POOH al Palazzo dello Sport di Roma — 15 ottobre 2026 (POOH60)
Giovedì 15 ottobre 2026 i POOH salgono sul palco del Palazzo dello Sport dell’Eur con “POOH 60 La Nostra Storia”, il percorso dal vivo che accompagna i sessant’anni dalla nascita del gruppo. Una band fondata a Bologna nel gennaio del 1966, una sala rotonda costruita per le Olimpiadi del 1960, e un pubblico che in larghissima parte ha l’età per ricordarsi dove si trovava la prima volta che ha sentito “Tanta voglia di lei” uscire da una radio. Sono due anniversari che si incontrano nello stesso luogo, e la coincidenza vale più di quanto sembri.
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L'ingresso a orario sparisce con giorni di anticipo in alta stagione. La versione con i sotterranei è quella che vale il s...
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Chilometri di gallerie sotto la via Appia. Fresche d'estate, e sorprendentemente poco affollate.
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Il piano dove aspettavano gladiatori e belve, e il pavimento dell'arena. Posti contati ogni giorno.
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Che cos’è il concerto del 15 ottobre 2026
La serata è un concerto dei POOH al Palazzo dello Sport di Roma, in programma per giovedì 15 ottobre 2026. L’indirizzo è Piazzale dello Sport 1, nel quartiere Eur, nella parte meridionale della città. L’edificio che sui documenti ufficiali compare come Palazzo dello Sport è quello che chiunque in città chiama Palaeur, e quel nome funziona come indirizzo meglio del numero civico.
Il progetto che porta il gruppo in giro per le arene italiane si intitola “POOH 60 La Nostra Storia” e nasce da una data precisa: il 28 gennaio 1966, il giorno in cui il nome POOH compare per la prima volta. Sessant’anni dopo, quel numero è la cosa che il gruppo mette davanti a tutto il resto, e non per vezzo pubblicitario. Nella musica leggera italiana una continuità di sessant’anni con una parte consistente della formazione originaria ancora in attività è un caso isolato, e chi ha seguito il gruppo lo sa bene.
Sulla data romana va detta subito una cosa che aiuta a orientarsi: al Palazzo dello Sport il percorso del sessantennale risulta annunciato su due serate consecutive, il 15 e il 16 ottobre 2026. La pagina che si legge qui riguarda la prima delle due. Chi si trova a scegliere fra le due serate, o chi si accorge in ritardo dell’esistenza della seconda, tenga presente che due appuntamenti ravvicinati nella stessa sala hanno spesso comportamenti di pubblico leggermente diversi, con la prima data più carica di attesa e la seconda in genere più rilassata, dentro e fuori.
Conviene poi mettere subito in chiaro il perimetro delle informazioni disponibili, perché è il modo più rapido per non far perdere tempo a nessuno. Al momento in cui si scrive non risulta pubblicata una scaletta ufficiale della serata romana, non risultano annunciati ospiti, non risulta comunicata la formazione dei musicisti che accompagneranno il gruppo sul palco, e non vengono riportati prezzi né indicazioni sulla disponibilità dei posti. Sono dati che gli uffici stampa rilasciano tardi, spesso mai del tutto, e che nella maggior parte dei casi si scoprono soltanto quando le luci di sala si abbassano. Chi cerca certezze su quali brani verranno eseguiti, su chi eventualmente salirà sul palco, su quante persone comporranno la band di supporto, non le troverà qui per la ragione più semplice del mondo: non esistono in una forma verificabile.
Quello che si può raccontare con precisione è tutto il resto, ed è parecchio. Che gruppo sono i POOH e perché una loro serata in un palasport funziona secondo regole diverse da quelle di un concerto pop contemporaneo. Che edificio è il Palaeur, chi lo ha costruito, perché la sua forma circolare influisce sul suono che arriva alle orecchie. Come ci si arriva senza restare imbottigliati sulla Cristoforo Colombo, dove si parcheggia, quanto ci mette la metropolitana, che cosa succede all’uscita quando diecimila persone puntano contemporaneamente verso lo stesso tornello. E che cosa si può fare nelle ore che precedono l’ingresso, perché l’Eur è uno dei pochi quartieri di Roma in cui l’attesa prima di uno spettacolo può diventare un pezzo di visita anziché un vuoto da riempire al bancone di un bar.
Il 15 ottobre 2026 cade di giovedì, e la cosa ha conseguenze concrete sulla fisionomia della serata. Un concerto infrasettimanale al Palaeur ha un pubblico che il giorno dopo lavora, e in questo caso ha per di più un pubblico in buona parte adulto, che in molti casi arriva da fuori Roma, dal Lazio e dalle regioni vicine, e che deve rientrare in serata. Il risultato è un deflusso più compatto e più rapido rispetto a un sabato, con una parte consistente della sala che comincia a organizzare il ritorno già durante i bis. Significa anche che il traffico del tardo pomeriggio sulla Colombo e sulla via Laurentina è quello pieno dei giorni feriali, con i pendolari che rientrano verso sud proprio nell’ora in cui il pubblico del concerto si muove nella direzione opposta.
C’è poi il fattore stagionale, che a Roma conta più di quanto si creda. Metà ottobre è il momento in cui la città si accorge davvero che l’estate è finita: le giornate restano spesso miti e luminose, con venti gradi abbondanti nel primo pomeriggio, ma dopo il tramonto la temperatura scende con decisione e la sera si assesta su valori che invitano a una giacca. All’Eur, che è un quartiere aperto, ventilato, fatto di spazi larghi e di superfici dure, quella escursione si avverte più che nel centro storico, dove i palazzi ravvicinati trattengono il calore del giorno. Chi esce dall’impianto verso le undici e mezza e deve camminare fino alla metropolitana farà bene ad avere qualcosa di più pesante di una camicia. Metà ottobre è anche la finestra in cui a Roma arrivano i primi temporali seri dell’autunno, e un acquazzone sul piazzale, con migliaia di persone in coda, è uno scenario da mettere in conto.
Sull’orario: le serate di questo tipo al Palaeur vengono annunciate di norma per le ventuno, con l’apertura dei cancelli qualche ora prima. L’indicazione che fa fede, però, resta soltanto quella stampata sul titolo di ingresso e pubblicata dai canali ufficiali dell’impianto e dell’organizzazione, perché gli orari cambiano, gli eventuali set di apertura si aggiungono o si tolgono, e mezz’ora di scarto fa la differenza fra entrare con calma e cercare il proprio posto al buio con il primo brano già cominciato.
