Ipogeo di Via Dino Compagni

L'Ipogeo di Via Dino Compagni, che gli archeologi chiamano catacomba della via Latina, si apre sotto il marciapiede di via Latina 258, nel quartiere Appio-Latino, e la prima cosa da sapere è anche la più scomoda: la Pontificia Commissione di Archeologia Sacra, ente proprietario e gestore, lo elenca fra i cimiteri sotterranei chiusi al pubblico. Niente biglietteria, niente orari, niente prezzo di ingresso, niente prenotazione ordinaria. I recapiti dell'ente sono il telefono +39 06 4465610 e +39 06 4467601 e l'indirizzo di posta protocollo@arcsacra.va. Sul portale ufficiale dell'archeologia sacra la voce dedicata a questo ipogeo mette a disposizione un tour virtuale delle gallerie dipinte, che oggi resta il modo più realistico per vederle. Le poche discese fisiche che avvengono ogni anno sono aperture straordinarie a numero chiuso, autorizzate caso per caso ad associazioni culturali: si scende da un tombino nel marciapiede, per una scala, e i posti finiscono in poche ore. Chi arriva a Roma con un pomeriggio libero e la voglia di un sotterraneo aperto tutti i giorni deve puntare altrove.

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Ogni scheda apre una pagina di confronto qui su estateromana.com: le differenze tra le opzioni, le fasce di prezzo indicative e il link per prenotare sul sito del venditore. Puoi salvare quello che ti interessa in "Il mio viaggio".

Catacombe e Appia Antica✦ Sottoterra

Catacombe e Appia Antica

Chilometri di gallerie sotto la via Appia. Fresche d'estate, e sorprendentemente poco affollate.

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Musei Vaticani e Cappella Sistina✦ Vai all'apertura

Musei Vaticani e Cappella Sistina

Il primo slot della giornata o il tardo pomeriggio. A metà mattina è un nastro trasportatore, e non lo diciamo solo noi.

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Colosseo: sotterranei e arena✦ Accesso limitato

Colosseo: sotterranei e arena

Il piano dove aspettavano gladiatori e belve, e il pavimento dell'arena. Posti contati ogni giorno.

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Colosseo, Foro e Palatino✦ Va a ruba

Colosseo, Foro e Palatino

L'ingresso a orario sparisce con giorni di anticipo in alta stagione. La versione con i sotterranei è quella che vale il s...

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Tour a piedi✦ Il classico

Tour a piedi

Roma si capisce camminando. La differenza la fa la guida, non l'itinerario: sono quasi tutti uguali sulla carta.

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Galleria Borghese✦ Prenotazione obbligatoria

Galleria Borghese

Bernini e Caravaggio in due ore contate. Senza prenotazione non si entra, punto.

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Udienza papale✦ Mercoledì

Udienza papale

Ogni mercoledì, quando il Papa è a Roma. Il biglietto è gratuito ma va ritirato.

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Terme di Caracalla✦ Poco affollato

Terme di Caracalla

Muri alti trenta metri e quasi nessuno intorno. Uno dei posti più sottovalutati di Roma.

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Tour in e-bike✦ Senza fatica

Tour in e-bike

Le sette colline con l'assistenza al pedale. L'Appia Antica e il Gianicolo diventano facili.

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Tour in golf cart✦ Poco cammino

Tour in golf cart

Il centro storico in un paio d'ore senza distruggerti i piedi, e passi dove i pullman non entrano.

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Food tour✦ Vieni affamato

Food tour

Non è un pranzo: sono sei-otto tappe piccole. Il valore è nei posti in cui non saresti mai entrato da solo.

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Bar hopping e vita notturna✦ Dopo le 21

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Tre o quattro locali con qualcuno che sa quali sono aperti quella sera. Funziona meglio da soli che in coppia.

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Vespa e Ape Calessino✦ Foto garantite

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In Ape ti portano loro, in Vespa guidi tu (serve la patente). Due esperienze molto diverse sotto lo stesso nome.

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Tour in sidecar✦ Il più scenografico

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Il sidecar vintage con conducente: costa più della Vespa, ma è il giro che finisce in tutte le foto.

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Corsi di cucina✦ Si mangia alla fine

Corsi di cucina

Pasta a mano e poi ci si siede a tavola. La domanda giusta è quante persone ci sono per postazione.

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Degustazioni di vino✦ Anche in città

Degustazioni di vino

In enoteca in centro o tra le vigne dei Castelli. Due cose diverse: una dura un'ora, l'altra una giornata.

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Castelli Romani✦ Fuori porta

Castelli Romani

Frascati, Castel Gandolfo, il lago di Albano. Un'ora da Roma e sembra un'altra regione.

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Tivoli: Villa d'Este e Villa Adriana✦ Patrimonio UNESCO

Tivoli: Villa d'Este e Villa Adriana

Due ville, due epoche, un solo biglietto mentale: le fontane di Villa d'Este e le rovine imperiali di Adriano.

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Pompei e Costiera Amalfitana✦ Giornata lunga

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Da Roma si fa in giornata, ma è una giornata vera: sveglia presto e rientro a sera.

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Firenze in giornata✦ Alta velocità

Firenze in giornata

Un'ora e mezza di treno e sei sotto il Duomo. Si fa, se accetti di vedere tre cose e non dieci.

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Castel Sant'Angelo✦ Terrazza panoramica

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Mausoleo, fortezza, prigione e rifugio dei papi. E la terrazza con la vista migliore su San Pietro.

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Roma di notte✦ Dopo il tramonto

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Le stesse piazze, senza la folla e con le luci giuste. La città cambia completamente.

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Bus hop-on hop-off✦ Libertà di scesa

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Sali e scendi dove vuoi per 24 o 48 ore. Utile il primo giorno, per orientarsi.

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Capri e Costiera Amalfitana✦ Mare

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Da Roma è lunga, ma in due giorni si fa con calma. In giornata solo se accetti di correre.

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Trevi, Pantheon e piazze✦ Centro storico

Trevi, Pantheon e piazze

Il cuore barocco a piedi, più il biglietto del Pantheon che ora serve davvero.

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Scuola dei gladiatori✦ Con i bambini

Scuola dei gladiatori

Due ore con la spada di legno in mano, sulla via Appia. Con i ragazzini funziona sempre.

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Segway e monopattino✦ Poco sforzo

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Copri il doppio del centro senza camminare. Dieci minuti di pratica e ci stai sopra.

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Ostia Antica✦ A 30 minuti

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La Pompei di Roma, raggiungibile col treno urbano. Strade, taverne e mosaici, senza folla.

