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Steve Coleman e Five Elements (Roma Jazz Festival) all’Auditorium Parco della Musica, Sala Petrassi — 5 novembre 2026

In breve. Steve Coleman e i suoi Five Elements suonano giovedì 5 novembre 2026 alle 20:00 nella Sala Petrassi dell’Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone, in viale Pietro de Coubertin 30, a Roma.

Steve Coleman e i suoi Five Elements suonano giovedì 5 novembre 2026 alle 20:00 nella Sala Petrassi dell’Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone, in viale Pietro de Coubertin 30, a Roma. Il concerto fa parte del Roma Jazz Festival. Secondo la sede i biglietti partono da 35 euro e si acquistano dalla pagina evento sul sito ufficiale dell’Auditorium (auditorium.com) o alla biglietteria. La formazione indicata è un quartetto: Steve Coleman al sax alto, Jonathan Finlayson alla tromba, Rich Brown al basso elettrico e Sean Rickman alla batteria. Per il percorso fino a Flaminio usa il calcolatore di ATAC.

Illustrazione ad acquerello di un palco da concerto con un sassofono contralto e il pubblico in sagoma
Illustrazione generata con intelligenza artificiale: non è una fotografia dell'Auditorium Parco della Musica né dell'evento.

Il concerto

Il programma ufficiale presenta Steve Coleman come sassofonista, compositore e band leader statunitense, «tra gli esponenti più creativi del jazz contemporaneo». Gli attribuisce la capacità di mescolare il jazz con l’hip-hop e i ritmi del funk e di aver sviluppato uno stile personale e riconoscibile, un linguaggio compositivo che intreccia i fili della musica della diaspora africana.

Un ensemble fluido

I Five Elements sono descritti come un ensemble volutamente fluido e in continuo cambiamento, che suona all’unisono, con grande tecnica ed energia contagiosa. Il testo promette «groove velocissimi e assoli impetuosi» e ricorda che ogni concerto con la formazione storica è un’esperienza irripetibile.

La citazione in locandina

La sede riporta anche un giudizio della rivista All About Jazz, secondo cui il modo più immediato di apprezzare la musica di Coleman è lasciare che i ritmi prendano il sopravvento, perché la varietà di groove a disposizione della band è già una meraviglia. È un invito pratico all’ascolto: prima si sente il ritmo, poi si capisce la struttura.

Chi è Steve Coleman

Steven Douglas Coleman è nato a Chicago il 20 settembre 1956 ed è cresciuto nel South Side. Ha cominciato a suonare il sax alto a quattordici anni, ha frequentato per due anni l’Illinois Wesleyan University e poi si è trasferito alla Roosevelt University, al Chicago Musical College.

New York, 1978

Nel 1978 si trasferisce a New York, dove lavora in grandi orchestre come la Thad Jones/Mel Lewis Orchestra e con Slide Hampton, Sam Rivers e, per un breve periodo, Cecil Taylor. Come sideman collabora con David Murray, Doug Hammond, Dave Holland, Michael Brecker e Abbey Lincoln.

Teorico oltre che musicista

La voce di Wikipedia lo definisce anche teorico della musica. Con Dave Holland ha inciso «Phase Space» (Rebel-X, 1991). Nel settembre 2014 ha ricevuto una MacArthur Fellowship per aver «rinnovato modelli tradizionali» e creato un lavoro distintivo e innovativo nel jazz.

I Five Elements

La band nasce, secondo la voce di Wikipedia, da un gruppo da strada e da club che Coleman formò con il trombettista Graham Haynes nei suoi primi quattro anni a New York. L’anno di fondazione non è indicato dalla fonte.

Chi suona il 5 novembre

Sulla locandina, oltre a Coleman, ci sono Jonathan Finlayson (tromba), Rich Brown (basso elettrico) e Sean Rickman (batteria). Il quartetto indicato è quello della locandina ufficiale; la composizione della band, che la sede stessa descrive come in continuo cambiamento, può variare da un concerto all’altro.

