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Museo Preistorico di Pofi “Pietro Fedele”

Il Museo Preistorico di Pofi "Pietro Fedele" è in via San Giorgio 28, a Pofi, in provincia di Frosinone, e apre soltanto tre mattine a settimana: martedì, sabato e domenica dalle 9.30 alle 13.00. Negli altri quattro giorni si entra unicamente su prenotazione, quindi chi arriva un mercoledì senza avere telefonato prima trova la porta chiusa. Il numero da chiamare è 388 8644122, la mail è museopreistoricopofi@gmail.com, il vecchio recapito comunale 0775 380380 resta in uso per la biblioteca e gli uffici. Il biglietto costa 2,50 euro per gli adulti fra i 19 e i 64 anni e 2,00 euro per i ragazzi fra i 6 e i 18; sotto i 5 anni, sopra i 65 e per le persone con disabilità l'ingresso è gratuito. La visita guidata per un adulto singolo è indicata a 10 euro, quella per un gruppo fino a venti persone a 20 euro; per i ragazzi la guida, il laboratorio didattico e lo scavo simulato costano 1 euro ciascuno. Il museo è comunale, gestito dall'associazione TUA, Territorio dell'Uomo Antico: nessuna tessera romana vale qui, e non esiste la domenica gratuita dei musei statali.

Ci si arriva bene in automobile. Da Roma si prende l'autostrada A1 fino all'uscita di Frosinone, poi la statale 6 Casilina in direzione Napoli fino al bivio per Pofi; da Napoli si esce a Ceprano e si risale la Casilina verso Frosinone fino allo stesso bivio. In treno la linea Roma-Cassino ferma alla stazione di Castro-Pofi-Vallecorsa, che è in fondo alla valle e va completata con un autobus locale: i riferimenti sono il Cotral di Frosinone allo 0775 3791 e le autolinee GEAF allo 0775 200432. Il paese è arroccato a 270 metri, la strada sale a tornanti e il museo si trova nel Centro Servizi Culturali, poco sotto il borgo medievale. Chi arriva senza automobile deve mettere in conto una giornata intera e un buon margine sugli orari degli autobus di provincia.

Se questa è la prima incursione fuori Roma verso i musei del Lazio meridionale, vale la pena guardare anche la mappa generale dei musei di Roma e il vicino Museo Archeologico di Frosinone, che racconta la stessa valle in epoca storica: insieme fanno un fine settimana coerente.

Museo Preistorico di Pofi Pietro Fedele
Museo Preistorico di Pofi "Pietro Fedele"

Che cosa è davvero esposto al Museo Preistorico di Pofi

Comincio dal punto che genera più equivoci, perché è il motivo per cui la gente parte da Roma e fa novanta chilometri di Casilina. Il calvario dell'Uomo di Ceprano, quello che tutti chiamano Argil, è un bene dello Stato e la sua custodia è affidata alla Soprintendenza: non è un pezzo che il Comune di Pofi possa tenere in vetrina quando gli pare. Il percorso paleoantropologico del museo è costruito, dichiaratamente, su calchi e su apparati illustrativi, e i calchi qui sono tanti e ben scelti. L'osso vero è arrivato in paese una volta sola, per la mostra del trentennale della scoperta, dal 13 marzo al 13 aprile 2024: fu la prima volta in assoluto che il cranio veniva esposto a Pofi, e i giornali locali titolarono che Argil tornava in Ciociaria dopo trent'anni. Chi vuole assolutamente vedere l'originale, e non una riproduzione, telefoni al museo prima di mettersi in macchina e chieda esplicitamente che cosa sia in vetrina quel giorno.

Detto questo, sarebbe un errore concludere che a Pofi non ci sia niente di autentico. Ci sono i resti umani di Cava Pompi, che è un sito dentro il territorio comunale: un'ulna, una tibia e un frammento di cranio, materiale originale, non calchi. Ci sono i quattro denti umani di Anagni-Fontana Ranuccio, due incisivi e due molari inferiori. Ci sono le faune pleistoceniche della valle del Sacco, con crani, mandibole e ossa ancora in connessione anatomica di elefanti antichi e di mammuth. Ci sono le amigdale acheuleane, migliaia di manufatti in selce e in lava, gli strumenti su osso di elefante, i coni di conifera e i semi fossili recuperati a Isoletta durante i cantieri dell'alta velocità ferroviaria. La differenza fra un museo di provincia e un museo di provincia serio è tutta qui: a Pofi il materiale è vero, è locale, ed è stato scavato e studiato da chi lo conservava.

Il cranio di Ceprano, il ritrovamento e le sue date

Come fu trovato l'Uomo di Ceprano

Il 13 marzo 1994 Italo Biddittu, archeologo di formazione preistorica trapiantato in Ciociaria dal 1958, stava ricognendo il tracciato di una strada in costruzione in località Campogrande, nel bacino di Ceprano, in fondo alla valle del Sacco. Le piogge di febbraio e marzo avevano dilavato le argille e i mezzi meccanici avevano tagliato il deposito. Fra le zolle affioravano frammenti di osso craniale. Ne furono recuperati oltre cinquanta, sbriciolati dalla ruspa che li aveva riportati alla luce: la ricostruzione richiese anni di lavoro paziente, fra il 1994 e il 1999, e produsse un calvario privo di faccia ma sostanzialmente completo nella volta. Il soprannome Argil viene dall'argilla che lo conteneva, e glielo diede lo stesso Biddittu.

Da 800.000 a 400.000 anni: perché la data è cambiata

Per un decennio il calvario di Ceprano fu presentato come il più antico europeo, con una datazione relativa fra 900.000 e 800.000 anni ricavata dal quadro geologico e dalla fauna associata. Nel 2001 Giorgio Manzi, Francesco Mallegni e Antonio Ascenzi pubblicarono sui Proceedings of the National Academy of Sciences una analisi filogenetica che collocava il fossile fuori sia da Homo erectus sia dalle forme successive; nel 2003 Mallegni e colleghi proposero addirittura una specie nuova, Homo cepranensis. Poi il quadro si ribaltò. Nel 2009 uno studio magnetostratigrafico coordinato da Giovanni Muttoni riportò il deposito fra 500.000 e 350.000 anni. Nel 2017 il lavoro di ricostruzione digitale firmato da Di Vincenzo, Profico, Bernardini, Manzi e altri su Scientific Reports chiuse il cerchio: il calvario venne collocato fra 430.000 e 385.000 anni, nello stadio isotopico marino 11, e riletto come una variante arcaica di Homo heidelbergensis, cioè della specie che oggi si considera vicina all'antenato comune di Neandertal, sapiens e denisoviani. La specie Homo cepranensis, in quel lavoro, viene esplicitamente respinta.

