con esiti discussi, ma con un'ambizione che la città non aveva più da decenni.

Domande frequenti sul Tempio dei Mormoni a Roma

Si paga il biglietto?

No. Il centro visitatori, i giardini e la piazza sono a ingresso libero, e anche il parcheggio è gratuito. Non esiste biglietteria, non esiste un'offerta obbligatoria, non ti verrà chiesto denaro in nessuna forma. Se questo ti sembra strano, considera che il modello economico di questa Chiesa si basa sulla decima versata dai membri, e che i centri visitatori sono concepiti come strumenti di presentazione pubblica, non come fonti di reddito.

Serve prenotare?

Per i singoli e le famiglie, no: si arriva e si entra. Per i gruppi organizzati, per le scolaresche o per chi desidera una visita guidata approfondita in una lingua specifica, è ragionevole contattare il centro in anticipo, come si farebbe con qualsiasi altra istituzione culturale.

Posso entrare se non sono credente?

Assolutamente sì, e non ti verrà chiesto in che cosa credi. Il centro visitatori accoglie chiunque, di qualunque fede o di nessuna. L'unica porta chiusa resta quella del tempio, e vale per tutti allo stesso modo, credenti compresi, se non hanno la raccomandazione.

Quanto dura la visita?

Da quaranta minuti a due ore, a seconda di quanto ti fermi. La misura che consiglio è novanta minuti: sufficienti per la rotonda, le vetrate, il modello del tempio, un giro completo dei giardini e una sosta al centro di storia familiare.

È adatto a chi ha difficoltà motorie?

Il complesso è recente e i percorsi esterni sono in piano o con pendenze dolci, con superfici regolari; il centro visitatori è distribuito su più livelli ma dotato di collegamenti verticali. Chi ha esigenze specifiche fa comunque bene a segnalarle al momento dell'arrivo, così che l'accoglienza possa organizzare il percorso migliore.

Una curiosità su Tempio dei Mormoni a Roma

La curiosità che preferisco riguarda gli ulivi, e ha il pregio di essere verificabile da chiunque abbia occhio per gli alberi. Quando fu progettata la piazza, si decise di collocarvi quattro ulivi secolari, con un'età stimata tra i quattrocento e i cinquecento anni, fatti arrivare dall'Italia settentrionale. Attorno a loro furono trapiantate decine di altri ulivi, ma quei quattro hanno un ruolo diverso: sono i patriarchi della piazza, e stanno lì per dire che il luogo ha radici più antiche dell'edificio che lo circonda.

La cosa curiosa è che, per farlo, si è dovuto compiere un'operazione tecnicamente delicatissima. Spostare un ulivo di cinque secoli significa scavare una zolla enorme attorno all'apparato radicale, potare in modo drastico la chioma per riequilibrare la pianta, trasportarla su mezzi speciali e poi accompagnarla per anni con irrigazioni calibrate, sperando che attecchisca. È un intervento che ha una percentuale di fallimento tutt'altro che trascurabile, e che i vivaisti specializzati affrontano con la stessa cautela di un chirurgo. Ogni albero di quel tipo ha un valore economico che sfiora quello di un'automobile di lusso, e un valore simbolico che non ha prezzo.

C'è poi un dettaglio ancora più bello, che si nota solo se ti soffermi. I pini domestici che affiancano il tempio non sono stati portati da nessuna parte: c'erano già, e sono stati lasciati esattamente dov'erano, adattando il disegno del complesso alla loro posizione anziché il contrario. In un cantiere in cui ogni pannello di granito è stato tagliato su misura e ogni mobile disegnato per una parete curva, la scelta di piegare il progetto alla posizione di alcuni alberi preesistenti è, a suo modo, una piccola dichiarazione di umiltà. E funziona: sono proprio quei pini a dire a chiunque arrivi che si trova a Roma e non altrove.

Una cosa che non ti dice nessuno su Tempio dei Mormoni a Roma

Nessuno ti dice che il centro di storia familiare è, di gran lunga, la parte più sorprendente della visita per un italiano qualunque, e che è aperto a chiunque senza alcuna condizione. Tutti si concentrano sulle statue e sull'edificio chiuso; quasi nessuno sale al piano dove ci sono le postazioni, e quasi nessuno sa che lì dentro può cercare gratuitamente i propri antenati in un archivio digitale che è, in termini di volume, il più grande del mondo per la documentazione anagrafica.