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Napoli e Pompei✦ Alta velocità

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Un'ora e dieci di treno. Il centro storico, il museo archeologico e la pizza vera.

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Vaticano: ingresso anticipato✦ Prima dell'apertura

Vaticano: ingresso anticipato

Dentro i Musei prima del pubblico. La Sistina quasi vuota è un'altra cosa.

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Per orientarsi fra i cimiteri sotterranei della città e capire quali si visitano davvero, il punto di partenza è la guida alle catacombe di Roma, dove trovate i complessi con ingresso regolare, gli indirizzi e i giorni di chiusura.

Ipogeo di Via Dino Compagni
Ipogeo di Via Dino Compagni | Catacomba via Latina 258 - Roma

Dove si trova e come si entra all'Ipogeo di Via Dino Compagni

L'indirizzo civile è via Latina 258, Appio-Latino, ma il nome del monumento viene dalla strada che gli passa sopra, via Dino Compagni, quella dove nel dopoguerra si scavarono le fondazioni del palazzo che ha quasi ucciso la catacomba. L'ingresso antico, quello che nel IV secolo si apriva verso la campagna della via Latina, è stato cancellato dalla costruzione moderna: oggi il varco è un tombino sul marciapiede, e questa è già metà del carattere del luogo. Non c'è un portale, non c'è un cortile, non c'è un cancello con l'insegna. C'è un chiusino di ghisa in mezzo a un quartiere residenziale, con le auto parcheggiate a due passi.

La zona è quella compresa fra la via Appia Nuova e la valle della Caffarella, a poca distanza dalla stazione Furio Camillo della metropolitana A. Chi vuole costruirsi una giornata in questa parte della città ha di che riempirla anche senza scendere sottoterra: il Parco della Caffarella comincia poche centinaia di metri più in là, con la chiesa di Sant'Urbano alla Caffarella e i suoi affreschi medievali, e il Parco dell'Appia Antica si raggiunge in un quarto d'ora scarso.

La profondità e la quota dell'Ipogeo di Via Dino Compagni

Il cimitero si sviluppa fra i 12,92 e i 16,20 metri sotto il piano stradale attuale. Sono cifre da rilievo topografico, non da dépliant, e dicono una cosa precisa: il banco di tufo in cui i fossori hanno scavato è abbastanza profondo da aver protetto le pitture dall'umidità di superficie per sedici secoli, ma non abbastanza da salvarle dai pali di fondazione di un palazzo degli anni Cinquanta. La differenza fra tre metri di quota, qui, ha deciso quali stanze siano arrivate a noi intatte e quali siano state sfondate dal cemento.

Perché l'Ipogeo di Via Dino Compagni è chiuso al pubblico

La ragione non è burocratica, è fisica. Un centinaio di scene dipinte su intonaco del IV secolo, in un ambiente ipogeo a umidità altissima, reagisce alla presenza umana come una lastra fotografica alla luce: il respiro di venti persone alza l'anidride carbonica, il calore sposta il punto di rugiada, l'acqua condensa sulle pareti fredde e porta in soluzione i sali del tufo, che poi ricristallizzano sulla pellicola pittorica. Nelle catacombe con ingresso regolare i percorsi sono studiati per tenere il pubblico lontano dagli affreschi importanti. Qui gli affreschi sono ovunque, dal pavimento alla volta, e non esiste un percorso che li eviti.

A questo si aggiunge un problema di sicurezza: l'accesso avviene da un chiusino stradale, la scala è ripida, gli ambienti sono stretti e le vie di fuga sono quelle che erano. Nessuna delle condizioni che rendono visitabile San Callisto o Priscilla esiste in via Latina. La Commissione concede quindi aperture eccezionali, con gruppi piccolissimi e con una guida che risponde di tutto. La mia opinione, dopo anni passati ad accompagnare gente sottoterra, è che sia una scelta giusta e che chi protesta per la chiusura non abbia mai visto cosa succede a un intonaco dipinto quando ci passano davanti trentamila persone l'anno.

La scoperta dell'Ipogeo di Via Dino Compagni

La storia del ritrovamento è una delle più brutte e delle più istruttive dell'archeologia romana del Novecento, e vale la pena raccontarla per intero.

Il cantiere che trovò l'Ipogeo di Via Dino Compagni

Metà degli anni Cinquanta, quartiere in espansione, una impresa edile scava le fondazioni di un palazzo nuovo fra via Dino Compagni e via Latina. Le benne sfondano la volta di un ambiente sotterraneo. Chi lavora nel cantiere capisce benissimo cosa ha davanti: pareti dipinte, colonne, arcosoli, sarcofagi di marmo. E decide di non dirlo a nessuno fino alla fine dei lavori, perché una denuncia di ritrovamento significa cantiere fermo, sopralluoghi, vincoli e mesi persi.

Il silenzio dura abbastanza da fare danni irreparabili. Alcuni ambienti vengono attraversati dalle gettate di cemento armato dei pali di fondazione, che tranciano pareti affrescate. Nei mesi in cui la catacomba resta aperta e incustodita entrano scavatori di frodo, che portano via quello che si porta via: lastre iscritte, oggetti, corredi. Le sepolture originali dei cubicoli più ricchi vengono svuotate. Quando finalmente l'ingegnere Mario Santa Maria denuncia il ritrovamento alla Pontificia Commissione di Archeologia Sacra, una parte del monumento non c'è più.

Antonio Ferrua e lo scavo dell'Ipogeo di Via Dino Compagni

La Commissione manda sul posto padre Antonio Ferrua, gesuita, nato a Trinità nel 1901 e ordinato sacerdote nel 1930, epigrafista di rango e futuro segretario della Commissione stessa, già impegnato dal 1940 negli scavi sotto la basilica di San Pietro voluti da Pio XII. Ferrua ha un curriculum che pochi possono vantare: l'edizione degli epigrammi di papa Damaso, avviata nel 1933, e poi la monumentale raccolta delle iscrizioni cristiane di Roma anteriori al VII secolo. Scende nel nuovo ipogeo calandosi con una fune da un foro aperto nella volta di uno degli ambienti, e capisce nel giro di pochi minuti di trovarsi davanti a qualcosa che non ha precedenti.

