Giorgia al Palazzo dello Sport di Roma — 24 settembre 2026
Giovedì 24 settembre 2026 Giorgia canta a Roma, al Palazzo dello Sport dell’Eur. Romana di nascita, romana di accento quando abbassa la guardia, torna nella sala grande della sua città con quella che resta, per consenso quasi unanime fra chi di voci se ne intende, la tecnica vocale più impressionante che il pop italiano abbia prodotto negli ultimi trent’anni. Una serata di settembre, un palasport rotondo costruito per le Olimpiadi del 1960, e una cantante che in quell’edificio gioca in casa.
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✦ Dopo il tramontoRoma di notte
Le stesse piazze, senza la folla e con le luci giuste. La città cambia completamente.
✦ Il classicoTour a piedi
Roma si capisce camminando. La differenza la fa la guida, non l'itinerario: sono quasi tutti uguali sulla carta.
✦ Vieni affamatoFood tour
Non è un pranzo: sono sei-otto tappe piccole. Il valore è nei posti in cui non saresti mai entrato da solo.
✦ Dopo le 21Bar hopping e vita notturna
Tre o quattro locali con qualcuno che sa quali sono aperti quella sera. Funziona meglio da soli che in coppia.
✦ Va a rubaColosseo, Foro e Palatino
L'ingresso a orario sparisce con giorni di anticipo in alta stagione. La versione con i sotterranei è quella che vale il s...
✦ Vai all'aperturaMusei Vaticani e Cappella Sistina
Il primo slot della giornata o il tardo pomeriggio. A metà mattina è un nastro trasportatore, e non lo diciamo solo noi.
✦ Centro storicoTrevi, Pantheon e piazze
Il cuore barocco a piedi, più il biglietto del Pantheon che ora serve davvero.
✦ Poco camminoTour in golf cart
Il centro storico in un paio d'ore senza distruggerti i piedi, e passi dove i pullman non entrano.
✦ Foto garantiteVespa e Ape Calessino
In Ape ti portano loro, in Vespa guidi tu (serve la patente). Due esperienze molto diverse sotto lo stesso nome.
✦ Il più scenograficoTour in sidecar
Il sidecar vintage con conducente: costa più della Vespa, ma è il giro che finisce in tutte le foto.
✦ Si mangia alla fineCorsi di cucina
Pasta a mano e poi ci si siede a tavola. La domanda giusta è quante persone ci sono per postazione.
✦ Anche in cittàDegustazioni di vino
In enoteca in centro o tra le vigne dei Castelli. Due cose diverse: una dura un'ora, l'altra una giornata.
✦ Fuori portaCastelli Romani
Frascati, Castel Gandolfo, il lago di Albano. Un'ora da Roma e sembra un'altra regione.
✦ Patrimonio UNESCOTivoli: Villa d'Este e Villa Adriana
Due ville, due epoche, un solo biglietto mentale: le fontane di Villa d'Este e le rovine imperiali di Adriano.
✦ Prenotazione obbligatoriaGalleria Borghese
Bernini e Caravaggio in due ore contate. Senza prenotazione non si entra, punto.
✦ SottoterraCatacombe e Appia Antica
Chilometri di gallerie sotto la via Appia. Fresche d'estate, e sorprendentemente poco affollate.
✦ Accesso limitatoColosseo: sotterranei e arena
Il piano dove aspettavano gladiatori e belve, e il pavimento dell'arena. Posti contati ogni giorno.
✦ Giornata lungaPompei e Costiera Amalfitana
Da Roma si fa in giornata, ma è una giornata vera: sveglia presto e rientro a sera.
✦ Alta velocitàFirenze in giornata
Un'ora e mezza di treno e sei sotto il Duomo. Si fa, se accetti di vedere tre cose e non dieci.
✦ Terrazza panoramicaCastel Sant'Angelo
Mausoleo, fortezza, prigione e rifugio dei papi. E la terrazza con la vista migliore su San Pietro.
✦ Libertà di scesaBus hop-on hop-off
Sali e scendi dove vuoi per 24 o 48 ore. Utile il primo giorno, per orientarsi.
✦ MareCapri e Costiera Amalfitana
Da Roma è lunga, ma in due giorni si fa con calma. In giornata solo se accetti di correre.
✦ Con i bambiniScuola dei gladiatori
Due ore con la spada di legno in mano, sulla via Appia. Con i ragazzini funziona sempre.
✦ Poco sforzoSegway e monopattino
Copri il doppio del centro senza camminare. Dieci minuti di pratica e ci stai sopra.
✦ MercoledìUdienza papale
Ogni mercoledì, quando il Papa è a Roma. Il biglietto è gratuito ma va ritirato.
✦ Poco affollatoTerme di Caracalla
Muri alti trenta metri e quasi nessuno intorno. Uno dei posti più sottovalutati di Roma.
✦ A 30 minutiOstia Antica
La Pompei di Roma, raggiungibile col treno urbano. Strade, taverne e mosaici, senza folla.
✦ Alta velocitàNapoli e Pompei
Un'ora e dieci di treno. Il centro storico, il museo archeologico e la pizza vera.
✦ Prima dell'aperturaVaticano: ingresso anticipato
Dentro i Musei prima del pubblico. La Sistina quasi vuota è un'altra cosa.
✦ Senza faticaTour in e-bike
Le sette colline con l'assistenza al pedale. L'Appia Antica e il Gianicolo diventano facili.

Che cos’è il concerto del 24 settembre 2026
La serata è un concerto di Giorgia al Palazzo dello Sport di Roma, in programma per giovedì 24 settembre 2026. L’indirizzo è Piazzale dello Sport 1, nel quartiere Eur, nella parte meridionale della città, dove Roma smette di somigliare a una cartolina e comincia a somigliare a un progetto. L’impianto che compare sui documenti come Palazzo dello Sport è quello che chiunque in città chiama Palaeur, senza eccezioni e senza esitazioni, e quella parola vale come indirizzo tanto quanto il numero civico.
Conviene mettere subito in chiaro il perimetro di quello che si legge qui, perché è il modo più rapido per non far perdere tempo a nessuno. Al momento in cui si scrive non risulta pubblicata una scaletta ufficiale della serata romana, non risultano ospiti annunciati, non risulta comunicata la formazione dei musicisti che accompagneranno la cantante sul palco, e non vengono riportati prezzi né indicazioni sulla disponibilità dei posti. Sono informazioni che gli uffici stampa rilasciano tardi, spesso mai del tutto, e che nella maggior parte dei casi si scoprono soltanto quando le luci di sala si abbassano. Chi cerca certezze su quali brani verranno cantati, su chi eventualmente salirà a fare un duetto, su quante persone ci saranno in band, non le troverà qui per la ragione più semplice del mondo: non esistono in una forma che si possa considerare verificabile.
