Museo Italo Africano “Ilaria Alpi”

Il Museo Italo Africano "Ilaria Alpi" non esiste come museo visitabile: non ha una sede propria, non ha una biglietteria, non ha un orario di apertura. È un progetto annunciato il 25 maggio 2020, in streaming, dal Museo delle Civiltà dell'EUR, e da allora mai inaugurato. Nell'elenco delle collezioni pubblicato oggi dallo stesso Museo delle Civiltà quel nome non compare: il patrimonio che avrebbe dovuto riempirlo è registrato come "Ex Museo Coloniale", e il museo stesso ha messo per iscritto di non voler aprire nel prossimo futuro un nuovo Museo Coloniale.

Confronta le esperienze a Roma

Ogni scheda apre una pagina di confronto qui su estateromana.com: le differenze tra le opzioni, le fasce di prezzo indicative e il link per prenotare sul sito del venditore. Puoi salvare quello che ti interessa in "Il mio viaggio".

Musei Vaticani e Cappella Sistina✦ Vai all'apertura

Musei Vaticani e Cappella Sistina

Il primo slot della giornata o il tardo pomeriggio. A metà mattina è un nastro trasportatore, e non lo diciamo solo noi.

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Tour a piedi✦ Il classico

Tour a piedi

Roma si capisce camminando. La differenza la fa la guida, non l'itinerario: sono quasi tutti uguali sulla carta.

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Galleria Borghese✦ Prenotazione obbligatoria

Galleria Borghese

Bernini e Caravaggio in due ore contate. Senza prenotazione non si entra, punto.

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Bus hop-on hop-off✦ Libertà di scesa

Bus hop-on hop-off

Sali e scendi dove vuoi per 24 o 48 ore. Utile il primo giorno, per orientarsi.

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Ostia Antica✦ A 30 minuti

Ostia Antica

La Pompei di Roma, raggiungibile col treno urbano. Strade, taverne e mosaici, senza folla.

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Tour in e-bike✦ Senza fatica

Tour in e-bike

Le sette colline con l'assistenza al pedale. L'Appia Antica e il Gianicolo diventano facili.

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Colosseo, Foro e Palatino✦ Va a ruba

Colosseo, Foro e Palatino

L'ingresso a orario sparisce con giorni di anticipo in alta stagione. La versione con i sotterranei è quella che vale il s...

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Tour in golf cart✦ Poco cammino

Tour in golf cart

Il centro storico in un paio d'ore senza distruggerti i piedi, e passi dove i pullman non entrano.

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Food tour✦ Vieni affamato

Food tour

Non è un pranzo: sono sei-otto tappe piccole. Il valore è nei posti in cui non saresti mai entrato da solo.

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Bar hopping e vita notturna✦ Dopo le 21

Bar hopping e vita notturna

Tre o quattro locali con qualcuno che sa quali sono aperti quella sera. Funziona meglio da soli che in coppia.

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Vespa e Ape Calessino✦ Foto garantite

Vespa e Ape Calessino

In Ape ti portano loro, in Vespa guidi tu (serve la patente). Due esperienze molto diverse sotto lo stesso nome.

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Tour in sidecar✦ Il più scenografico

Tour in sidecar

Il sidecar vintage con conducente: costa più della Vespa, ma è il giro che finisce in tutte le foto.

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Corsi di cucina✦ Si mangia alla fine

Corsi di cucina

Pasta a mano e poi ci si siede a tavola. La domanda giusta è quante persone ci sono per postazione.

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Degustazioni di vino✦ Anche in città

Degustazioni di vino

In enoteca in centro o tra le vigne dei Castelli. Due cose diverse: una dura un'ora, l'altra una giornata.

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Castelli Romani✦ Fuori porta

Castelli Romani

Frascati, Castel Gandolfo, il lago di Albano. Un'ora da Roma e sembra un'altra regione.

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Tivoli: Villa d'Este e Villa Adriana✦ Patrimonio UNESCO

Tivoli: Villa d'Este e Villa Adriana

Due ville, due epoche, un solo biglietto mentale: le fontane di Villa d'Este e le rovine imperiali di Adriano.

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Catacombe e Appia Antica✦ Sottoterra

Catacombe e Appia Antica

Chilometri di gallerie sotto la via Appia. Fresche d'estate, e sorprendentemente poco affollate.

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Colosseo: sotterranei e arena✦ Accesso limitato

Colosseo: sotterranei e arena

Il piano dove aspettavano gladiatori e belve, e il pavimento dell'arena. Posti contati ogni giorno.

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Pompei e Costiera Amalfitana✦ Giornata lunga

Pompei e Costiera Amalfitana

Da Roma si fa in giornata, ma è una giornata vera: sveglia presto e rientro a sera.

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Firenze in giornata✦ Alta velocità

Firenze in giornata

Un'ora e mezza di treno e sei sotto il Duomo. Si fa, se accetti di vedere tre cose e non dieci.

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Castel Sant'Angelo✦ Terrazza panoramica

Castel Sant'Angelo

Mausoleo, fortezza, prigione e rifugio dei papi. E la terrazza con la vista migliore su San Pietro.

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Roma di notte✦ Dopo il tramonto

Roma di notte

Le stesse piazze, senza la folla e con le luci giuste. La città cambia completamente.

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Capri e Costiera Amalfitana✦ Mare

Capri e Costiera Amalfitana

Da Roma è lunga, ma in due giorni si fa con calma. In giornata solo se accetti di correre.

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Trevi, Pantheon e piazze✦ Centro storico

Trevi, Pantheon e piazze

Il cuore barocco a piedi, più il biglietto del Pantheon che ora serve davvero.

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Scuola dei gladiatori✦ Con i bambini

Scuola dei gladiatori

Due ore con la spada di legno in mano, sulla via Appia. Con i ragazzini funziona sempre.

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Segway e monopattino✦ Poco sforzo

Segway e monopattino

Copri il doppio del centro senza camminare. Dieci minuti di pratica e ci stai sopra.

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Udienza papale✦ Mercoledì

Udienza papale

Ogni mercoledì, quando il Papa è a Roma. Il biglietto è gratuito ma va ritirato.

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Terme di Caracalla✦ Poco affollato

Terme di Caracalla

Muri alti trenta metri e quasi nessuno intorno. Uno dei posti più sottovalutati di Roma.

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Napoli e Pompei✦ Alta velocità

Napoli e Pompei

Un'ora e dieci di treno. Il centro storico, il museo archeologico e la pizza vera.

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Vaticano: ingresso anticipato✦ Prima dell'apertura

Vaticano: ingresso anticipato

Dentro i Musei prima del pubblico. La Sistina quasi vuota è un'altra cosa.

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Quello che invece si visita davvero, e che vale il viaggio fino all'EUR, è il Museo delle Civiltà, l'istituto statale del Ministero della Cultura in cui quelle dodicimila casse di storia italiana sono finite. Le due sedi sono il Palazzo delle Scienze, in Piazza Guglielmo Marconi 14, e il Palazzo delle Arti e Tradizioni Popolari, in Piazza Guglielmo Marconi 8, entrambe a Roma-EUR. L'orario è dal martedì alla domenica dalle 8.00 alle 19.00, con ultimo ingresso alle 18.30; il lunedì è giorno di chiusura. Il biglietto intero costa 10,00 euro, il ridotto 2,00 euro, esiste un biglietto amico da 5,00 euro; l'ingresso è gratuito per i minori di diciotto anni dell'Unione Europea, la prima domenica del mese e il 25 aprile. I centralini sono il +39 06 549521 per il Palazzo delle Scienze e il +39 06 5926148 per il Palazzo delle Arti e Tradizioni Popolari; le informazioni al pubblico rispondono al +39 335 7310064 e al +39 335 7324233 dal martedì al giovedì dalle 9.30 alle 11.30, la posta è mu-civ.info@cultura.gov.it. La prenotazione non è necessaria per la visita libera; le visite guidate e i gruppi si organizzano con la cooperativa che gestisce i servizi educativi, al +39 375 8323206 dal lunedì al venerdì dalle 9.00 alle 14.00 oppure scrivendo a didatticamuciv@abintra.it, con tariffe di 5,00 euro a persona per le visite del fine settimana, 100,00 euro per un gruppo fino a venti persone e 120,00 euro per la visita in inglese.