Un ultimo elemento di inquadramento, ed è quello che distingue davvero questa serata dalle altre del calendario autunnale del Palaeur. Un concerto costruito su sessant’anni di repertorio non funziona come un concerto costruito su un disco nuovo. Il pubblico conosce quasi tutto quello che sentirà, lo conosce a memoria, e in molti casi lo conosce da prima di avere vent’anni. Questo cambia la temperatura della sala: non c’è la curiosità del brano inedito, c’è il riconoscimento immediato, e il riconoscimento immediato produce un canto collettivo che in certi passaggi copre l’impianto di amplificazione. Chi non ha mai assistito a una serata così farebbe bene a saperlo in anticipo, perché è esattamente quello, più che qualunque effetto scenico, la cosa che si porta a casa.
Una curiosità su POOH al Palazzo dello Sport di Roma — 15 ottobre 2026 (POOH60)
La curiosità riguarda il nome, e riguarda una cosa che quasi nessuno dei presenti in sala saprà dire con esattezza pur avendo pronunciato quella parola per decenni. POOH non è una sigla, non è un acronimo, non nasce da un gioco di parole musicale. È l’orso dei libri per bambini scritti da Alan Alexander Milne negli anni Venti, quel Winnie the Pooh che in Italia negli anni Sessanta era una lettura molto meno diffusa di quanto lo sia diventata dopo, quando i cartoni animati lo hanno reso familiare a chiunque. La scelta arrivò in un periodo in cui i complessi italiani prendevano volentieri nomi inglesi, e il gruppo era già passato, prima del 1966, attraverso una fase precedente con un altro nome.
La curiosità vera, però, non è l’origine del nome: è la data. Il gruppo colloca la propria nascita al 28 gennaio 1966, e questa precisione è la ragione per cui il progetto del sessantennale ha una collocazione temporale così netta. Non è un anniversario approssimativo, del tipo che si celebra quando conviene al calendario delle uscite discografiche. È un compleanno, con un giorno preciso, e sessant’anni esatti significano che nel 2026 il gruppo ha attraversato l’intera storia della musica leggera italiana del dopoguerra, dal beat delle balere alle classifiche digitali, senza mai interrompersi del tutto per più di pochi anni di fila.
C’è un secondo livello, e riguarda l’aritmetica generazionale. Chi aveva quindici anni nel 1971, l’anno di “Tanta voglia di lei”, nel 2026 ne ha settanta. Chi aveva quindici anni nel 1981, l’anno di “Chi fermerà la musica”, ne ha sessanta. Chi aveva quindici anni nel 1990, l’anno della vittoria a Sanremo con “Uomini soli”, ne ha cinquantuno. Questo significa che un palasport pieno per i POOH non è un pubblico compatto, è la sovrapposizione di almeno tre pubblici distinti, che si sono affezionati al gruppo in momenti diversi e attraverso canzoni diverse, e che nella stessa sala reagiscono a segnali differenti. Il passaggio che manda in delirio la fila che ha superato i settanta lascia relativamente tiepido chi ne ha cinquanta, e viceversa. È un fenomeno osservabile a occhio nudo dalle gradinate, e chi ci fa caso si diverte quasi quanto chi guarda il palco.
Chi sono i POOH
I POOH nascono a Bologna nel 1966, il 28 gennaio, dalle ceneri di una formazione precedente attiva nei primi anni Sessanta. La scena bolognese di quel periodo era una delle più vivaci d’Italia, fatta di sale da ballo, di gruppi che suonavano cover del repertorio anglosassone e di una generazione che scopriva la chitarra elettrica con qualche anno di ritardo rispetto a Londra e con moltissima voglia di recuperare. In quel contesto il gruppo trova quasi subito una collocazione che lo distingue dai contemporanei: meno ruvido delle formazioni beat più dure, più attento all’arrangiamento e alla melodia, con un’attenzione al lavoro sulle voci che nel giro di pochi anni sarebbe diventata il suo tratto riconoscibile.
La prima affermazione importante arriva nel 1968 con “Piccola Katy”, un brano che entra nelle classifiche e che dà al gruppo la prima notorietà nazionale. È il pezzo che apre la strada, ma non è ancora quello che definisce l’identità del gruppo. Quella arriva nel 1971, e arriva con due canzoni che nello stesso anno cambiano la scala di tutto: “Tanta voglia di lei” e “Pensiero”. Da quel momento i POOH smettono di essere un complesso fra i tanti e diventano un fenomeno di vendite, con una presenza continua nelle classifiche italiane che si protrae per tutti gli anni Settanta e Ottanta.
Il passaggio successivo è il 1973, l’anno di “Parsifal”, il disco che viene ancora oggi citato come il punto più alto della loro ambizione compositiva. È il momento in cui il gruppo prova a portare dentro la canzone italiana strutture più lunghe, arrangiamenti orchestrali, un’idea di suono che guarda al rock sinfonico inglese di quegli anni senza rinunciare alla melodia. Piaccia o no il risultato, quel disco è la ragione per cui una parte della critica ha smesso di trattare i POOH come un gruppo esclusivamente commerciale.
Da lì in poi la produzione è impressionante per regolarità. Un album quasi ogni anno per tutti gli anni Settanta, con titoli come “Un po’ del nostro tempo migliore”, “Poohlover”, “Rotolando respirando”, “Boomerang”, “Viva”. Gli anni Ottanta portano “Buona fortuna”, “Tropico del Nord”, “Aloha”, “Asia non Asia”, “Giorni infiniti”, “Il colore dei pensieri”, “Oasi”. Il 1981 è l’anno di “Chi fermerà la musica”, uno dei brani che ancora oggi fanno alzare in piedi interi settori di gradinata. Il 1977 aveva portato “Dammi solo un minuto”, il 1976 “Pierre”. È un repertorio che si è depositato nella memoria collettiva italiana senza bisogno di essere riscoperto: non è mai uscito dalla circolazione.
Il 1990 è l’anno del riconoscimento istituzionale. I POOH vincono il Festival di Sanremo con “Uomini soli”, un brano che in quel momento porta il gruppo, già popolarissimo da vent’anni, dentro la categoria dei classici definitivi. Vincere Sanremo dopo ventiquattro anni di carriera è una cosa che succede raramente, perché il Festival tende a premiare o i debuttanti o i ritorni clamorosi, e quasi mai chi non se n’è mai andato. L’album omonimo di quell’anno è uno dei loro maggiori successi di vendita.