La storia dietro a quell'archivio merita di essere raccontata perché è una delle imprese culturali più impressionanti del Novecento, e in Italia è quasi ignota. A partire dagli anni Trenta, la Chiesa ha avviato una campagna sistematica di microfilmatura dei registri parrocchiali e civili in decine di Paesi, ottenendo accordi con archivi statali, diocesi e comuni. Le pellicole sono conservate in un deposito scavato nel granito di un canyon dello Utah, progettato per resistere a catastrofi naturali e conflitti. Negli ultimi vent'anni quel patrimonio è stato digitalizzato e reso consultabile online, e continua a crescere.

Il motivo di tanto sforzo è religioso: senza i nomi degli antenati non si possono celebrare le ordinanze a loro favore. Ma l'effetto collaterale è squisitamente laico, e riguarda tutti. Storici, demografi, genealogisti dilettanti e milioni di persone comuni che cercano le proprie radici usano quotidianamente materiale raccolto per una ragione teologica che non condividono. È uno dei casi più chiari in cui una motivazione di fede ha prodotto un bene pubblico universale, ed è un ottimo argomento contro l'idea che le convinzioni religiose altrui non riguardino nessun altro.

Se vieni da una famiglia italiana, la probabilità che nei registri compaiano i tuoi bisnonni è altissima. Portati un paio di nomi, due date approssimative e il paese d'origine: bastano quelli per cominciare. E preparati alla sensazione strana di leggere, sullo schermo di un centro visitatori alla periferia nord di Roma, la grafia di un parroco che nel 1873 registrava la nascita di qualcuno da cui, per vie tortuose, discendi tu.

Il consiglio che ti do per visitare Tempio dei Mormoni a Roma

Il mio consiglio è tanto semplice quanto controintuitivo: comincia da fuori, non da dentro. Quasi tutti parcheggiano, puntano dritti al centro visitatori, entrano, guardano le statue ed escono. Fai il contrario. Appena arrivato, fai il giro completo della piazza a piedi, in senso orario, senza entrare da nessuna parte. Ci vogliono un quarto d'ora, e cambia completamente la comprensione del luogo, perché ti permette di capire come i quattro edifici si guardano tra loro e perché il vuoto centrale sia stato progettato prima dei pieni.

Durante quel giro, fermati almeno tre volte. La prima sul lato dove il tempio si presenta di scorcio e la curvatura dell'ovale è più evidente: da lì capisci che l'edificio non ha una facciata principale nel senso tradizionale, ma un profilo continuo. La seconda accanto ai pini, dove lo sguardo mette insieme in un solo colpo un albero romano e una guglia americana. La terza in fondo alla fontana a gradoni, dove l'acqua e il marmo lavorano insieme e dove, tra l'altro, si ottengono le fotografie migliori.

Solo a quel punto entra nel centro visitatori, e accetta almeno l'inizio della visita accompagnata. Poi, quando hai capito la struttura del percorso, chiedi gentilmente di poter restare da solo per un po' nella rotonda. Non è una scortesia: è la richiesta che chiunque abbia esperienza di accoglienza si aspetta e che tutti concedono volentieri. Dieci minuti di silenzio in quella sala, seduto, con il tempio inquadrato dalle vetrate tra una statua e l'altra, valgono l'intero viaggio.

Ultimo suggerimento, sull'orario: punta alle due ore che precedono il tramonto. Il granito prende colore, l'oro dell'angelo si accende, la rotonda riceve luce radente attraverso le vetrate e le ombre dei pini si allungano sulla piazza. È l'unico momento della giornata in cui questo complesso, che nasce nordamericano, sembra completamente e naturalmente romano.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Che il Christus sia l'immagine di Cristo più diffusa nella Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni lo sanno in molti. Che il suo autore fosse un artista che ha vissuto e lavorato a Roma per oltre quarant'anni, invece, non lo cita quasi nessuno — e vale la pena insistere, perché è il fatto che lega più saldamente questo complesso alla storia della città.

Bertel Thorvaldsen arrivò a Roma l'8 marzo 1797 con una borsa di studio dell'Accademia di Copenaghen, e in quella città rimase fino alla fine degli anni Trenta dell'Ottocento. Considerava quella data la propria seconda nascita e la festeggiava ogni anno come "compleanno romano". Qui divenne il rivale e insieme l'erede di Antonio Canova, qui ebbe la bottega e gli allievi, qui accolse le committenze delle corti europee, qui fu figura centrale della colonia artistica internazionale che gravitava attorno a via Sistina, piazza Barberini e il Caffè Greco. Roma non fu per lui un soggiorno di studio: fu la sua vita professionale intera.