Ci si arriva con la metropolitana linea B, fermata EUR Fermi, e poi cinque minuti a piedi in salita verso Piazza Guglielmo Marconi; oppure con gli autobus 30, 170, 671, 791 e 714. Chi arriva in automobile trova parcheggio gratuito nelle strade intorno, cosa rarissima a Roma e uno dei motivi per cui l'EUR resta il quartiere museale più comodo della città. Un avvertimento pratico che conviene leggere prima di partire: al primo piano del Palazzo delle Scienze le Collezioni di Arti e Culture Africane, Americane e Oceaniane sono temporaneamente chiuse per lavori di adeguamento antisismico e antincendio, nuovi impianti di condizionamento, restauro degli infissi storici e riallestimento, con riapertura prevista per l'inverno 2026.

Per orientarsi nel resto del complesso conviene partire dalla pagina del Museo delle Civiltà, che raccoglie tutte le sezioni: il Museo preistorico etnografico Luigi Pigorini, il Museo delle arti e tradizioni popolari Lamberto Loria, il Museo dell'Alto Medioevo e il Museo nazionale d'arte orientale Giuseppe Tucci. Chi vuole capire il quartiere prima di entrare al museo può leggere la pagina sull'EUR.

Le collezioni dell'ex Museo Coloniale di Roma confluite nel progetto del Museo Italo Africano Ilaria Alpi
Ex Museo Coloniale di Roma, Museo Italo Africano Ilaria Alpi

Che cosa si visita oggi al posto del Museo Italo Africano "Ilaria Alpi"

Bisogna dirlo con chiarezza, perché è la domanda che porta qui la maggior parte di chi legge: nessuno vi venderà un biglietto per il Museo Italo Africano "Ilaria Alpi", perché quel museo non ha mai aperto le porte. Il biglietto che si compra è quello del Museo delle Civiltà, e con quel biglietto si entra in un complesso enorme che comprende la preistoria italiana, l'Alto Medioevo longobardo, le arti asiatiche, le tradizioni popolari e, alla voce che qui interessa, un riallestimento a capitoli delle collezioni coloniali intitolato Museo delle Opacità.

Il Museo delle Opacità non è una mostra temporanea da visitare e dimenticare, ed è anche molto di più di una vetrina di ripiego. È il modo in cui il Museo delle Civiltà ha deciso di affrontare in pubblico un patrimonio che per cinquant'anni è rimasto chiuso in deposito: non un museo di sintesi con la sua brava didascalia rassicurante, ma una serie di capitoli tematici, aperti uno dopo l'altro, in cui gli oggetti dell'ex Museo Coloniale vengono rimessi in circolo insieme a opere di artisti contemporanei che li interrogano. Il primo capitolo è stato aperto il 6 giugno 2023. Il secondo, intitolato "Agricolture e architetture coloniali", è visitabile dal 22 maggio 2025 e occupa spazi in entrambi i palazzi di Piazza Guglielmo Marconi.

La mia opinione da chi accompagna gruppi in questo quartiere da anni: il Museo delle Opacità è la cosa intellettualmente più seria che si veda oggi in un museo statale romano, e la si visita quasi sempre in solitudine. Nel gennaio 2026 la critica d'arte italiana descriveva il Museo delle Civiltà come un istituto immenso e sostanzialmente vuoto di pubblico, con spazi razionalisti e marmorei che risuonano di assenza. Ha ragione, ed è un peccato: significa che duecento metri quadri di storia italiana che nessuna scuola ha mai raccontato sono lì, illuminati e catalogati, e ci passa davanti una decina di persone al giorno.

Come arrivare al Museo delle Civiltà, dove sarebbe dovuto nascere il Museo Italo Africano "Ilaria Alpi"

L'EUR ha la fortuna di essere il quartiere romano meglio servito dalla metropolitana rispetto al numero di persone che lo frequentano. Dalla stazione Termini si prende la linea B in direzione Laurentina e si scende a EUR Fermi dopo una ventina di minuti: uscendo dalla stazione, Piazza Guglielmo Marconi è in salita sulla destra, cinque minuti scarsi di cammino, riconoscibile per l'obelisco bianco al centro. La fermata EUR Palasport è appena più lontana ma altrettanto praticabile. In superficie servono la zona le linee 30, 170, 671, 791 e 714.

In automobile e in bicicletta

Qui succede una cosa che a Roma non succede quasi mai: si parcheggia gratis. Le strade laterali intorno a Piazza Guglielmo Marconi hanno stalli bianchi e il museo dispone di due posti riservati alle persone con disabilità. Il rovescio della medaglia è che l'EUR è progettato per l'automobile e non per il pedone: le distanze fra un palazzo e l'altro sembrano brevi sulla mappa e sono lunghe sull'asfalto, con marciapiedi larghissimi e zero ombra. In estate, a mezzogiorno, il tragitto dalla metropolitana al museo è una piccola prova di resistenza.

Quanto tempo serve al Museo delle Civiltà

Per il solo percorso legato alle collezioni coloniali contate quaranta minuti se leggete tutte le didascalie, che qui sono lunghe e vale la pena leggerle per intero. Per il Museo delle Civiltà nella sua interezza, cioè entrambi i palazzi, servono tre ore abbondanti, e a mio parere è un errore provare a farlo in una volta sola: il Palazzo delle Scienze e il Palazzo delle Arti e Tradizioni Popolari chiedono due visite diverse e due stati d'animo diversi.

Biglietti, orari e card del Museo delle Civiltà: che cosa vale e che cosa non vale

Il Museo delle Civiltà è un museo statale, dipende dal Ministero della Cultura. Questo dettaglio apparentemente burocratico cambia la vita a chi pianifica: la MIC card, la tessera annuale che apre i musei civici di Roma Capitale, qui non serve a nulla, perché vale nei musei di proprietà comunale e questo non lo è. Chi possiede la MIC card la usi ai Musei Capitolini o alla Centrale Montemartini, non all'EUR.

Valgono invece le gratuità dei musei statali: ingresso libero la prima domenica di ogni mese e il 25 aprile, ingresso libero per i minori di diciotto anni dell'Unione Europea, biglietto ridotto a 2,00 euro per i cittadini europei fra i diciotto e i venticinque anni. Le persone con disabilità entrano gratuitamente insieme a un accompagnatore. Il biglietto intero è di 10,00 euro ed esiste una formula da 5,00 euro chiamata biglietto amico. Per una panoramica delle giornate a ingresso libero in città rimando alla pagina dei musei gratis a Roma e a quella dei musei statali di Roma.

Un'avvertenza sulle tariffe: i listini dei musei statali cambiano con i decreti ministeriali e le mostre in corso possono modificare il prezzo d'ingresso. Prima di partire conviene un'occhiata alla pagina delle informazioni pratiche sul sito del Museo delle Civiltà.

La storia vera che c'è dietro il Museo Italo Africano "Ilaria Alpi"

Per capire perché un museo annunciato con tanto rumore nel 2020 sia ancora un progetto sulla carta bisogna risalire molto indietro, fino a un erbario. La vicenda è lunga più di un secolo e ha cambiato nome cinque volte: è la storia di come l'Italia ha costruito, esibito, nascosto e infine dimenticato la propria memoria coloniale.

1904: un erbario in via Panisperna

Il nucleo originario nasce nel 1904 come "Erbario e museo coloniale" presso l'Istituto botanico di via Panisperna, per iniziativa del botanico Pietro Romualdo Pirotta. Non era ancora un museo di propaganda: era una raccolta di materiali vegetali e di reperti portati in Italia dagli esploratori attivi nel Corno d'Africa, con il taglio scientifico e un poco patriottico dell'epoca. Nel 1914 l'erbario venne trasferito a Firenze, dove la botanica coloniale aveva la sua scuola, e a Roma rimase il solo museo coloniale, ormai libero di diventare qualcos'altro.