Il nome e i cinque punti dell’M-Base

Il nome della band non viene spiegato dalle fonti consultate. La voce di Wikipedia sull’M-Base elenca invece cinque elementi sostanziali del concetto: improvvisazione e struttura, attualità, musica come espressione dell’esperienza di vita, crescita attraverso la creatività e l’ampliamento filosofico, uso di concetti non occidentali. Le fonti non li collegano al nome del gruppo.

M-Base: un modo di pensare la musica

Coleman ha coniato negli anni Ottanta il termine M-Base, abbreviazione di «macro-basic array of structured extemporization». Ha sempre detto che non era uno stile ma un modo di pensare la creazione musicale, anche se la critica lo etichettò spesso come jazz.

Un collettivo di Brooklyn

Il movimento riguardava un collettivo informale di giovani musicisti afroamericani, e di altri interpreti, attivo a Brooklyn e dintorni, con ballerini e poeti. Nel collettivo figuravano Greg Osby, Cassandra Wilson e Geri Allen. Coleman si rifiutò di essere chiamato leader o fondatore.

Che cosa escludeva

Il concetto escludeva il jazz neoclassico, la musica libera non strutturata, la fusion, la musica non prevalentemente improvvisata e quella determinata da logiche commerciali. Le idee dell’M-Base, secondo Wikipedia, erano in gran parte incompatibili con l’industria musicale, e la maggior parte dei partecipanti si volse a musiche più convenzionali.

Anatomy of a Groove

Nel 1991 i partecipanti incisero come M-Base Collective «Anatomy of a Groove». Fra gli antecedenti, la voce cita la band di Miles Davis di «Agharta».

Viaggi e scambi: Ghana, Cuba, Senegal, India

Una parte rilevante della carriera di Coleman è fatta di viaggi di studio. Alla fine del 1993 è in Ghana, dove incontra il tamburo dei Dagomba. Nel 1996 è a Cuba, lavora con gli Afrocuba de Matanzas dopo aver suonato all’Havana Jazz Festival e incide «The Sign and the Seal».

Senegal e India

Nel 1997 va in Senegal con il gruppo Sing Sing Rhythm; nel 1998 porta i Five Elements nel sud dell’India per uno scambio con la musica carnatica.

Che cosa significa per il concerto

La locandina parla di «diaspora africana» e di ritmi che prendono il sopravvento. I viaggi documentati aiutano a capire la scelta di parole: i riferimenti sono concreti, e non puramente evocativi.

Una discografia per decenni

Fra gli anni Ottanta e oggi Coleman ha pubblicato decine di dischi. Una selezione utile per orientarsi, con anno ed etichetta indicati da Wikipedia:

  • «Motherland Pulse» (1985, JMT) e «On the Edge of Tomorrow» (1986, JMT);
  • «Rhythm People» (1990), «Black Science» (1991) e «Drop Kick» (1992), per RCA Novus;
  • «The Tao of Mad Phat» (1993, RCA Novus) e «The Sign and the Seal» (1996, BMG);
  • «Genesis and the Opening of the Way» (1997, BMG);
  • «Resistance Is Futile» (2001), «Lucidarium» (2004) e «Weaving Symbolics» (2006), per Label Bleu;
  • «Functional Arrhythmias» (2013), «Synovial Joints» (2015) e «Morphogenesis» (2017), per Pi;
  • «Live at the Village Vanguard Vol. I» (2018) e «Vol. II» (2021), per Pi;
  • «PolyTropos / Of Many Turns» (2024, Pi).

Da dove cominciare

Se non conosci la sua musica, i due volumi dal vivo al Village Vanguard sono il modo più vicino al tipo di serata che ti aspetta, perché mostrano la band in un club e con un pubblico.

Il jazz incontra l’hip-hop

Il testo ufficiale cita l’hip-hop fra i linguaggi che Coleman mescola al jazz. Le sue collaborazioni confermano che non si tratta di una formula: la voce di Wikipedia registra la sua presenza in «Prose Combat» di MC Solaar (Talkin’ Loud, 1994), in «From the Ground Up» (1994), «Do You Want More?!!!??!» (1995, registrato nel 1993 e 1994) e «Illadelph Halflife» (1996) dei The Roots, e in «Reclaiming the Dead» di Dice Raw (2000).