Dico la mia senza giri: il ridimensionamento cronologico ha tolto al fossile il primato pubblicitario e gli ha dato qualcosa di molto più interessante. Un cranio di ottocentomila anni sarebbe stato una curiosità isolata; un cranio di quattrocentomila anni, ben conservato e ben datato, è un tassello dentro il momento in cui in Europa si decide da dove veniamo. Vale il viaggio proprio per questo, e i pannelli del museo che riportano ancora la cifra vecchia vanno letti con questa avvertenza in tasca.

Una curiosità su Museo Preistorico di Pofi "Pietro Fedele"

La curiosità che quasi nessuno racconta riguarda la nascita del museo, e non ha nulla di accademico: comincia con una ruspa e con un sindaco che non fa finta di niente. Nel giugno del 1956 il Comune di Pofi allarga la strada della Macchia, in contrada Colle Cece. Dallo sbancamento escono ossa di animali grandi, evidentemente non recenti. In casi simili, allora come oggi, si tira dritto. Pietro Fedele, sindaco appena eletto, invece segnala il rinvenimento al Ministero, e da quella segnalazione parte tutto: arrivano a Pofi Luigi Cardini, paleontologo dell'Istituto Italiano di Paleontologia Umana, Ciro Drago del Museo Preistorico Etnografico Luigi Pigorini di Roma e Alberto Carlo Blanc, il geologo e paleoetnologo che nel 1939 aveva riconosciuto il cranio neandertaliano della Grotta Guattari al Circeo.

Nell'autunno del 1959 si scava a Cava Pompi sotto la direzione di Cardini, e il 13 novembre di quell'anno Cardini e Blanc riconoscono un'ulna umana fossile in mezzo ai resti di megafauna. È il primo osso umano del Pleistocene medio trovato nel territorio di Pofi. Poche settimane dopo, con delibera del 13 novembre 1959, nasce il museo archeologico comunale. Nel giro di pochi anni le ricognizioni sul territorio, condotte con la partecipazione della popolazione, mettono insieme 3.741 strumenti in pietra. Il museo aprirà davvero al pubblico solo nel marzo del 2001, quarantadue anni dopo la delibera che lo istituiva, e il 29 dicembre 2007 verrà intitolato al sindaco che aveva alzato il telefono nel 1956. Quarantadue anni di attesa sono un dato che dice molto sull'Italia dei musei civici, e che rende ancora più notevole il fatto che oggi il museo funzioni davvero.

La visita sala per sala del Museo Preistorico di Pofi

Il percorso è organizzato in otto aree e copre circa un milione di anni in ordine cronologico. Gli espositori dichiarati sono quaranta. Le didascalie sono bilingui, italiano e inglese, e la sequenza è pensata per essere letta di seguito: chi salta le prime due aree per correre al cranio perde esattamente il senso della visita, perché il museo non è una teca con dentro un fossile famoso, è il racconto di come una valle sia stata abitata prima di noi.

Area 1, la sezione geologica del Museo Preistorico di Pofi

Si comincia dalla pietra e non dall'uomo, ed è la scelta giusta. La prima area contiene una ricostruzione stratigrafica realizzata con campioni di terreno prelevati dai vari giacimenti, un plastico del territorio e una vetrina con campioni di roccia e di fossili. I pannelli partono da lontano, dalla Pangea, e stringono progressivamente sulla geologia locale, cioè sugli eventi che hanno costruito il paesaggio dentro il quale gli ominidi si sono mossi. Il capitolo centrale è il vulcanismo ernico: l'apparato poligenico di Pofi è stato attivo fra 430.000 e 110.000 anni fa, e quattro crateri principali di quella fase sono ancora leggibili nel paesaggio odierno. In vetrina c'è una bomba lavica di dimensioni notevoli, un oggetto che i bambini fissano per un tempo sorprendente. Il paese, va detto, è costruito sopra quel vulcano spento: il terreno vulcanico spiega la fertilità del territorio e la vocazione florovivaistica che resiste ancora.

Aree 2 e 3, l'origine dell'uomo e l'arrivo in Europa

Qui il museo fa una cosa che pochissimi musei di provincia si possono permettere: mette in fila una collezione di calchi di ominidi fossili sufficientemente ampia da permettere un confronto vero. Si parte dagli Australopiteci, con la riproduzione di Lucy, si passa ai primi uomini africani, Homo rudolfensis, Homo habilis, Homo ergaster, poi alla diffusione in Asia con i calchi di Homo georgicus, il dentino caucasico di Dmanisi, e di Homo erectus, e infine all'arrivo in Europa con Homo antecessor. In fondo alla sequenza si arriva a Ceprano. Le vetrine sono state arricchite negli anni recenti con nuovi calchi acquistati a scopo didattico e comparativo, e la differenza si vede: davanti a una fila di crani si capisce in trenta secondi quello che dieci pagine di manuale non riescono a spiegare, cioè che l'evoluzione umana non è una scala ma un cespuglio.

Sempre in questa parte del percorso compaiono i manufatti litici di tecnica arcaica raccolti in strati inferiori a quello del cranio di Ceprano e in altri siti della zona: Arce, Fontana Liri, Castro dei Volsci, Anagni-Colle Marino. Sono schegge e ciottoli lavorati che spostano indietro la presenza umana nella valle a circa un milione di anni fa. Non sono belli. Sono decisivi.

Aree 4, 5 e 6, l'Acheuleano e i resti umani del Museo Preistorico di Pofi

È il cuore scientifico della collezione. Intorno a 600.000 anni fa si diffondono in Europa gruppi umani attribuiti a Homo heidelbergensis, portatori di una tecnologia diversa, il cosiddetto Modo 2: compare l'amigdala, il bifacciale a simmetria bilaterale, che è insieme un utensile e una firma culturale. Il museo espone amigdale e manufatti su osso provenienti dai giacimenti laziali datati fra 458.000 e 250.000 anni.

I resti umani autentici sono in queste vetrine. Da Anagni-Fontana Ranuccio vengono quattro denti, due incisivi e due molari inferiori, attribuiti a Homo heidelbergensis; il giacimento, una cava di pozzolana scoperta nel 1976 e oggi scavata in concessione ministeriale sotto la direzione di Stefano Grimaldi, ha restituito uno strato archeologico datato dall'Istituto Italiano di Paleontologia Umana intorno a 458.000 anni, compatibile con lo stadio isotopico 11. Da Pofi-Cava Pompi vengono l'ulna, la tibia e il frammento di cranio che compongono quello che qui chiamano Uomo di Pofi, riferito approssimativamente a Homo heidelbergensis e collocato fra 400.000 e 350.000 anni fa. Accanto ci sono i calchi di mandibole e crani della stessa specie, per permettere il confronto.