1923: l'inaugurazione a Palazzo della Consulta

Il salto di qualità avvenne nel 1923, quando il museo fu collocato a Palazzo della Consulta, in piazza del Quirinale, che allora ospitava il Ministero delle Colonie da cui il museo dipendeva. L'inaugurazione fu una cerimonia politica, con Benito Mussolini e Luigi Federzoni, e sancì la funzione dell'istituto: illustrare agli italiani le imprese coloniali e persuaderli che l'Africa era una destinazione naturale del Paese. Nel 1929 confluirono nelle sale i materiali della Mostra coloniale italiana di Genova del 1914 e quelli del Museo commerciale e coloniale di Napoli del 1918. La raccolta cresceva come cresceva l'ambizione imperiale.

1935: il trasloco in via Ulisse Aldrovandi

Dodici anni dopo il museo era troppo grande per Palazzo della Consulta e traslocò in via Ulisse Aldrovandi, la strada che costeggia il giardino zoologico, accanto al Museo Civico di Zoologia e a due passi dall'ingresso del Bioparco. L'allestimento del 1935 si articolava su trentasei sale, divise in sezione etnografica, militare, storica, economica e artistica. Trentasei sale: è una misura che oggi fa impressione, perché nessun museo etnografico italiano contemporaneo dispone di uno spazio espositivo paragonabile su un tema solo.

1936: il Museo dell'Africa Italiana

Dopo la proclamazione dell'Impero dell'Africa Italiana il museo cambiò nome e diventò "Museo dell'Africa Italiana". Fra il 1935 e il 1940 arrivò la maggior parte degli oggetti provenienti dalle colonie: Tripolitania, Cirenaica, Eritrea, Somalia, Etiopia. Molti erano stati raccolti durante le operazioni militari, il che è un modo educato per dire che erano stati presi. Questa distinzione, che oggi sembra ovvia, è esattamente il nodo che il progetto del Museo Italo Africano "Ilaria Alpi" avrebbe dovuto sciogliere e che nessuno ha ancora sciolto.

1947: la riapertura di un museo senza impero

Il museo chiuse durante la Seconda guerra mondiale e riaprì nel 1947, cioè nell'anno in cui l'Italia rinunciava formalmente alle colonie, con la sola eccezione dell'amministrazione fiduciaria della Somalia. Fu una riapertura paradossale: un museo costruito per celebrare un impero che non c'era più, in un Paese che aveva appena deciso di non parlarne. Nel 1953 le collezioni furono devolute all'Istituto Italiano per l'Africa, sotto la vigilanza del Ministero degli Affari Esteri. La denominazione si asciugò in "Museo africano", perdendo l'aggettivo compromettente.

1971: la chiusura e il lungo silenzio

La chiusura definitiva arriva agli inizi degli anni Settanta, nel 1971. Una lettura ricorrente fra gli studiosi collega quella decisione al viaggio in Italia dell'imperatore etiope Hailé Selassié e all'imbarazzo diplomatico di mostrare a un capo di Stato africano un museo che ne celebrava la sconfitta: è un'interpretazione, non un documento, e come tale va presa. Da lì comincia quello che gli specialisti chiamano lo smembramento: le collezioni militari passano ai musei militari, il grosso dei materiali finisce nei depositi di via Aldrovandi, che dal 1995 ospitano l'Istituto italiano per l'Africa e l'Oriente.

Dall'IsIAO all'EUR

Il resto è una catena di traslochi. Nel 2001 una parte delle collezioni passa al Museo nazionale d'arte orientale Giuseppe Tucci, allora a Palazzo Brancaccio. Fra il 2010 e il 2019 il grosso raggiunge il Museo nazionale preistorico etnografico Luigi Pigorini, all'EUR. Nel 2011 l'Istituto italiano per l'Africa e l'Oriente viene posto in liquidazione e i reperti si spostano definitivamente. Nel settembre 2016 nasce per riorganizzazione ministeriale il Museo delle Civiltà, che riunisce quattro musei nazionali fino ad allora autonomi; nel 2017 le collezioni dell'ex Museo Coloniale passano dall'Istituto per l'Africa al Ministero per i Beni e le Attività Culturali ed entrano formalmente nel patrimonio del nuovo istituto.

25 maggio 2020: nasce il nome Museo Italo Africano "Ilaria Alpi"

Il 25 maggio 2020, Giornata mondiale dell'Africa, il Museo delle Civiltà presentò in diretta streaming, alle 16.30, le linee progettuali del riallestimento e l'intitolazione a Ilaria Alpi. Parlarono il direttore Filippo Maria Gambari, la scrittrice Igiaba Scego, l'antropologo museale Claudio Mancuso e i rappresentanti della Rai e dell'Istituto Luce Cinecittà. Il progetto era coordinato dalle demoetnoantropologhe Gaia Delpino e Rosa Anna Di Lella. Era una presentazione di progetto, non un'inaugurazione: la differenza, quel giorno, sfuggì a molti titoli di giornale, ed è la ragione per cui ancora oggi migliaia di persone cercano l'indirizzo di un museo che non è mai stato aperto.

Oggetti delle collezioni dell'ex Museo Coloniale destinate al Museo Italo Africano Ilaria Alpi
Museo Italo Africano Ilaria Alpi

Le collezioni destinate al Museo Italo Africano "Ilaria Alpi"

Il numero che si ripete in tutti i documenti ufficiali è dodicimila: circa dodicimila oggetti, raccolti a partire dagli anni Ottanta dell'Ottocento e accumulati soprattutto fra il 1935 e il 1940. Non è una collezione omogenea e questa è la sua difficoltà principale. Dentro ci sono materiali etnografici, ma anche archeologici, artistici, antropologici, architettonici e legati alle scienze naturali, oltre a documentazione delle esplorazioni geografiche.

Dipinti, incisioni, sculture

Il nucleo artistico è consistente e poco noto: circa trecentocinquanta dipinti, quattrocento fra incisioni, acquerelli e stampe, una cinquantina di sculture. Ci sono poi fotografie, gioielli, monete, strumenti musicali e una biblioteca specializzata. È materiale che raramente entra nelle storie dell'arte italiana del Novecento, perché appartiene a un genere che il dopoguerra ha preferito rimuovere: la pittura di soggetto coloniale, prodotta da artisti italiani inviati o attratti nelle colonie, e talvolta commissionata a pittori africani.

Achille Dardano, Agegnehu Engida e gli altri nomi

Fra i nomi che il Museo delle Civiltà segnala nelle proprie schede ci sono quello di Achille Dardano, autore di carte e vedute, e quello del pittore etiope Agegnehu Engida, formatosi in parte in Europa, le cui opere raffigurano scene di Somalia, Libia ed Etiopia. Nel riallestimento del 2025 compaiono anche Domenico De Bernardi, Gariesus Gabret, Laurenzio Laurenzi, Giorgio Oprandi, Yohannes Tesamma, Giustino Varvelli, Teodoro Wolf Ferrari e Yitbarak. Sono nomi da cercare con calma davanti alle vetrine: la storia dell'arte italiana del Novecento che si studia a scuola li ha quasi tutti dimenticati, e alcuni non sono affatto minori.

Gli oggetti sensibili del Museo Italo Africano "Ilaria Alpi"

La formula tecnica è "oggetti sensibili" e indica i materiali la cui provenienza è problematica: cose prese durante operazioni militari, resti umani, insegne di potere sottratte a sovrani e a comunità. Il Museo delle Civiltà ha attivato dal 2022 alcune posizioni per formare un gruppo di ricerca internazionale dedicato allo studio delle collezioni di provenienza coloniale, e collabora con il Comitato per il recupero e la restituzione dei beni culturali istituito con decreto ministeriale nel 2021. Il lavoro è la ricatalogazione, cioè la ricostruzione, oggetto per oggetto, di come quell'oggetto sia arrivato in Italia. È lentissimo. È anche l'unica cosa seria da fare.