Dal club al disco

Sono tracce di una stagione, la prima metà degli anni Novanta, in cui jazz e rap si frequentavano.

Che cosa cambia in concerto

Su un palco come quello della Sala Petrassi la distanza tra il rap su basi e un quartetto che improvvisa è grande: la sede parla di groove e di assoli, non di parti rap. Non ci sono ospiti annunciati.

Dave Holland, Cassandra Wilson e gli altri compagni di strada

La biografia di Coleman si può leggere attraverso i dischi in cui compare come sideman. Con Dave Holland incise per ECM «Jumpin’ In» (1984), «Seeds of Time» (1985), «The Razor’s Edge» (1987), «Triplicate» (1988) ed «Extensions» (1990).

Voci e big band

Con Cassandra Wilson partecipò a «Point of View» (1986), «Days Aweigh» (1987), «Jumpworld» (1990) e «Traveling Miles» (Blue Note, 1999). Con Abbey Lincoln a «Talking to the Sun» (1984) e «Who Used to Dance» (1997). Con la Thad Jones/Mel Lewis Orchestra partecipò a concerti dal vivo a Berlino e Varsavia nell’ottobre 1978, usciti su disco anni dopo.

Compagni di generazione

Tra gli altri compaiono Sam Rivers («Colours», 1983), David Murray («Live at Sweet Basil», 1984), Geri Allen («Open on All Sides in the Middle», 1987), Ravi Coltrane («Moving Pictures», 1998) e Vijay Iyer («Memorophilia», 1995).

Loop annidati e strutture ritmiche

La voce di Wikipedia ricorda che nel gruppo di strada formato con Graham Haynes Coleman sviluppò un concetto di improvvisazione all’interno di strutture ripetute e annidate, «nested looping structures». È un tratto che spiega la scelta di parlare di groove nel testo ufficiale: i brani sono pensati come cicli.

Una tradizione, non un genere

Coleman considera la tradizione da cui viene come cultura della diaspora africana con importanti permanenze africane, e specialmente con una certa sensibilità. Ne cercò le radici viaggiando: l’interesse principale era la tradizione yoruba, alla base di Santería a Cuba e Porto Rico, Vodou ad Haiti e Candomblé a Bahia.

Cuba, dodici giorni

Nel 1996, con dieci musicisti e ballerini e gli Afrocuba de Matanzas, specializzati nella conservazione delle varie forme di rumba e delle tradizioni africane poi riunite sotto il nome di Santería (Abakuá, Arara, Congo, Yoruba), lavorò per dodici giorni, suonò all’Havana Jazz Festival e registrò «The Sign and the Seal».

Il tamburo che parla

In Ghana, alla fine del 1993, incontrò il popolo dagomba, la cui musica di tamburi usa una complessa poliritmia e un linguaggio tamburato capace di «parlare». Fu questo contatto, scrive Wikipedia, a spingerlo a riflettere sul ruolo della musica nella trasmissione di informazioni nelle culture non occidentali.

La Sala Petrassi e il suo nome

L’Auditorium Parco della Musica è il complesso multifunzionale di Roma realizzato per ospitare eventi musicali e culturali. Le tre sale da concerto sono edifici di dimensioni diverse con una base in mattone e un rivestimento esterno in listelli di piombo.

Il nome arrivato dopo

La più piccola delle tre sale fu intitolata a Goffredo Petrassi dopo la sua morte nel 2003; al momento dell’inaugurazione si chiamava ancora Sala Settecento, dal numero di posti.

Cosa ci si fa

Il repertorio è soprattutto lirico, jazz, teatrale, di danza e di cinema. La fossa d’orchestra e le pareti semoventi del palco consentono di ridurre le dimensioni della scena e di ricavare spazio ai lati per l’ingresso degli attori.