La parte paleontologica è imponente. Elephas antiquus, l'elefante dalle zanne diritte del Lazio, e i mammuth delle successive ondate, Mammuthus meridionalis, Mammuthus trogontherii e Mammuthus primigenius, con crani, mandibole e ossa articolate provenienti da più siti regionali. A Fontana Ranuccio la fauna comprende anche rinoceronte, ippopotamo e uccelli, e gli strumenti su osso di elefante, alcuni grossolani e altri finemente ritoccati, sono fra i più antichi utensili in osso conosciuti in Europa. Da Isoletta, presso Arce, scavata durante i lavori della linea ad alta velocità, arrivano strobili di conifere, semi e molluschi d'acqua dolce: materiale paleobotanico che permette di ricostruire il paesaggio, non soltanto la fauna.

Area 7, i Neandertal della valle e i calchi che si toccano

La presenza di gruppi neandertaliani nel Lazio meridionale interno è documentata da manufatti in selce lavorati con la tecnica levalloisiana, trovati sia in grotta sia all'aperto. I giacimenti più significativi sono a Sora e a Carnello, dove alla selce si accompagnano fossili di fauna a clima freddo; altri materiali vengono da Pofi, Ceprano, Frosinone, Vicalvi, Isola del Liri e Cassino. In vetrina ci sono i calchi di due crani neandertaliani celebri: Saccopastore 1, trovato in una cava di ghiaia di Roma nel 1929 e studiato da Giuseppe Sergi, e Guattari 1, riconosciuto da Alberto Carlo Blanc nella Grotta Guattari al Monte Circeo il 25 febbraio 1939.

In questa area c'è la cosa più intelligente dell'intero museo, e la segnalo perché mi ha colpito: il calco della sepoltura di Kebara è esposto senza protezione, si può toccare, ed è pensato apposta per i non vedenti e per i bambini. Un museo che rinuncia al vetro su un pezzo importante fa una scelta di campo. Se andate con dei ragazzini, quello è il punto in cui la visita smette di essere una lezione.

Area 8, il Paleolitico superiore

La diffusione di Homo sapiens in Europa viene collocata intorno a 36.000 anni fa. Nel Lazio meridionale interno le testimonianze di questa fase sono scarse e provengono per lo più da raccolte di superficie: i manufatti esposti arrivano soprattutto da Pofi-Mola Sterbini, con pezzi rari da Ceprano e da Anagni. Il giacimento in grotta di riferimento è quello di Peschio Ranaro a Collepardo, attribuito all'Epigravettiano finale e datato a 9.730 anni fa. La fauna di quelle fasi comprende stambecco, capriolo, cinghiale, marmotta, ermellino e gatto selvatico: due crani di stambecco recuperati nella grotta del Cacciatore, a Vallecorsa, dimostrano che i Lepini e gli Ernici erano frequentati da questa specie in fasi climatiche più fredde dell'attuale. Chi conosce quelle montagne oggi, con i loro pascoli e i loro pochi rapaci, fatica a immaginarsele con gli stambecchi. È esattamente il tipo di scarto mentale che un museo del genere deve produrre.

Neolitico, età del rame e del bronzo

Il tratto finale del percorso illustra le ultime fasi della preistoria fino alle soglie della protostoria, cioè il passaggio da una economia di prelievo, caccia e raccolta, a una economia di produzione fondata su agricoltura e pastorizia. I materiali neolitici provengono da Sora, dal bacino di Canterno e da Ceccano; le testimonianze dell'età del rame e del bronzo da Pofi stessa, da San Giovanni Incarico e da Ceprano. Sono le punte di freccia e i manufatti litici che chiudono il percorso didattico. È una sezione poco estesa e il museo non lo nasconde, ma serve a non lasciare il visitatore fermo al Paleolitico: fra l'ultimo cacciatore epigravettiano e il primo villaggio protostorico della valle del Sacco passano millenni che qui vengono almeno nominati.

Museo civico preistorico Pietro Fedele
Museo civico preistorico "Pietro Fedele"

Chi era Pietro Fedele e perché il museo porta il suo nome

Attenzione a un equivoco che gira parecchio: il Pietro Fedele a cui è intitolato il museo non è lo storico e ministro della Pubblica Istruzione del primo Novecento, che era di Traetto, oggi Minturno. Il Pietro Fedele di Pofi è il sindaco del paese fra il 1956 e il 1961, un amministratore locale senza titoli accademici che ebbe la lucidità di capire che cosa aveva sotto i piedi. La sua eredità non è una collezione privata donata al Comune, come accade nella maggior parte dei musei civici italiani, ma una catena di rapporti istituzionali: la segnalazione al Ministero, l'arrivo degli specialisti dell'Istituto Italiano di Paleontologia Umana, la collaborazione con il Pigorini, la campagna di raccolta che coinvolse i cittadini e produsse migliaia di manufatti.

Il museo gli è stato intitolato il 29 dicembre 2007. Trovo che sia una delle poche intitolazioni davvero motivate che conosca nel Lazio: di solito si dedicano istituzioni culturali a personaggi che con quella istituzione non hanno avuto alcun rapporto operativo. Qui il rapporto è documentato e diretto, e la sezione del percorso che porta il suo nome contiene proprio i reperti del territorio di Pofi, quelli che dalle sue segnalazioni sono venuti fuori: le faune e i manufatti di Cava Pompi, i materiali e i manufatti su osso del Fosso Meringo, una selezione dei pezzi del Paleolitico medio e superiore raccolti in superficie.

Una cosa che non ti dice nessuno su Museo Preistorico di Pofi "Pietro Fedele"

Che questo è, con ogni probabilità, il museo preistorico più accessibile ai non vedenti che troverete nel Lazio, e che quella scelta risale a molto prima che l'accessibilità diventasse una parola d'ordine nei bandi. Gli espositori furono progettati fin dall'inizio con una sezione tattile pensata per i bambini e per i non vedenti, con testi in Braille. Nella sala dei Neandertal il calco della sepoltura di Kebara è deliberatamente privo di vetrina, perché va manipolato. I calchi di crani fossili e i manufatti permettono una comprensione tattile del percorso che nessun pannello riesce a dare.

