Museo nazionale preistorico etnografico Luigi Pigorini – Museo delle Civiltà
L'indirizzo è piazza Guglielmo Marconi 14, quartiere EUR, dentro il Palazzo delle Scienze: qui hanno sede le collezioni che a Roma tutti continuano a chiamare Museo Pigorini e che dal 2016 fanno parte del Museo delle Civiltà. Ci si arriva con la metro B, fermata EUR Fermi, cinque minuti a piedi in leggera salita; con gli autobus ATAC delle linee 30, 170, 671, 791 e 714; in automobile trovando posto gratuito nelle vie adiacenti, cosa che all'EUR riesce quasi sempre, tranne nei giorni di fiera alla Nuvola. Orario da martedì a domenica, dalle 8.00 alle 19.00, ultimo ingresso alle 18.30; chiusura settimanale il lunedì. Biglietto intero 10,00 euro; agevolato 2,00 euro per i cittadini dell'Unione Europea fra i 18 e i 25 anni; gratuito sotto i 18 anni e per le persone con disabilità con il loro accompagnatore. Esiste una card annuale del Museo delle Civiltà a 22,00 euro che vale un anno di ingressi illimitati, ed è accettato il Roma Pass. Ingresso libero per tutti ogni prima domenica del mese e il 25 aprile. Per la visita ordinaria non occorre prenotare: si paga alla cassa e si entra. La prenotazione è invece obbligatoria per gruppi e scolaresche, con un diritto di prenotazione di 10,00 euro.
Confronta le esperienze a Roma
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✦ Vai all'aperturaMusei Vaticani e Cappella Sistina
Il primo slot della giornata o il tardo pomeriggio. A metà mattina è un nastro trasportatore, e non lo diciamo solo noi.
✦ Il classicoTour a piedi
Roma si capisce camminando. La differenza la fa la guida, non l'itinerario: sono quasi tutti uguali sulla carta.
✦ Prenotazione obbligatoriaGalleria Borghese
Bernini e Caravaggio in due ore contate. Senza prenotazione non si entra, punto.
✦ Va a rubaColosseo, Foro e Palatino
L'ingresso a orario sparisce con giorni di anticipo in alta stagione. La versione con i sotterranei è quella che vale il s...
✦ Poco camminoTour in golf cart
Il centro storico in un paio d'ore senza distruggerti i piedi, e passi dove i pullman non entrano.
✦ Vieni affamatoFood tour
Non è un pranzo: sono sei-otto tappe piccole. Il valore è nei posti in cui non saresti mai entrato da solo.
✦ Dopo le 21Bar hopping e vita notturna
Tre o quattro locali con qualcuno che sa quali sono aperti quella sera. Funziona meglio da soli che in coppia.
✦ Foto garantiteVespa e Ape Calessino
In Ape ti portano loro, in Vespa guidi tu (serve la patente). Due esperienze molto diverse sotto lo stesso nome.
✦ Il più scenograficoTour in sidecar
Il sidecar vintage con conducente: costa più della Vespa, ma è il giro che finisce in tutte le foto.
✦ Si mangia alla fineCorsi di cucina
Pasta a mano e poi ci si siede a tavola. La domanda giusta è quante persone ci sono per postazione.
✦ Anche in cittàDegustazioni di vino
In enoteca in centro o tra le vigne dei Castelli. Due cose diverse: una dura un'ora, l'altra una giornata.
✦ Fuori portaCastelli Romani
Frascati, Castel Gandolfo, il lago di Albano. Un'ora da Roma e sembra un'altra regione.
✦ Patrimonio UNESCOTivoli: Villa d'Este e Villa Adriana
Due ville, due epoche, un solo biglietto mentale: le fontane di Villa d'Este e le rovine imperiali di Adriano.
✦ SottoterraCatacombe e Appia Antica
Chilometri di gallerie sotto la via Appia. Fresche d'estate, e sorprendentemente poco affollate.
✦ Accesso limitatoColosseo: sotterranei e arena
Il piano dove aspettavano gladiatori e belve, e il pavimento dell'arena. Posti contati ogni giorno.
✦ Giornata lungaPompei e Costiera Amalfitana
Da Roma si fa in giornata, ma è una giornata vera: sveglia presto e rientro a sera.
✦ Alta velocitàFirenze in giornata
Un'ora e mezza di treno e sei sotto il Duomo. Si fa, se accetti di vedere tre cose e non dieci.
✦ Terrazza panoramicaCastel Sant'Angelo
Mausoleo, fortezza, prigione e rifugio dei papi. E la terrazza con la vista migliore su San Pietro.
✦ Dopo il tramontoRoma di notte
Le stesse piazze, senza la folla e con le luci giuste. La città cambia completamente.
✦ Libertà di scesaBus hop-on hop-off
Sali e scendi dove vuoi per 24 o 48 ore. Utile il primo giorno, per orientarsi.
✦ MareCapri e Costiera Amalfitana
Da Roma è lunga, ma in due giorni si fa con calma. In giornata solo se accetti di correre.