Il riconoscimento ministeriale

L’Auditorium è incluso nel Censimento delle architetture italiane dal 1945 a oggi del Ministero della cultura, riferito al periodo 1994-2002. Fra le 79 architetture della tipologia «Edifici per la promozione culturale» solo due, l’Auditorium e la ristrutturazione del Lingotto di Torino, soddisfano tutti e sette i criteri del Censimento, entrambe attribuite al Renzo Piano Building Workshop.

Il Roma Jazz Festival e la serata del 5 novembre

Il festival è nato nel 1976 e dal 1996 si svolge in autunno in sale adatte all’ascolto. Il concerto di Coleman si colloca nel mezzo di una serie in Sala Petrassi: il 4 novembre Kurt Elling con gli Yellowjackets, il 5 Coleman, il 6 Hamilton de Holanda con Gonzalo Rubalcaba. Ne trovi la scheda complessiva in Roma Jazz Festival 2026.

Un ospite in più nella storia del festival

L’elenco storico degli ospiti comprende Miles Davis, Joe Henderson, Pat Metheny, Chick Corea, Michael Brecker, Pharoah Sanders e Wayne Shorter. Coleman si inserisce in questa linea di musicisti che hanno cambiato la lingua del jazz.

Una curiosità sulla Sala Petrassi

Il nome della sala oggi è quello di un compositore, ma il suo primo nome era un numero: Sala Settecento, dal numero di posti. Con 673 posti la sala è più piccola di quanto il nome iniziale lasciasse intendere.

Pareti che si muovono

Il palco ha pareti laterali semoventi e una fossa d’orchestra. Sono caratteristiche da teatro, non da semplice sala concerti, e danno alla Petrassi la flessibilità richiesta da lirica, danza, teatro e cinema, oltre che dal jazz.

Acustica

L’acustica delle tre sale principali è stata curata dallo studio Müller-BBM di Monaco di Baviera. Il dettaglio utile al pubblico è che non si tratta di una sala nata per un solo genere.

Una cosa che non ti dice nessuno sulla Sala Petrassi

Il biglietto indica la sala, ma non tutti si accorgono che l’Auditorium ha tre sale grandi più un teatro: Santa Cecilia (2.756 posti), Sinopoli (1.133), Petrassi (673) e il Teatro Studio Gianni Borgna (308). La Petrassi è la seconda più piccola.

Il pubblico del 5 novembre

Nella stessa serata altre sale possono ospitare altri eventi. Controlla l’ingresso giusto.

Un dettaglio sul tetto

I volumi esterni sono coperti da lastre di piombo. Sono disposti a raggiera attorno alla cavea, e la forma ha fatto parlare di «scarabei»: il paragone è nella voce di Wikipedia.

Il consiglio che ti do per visitare la Sala Petrassi

Per un concerto in cui il ritmo è la prima cosa che si ascolta, scegli un posto con una buona visuale della batteria e del basso: Sean Rickman e Rich Brown sono il motore della band.

Prima del concerto

Se puoi, ascolta in anticipo uno dei due dischi dal vivo al Village Vanguard. Non serve riconoscere i brani: serve abituare l’orecchio a ritmi dispari e fraseggi lunghi.

Dopo il concerto

Il festival continua il 6 novembre in Sala Petrassi con Hamilton de Holanda e Gonzalo Rubalcaba: un contrasto interessante fra afroamericano e latino.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Il pubblico del jazz sa che Coleman ha suonato con Dave Holland, Cassandra Wilson e Abbey Lincoln; meno noto è che ha inciso anche con The Roots e con il rapper francese MC Solaar, due collaborazioni degli anni Novanta che spiegano il riferimento all’hip-hop nel testo della sede.

Il ruolo di Dave Holland

Dave Holland, contrabbassista, è uno dei collaboratori più citati da Wikipedia nella biografia di Coleman e nel 1991 firma con lui «Phase Space». Il disco è un esempio di dialogo fra un leader dei Five Elements e un grande bassista.

Un premio per il pensiero

La MacArthur Fellowship del 2014 viene data a persone con creatività eccezionale e premia il lavoro, non un disco: la motivazione riportata parla di rinnovamento di modelli tradizionali.