Nel settembre 2025 questa impostazione è stata portata avanti con il progetto Museo del Futuro, curato da Francesco Colasanti con la supervisione scientifica della Soprintendenza archeologia, belle arti e paesaggio per le province di Frosinone e Latina e il patrocinio, fra gli altri, del Consiglio Nazionale delle Ricerche. Il progetto ha introdotto riproduzioni tridimensionali dei reperti stampate in 3D con materiali ecosostenibili, targhe in Braille, audiodescrizioni, video in Lingua dei Segni Italiana e persino una fragranza preistorica elaborata su studi paleobotanici, per aggiungere un canale olfattivo alla visita. L'inaugurazione è avvenuta venerdì 26 settembre 2025, con due giornate di visite guidate e laboratori nel fine settimana successivo.

La seconda cosa che non vi dice nessuno riguarda le dimensioni reali del pubblico. Nel 2025 il museo ha registrato poco più di 3.100 visitatori. Sono, in media, meno di dieci persone al giorno di apertura. Tradotto: quasi certamente sarete soli o quasi, e la persona che vi accompagna avrà tutto il tempo di rispondere alle vostre domande. Chi è abituato alla ressa dei musei romani non immagina quanto cambi la qualità della visita quando davanti alla vetrina c'è una persona sola.

Il consiglio che ti do per visitare Museo Preistorico di Pofi "Pietro Fedele"

Telefonate. Non è una raccomandazione di cortesia, è la condizione operativa del posto. Con tre mattine di apertura ordinaria su sette giorni e l'apertura degli altri giorni subordinata alla prenotazione, il museo funziona come funzionano i musei gestiti da associazioni: c'è qualcuno se qualcuno sa che arrivate. Chiamate il 388 8644122 o scrivete a museopreistoricopofi@gmail.com almeno un paio di giorni prima, dite quante persone siete e chiedete la visita guidata. Venti euro per un gruppo fino a venti persone significa un euro a testa: è la spesa culturale più conveniente che io conosca nel Lazio, e senza qualcuno che vi spieghi le vetrine il museo rende un terzo.

Secondo consiglio, sull'organizzazione della giornata. Il museo si visita con calma in un'ora e mezza, due ore se prendete la guida e fate domande. Aprendo alle 9.30 e chiudendo alle 13.00, la mattina è tutta lì: partite da Roma verso le otto, siete a Pofi per le dieci, uscite verso mezzogiorno e avete il pomeriggio libero per il borgo, per Ripi o per risalire ad Anagni. Non provate a incastrare il museo dopo pranzo: nei giorni di apertura ordinaria alle tredici si chiude, e chi arriva alle dodici e mezza ha mezz'ora scarsa.

Terzo, e qui vado controcorrente rispetto a quello che si legge in giro: non venite a Pofi soltanto per vedere il cranio. Se il vostro unico obiettivo è quel fossile, rischiate una delusione, perché il pezzo originale non risiede stabilmente qui. Venite per la sequenza completa, per la stratigrafia, per le zanne di Elephas antiquus e per la sensazione, che si prova poche volte, di stare guardando la preistoria di un territorio raccontata dal territorio stesso. Con quella premessa, la delusione non arriva mai.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Che Pofi è costruita sopra un vulcano. Lo sanno tutti in paese, lo dice il primo pannello del museo, e fuori dalla provincia di Frosinone non lo sa quasi nessuno. L'apparato poligenico di Pofi è uno dei centri vulcanici principali della valle del Sacco, attivo fra 430.000 e 110.000 anni fa, e appartiene al complesso del vulcanismo ernico, un capitolo minore e poco divulgato della storia vulcanica laziale, schiacciato nell'immaginario collettivo dai Colli Albani e dal distretto vulsino. Quattro crateri di quella fase sono ancora individuabili nel paesaggio, e il terreno del comune è in larghissima parte di origine vulcanica: da qui la fertilità che ha reso Pofi un centro florovivaistico e orticolo.

Il dettaglio che rende la faccenda straordinaria è cronologico. L'apparato vulcanico si accende intorno a 430.000 anni fa. Il calvario di Ceprano, secondo la datazione del 2017, si colloca fra 430.000 e 385.000 anni. L'Uomo di Pofi di Cava Pompi fra 400.000 e 350.000. In altre parole, gli ominidi che hanno lasciato quei resti hanno abitato una valle in cui il vulcano era attivo, e hanno visto in faccia le eruzioni che hanno costruito la collina su cui oggi c'è il museo che li conserva. La bomba lavica esposta nella prima area e l'ulna umana esposta nella quarta appartengono allo stesso paesaggio e quasi allo stesso tempo. È il tipo di coincidenza che nessun allestimento riesce a comunicare bene con un pannello, e che invece un accompagnatore può far scattare in una frase.

La foto giusta da fare a Museo Preistorico di Pofi "Pietro Fedele"

Dentro il museo la fotografia più efficace non è quella del cranio in vetrina, che con il vetro e le luci puntiformi viene quasi sempre male e restituisce un oggetto senza scala. La foto giusta è la fila dei calchi di crani delle aree 2 e 3, ripresa di tre quarti lungo la vetrina, con il primo piano a fuoco e la sequenza che sfuma: in un solo fotogramma si legge la variabilità morfologica di due milioni e mezzo di anni di evoluzione, da Lucy all'antecessor. È una fotografia che spiega qualcosa, che è poi l'unico motivo serio per fotografare dentro un museo. La seconda inquadratura da tenere in mente è la bomba lavica dell'area geologica, ripresa dal basso con la stratigrafia ricostruita alle spalle.

Chiedete comunque al personale prima di scattare, e chiedetelo davvero: in un museo civico con vetrine ravvicinate il flash è quasi sempre vietato e in alcuni casi lo sono anche i treppiedi, che nei corridoi stretti diventano un problema di sicurezza. Con le luci basse serve mano ferma e sensibilità alta.

Fuori, la fotografia migliore della giornata non è nel museo. Salite nel borgo medievale, all'altezza della torre dell'orologio e del bastione pentagonale, e voltatevi verso la valle: da Pofi, che siede a 270 metri, si abbracciano una quarantina di centri, dai Prenestini fino alle Mainarde. La luce buona è quella del tardo pomeriggio in autunno o in inverno, quando la foschia della valle del Sacco si abbassa e i profili delle montagne si separano. In estate, verso mezzogiorno, quello stesso panorama è una tavolozza di grigi indistinti: non sprecateci una scheda di memoria.