Il modello del Christus nacque nei primi anni Venti dell'Ottocento in quegli studi, per la chiesa di Nostra Signora di Copenaghen, insieme alla serie dei Dodici Apostoli. Che oggi tredici copie in marmo di Carrara di quelle sculture stiano in una rotonda alla periferia nord di Roma significa, in senso stretto, che un'invenzione figurativa concepita in questa città e diventata famosa altrove è tornata da dove era partita, per una strada lunghissima e del tutto imprevedibile: attraverso la Danimarca luterana, l'America dell'Ottocento, la scelta iconografica di una Chiesa nata in un altro continente, e infine un lotto agricolo sulla Salaria.

C'è un'ultima ironia che completa il quadro. Il marmo con cui sono state realizzate le copie viene da Carrara, cioè dalle stesse cave che rifornivano Michelangelo, Canova e Thorvaldsen stesso. La materia, insomma, non si è mai mossa: è sempre stata italiana. Si è mosso soltanto il disegno, e ha impiegato due secoli per tornare a casa.

La foto giusta da fare a Tempio dei Mormoni a Roma

La fotografia che quasi tutti fanno è quella frontale del tempio dal centro della piazza, con le due guglie che salgono verso il cielo. È una foto corretta, ordinata e completamente inutile, perché è identica a quella che troverai in qualunque comunicato ufficiale e non racconta nulla che tu abbia visto con i tuoi occhi.

La foto giusta, secondo me, è un'altra, e va cercata al livello della fontana a gradoni che scende dal tempio verso il centro visitatori. Mettiti basso, quasi all'altezza del pelo dell'acqua, e usa la lama liquida come primo piano e specchio: nella parte alta dell'inquadratura entra la mole del tempio con la guglia, nella parte bassa la stessa mole si sfrangia nel riflesso. Se hai la luce del tardo pomeriggio, il granito diventa dorato, il riflesso lo raddoppia, e ottieni un'immagine che ha profondità e senso invece di una cartolina.

La seconda inquadratura che ti consiglio è quella che accosta il vecchio e il nuovo: posizionati in modo che uno dei pini domestici preesistenti entri nel bordo sinistro o destro del fotogramma, con la sua chioma a ombrello, e il tempio resti sullo sfondo. È la fotografia che spiega, senza bisogno di didascalia, il rapporto tra questo edificio e il paesaggio che lo ospita — e cioè il vero tema architettonico dell'intera operazione.

Dentro, se ottieni il consenso, la fotografia da cercare non è il Christus isolato, che è stato ripreso un milione di volte. È il controcampo: mettiti alle spalle di una delle statue degli apostoli e fotografa attraverso la vetrata, includendo nel fotogramma la spalla marmorea in primo piano e il tempio vero, all'esterno, sullo sfondo. È esattamente ciò che l'architetto voleva che il visitatore percepisse, e finché non lo vedi in un'immagine non ti rendi conto di quanto sia stato pensato bene. Ah, e togli il flash: su una superficie di marmo levigato non fa altro che appiattire tutto.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

Il primo avvenimento è l'annuncio stesso, il 4 ottobre 2008. In una conferenza generale trasmessa nel mondo, l'allora presidente della Chiesa Thomas S. Monson comunicò che sarebbe stato costruito un tempio a Roma. Per i membri italiani fu una notizia di portata enorme, dopo centocinquant'anni di presenza minoritaria e discontinua nel Paese; per gli osservatori esterni fu il segnale che questa confessione considerava ormai l'Europa mediterranea un terreno stabile e non un avamposto. La posa della prima pietra, il 23 ottobre 2010, sancì l'avvio concreto dei lavori.

Il secondo avvenimento è il 25 marzo 2017, quando la statua dorata dell'angelo Moroni fu issata sulla guglia più alta. Nel calendario emotivo di un cantiere come questo, il collocamento della statua è il momento in cui l'edificio smette di essere un'impalcatura e diventa riconoscibile a distanza. Da quel giorno, chiunque percorresse il Grande Raccordo Anulare in quel tratto vedeva il profilo dorato stagliarsi sopra la campagna: fu allora che una parte di Roma si accorse che stava succedendo qualcosa.

