Mausoleo delle Fosse Ardeatine
Via Ardeatina 174, 00179 Roma: il Mausoleo delle Fosse Ardeatine si visita tutti i giorni e l'ingresso è gratuito, senza biglietto e senza prenotazione per il singolo visitatore. Dal lunedì al venerdì il mausoleo apre alle 8.15 e chiude alle 15.30, mentre il museo interno chiude un quarto d'ora prima, alle 15.15; il sabato e la domenica il mausoleo osserva 8.15-16.30 e il museo 8.15-16.15. Le giornate di chiusura sono il primo gennaio, la domenica di Pasqua, il primo maggio, il 15 agosto, il 25 e il 26 dicembre. Le visite guidate si prenotano all'ANFIM, l'Associazione nazionale famiglie italiane martiri, con almeno una settimana di anticipo e con un minimo di cinque partecipanti: telefono 06 6795629, posta elettronica info@anfim.org. Il complesso è servito dalle linee ATAC 118 e 218: da Termini si scende con la metropolitana A a San Giovanni e si prende il 218, oppure con la metropolitana B a Circo Massimo e si prende il 118. Chi arriva in automobile trova il parcheggio all'ingresso, sulla via Ardeatina. Biciclette, motocicli e monopattini non entrano. Il percorso di visita è accessibile alle persone con disabilità motorie. Gli orari indicati sono quelli pubblicati dal sito ufficiale del Mausoleo: nelle settimane delle commemorazioni possono cambiare, e una telefonata prima di partire evita un viaggio a vuoto.
Confronta le esperienze a Roma
Ogni scheda apre una pagina di confronto qui su estateromana.com: le differenze tra le opzioni, le fasce di prezzo indicative e il link per prenotare sul sito del venditore. Puoi salvare quello che ti interessa in "Il mio viaggio".
✦ Vai all'aperturaMusei Vaticani e Cappella Sistina
Il primo slot della giornata o il tardo pomeriggio. A metà mattina è un nastro trasportatore, e non lo diciamo solo noi.
✦ Il classicoTour a piedi
Roma si capisce camminando. La differenza la fa la guida, non l'itinerario: sono quasi tutti uguali sulla carta.
✦ Prenotazione obbligatoriaGalleria Borghese
Bernini e Caravaggio in due ore contate. Senza prenotazione non si entra, punto.
✦ Va a rubaColosseo, Foro e Palatino
L'ingresso a orario sparisce con giorni di anticipo in alta stagione. La versione con i sotterranei è quella che vale il s...
✦ Poco camminoTour in golf cart
Il centro storico in un paio d'ore senza distruggerti i piedi, e passi dove i pullman non entrano.
✦ Vieni affamatoFood tour
Non è un pranzo: sono sei-otto tappe piccole. Il valore è nei posti in cui non saresti mai entrato da solo.
✦ Dopo le 21Bar hopping e vita notturna
Tre o quattro locali con qualcuno che sa quali sono aperti quella sera. Funziona meglio da soli che in coppia.
✦ Foto garantiteVespa e Ape Calessino
In Ape ti portano loro, in Vespa guidi tu (serve la patente). Due esperienze molto diverse sotto lo stesso nome.
✦ Il più scenograficoTour in sidecar
Il sidecar vintage con conducente: costa più della Vespa, ma è il giro che finisce in tutte le foto.
✦ Si mangia alla fineCorsi di cucina
Pasta a mano e poi ci si siede a tavola. La domanda giusta è quante persone ci sono per postazione.
✦ Anche in cittàDegustazioni di vino
In enoteca in centro o tra le vigne dei Castelli. Due cose diverse: una dura un'ora, l'altra una giornata.
✦ Fuori portaCastelli Romani
Frascati, Castel Gandolfo, il lago di Albano. Un'ora da Roma e sembra un'altra regione.
✦ Patrimonio UNESCOTivoli: Villa d'Este e Villa Adriana
Due ville, due epoche, un solo biglietto mentale: le fontane di Villa d'Este e le rovine imperiali di Adriano.
✦ SottoterraCatacombe e Appia Antica
Chilometri di gallerie sotto la via Appia. Fresche d'estate, e sorprendentemente poco affollate.
✦ Accesso limitatoColosseo: sotterranei e arena
Il piano dove aspettavano gladiatori e belve, e il pavimento dell'arena. Posti contati ogni giorno.
✦ Giornata lungaPompei e Costiera Amalfitana
Da Roma si fa in giornata, ma è una giornata vera: sveglia presto e rientro a sera.
✦ Alta velocitàFirenze in giornata
Un'ora e mezza di treno e sei sotto il Duomo. Si fa, se accetti di vedere tre cose e non dieci.
✦ Terrazza panoramicaCastel Sant'Angelo
Mausoleo, fortezza, prigione e rifugio dei papi. E la terrazza con la vista migliore su San Pietro.
✦ Dopo il tramontoRoma di notte
Le stesse piazze, senza la folla e con le luci giuste. La città cambia completamente.
✦ Libertà di scesaBus hop-on hop-off
Sali e scendi dove vuoi per 24 o 48 ore. Utile il primo giorno, per orientarsi.
✦ MareCapri e Costiera Amalfitana
Da Roma è lunga, ma in due giorni si fa con calma. In giornata solo se accetti di correre.
✦ Centro storicoTrevi, Pantheon e piazze
Il cuore barocco a piedi, più il biglietto del Pantheon che ora serve davvero.
✦ Con i bambiniScuola dei gladiatori
Due ore con la spada di legno in mano, sulla via Appia. Con i ragazzini funziona sempre.
✦ Poco sforzoSegway e monopattino
Copri il doppio del centro senza camminare. Dieci minuti di pratica e ci stai sopra.
✦ MercoledìUdienza papale
Ogni mercoledì, quando il Papa è a Roma. Il biglietto è gratuito ma va ritirato.
✦ Poco affollatoTerme di Caracalla
Muri alti trenta metri e quasi nessuno intorno. Uno dei posti più sottovalutati di Roma.
✦ A 30 minutiOstia Antica
La Pompei di Roma, raggiungibile col treno urbano. Strade, taverne e mosaici, senza folla.
✦ Alta velocitàNapoli e Pompei
Un'ora e dieci di treno. Il centro storico, il museo archeologico e la pizza vera.
✦ Prima dell'aperturaVaticano: ingresso anticipato
Dentro i Musei prima del pubblico. La Sistina quasi vuota è un'altra cosa.
✦ Senza faticaTour in e-bike
Le sette colline con l'assistenza al pedale. L'Appia Antica e il Gianicolo diventano facili.
Il Mausoleo si trova in un tratto di città che appartiene per intero al capitolo della Roma sotterranea e funeraria: a poche centinaia di metri ci sono le Catacombe di San Callisto, poco oltre le Catacombe di San Sebastiano, e tutto intorno si allarga il Parco dell'Appia Antica. Chi organizza una giornata in questo quadrante può partire dall'indice delle attrazioni turistiche di Roma e costruirsi il percorso.

Che cosa è il Mausoleo delle Fosse Ardeatine
Il Mausoleo delle Fosse Ardeatine è il sepolcro collettivo delle 335 persone che le truppe di occupazione tedesche fucilarono il 24 marzo 1944 dentro alcune cave di pozzolana abbandonate lungo la via Ardeatina, come rappresaglia per l'attentato compiuto dai partigiani dei GAP in via Rasella il pomeriggio del giorno prima. Non è un museo, anche se contiene un museo. Non è un cimitero, anche se ci sono trecentotrentasei sarcofagi. È un monumento nazionale costruito sul punto esatto in cui il fatto è accaduto, e questa coincidenza fra il luogo del delitto e il luogo della memoria è la ragione per cui la visita ha un peso diverso da qualunque altra visita romana.
La distinzione conta perché condiziona il modo in cui ci si comporta all'ingresso. In un museo si entra per guardare oggetti; qui si entra in un cimitero di guerra che è anche un'opera d'arte del Novecento italiano, e le due cose vanno tenute insieme senza che la seconda faccia dimenticare la prima. Il complesso è affidato al Ministero della Difesa, che lo cura attraverso il Commissariato generale per le onoranze ai caduti, l'organismo che in Italia ha la responsabilità dei sacrari militari; l'accoglienza, le visite guidate e l'attività di divulgazione sono in larga parte opera dell'ANFIM, l'associazione dei familiari delle vittime, nata proprio da quelle famiglie e ancora oggi presidio vivo del posto.
La mia opinione, dopo averci accompagnato gruppi per vent'anni, è che il Mausoleo sia il monumento più riuscito della Roma repubblicana e il meno frequentato dai romani stessi. Nessuna delle grandi opere pubbliche costruite in città dopo la guerra regge il confronto per coerenza fra forma e contenuto. Eppure la maggior parte delle persone che incontro nei gruppi ci arriva sapendo il numero, 335, e nient'altro. Il numero, da solo, non insegna niente.
Il fatto che spiega il Mausoleo delle Fosse Ardeatine: via Rasella, 23 marzo 1944
Per capire perché esiste il Mausoleo delle Fosse Ardeatine bisogna partire da una strada lunga duecento metri che sale verso il Quirinale, in pieno centro, a un quarto d'ora a piedi da piazza Barberini. Roma era sotto occupazione tedesca dall'11 settembre 1943. Gli Alleati erano fermi ad Anzio da due mesi, la fame in città era reale, i rastrellamenti quotidiani, e la Resistenza romana operava con le formazioni dei Gruppi di Azione Patriottica, i GAP, che agivano in piccoli nuclei clandestini dentro il tessuto urbano.
La colonna del Bozen
Ogni pomeriggio l'undicesima compagnia del terzo battaglione del Polizeiregiment Bozen, un reparto della Ordnungspolizei formato in gran parte da altoatesini di leva, risaliva via Rasella in colonna per rientrare alla caserma del Viminale, dopo l'addestramento. Erano circa centocinquanta uomini, marciavano cantando, e passavano sempre alla stessa ora. La regolarità di quel transito è il motivo per cui i GAP scelsero quel punto: un'abitudine militare ripetuta ogni giorno alla stessa ora e sullo stesso percorso è, in guerra, un errore.
L'azione si svolse verso le 15.50 del 23 marzo 1944, ventiseiesimo anniversario della fondazione dei Fasci di combattimento. Un ordigno da circa dodici chili di tritolo era stato collocato dentro un carretto della nettezza urbana; ad accendere la miccia fu Rosario Bentivegna, travestito da spazzino, che poi si allontanò ricevendo da Carla Capponi il soprabito per coprire la divisa. Il gruppo comprendeva, fra gli altri, Carlo Salinari che coordinava l'azione, Franco Calamandrei, Mario Fiorentini, Pasquale Balsamo, Marisa Musu, Lucia Ottobrini, Raoul Falcioni, Silvio Serra, Giulio Cortini, Laura Garroni, Francesco Curreli, Duilio Grigioni, Fernando Vitagliano, Guglielmo Blasi. All'esplosione seguì il lancio di alcuni ordigni a mano dalla parte alta della via.
I morti tedeschi furono trentadue sul colpo o nelle ore immediatamente successive; un trentatreesimo, Vinzenz Haller, morì il giorno dopo, e questa morte tardiva ebbe un peso spaventoso sul conteggio della rappresaglia, come si vedrà.