Pofi FR
Pofi (FR)

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

Il primo avvenimento è banale e decisivo insieme: giugno 1956, i lavori di allargamento della strada della Macchia di Pofi in contrada Colle Cece intercettano ossa di animali di grande taglia. Il sindaco Pietro Fedele segnala il rinvenimento al Ministero anziché lasciar proseguire i lavori. Da quella telefonata discende tutto il resto.

Fra agosto e novembre 1959 si scava a Cava Pompi. La direzione è di Luigi Cardini, dell'Istituto Italiano di Paleontologia Umana, con la partecipazione di studiosi che diventeranno nomi importanti della preistoria italiana. Il 13 novembre 1959 Cardini e Alberto Carlo Blanc riconoscono nel deposito un'ulna umana fossile associata a resti di megafauna. Lo stesso 13 novembre 1959 una delibera comunale istituisce il museo archeologico di Pofi. Nel 1976 Italo Biddittu e Aldo Segre tornano su Cava Pompi e recuperano altri resti umani, la tibia e il frammento cranico che completano quello che chiamiamo Uomo di Pofi.

Il 13 marzo 1994, a una quindicina di chilometri da qui, in località Campogrande di Ceprano, Biddittu riconosce nei detriti di un cantiere stradale i frammenti del calvario che diventerà l'Uomo di Ceprano. È l'avvenimento che cambia la scala del museo: da collezione locale a punto di riferimento della paleoantropologia europea. Nel 2001 la pubblicazione di Manzi, Mallegni e Ascenzi sui Proceedings of the National Academy of Sciences porta il fossile sulle riviste internazionali; nel 2003 arriva la proposta della specie Homo cepranensis; nel 2009 lo studio magnetostratigrafico di Muttoni e colleghi ne ribalta la cronologia; nel 2017 la ricostruzione digitale pubblicata su Scientific Reports lo riconduce a Homo heidelbergensis e lo colloca intorno ai quattrocentomila anni.

Nel marzo 2001 il museo apre finalmente al pubblico, quarantadue anni dopo la delibera che lo aveva istituito. Il 29 dicembre 2007 viene intitolato a Pietro Fedele. Dal 13 marzo al 13 aprile 2024, per il trentennale della scoperta, il calvario di Ceprano viene esposto a Pofi per la prima volta nella storia del museo. Il 26 settembre 2025 viene inaugurato il progetto Museo del Futuro, con le riproduzioni in stampa 3D, la Lingua dei Segni Italiana e le audiodescrizioni. Nel 2025 i visitatori superano quota 3.100.

Una nota che riguarda il paese e non il museo, ma che chi viene qui deve conoscere: nel 1944 Pofi si trovò a ridosso della Linea Gustav e subì bombardamenti e violenze. Il centro storico che si visita oggi porta ancora le cicatrici di quell'anno, e la ricostruzione postbellica spiega molte delle discontinuità che si notano camminando fra la chiesa di Sant'Antonino e il castello.

Chi è passato da Museo Preistorico di Pofi "Pietro Fedele"

Non aspettatevi imperatori e papi: qui i personaggi celebri sono scienziati, e la lista è di quelle che in un museo civico di tremila e cento visitatori l'anno non ti aspetti. Luigi Cardini, paleontologo dell'Istituto Italiano di Paleontologia Umana, vissuto fra il 1898 e il 1971, diresse gli scavi del 1959 a Cava Pompi. Alberto Carlo Blanc, nato a Chambéry nel 1906 e morto a Roma nel 1960, geologo e paleoetnologo, quello che il 25 febbraio 1939 aveva riconosciuto il cranio neandertaliano della Grotta Guattari al Circeo e ne aveva proposto la celebre e poi smentita interpretazione cannibalica, fu con Cardini il 13 novembre 1959 quando riconobbero l'ulna di Pofi. Ciro Drago venne dal Museo Preistorico Etnografico Luigi Pigorini di Roma, oggi confluito nel Museo delle Civiltà dell'EUR.

Il nome che tiene insieme sessant'anni di ricerche è Italo Biddittu, nato a Livorno il 28 luglio 1937, arrivato in Ciociaria nel 1958, cinque anni di lavoro a Roma all'Istituto Italiano di Paleontologia Umana negli anni Sessanta, e poi una vita intera a battere i giacimenti della valle del Sacco. Il calvario di Ceprano lo ha trovato lui, il soprannome Argil glielo ha dato lui, e la maggior parte dei materiali che vedete in vetrina passa dalle sue mani o dalle sue segnalazioni.

Sul fronte degli studi, il fossile ha attraversato i laboratori di Giorgio Manzi della Sapienza, di Francesco Mallegni, di Antonio Ascenzi, e più di recente del gruppo che ha firmato la ricostruzione digitale del 2017, con Di Vincenzo, Profico, Bernardini, Benazzi, Rubini e Tuniz fra gli autori. Gli scavi di Fontana Ranuccio, che riforniscono le vetrine del Paleolitico inferiore, sono diretti dal 2007 da Stefano Grimaldi.

Il museo ha inoltre ospitato ricerche di gruppi stranieri nell'ambito di piani di collaborazione internazionale: studiosi francesi, arrivati dal Centre Européen de Recherches Préhistoriques di Tautavel, spagnoli dell'Università di Tarragona, e georgiani del Caucaso, che è poi la regione di Dmanisi, cioè del sito che ha restituito i più antichi ominidi fuori dall'Africa. Che un paese di meno di quattromila abitanti in provincia di Frosinone sia stato per anni un punto di incontro fra Tautavel, Tarragona e Tbilisi è un fatto che meriterebbe di essere raccontato più spesso.

I giacimenti della valle del Sacco che il Museo Preistorico di Pofi racconta

Un museo di preistoria vale quanto vale il territorio che lo alimenta, e la valle del Sacco, che i geologi chiamano bacino di Anagni nella parte alta e valle Latina nell'insieme, è uno dei distretti più ricchi d'Europa per il Pleistocene medio. Conviene tenere a mente la geografia dei siti mentre si guardano le vetrine, perché il museo li nomina in continuazione e chi non li colloca perde metà del racconto.

Ceprano-Campogrande e Colle Avarone

Sono i giacimenti in fondo alla valle, dove nel 1994 è comparso il calvario. Oltre al fossile umano hanno restituito manufatti in pietra di tecnica arcaica in strati inferiori a quello del cranio: è su questa base che si sostiene la presenza umana nella zona intorno al milione di anni fa. Ceprano è a una quindicina di chilometri da Pofi lungo la Casilina, e conserva anche l'area archeologica della colonia latina di Fregellae, distrutta da Roma nel 125 avanti Cristo, che è tutto un altro capitolo ma completa bene una giornata.