Il Museo delle Opacità, che ha preso il posto del Museo Italo Africano "Ilaria Alpi"

La scelta più interessante compiuta dal Museo delle Civiltà è stata rinunciare all'idea del museo unico e definitivo. Al posto di un allestimento che spiega una volta per tutte che cosa è stato il colonialismo italiano, è nato un progetto che procede per capitoli e che dichiara nel titolo la propria incompletezza. Opacità, non trasparenza: perché le fonti sono parziali, gli inventari lacunosi, i nomi degli oggetti spesso sbagliati da chi li aveva registrati.

Il primo capitolo, giugno 2023

Il primo capitolo del Museo delle Opacità si è aperto il 6 giugno 2023. Accanto ai materiali dell'ex Museo Coloniale sono stati esposti lavori contemporanei che con quei materiali dialogano in modo frontale: "Yekatit 12" di Jermay Michael Gabriel, i bozzetti di Francis Offman, il video "Il ritorno della stele di Axum" di Theo Eshetu, "Gnosis" di Sammy Baloji, "Ente di Decolonizzazione. Borgo Rizza" del duo DAAR formato da Sandi Hilal e Alessandro Petti, il film "Inconscio italiano" di Luca Guadagnino, e un lavoro collettivo con Wissal Houbabi, Toi Giordani e Ismael Astri Lo.

Il titolo dell'opera di Jermay Michael Gabriel merita una spiegazione, perché è la chiave dell'intera operazione. Yekatit 12 corrisponde, nel calendario etiopico, al 19 febbraio: la data dell'attentato al viceré Rodolfo Graziani ad Addis Abeba nel 1937 e della rappresaglia che ne seguì. Un'opera d'arte contemporanea in un museo romano che porta come titolo una data del calendario etiopico è, di per sé, una dichiarazione su chi ha il diritto di stabilire il calendario della memoria.

Il secondo capitolo: agricolture e architetture coloniali

Dal 22 maggio 2025 è visitabile "Museo delle Opacità #2. Agricolture e architetture coloniali", curato da Rosa Anna Di Lella, Gaia Delpino e Matteo Lucchetti. Sono circa cento fra documenti, fotografie e opere d'arte, distribuiti nelle due sedi di Piazza Guglielmo Marconi, e il tema è quello meno raccontato di tutti: lo sfruttamento agricolo e la costruzione edilizia nelle colonie, cioè il colonialismo come impresa economica e come cantiere, oltre che come conquista militare.

Accanto ai materiali storici ci sono due installazioni contemporanee che consiglio di guardare con attenzione: "Rights to Seeds, Rights of Seeds" del collettivo Cooking Sections, del 2024, sui diritti relativi alle sementi, e "Ente di Decolonizzazione: Ceneri" di DAAR, che prosegue il lavoro sui villaggi agricoli costruiti dal regime. Espongono anche Peter Friedl e Adelita Husni-Bey.

Che cosa si prova davvero nelle sale del Museo delle Civiltà

Sarò franco: non è una visita consolatoria e non è pensata per i bambini piccoli. È una visita che richiede lettura, tempo e disponibilità a stare a disagio. Le fotografie di propaganda degli anni Trenta, viste una accanto all'altra, hanno un effetto che nessuna pagina di manuale riesce a produrre, e la scelta curatoriale di non nascondere le didascalie originali, con il loro lessico razzista, è la decisione più coraggiosa dell'intero allestimento. Chi cerca un museo etnografico ottocentesco pieno di maschere illuminate bene deve andare altrove.

Materiali fotografici e documentari delle collezioni coloniali al Museo delle Civiltà di Roma
Museo Italo Africano Ilaria Alpi

Chi era Ilaria Alpi e perché il suo nome è finito sul Museo Italo Africano "Ilaria Alpi"

Ilaria Alpi nacque a Roma il 24 maggio 1961 e fu uccisa a Mogadiscio il 20 marzo 1994, a trentadue anni, insieme all'operatore triestino Miran Hrovatin. Erano giornalisti del Tg3 e tornavano da Bosaso, nel nord della Somalia. Furono colpiti in strada, nel quartiere Shibis, non lontano dall'ambasciata italiana. Le indagini su cui stava lavorando riguardavano un presunto traffico internazionale di rifiuti tossici prodotti nei Paesi industrializzati e smaltiti in Africa in cambio di denaro e di armi cedute a gruppi politici locali.

La vicenda giudiziaria è una delle più imbarazzanti della giustizia italiana recente. Hashi Omar Hassan fu assolto in primo grado nel 1999, con i giudici che lo definirono in sostanza un capro espiatorio; venne condannato all'ergastolo in appello nel 2000; nel 2016, dopo diciassette anni di carcere, fu assolto perché contro di lui non esistevano prove. Nel luglio 2017 la procura di Roma chiese l'archiviazione, dichiarando impossibile stabilire identità e movente degli assassini. Una commissione parlamentare d'inchiesta, nel 2006, produsse tre relazioni fra loro contrastanti. Al suo nome è stato dedicato per anni un premio di giornalismo televisivo.

L'idea di intitolarle il museo aveva una sua logica: Ilaria Alpi indagava sulle relazioni contemporanee fra Italia e Somalia, cioè sul prolungamento novecentesco di quella storia coloniale che le collezioni documentano. Il museo, nelle intenzioni, non doveva fermarsi al 1960 ma arrivare all'oggi, e il nome di una giornalista uccisa mentre faceva questo lavoro serviva a dichiararlo. Nella pratica, la scelta ha diviso. Le stesse curatrici del progetto hanno dichiarato pubblicamente di non essere del tutto convinte della denominazione, e la ragione è comprensibile: intitolare a una vittima italiana un museo che espone oggetti sottratti a comunità africane rischia di riproporre lo stesso baricentro che si vorrebbe spostare.

Il dibattito sul colonialismo italiano dietro il Museo Italo Africano "Ilaria Alpi"

C'è un motivo se questo museo non apre, e non è la burocrazia. Il motivo è che l'Italia non ha mai fatto i conti con il proprio colonialismo, e un museo è un luogo dove i conti bisogna farli per iscritto, sulle didascalie, con i verbi al passato remoto e i soggetti espliciti.

Il nodo della propaganda

Gli oggetti dell'ex Museo Coloniale non sono neutri e non lo sono mai stati. Sono stati raccolti con un fine preciso, che era quello della propaganda: dimostrare l'arretratezza dei popoli colonizzati e la necessità della presenza italiana. Rimetterli in vetrina senza smontare quel dispositivo significherebbe rifare il Museo Coloniale con le luci nuove. Smontarlo, però, richiede competenze storiche specialistiche, e una delle critiche più dure rivolte al progetto nel 2020 riguardava proprio l'assenza di storici del colonialismo nella squadra iniziale.

La rimozione italiana

La storiografia italiana sul colonialismo esiste ed è di alto livello, da Angelo Del Boca a Giorgio Rochat, ma non è mai diventata senso comune. La scuola italiana ha insegnato per decenni una versione addomesticata dell'avventura africana, il cinema l'ha quasi ignorata, e la formula degli italiani brava gente ha funzionato da anestetico nazionale. Un dato lo dice tutto: la strage di Addis Abeba del febbraio 1937 e il massacro dei monaci di Debre Libanos del maggio dello stesso anno sono eventi documentati, e chiedete in giro quanti italiani li abbiano mai sentiti nominare.

Le voci che hanno spinto

Il progetto non nasce nel vuoto. Nasce da un lavoro culturale portato avanti per anni da scrittrici e studiosi italiani di origine africana e da ricercatori che hanno riaperto gli archivi. Igiaba Scego, che ha partecipato alla presentazione del 2020, ha firmato con Rino Bianchi il libro "Roma negata", dedicato ai luoghi coloniali della città, e ha curato con Chiara Piaggio l'antologia "Africana". Nel dibattito si sono mossi anche artisti come Leone Contini e Délio Jasse e giornalisti come Vittorio Longhi. Senza questa spinta dal basso, quelle dodicimila casse sarebbero ancora chiuse.

Il museo che il Museo delle Civiltà ha deciso di non fare

La posizione attuale dell'istituto è netta e messa nero su bianco: il Museo delle Civiltà dichiara di non intendere aprire nel prossimo futuro un nuovo Museo Coloniale. Non è una resa, è una presa di posizione museologica. Al posto di un museo si è scelto un processo: ricerca, ricatalogazione, capitoli espositivi, restituzioni dove possibile. Personalmente la trovo la scelta giusta e capisco benissimo perché faccia arrabbiare chi aspettava un'inaugurazione con il taglio del nastro.