Gli anni Novanta e Duemila proseguono con una cadenza più diradata ma costante: “Il cielo è blu sopra le nuvole”, “Musicadentro”, “Buonanotte ai suonatori”, “Amici per sempre”, “Un posto felice”, “Cento di queste vite”, “Ascolta”. Nel 2008 arriva “Beat ReGeneration”, un disco in cui il gruppo torna sul repertorio beat delle origini. Nel 2010 escono “Dove comincia il sole” e “Ancora una notte insieme”, e nel 2012 “Opera seconda”, che riprende idealmente il titolo del loro album del 1971.
Sul fronte delle vendite, la cifra che circola con maggiore frequenza parla di oltre cento milioni di copie distribuite nell’arco della carriera. È un numero che va preso per quello che è, cioè una stima diffusa negli anni attraverso i comunicati e ripresa dalle fonti enciclopediche, non una certificazione ufficiale verificabile disco per disco, anche perché gran parte di quelle vendite risale a un’epoca in cui i sistemi di rilevazione italiani erano molto meno rigorosi di oggi. Quello che non ha bisogno di stime è il fatto che si tratti, in assoluto, di uno dei gruppi italiani con il maggior numero di dischi venduti.
La formazione e la sua storia
La storia della formazione è la parte più interessante e anche la più delicata, ed è giusto raccontarla per quello che è, senza retorica.
Roby Facchinetti, tastiere e voce, si trova nel gruppo dal 1966 ed è la figura che ne ha garantito la continuità in ogni fase. È anche l’autore della maggior parte delle musiche, e il timbro delle sue parti vocali è uno degli elementi che il pubblico riconosce immediatamente.
Riccardo Fogli, voce e basso, entra anche lui nella fase iniziale e resta fino al 1973, cioè per tutto il periodo che porta il gruppo dal beat al successo di massa. Nel 1973 lascia per intraprendere una carriera solista che avrà un peso considerevole nella musica italiana per conto proprio, con una vittoria a Sanremo nel 1982. Rientra nel gruppo nel 2015, in occasione dei cinquant’anni, e da allora risulta parte del progetto.
Dodi Battaglia, chitarra e voce, entra nel 1968. È il solista del gruppo, la firma strumentale di buona parte dei brani più noti, e quello che nei concerti si prende gli assoli che il pubblico aspetta.
Red Canzian, basso, voce e fiati, entra nel 1973, sostituendo Fogli, e da quel momento è una presenza costante. La sua voce è quella che copre la parte più grave dell’impasto vocale, e nel tempo ha firmato anche una parte del repertorio.
Stefano D’Orazio, batteria e flauto, entra nel 1971 e resta fino al 2009, quando lascia il gruppo. Torna in occasione della reunion del cinquantennale nel 2015. È morto il 6 novembre 2020, per complicanze legate al COVID-19. La sua assenza è la ragione per cui qualunque formazione del sessantennale non può essere la stessa che il pubblico ricorda, ed è una cosa che il gruppo non ha mai nascosto.
Valerio Negrini, che del gruppo è stato il primo batterista e soprattutto il paroliere per decenni, è la figura meno visibile e forse la più decisiva: i testi della gran parte del repertorio storico portano la sua firma. Ha lasciato la formazione sul palco molto presto, restando l’autore delle parole del gruppo. È morto il 3 gennaio 2013. Chi ascolta i brani più noti prestando attenzione alle parole, e non soltanto alle melodie, si trova a che fare con il suo lavoro.
Queste due assenze contano, e vanno dette con la sobrietà che meritano. Un concerto del sessantennale non è un concerto di sessant’anni fa, e il gruppo che sale sul palco nel 2026 è un gruppo che ha attraversato dei lutti. Chi va a sentirli sapendolo ascolta meglio.
Le due reunion
Il 2015 e il 2016 sono gli anni della prima grande operazione celebrativa, quella per i cinquant’anni, costruita attorno al ritorno di Fogli e di D’Orazio e conclusa con una serie di concerti che hanno riempito palasport e stadi. La chiusura simbolica di quel percorso è avvenuta a Roma, in uno degli spazi più grandi che la città possa mettere a disposizione, ed è rimasta nella memoria del pubblico come un addio. Che poi non è stato un addio, ed è la ragione per cui il gruppo, quando torna, evita accuratamente la parola.
Il ritorno effettivo arriva infatti nel 2023, con il progetto “Amici x sempre”, che porta il gruppo prima in tournée e poi, nel 2024, sul palco del Festival di Sanremo come ospite, davanti a un pubblico televisivo che comprendeva anche parecchie persone troppo giovani per averli visti in classifica. È stato uno di quei momenti in cui la televisione generalista italiana fa quello che sa fare meglio, cioè rimettere in circolo un patrimonio condiviso.
Il percorso per i sessant’anni, quello a cui appartiene la data romana del 15 ottobre 2026, si colloca in continuità con questo secondo ritorno. Il titolo scelto, “La Nostra Storia”, dichiara esplicitamente la natura dell’operazione: un attraversamento del repertorio, non la presentazione di un lavoro nuovo. Quali brani entrino in quell’attraversamento, e in che ordine, resta l’unica cosa che nessuno può dire in anticipo.
Una cosa che non ti dice nessuno su POOH al Palazzo dello Sport di Roma — 15 ottobre 2026 (POOH60)
Nessuno lo dice, ma il pubblico dei POOH è probabilmente il pubblico più disciplinato che si veda in un palasport italiano, e questa cosa cambia concretamente l’esperienza della serata. Le persone arrivano presto, occupano il proprio posto, restano sedute dove è previsto restare sedute, si alzano quando parte il brano che tutti aspettano e poi si risiedono. Non c’è quasi nessuno che passa il concerto a filmare con il telefono alzato sopra la testa, non c’è il traffico continuo verso i bar che caratterizza le serate con pubblico più giovane, non ci sono i cori da stadio fra un brano e l’altro. Chi arriva abituato ai concerti pop contemporanei trova un’atmosfera che somiglia più a un teatro grande che a un palasport, e ci mette una mezz’ora ad abituarsi.