Quello che invece si può raccontare con una certa precisione è tutto il resto, ed è parecchio. Che tipo di cantante è Giorgia e perché il suo modo di stare sul palco funziona in un palasport più di quanto funzionerebbe in uno stadio. Che edificio è il Palaeur, chi lo ha costruito e perché la sua forma influisce sul suono che arriva alle orecchie. Come ci si arriva senza rimanere imbottigliati sulla Cristoforo Colombo, dove si parcheggia, quanto ci mette la metropolitana, che cosa succede all’uscita quando ottomila persone puntano contemporaneamente verso lo stesso tornello. E che cosa si può fare nelle due ore che precedono il concerto, perché l’Eur è uno dei pochi quartieri di Roma dove l’attesa prima di uno spettacolo può diventare un pezzo di visita anziché un vuoto da riempire al bar.
Il 24 settembre 2026 cade di giovedì, e la cosa ha conseguenze concrete sulla fisionomia della serata. Un concerto infrasettimanale al Palaeur ha un pubblico che il giorno dopo lavora: significa un deflusso più rapido e più nervoso alla fine, significa che una parte della sala comincia a guardare l’orologio verso le undici e mezza, significa anche che il traffico del tardo pomeriggio sulla Colombo e sulla via Laurentina è quello pieno dei giorni feriali, con i pendolari che rientrano verso sud proprio nell’ora in cui il pubblico del concerto si muove verso nord. Chi arriva in automobile farebbe bene a mettere in conto quaranta minuti in più rispetto a quanto suggerisce il navigatore, che gli ingorghi dell’Eur non li prevede mai abbastanza.
C’è poi il fattore stagionale, che a Roma conta più di quanto si creda. Il 24 settembre è dentro quella finestra di due o tre settimane in cui la città esce dall’estate senza essere ancora entrata nell’autunno: di giorno il termometro può ancora regalare venticinque gradi, di sera dopo le nove cala una frescura che sorprende chi è uscito di casa in maniche corte. All’Eur, che è un quartiere aperto, ventilato, pieno di spazi larghi e di superfici dure, quella escursione si sente più che nel centro storico. Una felpa leggera nello zaino, per chi esce alle undici e mezza di sera e deve camminare fino alla metropolitana, non è pignoleria.
Sull’orario: le serate di questo tipo al Palaeur vengono annunciate di norma per le ventuno, con l’apertura dei cancelli qualche ora prima. L’indicazione che fa fede, però, rimane soltanto quella stampata sul titolo di ingresso e pubblicata dai canali ufficiali dell’impianto e dell’organizzatore, perché gli orari cambiano, i supporti si aggiungono o si tolgono, e mezz’ora di scarto fa la differenza fra entrare con calma e trovarsi il primo brano già cominciato mentre si cerca il posto al buio.
Una curiosità su Giorgia al Palazzo dello Sport di Roma — 24 settembre 2026
La curiosità riguarda la voce, e riguarda una cosa che gli appassionati di tecnica vocale discutono da trent’anni mentre il pubblico generalista non ci fa quasi caso. Giorgia usa in maniera sistematica un procedimento che nella musica afroamericana si chiama melisma: una sola sillaba cantata su una serie lunga di note diverse, che invece di restare ferma si arrampica, scende, gira intorno alla nota principale e poi ci ritorna. È l’architettura che regge il finale di “E poi”, ed è la ragione per cui quel brano, uscito nel 1994, viene ancora usato come banco di prova nelle scuole di canto italiane.
La curiosità vera, però, non è che lo faccia: molte cantanti pop lo fanno, e a partire dagli anni Novanta è diventato quasi un obbligo di genere. La curiosità è che Giorgia lo faccia mantenendo l’intonazione dentro margini che, misurati, risultano strettissimi anche a velocità alta. Le corse veloci su molte note sono il punto in cui la maggioranza delle voci perde precisione, perché la laringe deve cambiare posizione decine di volte al secondo e il fiato deve reggere una pressione costante. In studio si aggiusta tutto; dal vivo no. Ed è esattamente dal vivo, in un palasport, con un impianto di amplificazione che rimanda in cuffia il proprio suono con un ritardo di qualche millesimo di secondo, che quella differenza si sente.
C’è un secondo livello della curiosità, meno tecnico e più romano. Il padre di Giorgia, Giulio Todrani, è stato un cantante di soul e rhythm and blues attivo a Roma dagli anni Sessanta, una figura che nella scena capitolina conoscevano tutti e che il grande pubblico nazionale non ha mai incontrato. La figlia ha cominciato cantando nei locali con lui, facendo cori, imparando un repertorio che passava per Aretha Franklin e per la musica nera americana molto prima di passare per la canzone italiana. Questo spiega parecchio di quello che si sente sul palco: la matrice non è il melodramma all’italiana, è il gospel e il soul, e la differenza si coglie nel modo di attaccare una frase, di portarla avanti, di lasciarla cadere.
Per chi entra al Palaeur il 24 settembre con la curiosità di chi vuole capire come è fatta una voce, l’indicazione pratica è una sola: prestare attenzione ai passaggi lenti più che a quelli spettacolari. Le acrobazie sono evidenti, si notano da sole, e il pubblico ci applaude sopra. La difficoltà maggiore, in un palasport, è tenere una nota lunga a volume basso senza che tremi, con diecimila persone che respirano intorno e con un riverbero che rimbalza sulla cupola. Quello è il momento in cui si capisce se una cantante è una cantante.
Chi è Giorgia
Giorgia Todrani nasce a Roma il 26 aprile 1971. Il padre, Giulio Todrani, è un musicista della scena soul romana, la madre si chiama Elsa Giordano. Cresce dentro la musica nel senso letterale del termine: la prima incisione documentata risale al 1979, da bambina, e l’adolescenza passa fra cori, sale prova e serate nei locali della capitale, in un apprendistato che non ha niente del talento scoperto per caso e tutto del mestiere imparato presto.
La carriera ufficiale comincia nell’autunno del 1993 con Sanremo Giovani e il brano “Nasceremo”. L’anno successivo arriva al Festival con “E poi”, che è il pezzo con cui tuttora la riconoscono anche quelli che non seguono la musica italiana: una canzone costruita su un crescendo che al finale chiede alla voce esattamente quello che la maggior parte delle voci non può dare. Il 1995 è l’anno della svolta: vince il Festival di Sanremo con “Come saprei”, e lo vince portandosi a casa anche il premio della critica, quello degli autori e quello delle giurie radiotelevisive, una combinazione che al Festival capita di rado e che di solito segnala un consenso trasversale fra pubblico e addetti ai lavori.