La foto giusta da fare alla Sala Petrassi

Fuori dalla sala, il soggetto più riconoscibile è l’insieme dei tre grandi volumi rivestiti di piombo attorno alla cavea, opera di Renzo Piano, vincitore del concorso a inviti del 1993.

La cavea

La cavea è un teatro all’aperto da circa 3.000 posti, intitolato a Luciano Berio. Fotografala da lontano per far entrare anche i volumi delle sale.

Il museo archeologico

Sotto la cavea c’è un piccolo museo con i reperti della villa romana scoperta durante i lavori. Per la fotografia, chiedi prima al personale quali spazi sono aperti.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

Una storia di poco più di vent’anni, ma con tappe nette.

2002

L’Auditorium fu aperto il 21 aprile 2002 con la Sala Sinopoli; il 21 dicembre dello stesso anno si aprirono le altre sale, con un concerto dell’orchestra di Santa Cecilia diretta da Chung Myung-whun.

2006 e 2009

Nel 2006 l’Auditorium ospitò la Festa del Cinema di Roma. Dall’8 al 30 novembre 2009 ospitò il Roma Jazz Festival «Jazz Labels», dedicato alle case discografiche del jazz, con anniversari come i 70 anni della Blue Note e i 50 di «Kind of Blue».

2003, 2010, 2011

Dal 2003 l’Auditorium è la sede stabile della stagione concertistica dell’Accademia di Santa Cecilia. Il 16 marzo 2010 partì Radio Parco della Musica, la web radio ufficiale; il 4 ottobre 2011 debuttò Auditorium TV, il canale YouTube con interviste, backstage e filmati d’archivio.

2014 e 2016

Nel 2014 i frequentatori furono più di due milioni, e l’Auditorium si presentò come prima struttura culturale europea per visitatori e seconda al mondo dopo il Lincoln Center di New York. Nel 2016 la sola Fondazione Musica per Roma organizzò 608 eventi, esclusi i congressi, con 287.109 biglietti venduti.

2020

Il consiglio comunale approvò l’intitolazione a Ennio Morricone.

Chi è passato dalla Sala Petrassi

Non esiste un registro pubblico, sala per sala, dei concerti. Sappiamo però quali musicisti hanno inciso all’Auditorium.

Registrazioni

Keith Jarrett, Mark Knopfler, Vinicio Capossela, Tuxedomoon, William Parker. E album dal vivo come quello di Fennesz e Sakamoto nel 2005 e quello di Enrico Rava e Joe Lovano nel 2014.

Nel catalogo ER

Su ER trovi la scheda dell’Auditorium Parco della Musica e, per continuare con il jazz, quella della Casa del Jazz.

Goffredo Petrassi, un maestro di maestri

Un compositore che dà il nome a una sala potrebbe sembrare lontano da un concerto di jazz contemporaneo. In realtà la figura di Petrassi aiuta a parlare del tema che Coleman mette al centro: la teoria al servizio della pratica.

Una cattedra a Santa Cecilia

Nato a Zagarolo il 16 luglio 1904, ottenne nel 1939 la cattedra di composizione a Santa Cecilia e, dal 1960 al 1978, insegnò nei corsi di perfezionamento. Fra gli allievi: Ennio Morricone, Aldo Clementi, Franco Oppo, Cornelius Cardew e Peter Maxwell Davies.

Il successore

Scelse lui stesso Franco Donatoni come successore. Donatoni fu a sua volta maestro di Giuseppe Sinopoli all’Accademia Chigiana di Siena, cioè del musicista al quale è intitolata la sala accanto.

Nei dintorni: Villa Glori e il Parco della Rimembranza

Sopra l’Auditorium, in direzione nord, c’è il parco di Villa Glori, circa 25 ettari nel quartiere Parioli, noto anche come Parco della Rimembranza. Sovrasta il Villaggio Olimpico e il Parco della Musica.

Una storia di cavalli e di battaglie

Nella pianura sotto la rupe, nel 1908, fu costruito un ippodromo per il trotto, rimasto in funzione fino alla fine degli anni Cinquanta; sul suo sito sorse il Villaggio Olimpico. Nel 1867 vi avvenne uno scontro del Risorgimento, in cui morì Enrico Cairoli, ricordato da Cesare Pascarella nei 25 sonetti «Villa Gloria» (1886).