La conseguenza pratica è duplice. Da un lato la visibilità è ottima anche dai settori laterali, perché nessuno resta in piedi davanti per due ore consecutive. Dall’altro, chi vuole vivere il concerto in piedi e ballando si troverà un po’ fuori posto, e in certi momenti anche guardato con una certa perplessità dalla fila dietro. Non è un giudizio, è un dato di fatto sociologico: quel pubblico è lì per ascoltare e per cantare, non per muoversi.
La seconda cosa che non viene detta riguarda il volume del canto collettivo. In una serata costruita su un repertorio che tutti conoscono a memoria, i cori del pubblico raggiungono livelli che nei concerti normali non si sentono mai. In certi ritornelli, la sala copre l’impianto di amplificazione, e chi si trova nei settori centrali della gradinata bassa sente più le diecimila voci intorno che i diffusori. Per molti è esattamente quello il motivo per cui si va. Per chi invece è andato per ascoltare gli arrangiamenti, la posizione giusta è più vicina al palco e più laterale, dove il suono diretto dei diffusori prevale sul rimbombo della sala.
Terza cosa, e riguarda la geografia interna del Palaeur. La configurazione da concerto prevede un campo centrale davanti al palco e due ordini di gradinate. Il campo, a seconda dell’allestimento, può essere in piedi oppure numerato con le sedie. Per una serata di questo tipo, il campo numerato è statisticamente lo scenario più probabile, ma non è una certezza e va verificato sulla mappa di vendita della singola data. Il punto che quasi nessuno considera è che il primo anello centrale, frontale rispetto al palco e a metà altezza, è quasi sempre la posizione in cui il missaggio arriva più equilibrato, perché è più o meno lì che il tecnico del suono regola i sistemi. Per un concerto costruito su armonie vocali a più voci, quel dettaglio conta più della distanza dal palco.
Quarta cosa, e per molti la più utile di tutte: al Palaeur il collo di bottiglia dell’uscita non è dentro l’impianto, sono i duecento metri fra il piazzale e l’ingresso della stazione della metropolitana. Migliaia di persone che convergono contemporaneamente su un accesso sotterraneo producono una coda che nelle serate piene supera abbondantemente i venti minuti, e con un pubblico adulto che ha fretta di rientrare la pressione all’uscita è più alta, non più bassa. Chi resta seduto sui gradoni cinque minuti in più, invece di alzarsi all’ultimo accordo, trova il piazzale già dimezzato e recupera quel tempo con gli interessi.
Quinta e ultima, che riguarda le aspettative. Un concerto del sessantennale non è una macchina del tempo, e chi ci va sperando di ritrovare esattamente la sala e la band del 1981 resterà deluso per ragioni che non dipendono da nessuno. Le voci a sessant’anni dalla fondazione non sono quelle di allora, gli arrangiamenti dal vivo vengono adattati, la formazione sul palco è cambiata più volte e due figure fondamentali non ci sono più. Chi invece ci va per assistere a come un repertorio lungo sei decenni viene rimesso in circolo davanti a una sala che lo conosce tutto, trova esattamente quello che è andato a cercare.
Il Palazzo dello Sport all’Eur come spazio
Il Palazzo dello Sport venne costruito fra il 1958 e il 1960 e inaugurato il 3 giugno 1960, poche settimane prima dell’apertura dei Giochi della XVII Olimpiade. La firma è doppia e racconta un pezzo di storia italiana: Marcello Piacentini per l’architettura, Pier Luigi Nervi per le strutture. Il primo era stato l’architetto di riferimento dell’urbanistica di regime ed era ancora attivo nel dopoguerra; il secondo era l’ingegnere che in quegli anni stava diventando il nome italiano più esportato al mondo nel campo delle costruzioni in cemento armato. Il risultato porta addosso entrambe le cose: la monumentalità di una certa idea di rappresentanza e la leggerezza acrobatica di una certa idea di ingegneria.
La pianta è circolare e la copertura è una cupola sferica in cemento armato che si avvicina ai cento metri di diametro. Le gradinate sono disposte su due ordini, e la capienza si aggira intorno ai dodicimila posti, con una precisazione che vale per ogni serata musicale: nei concerti il numero cambia in funzione dell’allestimento, perché un palco di testa, un palco centrale, un campo in piedi o uno seduto producono configurazioni e capienze diverse. Il numero valido è quello della singola data, e lo conosce soltanto chi gestisce la vendita.
La caratteristica che conta davvero per chi ci va a sentire musica è la forma. Una cupola è una superficie che riflette il suono verso il centro, e in una sala nata per lo sport, dove il riverbero non solo non dava fastidio ma contribuiva all’atmosfera, quella geometria non era un problema. Per la musica amplificata lo diventa, e il modo in cui le produzioni contemporanee lo affrontano è tecnico: sistemi di diffusione direzionali appesi alla struttura, orientati in modo da illuminare acusticamente le gradinate senza sparare contro la cupola, e materiali fonoassorbenti collocati nei punti critici. Il risultato, nelle produzioni curate, è del tutto accettabile. Resta però una regola empirica che chiunque frequenti questa sala conosce: più ci si allontana dall’asse centrale e più ci si alza verso l’ultimo anello, più cresce la quota di suono riflesso rispetto a quello diretto.
Per un concerto costruito sulle armonie vocali, questo si traduce in un’indicazione concreta. Le voci sovrapposte sono la prima cosa che il riverbero impasta: quattro linee vocali distinte, in un settore molto alto e molto laterale, tendono a diventare un blocco unico in cui si distingue soprattutto quella più acuta. Nei settori frontali e a media altezza, invece, la separazione si mantiene. Chi tiene in modo particolare a quel dettaglio lo sappia in anticipo, perché è il tipo di cosa che si scopre soltanto quando ormai si è seduti.
L’edificio è stato oggetto di una ristrutturazione avviata nei primi anni Duemila, che ha aggiornato impianti, servizi, sedute e capacità di carico della struttura, rendendo la sala compatibile con gli standard delle produzioni contemporanee. Fra il 2003 e il 2018 ha portato una denominazione commerciale diversa, legata a uno sponsor, che una parte del pubblico continua a usare per abitudine. Sui documenti e sulle mappe il nome resta Palazzo dello Sport, e nel parlato romano resta Palaeur.
Dal punto di vista urbanistico, l’edificio chiude verso sud l’asse monumentale dell’Eur e si affaccia sull’area del laghetto, in un contesto di spazi larghi, prati, viali alberati e architetture razionaliste che non somiglia a nessun’altra parte di Roma. Chi arriva con un’ora di anticipo e non ha mai visto il quartiere si trova davanti uno dei paesaggi urbani più particolari della città, e farebbe male a passare quell’ora dentro un bar.