Le partecipazioni successive al Festival raccontano una carriera che non ha avuto bisogno dell’Ariston per reggersi, ma che all’Ariston è tornata con regolarità. Nel 1996 con “Strano il mio destino”, terzo posto. Nel 2001 con “Di sole e d’azzurro”, secondo posto, ed è probabilmente la canzone che il pubblico italiano canta con più trasporto quando la sente attaccare dal vivo. Poi una pausa lunga, interrotta nel 2017 da un passaggio come ospite con “Vanità”. Nel 2023 torna in gara con “Parole dette male”, sesto posto. Nel 2024 è a Sanremo come co-conduttrice di una serata, e in quell’occasione riprende proprio “E poi”, trent’anni dopo. Nel 2025 di nuovo in gara con “La cura per me”, ancora un sesto posto, con il premio per la cover, il premio TIM e quello di RTL 102.5.
La discografia in studio comincia con “Giorgia” nel 1994 e prosegue con “Come Thelma & Louise” nel 1995, “Strano il mio destino” nel 1996, “Mangio troppa cioccolata” nel 1997, “Girasole” nel 1999, “Senza ali” nel 2001, “Ladra di vento” nel 2003, l’“MTV Unplugged” del 2005, “Stonata” nel 2007, “Dietro le apparenze” nel 2011, “Senza paura” nel 2013, “Oronero” nel 2016, l’album di reinterpretazioni “Pop Heart” nel 2018 e “Blu” nel 2023. È una produzione regolare, distribuita su trent’anni, senza le lunghe sparizioni che caratterizzano molte carriere italiane di questo livello.
Il capitolo delle collaborazioni è quello che spiega perché, quando si parla di Giorgia, chi lavora nella musica cambia tono. L’elenco di chi ha cantato con lei comprende Ray Charles, Aretha Franklin, Elton John, Sting, Lionel Richie, Alicia Keys, Herbie Hancock, James Taylor, Bryan Adams, i Simple Minds, Ronan Keating, e sul fronte italiano Pino Daniele, Zucchero, Luciano Pavarotti, Andrea Bocelli, Eros Ramazzotti, Laura Pausini, oltre alle collaborazioni più recenti con Elisa ed Elodie. Non sono ospitate di cortesia: sono inviti arrivati da musicisti che l’hanno sentita cantare e hanno voluto quella voce accanto alla propria.
Un capitolo a parte merita “Gocce di memoria”, scritta per la colonna sonora di “La finestra di fronte” di Ferzan Özpetek nel 2003, che le è valsa il Nastro d’Argento e il David di Donatello. È il brano che ha portato la sua voce dentro il cinema italiano e che ancora oggi molti considerano il suo pezzo più riuscito sul piano della scrittura, al netto delle prodezze vocali. Nel 2023 è arrivato anche il debutto come attrice in “Scordato”, diretto da Rocco Papaleo.
Negli anni più recenti il volto è diventato familiare anche a chi i suoi dischi non li compra: dal 2024 è giudice a X Factor, ha prestato la voce a un personaggio nell’animazione, ed è tornata al Festival prima da conduttrice e poi da concorrente. La televisione ha fatto quello che fa sempre, cioè ha allargato il riconoscimento oltre il pubblico della musica. La sostanza però resta quella di prima, e la si misura soltanto in una sala: una cantante che nei trent’anni di carriera non ha mai dovuto scegliere fra popolarità e credibilità tecnica, cosa che in Italia riesce a pochissimi.
Una cosa che non ti dice nessuno su Giorgia al Palazzo dello Sport di Roma — 24 settembre 2026
Nessuno lo dice, ma un concerto di Giorgia è una delle serate in cui il pubblico rischia di rovinarsi da solo lo spettacolo. La spiegazione è semplice: il suo repertorio contiene una quantità notevole di brani a volume basso, con arrangiamenti scarni, dove la voce resta quasi nuda sopra un pianoforte. In una sala da dodicimila posti, quei passaggi funzionano soltanto se il pubblico tace. Basta una fila che chiacchiera, basta un gruppo che riprende con il telefono commentando ad alta voce, e il pezzo si perde per tutto il settore. Chi va a sentirla farebbe bene a saperlo in anticipo e a scegliere di conseguenza dove mettersi, perché la differenza fra un settore silenzioso e uno rumoroso, in una serata così, vale più di venti file di distanza dal palco.
La seconda cosa che non viene detta riguarda la geografia interna del Palaeur. La configurazione da concerto prevede un parterre davanti al palco e due anelli di gradinate. Il parterre, a seconda dell’allestimento, può essere in piedi oppure numerato con le sedie: sono due esperienze diverse, e non solo per il comfort. Il parterre in piedi ha il suono più diretto e l’energia più alta, ma la visibilità peggiore per chi non supera il metro e settanta, e in una serata con molti brani lenti l’energia serve a poco. Il primo anello centrale, che quasi nessuno considera un posto prestigioso, è invece quasi sempre il punto in cui il missaggio arriva meglio, perché è più o meno lì che il fonico punta i sistemi. Per un concerto costruito sulla voce, quel dettaglio conta più della vicinanza.
Terza cosa non detta: l’orario scritto sul biglietto e l’orario in cui parte il primo brano quasi mai coincidono. Fra apertura cancelli, eventuale set di apertura e ultime regolazioni, lo scarto può arrivare tranquillamente alla mezz’ora. Non è cattiva organizzazione, è la prassi consolidata dei palasport italiani, che tiene conto del fatto che una fetta consistente del pubblico arriva in ritardo. Saperlo serve soprattutto a chi deve calcolare l’ultima corsa della metropolitana o un treno regionale: la fine reale dello spettacolo è più tarda di quella teorica, e va calcolata quella.
La quarta, e la più utile in assoluto: al Palaeur il collo di bottiglia dell’uscita non è dentro l’impianto, sono i duecento metri fra il piazzale e l’ingresso della stazione della metropolitana. Migliaia di persone che convergono contemporaneamente su un accesso sotterraneo producono una coda che nelle serate piene supera abbondantemente i venti minuti. Chi rimane seduto sui gradoni cinque minuti in più, invece di alzarsi all’ultimo accordo, trova il piazzale già dimezzato e recupera quel tempo con gli interessi.
Il Palazzo dello Sport all’Eur come spazio
Il Palazzo dello Sport venne costruito fra il 1958 e il 1960 e inaugurato il 3 giugno 1960, poche settimane prima dell’apertura dei Giochi della XVII Olimpiade. La firma è doppia e racconta un pezzo di storia italiana: Marcello Piacentini per l’architettura, Pier Luigi Nervi per le strutture. Il primo era l’architetto ufficiale del regime fascista, ancora attivissimo nel dopoguerra; il secondo era l’ingegnere che in quegli stessi anni stava diventando il nome italiano più esportato al mondo nel campo delle costruzioni. Il risultato è un edificio che porta addosso entrambe le cose: la monumentalità di una certa idea di rappresentanza e la leggerezza acrobatica di una certa idea di ingegneria.