I civili colpiti in via Rasella
Nell'esplosione e nella sparatoria che seguì morirono anche sei civili italiani. Due furono uccisi dallo scoppio: Antonio Chiaretti, quarantotto anni, partigiano di Bandiera Rossa che passava di lì, e Piero Zuccheretti, un ragazzino di dodici anni. Altri quattro caddero sotto il fuoco tedesco nei minuti convulsi che seguirono: Annetta Baglioni di sessantasei anni, Pasquale Di Marco di trentaquattro, Erminio Rossetto di venti, e il partigiano Enrico Pascucci. Gli undici feriti civili accertati comprendono Orfeo Ciambella, Efrem Giulianetti e Giorgina Stafford. Sono nomi che si citano di rado e che invece appartengono per intero a questa storia.
Nei minuti successivi i tedeschi rastrellarono le case di via Rasella e trascinarono fuori decine di persone, allineandole davanti a palazzo Barberini. Dieci di quegli uomini finirono nella lista della rappresaglia e furono fucilati il giorno dopo alle Ardeatine, senza avere avuto niente a che fare con l'attentato.
Il bando che non è mai esistito
Su via Rasella circola da ottant'anni una leggenda dura a morire: che i comandi tedeschi avessero pubblicato un bando invitando gli attentatori a presentarsi per evitare la rappresaglia, e che i partigiani si fossero sottratti lasciando morire altri al loro posto. Nessun documento storico, nessun atto giudiziario, nessuna carta d'archivio tedesca o italiana ha mai attestato l'esistenza di quel bando. La rappresaglia fu decisa e attuata nelle ventiquattro ore, in segreto, e la popolazione romana ne ebbe notizia soltanto il 25 marzo, quando l'agenzia Stefani diffuse un comunicato che parlava dell'ordine già eseguito. Il comunicato fu, di fatto, la prima e unica informazione pubblica: non ci fu preavviso, non ci fu ultimatum, non ci fu alcuna possibilità di scambio.
Vale la pena aggiungere il dato giuridico, perché anche quello è oggetto di manipolazioni ricorrenti. Le corti militari britanniche e italiane che processarono gli ufficiali tedeschi qualificarono l'attentato come atto illegittimo alla luce della quarta Convenzione dell'Aia del 1907, sul presupposto che i gappisti non presentassero i requisiti formali del combattente regolare. La magistratura italiana, nelle sedi civili e penali, ha invece sempre riconosciuto l'azione di via Rasella come legittimo atto di guerra riferibile allo Stato italiano, e la Corte di cassazione lo ha confermato nel 1957 nel giudizio civile promosso dai familiari delle vittime civili. Sono due piani distinti e vanno tenuti distinti: chi li mescola, di solito, lo fa apposta.
L'ordine di rappresaglia e la notte fra il 23 e il 24 marzo
La catena di comando
Hitler fu informato nel primo pomeriggio del 23 marzo e reagì chiedendo una rappresaglia immediata che, secondo la testimonianza raccolta nel dopoguerra, avrebbe dovuto far tremare il mondo: si parlò di uccidere da trenta a cinquanta italiani per ogni soldato tedesco morto. Applicata alla lettera, quella proporzione avrebbe significato fra i mille e i millecinquecento morti. Il feldmaresciallo Albert Kesselring, comandante del fronte italiano, dopo essersi consultato con il comando supremo giudicò impraticabile quella misura e fissò il rapporto di dieci a uno, riprendendo una proposta del generale Eberhard von Mackensen, comandante della quattordicesima Armata. Mackensen stabilì anche il criterio di selezione: dovevano essere impiegati i cosiddetti Todeskandidaten, i condannati a morte e gli uomini già passibili di pena capitale.
Il generale Kurt Mälzer, comandante della piazza di Roma, si era precipitato in via Rasella subito dopo lo scoppio e aveva dato in escandescenze davanti ai testimoni. Fu Mälzer a incaricare il tenente colonnello delle SS Herbert Kappler, capo della polizia di sicurezza a Roma, di compilare la lista dei nomi. L'esecuzione materiale venne prima offerta al maggiore Dobbrick, comandante del battaglione colpito, che rifiutò; toccò allora agli uomini di Kappler.
Come fu compilata la lista
Il punto più agghiacciante di tutta la vicenda è la contabilità. Kappler cominciò a lavorare alla lista nella notte fra il 23 e il 24 marzo, e si trovò davanti un problema aritmetico: trecentotrenta uomini da fucilare, e nelle carceri di via Tasso e di Regina Coeli circa duecentonovanta prigionieri a sua disposizione, dei quali soltanto tre già condannati a morte e sedici imputati di reati che prevedevano la pena capitale. Il criterio fissato da Mackensen, cioè fucilare condannati a morte, era materialmente inapplicabile. Kappler allora lo abbandonò e riempì la lista con chi aveva.
Ci finirono settantacinque ebrei che erano in carcere in attesa di deportazione, inseriti con l'assenso del generale Wilhelm Harster, e altri antifascisti di religione ebraica. Ci finirono dieci uomini presi dalla caserma del Viminale perché ritenuti comunisti noti. Ci finirono i dieci civili rastrellati in via Rasella. Ci finì il colonnello Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo, capo del Fronte militare clandestino, uno degli uomini più torturati di via Tasso. Ci finì don Pietro Pappagallo, sacerdote pugliese accusato di attività comuniste. Ci finì Aldo Finzi, ebreo, deputato, già sottosegretario agli Interni con Mussolini nei primi anni del fascismo e poi allontanato per le leggi razziali. Ci finirono trentasette militari italiani, fra cui tre generali e tre ufficiali dei Carabinieri.
Alle tre del mattino del 24 marzo Kappler riteneva di avere raggiunto quota trecentoventi. Il questore di Roma Pietro Caruso, dopo essersi consultato con il ministro Buffarini Guidi, fornì cinquanta nomi presi dai detenuti in mano alla polizia italiana; Pietro Koch, che dirigeva la banda fascista operante nella pensione Jaccarino, garantì la sua parte entro le due del pomeriggio. La collaborazione italiana alla compilazione della lista non è un dettaglio marginale: è documentata, fu decisiva, e il processo a Caruso nel settembre 1944 si concluse con una condanna a morte eseguita a Forte Bravetta.
Verso l'una del pomeriggio del 24 marzo arrivò la notizia della morte del trentatreesimo soldato del Bozen. Kappler, di sua iniziativa, aggiunse dieci nomi: dieci ebrei arrestati nelle ore precedenti. Dieci vite aggiunte a una lista perché un uomo era morto in ospedale. Questo è il meccanismo, e non c'è modo di raccontarlo in maniera meno fredda di così.
Il 24 marzo 1944 nelle cave della via Ardeatina
Perché proprio le cave di pozzolana
La scelta del luogo fu tecnica, e la freddezza del criterio dice molto. Serviva un posto isolato, fuori dall'abitato, non visibile dalla strada, capace di contenere trecentotrenta corpi e richiudibile con le mine. Le cave di pozzolana lungo la via Ardeatina rispondevano a tutti i requisiti. Erano gallerie scavate nel banco vulcanico per estrarre la pozzolana, il materiale che a Roma serve da sempre a fare la malta, e che qui era stato cavato fino agli anni Trenta lasciando corridoi lunghi fra i trenta e i novanta metri, alti circa quattro e larghi tre. Erano abbandonate. Erano a ridosso della zona delle catacombe, in un tratto di campagna in cui, nel 1944, non abitava quasi nessuno.
Il rilievo geologico del quadrante, del resto, spiega tutta la storia della zona: è lo stesso tufo tenero che ha reso possibile scavare le catacombe di Roma lungo le vie consolari meridionali. La roccia che aveva permesso ai cristiani del terzo secolo di scavare chilometri di cunicoli permise ai tedeschi, milleseicento anni dopo, di trovare in mezz'ora una camera di esecuzione pronta all'uso e sigillabile.
La dinamica dell'esecuzione
Il trasferimento dei prigionieri cominciò nel primo pomeriggio, con autocarri che facevano la spola da via Tasso e da Regina Coeli. Nessuno dei condannati sapeva dove veniva portato. Gli uomini avevano le mani legate dietro la schiena. Kappler impiegò settantaquattro uomini del proprio comando, tredici ufficiali compreso lui stesso, sessanta sottufficiali e un soldato semplice, e stabilì una procedura che aveva l'obiettivo dichiarato di distribuire la responsabilità: ogni ufficiale doveva sparare, perché nessuno potesse poi dirsi estraneo.
I prigionieri venivano fatti entrare in gruppi di cinque, condotti al fondo della galleria illuminata dalle torce elettriche, fatti inginocchiare sui corpi già caduti e uccisi con un colpo alla nuca, il Genickschuss. Il capitano Carl Schütz dirigeva i turni. Erich Priebke, aiutante di Kappler, controllava la lista e spuntava i nomi via via che i gruppi entravano. Kappler aveva calcolato un minuto per uomo. L'inizio, verso le 15.30, procedette con quella che i verbali processuali definirono precisione e disciplina; poi la scena si degradò. Alcuni prigionieri opposero resistenza, alcuni tiratori bevvero, molti colpi mancarono il bersaglio e furono necessari colpi ripetuti, molti corpi risultarono devastati. Il tenente Wetjen si rifiutò di sparare e Kappler lo convinse mettendosi accanto a lui e sparando con lui. Un solo ufficiale, il sottotenente Günther Amonn, non riuscì a farlo fino in fondo. I turni furono sessantasette. Gli ultimi venticinque uomini furono uccisi intorno alle venti, quando fuori era già buio.
I cinque uomini in più
A esecuzione conclusa Priebke rifece i conti e si accorse che nella galleria c'erano trecentotrentacinque corpi invece di trecentotrenta. Cinque uomini erano stati portati lì per errore, presi da un elenco sbagliato o aggiunti nella confusione dei trasporti. Erano vivi, avevano visto tutto, e il numero ordinato era già stato raggiunto. Kappler ordinò di ucciderli. La motivazione, riferita dal maggiore delle SS Karl Hass nelle deposizioni del dopoguerra, fu che avevano visto.
Quei cinque uomini sono la ragione per cui il totale è 335 e non 330, e sono anche il capo d'imputazione che nel dopoguerra ha retto in giudizio. Il ragionamento delle corti fu il seguente: la rappresaglia nella misura di dieci a uno poteva essere discussa entro le categorie del diritto bellico dell'epoca, ma l'uccisione di cinque persone in eccesso rispetto all'ordine ricevuto era un omicidio puro e semplice, senza copertura di alcun ordine superiore. La contabilità che aveva costruito la strage divenne, cinque uomini alla volta, lo strumento che condannò i suoi autori.
Il brillamento delle gallerie
Finita l'esecuzione, il genio tedesco minò gli imbocchi e fece esplodere le cariche per sigillare le cave e cancellare ogni traccia. Le esplosioni furono udite dai religiosi salesiani che avevano casa nelle vicinanze, i quali nelle notti successive scesero nelle gallerie: trovarono cadaveri ammassati in cumuli alti oltre un metro e mezzo. Furono loro, insieme ad alcuni abitanti della zona, a far circolare la notizia di quel che era realmente accaduto, mentre il comunicato ufficiale parlava genericamente di un ordine eseguito.
Da quel momento e per i quattordici mesi successivi le cave restarono un luogo semiclandestino di pellegrinaggio. Le donne che cercavano un marito o un figlio scomparso salivano lungo l'Ardeatina e lasciavano fiori davanti agli imbocchi ostruiti. La memoria del posto nasce lì, prima di qualunque monumento e prima di qualunque concorso di architettura: nasce da chi non sapeva ancora se sotto quella terra ci fosse il proprio nome.