La campagna di recupero e sterro va dal 2 novembre 1955 al 15 giugno 1956. Ferrua pubblica i risultati nel 1960 con un volume che è rimasto un classico della disciplina, Le pitture della nuova catacomba di via Latina, edito in Città del Vaticano dal Pontificio Istituto di archeologia cristiana. Torna sull'argomento trent'anni dopo con un libro di taglio divulgativo dal titolo che dice tutto, Catacombe sconosciute. Una pinacoteca del IV secolo sotto la via Latina. Ferrua muore a Roma nel 2003, a centodue anni: è vissuto abbastanza da vedere la sua catacomba diventare un capitolo obbligatorio in ogni manuale di arte paleocristiana.

Ipogeo di Via Dino Compagni affreschi
Ipogeo di Via Dino Compagni | Catacomba via Latina 258 - Roma

Una curiosità su Ipogeo di Via Dino Compagni

La curiosità vera di questo posto non è che ci siano dipinti pagani accanto a dipinti cristiani. È che li ha dipinti, con ogni probabilità, la stessa bottega. Nel cubicolo che gli studiosi chiamano E domina una figura femminile semisdraiata su un campo di grano e papaveri, con un serpente attorcigliato al braccio sinistro: è Tellus, la Terra madre, divinità della religione romana tradizionale. Nel cubicolo accanto, quello siglato F, ci sono Sansone che sbaraglia i Filistei con la mascella d'asino e Cristo che parla con la Samaritana al pozzo di Giacobbe. Chi ha studiato le due stanze osserva che la mano, la stesura del colore, il modo di costruire le ombre e perfino il repertorio decorativo di contorno sono gli stessi. Un unico gruppo di pittori, ingaggiato dalla stessa committenza, ha lavorato per due fedi diverse nello stesso cantiere sotterraneo.

Questo cambia il senso di tutto il monumento. Non siamo davanti a due comunità che si contendono uno spazio, ma davanti a una sola famiglia allargata, ricca, che compra un ipogeo per i suoi morti e lascia che ciascun ramo si faccia decorare la stanza secondo la propria devozione. Il committente pagano e il committente cristiano hanno chiamato gli stessi frescanti e probabilmente hanno pagato lo stesso prezzo. Nel IV secolo, mentre a livello imperiale si combattevano battaglie di legittimazione religiosa, sotto un campo dell'Appio-Latino la convivenza era una questione di famiglia e di contratto con la bottega. Chi cerca nelle catacombe romane la prova di una società nettamente divisa in due, qui trova esattamente il contrario, e per questo l'Ipogeo di Via Dino Compagni ha costretto gli studiosi a riscrivere qualche pagina.

Come è fatto l'Ipogeo di Via Dino Compagni: pianta e gallerie

La pianta è semplice e leggibile, cosa rara nelle catacombe romane, che di solito crescono per addizioni disordinate lungo due o tre secoli. Qui il disegno è unitario perché il tempo di utilizzo è stato breve.

Le due gallerie parallele

Il complesso si sviluppa su un solo livello. Due gallerie parallele, lunghe una trentina di metri, corrono distanti fra loro circa 18 metri. Una terza galleria, lunga oltre quaranta metri, le attraversa perpendicolarmente e termina in una successione di vestiboli, cubicoli e cripte. È in questa fascia terminale che si concentra tutto quello che rende celebre il monumento: gli stucchi, le colonne addossate agli angoli, le modanature, le volte a crociera e a vela, gli arcosoli monumentali.

I quattordici cubicoli dell'Ipogeo di Via Dino Compagni

Gli ambienti chiusi sono quattordici, ampi, con loculi nelle pareti e tombe ad arcosolio. Le inumazioni censite sono circa quattrocento: un numero che, rapportato ai chilometri di gallerie di un cimitero comunitario, dice chiaramente che qui non ci troviamo in un cimitero di comunità ma in una proprietà privata. Ferrua ha siglato gli ambienti con le lettere dell'alfabeto, dalla A alla O, e i corridoi con i numeri da 1 a 6: quelle sigle sono ancora oggi il modo in cui la bibliografia scientifica cita le singole scene.

Le quattro fasi di scavo

Il cimitero cresce in quattro fasi successive, tutte comprese in un arco brevissimo. La prima apre la galleria di ingresso con i due primi cubicoli. La seconda spinge in profondità e aggiunge gli ambienti dipinti con i temi veterotestamentari. La terza apre una galleria a metà della precedente, con un vestibolo su cui si affacciano il cubicolo pagano e quello cristiano di forma allungata. La quarta, verso ovest, produce l'ambulacro che porta al vestibolo esagonale e alla sequenza finale di stanze. La datazione delle pitture proposta da Ferrua, intorno al 320-350, regge ancora dopo sessant'anni di discussione. L'uso del cimitero si esaurisce attorno al 350-360: una cinquantina d'anni in tutto, poi il silenzio.

Il percorso cubicolo per cubicolo dell'Ipogeo di Via Dino Compagni

Quello che segue è l'itinerario come lo si percorre scendendo, con i soggetti principali stanza per stanza. Chi guarda il tour virtuale sul sito dell'archeologia sacra può usarlo come mappa di lettura.

Cubicolo A: il repertorio biblico d'apertura

Grande ambiente quadrato, interamente affrescato su fondo bianco scandito da fasce rosse. Tre ampi arcosoli raccontano l'Antico e il Nuovo Testamento con una densità che nelle catacombe si vede raramente. Sulla parete d'ingresso il peccato originale di Adamo ed Eva, Daniele nella fossa dei leoni, Noè ubriaco. Nell'arcosolio di sinistra Isacco che benedice Giacobbe nel timpano, contornato dal ciclo di Giona. In fondo Susanna fra i vecchioni, e sulla parete attorno Cristo in mezzo agli apostoli. A destra una composizione pastorale con Mosè e il popolo d'Israele e i tre giovani nella fornace. Al centro della volta il Buon Pastore. Tre loculi successivi e sepolture intrusive hanno rovinato parte delle pitture, e gli scavatori di frodo hanno svuotato le tombe originali.

Cubicoli B e C: la seconda campagna pittorica

Ambiente doppio, quadrato, con colonne addossate agli angoli che reggono la volta. Qui compaiono soggetti veterotestamentari che nella pittura catacombale romana non erano mai stati dipinti prima. Nell'arcosolio di sinistra Giacobbe che entra in Egitto con la famiglia, i carri in marcia verso la città del faraone e il Nilo con i pesci nel registro inferiore. In volta Adamo ed Eva disperati, vestiti di pelli maculate, i sacrifici di Caino e Abele con l'agnello e il covone, Lot che fugge da Sodoma con le figlie. Poi Sansone, Mosè, il ciclo di Giuseppe con il sogno che gli cambia la vita. Nell'arcosolio di destra l'ascensione di Elia sul carro di fuoco, e ancora Abramo, Isacco, Giacobbe. In volta Noè nell'arca, Sansone che affronta il leone a mani nude, Assalonne impigliato per i capelli nella quercia, la scala di Giacobbe.