La pianta è circolare e la copertura è una cupola sferica in cemento armato che si avvicina ai cento metri di diametro. Le gradinate sono disposte su due ordini e la capienza dell’impianto si aggira intorno ai dodicimila posti, con una precisazione che vale per ogni serata musicale: nei concerti il numero cambia in funzione dell’allestimento, perché un palco di testa, un palco centrale, un parterre in piedi o uno seduto producono configurazioni e capienze diverse. Il numero che vale è quello della singola data, e lo conosce soltanto chi gestisce la vendita.
La posizione dell’edificio nel quartiere non è casuale. Il Palazzo dello Sport chiude prospetticamente uno degli assi dell’Eur e dialoga con i volumi razionalisti progettati vent’anni prima per l’Esposizione Universale che non si celebrò mai. Chi ci arriva a piedi dalla direzione giusta vede la sagoma bassa e tonda staccarsi come contrappunto dai parallelepipedi squadrati che la circondano, ed è un effetto studiato, non un caso. Il quartiere è uno dei pochi pezzi di Roma progettati per intero prima di essere costruiti, e il palasport è l’elemento che chiude quel disegno sul lato sud.
L’impianto ha attraversato una ristrutturazione importante fra il 1999 e il 2003, al termine della quale ha portato per anni una denominazione commerciale legata a uno sponsor, quella di PalaLottomatica, che una parte dei romani continua a usare per abitudine anche quando l’insegna è cambiata. Le denominazioni di questo tipo si avvicendano nel tempo e non sempre l’insegna sopra l’ingresso corrisponde a quella che si ricorda dall’ultima volta. L’unico riferimento che non cambia mai è l’indirizzo, Piazzale dello Sport 1, e conviene cercare quello sulle mappe.
Sul piano dell’esperienza il Palaeur invecchia meglio di quanto si sospetterebbe da fuori. I corridoi anulari interni sono larghi, i servizi igienici si trovano su entrambi i livelli, i punti ristoro funzionano con la logica classica del palasport italiano, cioè code lunghissime nella pausa fra l’eventuale supporto e l’artista principale e nessuna coda durante lo spettacolo. Chi vuole bere qualcosa lo faccia appena entrato, oppure rinunci: non esiste una terza possibilità che non comporti perdere tre canzoni.
Una nota sull’acustica, perché è la questione che interessa di più in una serata come questa. Una calotta sferica di quelle dimensioni si comporta come un riflettore: rimanda il suono verso il centro della sala anziché disperderlo. Per un impianto nato per il basket e il pugilato era un pregio, perché significava che il rumore dell’arena arrivava ovunque. Per la musica amplificata è una complicazione che i service audio affrontano ogni volta da capo, con sistemi a diffusione controllata, materiali fonoassorbenti appesi in quota e una progettazione del palco che tiene conto della geometria della volta. Nei concerti costruiti sul volume si sente poco; nei concerti costruiti sulla voce si sente di più, ed è la ragione per cui la scelta del posto, in una serata del genere, pesa più del solito.
Come si arriva a Piazzale dello Sport
La soluzione migliore, di gran lunga, è la metropolitana. La linea B ha una fermata che si chiama Eur Palasport, e il nome dice già tutto: si esce dalla stazione e l’impianto si trova a poche centinaia di metri, con un percorso pianeggiante, illuminato e senza attraversamenti pericolosi. Dalla stazione Termini il viaggio richiede all’incirca venticinque minuti, con il cambio di direzione da tenere presente, perché la linea B si sdoppia e occorre prendere i treni diretti verso Laurentina, non quelli verso Rebibbia. È un errore che a Roma commettono tutti almeno una volta, e costa un quarto d’ora.
Le fermate utili sono in realtà due. Eur Palasport è la più vicina. Eur Fermi, quella immediatamente precedente arrivando dal centro, è a una camminata di dieci o dodici minuti e nelle serate di grande affluenza rappresenta una valida alternativa all’uscita, quando l’ingresso di Eur Palasport diventa un imbuto. Chi ha pazienza di camminare un po’ esce dal concerto, punta verso nord lungo viale dell’Umanesimo o viale Europa e prende il treno a Fermi trovando spesso il vagone semivuoto. È il trucco che conoscono i frequentatori abituali dei concerti al Palaeur.
In automobile la faccenda è meno lineare. L’Eur si raggiunge dalla Cristoforo Colombo, dalla via Laurentina e dal Grande Raccordo Anulare in uscita a sud, e nelle sere di concerto il traffico si concentra nell’ultimo chilometro. I parcheggi esistono, alcuni a pagamento nelle immediate vicinanze dell’impianto, altri liberi nelle strade laterali del quartiere, che sono larghe e regolari e offrono più spazio di qualunque altra zona di Roma. Il problema non è entrare, è uscire: dopo un concerto pieno il piazzale si svuota lentamente e possono servire venti o trenta minuti soltanto per immettersi sulla viabilità principale. Chi ha un treno o un aereo da prendere consideri la metropolitana anche se ha l’automobile sotto casa.
Per chi arriva da fuori Roma, l’Eur ha una posizione insolitamente comoda. È il quartiere più vicino all’aeroporto di Fiumicino fra quelli serviti dalla metropolitana, ed è attraversato dalla ferrovia regionale che scende verso Ostia e il litorale, con la stazione di Eur Magliana sulla linea per il mare. Chi soggiorna fuori dal centro storico, o chi arriva in giornata dal Lazio meridionale, si trova spesso più vicino al Palaeur di quanto pensava.
Il consiglio che ti do per visitare Giorgia al Palazzo dello Sport di Roma — 24 settembre 2026
Il consiglio principale è di scegliere il posto pensando all’orecchio e non agli occhi. In un concerto con una scenografia imponente e coreografie ha senso stare vicini; in un concerto costruito su una voce, la vicinanza restituisce meno di quanto promette. Il parterre davanti al palco è il punto in cui si sente soprattutto l’impianto di amplificazione frontale, con i bassi che arrivano addosso e le frequenze alte che passano sopra la testa. Il primo anello centrale, all’altezza del mixer, è il punto in cui il suono è stato regolato: è lì che il fonico lavora, è lì che il missaggio risulta com’era stato pensato. Per una serata di questo tipo, quindici euro di differenza fra i due settori valgono la spesa nella direzione opposta a quella che l’istinto suggerisce.
Il secondo consiglio riguarda l’orario di arrivo. Presentarsi al Palaeur con due ore di anticipo sembra eccessivo e invece è il modo migliore di passare la serata, per una ragione che ha poco a che fare con la coda all’ingresso e molto con il quartiere. In due ore si fa una passeggiata completa nella parte monumentale dell’Eur, si arriva fino al Colosseo Quadrato, si scende al Laghetto, si torna indietro passando davanti alla Nuvola di Fuksas e si entra in sala avendo visto una delle zone architettonicamente più particolari d’Europa invece di avere aspettato in piedi davanti a un tornello. Alla fine di settembre il tramonto all’Eur arriva verso le sette e un quarto, e la luce di quella mezz’ora sui marmi bianchi è la ragione per cui i fotografi ci vanno apposta.