Come ci si arriva la sera del concerto
Il modo giusto di raggiungere il Palazzo dello Sport è la metropolitana, e le alternative non reggono il confronto. La linea B ha una fermata che si chiama Eur Palasport, e l’uscita si trova a poche centinaia di metri dall’ingresso dell’impianto, con un percorso in piano, illuminato e facilmente riconoscibile anche per chi non conosce il quartiere. Dal centro, prendendo la B da Termini in direzione Laurentina, il viaggio dura intorno ai venti minuti.
Il punto di attenzione, per chi arriva da nord o dalle zone servite dalla diramazione B1, è il bivio dopo la stazione Bologna: la linea si divide e occorre salire su un convoglio diretto a Laurentina e non a Jonio. È un errore che sulla carta sembra impossibile e che nella pratica capita a moltissime persone ogni sera, soprattutto quando la banchina è affollata e si sale sul primo treno che arriva senza leggere il display. La conseguenza è banale ma fastidiosa: venti minuti persi e una corsa finale.
La fermata precedente lungo la linea, Eur Fermi, e quella successiva, Laurentina, diventano utili al ritorno. Alla fine di un concerto pieno, Eur Palasport riceve in pochi minuti diverse migliaia di persone e l’accesso alle banchine viene contingentato per ragioni di sicurezza. Camminare fino a Eur Fermi, o in direzione opposta fino a Laurentina, permette in molti casi di salire su un treno prima e più comodamente di chi resta in coda davanti ai tornelli. È una soluzione che i romani usano da sempre e che raramente viene spiegata a chi arriva da fuori. Con un pubblico adulto, e con parecchie persone che al termine della serata preferiscono non affrontare una camminata aggiuntiva, quella via di fuga risulta per di più meno battuta del solito.
Sugli orari serali, la regola da tenere a mente è che la metropolitana di Roma chiude a mezzanotte e trenta nelle notti fra venerdì e sabato e fra sabato e domenica, e alle ventitré e trenta negli altri giorni. Il 15 ottobre 2026 è un giovedì, quindi vale l’orario ordinario, ed è il punto più delicato dell’intera serata dal punto di vista organizzativo. Un concerto che comincia alle ventuno e prevede bis può terminare intorno alle ventitré e trenta, e fra l’ultima nota e il tornello passa comunque una ventina di minuti abbondante. Tradotto: l’ultima corsa della metropolitana rischia seriamente di essere già passata quando il pubblico esce. Chi conta sulla metro per il ritorno verifichi gli orari in vigore quel giorno sui canali del servizio di trasporto locale, e soprattutto preveda un piano alternativo, perché questa è la variabile che più spesso rovina la fine di una bella serata.
Chi arriva in automobile deve mettere in conto due problemi distinti. Il primo è il parcheggio: l’area intorno a Piazzale dello Sport dispone di spazi di sosta, ma nelle sere di concerto pieno si saturano con largo anticipo e la ricerca si estende a un raggio di parecchie centinaia di metri, fra Viale dell’Umanesimo, Viale dell’Oceano Pacifico e le strade laterali. Il secondo è l’uscita: a fine serata migliaia di automobili si riversano contemporaneamente sulle stesse poche direttrici, e mezz’ora ferma senza muoversi di un metro è uno scenario del tutto normale. Chi non può fare a meno dell’auto faccia una cosa sola: parcheggi lontano dall’impianto, anche a un chilometro, e faccia gli ultimi minuti a piedi. Il tempo guadagnato all’uscita ripaga ampiamente la camminata.
Per una serata come questa, con un pubblico che in buona parte arriva dal Lazio e dalle regioni limitrofe, l’automobile resta comunque la scelta più diffusa, e la soluzione più intelligente è quella intermedia: lasciare l’auto in uno dei parcheggi di scambio lungo la linea B, verso Laurentina, e fare gli ultimi minuti in metropolitana. Si evita il traffico dell’Eur in entrata e, soprattutto, si evita l’imbuto in uscita.
Il consiglio che ti do per visitare POOH al Palazzo dello Sport di Roma — 15 ottobre 2026 (POOH60)
Il consiglio principale è di arrivare all’Eur con almeno due ore di anticipo e di usarle per il quartiere, non per la coda. È una raccomandazione che ha senso ovunque, ma qui ne ha più che altrove, per una ragione precisa: il pubblico di questa serata è un pubblico che arriva presto per abitudine, e la coda ai controlli si forma prima e resta densa più a lungo rispetto a un concerto con pubblico giovane, dove la gran parte delle persone si presenta all’ultimo momento. Arrivare in anticipo e mettersi comunque in fila subito significa passare un’ora in piedi per niente. Arrivare in anticipo e camminare per l’Eur significa vedere uno dei quartieri più singolari d’Europa e presentarsi ai tornelli quando la pressione è calata.
Il secondo consiglio riguarda la scelta del posto, e vale la pena spenderci due parole perché per questa serata la logica non è quella consueta. In un concerto pop contemporaneo la vicinanza al palco è quasi sempre la variabile decisiva, perché conta lo spettacolo visivo e conta l’energia della prima fila. In un concerto costruito su sessant’anni di canzoni cantate a più voci, la variabile decisiva è la qualità dell’ascolto, e quella si ottiene al centro e a media altezza, non necessariamente davanti. Un posto frontale sul primo anello, in posizione centrale, offre una visione d’insieme dell’allestimento e una resa sonora che i settori laterali molto avanzati non possono garantire. Chi ha la possibilità di scegliere, scelga con questo criterio.
Terzo consiglio, e riguarda chi accompagna qualcuno. Una quota significativa del pubblico di una serata così è composta da persone che ci vanno insieme a genitori, a figli o a nipoti, e la differenza di passo fra i componenti del gruppo è spesso il vero problema logistico della serata, più del traffico. Stabilire in anticipo un punto di ritrovo preciso fuori dall’impianto, per il caso in cui ci si perda all’uscita, è una precauzione che costa dieci secondi e che evita mezz’ora di telefonate in mezzo a una folla in cui la copertura telefonica funziona male proprio perché ci sono diecimila persone che tentano di chiamare nello stesso momento. Un buon punto di ritrovo si trova lontano dai flussi principali, non davanti all’uscita.