Il cubicolo C chiude in fondo l'asse ed è un ambiente privilegiato, con una sola sepoltura ad arcosolio e una nicchietta rettangolare sopra la tomba, ricavata probabilmente per una statuetta del defunto. Sull'arco profondo di sinistra la resurrezione di Lazzaro, il sacrificio di Abramo, in alto Mosè che riceve la Legge e la colonna di fuoco. Sull'arco di destra il passaggio del Mar Rosso, una delle scene più spettacolari dell'intero complesso. Attorno all'arcosolio pavoni, la cacciata dal paradiso terrestre, episodi di Mosè, di Giobbe e di Giona.

Cubicolo D: la sala dei banchetti funebri

È un ambiente rettangolare che non ospita tombe ma persone vive. Serviva ai refrigeria, i pasti rituali che i familiari consumavano accanto ai propri morti negli anniversari e nel giorno della deposizione. Ha coppie di colonne addossate agli angoli vicini all'ingresso e una scaletta di quattro gradini che esce dalla parete di fondo. Da qui, scendendo due gradini, si entra nei cubicoli E ed F. Chi immagina le catacombe come luoghi di sola sepoltura fatica a collocare una sala da pranzo a quindici metri sottoterra: eppure il banchetto accanto alla tomba era pratica normale, condivisa da pagani e cristiani, e la Chiesa impiegherà decenni a limitarla.

Cubicolo E: Tellus e i temi pagani dell'Ipogeo di Via Dino Compagni

Primo ambiente interamente pagano, con un solo arcosolio. Nel timpano la figura femminile semisdraiata di cui si è detto, identificata come Tellus, la Terra: il grano, i papaveri, il serpente al braccio. Ferrua in un primo momento vi aveva letto la morte di Cleopatra, tratto in inganno proprio dal serpente, e la correzione dell'identificazione è uno degli episodi più onesti della storiografia su questo monumento. Attorno, Vittorie alate, animali, fiori, danzatrici, e sopra l'arcosolio due pavoni che beccano da una coppa a stelo. La gorgone e gli elementi zoomorfi completano un repertorio che qualunque romano del IV secolo avrebbe riconosciuto come proprio.

Cubicolo F: Sansone e la Samaritana

Pianta insolita, a pera schiacciata, con l'ingresso stretto. Tre arcosoli fiancheggiati da colonne dipinte a finto pavonazzetto. Nell'arcosolio di fondo Sansone che sbaraglia i Filistei con la mascella d'asino, soggetto che nella pittura delle catacombe romane non ha confronti. A sinistra Cristo e la Samaritana al pozzo di Giacobbe: Cristo giovane e imberbe, con i sandali, la donna con stivaletti allacciati che sono un piccolo documento di moda tardoantica. A destra l'asina di Balaam, con il profeta bloccato dall'angelo che impugna la spada sguainata.

Vestibolo G e ambiente H: il pozzo e il fossore

Il vestibolo G è un piccolo ambiente quadrato da cui partono due passaggi. Quello di sinistra, il corridoio 6, corre dritto fino a un fondo cieco occupato da loculi che si ritengono destinati a schiavi e liberti della famiglia. Quello di destra, il corridoio 5, scende con lunghi gradini scavati nel tufo fino a un pozzo che contiene ancora acqua: serviva ai refrigeria e alle malte del cantiere. Sopra l'ingresso dell'ambiente H è dipinto un fossore, cioè uno degli scavatori che hanno tirato fuori a picconate tutto questo. L'ambiente H è un allargamento del passaggio, con le pareti intonacate e dipinte a finto bugnato, funzione non chiarita, forse anch'esso legato ai banchetti.

Cubicolo I: l'esagono e la lezione di anatomia

È l'ambiente architettonicamente più ambizioso del complesso: esagonale, leggermente allungato sull'asse maggiore, con coppie di colonne addossate agli angoli e ai lati dell'ingresso e dell'uscita, che reggono una volta a vela divisa in sei spicchi. Due arcosoli profondissimi sui lati diagonali di fondo contengono tre tombe ciascuno, e nelle tombe superiori sono stati inseriti sarcofagi di marmo a decorazione strigilata. Due passaggi laterali portano a due ambienti minori, gravemente compromessi dal cemento della costruzione moderna.

Nel timpano di sinistra Cristo in maestà fra i santi Pietro e Paolo, con figure di Mosè e Giobbe ai lati. Nel timpano di destra la scena che ha fatto scorrere più inchiostro di tutte, di cui si parla più avanti. Al centro della volta un tondo con un uomo che regge un rotolo; negli spicchi, ritratti con rotoli e codici separati da capse per volumi. Il tono generale dell'ambiente è filosofico e culturale prima che devozionale: è la stanza di qualcuno che voleva farsi ricordare come uomo di studio.

Cubicoli L e M: fra Abramo e i soldati alla tunica

Il piccolo ambiente quadrato L funziona da anticamera ai tre cubicoli finali. Su una parete il sacrificio di Abramo, su quella opposta Sansone che uccide il leone. Il cubicolo M ha ingresso ampio fiancheggiato da colonne binate e due arcosoli che occupano per intero le pareti laterali. Nell'arcosolio di destra il peccato originale fra scene di Giona; in quello di sinistra due soldati che si giocano ai dadi la tunica di Gesù, altro soggetto rarissimo, e ancora Giona. In volta un tondo con il Buon Pastore circondato da uccelli.

Cubicolo N: il cubicolo di Ercole

Secondo ambiente interamente pagano, e il più celebre. Quattro colonne d'angolo scavate nel tufo, con capitelli e basi ionici di marmo veri, inseriti nella roccia, e timpani triangolari a coronamento. Sulle pareti il ciclo di Ercole, di cui si parla nel capitolo che segue. In volta ghirlande di spighe fra amorini che mietono il grano.