Il terzo consiglio è sul mangiare, e vale la pena dirlo con franchezza: l’Eur non è il quartiere della grande ristorazione romana, e la zona intorno al palasport nelle sere di concerto si riempie oltre la capacità dei locali che ci sono. Chi vuole cenare prima faccia una delle due cose sensate: prenotare, oppure mangiare prima di arrivare, magari fermandosi a Testaccio o sull’Ostiense lungo la stessa linea della metropolitana, dove l’offerta è incomparabilmente migliore e i prezzi sono quelli di quartiere. Arrivare all’Eur alle otto e mezza sperando di trovare un tavolo libero è il modo più affidabile per cenare con un tramezzino.
Quarto consiglio, sul freddo. Un palasport pieno di persone diventa caldo, e la tentazione è di lasciare la giacca a casa. Poi si esce a mezzanotte, l’aria dell’Eur di fine settembre è quella che è, e i venti minuti di camminata fino alla metropolitana diventano lunghi. Una felpa leggera arrotolata nello zaino risolve la questione, sempre che lo zaino sia di dimensioni ammesse: la regola nei palasport italiani tende a fermare le borse oltre un certo formato, e ogni organizzatore pubblica le proprie misure.
Quinto e ultimo, il consiglio meno ovvio: riascoltare qualcosa prima di andare, ma non i pezzi più noti. I successi si riconoscono comunque, il pubblico li canta, la sala li accoglie. Quello che fa la differenza è arrivare avendo in orecchio due o tre brani meno frequentati del repertorio, quelli che dal vivo compaiono senza che mezza sala li aspetti. Chi li riconosce ha una serata più ricca, e soprattutto ha la soddisfazione piuttosto rara di essere fra i pochi che applaudono prima della fine della prima strofa.
Come funzionano i concerti al Palazzo dello Sport
Il funzionamento di una serata musicale al Palaeur segue uno schema che chi frequenta i palasport italiani conosce a memoria, ma che vale la pena descrivere per chi ci va la prima volta. L’apertura dei cancelli avviene di norma qualche ora prima dell’orario di inizio: serve a smaltire i controlli, a far entrare chi ha il parterre in piedi e vuole guadagnare la prima fila, e a dare respiro ai punti ristoro. Chi ha un posto numerato non ha nessun motivo pratico di presentarsi all’apertura; chi ha il parterre in piedi e ci tiene alla posizione, invece, ne ha eccome, e in quel caso si parla di ore di attesa in piedi sul piazzale.
I controlli all’ingresso comprendono la verifica del titolo di accesso e un controllo di sicurezza sulle borse. È la fase che genera le code più lunghe, e la variabile che la allunga di più è la quantità di persone che arriva nell’ultima mezz’ora. Presentarsi quaranta minuti prima anziché dieci, in una serata da diecimila spettatori, significa entrare in cinque minuti anziché in venticinque. Gli ingressi sono più di uno e sono ripartiti per settore: leggere con attenzione quale porta corrisponde al proprio posto evita il giro completo dell’edificio, che essendo circolare è più lungo di quanto sembri.
Sul palco, la sequenza tipica prevede un eventuale set di apertura, una pausa tecnica di venti o trenta minuti e poi l’artista principale. Non tutte le serate hanno un supporto, e per questa data non risultano annunci in merito. La durata complessiva di un concerto in palasport si colloca di norma fra le due ore e le due ore e mezza, bis compresi, con l’avvertenza che è una stima e non un dato: dipende dalla scaletta, dalla quantità di parlato fra un brano e l’altro e dalla reazione della sala.
Il suono in un impianto come questo viene diffuso da cluster sospesi ai lati del palco e, negli allestimenti più curati, da sistemi di rinforzo posizionati lungo l’anello per coprire i settori laterali e posteriori. I settori dietro il palco, quando vengono aperti, hanno un prezzo inferiore e una visuale parziale: non è una fregatura, è una condizione dichiarata al momento della vendita, e per un concerto in cui la scenografia conta poco può anche essere una scelta ragionevole. Per un concerto in cui conta la voce, un po’ meno, perché quei settori ricevono il suono di rimbalzo.
Un’osservazione sul pubblico. Il Palaeur ospita nel corso della stagione una varietà molto ampia di serate, e il tipo di pubblico cambia radicalmente: il rap porta in sala un pubblico giovanissimo e compatto, come accade nelle date di Shiva o di Nayt; il cantautorato e il pop d’autore portano una platea molto più mescolata per età, come succede con Lucio Corsi o con i POOH. Una serata di Giorgia raccoglie di solito un pubblico adulto, con una componente significativa di persone che la seguono dagli anni Novanta e una fetta più giovane arrivata attraverso la televisione recente. Si traduce in una sala ordinata, che ascolta più di quanto urli, e che nei ritornelli storici canta tutta insieme.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Il fatto risaputo è che il Palazzo dello Sport venne costruito per le Olimpiadi di Roma 1960. Lo sanno tutti, compare su ogni targa e in ogni descrizione dell’edificio. Quello che si cita molto meno spesso è che l’impianto fu la sede del torneo di pugilato di quei Giochi, e che su quel ring, il 5 settembre 1960, un diciottenne di Louisville che allora si chiamava Cassius Clay vinse la medaglia d’oro nei mediomassimi. Quattro anni dopo sarebbe diventato campione del mondo dei pesi massimi e avrebbe cambiato nome in Muhammad Ali.
Vale la pena fermarsi un attimo su questo, perché è il tipo di dettaglio che cambia la percezione di un luogo. Chi entra al Palaeur per un concerto entra in un edificio dove la carriera dello sportivo più famoso del Novecento è cominciata davanti al pubblico. Non in una palestra di provincia, non in un’arena americana: in un palasport dell’Eur, costruito da pochi mesi, con l’odore del cemento ancora nuovo. È un pezzo di storia globale capitato dentro un quartiere romano, ed è curioso quanto poco venga ricordato in città.
Il secondo fatto poco citato riguarda la cupola. Quasi tutte le descrizioni riportano il diametro, che sfiora i cento metri, e quasi nessuna riporta lo spessore, che è di pochi centimetri di cemento armato su una luce di quelle dimensioni. È il tipo di rapporto fra portata e materiale che rese celebre Pier Luigi Nervi nel mondo e che veniva ottenuto non con la massa ma con la geometria, attraverso elementi prefabbricati in ferrocemento assemblati sul posto secondo un disegno a nervature che si irradia dal centro. Chi entra e alza gli occhi prima che le luci si abbassino vede quel disegno: è il motivo per cui vale la pena arrivare in sala qualche minuto prima dell’inizio, a luci ancora accese.