Restituzioni: la questione che il Museo Italo Africano "Ilaria Alpi" non ha risolto

La parola restituzione è quella che rende difficile ogni discorso. L'Italia ha una lunga storia di promesse in materia, quasi tutte disattese per decenni. Il trattato italo-etiopico del 1 luglio 1956, firmato durante la presidenza di Giovanni Gronchi, prevedeva un risarcimento superiore a sedici milioni di dollari in cinque rate e stabiliva che l'obelisco di Axum, portato a Roma nel 1937, tornasse in Etiopia entro sei mesi. Tornò nel 2005, sessantotto anni dopo il prelievo e quarantanove dopo l'impegno formale.

Le ricerche condotte sui depositi hanno permesso di riconoscere, fra i materiali dell'ex Museo Coloniale conservati all'EUR, due grandi dipinti che decoravano il Parlamento di Addis Abeba, identificati grazie al confronto con fotografie d'epoca, oltre a tavolette dipinte con scene religiose, alcune corone prive di documentazione e tre mantelli. Il problema tecnico è che le liste etiopiche del dopoguerra descrivevano gli oggetti in modo generico, il che oggi rende difficile provare l'identità fra un oggetto richiesto e un oggetto conservato. È un problema reale, e a volte è anche un comodo alibi.

La mia opinione, e la dico senza giri di parole: finché la ricatalogazione non sarà pubblica e consultabile, oggetto per oggetto, ogni discussione sulle restituzioni resterà un esercizio di buone intenzioni. La cosa più utile che il Museo delle Civiltà possa fare per l'idea che stava dietro al Museo Italo Africano "Ilaria Alpi" non è aprire una sala: è pubblicare l'inventario.

I due palazzi dell'EUR che avrebbero dovuto ospitare il Museo Italo Africano "Ilaria Alpi"

Vale la pena alzare gli occhi dalle vetrine, perché il contenitore racconta una storia parallela a quella del contenuto. Il Palazzo delle Scienze e il Palazzo delle Arti e Tradizioni Popolari furono progettati per l'Esposizione Universale di Roma del 1942, l'E42, che la guerra impedì di celebrare. Sono due edifici razionalisti in travertino, collegati da un colonnato monumentale, concepiti per un evento che avrebbe dovuto mostrare al mondo la potenza dell'Italia fascista e il suo impero appena proclamato.

Un museo coloniale in un quartiere imperiale

Qui c'è un cortocircuito che pochi visitatori notano e che secondo me è la cosa più interessante di tutta la faccenda. Le collezioni raccolte per celebrare l'impero sono conservate dentro l'architettura costruita per celebrare lo stesso impero. Il contenitore e il contenuto vengono dalla medesima officina ideologica, a quindici anni di distanza. Nessun allestimento potrà mai essere neutro dentro queste sale, e i curatori lo sanno benissimo.

Che cosa si vede negli altri palazzi

Il Museo delle Civiltà è nato nel settembre 2016 riunendo quattro musei nazionali autonomi. Oggi le collezioni presentate sul sito sono dieci: Preistoria e Protostoria, Paleontologia e Lito-Mineralogia con i materiali ISPRA, Arti e Culture Africane, Americane, Asiatiche e Oceaniane, Arti e Tradizioni Popolari Italiane, Alto Medioevo, Ex Museo Coloniale, Arti e Culture Contemporanee. La sezione asiatica è stata riallestita dal 3 ottobre 2024 con il titolo "EUR_Asia"; le collezioni naturalistiche dell'ISPRA sono aperte dal 4 ottobre 2025 con un percorso intitolato "Animali, Vegetali, Rocce e Minerali". All'ingresso del Palazzo delle Scienze, dal 2 febbraio 2025, un allestimento chiamato "In corso d'opera" espone a rotazione oggetti raramente o mai visti prima, provenienti dalle collezioni africane, americane e oceaniane.

Il Museo delle Civilta all'EUR, in Piazza Guglielmo Marconi a Roma
Museo delle Civiltà

Una curiosità su Museo Italo Africano "Ilaria Alpi"

La curiosità più bella riguarda il nome che questo museo non ha mai smesso di cambiare. In poco più di un secolo la stessa collezione si è chiamata Erbario e museo coloniale, Museo coloniale, Museo dell'Africa Italiana, Museo africano, sezione dell'ex Museo Coloniale e infine, per un breve periodo e soltanto sulla carta, Museo Italo Africano "Ilaria Alpi". Sei nomi, e ognuno racconta esattamente che cosa l'Italia pensava di sé in quel momento.

Il passaggio più eloquente è quello del dopoguerra, quando "Museo dell'Africa Italiana" diventa semplicemente "Museo africano". Sparisce un aggettivo, e con quell'aggettivo sparisce la rivendicazione del possesso. Nessuno riscrisse i cartellini, nessuno rifece le didascalie, nessuno spiegò ai visitatori del 1947 che il museo che avevano davanti era stato costruito per convincerli di una cosa in cui non si poteva più credere. Si tolse una parola dall'insegna e si andò avanti. È la sintesi perfetta di come l'Italia repubblicana ha gestito la propria eredità coloniale: senza processo, senza dibattito, con un intervento tipografico.

C'è poi una seconda curiosità, di natura squisitamente amministrativa e per questo ancora più significativa. L'indirizzo web ufficiale che per anni ha ospitato la pagina di presentazione del museo intitolato a Ilaria Alpi oggi non risponde più: il dominio è stato dismesso nel passaggio dei siti ministeriali. Chi cerca ancora quel link trova il vuoto. Un museo mai nato che ha perso pure il suo indirizzo digitale è un simbolo che non avrei saputo inventare.

Aggiungo l'osservazione che faccio sempre ai gruppi: l'unica volta in cui il nome di Ilaria Alpi è stato pronunciato ufficialmente insieme a queste collezioni è stato in una diretta streaming, il 25 maggio 2020, in pieno periodo di restrizioni sanitarie, davanti a un pubblico che era in casa. Un museo sulla rimozione presentato a porte chiuse. La storia, quando vuole, ha un senso dell'umorismo feroce.

Una cosa che non ti dice nessuno su Museo Italo Africano "Ilaria Alpi"

Ecco l'informazione pratica che nessuna guida e nessun portale turistico vi darà, e che vi risparmia un viaggio a vuoto: se andate all'EUR pensando di trovare una sala con l'insegna del Museo Italo Africano "Ilaria Alpi", non la troverete, e nemmeno il personale in biglietteria saprà indicarvela, perché non esiste nella segnaletica interna. Le collezioni sono nel percorso chiamato Museo delle Opacità, e per trovarlo bisogna chiedere con quel nome.

La seconda informazione, ancora meno diffusa, riguarda le dimensioni reali di quello che si vede. Nel 2022, quando il progetto veniva discusso sui giornali nazionali, la parte di collezione coloniale effettivamente esposta al pubblico era contenuta in due vetrine. Due. Su circa dodicimila oggetti. Da allora la situazione è nettamente migliorata grazie ai capitoli del Museo delle Opacità, ma è utile arrivare con l'aspettativa giusta: qui non si visita un museo dedicato al colonialismo italiano, si visita un cantiere di ricerca che ogni tanto apre un pezzo di sé al pubblico.

Terza cosa, che riguarda il calendario e che fa la differenza fra una visita riuscita e una delusione: in questo momento le Collezioni di Arti e Culture Africane, Americane e Oceaniane al primo piano del Palazzo delle Scienze sono chiuse per lavori, con riapertura prevista per l'inverno 2026. Chi arriva all'EUR immaginando di vedere le grandi sale etnografiche africane, quelle con i materiali storici del Pigorini, in questa fase resterà a bocca asciutta. Il consiglio è telefonare al museo il giorno prima e chiedere che cosa sia effettivamente accessibile: è una precauzione che in un istituto in pieno riallestimento vale più di qualsiasi pagina web.