Un parco della memoria

Dal 1923 la villa è un parco pubblico in memoria dei caduti della Grande guerra, progettato da Raffaele De Vico e inaugurato nel 1924. Su ER trovi la scheda di Villa Glori.

Perché l’Auditorium sorge dove sorge

La storia della sede comincia da una mancanza. La sala dell’Augusteo era stata demolita nel 1936 e per più di sessant’anni la Capitale non ebbe una sala pensata espressamente per la musica classica. Il dibattito sulla localizzazione cominciò allora.

Dal Borghetto Flaminio al Villaggio Olimpico

Tra le ipotesi ci fu il Borghetto Flaminio, che nel 1992 fu abbandonato a favore dell’area del Villaggio Olimpico, scelta dal consiglio comunale proprio in quell’anno dopo un lungo dibattito. Non tutti la ritenevano ideale, per le dimensioni e la conformazione del terreno e per la distanza dalla metropolitana: la stazione più vicina, secondo la voce di Wikipedia, è in piazzale Flaminio.

Pareri critici

Nel 1995 e nel 1997 il Consiglio superiore dei lavori pubblici emise pareri fortemente critici, che il sindaco Francesco Rutelli minimizzò, con il sostegno della stampa e di larga parte dell’opinione pubblica. Il concorso a inviti del 1993 fu vinto da Renzo Piano.

Nei dintorni: il Foro Italico

Al di là del Tevere, alla base di Monte Mario, sorge il Foro Italico, inaugurato nel 1932 come Foro Mussolini. Fu ideato e realizzato dall’architetto Enrico Del Debbio fra il 1927 e il 1933 e completato dopo la guerra fra il 1956 e il 1968. Nell’agosto 1943 il CONI lo ribattezzò Foro Italico.

Marmi e mosaici

Il 4 novembre 1932 furono inaugurati Palazzo H, la stele, lo Stadio dei Marmi e lo Stadio dei Cipressi, oggi Stadio Olimpico. Il viale d’accesso, in asse con il ponte Duca d’Aosta, è pavimentato a mosaico bianco e nero. Le statue che rappresentano le discipline sportive furono donate dalle province italiane.

Eventi

Dal 1949 vi si tengono gli Internazionali d’Italia di tennis; il complesso ospitò i Giochi del 1960 e le finali di Europei (1968, 1980, 2021) e Mondiali di calcio (1990). Su ER trovi la scheda del Foro Italico.

Che cosa si dice dell’Auditorium: elogi e critiche

Come ogni grande opera pubblica, l’Auditorium ha avuto elogi e critiche, tutte documentate da fonti pubbliche. È utile conoscerle per sapere che cosa aspettarsi.

L’organo che non c’è

Nel 2002 Italia Nostra lanciò un appello perché le sale avessero un organo a canne. Il critico Paolo Isotta definì la Sala Santa Cecilia «un salotto senza divano». Per lo strumento furono stanziati più di un milione di euro, ma la commissione di organisti si dimise. Oggi Roma, scrive Wikipedia, è l’unica capitale europea senza organo a canne in una sala da concerto.

Acustica e comfort

Nei primi mesi il direttore Wolfgang Sawallisch trovò impressionante l’Auditorium ma non lo convincevano il palcoscenico e l’acustica della sala; dopo il concerto di Ivano Fossati furono segnalati problemi di acustica. Da allora le sale sono state modificate. Per la Sala Santa Cecilia sono state criticate anche riscaldamento, accessibilità e servizi igienici.

Parcheggi

I pochi parcheggi interni sono giudicati troppo cari e le auto invadono il Villaggio Olimpico nelle sere di concerto. Questo è il motivo per cui conviene pianificare l’arrivo con i mezzi pubblici.

La discografia di Coleman per decenni

Il catalogo si può leggere come una successione di case discografiche, ciascuna con un suo tono.