Terzo fatto risaputo ma raramente collegato: l’Eur non fu costruito per le Olimpiadi, ma per un’Esposizione Universale prevista nel 1942 e mai celebrata a causa della guerra. Il quartiere rimase per anni un cantiere interrotto, con edifici a metà e strade che finivano nel nulla, e furono proprio i Giochi del 1960 a dargli una funzione e a completarlo. Il Palazzo dello Sport appartiene a questa seconda stagione costruttiva, non alla prima: il che significa che l’edificio dialoga con un quartiere progettato vent’anni prima da altri e con un’altra idea in testa. Il fatto che la conversazione funzioni è merito di Piacentini, che di quel quartiere era stato uno dei coordinatori originari e che quindi, quando trent’anni dopo ci tornò, sapeva esattamente dove mettere le cose.
Biglietti e accesso
I titoli di accesso per le serate al Palazzo dello Sport vengono distribuiti attraverso i canali autorizzati dall’organizzatore, ed è l’unico punto su cui conviene essere rigidi: l’acquisto fuori da quei canali espone al rischio concreto di ritrovarsi davanti al tornello con un codice già utilizzato. Il mercato secondario dei biglietti per i concerti italiani è regolamentato, e i titoli nominativi non si trasferiscono liberamente: chi si trova impossibilitato ad andare deve seguire la procedura di cambio nominativo prevista dall’organizzatore, che esiste ed è documentata nelle condizioni di vendita.
Sui prezzi e sulla disponibilità qui non si troverà alcuna indicazione, e non per reticenza: sono dati che cambiano di giorno in giorno, che dipendono dal settore e dalla fase di vendita, e riportarli significherebbe scrivere qualcosa che sarà falso nel giro di poche settimane. Lo stesso vale per l’eventuale esaurimento dei posti, che è una notizia soggetta a smentita continua, perché le organizzazioni rilasciano frequentemente nuovi settori a ridosso della data, dopo che l’allestimento definitivo del palco è stato fissato e si è capito quali posti hanno visibilità accettabile.
La struttura dei settori al Palaeur è quella classica: parterre, primo anello, secondo anello, con eventuale distinzione fra settori numerati e non numerati e fra visibilità piena e visibilità ridotta. Le indicazioni su quale settore corrisponde a quale ingresso compaiono sul titolo di accesso e sulla segnaletica del piazzale. Vale la pena leggerle prima di arrivare, perché l’edificio è circolare e sbagliare porta significa fare il giro completo.
Sull’ingresso in sala, le regole ricorrenti nei palasport italiani sono queste, con l’avvertenza che l’elenco definitivo lo pubblica l’organizzatore per ogni singolo evento. Restano fuori bottiglie di vetro, lattine, oggetti contundenti, ombrelli lunghi, aste per telefoni e attrezzatura fotografica professionale con obiettivi intercambiabili. Le borse sono ammesse entro misure limitate, gli zaini grandi di norma no. I telefoni entrano senza problemi e le fotografie per uso personale sono in genere tollerate; le riprese video prolungate no, e il personale di sala interviene quando le nota.
Sui minori, la regola generale prevede l’accompagnamento da parte di un adulto sotto una certa età, con soglie che variano da organizzatore a organizzatore e che vanno lette nelle condizioni di vendita. Per i bambini piccoli, in un palasport, la questione seria non è amministrativa ma acustica: il volume di un concerto amplificato in un ambiente chiuso è elevato e le protezioni auricolari per i più piccoli non sono un eccesso di zelo, sono buon senso.
Un’ultima cosa, che riguarda il momento successivo all’acquisto più che l’acquisto in sé. Conviene salvare il titolo di accesso in una forma che funzioni anche senza connessione. All’uscita della metropolitana di Eur Palasport, con qualche migliaio di persone concentrate nello stesso punto, la rete mobile si intasa regolarmente, e il codice che non si carica davanti al tornello è una delle scene ricorrenti di ogni serata al Palaeur.
Accessibilità
Il Palazzo dello Sport prevede postazioni riservate agli spettatori con disabilità motoria, con accompagnatore. Sono in numero limitato e non si acquistano come un biglietto qualsiasi: esiste una procedura dedicata, gestita dall’organizzatore, che va attivata con largo anticipo rispetto alla data. È la prima cosa da fare, prima ancora di pensare al trasporto, perché quei posti finiscono presto e non vengono rimessi in vendita.
Il percorso di avvicinamento è uno dei migliori fra gli impianti romani. Dalla stazione della metropolitana di Eur Palasport al piazzale il tragitto è pianeggiante, su marciapiedi larghi e in gran parte senza gradini; l’Eur è un quartiere costruito sul piano regolatore, con strade regolari e dislivelli dolci, che per chi si muove in carrozzina significa molto. La stazione della linea B dispone di ascensori, con l’avvertenza che gli impianti di sollevamento della metropolitana romana conoscono periodi di fuori servizio: conviene verificare lo stato del servizio il giorno stesso sui canali del trasporto pubblico.
All’interno, l’impianto ha servizi igienici attrezzati su entrambi i livelli e i corridoi anulari sono abbastanza ampi da consentire il passaggio anche a sala piena. Il punto critico, come in tutti i palasport, è l’uscita: il deflusso di migliaia di persone verso pochi varchi crea una situazione in cui muoversi lentamente diventa difficile. Il consiglio è quello che vale sempre in questi casi, cioè attendere seduti dieci o quindici minuti e uscire quando il grosso del pubblico se n’è andato.
Per gli spettatori con disabilità sensoriali, le informazioni disponibili non coprono in modo sistematico l’esistenza di servizi dedicati per le singole serate musicali, che dipendono dall’organizzatore e non dall’impianto. Chi ha esigenze specifiche, di qualunque natura, ottiene risposte più affidabili scrivendo direttamente all’organizzatore della data prima di acquistare, anziché cercando informazioni generiche sull’impianto.
La foto giusta da fare a Giorgia al Palazzo dello Sport di Roma — 24 settembre 2026
La foto giusta non è quella del palco. Dentro il Palaeur, con un telefono, a quella distanza e con quelle luci, la fotografia del palco esce quasi sempre nello stesso modo: un rettangolo scuro con una macchia luminosa al centro e una figura irriconoscibile. La foto giusta va fatta fuori, prima di entrare, e va fatta all’edificio.
L’inquadratura che funziona meglio è quella presa dal piazzale, in posizione leggermente laterale rispetto all’ingresso principale, verso il tramonto. Il Palazzo dello Sport ha una fascia vetrata continua che corre tutto intorno sotto l’attacco della copertura, e nella mezz’ora fra il tramonto e il buio pieno quella fascia si accende dall’interno mentre il cielo sopra è ancora blu. L’effetto è quello di un anello di luce appoggiato su una base scura, con la cupola che si legge come una massa sospesa. Alla fine di settembre a Roma quella finestra cade intorno alle sette e mezza di sera, il che significa arrivare in zona verso le sette, e coincide esattamente con il momento in cui conviene essere lì per altre ragioni.