C'è infine un dettaglio che non è pratico ma che cambia il modo di guardare le vetrine. Molte didascalie originali degli oggetti, quelle scritte fra gli anni Venti e i Quaranta, sono state conservate e in alcuni casi esposte accanto agli oggetti stessi. Contengono un lessico che oggi risulta insopportabile. Non sono state ripulite di proposito: servono a mostrare che il modo in cui un oggetto viene descritto è parte della violenza esercitata su chi lo ha prodotto.

Il consiglio che ti do per visitare Museo Italo Africano "Ilaria Alpi"

Il consiglio più utile è di rovesciare l'ordine della visita. Quasi tutti entrano al Palazzo delle Scienze, cercano le sale coloniali, non le trovano subito e girano a vuoto per mezz'ora perdendo la voglia. Fate il contrario: entrate, chiedete in biglietteria dove si trovino i due capitoli del Museo delle Opacità nelle due sedi, cominciate da lì con la mente fresca, e solo dopo affrontate la preistoria, l'Alto Medioevo e le collezioni asiatiche. Il percorso coloniale richiede attenzione e concentrazione, e se lo si affronta dopo due ore di vetrine si legge male.

Secondo consiglio, sul giorno e sull'ora. Il museo apre alle 8.00 del mattino, un orario che a Roma è quasi unico e che quasi nessuno sfrutta. Arrivare alle 8.00 di un martedì significa avere l'intero Palazzo delle Scienze a disposizione, luce radente sulle vetrine e nessuna scolaresca. Evitate la prima domenica del mese se cercate silenzio: l'ingresso gratuito porta famiglie e la sala principale diventa rumorosa. Se invece viaggiate con un budget stretto, la prima domenica è esattamente il giorno da scegliere, e il rumore è un prezzo onesto.

Terzo consiglio, sul metodo. Portate con voi qualche riferimento storico minimo prima di entrare, perché le didascalie qui non fanno il lavoro di un manuale e presuppongono che sappiate collocare l'Eritrea del 1890, la Libia del 1911, l'Etiopia del 1936 e la Somalia del 1960. Bastano venti minuti di lettura la sera prima. Senza quelle coordinate, le fotografie di propaganda diventano immagini generiche e si perde il novanta per cento del significato.

Quarto e ultimo, la mia opinione netta: non portate qui bambini sotto i dieci anni pensando di fare loro un regalo. Portateli al Pigorini, alle vetrine della preistoria, che li entusiasmano, e tenetevi il percorso coloniale per una visita fra adulti o con ragazzi delle superiori. Con una classe di quarto o quinto anno, invece, questo è uno dei percorsi più formativi che si possano fare a Roma, molto più di un'ora davanti a una statua romana.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Il fatto è questo: l'allestimento del 1935 in via Ulisse Aldrovandi occupava trentasei sale. Il numero circola nella letteratura specialistica e viene citato di continuo dagli studiosi, eppure quasi mai arriva al pubblico generale, che immagina il Museo Coloniale come una raccolta di curiosità in due stanzette.

Trentasei sale, divise per sezioni: etnografica, militare, storica, economica, artistica. Significa che nella Roma degli anni Trenta esisteva, a duecento metri dal giardino zoologico, un apparato espositivo che per dimensioni reggeva il confronto con i grandi musei nazionali. Significa che decine di migliaia di romani e di scolaresche ci sono passate, hanno letto quelle didascalie, hanno guardato quei plastici e quelle armi, e hanno costruito lì dentro la propria idea dell'Africa. Non era una curiosità di nicchia: era uno strumento pedagogico di massa, finanziato dallo Stato e collocato in una posizione centralissima.

La seconda parte del fatto è ancora più istruttiva. Di quelle trentasei sale non è rimasta praticamente nessuna documentazione fotografica d'insieme facilmente accessibile al pubblico, e la ricostruzione dell'allestimento è materia di ricerca d'archivio. Un museo che ha formato l'immaginario di due generazioni è svanito senza lasciare nemmeno un catalogo che si possa comprare in libreria. Esiste uno studio monografico di riferimento, "Il Museo Coloniale di Roma (1904-1971)" di Francesca Gandolfo, pubblicato nel 2015: è il libro da cui partire per chiunque voglia andare oltre.

Mi permetto un giudizio: il fatto che questa storia sia stata ricostruita da una singola ricercatrice, e solo nel 2015, dice tutto sul grado di attenzione che il sistema culturale italiano ha dedicato al proprio passato coloniale. Non è mancata la documentazione. È mancata la volontà di guardarla.

La foto giusta da fare a Museo Italo Africano "Ilaria Alpi"

La fotografia migliore non è dentro le vetrine, ed è una cosa che dico sempre. È il colonnato che collega i due palazzi di Piazza Guglielmo Marconi, ripreso dal basso e in controluce, con il travertino che vira all'arancione nell'ultima ora prima della chiusura. Quel colonnato è architettura del 1942, costruita per un'Esposizione Universale che doveva celebrare l'impero. Fotografarlo sapendo che dietro quelle colonne sono conservati gli oggetti presi in quell'impero significa portare a casa un'immagine che vale un capitolo di storia.

Seconda inquadratura, per chi ha pazienza: la piazza vista dall'alto della scalinata del Palazzo delle Scienze, con l'obelisco al centro e le automobili che girano intorno. L'EUR è nato come manifesto e continua a comportarsi come tale: le simmetrie sono ossessive e la macchina fotografica se ne accorge subito. Con un obiettivo grandangolare la piazza restituisce la stessa retorica per cui è stata disegnata, e questa è la sua forza documentaria.

Dentro il museo, la fotografia che consiglio è quella delle didascalie originali affiancate agli oggetti. Non è bella e non farà molti apprezzamenti sui social, ma è la sola immagine che spiega davvero che cosa sia il Museo delle Opacità: un cartellino scritto a macchina novant'anni fa, con le sue parole disumane, accanto all'oggetto che descriveva. Chi vuole capire porti a casa quella.

Sulle regole pratiche: nei musei statali italiani la fotografia per uso personale senza flash e senza cavalletto è generalmente ammessa, ma nelle sale con opere in prestito o con installazioni contemporanee possono valere limitazioni specifiche indicate all'ingresso della sala. Nel dubbio si chiede al personale di sala, che qui è cortese e ha pochissime persone da sorvegliare. Il flash, in ogni caso, è vietato ovunque ci siano materiali fotografici e su carta, che sono la parte più fragile di queste collezioni.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

Il primo avvenimento è l'inaugurazione del 1923 a Palazzo della Consulta. Fu una cerimonia di Stato, con Benito Mussolini e Luigi Federzoni, e segnò il passaggio del museo da raccolta scientifica a strumento politico. Da quel giorno la funzione dell'istituto fu esplicita: costruire il consenso intorno all'espansione africana. È l'atto di nascita non del museo, ma della sua ideologia.

Il secondo è il trasloco del 1935 in via Ulisse Aldrovandi e l'apertura del grande allestimento su trentasei sale, nell'anno in cui l'Italia invadeva l'Etiopia. Il museo cresceva mentre cresceva la guerra, e le due cose erano collegate: molti oggetti arrivarono in Italia proprio in quegli anni, portati da militari, funzionari e missionari. Il 1936, con la proclamazione dell'Impero, portò il cambio di nome in Museo dell'Africa Italiana.

Il terzo avvenimento è una chiusura lunga e mai del tutto spiegata: fra il 1937 e il 1947 il museo restò chiuso, ufficialmente per riordino inventariale, poi per la guerra. Dieci anni di silenzio nel mezzo del periodo in cui l'impero esisteva davvero. La riapertura del 1947 avvenne in un Paese che aveva perso tutto e non sapeva più che farsene di quelle sale.

Il quarto è la chiusura definitiva del 1971 e l'inizio dello smembramento: le collezioni militari ai musei militari, il resto nei depositi. Da quel momento e per quarant'anni quegli oggetti non sono stati visibili a nessuno che non fosse un ricercatore autorizzato. Nel 2011 la liquidazione dell'Istituto italiano per l'Africa e l'Oriente ha costretto a un nuovo trasloco, verso l'EUR, e nel 2017 al passaggio formale al Ministero.