Cubicolo O: la donna con il nimbo

Ultimo ambiente, con un solo arcosolio e una nicchia absidata per statuetta occupata da un pavone frontale con la coda alzata. La decorazione è più curata della media. Ai peducci della volta dell'arcosolio la moltiplicazione dei pani e dei pesci e i tre giovani nella fornace. Sulla fronte Noè nell'arca e una figura orante. Sulla parete di sinistra la resurrezione di Lazzaro ed episodi della vita di Mosè; su quella di destra la fuga in Egitto e il passaggio del Mar Rosso. Al centro della volta dell'arcosolio il tondo con il ritratto di una giovane donna, l'unica raffigurazione di un defunto in tutto il complesso, con il capo circondato da un nimbo. All'ingresso due transenne di marmo traforato: nelle catacombe comunitarie un apparato simile avrebbe fatto pensare alla tomba di un martire, e per decenni si è cercato di leggere qui una santa. La ricerca attuale è più prudente, perché il nimbo nel IV secolo non era ancora un attributo esclusivo dei santi.

Ipogeo di Via Dino Compagni pitture
Ipogeo di Via Dino Compagni | Catacomba via Latina 258 - Roma

Una cosa che non ti dice nessuno su Ipogeo di Via Dino Compagni

Tutti raccontano gli affreschi. Nessuno racconta l'idraulica. In fondo al corridoio 5, dopo una lunga scala scavata nel tufo, c'è un pozzo che contiene ancora acqua. Non è un dettaglio pittoresco: è la prova che questo sotterraneo era un luogo dove si viveva, non solo dove si seppelliva. L'acqua serviva a impastare le malte durante lo scavo, a lavare le mani prima e dopo i riti, e soprattutto serviva ai refrigeria, i banchetti funebri che i familiari consumavano nell'ambiente D, seduti a quindici metri sottoterra accanto ai loro morti, nell'anniversario della deposizione. Portare vino, pane e acqua fin là sotto per una dozzina di persone significava organizzazione, servitù e denaro.

Il secondo dettaglio poco citato è sociale. Il corridoio 6 termina in un fondo cieco pieno di loculi anonimi, senza pitture, senza marmi, senza nicchie: la lettura corrente li assegna a schiavi e liberti della stessa proprietà. Gli stessi metri cubi di tufo, la stessa aria, la stessa acqua di pozzo, ma un mondo di distanza dalla stanza esagonale con i sarcofagi strigilati. Il terzo dettaglio è quel fossore dipinto sopra l'ingresso dell'ambiente H: un lavoratore rappresentato con i suoi attrezzi dentro l'opera che ha scavato lui stesso. Nelle catacombe romane capita, ed è una delle poche occasioni in cui l'arte antica ci mostra chi ha materialmente fatto il lavoro. In un monumento tutto costruito per celebrare committenti ricchi, l'Ipogeo di Via Dino Compagni conserva anche la faccia di chi ha impugnato il piccone.

Il ciclo di Ercole nell'Ipogeo di Via Dino Compagni

Il cubicolo N è il motivo per cui questo ipogeo compare in tutti i manuali. Sulle pareti dei due arcosoli corre un ciclo dedicato a Ercole che non ha paralleli in nessun altro cimitero sotterraneo romano. Da un lato Ercole con Admeto morente e il corpo di Caco ucciso, ed Ercole insieme ad Atena. Dall'altro l'episodio centrale: Ercole che riconsegna Alcesti ad Admeto, riportandola dall'Ade, con Cerbero acquattato sullo sfondo. Accanto, Ercole contro l'Idra e il giardino delle Esperidi con le mele d'oro.

La scelta non è casuale e non è decorativa. Alcesti è la moglie che accetta di morire al posto del marito e che un eroe strappa alla morte: nel repertorio funerario tardoantico è una delle immagini di salvezza più potenti che il paganesimo abbia prodotto, esattamente come la resurrezione di Lazzaro lo è per i cristiani. Le due promesse corrono in parallelo, a pochi metri di distanza, dentro lo stesso ipogeo di famiglia. Chi ha commissionato il cubicolo N sapeva benissimo cosa stava chiedendo al pittore.

C'è poi un particolare che vale il viaggio per chi si occupa di iconografia: in alcune di queste scene Ercole compare con il nimbo attorno al capo. La stessa aureola che noi associamo automaticamente ai santi cristiani, nel IV secolo, gira liberamente addosso a un eroe pagano. È il modo più rapido per capire che nella cultura visiva di quel secolo i codici erano ancora condivisi e in movimento, e che leggere il nimbo come marchio di santità è un errore di prospettiva che abbiamo ereditato dai secoli successivi.

La lezione di anatomia: la scena più discussa

Nel timpano destro del cubicolo esagonale I un gruppo di uomini in tunica e pallio circonda una figura distesa. Al centro un personaggio dall'aria di maestro, seduto o chinato, indica il corpo. L'interpretazione oggi prevalente è che si tratti di una lezione di anatomia sopra un cadavere, il che ne farebbe una delle rarissime rappresentazioni antiche di insegnamento medico, e suggerirebbe che il titolare della stanza fosse un medico o un docente.

Le letture alternative non mancano. C'è chi vi ha visto una lezione di filosofia, con il maestro che commenta un tema davanti ai discepoli, coerente con il tondo del rotolo al centro della volta e con i codici dipinti negli spicchi. Va detto con chiarezza che nessuna iscrizione ci aiuta: l'ipogeo non ha restituito epigrafi che nominino i proprietari, e ogni identificazione resta un'ipotesi fondata sull'immagine. La prudenza qui è obbligatoria. Quello che è certo, e che nessuno discute, è il tono complessivo dell'ambiente: un uomo che voleva essere ricordato per quello che sapeva, e che ha speso una fortuna perché la sua stanza funeraria lo dicesse a chiunque fosse sceso a mangiare accanto alla sua tomba.

Il consiglio che ti do per visitare Ipogeo di Via Dino Compagni

Il consiglio parte da una constatazione: nella stragrande maggioranza dei casi non ci entrerete. Quindi il piano si costruisce in tre mosse, in ordine di realismo.

Primo: guardate il tour virtuale che la Pontificia Commissione di Archeologia Sacra mette sulla pagina ufficiale dell'ipogeo. Fatelo su uno schermo grande, non sul telefono, e con la pianta dei cubicoli accanto. Trenta minuti spesi bene valgono più di una discesa fatta senza sapere cosa si guarda, e nella scena del Mar Rosso o nel timpano di Tellus il dettaglio che conta è minuto.

Secondo: se volete provare la discesa fisica, l'unica strada è seguire le associazioni culturali romane che ottengono di anno in anno l'autorizzazione della Commissione per aperture straordinarie a numero chiuso. Sono poche date, i gruppi contano una manciata di persone, le liste si chiudono in tempi brevissimi e le liste d'attesa sono lunghe. Iscrivetevi alle newsletter, mettete in agenda i mesi di bassa stagione e non contate su un colpo di fortuna last minute: non funziona così.