La seconda fotografia che vale la pena portarsi a casa è l’interno della cupola, e va fatta subito dopo essere entrati, a luci di sala ancora accese. Il disegno a nervature che si irradia dal centro verso il bordo è l’elemento architettonico più bello dell’edificio e diventa invisibile appena comincia lo spettacolo. Il telefono in verticale non lo contiene: serve l’inquadratura più larga possibile, meglio ancora da seduti in gradinata guardando in alto, dove la curvatura si legge per intero.
La terza, per chi ha voglia di camminare, è quella che mette il palasport in relazione con il quartiere. Ci si allontana di qualche centinaio di metri lungo uno degli assi e si inquadra la sagoma tonda e bassa con davanti i volumi squadrati dell’Eur: è la fotografia che spiega meglio di qualunque didascalia che cosa ci fa un edificio del 1960 dentro un quartiere disegnato nel 1938. Chi ha tempo e gambe può spingersi fino al Colosseo Quadrato, che al tramonto diventa quasi arancione e che è probabilmente l’edificio più fotografato del quartiere.
Sul fotografare durante il concerto, l’avvertenza è quella di sempre. Gli scatti con il telefono per uso personale sono in genere tollerati, le riprese video prolungate no, e l’attrezzatura professionale resta fuori. Ma c’è anche una ragione non normativa per tenere il telefono in tasca durante i brani lenti: lo schermo acceso in una sala buia infastidisce le tre file dietro, e in una serata costruita sull’ascolto quel fastidio si moltiplica.
Cosa si trova intorno all’Eur
L’Eur è uno dei pochi quartieri di Roma in cui l’attesa prima di uno spettacolo si trasforma in qualcosa che somiglia a una visita. Nel raggio di venti minuti a piedi dal palasport si trova una concentrazione di architettura del Novecento che in Europa ha pochi paragoni, e il fatto che quasi tutto sia visibile dall’esterno significa che funziona anche alle sette e mezza di sera, quando i musei hanno chiuso.
Il Colosseo Quadrato, il cui nome sui documenti è Palazzo della Civiltà Italiana, è l’edificio simbolo del quartiere: sei ordini di nove archi, travertino bianco, e una sagoma che chiunque abbia visto una fotografia dell’Eur riconosce subito. Si raggiunge a piedi dal palasport in un quarto d’ora scarso, e l’ora migliore per vederlo è esattamente quella che precede un concerto serale, quando il sole basso entra negli archi e li trasforma in una griglia di ombre.
Il Laghetto dell’Eur è il contrappeso verde di tutto quel marmo. È un bacino artificiale circondato da un parco con salici, ciliegi giapponesi e un percorso pedonale che ne fa il giro completo in una ventina di minuti. Si trova sotto il livello delle strade principali, il che significa che scendendoci il rumore del traffico sparisce quasi del tutto. Per chi arriva presto e vuole mezz’ora di calma prima di entrare in un palasport pieno, è la scelta migliore del quartiere.
La Nuvola di Fuksas è l’edificio contemporaneo che ha rotto l’equilibrio del quartiere, nel bene e nel male: una scatola di vetro con dentro una forma sospesa e organica, progettata da Massimiliano Fuksas, che dialoga per contrasto con il razionalismo circostante. Anche questa si vede benissimo dall’esterno, e di sera con l’illuminazione accesa restituisce parecchio.
Sull’asse di viale Europa e dintorni si trovano poi il Palazzo dei Congressi, con la sua grande volta bianca e la scalinata monumentale, e la Basilica dei Santi Pietro e Paolo, che occupa il punto più alto del quartiere e che con la sua cupola chiude il panorama dal lato opposto rispetto al palasport. Dalla scalinata della basilica, guardando verso nord, si vede Roma da un’angolazione che quasi nessun turista conosce.
Per chi ha un pomeriggio intero e non soltanto due ore, la Piscina delle Rose e l’Eur Social Park completano il quadro delle attrezzature del quartiere, e nella stagione giusta l’Eur ospita anche rassegne all’aperto, come il Ninfeo Village e la Fiesta al Parco Rosati. A fine settembre la stagione estiva è però agli sgoccioli e conviene verificare i calendari prima di contarci.
Sul versante gastronomico, l’opinione onesta è quella già anticipata: l’Eur ha una ristorazione da quartiere direzionale, tarata sugli uffici e sul pranzo, non sulla serata. Chi vuole mangiare bene prima di un concerto scende di due o tre fermate sulla stessa linea della metropolitana e si ferma a Testaccio o nella zona Ostiense, dove la scelta cambia completamente registro. Il tempo di viaggio verso il palasport resta sotto il quarto d’ora.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
L’inaugurazione del 3 giugno 1960 apre la vicenda dell’edificio, che nasce già con una scadenza precisa: i Giochi della XVII Olimpiade, che si aprono il 25 agosto di quello stesso anno. Durante le Olimpiadi il Palazzo dello Sport ospita il torneo di pugilato e quello di pallacanestro, e in quelle due settimane passa dentro l’edificio una quantità di storia sportiva che raramente si concentra in un luogo solo.
Il 5 settembre 1960 sul ring dell’impianto Cassius Clay, diciottenne, conquista la medaglia d’oro nella categoria dei mediomassimi. È l’episodio che ha lasciato la traccia più profonda nella memoria internazionale dell’edificio, e vale la pena ricordare che all’epoca nessuno poteva sapere che cosa quel ragazzo sarebbe diventato: era semplicemente un pugile americano molto veloce e molto loquace, in un torneo olimpico come tanti.
Nei decenni successivi il Palaeur diventa la casa della pallacanestro romana e il palcoscenico di una lunga stagione di finali, tornei internazionali e serate di sport indoor. Ha ospitato competizioni di pallavolo, tennis, atletica al coperto e ginnastica, in una rotazione che ne ha fatto per decenni l’unico impianto della capitale capace di accogliere un evento sportivo al chiuso di dimensione internazionale.
La storia musicale dell’edificio comincia presto e non si è più interrotta. Dagli anni Settanta in poi il Palasport dell’Eur è la sala grande dei concerti romani, quella che riceve i tour internazionali quando non fa abbastanza caldo per lo Stadio Olimpico e quella in cui la musica italiana misura il proprio successo. Per un artista italiano, riempire il Palaeur è stato per cinquant’anni il segno che la carriera aveva superato una certa soglia, e in buona parte lo è ancora.
La ristrutturazione avviata alla fine degli anni Novanta e conclusa nel 2003 segna il passaggio dell’impianto all’epoca contemporanea: adeguamenti impiantistici, sicurezza, servizi, e l’ingresso nella logica delle denominazioni commerciali che ha portato per anni il nome di uno sponsor sopra l’ingresso. È la fase in cui il palasport smette di essere soltanto un impianto sportivo con concerti dentro e diventa una sala polifunzionale a tutti gli effetti, con un calendario musicale che occupa la maggior parte delle date.