Il terzo avvenimento sono le tre settimane dell'open house, dal 28 gennaio al 16 febbraio 2019. Per l'unica volta nella storia di questo edificio, chiunque poté entrare: curiosi, vicini di casa, giornalisti, studiosi di architettura, semplici passanti. Le visite erano gratuite e guidate, le prenotazioni erano state aperte l'ottobre precedente, e si formarono file di persone che con questa Chiesa non avevano alcun rapporto. Fu un esercizio di trasparenza deliberato e ben congegnato, che ha lasciato in molti romani un ricordo preciso.

Il quarto e più importante avvenimento è la dedicazione, tra il 10 e il 12 marzo 2019, con le sue sette sessioni e la cerimonia della pietra angolare presieduta dall'allora presidente Russell M. Nelson, e con la presenza — inedita fuori dagli Stati Uniti — dell'intera Prima Presidenza e dell'intero Quorum dei Dodici Apostoli. Il giorno precedente, il 9 marzo, in Vaticano si era svolta la prima udienza formale mai concessa da un Papa a un presidente di questa Chiesa. Il 19 marzo il tempio entrò in funzione per le ordinanze. In dieci giorni, questo angolo di periferia romana ha vissuto tre eventi che nella storia della confessione hanno tutti il rango di primati assoluti.

Chi è passato da Tempio dei Mormoni a Roma

Il nome che apre la lista è quello di Russell M. Nelson, allora presidente della Chiesa, che nel marzo 2019 pronunciò la preghiera dedicatoria e presiedette la cerimonia della pietra angolare. Chirurgo cardiotoracico di formazione, con una carriera medica di primo piano alle spalle, aveva assunto la guida della Chiesa poco più di un anno prima, e la sua presenza a Roma rappresentò il culmine simbolico dell'operazione. Accanto a lui c'era M. Russell Ballard, presidente facente funzione del Quorum dei Dodici, che partecipò anche all'udienza in Vaticano.

Prima di loro, da questo terreno era passato Thomas S. Monson, che annunciò il tempio nel 2008 e ne presiedette la posa della prima pietra nel 2010. Nel marzo 2019 il complesso ha inoltre ospitato contemporaneamente tutti i membri della Prima Presidenza e del Quorum dei Dodici Apostoli — quindici uomini che, per la prima volta nella storia della Chiesa, si trovarono riuniti in un unico luogo fuori dagli Stati Uniti. Tra loro David A. Bednar, che in quei giorni spiegò pubblicamente il significato dell'ovale come figura dell'eternità in una città che si chiama eterna.

Poi ci sono gli italiani, e sono quelli che contano di più in questa storia. Massimo De Feo, dirigente romano dei Settanta, diresse tutte e sette le sessioni di dedicazione e fu tra i pochissimi presenti all'udienza in Vaticano: il fatto che un italiano ricoprisse quel ruolo, in quel luogo e in quel momento, ebbe per la comunità nazionale un valore che nessuna cronaca straniera ha saputo restituire pienamente. Con lui Alessandro Dini Ciacci, anch'egli dirigente italiano. E poi Elena Malara, sette anni, di Monterotondo, che alla cerimonia della pietra angolare mise la sua manciata di malta nel giunto e dichiarò ai giornalisti, con la semplicità che solo i bambini si possono permettere, di essere contenta di averlo fatto. Nella memoria collettiva di quella giornata, la sua frase ha resistito meglio di molti discorsi.

Vanno ricordati anche coloro che non sono mai passati fisicamente di qui, ma senza i quali questo luogo non esisterebbe. Bertel Thorvaldsen, che a Roma visse quarant'anni e che di quelle tredici figure è l'inventore. Lorenzo Snow, che nel 1850 sbarcò a Genova per aprire la missione italiana e che non poteva immaginare dove sarebbe arrivata quella semina. E le migliaia di persone comuni — italiani, greci, albanesi, romeni, maltesi, ciprioti — che ogni anno raggiungono via di Settebagni con la valigia, dormono nella foresteria e ripartono. Sono loro, alla fine, il vero flusso di questo luogo: non i dignitari delle cerimonie, ma i viaggiatori che continuano ad arrivare da un capo all'altro del Mediterraneo, esattamente come si faceva a Roma da duemila anni.

Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.

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RiassuntoTempio dei Mormoni a Roma - Via di Settebagni, 376, 00139 Roma RM
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