Terzo, e questo è il consiglio che do davvero ai gruppi che accompagno: costruite la giornata attorno a un sotterraneo che si visita e usate l'Ipogeo di Via Dino Compagni come racconto. Le catacombe di Santa Tecla aprono solo su richiesta e hanno affreschi di altissima qualità; San Sebastiano e San Callisto sono a un quarto d'ora di macchina e si visitano tutti i giorni tranne il giorno di chiusura settimanale; Commodilla e il complesso di Generosa completano il quadro per chi vuole capire la geografia funeraria della città. Se invece cercate l'effetto scenico puro, il Museo dei Frati Cappuccini con la cripta ossario in via Veneto è tutto un altro genere, ma funziona. Ultima raccomandazione pratica per qualunque catacomba: scarpe chiuse con suola che tiene sul bagnato, una felpa anche ad agosto perché sotto ci sono quindici o sedici gradi costanti, e niente zaini grossi.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Il fatto risaputo è che le catacombe romane non furono mai nascondigli dei cristiani perseguitati. Lo si legge ovunque, eppure la leggenda regge benissimo e ogni anno la sento ripetere davanti ai cancelli dell'Appia. I cimiteri sotterranei erano proprietà funerarie regolari, dichiarate, tutelate dal diritto romano sui sepolcri, spesso raggiungibili da chiunque; erano l'ultimo posto al mondo dove nascondersi, visto che l'autorità sapeva perfettamente dove fossero e chi ne fosse titolare.

Quello che si cita molto meno è il corollario che riguarda proprio questo monumento. L'Ipogeo di Via Dino Compagni non è nemmeno un cimitero di comunità: è un ipogeo privato, comprato e scavato da un gruppo familiare per i suoi morti, e questo spiega la pianta ordinata, la profondità costante, la ricchezza degli stucchi e il numero limitato di sepolture, circa quattrocento in tutto. Spiega anche la convivenza dei culti, che in un cimitero gestito dalla Chiesa di Roma sarebbe stata impensabile.

C'è un secondo corollario, tutto novecentesco e molto meno nobile: i pali di fondazione del palazzo moderno hanno attraversato e distrutto due ambienti minori aperti sui fianchi del cubicolo esagonale, e la rimozione degli strati archeologici in superficie ha cancellato per sempre ogni traccia dell'ingresso antico. Non sapremo mai come si entrava in questo ipogeo nel IV secolo, né se avesse una struttura fuori terra. Il danno non lo ha fatto il tempo: lo ha fatto una scelta di cantiere.

La foto giusta da fare a Ipogeo di Via Dino Compagni

La foto giusta, per la quasi totalità dei visitatori, è quella in superficie, ed è molto più interessante di quanto sembri. Mettetevi in via Latina all'altezza del civico 258, in un pomeriggio di sole basso, e inquadrate il tombino sul marciapiede con il palazzo alle spalle e le auto in sosta ai lati. Non c'è targa, non c'è insegna, non c'è nulla che dichiari cosa ci sia sotto. Quell'immagine banale di periferia residenziale romana, con un chiusino di ghisa al centro, è il ritratto più onesto del rapporto fra questa città e il suo sottosuolo: quindici metri più giù c'è una pinacoteca del IV secolo, e in superficie qualcuno parcheggia.

Consiglio tecnico: inquadratura frontale a un metro e mezzo da terra, obiettivo intorno ai 35 millimetri, il chiusino nel terzo inferiore e il palazzo che occupa il resto. Se avete il grandangolo, abbassatevi e mettete il tombino in primissimo piano con la prospettiva della strada che fugge: funziona meglio di qualunque scatto verticale.

Per chi invece ottiene l'autorizzazione a scendere, l'inquadratura che vale la discesa è la volta a sei spicchi del cubicolo esagonale, ripresa dal basso al centro dell'ambiente, con i due arcosoli profondi che entrano ai lati. Ma la regola prima è che le pitture vengono prima della fotografia: negli ambienti dipinti si scatta soltanto nei termini che l'autorizzazione consente, senza flash e senza treppiedi che ingombrano un passaggio largo poco più di un metro. Un fotografo che blocca il gruppo davanti a un intonaco del IV secolo per sistemare la luce è un problema, non un artista.

Ipogeo di Via Dino Compagni cubicolo
Ipogeo di Via Dino Compagni | Catacomba via Latina 258 - Roma

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

Il primo avvenimento è la fondazione stessa. Agli inizi del IV secolo, in un momento in cui il cristianesimo esce dalla clandestinità giuridica e le grandi famiglie romane si dividono fra la vecchia religione e la nuova, un gruppo familiare compra un fondo lungo la via Latina e ci fa scavare un ipogeo di lusso. È un investimento, ed è una dichiarazione di rango.

Il secondo è il cantiere pittorico degli anni intorno al 320-350: oltre cento scene dipinte, stucchi, colonne, capitelli di marmo inseriti nel tufo, sarcofagi strigilati calati a quindici metri di profondità attraverso pozzi e scale. Un lavoro che ha impegnato una bottega per mesi e che ha prodotto quella che gli studiosi hanno battezzato la pinacoteca del IV secolo: colori caldi, rossi, bruni, violacei, con pennellate gialle e ocra e tocchi di azzurro e di verde che rimbalzano da una parete all'altra.

Il terzo è l'abbandono, attorno al 350-360, dopo appena una cinquantina d'anni di uso. Poi i secoli dello spoglio: sepolture intrusive nei cubicoli più belli, tombe svuotate, marmi asportati. Va detto che l'ipotesi tradizionale secondo cui le stanze pagane sarebbero legate alla restaurazione del paganesimo promossa da Giuliano, imperatore fra il 361 e il 363, non regge alla cronologia delle pitture: se il ciclo di Ercole e la Tellus sono degli anni intorno al 320-350, sono precedenti a quel breve ritorno ufficiale, e testimoniano una convivenza ordinaria, non una reazione politica.

Il quarto avvenimento è il più recente e il più amaro: la scoperta di metà anni Cinquanta, tenuta nascosta a lavori in corso, con i danni delle gettate di cemento e le incursioni degli scavatori di frodo, e poi la denuncia dell'ingegnere Mario Santa Maria alla Pontificia Commissione di Archeologia Sacra. Il quinto è la campagna di sterro condotta da Antonio Ferrua dal 2 novembre 1955 al 15 giugno 1956, con la prima discesa fatta calandosi con una fune dal foro aperto nella volta. Il sesto è la pubblicazione del 1960, che ha immesso questo ipogeo nel circuito internazionale degli studi e ha costretto la storia dell'arte paleocristiana a rivedere le sue certezze sulla separazione fra iconografia pagana e iconografia cristiana.