Il quinto avvenimento è il 25 maggio 2020, la presentazione in streaming del progetto e dell'intitolazione a Ilaria Alpi, con il direttore Filippo Maria Gambari, Igiaba Scego, Claudio Mancuso e i rappresentanti di Rai e Istituto Luce Cinecittà. È l'unico giorno in cui il Museo Italo Africano "Ilaria Alpi" è esistito pubblicamente, sia pure soltanto come annuncio.

Il sesto e il settimo sono le due date che contano davvero per chi visita oggi: il 6 giugno 2023, apertura del primo capitolo del Museo delle Opacità, e il 22 maggio 2025, apertura del secondo capitolo dedicato alle agricolture e alle architetture coloniali. Fra i due, nel 2021, l'istituzione del Comitato ministeriale per il recupero e la restituzione dei beni culturali, che è il pezzo di amministrazione da cui dipende ogni futura restituzione.

Chi è passato da Museo Italo Africano "Ilaria Alpi"

Cominciamo dai passaggi meno onorevoli, perché sono i primi in ordine cronologico. Nel 1923 attraversarono le sale del museo a Palazzo della Consulta Benito Mussolini e Luigi Federzoni, ministro delle Colonie e poi presidente del Senato: erano lì per inaugurare, cioè per intestarsi politicamente l'operazione. Negli anni successivi passarono di lì scolaresche, militari in partenza, funzionari coloniali in addestramento e migliaia di romani in visita domenicale.

Poi ci sono gli artisti, e qui la storia si fa più interessante. Fra le opere conservate figurano lavori di Achille Dardano, di Domenico De Bernardi, di Laurenzio Laurenzi, di Giorgio Oprandi, di Giustino Varvelli e di Teodoro Wolf Ferrari, pittori italiani che nelle colonie andarono davvero, con esiti fra la documentazione e la propaganda. Accanto a loro compaiono nomi africani, e non è un dettaglio: il pittore etiope Agegnehu Engida, e ancora Gariesus Gabret, Yohannes Tesamma e Yitbarak. Sono artisti passati attraverso queste collezioni da protagonisti e non da soggetti, e riconoscerne l'autorialità è già un atto di riparazione.

La terza generazione di passaggi è quella contemporanea, cioè gli artisti chiamati a lavorare sulle collezioni nel Museo delle Opacità: Sammy Baloji, congolese, con "Gnosis"; Theo Eshetu, con il video sul ritorno della stele di Axum; Jermay Michael Gabriel con "Yekatit 12"; Francis Offman; il duo DAAR di Sandi Hilal e Alessandro Petti; il collettivo Cooking Sections; Peter Friedl; Adelita Husni-Bey; e Luca Guadagnino, il cui film "Inconscio italiano" è entrato nel primo capitolo. Al lavoro collettivo hanno preso parte Wissal Houbabi, Toi Giordani e Ismael Astri Lo.

Infine le persone che hanno reso possibile tutto questo dal lato dell'istituzione e della cultura: il direttore Filippo Maria Gambari, che presentò il progetto nel 2020; le demoetnoantropologhe Gaia Delpino e Rosa Anna Di Lella, che coordinano il lavoro sulle collezioni; il curatore Matteo Lucchetti; l'antropologo Claudio Mancuso; e Igiaba Scego, la scrittrice che più di ogni altra ha lavorato in Italia perché la memoria coloniale diventasse un discorso pubblico. Il nome che dà il titolo a tutto, Ilaria Alpi, in queste sale non è mai entrato: c'è passata la sua storia, e non è poco.

Vetrine con materiali dell'ex Museo Coloniale nel percorso del Museo delle Opacita al Museo delle Civilta
Museo Italo Africano Ilaria Alpi

Il Museo delle Civiltà con i bambini e con le scuole

Il progetto originario prevedeva postazioni multimediali pensate espressamente per le scuole, ed è la parte del programma che più mi sembra sensata: questo è materiale didattico prima ancora che museale. Oggi le visite guidate e i percorsi per gruppi scolastici si prenotano presso la cooperativa che gestisce i servizi educativi del museo, al +39 375 8323206 dal lunedì al venerdì dalle 9.00 alle 14.00, oppure via posta elettronica a didatticamuciv@abintra.it.

Con i bambini piccoli la scelta obbligata è il Pigorini, cioè le collezioni preistoriche, dove il cranio di Neanderthal e le vetrine di selci fanno il loro effetto. Con i ragazzi delle medie funziona bene l'accostamento fra le sale etnografiche e i capitoli del Museo delle Opacità, purché ci sia un adulto che spieghi il contesto. Con le superiori, e in particolare con le classi che affrontano il Novecento, questo percorso è una risorsa didattica di prim'ordine, e costa 2,00 euro a studente maggiorenne oppure nulla per i minorenni.

Accessibilità del Museo delle Civiltà

Su questo fronte il museo è messo bene, meglio di gran parte dei siti archeologici romani. L'accesso è garantito da ascensori, i servizi igienici sono accessibili, sono disponibili gratuitamente sedie a rotelle, esistono due posti auto riservati e in alcune collezioni sono presenti percorsi tattili con testi in Braille. L'ingresso è gratuito per le persone con disabilità e per un accompagnatore. I pavimenti sono lisci e i corridoi larghissimi, il che nell'architettura razionalista è quasi un effetto collaterale della retorica monumentale.

Che cosa c'è intorno al Museo delle Civiltà nel raggio di dieci minuti

Uscendo da Piazza Guglielmo Marconi si ha davanti uno dei paesaggi urbani più fotografati e meno capiti di Roma. A pochi minuti a piedi c'è il Palazzo della Civiltà Italiana, il cosiddetto Colosseo Quadrato, il manifesto architettonico dell'E42. Scendendo verso sud si arriva al laghetto dell'EUR, con i ciliegi giapponesi che fioriscono a inizio primavera e un giro completo di circa un chilometro e mezzo. Per capire l'intero quartiere, dalla progettazione degli anni Trenta agli edifici del dopoguerra, la pagina sull'EUR è il punto di partenza giusto. Chi vuole poi allargare lo sguardo ai musei della città trova un quadro completo nella pagina dei musei di Roma.

Quando andare al Museo delle Civiltà e quando evitarlo

Il momento migliore è il martedì o il mercoledì mattina presto, all'apertura delle 8.00. Il momento peggiore è la domenica pomeriggio, quando l'EUR si riempie di famiglie e il museo diventa una sala d'attesa rumorosa. In estate la scelta della mattina è quasi obbligata, perché il tragitto dalla metropolitana è totalmente esposto al sole. In inverno, invece, questo è uno dei rari musei romani che si visita bene anche in una giornata di pioggia, perché i due palazzi sono collegati e i percorsi interni sono lunghi.

Una precisazione sul periodo: essendo il museo in una fase di riallestimento estesa, con lavori annunciati fino all'inverno 2026, la composizione di ciò che è visitabile cambia di mese in mese. Una telefonata al +39 335 7310064 o al +39 335 7324233 dal martedì al giovedì fra le 9.30 e le 11.30 evita sorprese.

Domande veloci su Museo Italo Africano "Ilaria Alpi"

Il Museo Italo Africano "Ilaria Alpi" esiste?

Come progetto sì, come museo visitabile no. È stato annunciato il 25 maggio 2020 dal Museo delle Civiltà dell'EUR e non è mai stato inaugurato. Nell'elenco delle collezioni pubblicato oggi dal museo quel nome non compare più: la sezione si chiama "Ex Museo Coloniale".

Dove si trova il Museo Italo Africano "Ilaria Alpi"?

Non ha una sede autonoma. Le collezioni che avrebbero dovuto costituirlo sono conservate al Museo delle Civiltà, in Piazza Guglielmo Marconi 14 e 8, a Roma-EUR.

Come si comprano i biglietti per il Museo Italo Africano "Ilaria Alpi"?

Non esistono biglietti con quel nome. Si compra il biglietto del Museo delle Civiltà, alla biglietteria di uno dei due palazzi: intero 10,00 euro, ridotto 2,00 euro.