Le 335 vittime del Mausoleo delle Fosse Ardeatine
Il numero è diventato un'espressione fissa, e come tutte le espressioni fisse ha finito per coprire quello che nomina. Trecentotrentacinque uomini, nessuna donna. Il più giovane aveva quindici anni, il più anziano settantaquattro. Fra loro c'erano generali e sarti, avvocati e fornai, professori universitari e ragazzi che facevano il garzone. La lista fu composta in una notte da un ufficiale che aveva bisogno di riempire una casella numerica: è per questo che il campione umano che ne risulta somiglia in modo impressionante a una sezione trasversale della Roma del 1944.
La composizione del gruppo
La ricostruzione storica delle categorie amministrative con cui i prigionieri erano registrati dà questo quadro: centocinquantaquattro erano a disposizione dell'Aussenkommando, ventitré in attesa di giudizio, sedici già condannati, settantacinque detenuti in quanto ebrei, quaranta fermati per motivi politici, dieci fermati per ragioni di pubblica sicurezza, dieci arrestati in via Rasella dopo l'attentato, uno era stato addirittura assolto da un tribunale tedesco e non era ancora uscito dal carcere.
Se invece si guarda alle appartenenze politiche e militari, sulla base delle salme identificate, il quadro è quello di una Resistenza romana molto plurale: una cinquantina di uomini di Bandiera Rossa, il movimento comunista non allineato al PCI che a Roma ebbe un peso enorme e una memoria assai minore, una cinquantina fra Partito d'Azione e Giustizia e Libertà, una quarantina di militari del Fronte militare clandestino e delle formazioni badogliane, diciannove massoni, socialisti, comunisti, monarchici, cattolici, anarchici. Ci sono anche detenuti comuni, uomini che erano dentro per reati senza alcun rapporto con la guerra e che finirono nell'elenco perché servivano numeri.
Almeno nove vittime erano straniere: Giorgio Leone Blumstein e Salomone Drucker, nati a Leopoli; Sandor Kereszti, di Budapest; Boris Landesman, di Odessa; Marian Reicher e Schachne Wald, polacchi; Eric Heinz Tuchman, di Magdeburgo; Paul Peisach Wald, di Berlino; Bernard Soike. Erano ebrei fuggiti dall'Europa orientale e centrale che avevano creduto di trovare rifugio a Roma. La città li restituì al fuoco tedesco.
I settantacinque ebrei romani
Quella delle Fosse Ardeatine è la più grande strage di ebrei compiuta sul suolo italiano. Almeno settantacinque delle vittime erano detenute per motivi razziali, e la maggior parte di loro proveniva dal rastrellamento del quartiere ebraico o dagli arresti condotti nei mesi successivi al 16 ottobre 1943. Alcune famiglie romane persero più uomini nella stessa notte, padri e figli insieme, e i cognomi Di Consiglio e Di Veroli ricorrono più volte sui sacelli. Il legame con la storia del Ghetto è diretto e materiale, e chi voglia seguirlo fino in fondo dovrebbe dedicare un'altra mezza giornata al Museo Ebraico di Roma e alla Sinagoga di Roma, dove la sala dedicata alla Shoah romana racconta il 16 ottobre e le sue conseguenze.
Un dettaglio che a Roma si conosce poco: fra i settantacinque figurano uomini arrestati per strada nelle ultime quarantotto ore, cioè aggiunti alla lista quando il conto andava chiuso. La casualità totale del criterio, in quelle ore, colpì per prima la comunità più esposta e più facilmente reperibile. Non fu un caso di selezione ideologica; fu una scelta di comodo amministrativo, il che, se possibile, la rende peggiore.
Il più giovane e il più anziano
Il più giovane fra i fucilati era Michele Di Veroli, nato a Roma il 3 febbraio 1929: aveva quindici anni e un mese. Con lui, coetaneo, Duilio Cibei, nato l'8 gennaio dello stesso anno. Il più anziano era Mosè Di Consiglio, nato a Roma il 25 gennaio 1870: settantaquattro anni. Fra il più vecchio e il più giovane corrono cinquantanove anni, due generazioni intere, e questo dato da solo smonta ogni tentativo di raccontare le Ardeatine come un fatto militare fra combattenti.
Quando accompagno un gruppo, davanti ai sacelli chiedo sempre di cercare le date di nascita invece dei nomi. È un esercizio brutale ma efficace: si passa da un elenco a un insieme di biografie in meno di un minuto. Le lapidi riportano nome, cognome, data di nascita, professione, e la professione è la parte che colpisce di più: muratore, tipografo, tenente colonnello, studente, commerciante, vetturino, ingegnere.
I nomi che tutti conoscono
Alcuni dei fucilati hanno un nome che è entrato nella toponomastica romana. Il colonnello Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo dirigeva il Fronte militare clandestino, cioè la rete degli ufficiali del Regio Esercito rimasti a Roma dopo l'8 settembre; fu arrestato a gennaio, torturato per due mesi in via Tasso e non parlò. Don Pietro Pappagallo, prete di Terlizzi, aveva nascosto e fornito documenti falsi a ebrei e renitenti alla leva. Il generale Sabato Martelli Castaldi, il generale Simone Simoni, il colonnello Giovanni Frignani, che aveva avuto parte nell'arresto di Mussolini nel luglio 1943, il maggiore dei Carabinieri Ugo De Carolis. Aldo Finzi, che era stato deputato e sottosegretario del primo governo Mussolini e che finì fucilato come ebreo dal regime che aveva contribuito a portare al potere: la sua storia è forse la più vertiginosa dell'intero elenco.
Chi vuole seguire il filo dei militari nella Resistenza romana troverà materiale al Museo Storico della Fanteria e al Museo Storico dei Carabinieri, dove la vicenda del Fronte militare clandestino e quella dei carabinieri deportati o fucilati sono documentate con carte e cimeli.
Il recupero dei corpi alle Fosse Ardeatine e il lavoro di Attilio Ascarelli
Roma fu liberata il 4 giugno 1944. Il 10 giugno venne istituita la Commissione per le Cave Ardeatine, presieduta dal colonnello statunitense Charles Poletti, governatore alleato della città. Il 26 luglio cominciarono le operazioni di esumazione e di identificazione, che sarebbero durate fino a novembre. Sono quattro mesi di lavoro che costituiscono, a mio parere, la pagina più dimenticata e più decisiva di tutta la vicenda: senza quel lavoro il Mausoleo delle Fosse Ardeatine sarebbe oggi un ossario anonimo, e la memoria italiana della strage sarebbe rimasta un numero senza volti.
Chi era Attilio Ascarelli
Attilio Ascarelli era un medico legale romano di famiglia ebraica, professore universitario, allontanato dall'insegnamento dalle leggi razziali del 1938 e costretto alla clandestinità durante l'occupazione. Alla liberazione gli fu affidato il coordinamento scientifico del recupero. Aveva sessantatré anni. Lavorò per mesi in condizioni che nessun manuale contempla, e produsse una relazione tecnica che è rimasta il documento di riferimento su quello che accadde dentro le cave.
Il fatto che l'uomo incaricato di restituire i nomi alle vittime fosse un ebreo romano espulso dall'università dallo stesso regime che aveva consegnato quelle vittime ai tedeschi non è un dettaglio di colore. È la ragione per cui, nel percorso di visita, gli è dedicata una tappa autonoma, alla pari del monumento e dei sacelli.
Il metodo di identificazione
Le operazioni furono condotte insieme dalla Commissione, dall'équipe medica di Ascarelli, dal reparto dei vigili del fuoco distaccato al Verano e dal personale del cimitero. La prima fase fu di sgombero: le esplosioni avevano fatto crollare le volte delle gallerie, e per arrivare ai corpi si dovettero rimuovere circa duemila metri cubi di materiale. Solo dopo cominciò l'estrazione vera e propria.
Ogni salma estratta veniva numerata e portata al reparto medico legale, dove veniva ricomposta e riceveva un ufficio religioso officiato da un sacerdote e da un rabbino, insieme, sopra ogni corpo, perché al momento del ritrovamento non era possibile sapere a quale delle due comunità appartenesse. Data la decomposizione avanzata dopo quattro mesi, il riconoscimento si basò sui caratteri fisici e anatomici, sull'odontologia, sugli indumenti e sugli oggetti personali trovati addosso: un anello, una lettera, un paio di occhiali, un bottone della divisa, un biglietto del tram. I familiari venivano poi chiamati a riconoscere gli effetti disposti su tavoli.
Il risultato è sorprendente per l'epoca e per le condizioni: la squadra di Ascarelli restituì un nome a oltre trecentoventi delle trecentotrentacinque vittime. Pochissime salme rimasero senza identità e riposano nei sacelli con la sola indicazione di ignoto. Chi visita oggi e si ferma davanti a quelle poche lapidi mute capisce, meglio che con qualsiasi didascalia, che cosa significhi cancellare una persona.
Che cosa dissero le autopsie
Le autopsie ribaltarono la versione che circolava in città. Non ci fu una fucilazione di massa a raffica: gli esami dimostrarono che ciascuna vittima era stata uccisa singolarmente, con un colpo di arma corta alla nuca sparato a distanza ravvicinatissima. Furono documentati i casi in cui erano stati necessari più colpi, e le lesioni che indicavano corpi caduti sopra altri corpi. Questa evidenza tecnica divenne la spina dorsale dell'accusa nei processi successivi, perché trasformò una rappresaglia collettiva in una serie di trecentotrentacinque esecuzioni individuali, ciascuna con un esecutore materiale identificabile.
Dal luogo dell'eccidio al monumento: il concorso
Il governo italiano assunse l'impegno, subito dopo la liberazione, di erigere sul luogo un monumento a ricordo perenne dei martiri. Il Comune bandì il concorso nel settembre 1944; la delibera consiliare che lo approvò porta la data del 15 gennaio 1945, con scadenza al 10 aprile dello stesso anno. Era il primo concorso di architettura dell'Italia liberata, e questo dà la misura di quanto il fatto pesasse sulla coscienza pubblica: prima delle case, prima delle scuole, prima dei ponti, si mise a concorso un sepolcro.
La commissione giudicatrice e il primo grado
La commissione era presieduta dal sindaco di Roma Filippo Andrea VI Doria Pamphilj e comprendeva Luigi Piccinato, Enrico Tedeschi, Enrico Calandra, Aldo Della Rocca, e in un secondo momento De Angelis d'Ossat in rappresentanza dei familiari. Al primo grado furono esaminati progetti presentati sotto motto, secondo l'uso: Apoteosi di Vittorio Alegiani e Mario Cavalleri, Giovine Italia di Giovanni Jacobucci, Per aspera ad astra di Franco Minissi, T.F.B. di Luigi Mainardi e Antonio Morroni, Le palme di Ildebrando Savelli e Francesco Pennisi, Pax dei fratelli Baccin, A tre di Beniamino Barletti, Cesare Ligini e Roberto Nicolini, Non dolet di Nicola Cantore, Nello Ena, Costantino Forleo e Gaetano Minnucci, U.G.A. di Giuseppe Perugini e Uga de Plaisant, Passi sunt di Giorgio Scazzocchio, Risorgere di Nello Aprile, Cino Calcaprina, Aldo Cardelli e Mario Fiorentino con lo scultore Francesco Coccia.
La commissione promosse quattro progetti al secondo grado: Risorgere, U.G.A., Non dolet e Passi sunt. Il criterio dichiarato fu la capacità di rinunciare alla retorica monumentale. Nel 1945, in Italia, un monumento ai caduti significava ancora colonne, aquile, fasci di littorio riadattati alla meglio: la richiesta di rifiutare quel vocabolario era, in sé, una presa di posizione politica.