Quarto e ultimo consiglio, per chi viene da fuori Roma e ha una sola serata a disposizione. Non vale la pena tentare di incastrare una visita al centro storico prima del concerto. Otto chilometri con il traffico del tardo pomeriggio, e poi di nuovo otto chilometri al contrario, sono un’impresa che consuma tutta l’energia disponibile. L’Eur ha abbastanza cose da vedere da riempire un pomeriggio intero, e ha il vantaggio decisivo di trovarsi esattamente dove serve trovarsi alle venti e trenta.
Come funzionano i concerti al Palaeur
Una serata musicale in questo impianto segue uno schema abbastanza costante, ed è utile conoscerlo per non restare sorpresi dai tempi.
I cancelli aprono in genere un paio d’ore prima dell’orario di inizio indicato sul titolo di accesso, a volte qualcosa di più quando è previsto un set di apertura. L’apertura riguarda l’ingresso all’impianto, non l’inizio dello spettacolo: fra il momento in cui si entra e il momento in cui si spengono le luci passa quasi sempre più di un’ora. Chi entra fra i primi si prepari quindi a una lunga attesa prima ancora che cominci qualcosa, e in un concerto con posti numerati quell’attesa è comunque più comoda, perché il posto non si perde.
I controlli all’ingresso comprendono la verifica del titolo di accesso e un controllo di sicurezza sulle persone e sui bagagli. Le regole precise variano da evento a evento e vengono pubblicate dall’organizzazione, ma alcune costanti si ripetono in quasi tutti i palasport italiani: limiti alle dimensioni di zaini e borse, divieto di introdurre bottiglie con il tappo, contenitori di vetro, oggetti appuntiti, ombrelli lunghi, aste per selfie e in molti casi macchine fotografiche con obiettivo intercambiabile. Il telefono entra senza problemi. Il suggerimento pratico resta lo stesso: meno cose si portano, più veloce è il passaggio.
Sulla nominatività dei titoli di accesso va detta una cosa chiara. Per i concerti di musica leggera con capienza superiore a una certa soglia, la normativa italiana prevede in molti casi l’emissione nominativa, con il nome dell’intestatario stampato sul titolo e controllato all’ingresso insieme a un documento di identità. Le modalità e le eventuali procedure di cambio nominativo cambiano da evento a evento, ed è una delle informazioni da leggere con attenzione al momento dell’acquisto, perché un titolo intestato a un’altra persona può comportare il mancato ingresso. È un punto che merita attenzione particolare in una serata come questa, dove è frequente che i titoli vengano acquistati da una persona sola per un gruppo di parenti o di amici, e dove capita spesso che il regalo di compleanno consista esattamente in un ingresso al concerto. Le condizioni valide per questa data si trovano sui canali ufficiali della produzione e dell’impianto.
L’eventuale artista di apertura, quando c’è, suona per una trentina o una quarantina di minuti e poi lascia il palco per il cambio palco, che dura in genere fra i venti e i quaranta minuti. È in quella finestra che conviene andare al bagno, prendere da bere, comprare il merchandising ufficiale: dopo, con il concerto principale in corso, ogni spostamento costa la perdita della posizione e l’attraversamento di una fila di persone poco disposte a farsi spostare.
Sulla durata, un concerto costruito su un repertorio molto ampio tende a stare nella fascia alta della misura consueta, che per i palasport italiani si colloca fra le due ore e le due ore e un quarto, bis compresi. Non è una regola scritta e non costituisce una garanzia, ma è la misura su cui conviene basare i calcoli del ritorno, partendo dall’orario reale di inizio e non da quello stampato.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Il fatto risaputo è che l’Eur nasce per un’Esposizione Universale che non si è mai tenuta. Il progetto risale alla seconda metà degli anni Trenta e puntava all’edizione del 1942, che avrebbe dovuto celebrare il ventennale del regime fascista con una grande vetrina internazionale nella parte meridionale di Roma. La guerra ha fermato tutto a cantiere aperto, lasciando un quartiere incompiuto, con edifici a metà, strade tracciate e nessun evento da ospitare.
Quello che si cita molto meno spesso è la seconda parte della storia, cioè il modo in cui quel fallimento è diventato la fortuna dell’area. Nel dopoguerra l’Eur non venne abbandonato né smantellato: venne completato, riconvertito e trasformato in un quartiere direzionale e residenziale, con ministeri, sedi di grandi aziende, musei e impianti sportivi. Le Olimpiadi del 1960 furono l’occasione decisiva di questo secondo tempo, e il Palazzo dello Sport ne è il prodotto più visibile. Tradotto: l’edificio in cui si terrà il concerto del 15 ottobre esiste perché un’esposizione universale non si è tenuta e perché vent’anni dopo qualcuno decise di riutilizzare quell’impianto urbanistico per un evento completamente diverso.
C’è un terzo strato, ed è quello che rende l’Eur un caso di studio internazionale. Il quartiere è uno dei pochi esempi al mondo di urbanistica di regime completata da una democrazia, con una continuità formale che quasi nessuno ha avuto il coraggio di interrompere. Gli edifici degli anni Trenta e quelli degli anni Cinquanta convivono senza soluzione di continuità stilistica evidente, ed è questa coerenza involontaria che ha reso l’Eur una delle location cinematografiche più usate d’Europa quando serve un’ambientazione insieme monumentale e astratta. Chi cammina fra il Palazzo della Civiltà Italiana e il laghetto attraversa cinquant’anni di storia architettonica senza quasi accorgersene.
Biglietti e accesso, in generale
Su questo capitolo la posizione è netta: non vengono indicati prezzi, non viene indicata la disponibilità, non viene dichiarato alcun esaurimento dei posti. Sono dati che cambiano di ora in ora e che chiunque li riporti in una pagina statica finisce per raccontare male. Quello che si può fare è spiegare come funziona il meccanismo, così che la scelta sia consapevole.
La vendita dei titoli di accesso per i concerti nei palasport italiani avviene attraverso i circuiti autorizzati dalla produzione, che vengono indicati negli annunci ufficiali dell’artista e dell’impianto. La regola d’oro è una sola e non ammette eccezioni: acquistare soltanto dai canali indicati dall’organizzatore. Il mercato secondario non autorizzato è, per i concerti italiani, un terreno su cui si perdono soldi e si rischia il mancato ingresso, soprattutto quando i titoli sono nominativi e il controllo all’ingresso prevede l’esibizione di un documento. Il punto merita una sottolineatura in più per una serata con pubblico adulto e molto affezionato, perché è esattamente il tipo di appuntamento intorno al quale proliferano le offerte fasulle sui canali informali, sui gruppi di messaggistica e sulle pagine che imitano i siti ufficiali.