Che cosa si vede oggi delle collezioni del Museo Italo Africano "Ilaria Alpi"?

Il percorso si chiama Museo delle Opacità. Il primo capitolo è stato aperto il 6 giugno 2023, il secondo, "Agricolture e architetture coloniali", dal 22 maggio 2025, con circa cento fra documenti, fotografie e opere distribuiti nelle due sedi.

Quanti oggetti comprendono le collezioni dell'ex Museo Coloniale?

Circa dodicimila, in gran parte etnografici, ma anche storici, artistici, antropologici, archeologici, architettonici e di scienze naturali, provenienti soprattutto da Libia, Eritrea, Somalia ed Etiopia.

Quali sono gli orari del Museo delle Civiltà?

Dal martedì alla domenica dalle 8.00 alle 19.00, con ultimo ingresso alle 18.30. Il lunedì è chiuso.

La MIC card vale per il Museo Italo Africano "Ilaria Alpi"?

No. La MIC card apre i musei civici di Roma Capitale, mentre il Museo delle Civiltà è un museo statale del Ministero della Cultura. All'EUR quella tessera non dà diritto a nulla.

Si entra gratis la prima domenica del mese?

Sì. L'ingresso è gratuito la prima domenica di ogni mese e il 25 aprile, come negli altri musei statali. È gratuito anche per i minori di diciotto anni dell'Unione Europea.

Serve prenotare?

Per la visita libera no. Per le visite guidate e per i gruppi la prenotazione è necessaria e si effettua ai recapiti dei servizi educativi del museo.

Quanto dura la visita al Museo delle Civiltà?

Per il solo percorso legato alle collezioni coloniali contate circa quaranta minuti. Per il Museo delle Civiltà nella sua interezza servono tre ore abbondanti, ed è meglio dividerlo in due visite.

Si possono fare fotografie?

Nei musei statali la fotografia per uso personale senza flash e senza cavalletto è generalmente ammessa. Nelle sale con opere in prestito o installazioni contemporanee possono valere limitazioni indicate all'ingresso: conviene chiedere al personale di sala.

Il Museo delle Civiltà è accessibile in sedia a rotelle?

Sì. Ci sono ascensori, servizi igienici accessibili, sedie a rotelle disponibili gratuitamente e due posti auto riservati. L'ingresso è gratuito per le persone con disabilità e per un accompagnatore.

Come si arriva all'EUR?

Con la metropolitana linea B, fermata EUR Fermi, e poi cinque minuti a piedi. In superficie servono la zona gli autobus 30, 170, 671, 791 e 714.

Si parcheggia facilmente?

Sì, ed è una rarità romana: nelle strade intorno a Piazza Guglielmo Marconi il parcheggio è gratuito e quasi sempre disponibile.

È adatto ai bambini?

Il percorso sulle collezioni coloniali richiede lettura e concentrazione e non è pensato per i più piccoli. Per loro funzionano benissimo le collezioni preistoriche del Pigorini. Dalle scuole superiori in su, invece, il percorso coloniale è fra i più formativi della città.

Ci sono sale chiuse al Museo delle Civiltà in questo periodo?

Sì. Le Collezioni di Arti e Culture Africane, Americane e Oceaniane al primo piano del Palazzo delle Scienze sono chiuse per lavori di adeguamento antisismico e antincendio, nuovi impianti, restauro degli infissi e riallestimento, con riapertura prevista per l'inverno 2026.

Perché il museo è intitolato a Ilaria Alpi?

Perché la giornalista del Tg3, uccisa a Mogadiscio il 20 marzo 1994 insieme all'operatore Miran Hrovatin, indagava sulle relazioni contemporanee fra Italia e Somalia, cioè sul prolungamento attuale della vicenda coloniale che le collezioni documentano.

L'intitolazione a Ilaria Alpi è stata accolta bene?

No, non da tutti. Le stesse curatrici del progetto hanno dichiarato pubblicamente di non essere del tutto convinte del nome, e nel dibattito è stato osservato che intitolare a una vittima italiana un museo di collezioni africane rischia di mantenere il baricentro dalla parte sbagliata.

Che differenza c'è fra il Museo delle Civiltà e il Museo Italo Africano "Ilaria Alpi"?

Il primo è un istituto statale esistente, con due sedi, dieci collezioni e una biglietteria. Il secondo è una sezione annunciata di quell'istituto, mai realizzata come spazio autonomo.

Il Museo Coloniale di Roma dove si trovava?

Prima all'Istituto botanico di via Panisperna, dal 1904; poi a Palazzo della Consulta, in piazza del Quirinale, dal 1923; infine in via Ulisse Aldrovandi dal 1935, accanto al Museo Civico di Zoologia, dove restò fino alla chiusura del 1971.

Che fine ha fatto l'obelisco di Axum?

Portato a Roma nel 1937, avrebbe dovuto essere restituito entro sei mesi dal trattato italo-etiopico del 1 luglio 1956. È tornato in Etiopia nel 2005.

L'Italia ha restituito i beni sottratti nelle colonie?

Solo in parte e con enorme ritardo. Esiste dal 2021 un Comitato ministeriale per il recupero e la restituzione dei beni culturali, e fra i materiali dell'ex Museo Coloniale sono stati riconosciuti due grandi dipinti provenienti dal Parlamento di Addis Abeba, tavolette dipinte, alcune corone e tre mantelli. Le identificazioni sono difficili perché le liste storiche descrivevano gli oggetti in modo generico.

C'è un libro da leggere prima di andarci?

Lo studio di riferimento sulla vicenda è "Il Museo Coloniale di Roma (1904-1971)" di Francesca Gandolfo, pubblicato nel 2015. Sul rapporto fra Roma e la memoria coloniale è utile "Roma negata" di Igiaba Scego e Rino Bianchi.

Quanto costa la visita guidata?

Le visite del fine settimana costano 5,00 euro a persona; una visita per un gruppo fino a venti persone costa 100,00 euro e la stessa visita in lingua inglese 120,00 euro. Si prenota ai recapiti dei servizi educativi.

Vale la pena andarci anche se il Museo Italo Africano "Ilaria Alpi" non esiste?

A mio parere sì, e più di molti siti famosi del centro. Si vede una parte della storia italiana che nessuno racconta, in sale semivuote, con un lavoro curatoriale di livello europeo.

Chiudo con l'unica cosa che mi sento di dire da professionista che accompagna gruppi in questa città da vent'anni: andateci prima che diventi di moda. Fra qualche anno, quando la ricatalogazione sarà completata e le sale africane riapriranno, questo posto sarà un passaggio obbligato negli itinerari sul Novecento italiano e ci troverete i gruppi in fila. Oggi ci trovate le vetrine, le didascalie scritte a macchina novant'anni fa e un silenzio che rende la visita quasi insostenibile, nel senso migliore. La memoria coloniale italiana non è un tema per specialisti: è la ragione per cui certe parole tornano ancora nel discorso pubblico di questo Paese, e un pomeriggio all'EUR spiega più di dieci articoli di giornale.

Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.

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RiassuntoMuseo Italo Africano Ilaria Alpi - Piazza Guglielmo Marconi, 00144 Roma RM, Italia
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🚌✦ Sali e scendi

Bus hop-on hop-off: giro di Roma

Sali e scendi dove vuoi. Con questo caldo, spostarsi seduti tra una tappa e l'altra cambia la giornata.

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🛏️✦ Hotel

Dove dormire a Roma: confronta gli hotel

Scegli la zona giusta e confronta i prezzi: su molte strutture la cancellazione è flessibile.

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Transfer dall aeroporto al centro

Un autista ti aspetta a Fiumicino o Ciampino: prezzo concordato prima e nessuna coda ai taxi.

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Noleggio auto a Roma e dintorni

Serve se vuoi uscire dalla città: Castelli Romani, Tivoli, il mare di Ostia e Sperlonga.

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Voli per Roma: cerca le tariffe

Compagnia low cost con voli diretti su Fiumicino: guarda date e tariffe.

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Comparatore su piu compagnie: sposta le date di un giorno e spesso il prezzo cambia parecchio.

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