Il secondo grado e i due gruppi vincitori
Il 2 settembre 1946 la commissione dichiarò vincitori a pari merito i progetti Risorgere e U.G.A. Al gruppo di Perugini si era nel frattempo aggiunto lo scultore Mirko Basaldella, che proponeva un'opera astratta sul tema dell'angelo. Un ex aequo, in un concorso di architettura, è di solito la maschera di un imbarazzo. Qui invece produsse il risultato migliore possibile: i due gruppi furono invitati a lavorare insieme, e il monumento che si visita oggi è opera collettiva di cinque architetti, Nello Aprile, Cino Calcaprina, Aldo Cardelli, Mario Fiorentino e Giuseppe Perugini, e di due scultori, Mirko Basaldella e Francesco Coccia.
Mario Fiorentino sarebbe poi diventato uno dei nomi maggiori dell'architettura romana del dopoguerra, l'uomo del Corviale; Giuseppe Perugini è quello della casa sperimentale di Fregene. Alle Ardeatine erano tutti giovani o giovanissimi, usciti dalla guerra da pochi mesi, e progettarono la loro opera più matura all'inizio della carriera. È una circostanza rara nella storia dell'architettura, e vale la pena tenerla presente mentre si cammina sotto la lastra.
L'opposizione dei familiari e il compromesso
Il progetto vincente prevedeva una lastra sopraelevata sul piazzale, nel punto in cui prima c'erano quattro serbatoi idrici. I familiari delle vittime, riuniti nelle associazioni e sostenuti dall'ANPI, si opposero: volevano che i loro morti restassero dentro le gallerie, nel punto preciso in cui erano stati uccisi, e non in una costruzione nuova costruita accanto. Il 2 febbraio 1947 presentarono un progetto alternativo di sepoltura nelle cave, che il Ministero dei lavori pubblici accolse con uno stanziamento di settanta milioni di lire.
Fu una controversia vera, aspra, e la sua soluzione è la chiave di lettura di tutto il monumento. Dopo il terzo anniversario dell'eccidio si arrivò a un compromesso che il ministro Umberto Tupini sostenne: tumulazione fuori terra, in sarcofagi riuniti sotto un unico ambiente coperto, esterno rispetto alle gallerie ma fisicamente collegato al luogo dell'eccidio. In altre parole: si visita la cava dove sono stati uccisi e poi si passa, senza uscire dal recinto, nella camera dove sono sepolti. Il percorso e la sua sequenza sono il risultato di una trattativa fra architetti e vedove, e questo è il motivo per cui funziona.
Il cantiere e l'inaugurazione
Il cantiere aprì il 22 novembre 1947 e durò due anni; per la costruzione furono stanziati centotrenta milioni di lire aggiuntivi. L'inaugurazione avvenne il 24 marzo 1949, quinto anniversario dell'eccidio, alla presenza delle autorità, delle associazioni partigiane e dei deportati, degli studenti e di una folla di cittadini comuni.
Le opere non erano però finite. La cancellata di Mirko Basaldella fu ultimata nel 1951, dopo un dibattito acceso, perché una parte dell'opinione pubblica e delle stesse famiglie giudicava quell'astrazione violenta poco adatta a un sepolcro; l'approvazione definitiva arrivò nel marzo 1950. Il gruppo scultoreo di Francesco Coccia e il museo, progettato da Perugini, completarono il complesso negli anni successivi. Il Mausoleo delle Fosse Ardeatine, insomma, non nacque tutto in un giorno: si sedimentò in un decennio di discussioni pubbliche, il che lo rende anche un documento su come l'Italia repubblicana imparò a parlare dei propri morti.

L'architettura del Mausoleo delle Fosse Ardeatine
Il complesso è considerato da molti storici il primo monumento moderno italiano, e la definizione regge. Non c'è un solo elemento del linguaggio commemorativo tradizionale: nessuna colonna, nessuna statua equestre, nessuna iscrizione latina, nessun ordine architettonico. C'è un muro rustico in pietra sperone che recinge l'area e la separa dalla via Ardeatina, un piazzale, gli imbocchi delle cave, e una lastra.
La lastra sospesa del Mausoleo delle Fosse Ardeatine e il perché di quella soluzione
Il sacrario è un monolite cavo in cemento armato a pianta rettangolare, di venticinque metri per cinquanta e alto tre metri e cinquantacinque, incassato per due metri nel suolo. Non poggia sul terreno lungo il perimetro: fra il basamento e la copertura corre una sottile asola continua di luce. Dall'esterno il risultato è che la copertura sembra galleggiare, appoggiata su nulla, come una lapide di dimensioni fuori scala posata sopra il terreno.
La soluzione risponde a un problema preciso, e la risposta è il motivo per cui questa architettura è studiata nelle scuole. I progettisti dovevano costruire un sepolcro collettivo senza cadere nella retorica del monumento e senza costruire una chiesa, dato che fra i sepolti c'erano cattolici, ebrei, atei e uomini di ogni convinzione politica. Scelsero l'oggetto funerario più elementare che esista, la pietra tombale, e lo ingigantirono fino a farlo diventare un edificio. Sotto la lapide ci sono i morti. Non serve altro, e ogni aggiunta simbolica avrebbe indebolito l'idea.
C'è un secondo effetto, che si capisce solo entrando. La fessura di luce lungo tutto il perimetro fa arrivare all'interno una lama bassa e radente, all'altezza dei sarcofagi, mentre il volume sopra la testa resta scuro e incombente. Si cammina in una penombra pressata dall'alto, con la luce che arriva dal basso e dai lati. Il soffitto è leggermente incurvato per attenuare la compressione, cioè per evitare che l'ambiente diventi insostenibile; anche così, chi entra abbassa istintivamente la voce nei primi tre metri. Non è un effetto teatrale, è un calcolo di proporzioni fatto bene.
Il piazzale, il muro e la sequenza della visita
La disposizione del complesso impone un percorso e non lascia scelte. Si entra dal cancello sulla via Ardeatina, si attraversa un piazzale, si incontra il gruppo scultoreo, si scende nelle gallerie delle cave, si risale e si entra sotto la lastra. La sequenza è narrativa: prima il contesto, poi il luogo del delitto, infine la sepoltura. Chi la percorre al contrario, e capita a chi arriva di corsa, perde metà del significato.
Nel piazzale è dedicato uno spazio alla strage di Marzabotto e vi compaiono insieme la croce cristiana e la stella di David, i due segni che tengono conto della composizione religiosa dei sepolti. È una scelta di equilibrio molto ponderata per l'Italia del 1949, quando l'idea di dare pari dignità visiva ai due simboli in uno spazio pubblico non era affatto scontata.
Il cancello di Mirko Basaldella al Mausoleo delle Fosse Ardeatine
La cancellata d'ingresso è opera di Mirko Basaldella, friulano, fratello del pittore Afro e dello scultore Dino, e sarebbe da sola una ragione sufficiente per venire fin qui. È in bronzo, lunga circa sei metri, e non rappresenta niente di riconoscibile: è un groviglio di forme spinose, filiformi, contorte, che allude insieme al filo spinato, ai corpi martoriati e a una vegetazione bruciata. Il linguaggio è di matrice espressionista e informale, in anticipo di anni sul dibattito artistico italiano.
Nel 1950 quell'astrazione scatenò una polemica pubblica che oggi fa impressione ricostruire: si discusse se un'opera non figurativa fosse rispettosa dei morti, se le famiglie avessero diritto di veto, se l'arte moderna potesse entrare in un sacrario nazionale. L'approvazione arrivò nel marzo di quell'anno e l'opera fu ultimata nel 1951. Altri due esemplari, di dimensioni minori, furono collocati all'interno del complesso.
La mia opinione netta: il cancello di Mirko è la cosa artisticamente più alta dell'intero monumento, e la più fraintesa. Chi arriva pensando di trovare un cancello di ferro battuto con le date impresse resta spiazzato, e fa bene a restarlo. Quel groviglio è l'unico elemento del complesso che tenta di rappresentare la violenza invece di commemorarne le vittime, e serve proprio a impedire che la visita diventi consolatoria. Guardatelo controluce dall'interno, quando si esce: si legge molto meglio che dall'esterno.
Le tre età di Francesco Coccia
Il gruppo scultoreo che presidia il piazzale è di Francesco Coccia, lo scultore del gruppo Risorgere. È scavato nel travertino e poggia su un basamento in materiale lapideo tufaceo proveniente da Monte Compatri. Rappresenta tre uomini nudi, addossati l'uno all'altro e legati, di tre età diverse: un giovane, un adulto, un anziano. L'opera è conosciuta come Le tre età, e allude al momento in cui i prigionieri venivano condotti verso le cave.
La scelta delle tre età non è un espediente allegorico generico: corrisponde al dato reale che dentro quelle gallerie furono uccisi insieme un ragazzo di quindici anni e un uomo di settantaquattro. La scultura è figurativa, molto più leggibile del cancello di Mirko, e la compresenza dei due linguaggi nello stesso recinto è uno dei motivi per cui il complesso interessa tanto gli storici dell'arte: sono due modi opposti di rispondere alla stessa domanda, e convivono senza annullarsi.
Se dovessi indicare il punto migliore da cui guardarla, direi da tre quarti, con la lastra del sacrario sullo sfondo. In quella inquadratura si capisce il rapporto di scala che i progettisti hanno costruito: la figura umana resta piccola, il coperchio di pietra domina tutto, e il messaggio è che i singoli sono stati inghiottiti da qualcosa di enormemente più grande.
Il sacrario e i sarcofagi del Mausoleo delle Fosse Ardeatine
Sotto la lastra ci sono trecentotrentasei sacelli in granito, disposti su sette doppi filari. Trecentotrentacinque appartengono alle vittime dell'eccidio; il trecentotrentaseiesimo è vuoto ed è dedicato ai martiri d'Italia, cioè a tutti i caduti delle stragi nazifasciste che non hanno un sepolcro. Quel sarcofago vuoto è, per chi sa leggerlo, l'elemento più impegnativo del monumento: dichiara che questo non è soltanto il sepolcro di trecentotrentacinque romani, ma il luogo dove il paese ha deciso di deporre simbolicamente tutti i suoi morti senza tomba.
L'ordine dei sacelli del Mausoleo delle Fosse Ardeatine
I sarcofagi non sono ordinati per alfabeto, né per età, né per appartenenza politica o religiosa. Seguono l'ordine di esumazione, cioè l'ordine in cui i corpi furono estratti dalle gallerie nell'estate e nell'autunno del 1944. Sembra un dettaglio tecnico e invece è una decisione morale precisa: chi entra non trova una gerarchia, non trova il generale davanti e il garzone in fondo, non trova gli ebrei separati dai cattolici. Trova l'ordine casuale con cui la terra li ha restituiti.
Ogni lastra riporta nome, cognome, data di nascita e professione, e su molte c'è una fotografia. Le poche che non hanno nome portano soltanto l'indicazione di ignoto. I fiori freschi sono una presenza costante: le famiglie continuano a portarli, e a distanza di ottant'anni dall'eccidio la manutenzione affettiva di questo posto è ancora in mano ai discendenti delle vittime, non allo Stato.
Che cosa si prova entrando
Sarò diretto, perché è la cosa che le persone mi chiedono più spesso prima di entrare. L'ambiente è basso, buio e lungo cinquanta metri, e produce un senso fisico di oppressione che nessuna fotografia trasmette. Molti visitatori percorrono il corridoio centrale senza fermarsi, per uscire prima. È un errore comprensibile ma è un errore: la visita ha senso solo se ci si ferma davanti ad almeno una decina di sacelli e si leggono i dati per intero. Trecentotrentacinque lapidi lette in blocco restano un numero; dieci lapidi lette una per una diventano dieci persone.