Anagni-Fontana Ranuccio e Anagni-Colle Marino

Fontana Ranuccio è una cava di pozzolana individuata nel 1976 nel bacino pleistocenico di Anagni. Ha restituito i quattro denti umani esposti a Pofi, una industria acheuleana con bifacciali in selce e in lava, strumenti su osso di elefante alcuni grossolani e altri finemente ritoccati, e una fauna che comprende Elephas antiquus, il rinoceronte Stephanorhinus hemitoechus e l'ippopotamo. Lo strato archeologico è datato intorno a 458.000 anni. Gli scavi proseguono in concessione ministeriale. Colle Marino, sempre nel territorio di Anagni, appartiene invece alla fase più antica dei manufatti arcaici. Chi vuole vedere il contesto storico di quella città può fermarsi al Museo della Cattedrale di Anagni e girare il centro di Anagni, che è a mezz'ora di macchina risalendo la valle.

Isoletta di Arce, Lademagne e i cantieri dell'alta velocità

Una parte cospicua delle vetrine deve la sua esistenza a un cantiere ferroviario. Gli scavi e i recuperi condotti dalla Soprintendenza lungo il tracciato della linea ad alta velocità hanno intercettato depositi pleistocenici straordinari, in particolare a Isoletta, presso Arce, e a Castro dei Volsci. Da Isoletta arrivano litica, fauna, e in aggiunta strobili di conifere, semi e molluschi d'acqua dolce: il materiale che permette di ricostruire la vegetazione e le acque, non soltanto gli animali cacciati. Lademagne, nel comune di San Giovanni Incarico, è un altro giacimento del Paleolitico inferiore oggetto di ricerche recenti. Vale la pena ricordarlo quando si parla di grandi opere e archeologia preventiva: qui il conto lo ha pagato la ferrovia e ci ha guadagnato la scienza.

Cava Pompi e Fosso Meringo, i siti di casa

Cava Pompi è il sito che ha reso Pofi un nome nella letteratura preistorica: scavata nel 1959 e ripresa nel 1976, ha restituito l'ulna, la tibia e il frammento di cranio dell'Uomo di Pofi, insieme a resti di elefante e di cervo e a manufatti in selce scheggiata, con rari pezzi in lava e su osso, riferibili alla cultura acheuleana. Il livello 5, quello dei resti umani, si colloca fra 400.000 e 350.000 anni fa. Il Fosso Meringo ha dato faune e manufatti su osso. Mola Sterbini, sempre in territorio comunale, è invece il riferimento locale per il Paleolitico superiore. Tre siti dentro i confini di un comune di poche migliaia di abitanti: è una densità che spiega perché il museo sia nato qui e non altrove.

Il Museo Preistorico di Pofi con i bambini e con le scuole

È uno dei pochi musei della regione che io consiglio senza riserve a chi viaggia con bambini fra i sei e i dodici anni, e non per gentilezza. Le ragioni sono tre e sono concrete. La prima: la sezione tattile, con il calco della sepoltura di Kebara esposto senza vetro e i calchi di crani che si possono toccare, trasforma la visita in un'esperienza fisica. La seconda: il museo offre laboratori didattici e lo scavo simulato, cioè l'attività in cui i ragazzi lavorano su un settore preparato e recuperano materiali come farebbe un archeologo, con tariffe di un euro a testa per attività. La terza: la scala è giusta. Otto aree, quaranta espositori, un'ora e mezza. Un bambino regge questa visita; non regge tre ore di Museo delle Civiltà all'EUR, per quanto quel museo sia magnifico.

Per le scuole il museo è organizzato da sempre: le attività di laboratorio e di scavo simulato nacquero pensando alle classi, e il percorso bilingue e i pannelli comparativi funzionano bene con le medie. Prenotate con anticipo, perché con tre aperture ordinarie a settimana i posti per i gruppi scolastici si esauriscono presto in primavera. Se cercate un secondo museo per completare un programma didattico sulla preistoria del Lazio, il riferimento romano è il Museo di Casal de' Pazzi, dove si cammina sopra un deposito fluviale del Pleistocene con zanne di elefante ancora in posto.

Accessibilità del Museo Preistorico di Pofi

Il museo dichiara un ingresso e collegamenti fra le sale che consentono il passaggio delle carrozzine, servizi igienici dedicati e un posto auto riservato in via San Giorgio; l'ingresso è gratuito per la persona con disabilità e per l'accompagnatore. Il percorso per non vedenti si appoggia ai calchi di crani fossili e ai manufatti manipolabili e ai testi in Braille, e dal settembre 2025 si è arricchito di audiodescrizioni e di video in Lingua dei Segni Italiana. Trattandosi di una struttura gestita da un'associazione, il consiglio pratico è dichiarare le proprie esigenze al momento della prenotazione telefonica: chi vi risponde saprà dirvi che cosa è attivo quel giorno e potrà predisporre l'accompagnamento.

Quanto dura la visita al Museo Preistorico di Pofi e come organizzare la giornata

Un'ora e mezza da soli, due ore con la guida. Il museo apre alle 9.30 e chiude alle 13.00 nei giorni ordinari, quindi la finestra utile è di tre ore e mezza. La mia proposta di giornata, collaudata: partenza da Roma alle 8, museo dalle 10 alle 12, pranzo in paese, pomeriggio nel borgo medievale con la chiesa di Sant'Antonino, la torre dell'orologio, il bastione pentagonale e i resti del castello dei Colonna, rientro con calma. Chi ha più tempo aggiunge Ripi, a pochi chilometri, con il Museo dell'Energia in via Meringo Alto e i pozzi petroliferi storici; oppure risale verso Ferentino e Alatri, che hanno le due cinte megalitiche più impressionanti del Lazio, o verso Veroli e Fiuggi. Verso sud, invece, si scende su Cassino e sull'Abbazia di Montecassino, oppure su Arpino e Sora, che è uno dei comuni da cui provengono i materiali neandertaliani esposti nel museo.

Il borgo di Pofi e il territorio intorno al museo

Pofi conta poco meno di quattromila abitanti e siede su uno sperone a 270 metri, con il fiume Sacco a segnare il confine verso Castro dei Volsci. Il nome compare per la prima volta in una pergamena del 1019 conservata nell'archivio di Montecassino. Nel Duecento si forma una signoria locale, poi il paese passa ai Caetani e quindi ai Colonna, che fra il Cinquecento e il Settecento ne fanno la capitale dello Stato di Pofi, un aggregato di tredici comunità con tribunale generale. È un dettaglio che spiega il calibro urbanistico del borgo: le case sono più alte e più fitte di quanto la popolazione attuale giustificherebbe, perché per due secoli qui si amministrava e si giudicava.