Le tipologie di posto in un palasport come questo sono sostanzialmente tre. Il campo in piedi, che occupa l’area centrale davanti al palco. Il campo numerato, con sedie disposte sull’area centrale, che è la configurazione più frequente per i concerti con pubblico seduto. E i posti numerati sugli anelli, distribuiti fra la gradinata bassa e quella alta, con visuali molto diverse a seconda del settore e della posizione rispetto al palco. Quale di queste configurazioni valga per il 15 ottobre 2026 lo dice soltanto la mappa di vendita di quella data.
Chi acquista un posto numerato faccia attenzione a tre indicazioni che compaiono nelle mappe: la presenza della dicitura relativa alla visibilità limitata o ridotta, la posizione del settore rispetto al lato del palco, e la collocazione della torre di regia, che in una sala rotonda occupa uno spazio non trascurabile e oscura una porzione di gradinata dietro di sé. Un settore frontale in gradinata bassa e in posizione centrale, anche a metà altezza, offre in genere la migliore combinazione fra visione d’insieme e resa sonora. Un settore laterale molto avanzato offre vicinanza e poca scenografia.
Sulle condizioni di rimborso, di cambio nominativo e di modifica della data valgono le condizioni generali pubblicate dal circuito di vendita al momento dell’acquisto. Non esiste una regola unica valida per tutti gli eventi, e le differenze fra un evento e l’altro sono reali. Leggerle prima di completare l’acquisto richiede due minuti e risolve la maggior parte dei problemi che nascono dopo.
Accessibilità
Il Palazzo dello Sport dispone di postazioni riservate alle persone con disabilità e ai loro accompagnatori, collocate in modo da garantire una visuale sul palco e un accesso diretto dall’esterno senza dover affrontare gradinate. L’impianto, essendo stato oggetto di interventi di ristrutturazione, presenta percorsi e servizi adeguati alle normative vigenti.
La procedura corretta, per chi ha bisogno di una postazione dedicata, è di attivarsi con largo anticipo. Questi posti sono in numero limitato, non sempre risultano acquistabili attraverso il normale percorso online, e in molti casi richiedono una richiesta specifica ai canali di assistenza dell’organizzazione o dell’impianto, con l’indicazione delle proprie esigenze. Presentarsi la sera del concerto sperando in una soluzione improvvisata è la strada peggiore.
Per una serata con pubblico prevalentemente adulto, il capitolo accessibilità va inteso in senso più largo del solito, e comprende chi ha difficoltà motorie non certificate ma reali: chi fa le scale con fatica, chi non può restare in piedi a lungo, chi ha bisogno di un corrimano. In un impianto con due ordini di gradinate, la differenza fra un posto in gradinata bassa e uno in gradinata alta, in termini di rampe da affrontare, è considerevole, e vale la pena tenerne conto al momento della scelta anche quando la spesa è leggermente superiore. Lo stesso vale per la distanza del proprio settore dai servizi igienici e dai punti di ristoro, che nelle piante di vendita non compare quasi mai ma che in una serata di quattro ore complessive fa una differenza concreta.
Sul percorso di avvicinamento, la notizia buona è che la stazione Eur Palasport della linea B è attrezzata con ascensori e che il tragitto dall’uscita fino all’impianto è in piano e su pavimentazione regolare, senza dislivelli significativi. La notizia meno buona è che gli impianti di risalita delle stazioni della metropolitana romana possono risultare fuori servizio, e che il servizio informazioni della rete di trasporto è il riferimento da consultare il giorno stesso per verificare la situazione.
Per chi arriva in automobile esistono stalli riservati nelle vicinanze dell’impianto, che nei giorni di grande affluenza vengono occupati molto presto. Anche in questo caso l’anticipo è l’unico strumento efficace. Chi viaggia con un accompagnatore può valutare una discesa nei pressi dell’ingresso e un parcheggio successivo più lontano.
Un elemento che riguarda molte persone e viene raramente considerato: il volume. Un concerto in palasport lavora su livelli sonori elevati, e per chi ha una sensibilità particolare al rumore, per chi porta apparecchi acustici o per i bambini, l’uso di protezioni auricolari di buona qualità non peggiora l’ascolto ma lo rende sostenibile. Esistono filtri pensati proprio per la musica dal vivo, che abbassano il livello complessivo senza tagliare le frequenze alte, e in una serata di due ore fanno una differenza notevole. Per chi porta apparecchi acustici c’è un’indicazione ulteriore e poco diffusa: in ambienti molto rumorosi conviene ridurre l’amplificazione o passare a un programma dedicato agli ambienti affollati, perché la compressione automatica di molti dispositivi in una sala da diecimila persone produce un risultato peggiore del suono naturale.
La foto giusta da fare a POOH al Palazzo dello Sport di Roma — 15 ottobre 2026 (POOH60)
La foto giusta non si fa dentro la sala, si fa mezz’ora prima, fuori. Il Palazzo dello Sport visto dal piazzale al tramonto, con la cupola che chiude l’inquadratura e il flusso delle persone che converge verso gli ingressi, è un’immagine che racconta la serata meglio di qualunque scatto rubato durante il concerto. A metà ottobre il sole cala poco dopo le diciotto e trenta, e la mezz’ora successiva dà una luce bassa e calda che sul travertino chiaro dell’Eur funziona benissimo. Chi vuole una variante più architettonica si sposti verso il laghetto e inquadri l’edificio da lontano, con l’acqua in primo piano: la simmetria del quartiere fa il lavoro da sola.
Dentro, la regola è quella del buon senso più che del regolamento. Le riprese con il telefono sono generalmente tollerate, mentre le fotocamere con obiettivo intercambiabile rientrano quasi sempre fra gli oggetti non ammessi, e le condizioni valide per ogni singola data le pubblica l’organizzazione. Il consiglio pratico è di limitarsi a due o tre scatti nei primi minuti, quando le luci di palco sono ancora una novità, e poi mettere via il telefono. In una sala dove quasi nessuno filma, chi tiene il braccio alzato si fa notare, e il risultato sarà comunque un video mosso con un audio saturo che nessuno riguarderà. La foto che vale, in una serata così, è quella con le persone con cui ci si è andati, fatta fuori, prima di entrare.