Le gallerie delle cave e il percorso sotterraneo
Prima del sacrario si entra nelle cave. Le gallerie sono state consolidate e rese percorribili, e il tracciato porta fino al punto in cui l'esecuzione avvenne. Il fondo è ancora quello, la roccia è la stessa, l'altezza è quella originale: si cammina dentro un ambiente scavato per estrarre materiale da costruzione e usato per ventiquattro ore come camera di esecuzione.
Ci sono lampade fioche e alcune targhe. Nel punto della fucilazione una lapide segnala il fatto, senza enfasi. La temperatura è quella costante del sottosuolo tufaceo romano, intorno ai quindici gradi anche in agosto: chi visita d'estate porti qualcosa da mettersi addosso, come farebbe per le catacombe.
Il rapporto con le cave vicine è diretto: siamo in mezzo al sistema di gallerie che ha prodotto anche le Catacombe di San Callisto, a poche centinaia di metri, e le catacombe di Domitilla. Chi visita nella stessa giornata i due sottosuoli si porta a casa un confronto che vale un corso di storia: gli stessi cunicoli, la stessa roccia, milleseicento anni di distanza, e due modi opposti di trattare i morti.
Il museo dei cimeli del Mausoleo delle Fosse Ardeatine
Dietro la lastra del sacrario si trova il museo, progettato da Giuseppe Perugini e dedicato alla ricostruzione storica dell'eccidio e del contesto in cui maturò. Espone documenti, fotografie, cimeli, oggetti personali appartenuti alle vittime, materiali sull'occupazione di Roma fra il settembre 1943 e il giugno 1944. È qui che si capiscono le carte: gli ordini, i telegrammi, le liste, i verbali del riconoscimento.
Il museo ha orari leggermente più stretti del mausoleo, un quarto d'ora in meno alla chiusura, e chi arriva a ridosso rischia di trovarlo già chiuso mentre il sacrario è ancora accessibile. È il motivo pratico per cui consiglio di non presentarsi mai nell'ultima ora: si perde esattamente la parte che dà senso al resto.
Sul valore didattico ho un'opinione precisa. Le fotografie del recupero delle salme, esposte insieme ai documenti di Ascarelli, sono dure e vanno preparate se si è in gruppo scolastico. Non sono gratuite: senza quelle immagini nessuno capirebbe che cosa significa restituire un nome a un corpo dopo quattro mesi sotto una frana. Ma vanno introdotte prima, non trovate per caso girando l'angolo.
Come si visita oggi il Mausoleo delle Fosse Ardeatine
Orari, ingresso e prenotazione
L'ingresso è gratuito e non serve prenotare per la visita individuale. Il mausoleo apre alle 8.15 tutti i giorni; chiude alle 15.30 dal lunedì al venerdì e alle 16.30 il sabato e la domenica. Il museo interno chiude un quarto d'ora prima in entrambi i casi, quindi alle 15.15 nei giorni feriali e alle 16.15 nel fine settimana. Le chiusure annuali cadono il primo gennaio, a Pasqua, il primo maggio, il 15 agosto, il 25 e il 26 dicembre. Gli orari di apertura mattutini così anticipati e la chiusura di primo pomeriggio nei feriali sono la prima causa di viaggi a vuoto: chi programma la visita dopo pranzo in un giorno lavorativo arriva quasi sempre tardi.
Le visite guidate al Mausoleo delle Fosse Ardeatine e la prima domenica del mese
Le visite guidate sono organizzate dall'ANFIM e si prenotano con almeno una settimana di anticipo, scrivendo a info@anfim.org o telefonando allo 06 6795629; esiste anche un contatto WhatsApp al 392 4484043. Sono aperte alle scuole di ogni ordine e grado, ai gruppi organizzati e ai piccoli gruppi a partire da cinque partecipanti.
C'è poi un'iniziativa che considero la cosa più preziosa di tutto il posto e che quasi nessuno conosce: la prima domenica di ogni mese l'accompagnamento è affidato ai familiari delle vittime, gratuitamente, nell'ambito del programma dedicato al ricordo cittadino. Farsi raccontare il sacello del proprio nonno da chi porta quel cognome è un'esperienza che non ha equivalenti in nessun museo romano. Se potete scegliere la data della visita, scegliete quella.
L'audioguida e il percorso in sei tappe
Il complesso è dotato di un'audioguida che accompagna il visitatore lungo un percorso articolato in sei tappe: l'ingresso, il mausoleo, il fatto storico, la figura di Attilio Ascarelli, i sacelli, il museo dei cimeli. La struttura del percorso è studiata bene, perché mette la ricostruzione del fatto prima della sepoltura e dedica una tappa autonoma al lavoro di identificazione, che altrove sarebbe stato liquidato in tre righe.
Quanto dura la visita
Un'ora è il minimo per non correre. Un'ora e mezza è la misura giusta per chi vuole leggere le lapidi e fermarsi al museo. Con un gruppo scolastico e una guida ci vogliono due ore piene, comprese le domande, che in questo posto arrivano sempre e sono quasi sempre buone. Non è una visita che si abbina volentieri a qualcos'altro nella stessa ora: conviene mettere prima o dopo una camminata all'aperto, sull'Appia o alla Caffarella, per prendere aria.
Come arrivare al Mausoleo delle Fosse Ardeatine
Al Mausoleo delle Fosse Ardeatine con i mezzi pubblici
Il complesso è servito dalle linee ATAC 118 e 218. Da Termini le due combinazioni più comode sono la metropolitana A fino a San Giovanni e poi il 218, che risale la via Ardeatina e ferma davanti all'ingresso, oppure la metropolitana B fino a Circo Massimo e poi il 118, che percorre le Terme di Caracalla, porta San Sebastiano e l'Appia Antica. Il 118 è la scelta che consiglio a chi visita per la prima volta: si attraversa mezza Roma antica prima di arrivare, e il passaggio dalla città alla campagna aiuta a capire perché nel 1944 quel tratto di Ardeatina era considerato fuori mano.
Chi arriva dall'Ostiense o dall'EUR può contare anche sulle linee che servono il tratto di via Ardeatina più interno, con fermata Navigatori, dalla quale però resta un tratto a piedi. Gli orari dei bus in questo quadrante si diradano parecchio nel fine settimana e nelle ore centrali: conviene controllare i passaggi prima di mettersi in strada, soprattutto per il ritorno, perché aspettare mezz'ora davanti al cancello dopo questa visita è più pesante del normale.
In automobile e in bicicletta
L'ingresso sulla via Ardeatina è dotato di parcheggio, ed è uno dei pochi luoghi della memoria romana in cui arrivare in automobile non è un problema. Biciclette, motocicli e monopattini non possono entrare nel complesso: si lasciano fuori. Chi arriva pedalando lungo l'Appia Antica, cosa che molti fanno la domenica quando il tratto è chiuso al traffico, deve mettere in conto questo passaggio.
A piedi dall'Appia Antica
Dalla via Appia Antica, all'altezza delle Catacombe di San Sebastiano, si raggiunge la via Ardeatina attraversando la campagna in una ventina di minuti di cammino. È il modo migliore di arrivare, perché si percorre lo stesso paesaggio che i camion tedeschi attraversarono il 24 marzo 1944, e perché consente di legare in una giornata sola il sepolcreto cristiano, il sepolcreto della Resistenza e il paesaggio agrario del Parco dell'Appia Antica. Scarpe chiuse, però: d'inverno il fondo è fangoso.
Il contegno che si tiene dentro il Mausoleo delle Fosse Ardeatine
Questa è la parte che nessuna pagina turistica scrive e che io scrivo per prima, perché è la sola cosa davvero indispensabile. Qui dentro ci sono trecentotrentacinque tombe e i parenti di chi ci è sepolto vengono ancora, tutte le settimane. Non è una metafora e non è un modo di dire: è probabile che mentre visitate ci sia una famiglia in raccoglimento davanti a un sacello.
Voce bassa, sempre. Telefoni in silenzioso, e telefonate fatte fuori dal recinto. Niente cibo e niente bevande all'interno. Copricapo tolto sotto il sacrario, che sia un cappello o un cappuccio, con l'eccezione della kippah. Nessuno si siede sui sarcofagi e nessuno ci appoggia zaini o borse. Con una classe, la regola che funziona è dire tutto questo prima di entrare dal cancello, non dopo: dentro non si fanno prediche, si tace.
Sull'abbigliamento non c'è un codice scritto, e non serve vestirsi di scuro. Serve invece evitare di arrivare in tenuta da spiaggia, che d'estate capita e stona parecchio. Il criterio è semplice: qui ci si comporta come in un cimitero, perché questo è un cimitero.
Il 24 marzo: la commemorazione al Mausoleo delle Fosse Ardeatine
Ogni anno, il 24 marzo, il Mausoleo ospita la commemorazione ufficiale dell'eccidio. È la cerimonia a cui partecipano le più alte cariche dello Stato, l'ANFIM, le associazioni della Resistenza, il Comune di Roma, le rappresentanze della Comunità ebraica e le scuole. Negli anniversari maggiori la partecipazione del Presidente della Repubblica è consuetudine consolidata.
Il rito prevede la deposizione delle corone, la lettura dei nomi delle vittime e il silenzio. La lettura dei nomi, uno per uno, dura molto a lungo, ed è la parte che colpisce chiunque assista per la prima volta: trecentotrentacinque nomi pronunciati ad alta voce impiegano un tempo che nessuno immagina prima di sentirlo.
Un avvertimento pratico: nella giornata del 24 marzo e in quelle immediatamente vicine l'accesso può essere limitato o regolato per motivi di sicurezza, e gli orari ordinari saltano. Chi vuole partecipare deve informarsi in anticipo presso l'ANFIM; chi invece vuole semplicemente visitare il complesso farebbe meglio a scegliere un altro giorno, perché quello è il giorno delle famiglie e delle istituzioni.

I processi: Kappler, Priebke, Hass
Il processo del 1948 a Herbert Kappler
Herbert Kappler comandava a Roma il Sicherheitsdienst, la Sicherheitspolizei e la Gestapo, e attraverso di esse controllava di fatto anche gli apparati di polizia fascisti. Fu processato da un tribunale militare italiano nel 1948, insieme ad alcuni suoi subordinati, per l'eccidio delle Fosse Ardeatine e per il ricatto dell'oro imposto alla comunità ebraica romana nel settembre 1943.
La sentenza segue la logica che ho descritto sopra: l'ergastolo gli fu inflitto per le vittime uccise in eccesso rispetto all'ordine ricevuto, cioè per i cinque uomini in più, e per le modalità dell'esecuzione; una pena ulteriore di quindici anni riguardò l'estorsione dei cinquanta chili d'oro. È un esito che a distanza di ottant'anni continua a far discutere gli storici del diritto, perché di fatto la rappresaglia in sé non venne considerata reato mentre lo scarto contabile lo fu. Discutibile quanto si vuole, quel ragionamento fu però l'unico che nel 1948 permise una condanna piena.
Gaeta, il Celio e l'evasione del 1977
Kappler scontò la pena nel carcere militare di Gaeta, nel forte angioino, dove nel 1972 si sposò. Nel 1976, malato di tumore, fu trasferito per decisione del ministro della Difesa Arnaldo Forlani al Policlinico militare del Celio, in una stanza al terzo piano sorvegliata dai Carabinieri. Nelle prime ore del 15 agosto 1977 evase con l'aiuto della moglie e riparò in Germania. Sulle modalità circolano versioni contrastanti, comprese quelle fornite in tempi diversi dai familiari, e nessuna è mai stata accertata in modo definitivo. Morì in Germania nel febbraio 1978, a settant'anni.