Nel giro di un'ora a piedi si vedono la chiesa di Sant'Antonino di Apamea, di impianto romanico fra XI e XII secolo, la chiesa di Santa Maria Maggiore settecentesca, la chiesa di San Rocco del 1656, la Torre Nova detta torre dell'orologio, il bastione pentagonale, l'arco di Sant'Antonio e i resti del castello Colonna. Il panorama, dalla sommità, arriva ai Prenestini da un lato e alle Mainarde dall'altro. Per mangiare il paese ha qualche indirizzo semplice, dal Borgo Antico in via Cavour all'osteria dentro il casale sulla Casilina nord: niente di gastronomicamente memorabile, ma porzioni serie e prezzi di provincia.

Ripi e i pozzi di petrolio, la coda industriale della gita

A pochi chilometri, Ripi conserva uno dei giacimenti petroliferi più antichi d'Italia. La concessione delle Petroglie risale al 1868; nel 1918 lo Stato requisì i giacimenti, rendendo Ripi il primo sito petrolifero amministrato dalle autorità governative italiane; fra il 1918 e il 1954 vi perforarono numerose società, AGIP compresa, e nel 1938 si contavano più di quaranta pozzi attivi. Dopo un periodo di inattività la Lumax Oil riprese le operazioni dal 1969. Oggi la concessione è in capo alla Pentex Italia e l'attività estrattiva risulta sospesa, per cui chi arriva immaginando le pompe in funzione resterà a bocca asciutta: quello che resta è archeologia industriale, ed è raccontata dal Museo dell'Energia in via Meringo Alto, che organizza visite guidate ai pozzi storici lungo il percorso chiamato la via del petrolio, sempre previo accordo con il personale. Il territorio conserva anche una tradizione florovivaistica che nasce dagli stessi suoli vulcanici di cui parla la prima sala del museo.

Perché il Museo Preistorico di Pofi conta nella preistoria italiana

Il percorso didattico del museo presenta materiali riconosciuti e studiati da enti come l'Istituto Italiano di Paleontologia Umana e la Soprintendenza, e la struttura funziona tuttora come centro di raccolta, studio ed esposizione dei ritrovamenti preistorici di gran parte del Lazio meridionale interno. Non è un modo elegante per dire che c'è un magazzino: significa che i materiali che escono dai cantieri e dalle ricognizioni della zona arrivano qui, vengono inventariati e, quando serve, studiati. Questo spiega perché gruppi di ricerca francesi, spagnoli e georgiani abbiano lavorato in un museo di paese, e perché la collaborazione con il Pigorini di Roma, con Tautavel e con Tarragona sia durata anni.

La mia opinione, dopo aver girato parecchi musei archeologici di provincia nel Lazio: Pofi è fra i tre o quattro che meritano davvero il viaggio, e lo merita per una ragione che non ha a che fare con il pezzo celebre. Ha una collezione coerente con il suo territorio, un allestimento cronologico che regge, apparati accessibili pensati prima che diventassero obbligatori e persone che ci lavorano per convinzione. Sono cose che non si comprano con un bando.

Domande veloci su Museo Preistorico di Pofi "Pietro Fedele"

Dove si trova esattamente il Museo Preistorico di Pofi "Pietro Fedele"?

In via San Giorgio 28, a Pofi, codice postale 03026, provincia di Frosinone, dentro il Centro Servizi Culturali, poco sotto il borgo medievale. La provinciale che sale al paese si stacca dalla statale 6 Casilina.

Quali sono gli orari del Museo Preistorico di Pofi?

Martedì, sabato e domenica dalle 9.30 alle 13.00. Lunedì, mercoledì, giovedì e venerdì l'apertura avviene su prenotazione. Prima di partire conviene comunque una telefonata: le associazioni che gestiscono musei civici possono modificare il calendario per festività, eventi o attività didattiche.

Quanto costa il biglietto del Museo Preistorico di Pofi?

Due euro e cinquanta per gli adulti fra 19 e 64 anni, due euro per i ragazzi fra 6 e 18 anni, gratuito sotto i cinque anni, sopra i sessantacinque e per le persone con disabilità. Le tariffe di visita guidata e laboratorio si sommano al biglietto.

Quanto costa la visita guidata al Museo Preistorico di Pofi?

Dieci euro per l'adulto singolo, venti euro per un gruppo fino a venti persone. Per i ragazzi fra 6 e 18 anni la visita guidata costa un euro, come il laboratorio didattico e come lo scavo simulato.

Serve prenotare per visitare il Museo Preistorico di Pofi?

Nei tre giorni di apertura ordinaria non è obbligatorio, ma è fortemente consigliato se volete la guida. Negli altri quattro giorni la prenotazione è l'unico modo per entrare. Il numero è 388 8644122, la mail museopreistoricopofi@gmail.com.

Quanto dura la visita al Museo Preistorico di Pofi?

Un'ora e mezza in autonomia, circa due ore con l'accompagnamento. Con una classe o con un laboratorio si arriva tranquillamente a tre ore.

Al Museo Preistorico di Pofi si vede il cranio originale dell'Uomo di Ceprano?

Il calvario originale è un bene dello Stato, affidato alla custodia della Soprintendenza, e il percorso paleoantropologico del museo è costruito su calchi. L'originale è stato esposto a Pofi dal 13 marzo al 13 aprile 2024, per il trentennale della scoperta, e fu la prima volta. Chi punta all'osso autentico chieda conferma telefonando prima della visita.

Quanti anni ha davvero l'Uomo di Ceprano?

Le prime stime lo davano fra 900.000 e 800.000 anni. La revisione magnetostratigrafica del 2009 e la ricostruzione digitale pubblicata nel 2017 lo collocano intorno ai 400.000 anni, fra 430.000 e 385.000, nello stadio isotopico marino 11. Diversi pannelli e diverse pagine web riportano ancora le cifre vecchie.

Che specie era l'Uomo di Ceprano?

Nel 2003 fu proposta una specie a sé, Homo cepranensis. Lo studio del 2017 su Scientific Reports lo riconduce invece a una variante arcaica di Homo heidelbergensis, la forma considerata prossima all'antenato comune di Neandertal, sapiens e denisoviani.

Che cosa è l'Uomo di Pofi?

Sono i resti umani rinvenuti a Cava Pompi, nel territorio comunale: un'ulna riconosciuta il 13 novembre 1959 da Luigi Cardini e Alberto Carlo Blanc, e una tibia e un frammento di cranio recuperati nel 1976 da Italo Biddittu e Aldo Segre. Sono datati fra 400.000 e 350.000 anni fa e riferiti approssimativamente a Homo heidelbergensis. Sono materiale originale, non calchi.