Anni Ottanta: JMT

«Motherland Pulse» (1985), «On the Edge of Tomorrow» (1986) e «World Expansion» (1987) escono per JMT; «Sine Die» (1988) per Pangaea.

Anni Novanta: RCA e BMG

Nel 1990 «Rhythm People» e nel 1991 «Black Science» per RCA Novus; «Drop Kick» e «Rhythm in Mind» nel 1992; «The Tao of Mad Phat» nel 1993. Nel 1995 BMG pubblica un gruppo di dischi: «Myths, Modes and Means», «The Way of the Cipher», «Def Trance Beat», «Curves of Life» e «Live in Paris». Seguono «The Sign and the Seal» (1996), «Genesis and the Opening of the Way» (1997) e «The Sonic Language of Myth» (1999).

Anni Duemila: Label Bleu e Tzadik

«Resistance Is Futile» (2001), «On the Rising of the 64 Paths» (2002), «Lucidarium» (2004), «Weaving Symbolics» (2006) per Label Bleu; «Invisible Paths: First Scattering» (2007) per Tzadik.

Dal 2010: Pi

«Harvesting Semblances and Affinities» (2010), «The Mancy of Sound» (2011), «Functional Arrhythmias» (2013), «Synovial Joints» (2015), «Morphogenesis» (2017), i due volumi dal vivo al Village Vanguard e «PolyTropos / Of Many Turns» (2024).

Informazioni pratiche

  • Data e ora: giovedì 5 novembre 2026, ore 20:00.
  • Luogo: Sala Petrassi, Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone, viale Pietro de Coubertin 30, 00196 Roma.
  • Prezzo: da 35 euro, secondo la sede.
  • Biglietti: pagina evento del sito ufficiale dell’Auditorium.
  • Durata e intervallo: il dato non è pubblicato.

Come arrivare

Secondo la voce di Wikipedia, davanti all’ingresso fermano le linee 910, 982, 168 (solo feriali) e 53. Per gli orari aggiornati usa il calcolatore percorsi di ATAC.

Altre tappe a Flaminio

Puoi unire la serata a una visita al MAXXI o a una passeggiata sul Ponte della Musica.

Domande frequenti su Steve Coleman e Five Elements

Quando e dove si tiene il concerto?

Giovedì 5 novembre 2026 alle 20:00 nella Sala Petrassi dell’Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone, viale Pietro de Coubertin 30, Roma.

Quanto costa il biglietto?

Secondo la sede i biglietti partono da 35 euro. Il prezzo finale dipende dal settore e da eventuali commissioni.

Chi suona?

Steve Coleman (sax alto), Jonathan Finlayson (tromba), Rich Brown (basso elettrico) e Sean Rickman (batteria).

Che musica fanno i Five Elements?

Il testo ufficiale parla di jazz contemporaneo che mescola hip-hop e ritmi funk, con groove velocissimi e assoli impetuosi, e di un linguaggio compositivo legato alla musica della diaspora africana.

Che cos’è M-Base?

È il termine che Coleman ha coniato negli anni Ottanta per indicare un modo di pensare la musica; non è uno stile, ha precisato, anche se la critica lo ha trattato come tale.

È un concerto adatto a chi non conosce Coleman?

La sede suggerisce di lasciare che i ritmi prendano il sopravvento. Se vuoi prepararti, ascolta uno dei due volumi dal vivo al Village Vanguard (2018 e 2021).

Fa parte del Roma Jazz Festival?

Sì, fa parte del Roma Jazz Festival, nato nel 1976, che dal 1996 si svolge in autunno.

Il consiglio finale su Steve Coleman e Five Elements

Vai senza aspettative di melodia riconoscibile. La musica di Coleman si ascolta con il corpo prima che con la testa: lascia che il ritmo faccia il lavoro, e solo dopo cerca la struttura. È lo stesso consiglio che la sede riporta citando All About Jazz.

Articolo scritto dalla redazione di Tour Leader Pro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.

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Data Evento5 Novembre 2026 20:00
IndirizzoViale Pietro de Coubertin 30, 00196 Roma Flaminio, Roma, Roma Città