L'evasione ebbe conseguenze politiche pesanti e fu vissuta come un affronto dalle famiglie delle vittime. Va detto per intero: l'uomo che aveva compilato la lista morì libero, nel proprio letto, trentaquattro anni dopo la strage.
Priebke e Hass negli anni Novanta
Erich Priebke, capitano delle SS e aiutante di Kappler, aveva controllato la lista alle Ardeatine e sparato personalmente. Visse per decenni a Bariloche, in Argentina, dove fu individuato da una troupe televisiva statunitense. Il 2 novembre 1995 la Corte suprema argentina accolse la richiesta italiana di estradizione, e il 21 novembre Priebke arrivò in Italia.
Il primo processo si aprì davanti al Tribunale militare di Roma l'8 maggio 1996 e si chiuse il primo agosto con una dichiarazione di non doversi procedere per intervenuta prescrizione, e con l'ordine di scarcerazione. La reazione pubblica fu immediata: la folla circondò il palazzo di giustizia e impedì per ore l'uscita dell'imputato. Il 15 ottobre 1996 la Corte di cassazione annullò quella sentenza.
Il nuovo processo si aprì il 14 aprile 1997, nell'aula bunker di Rebibbia, con imputato anche il maggiore delle SS Karl Hass, che alle Ardeatine aveva accompagnato le vittime e aveva reso le deposizioni decisive sui cinque uomini in più. Il 22 luglio 1997 la condanna fu di quindici anni, dieci dei quali coperti da amnistia. Il 7 marzo 1998 la Corte militare d'appello riformò la sentenza e condannò entrambi all'ergastolo; il 16 novembre 1998 la Corte di cassazione lo rese definitivo. Priebke ottenne pochi mesi dopo la detenzione domiciliare a Roma per ragioni di età e di salute, e vi rimase fino alla morte, l'11 ottobre 2013, a cento anni. Le sue esequie furono un caso pubblico e nessun comune volle la sua sepoltura.
Il fatto che l'ultimo processo per le Fosse Ardeatine si sia celebrato più di cinquant'anni dopo i fatti, e che ci sia voluta una troupe televisiva per riaprirlo, è una parte della storia italiana che questo luogo racconta suo malgrado.
Il Museo storico della Liberazione, il luogo complementare
Il Mausoleo delle Fosse Ardeatine non si capisce fino in fondo senza via Tasso. Al civico 145 di via Tasso, a due passi da San Giovanni, c'era il carcere della polizia di sicurezza tedesca: le celle in cui furono rinchiusi e interrogati Montezemolo, don Pappagallo e decine di altri uomini che il 24 marzo 1944 furono caricati sui camion e portati all'Ardeatina. Oggi quell'edificio è il Museo storico della Liberazione, e conserva le celle intatte, con i graffiti dei prigionieri sui muri.
Il museo apre tutti i giorni dalle 9 alle 19, domeniche e festivi compresi, con chiusure a Natale, a Capodanno, a Pasqua e a Ferragosto; l'ingresso è libero, con offerta volontaria. La prenotazione serve solo per i gruppi oltre le sei persone, con quindici giorni di anticipo, mentre le visite guidate per scuole e gruppi organizzati richiedono venti giorni e un massimo di venticinque partecipanti; le guide sono sospese a luglio e agosto. Ci sono audioguide gratuite in italiano, inglese, spagnolo e tedesco. Telefono 06 7003866.
L'ordine che consiglio è via Tasso al mattino e Ardeatine il giorno dopo, non lo stesso giorno. Fare le due cose in poche ore è tecnicamente possibile e psicologicamente sbagliato: la sala delle celle è una delle esperienze più dure della città, e arrivare al Mausoleo subito dopo significa attraversarlo senza vederlo. Un terzo tassello, per chi vuole completare il quadro, è la Casa della Memoria e della Storia a Trastevere, dove hanno sede gli istituti e le associazioni che conservano gli archivi della Resistenza romana.
Che cosa c'è intorno al Mausoleo delle Fosse Ardeatine
Il complesso si trova in un quadrante che vale una giornata intera. Nel raggio di un chilometro ci sono le Catacombe di San Callisto, il più esteso dei cimiteri cristiani sotterranei di Roma, con la cripta dei papi del terzo secolo; poco oltre le Catacombe di San Sebastiano e la basilica di San Sebastiano fuori le mura. Sull'Appia, all'inizio del tratto antico, c'è la chiesetta del Domine Quo Vadis, e verso la città la porta monumentale delle Mura Aureliane, Porta San Sebastiano, con il museo delle Mura.
Chi prosegue verso sud lungo l'Appia arriva alla Villa dei Quintili, la più grande villa suburbana del suburbio romano. Verso ovest, dall'altra parte della via Ardeatina, si apre la valle della Caffarella, che è il modo migliore di rientrare a piedi verso San Giovanni attraversando campagna vera dentro il Grande Raccordo.
Sul versante urbano, il completamento naturale della visita sono i luoghi della memoria del centro: via Tasso, il Ghetto, il Museo Ebraico di Roma. Chi si interessa invece alla storia militare e alle sepolture monumentali può mettere in programma il Cimitero del Verano, dove lavorò il personale che collaborò al recupero delle salme nel 1944, e la Piramide Cestia con il vicino cimitero acattolico.
Un consiglio logistico da chi ci ha portato molti gruppi: da queste parti non ci sono bar all'angolo. Il tratto di Ardeatina davanti al Mausoleo è privo di servizi, e chi arriva con una classe o con un gruppo di anziani deve prevedere acqua e una sosta prima o dopo, verso San Sebastiano o verso la Caffarella. Il complesso ha i servizi igienici, ma non un punto di ristoro.
Il Mausoleo delle Fosse Ardeatine con le scuole e con i ragazzi
È uno dei luoghi più visitati dalle scuole romane, e giustamente. Ma è anche uno dei più facili da sbagliare. Ho visto classi arrivare senza sapere che cosa fosse via Rasella, attraversare il sacrario in sette minuti e uscire commentando l'architettura. Il problema non sono i ragazzi: è la preparazione.
Quello che funziona, per esperienza diretta, è arrivare avendo già lavorato in aula su tre cose: la cronologia dei nove mesi di occupazione di Roma, dall'8 settembre 1943 al 4 giugno 1944; la meccanica della rappresaglia, cioè il rapporto di dieci a uno e la compilazione della lista; e almeno cinque biografie individuali, scelte fra le vittime, da assegnare a piccoli gruppi. Con questo bagaglio, la visita dura il doppio e produce domande vere.
Sull'età: sotto gli undici o dodici anni il museo dei cimeli è pesante, e le fotografie del recupero delle salme possono essere troppo. Il sacrario e le gallerie, invece, si reggono a qualunque età purché ci sia un adulto che spieghi prima e non lasci il gruppo a se stesso dentro. Per le medie e le superiori è, senza esitazioni, la visita di storia contemporanea più efficace che Roma offra.
Le visite condotte dai familiari delle vittime, la prima domenica del mese, sono un'occasione che vale la pena inseguire anche fuori dal calendario scolastico. Un ragazzo che sente un signore anziano dire il nome di suo padre davanti a un sacello impara qualcosa che nessuna lezione trasmette.
Accessibilità del Mausoleo delle Fosse Ardeatine
Il percorso di visita del Mausoleo è accessibile alle persone con disabilità motorie. Il piazzale è pianeggiante, il sacrario è a livello e i corridoi fra i sacelli sono ampi. Il tratto sotterraneo delle cave, per la natura del posto, presenta un fondo più irregolare e pendenze: chi ha esigenze particolari faccia una telefonata prima, perché il personale conosce il percorso e sa indicare l'alternativa migliore.
L'illuminazione interna del sacrario è volutamente bassa, e chi ha problemi di vista fatica a leggere le lapidi: una piccola torcia elettrica, usata con discrezione e senza puntarla verso altri visitatori, risolve. Il parcheggio all'ingresso riduce al minimo il tratto da percorrere per chi arriva in automobile con una persona con difficoltà di deambulazione.
Quando andare al Mausoleo delle Fosse Ardeatine e quando evitarlo
Il momento migliore è la mattina presto, appena dopo l'apertura delle 8.15, in un giorno feriale. Il complesso è quasi vuoto, la luce radente entra dall'asola perimetrale con l'inclinazione giusta, e si può leggere con calma. La seconda scelta è la domenica mattina, che ha il vantaggio dell'orario prolungato e, la prima del mese, degli accompagnatori d'eccezione.
Da evitare: il primo pomeriggio dei giorni feriali, perché si arriva a ridosso della chiusura; le giornate intorno al 24 marzo, se non si viene per la commemorazione; e i giorni di pioggia battente, perché il percorso comprende tratti all'aperto e il fondo delle cave diventa scivoloso. Agosto funziona meglio di quanto si pensi, con l'eccezione del giorno di Ferragosto in cui il complesso resta chiuso: la temperatura del sottosuolo è costante e la città è vuota.
Un'ultima considerazione sul calendario: il 25 aprile e il 2 giugno il posto ha un'affluenza superiore alla media, con deposizioni di corone e presenze istituzionali. Non è un problema, ma chi cerca il silenzio scelga un altro giorno.
Una curiosità su Mausoleo delle Fosse Ardeatine
La curiosità che quasi nessuno conosce riguarda i sarcofagi e il loro ordine. Chiunque, entrando sotto la lastra, si aspetta un ordine alfabetico: è il criterio di tutti i sacrari militari del mondo, dall'Ossario del Verano ai cimiteri di guerra alleati. Qui invece i trecentotrentacinque sacelli seguono l'ordine di esumazione, cioè la sequenza con cui i corpi furono estratti dalle gallerie fra il luglio e il novembre 1944 e numerati dal reparto medico legale.
Significa che il primo sacello del primo filare corrisponde al primo corpo tirato fuori dalla frana, e l'ultimo all'ultimo. Non c'è alcuna relazione con l'alfabeto, con il grado militare, con l'età, con la religione o con il partito. Un generale di divisione può trovarsi accanto a un fornaio, un ebreo accanto a un sacerdote cattolico, un uomo di Bandiera Rossa accanto a un ufficiale monarchico. Fu una scelta consapevole, discussa e voluta: l'unico ordine ammesso doveva essere quello con cui la terra li aveva restituiti, perché qualunque altro criterio avrebbe reintrodotto una gerarchia dove i tedeschi non ne avevano fatta nessuna.
C'è un secondo strato in questa curiosità. La numerazione dell'esumazione non è casuale come sembra: dipende dalla posizione dei corpi nelle gallerie, e la posizione dei corpi dipende dall'ordine in cui i gruppi di cinque furono fatti entrare il 24 marzo. In termini approssimativi e con tutte le cautele del caso, l'ordine dei sacelli conserva una traccia rovesciata della sequenza dell'esecuzione. Camminando lungo i filari si percorre, senza saperlo, la contabilità di quel pomeriggio.
Aggiungo il particolare che colpisce di più le persone quando lo racconto: sopra ogni salma estratta, prima ancora che se ne conoscesse l'identità, furono officiate insieme le esequie cattoliche e quelle ebraiche, da un sacerdote e da un rabbino. Nessuno sapeva a chi appartenesse quel corpo, e quindi si diede a ciascuno entrambe le benedizioni. In quattro mesi di lavoro, quel gesto fu ripetuto trecentotrentacinque volte.
Una cosa che non ti dice nessuno su Mausoleo delle Fosse Ardeatine
Che il monumento, così come lo vedete, è il risultato di una lite. Una lite dura, pubblica, durata quasi due anni, fra gli architetti vincitori del concorso e le famiglie delle vittime, e senza quella lite oggi ci sarebbe qualcosa di completamente diverso.