Oggi la stagione concertistica dell’impianto copre l’autunno e l’inverno con una densità notevole, e la data di Giorgia si colloca all’inizio di quel ciclo, subito dopo la stagione estiva all’aperto. Nei mesi successivi passano dallo stesso palco nomi molto diversi fra loro, da Gigi D’Alessio a Irama, da ANNA a Max Pezzali, ed è questa varietà a raccontare meglio di ogni altra cosa che ruolo ha ancora oggi l’edificio nella vita della città.
Chi è passato da Giorgia al Palazzo dello Sport di Roma — 24 settembre 2026
Da questo palco è passato praticamente chiunque, e vale la pena distinguere due elenchi diversi. Il primo riguarda l’impianto: in oltre sessant’anni il Palazzo dello Sport ha ospitato i tour internazionali che facevano tappa a Roma, le serate dei grandi nomi della musica italiana e le rassegne che hanno accompagnato la vita musicale della città. È l’edificio in cui più generazioni di romani hanno visto il loro primo concerto, e questo genera un rapporto affettivo che con l’architettura c’entra poco e con la biografia personale molto.
Il secondo elenco riguarda Giorgia, e va inteso in un senso preciso: chi le è passato accanto, sui dischi e sui palchi. La lista di collaborazioni internazionali che ha accumulato in trent’anni comprende Ray Charles e Aretha Franklin, cioè due dei riferimenti assoluti del soul americano, oltre a Elton John, Sting, Lionel Richie, Alicia Keys, Herbie Hancock, James Taylor, Bryan Adams, i Simple Minds e Ronan Keating. Sul versante italiano il percorso passa per Pino Daniele, Zucchero, Luciano Pavarotti, Andrea Bocelli, Eros Ramazzotti, Laura Pausini, e più di recente Elisa ed Elodie.
Questi nomi non vanno letti come una collezione di figurine. Raccontano una cosa specifica, cioè che la reputazione di questa cantante fra i musicisti professionisti è sempre stata superiore anche alla sua popolarità, che pure è notevole. Quando un artista internazionale cerca una voce italiana per un duetto, il criterio non è il numero di dischi venduti nel nostro mercato, che a loro interessa poco: è la capacità di reggere il confronto in sala di registrazione. Quella capacità, nel caso di Giorgia, è documentata da un elenco che pochi colleghi italiani possono mettere in fila.
Per quanto riguarda la serata romana del 24 settembre, nessun nome di ospite risulta annunciato, e nessuna indicazione sui musicisti che saliranno sul palco è stata resa pubblica. Nei concerti di questo tipo la formazione può variare parecchio, da una band compatta a un organico allargato con sezione di fiati e coriste, e la scelta influisce molto sul risultato. Chi vuole saperlo lo scoprirà quando si alzerà il sipario, come è sempre stato prima che internet convincesse tutti di avere diritto a sapere tutto in anticipo.
Domande veloci
Quando si tiene il concerto? Giovedì 24 settembre 2026, al Palazzo dello Sport di Roma, Piazzale dello Sport 1, all’Eur. L’orario di inizio annunciato per le serate al Palaeur è di norma la sera intorno alle ventuno, ma fa fede quanto indicato sul titolo di accesso e sui canali ufficiali.
Dove si trova esattamente il Palazzo dello Sport? A Piazzale dello Sport 1, nel quartiere Eur, nella parte sud di Roma. È lo stesso edificio che tutti in città chiamano Palaeur e che per alcuni anni ha portato una denominazione commerciale legata a uno sponsor.
Come ci si arriva? Metropolitana linea B, fermata Eur Palasport, direzione Laurentina: l’impianto si trova a poche centinaia di metri, su percorso pianeggiante. In alternativa si scende a Eur Fermi e si cammina una decina di minuti, soluzione spesso più rapida all’uscita.
Si sa quali canzoni canterà? No. Non risulta pubblicata una scaletta ufficiale della serata romana. Il repertorio di Giorgia copre oltre trent’anni fra brani propri e reinterpretazioni, ma quali entrino nella serata lo si scopre la sera stessa.
Ci saranno ospiti? Non risultano ospiti annunciati per questa data, né una formazione di musicisti resa pubblica.
Quanto dura un concerto al Palaeur? In genere fra le due ore e le due ore e mezza, bis compresi. È una stima basata sulla prassi dei concerti in palasport, non un dato comunicato per questa serata.
È adatto ai bambini? Il pubblico di una serata come questa è adulto ma non esclusivo, e la presenza di ragazzi è normale. Le regole sull’ingresso dei minori e sull’obbligo di accompagnamento le stabilisce l’organizzatore e si leggono nelle condizioni di vendita. Per i più piccoli conviene prevedere protezioni auricolari, perché il volume in un palasport chiuso è elevato.
L’impianto è accessibile? Sono previste postazioni riservate agli spettatori con disabilità motoria, da richiedere con una procedura dedicata e con largo anticipo, perché sono in numero limitato. Il percorso dalla metropolitana all’ingresso è pianeggiante e i marciapiedi del quartiere sono ampi.
Che cosa si può portare dentro? Le regole cambiano da evento a evento e le pubblica l’organizzatore. In generale restano fuori bottiglie di vetro, lattine, ombrelli lunghi, zaini di grandi dimensioni e attrezzatura fotografica professionale. I telefoni entrano senza problemi.
Si può fotografare? Gli scatti con il telefono per uso personale sono di norma tollerati, le riprese video prolungate e l’attrezzatura professionale in genere no. Vale quanto indicato dalla segnaletica all’ingresso e dal personale di sala.
Che cosa si può vedere prima del concerto? Colosseo Quadrato, Laghetto dell’Eur, Nuvola di Fuksas, Palazzo dei Congressi e Basilica dei Santi Pietro e Paolo si trovano tutti entro una passeggiata breve dal palasport. Con due ore di anticipo si copre il meglio del quartiere e si arriva in sala avendo visto qualcosa.
A che ora finisce e si fa in tempo a prendere la metropolitana? Un concerto in palasport termina di norma fra le ventitré e mezzanotte, e il deflusso verso la stazione richiede tempo. Il 24 settembre 2026 cade di giovedì, giorno feriale, con gli orari ordinari del servizio: conviene verificare l’ultima corsa sui canali del trasporto pubblico prima di uscire di casa.
Conviene arrivare presto? Sì, per due motivi distinti: si evitano le code ai controlli e si guadagna il tempo per una passeggiata nel quartiere, che alla fine di settembre con la luce del tramonto vale da sola il viaggio.
Per una visita a Roma costruita con un accompagnamento professionale, con guide e accompagnatori abilitati capaci di leggere un quartiere come l’Eur oltre la superficie della cartolina, il riferimento è Tour Leader Pro, che lavora con professionisti in tutta Italia. Per organizzare il resto del viaggio intorno alla serata, dagli spostamenti in città alle giornate fuori Roma fino ai giorni liberi prima e dopo il concerto, il punto di partenza è ItalyPlanner.
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