Chi è passato da Ipogeo di Via Dino Compagni

Cominciamo da chi ci è passato per primo e non sappiamo come si chiamasse. I titolari sono ignoti: nessuna epigrafe restituisce un nome, un gentilizio, una carica. Sappiamo che erano ricchi, che erano imparentati fra loro, che avevano schiavi e liberti sepolti nel corridoio 6, che qualcuno di loro era cristiano e qualcun altro no, e che almeno uno teneva moltissimo a farsi ricordare come uomo di cultura. Della sola persona di cui abbiamo il volto, la giovane donna del tondo nel cubicolo O, non conosciamo il nome.

Poi ci sono passati i fossori, gli scavatori di professione che hanno cavato il tufo a colpi di piccone e portato fuori la terra a spalle: uno di loro è dipinto sopra l'ingresso dell'ambiente H, con i suoi attrezzi, e in questo cimitero senza nomi è il ritratto più concreto che abbiamo.

Nel Novecento il nome grande è quello di Antonio Ferrua (1901-2003), gesuita, epigrafista, segretario della Pontificia Commissione di Archeologia Sacra, già impegnato dal 1940 nella campagna sotto la basilica vaticana avviata da Pio XII e curatore della raccolta delle iscrizioni cristiane di Roma anteriori al VII secolo. È lui che si è calato con la fune, ha diretto lo sterro fra il 1955 e il 1956 e ha pubblicato nel 1960 il volume che ha reso famoso il monumento. Accanto a lui l'ingegner Mario Santa Maria, che ha fatto la denuncia. E dopo di loro generazioni di specialisti di arte tardoantica, che hanno discusso la lezione di anatomia, la Tellus scambiata per Cleopatra, il nimbo di Ercole e le transenne del cubicolo O.

Il grande pubblico italiano, infine, ci è entrato attraverso la televisione: la catacomba è stata raccontata nel programma di divulgazione storica Ulisse, il piacere della scoperta, condotto da Alberto Angela su Rai 3. È probabilmente il motivo per cui oggi molti romani sanno che sotto via Latina c'è qualcosa di eccezionale, pur non avendo la minima possibilità di vederlo dal vero.

Ipogeo di Via Dino Compagni catacomba della via Latina
Ipogeo di Via Dino Compagni | Catacomba via Latina 258 - Roma

Cosa vedere intorno all'Ipogeo di Via Dino Compagni

Il quartiere non è turistico e questo, per chi ha già visto il centro, è un vantaggio. In dieci minuti a piedi si entra nella valle della Caffarella, che è campagna romana vera dentro il Grande Raccordo, con greggi, ninfei e casali. Un altro quarto d'ora e si è sull'Appia Antica, dove il basolato originale, le tombe di famiglia e i colombari raccontano la stessa storia funeraria dell'ipogeo, ma all'aperto e alla luce del sole.

Un itinerario di mezza giornata attorno all'Ipogeo di Via Dino Compagni

Il percorso che propongo ai gruppi è questo: partenza da via Latina, discesa nella Caffarella, sosta a Sant'Urbano, uscita sull'Appia all'altezza della catacomba di San Callisto, e poi, con calma, San Sebastiano fuori le mura e la sua basilica. Chi ha ancora energie prosegue fino alla Villa dei Quintili oppure devia sul Parco degli Acquedotti, che con la luce del tardo pomeriggio è uno dei posti migliori di Roma. Rientrando verso il centro, Porta San Sebastiano chiude il cerchio con il camminamento sulle Mura Aureliane, e il Mausoleo delle Fosse Ardeatine aggiunge la memoria del Novecento a un itinerario che altrimenti si ferma all'antichità.

Le catacombe di Roma che si visitano davvero

Roma ha decine di complessi sotterranei censiti e solo una piccola parte è aperta con regolarità. Il portale ufficiale dell'archeologia sacra distingue tre categorie: le catacombe aperte al pubblico, quelle visitabili su richiesta e quelle chiuse, categoria in cui rientra l'ipogeo di via Latina. Fra le prime ci sono San Callisto in via Appia Antica 110, San Sebastiano in via Appia Antica 136, Domitilla in via delle Sette Chiese 282, Priscilla in via Salaria 430, Sant'Agnese in via Nomentana 349, i Santi Marcellino e Pietro in via Casilina 641 e San Pancrazio in piazza San Pancrazio. Le più estese sono le catacombe di San Callisto, con una ventina di chilometri di gallerie distribuiti su una trentina di ettari.

Fra quelle su richiesta compaiono le catacombe di Santa Tecla, e nella stessa condizione di accesso limitato si trovano parecchi ipogei minori, compresi quelli che spuntano sotto i locali di quartiere: al Pigneto, per dire, un ambiente sepolcrale antico si apre sotto un bar storico, e ogni anno i cantieri edilizi romani ne restituiscono di nuovi. Per chi vuole una panoramica ordinata, Priscilla, Commodilla e il museo delle catacombe di Generosa coprono epoche e contesti diversi. Sul versante della stratificazione urbana, invece, la Crypta Balbi e la basilica di San Clemente mostrano come Roma si sia costruita addosso a se stessa, livello dopo livello.

Ipogeo di Via Dino Compagni affresco
Ipogeo di Via Dino Compagni | Catacomba via Latina 258 - Roma

Domande veloci su Ipogeo di Via Dino Compagni

Si può visitare l'Ipogeo di Via Dino Compagni?

Il portale ufficiale della Pontificia Commissione di Archeologia Sacra lo indica come chiuso al pubblico. Non esistono visite ordinarie: si scende soltanto in occasione di aperture straordinarie autorizzate, a gruppi ridottissimi.

Quanto costa il biglietto per l'Ipogeo di Via Dino Compagni?

Non esiste un biglietto, perché non esiste una biglietteria: il sito non ha ingresso ordinario. Per le aperture eccezionali le condizioni vengono definite di volta in volta da chi ottiene l'autorizzazione.

Dove si trova esattamente l'Ipogeo di Via Dino Compagni?

In via Latina 258, quartiere Appio-Latino, Roma. Il nome deriva da via Dino Compagni, la strada sovrastante lungo cui fu scavato il palazzo che ne provocò la scoperta.

Come si entra nell'Ipogeo di Via Dino Compagni?