Il progetto premiato nel 1946 prevedeva la lastra sopraelevata sul piazzale, nel punto dove prima c'erano quattro serbatoi idrici. I familiari dissero di no. Volevano che i loro morti restassero dentro le gallerie, esattamente dove erano stati uccisi, e consideravano il trasferimento in una costruzione nuova una seconda rimozione. Il 2 febbraio 1947, insieme all'ANPI, presentarono un progetto alternativo di sepoltura dentro le cave, e il Ministero dei lavori pubblici lo accolse stanziando settanta milioni di lire. Per qualche mese il monumento premiato fu, di fatto, cancellato.
Il compromesso arrivò dopo il terzo anniversario dell'eccidio e fu sostenuto dal ministro Umberto Tupini: tumulazione fuori terra in sarcofagi riuniti sotto un'unica copertura, ma in un ambiente collegato fisicamente al luogo dell'eccidio, dentro lo stesso recinto e alla fine dello stesso percorso. Il visitatore attraversa prima la cava e poi la camera sepolcrale, e le due cose restano una cosa sola. È esattamente quello che le famiglie chiedevano, ottenuto con i mezzi dell'architettura moderna invece che con la sepoltura sotterranea.
La cosa che nessuno racconta, quindi, è che il capolavoro architettonico non è nato dall'ispirazione di un progettista solitario, ma da una trattativa in cui la controparte erano vedove, madri e orfani con un'idea molto precisa di quello che volevano. Aggiungo che anche la cancellata di Mirko Basaldella passò attraverso una polemica pubblica sulla legittimità dell'arte astratta in un sacrario, e fu approvata soltanto nel marzo 1950. Questo posto è un monumento contrattato, ed è la ragione della sua forza: ogni sua scelta ha dovuto giustificarsi davanti a qualcuno che aveva perso un figlio.
Il consiglio che ti do per visitare Mausoleo delle Fosse Ardeatine
Il consiglio principale è uno, e vale più di tutti gli altri messi insieme: non venite qui per primo. Venite dopo aver visto via Tasso, o almeno dopo aver letto la cronologia dei nove mesi di occupazione. Chi arriva alle Ardeatine senza sapere che cosa fosse il carcere di via Tasso, chi fossero i GAP e che cosa accadde in via Rasella, attraversa un bel monumento e torna a casa con un numero. Il posto non spiega se stesso, e ha la dignità di non provarci.
Secondo consiglio, sull'orario. Presentatevi alle 8.15, all'apertura, in un giorno feriale. Sarete quasi soli, e la luce che entra dalla fessura perimetrale del sacrario, alla prima ora, è radente e bassissima: illumina i sarcofagi e lascia il soffitto nel buio, che è precisamente l'effetto per cui il monumento è stato progettato. A metà giornata quell'effetto si perde. Chi non ha alternative al fine settimana scelga la prima domenica del mese, per l'accompagnamento dei familiari.
Terzo consiglio, sulla sequenza interna. Rispettate il percorso: cancello, piazzale, scultura, gallerie, sacrario, museo. Molti visitatori vanno subito sotto la lastra, perché è la cosa che si vede, e poi tornano indietro. Così si arriva ai sarcofagi senza avere visto la cava, e la camera sepolcrale diventa un fatto architettonico invece che la conseguenza di quello che è appena stato mostrato.
Quarto, sulla lettura. Non provate a leggere tutte le lapidi: non ci riuscite e vi anestetizzate a metà del primo filare. Sceglietene dieci a caso e leggetele intere, nome, data di nascita e professione. È il solo modo che conosco per uscire di lì con delle persone in testa invece che con una cifra.
Quinto, sull'abbinamento della giornata. Non incastrate questa visita fra due appuntamenti. Dopo, serve una camminata all'aperto: l'Appia Antica o la Caffarella sono a un quarto d'ora e servono esattamente a questo. Se avete un gruppo, prevedetelo nel programma: la gente esce dal sacrario in silenzio e ha bisogno di venti minuti di cielo aperto prima di tornare a parlare.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Che i soldati uccisi in via Rasella non fossero tedeschi nel senso in cui la parola viene usata di solito. L'undicesima compagnia del terzo battaglione del Polizeiregiment Bozen era composta in larga parte da altoatesini, uomini nati e cresciuti in una provincia italiana, molti dei quali di lingua tedesca e arruolati nella Ordnungspolizei dopo che l'Alto Adige era passato sotto amministrazione diretta del Reich nell'autunno del 1943. Non erano giovani di leva scelti fra i migliori: era un reparto di seconda linea, con età media alta, impiegato in servizi di ordine pubblico nella capitale.
Il dato è pubblico da decenni e compare in tutte le ricostruzioni serie, eppure resta ai margini del racconto corrente, che preferisce l'immagine più semplice di una colonna di SS. La ragione per cui merita di essere ricordato non è consolatoria e non attenua nulla: la strage delle Ardeatine resta una rappresaglia ordinata dal comando tedesco ed eseguita da uomini di Kappler. Serve però a capire quanto profondamente la guerra civile europea attraversasse la stessa Italia, e quanto poco le categorie nazionali spieghino il 1944.
Al fatto se ne accompagna un secondo, altrettanto noto agli storici e altrettanto poco citato: la lista dei condannati fu compilata anche con nomi forniti dalle autorità italiane. Il questore di Roma Pietro Caruso ne consegnò cinquanta, dopo essersi consultato con il ministro dell'Interno della Repubblica Sociale, e la banda di Pietro Koch garantì la propria quota entro il primo pomeriggio del 24 marzo. Senza quel contributo Kappler non avrebbe raggiunto il numero. Caruso fu processato a Roma nel settembre 1944 e fucilato a Forte Bravetta: fu il primo grande processo dell'Italia liberata, e si celebrò in un clima di tensione tale che il giorno dell'apertura la folla linciò il direttore del carcere di Regina Coeli.
Terzo elemento della stessa famiglia: il conteggio finale non fu di trecentotrenta uomini ma di trecentotrentacinque, e la differenza non nasce da un ordine ma da un errore amministrativo e dalla decisione di eliminare i testimoni. Cinque uomini morirono perché qualcuno aveva sbagliato a contare. Su questa aritmetica, e non sulla rappresaglia in quanto tale, si sono rette le condanne dei processi italiani.
La foto giusta da fare a Mausoleo delle Fosse Ardeatine
Comincio da quello che non si fotografa, perché qui viene prima. Non si fotografano i sacelli con i nomi e le fotografie delle vittime, e in particolare non si fotografa un singolo sacello come se fosse un soggetto. Sono tombe di persone i cui figli e nipoti sono vivi e frequentano questo posto: quelle lapidi non appartengono al visitatore. Non si fotografano le persone in raccoglimento, mai, nemmeno di spalle e nemmeno da lontano. Non si fotografa la deposizione dei fiori. E naturalmente non si fanno ritratti sorridenti, non si fanno autoscatti dentro il sacrario e non si usa il flash, che oltre a essere invadente distrugge esattamente la qualità di luce per cui questo ambiente esiste.
Quello che si fotografa, con rispetto e senza fretta, è l'architettura. La fotografia giusta di questo luogo è una sola: la lastra del sacrario ripresa dall'esterno, da bassa altezza, quasi accovacciati, con l'obiettivo all'altezza dell'asola di luce che corre lungo tutto il perimetro. Da quel punto di vista la copertura in cemento armato sembra staccata dal terreno e sospesa, ed è il motivo per cui il monumento è nei manuali di architettura. Serve una giornata di sole radente, quindi la prima mattina o l'ultima ora prima della chiusura, e serve che nell'inquadratura non ci sia nessuno.
La seconda fotografia che vale davvero è il cancello di Mirko Basaldella, ripreso controluce dall'interno mentre si esce. Il groviglio di bronzo diventa una silhouette e si legge molto meglio che dall'esterno, dove la luce piatta lo appiattisce. Terza, se proprio ne volete una figurativa: il gruppo delle Tre età di Coccia da tre quarti, con la lastra del sacrario sullo sfondo, per il rapporto di scala fra le figure umane e la copertura.
Dentro il sacrario, la regola che do ai miei gruppi è semplice: al massimo una fotografia d'insieme, presa dall'ingresso, senza persone nel campo e senza indugiare. Se c'è anche una sola famiglia in visita, si mette via la macchina e basta. Non è una questione di regolamento, è una questione di misura: in un cimitero non si fotografa la tomba degli altri, e questo è un cimitero con trecentotrentacinque tombe.
Per i gruppi organizzati e per chi lavora con attrezzatura professionale, treppiedi compresi, il criterio è chiedere prima al personale. La regola pratica che consiglio a tutti, e che uso io stesso: si scattano al massimo tre fotografie in tutta la visita, e le si sceglie prima. Il tempo risparmiato si passa a leggere le lapidi.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
Il primo avvenimento è il fatto stesso. Il 24 marzo 1944, fra le 15.30 e le venti circa, trecentotrentacinque uomini furono uccisi in queste gallerie con un colpo alla nuca, a gruppi di cinque, in sessantasette turni. Poi il genio militare tedesco minò gli imbocchi e fece saltare le volte per sigillare il posto.
Il secondo avvenimento accadde poche ore dopo, nella notte, e non era previsto da nessuno. I religiosi salesiani che vivevano nelle vicinanze udirono le esplosioni, si avvicinarono, entrarono nelle cave e trovarono i corpi accatastati in cumuli alti oltre un metro e mezzo. Fu la loro testimonianza, insieme a quella di alcuni abitanti della zona, a far circolare in città la verità su quello che il comunicato ufficiale del 25 marzo aveva descritto come un ordine eseguito. Per i mesi successivi le donne che cercavano i loro uomini scomparsi salirono lungo la via Ardeatina a lasciare fiori davanti agli imbocchi ostruiti: la memoria di questo posto comincia lì, in clandestinità, quattro anni prima del monumento.
Il terzo avvenimento è l'estate del 1944. Il 10 giugno, sei giorni dopo la liberazione di Roma, fu istituita la Commissione per le Cave Ardeatine presieduta dal colonnello statunitense Charles Poletti. Il 26 luglio cominciarono le operazioni di esumazione, coordinate dal medico legale Attilio Ascarelli con i vigili del fuoco e il personale del Verano; si dovettero rimuovere circa duemila metri cubi di materiale franato prima di raggiungere i corpi. Il lavoro andò avanti fino a novembre e restituì un nome a oltre trecentoventi delle trecentotrentacinque vittime.
Il quarto avvenimento è il 24 marzo 1949: l'inaugurazione del Mausoleo, nel quinto anniversario, alla presenza delle autorità, delle associazioni partigiane e dei deportati, degli studenti e di una folla di cittadini. Il cantiere era aperto dal 22 novembre 1947. Nel marzo 1950 fu approvata, dopo una polemica pubblica sull'arte astratta nei sacrari, la cancellata di Mirko Basaldella, ultimata l'anno seguente.
Il quinto avvenimento è la sequenza delle commemorazioni annuali del 24 marzo, che dal dopoguerra a oggi hanno fatto di questo piazzale uno dei due o tre luoghi in cui la Repubblica celebra se stessa. La lettura integrale dei trecentotrentacinque nomi, uno per uno, è la parte del rito che nessuno dimentica.