Il Museo Preistorico di Pofi è adatto ai bambini?

Molto. C'è una sezione tattile progettata per i bambini e per i non vedenti, il calco della sepoltura di Kebara si può toccare, e il museo organizza laboratori e scavo simulato a un euro a partecipante. La durata contenuta gioca a favore.

Il Museo Preistorico di Pofi è accessibile in sedia a rotelle?

Il museo dichiara ingresso e collegamenti fra le sale percorribili con la carrozzina, servizi igienici dedicati e un posto auto riservato in via San Giorgio. L'ingresso è gratuito per la persona con disabilità e per l'accompagnatore. Meglio segnalare le proprie esigenze quando si prenota.

Si possono fare fotografie dentro il Museo Preistorico di Pofi?

Chiedete al personale all'ingresso. Nei musei civici con vetrine ravvicinate il flash è quasi sempre vietato, e i treppiedi possono esserlo per ragioni di spazio.

Vale la Roma Pass o la MIC Card al Museo Preistorico di Pofi?

No. La Roma Pass e la MIC Card valgono nei musei civici di Roma Capitale, e Pofi è un comune della provincia di Frosinone con un proprio museo civico: nessuna delle due tessere ha effetto qui.

Si entra gratis la prima domenica del mese al Museo Preistorico di Pofi?

No. La prima domenica gratuita riguarda i musei statali, e questo è un museo comunale gestito da un'associazione. Le uniche gratuità sono quelle di età e di disabilità.

Come si arriva al Museo Preistorico di Pofi da Roma senza automobile?

In treno sulla linea Roma-Cassino fino alla stazione di Castro-Pofi-Vallecorsa, poi con l'autobus locale, oppure fino a Frosinone e da lì con i mezzi di provincia. I riferimenti telefonici sono il Cotral di Frosinone allo 0775 3791 e le autolinee GEAF allo 0775 200432. Verificate gli orari il giorno prima: le corse sono poche e calibrate sui pendolari.

Quanto dista Pofi da Roma?

Circa un'ora e mezza di automobile, con l'A1 fino a Frosinone e poi la Casilina verso Napoli fino al bivio per Pofi. Da Napoli si esce a Ceprano e si risale la Casilina.

C'è un parcheggio al Museo Preistorico di Pofi?

Si parcheggia in via San Giorgio, dove è indicato anche un posto riservato alle persone con disabilità. Nel borgo alto lo spazio è quello che è: chi sale a piedi dal museo fa prima.

Quanti reperti ci sono al Museo Preistorico di Pofi?

Il percorso è articolato in otto aree con quaranta espositori e copre circa un milione di anni. Le sole ricognizioni degli anni successivi al 1956 avevano già messo insieme 3.741 strumenti in pietra.

Che differenza c'è fra il Museo Preistorico di Pofi e il Museo delle Civiltà di Roma?

Il Museo delle Civiltà dell'EUR, che ha assorbito il vecchio Pigorini, è un museo nazionale con una collezione di scala mondiale e un percorso lunghissimo. Pofi è un museo di territorio: racconta una sola valle, con i materiali di quella valle, e in un'ora e mezza. Sono complementari, e i due istituti collaborano fin dagli anni Cinquanta.

C'è il guardaroba o il deposito bagagli al Museo Preistorico di Pofi?

È una struttura piccola e non attrezzata come i grandi musei: non contate su guardaroba, caffetteria o bookshop. Portate lo stretto necessario.

Il Museo Preistorico di Pofi ha un bookshop o vende pubblicazioni?

Non esiste un bookshop vero e proprio. Se cercate la bibliografia scientifica sui giacimenti della valle, chiedete al personale: chi gestisce il museo conosce le pubblicazioni e sa indirizzarvi.

Che cosa si può vedere a Pofi oltre al museo?

Il borgo medievale con la chiesa di Sant'Antonino di Apamea, romanica fra XI e XII secolo, Santa Maria Maggiore, San Rocco del 1656, la torre dell'orologio, il bastione pentagonale, l'arco di Sant'Antonio e i resti del castello Colonna, più il panorama sulla valle del Sacco. Nel raggio di venti minuti ci sono Ripi con il Museo dell'Energia e i pozzi storici, Ceprano con l'area di Fregellae e Castro dei Volsci.

Quando conviene visitare il Museo Preistorico di Pofi?

La domenica mattina, presto, in autunno o in primavera: il museo è aperto in orario ordinario, il paese è vivo e il pomeriggio resta libero per il borgo e per la valle. In estate, di mattina, si sta bene comunque perché le sale sono al chiuso e fresche.

Quanti visitatori riceve il Museo Preistorico di Pofi?

Poco più di 3.100 nel 2025. Significa che, salvo giornate di eventi, troverete pochissima gente e potrete parlare con chi vi accompagna.

Il museo organizza attività per le scuole?

Sì, ed è la sua vocazione originaria: visite guidate, laboratori didattici e scavo simulato. Per i gruppi scolastici la prenotazione con largo anticipo è indispensabile, soprattutto fra marzo e maggio.

Il mio giudizio finale sul Museo Preistorico di Pofi

Accompagno gruppi da vent'anni e ho imparato a diffidare dei musei che vivono di un pezzo solo: quando il pezzo non c'è, o non è quello che il visitatore si aspettava, resta il vuoto. Pofi non è così, e questa è la ragione per cui lo consiglio. Il calvario di Ceprano è il richiamo, ma la sostanza è la sequenza: un vulcano che si accende quattrocentotrentamila anni fa, una valle che si riempie di elefanti e di ippopotami, dei gruppi umani che scheggiano amigdale sulle sponde del Sacco, dei Neandertal che portano la tecnica levalloisiana nelle grotte di Sora, e poi il silenzio del Paleolitico superiore e i primi contadini di Ceccano e di Canterno. Tutto dentro trenta chilometri quadrati e dentro otto vetrine.

Se dovete scegliere una sola cosa da fare, prendete la guida. Venti euro per venti persone sono un euro a testa e cambiano la giornata: senza qualcuno che vi racconti perché un'ulna vale più di un cranio famoso, quelle vetrine restano oggetti dietro un vetro. E telefonate prima, sempre. Un museo aperto tre mattine a settimana premia chi si organizza e punisce chi improvvisa.

Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.

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RiassuntoMuseo Preistorico di Pofi Pietro Fedele - Via S. Giorgio, 28, 03026 Pofi FR, Italia
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