Da un tombino aperto nel marciapiede di via Latina, con una scala. L'ingresso antico è stato distrutto dalla costruzione moderna.

Qual è il numero di telefono per informazioni?

La Pontificia Commissione di Archeologia Sacra risponde ai numeri +39 06 4465610 e +39 06 4467601; l'indirizzo di posta indicato sul portale ufficiale è protocollo@arcsacra.va.

Perché si chiama anche catacomba della via Latina?

Perché il complesso funerario si trova lungo il tracciato dell'antica via Latina, una delle strade consolari più antiche che uscivano da Roma verso sud-est.

Di che epoca sono le pitture dell'Ipogeo di Via Dino Compagni?

La datazione proposta dallo scavatore e tuttora accettata dagli studiosi colloca il ciclo pittorico intorno al 320-350. Il cimitero fu utilizzato per circa cinquant'anni, fino al 350-360.

Quante scene dipinte ci sono?

Oltre un centinaio, distribuite su pareti, volte, arcosoli e elementi architettonici. Per questo il complesso viene chiamato la pinacoteca del IV secolo.

Perché ci sono soggetti pagani in una catacomba?

Perché non era un cimitero comunitario ma un ipogeo privato di uno o più nuclei familiari imparentati, i cui membri non avevano tutti la stessa fede. I cubicoli pagani e quelli cristiani convivono nello stesso complesso.

Che cos'è il ciclo di Ercole dell'Ipogeo di Via Dino Compagni?

È la decorazione del cubicolo N: Ercole contro l'Idra, il giardino delle Esperidi, Ercole con Atena, e soprattutto Ercole che riporta Alcesti ad Admeto dall'oltretomba, con Cerbero sullo sfondo. In alcune scene l'eroe compare con il nimbo.

Che cos'è la lezione di anatomia?

Una scena del cubicolo esagonale in cui un gruppo di uomini in tunica e pallio circonda una figura distesa, con un personaggio centrale che la indica. La lettura oggi prevalente è quella di una lezione medica; è stata proposta anche l'interpretazione filosofica. Nessuna iscrizione permette di decidere.

Quanto è profondo l'Ipogeo di Via Dino Compagni?

Fra 12,92 e 16,20 metri sotto il livello stradale attuale.

Quante sepolture contiene?

Circa quattrocento inumazioni, distribuite fra loculi, arcosoli e sarcofagi, in quattordici cubicoli.

Chi ha scoperto l'Ipogeo di Via Dino Compagni?

Il ritrovamento avvenne per caso durante gli scavi di fondazione di un palazzo, a metà anni Cinquanta. La denuncia alla Pontificia Commissione di Archeologia Sacra fu dell'ingegnere Mario Santa Maria; lo scavo scientifico fu diretto da padre Antonio Ferrua.

Perché la scoperta provocò tanti danni?

Perché fu tenuta nascosta fino alla fine dei lavori edilizi: nel frattempo le gettate di cemento armato attraversarono alcuni ambienti e gli scavatori di frodo svuotarono le tombe.

Le catacombe erano rifugi dai persecutori?

No. Erano cimiteri regolari, tutelati dal diritto romano sui sepolcri e perfettamente noti alle autorità. La leggenda del rifugio nasce nell'età moderna.

C'è un tour virtuale dell'Ipogeo di Via Dino Compagni?

Sì, la pagina ufficiale dell'ipogeo sul portale dell'archeologia sacra propone una visita virtuale delle gallerie dipinte. È il modo più realistico per vederle.

Si possono fare fotografie all'interno?

Negli ambienti dipinti la fotografia dipende dai termini dell'autorizzazione concessa per l'apertura straordinaria. Flash e treppiedi sono comunque incompatibili con la conservazione degli intonaci e con la larghezza dei passaggi.

È accessibile in sedia a rotelle?

No. L'accesso avviene da un chiusino stradale attraverso una scala ripida, in ambienti stretti e a quota profonda: non esistono condizioni di accessibilità.

È adatto ai bambini?

Nelle rare aperture straordinarie i posti sono pochi e il percorso è impegnativo, con scale e spazi angusti. Per una prima esperienza sotterranea con i bambini funzionano molto meglio le catacombe con percorso attrezzato dell'Appia Antica.

Che differenza c'è fra questo ipogeo e le catacombe di San Callisto?

San Callisto è un cimitero comunitario immenso, una ventina di chilometri di gallerie su una trentina di ettari, gestito e visitabile tutti i giorni con guida. L'Ipogeo di Via Dino Compagni è un sepolcreto privato di poche centinaia di tombe, chiuso, e vale per la qualità della pittura, non per l'estensione.

Quanto dura la visita quando viene concessa?

Le aperture straordinarie durano in genere il tempo di un percorso guidato completo dei cubicoli dipinti, con gruppi molto piccoli. Le condizioni precise vanno chieste a chi organizza l'apertura autorizzata.

Che temperatura c'è sotto?

Come in tutti i cimiteri sotterranei romani, la temperatura resta stabile attorno ai quindici o sedici gradi tutto l'anno, con umidità molto alta. Serve una felpa anche in piena estate.

Vale la pena andare fin lì se non si può entrare?

Se siete a Roma per tre giorni, no. Se il quartiere lo attraversate comunque per andare alla Caffarella o all'Appia Antica, sì: cinque minuti davanti a quel tombino, sapendo cosa c'è sotto, cambiano il modo in cui guarderete tutta la città.

La mia idea sull'Ipogeo di Via Dino Compagni

Ho accompagnato per anni gruppi nelle catacombe romane e conosco la delusione di chi scopre che il posto più interessante è proprio quello dove non si entra. Su questo però non ho dubbi: meglio una pinacoteca del IV secolo chiusa e intatta che aperta e consumata. Il conto lo abbiamo già pagato una volta, quando un cantiere ha deciso di tacere per non fermare i lavori e ha lasciato che il cemento e i ladri facessero in pochi mesi il danno che sedici secoli di buio avevano evitato. Se un giorno la Commissione troverà il modo tecnico di far scendere il pubblico senza rovinare gli intonaci, sarò il primo a mettermi in fila. Fino ad allora, il rispetto per Ercole che riporta Alcesti dall'Ade si dimostra restando in superficie.

Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.

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RiassuntoIpogeo di Via Dino Compagni - Via Latina, 258, 00179 Roma RM
TagsCatacombacatacomba della via Latinacatacomba di RomaCatacombeIpogeo di Via Dino Compagni

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IndirizzoVia Latina, 258, 00179 Roma RM Appio Latino, Roma, Roma Città
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