Il sesto, e per me il più significativo degli ultimi decenni, è il 3 maggio 2017: il Presidente della Repubblica italiana Sergio Mattarella e il Presidente federale tedesco Frank-Walter Steinmeier vennero insieme alle Fosse Ardeatine, deposero una corona d'alloro davanti alla lapide dei trecentotrentacinque caduti ed entrarono insieme nel Mausoleo. Erano presenti, fra gli altri, il rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni e la presidente dell'ANFIM Rosina Stame. Il capo dello Stato tedesco che entra nel sepolcro delle vittime di una rappresaglia tedesca, accompagnato dal capo dello Stato italiano, è un avvenimento che vale quanto un trattato.
Chi è passato da Mausoleo delle Fosse Ardeatine
Il primo nome da fare non è quello di un ospite illustre, è quello di chi ci ha lavorato: Attilio Ascarelli. Il medico legale romano, ebreo, espulso dall'università dalle leggi razziali del 1938, passò qui quattro mesi dell'estate e dell'autunno 1944 a dirigere il recupero e l'identificazione delle salme. Nessuno ha frequentato questo luogo come lui, e nessun visitatore successivo ha visto quello che ha visto lui.
Sono passati di qui gli architetti che lo hanno costruito, che a quel tempo erano giovani reduci: Nello Aprile, Cino Calcaprina, Aldo Cardelli, Mario Fiorentino e Giuseppe Perugini, con gli scultori Mirko Basaldella e Francesco Coccia. Fiorentino sarebbe diventato uno dei protagonisti dell'architettura romana del secondo Novecento, l'autore del Corviale; Perugini avrebbe firmato la casa sperimentale di Fregene. Il monumento più maturo delle loro carriere lo progettarono all'inizio, con la guerra appena finita.
Nell'immediato dopoguerra passò di qui il colonnello Charles Poletti, governatore alleato di Roma, che presiedette la Commissione per le Cave Ardeatine istituita il 10 giugno 1944. Passarono i ministri della ricostruzione, e in particolare Umberto Tupini, ministro dei Lavori pubblici, che sostenne il compromesso progettuale con le famiglie.
Poi ci sono i capi di Stato. La commemorazione del 24 marzo ha visto negli anni la partecipazione delle massime autorità della Repubblica, e negli anniversari maggiori la presenza del Presidente della Repubblica è consuetudine consolidata. L'episodio più rilevante resta quello del 3 maggio 2017, quando Sergio Mattarella e il Presidente federale tedesco Frank-Walter Steinmeier deposero insieme una corona d'alloro e resero omaggio alle vittime all'interno del Mausoleo, accompagnati fra gli altri dal rabbino capo Riccardo Di Segni e dalla presidente dell'ANFIM Rosina Stame.
Ma i visitatori che contano davvero, in questo posto, sono altri e non hanno un nome che finisce sui giornali: sono i familiari delle vittime, che dal 1949 a oggi vengono, portano fiori, tengono aperta l'associazione e la prima domenica di ogni mese accompagnano gratuitamente i visitatori lungo il percorso. Sono ormai figli e nipoti, in molti casi bisnipoti. Se capitate in una di quelle domeniche, la persona che vi guida davanti a un sacello potrebbe portare il cognome scolpito sopra. Non esiste, a Roma, nessun'altra visita così.
Domande veloci su Mausoleo delle Fosse Ardeatine
Quanto costa il biglietto per il Mausoleo delle Fosse Ardeatine
Niente: l'ingresso è gratuito per tutti, senza distinzione di età o di residenza, ed è gratuito anche il museo interno. Non esiste biglietteria e non esiste un ridotto, perché non esiste un intero. Il complesso è un sacrario nazionale affidato al Ministero della Difesa, non un museo a pagamento.
Quali sono gli orari del Mausoleo delle Fosse Ardeatine
Apertura alle 8.15 tutti i giorni. Chiusura del mausoleo alle 15.30 dal lunedì al venerdì e alle 16.30 il sabato e la domenica; il museo interno chiude un quarto d'ora prima, quindi alle 15.15 nei feriali e alle 16.15 nel fine settimana. Nelle settimane delle commemorazioni gli orari possono variare: una telefonata prima di partire evita sorprese.
Quando è chiuso il Mausoleo delle Fosse Ardeatine
Il primo gennaio, la domenica di Pasqua, il primo maggio, il 15 agosto, il 25 e il 26 dicembre. Negli altri giorni, feriali e festivi, il complesso è aperto.
Serve prenotare per visitare il Mausoleo delle Fosse Ardeatine
Per la visita individuale no: ci si presenta all'ingresso su via Ardeatina negli orari di apertura. La prenotazione serve per le visite guidate e per i gruppi, va fatta all'ANFIM con almeno una settimana di anticipo e prevede un minimo di cinque partecipanti.
Quanto dura la visita al Mausoleo delle Fosse Ardeatine
Un'ora è il minimo per non correre, un'ora e mezza la misura giusta comprendendo il museo, due ore piene con una guida e un gruppo scolastico.
Si possono fare fotografie dentro il Mausoleo delle Fosse Ardeatine
All'esterno e sull'architettura sì, con discrezione e senza flash. Sui sacelli con i nomi e le fotografie delle vittime, e sulle persone in raccoglimento, la risposta è no: sono tombe di famiglie che frequentano ancora il luogo. Per attrezzature professionali e treppiedi conviene chiedere al personale.
Il Mausoleo delle Fosse Ardeatine è accessibile in sedia a rotelle
Il percorso di visita del Mausoleo è accessibile alle persone con disabilità motorie, e il parcheggio all'ingresso riduce il tratto da percorrere. Il tratto sotterraneo delle cave ha un fondo più irregolare: per esigenze particolari conviene telefonare prima.
Come si arriva al Mausoleo delle Fosse Ardeatine con i mezzi
Linee ATAC 118 e 218. Da Termini: metropolitana A fino a San Giovanni e poi il 218, oppure metropolitana B fino a Circo Massimo e poi il 118. L'indirizzo è via Ardeatina 174.
C'è un parcheggio al Mausoleo delle Fosse Ardeatine
Sì, l'ingresso su via Ardeatina è dotato di parcheggio. Biciclette, motocicli e monopattini non possono invece accedere all'interno del complesso.
Che differenza c'è fra le Fosse Ardeatine e le catacombe qui accanto
Sono entrambe gallerie scavate nella stessa roccia vulcanica, ma con milleseicento anni di distanza e per ragioni opposte. Le catacombe di San Callisto e di San Sebastiano sono cimiteri cristiani del secondo e terzo secolo, scavati per seppellire; le cave della via Ardeatina erano attività estrattive per ricavare pozzolana, e furono usate per un solo giorno come luogo di esecuzione e occultamento.
Perché le vittime sono 335 e non 330
Il rapporto stabilito dal comando tedesco era di dieci italiani per ogni soldato ucciso in via Rasella. I soldati morti furono trentatré, quindi il numero ordinato era trecentotrenta. A esecuzione conclusa risultarono cinque uomini in più, portati lì per errore: furono uccisi anche loro perché avevano assistito.
Quante vittime furono identificate
La squadra diretta da Attilio Ascarelli, fra il luglio e il novembre 1944, restituì un nome a oltre trecentoventi delle trecentotrentacinque vittime. Le poche salme rimaste senza identità riposano nei sacelli con la sola indicazione di ignoto.
Quanti ebrei furono uccisi alle Fosse Ardeatine
Almeno settantacinque delle vittime erano detenute per motivi razziali. È la più grande strage di ebrei compiuta sul territorio italiano.
Chi era il più giovane fra le vittime
Michele Di Veroli, nato a Roma il 3 febbraio 1929: aveva quindici anni. Coetaneo Duilio Cibei, nato l'8 gennaio dello stesso anno. Il più anziano era Mosè Di Consiglio, nato nel 1870, che di anni ne aveva settantaquattro.
Il Mausoleo delle Fosse Ardeatine è adatto ai bambini
Il sacrario e le gallerie si reggono a qualunque età, purché un adulto spieghi prima che cosa si andrà a vedere. Il museo dei cimeli, con le fotografie del recupero delle salme, è pesante sotto gli undici o dodici anni. Per le scuole medie e superiori è la visita di storia contemporanea più efficace che Roma offra.
Ci sono visite guidate al Mausoleo delle Fosse Ardeatine
Sì, organizzate dall'ANFIM su prenotazione, con almeno una settimana di anticipo e da cinque partecipanti in su. La prima domenica di ogni mese l'accompagnamento gratuito è affidato ai familiari delle vittime: è la formula migliore in assoluto.
C'è un bar o un punto di ristoro al Mausoleo delle Fosse Ardeatine
No. Il complesso dispone dei servizi igienici ma non di un punto di ristoro, e il tratto di via Ardeatina davanti all'ingresso è privo di esercizi. Conviene portare acqua e prevedere la sosta prima o dopo, verso San Sebastiano o la Caffarella.
Quanto si aspetta in coda al Mausoleo delle Fosse Ardeatine
Di norma non si aspetta affatto: l'ingresso è libero e l'affluenza è bassa, tranne nei giorni delle commemorazioni e in occasione delle visite scolastiche di primavera, che si concentrano nella tarda mattinata.
Che cosa si vede esattamente durante la visita
Il piazzale con il gruppo scultoreo Le tre età di Francesco Coccia, la cancellata in bronzo di Mirko Basaldella, le gallerie delle cave di pozzolana fino al punto dell'esecuzione, il sacrario sotto la lastra di cemento con i trecentotrentasei sacelli, e il museo dei cimeli con documenti, fotografie e oggetti personali.
Che cos'è il sacello numero 336
È un sarcofago vuoto, dedicato ai martiri d'Italia, cioè a tutti i caduti delle stragi nazifasciste che non hanno un sepolcro. Nel piazzale del complesso uno spazio è dedicato alla strage di Marzabotto.
Che cosa vedere vicino al Mausoleo delle Fosse Ardeatine
Le Catacombe di San Callisto e di San Sebastiano, la basilica di San Sebastiano fuori le mura, il Domine Quo Vadis, il Parco dell'Appia Antica con la Villa dei Quintili, la valle della Caffarella e, verso la città, Porta San Sebastiano con il museo delle Mura.
Qual è il momento migliore per visitare il Mausoleo delle Fosse Ardeatine
La prima mattina di un giorno feriale, appena dopo l'apertura delle 8.15: pochissime persone e la luce radente che entra dall'asola perimetrale del sacrario. In alternativa, la prima domenica del mese per l'accompagnamento dei familiari.
Il Mausoleo delle Fosse Ardeatine e il Museo storico della Liberazione si visitano insieme
Si completano a vicenda ma è meglio non farli nello stesso giorno. Via Tasso 145 conserva le celle del carcere della polizia tedesca da cui molte vittime partirono il 24 marzo 1944; è aperto tutti i giorni dalle 9 alle 19 con ingresso libero. Due giornate distinte, in quest'ordine, funzionano molto meglio di una sola.
Chi gestisce il Mausoleo delle Fosse Ardeatine
Il complesso è affidato al Ministero della Difesa, attraverso il Commissariato generale per le onoranze ai caduti. L'accoglienza, le visite guidate e l'attività di divulgazione sono in larga parte curate dall'ANFIM, l'associazione dei familiari delle vittime.
Vengo qui almeno tre o quattro volte l'anno, e ogni volta la cosa che mi resta non è l'architettura, che pure è straordinaria, ma la fila di date di nascita sui sacelli: 1929, 1870, 1912, 1926. Se avete un'ora sola da spendere in questa città per capire che cosa sia stato il Novecento italiano, spendetela qui, la mattina presto, camminando piano e leggendo dieci lapidi per intero. Uscite dal cancello di Mirko con qualcosa che non si dimentica, e non è un ricordo turistico.
Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.
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