Cosa si trova intorno all’Eur
L’Eur è uno dei pochi quartieri romani in cui le due ore prima di un concerto possono diventare una visita vera. Il punto di partenza obbligato è il Palazzo della Civiltà Italiana, il cosiddetto Colosseo Quadrato, l’edificio più fotografato del quartiere e uno dei più riconoscibili dell’architettura italiana del Novecento. Si trova a una distanza percorribile a piedi dal palasport, lungo l’asse principale.
Il laghetto dell’Eur, con il parco che lo circonda, è la passeggiata più semplice e la più efficace per far passare un’ora senza fatica: percorso pianeggiante, panchine, alberi, e il Palazzo dello Sport che compare dall’altra parte dell’acqua. Nelle vicinanze si trovano anche il Palazzo dei Congressi e la Nuvola di Fuksas, che mettono a confronto due idee di architettura pubblica distanti settant’anni.
Per chi arriva nel pomeriggio e vuole qualcosa di più strutturato, il quartiere ospita il Museo delle Civiltà, che riunisce collezioni molto diverse fra loro, dal Museo Preistorico Etnografico Pigorini al Museo delle Arti e Tradizioni Popolari e al Museo dell’Alto Medioevo. Gli orari di apertura vanno verificati in anticipo, perché la chiusura pomeridiana arriva prima di quanto molti si aspettino.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
Il primo grande appuntamento della sala furono i tornei olimpici del 1960, pochi giorni dopo l’inaugurazione del 3 giugno: qui si giocarono le partite di pallacanestro e si disputarono gli incontri di pugilato dei Giochi della XVII Olimpiade. L’edificio entrò nella storia dello sport italiano prima ancora di compiere un anno.
Negli anni successivi la sala ha ospitato manifestazioni internazionali di primo piano: i campionati mondiali di pallavolo del 1978 e quelli del 2010, i campionati europei di pallacanestro del 1991, competizioni continentali di pallavolo. Per decenni è stata inoltre la casa della pallacanestro romana nelle stagioni di massima serie.
Sul fronte musicale, il passaggio fondativo è il concerto dei Rolling Stones del 1970, che segna l’ingresso dell’impianto nel circuito dei grandi appuntamenti rock internazionali. Da quel momento la sala diventa il punto di approdo romano per gli artisti che non entrano in un teatro e che non riempiono uno stadio, e questa funzione la mantiene ancora oggi. Per una band nata nel 1966, questo significa una cosa semplice: il Palaeur è una sala che ha accompagnato l’intera carriera dei POOH, ed è stata nel corso dei decenni una delle tappe romane naturali del loro percorso dal vivo.
Chi è passato da POOH al Palazzo dello Sport di Roma — 15 ottobre 2026 (POOH60)
La domanda, letta alla lettera, riguarda chi è passato da questa sala prima di questa serata, e la risposta è un elenco che attraversa più di mezzo secolo di musica dal vivo. Dal concerto dei Rolling Stones del 1970 in poi, il Palazzo dello Sport ha ospitato una quantità di artisti internazionali e italiani che ne fa, insieme a pochi altri impianti, la sala grande della musica romana. Chi entra la sera del 15 ottobre entra in una stanza che ha già sentito praticamente tutto.
Guardando all’orizzonte più vicino, il 2026 del Palaeur è un calendario particolarmente denso di nomi italiani, e la data dei POOH si colloca dentro una sequenza che vale la pena conoscere. Nella stessa sala risultano annunciati i concerti di Giorgia il 24 settembre, di Marco Masini il 13 novembre, di Gigi D’Alessio il 14 novembre, di Shiva a fine novembre, di Irama il 12 dicembre e di ANNA il 19 dicembre, oltre alle date di Lucio Corsi, di Nayt e, nell’inverno successivo, di Max Pezzali.
Messi in fila, questi nomi raccontano bene che cosa sia diventato il palasport dell’Eur: un luogo che nello stesso trimestre accoglie la canzone d’autore, il pop generazionale, il rap e la musica italiana più popolare, con pubblici che non si somigliano quasi per niente e che condividono soltanto l’indirizzo. La serata del 15 ottobre apre di fatto il blocco autunnale di questo calendario, ed è quella con il pubblico di età media più alta e con la storia più lunga alle spalle.
Domande veloci
Quando si tiene il concerto? Giovedì 15 ottobre 2026, al Palazzo dello Sport di Roma. Al Palaeur risulta annunciata anche una seconda serata consecutiva, il 16 ottobre.
Dove si trova esattamente? Piazzale dello Sport 1, quartiere Eur, nella parte meridionale di Roma.
A che ora comincia? Le serate di questo tipo vengono di norma annunciate per le ventuno, ma l’orario che fa fede è quello indicato sul titolo di accesso e sui canali ufficiali.
Come ci si arriva? Metropolitana linea B, fermata Eur Palasport, a pochi minuti a piedi dall’ingresso. Dal centro il viaggio dura intorno ai venti minuti. Attenzione a salire su un treno diretto a Laurentina e non a Jonio.
Trattandosi di un giovedì, la metropolitana regge il ritorno? È il punto critico della serata. Nei giorni infrasettimanali il servizio chiude intorno alle ventitré e trenta, e un concerto con bis può finire proprio in quella fascia. Conviene verificare gli orari in vigore quel giorno e preparare un piano alternativo.
Qual è la scaletta? Non risulta pubblicata una scaletta ufficiale, e non vengono riportati ospiti né la composizione della band sul palco.
Quanto dura? La misura consueta per un concerto in palasport in Italia è fra le due ore e le due ore e un quarto, bis compresi.
Che cosa significa POOH60? Fa riferimento ai sessant’anni dalla nascita del gruppo, che colloca la propria fondazione al 28 gennaio 1966. Il percorso dal vivo si intitola “POOH 60 La Nostra Storia”.
È adatto ai bambini? È un concerto con pubblico prevalentemente adulto e con volumi da palasport. Per i più piccoli valgono le protezioni auricolari e la verifica delle eventuali regole sull’accesso dei minori, che vengono pubblicate dall’organizzazione.
Che cosa si può fare prima del concerto? Il quartiere offre il Palazzo della Civiltà Italiana, il laghetto con il suo parco, il Palazzo dei Congressi, la Nuvola e le collezioni del Museo delle Civiltà. Due ore di anticipo si riempiono senza sforzo.
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