✦ Centro storicoTrevi, Pantheon e piazze
Il cuore barocco a piedi, più il biglietto del Pantheon che ora serve davvero.
✦ Con i bambiniScuola dei gladiatori
Due ore con la spada di legno in mano, sulla via Appia. Con i ragazzini funziona sempre.
✦ Poco sforzoSegway e monopattino
Copri il doppio del centro senza camminare. Dieci minuti di pratica e ci stai sopra.
✦ MercoledìUdienza papale
Ogni mercoledì, quando il Papa è a Roma. Il biglietto è gratuito ma va ritirato.
✦ Poco affollatoTerme di Caracalla
Muri alti trenta metri e quasi nessuno intorno. Uno dei posti più sottovalutati di Roma.
✦ A 30 minutiOstia Antica
La Pompei di Roma, raggiungibile col treno urbano. Strade, taverne e mosaici, senza folla.
✦ Alta velocitàNapoli e Pompei
Un'ora e dieci di treno. Il centro storico, il museo archeologico e la pizza vera.
✦ Prima dell'aperturaVaticano: ingresso anticipato
Dentro i Musei prima del pubblico. La Sistina quasi vuota è un'altra cosa.
✦ Senza faticaTour in e-bike
Le sette colline con l'assistenza al pedale. L'Appia Antica e il Gianicolo diventano facili.
Due informazioni pesano sulla giornata più di qualunque altra, e conviene averle in testa prima di prendere la metro. La prima: le collezioni di Arti e Culture africane, americane e oceaniane, che occupano il primo piano del Palazzo delle Scienze, sono interessate da un cantiere di adeguamento e restano chiuse fino all'inverno 2026, per le verifiche di legge sui nuovi dispositivi antisismici, per i nuovi impianti antincendio e di condizionamento e per il restauro degli infissi storici. Al posto loro, all'ingresso del palazzo, una selezione a rotazione di capolavori di quelle stesse raccolte viene esposta nel percorso intitolato In corso d'opera. La seconda: la Sala Guattari, quella del cranio neandertaliano del Circeo, ha orari propri, diversi da quelli del museo, e apre al pubblico libero il sabato e la domenica dalle 8.30 alle 13.00, mentre dal martedì al venerdì si visita su prenotazione con gruppi e scolaresche. È una sala tecnica, con impianti delicati e possibili chiusure per manutenzione: una telefonata o un controllo sul sito ufficiale il giorno prima evita un viaggio a vuoto.
Chi vuole inquadrare l'istituto nel suo insieme, con tutte le sue sezioni e le sue sedi, trova il quadro generale nella pagina del Museo delle Civiltà; qui parliamo del nucleo preistorico ed etnografico, quello fondato da Luigi Pigorini, che resta il cuore scientifico di tutta la macchina.

Dove si trova e come si arriva al Museo Pigorini
Il museo occupa il Palazzo delle Scienze, sul lato lungo di piazza Guglielmo Marconi, dalla parte opposta rispetto al Palazzo delle Arti e Tradizioni Popolari, che è al civico 8 e ospita l'altra grande anima del Museo delle Civiltà. I due edifici insieme contano circa cinquantamila metri quadri fra sale espositive e depositi: una cifra che spiega perché nessuno riesca a vedere tutto in una mattina, e perché la parte visibile sia sempre e comunque una selezione di quello che c'è.
Arrivare al Museo Pigorini con la metropolitana
Metro B, direzione Laurentina, fermata EUR Fermi. All'uscita si prende viale Beethoven o viale America e si sale verso la piazza: cinque minuti scarsi, tutti su marciapiede largo, con una pendenza minima che si sente solo a luglio. La fermata successiva, EUR Palasport, è altrettanto vicina a piedi e ha il vantaggio di far passare davanti al Palazzo dello Sport di Nervi e al laghetto. Se viaggiate con passeggino o carrozzina, EUR Fermi è la scelta giusta: ascensori funzionanti e percorso senza gradini fino alla piazza.
Con l'autobus
Le linee ATAC che servono la zona sono la 30, la 170, la 671, la 791 e la 714. La 30 è la più comoda per chi arriva da Piramide o dall'Ostiense, la 714 per chi viene da Termini e San Giovanni, la 170 per chi si muove da Trastevere e dal Testaccio. Nessuna di queste corse ferma davanti al portone: si scende su viale Europa o su viale della Civiltà del Lavoro e si cammina qualche centinaio di metri. All'EUR le distanze ingannano perché i marciapiedi sono monumentali e i portici tutti uguali: se sbagliate palazzo ve ne accorgete solo davanti alla biglietteria.
In automobile e in bicicletta
All'EUR il parcheggio su strada è gratuito nella maggior parte delle vie intorno alla piazza, e questa è una rarità assoluta a Roma. Due stalli riservati alle persone con disabilità sono davanti al civico 14 e altri due davanti al civico 8. In bicicletta si arriva bene: viale della Civiltà del Lavoro e viale Europa hanno carreggiate ampie, e il quartiere è quasi pianeggiante rispetto al resto della città. Il consiglio da professionista: se venite in macchina, arrivate prima delle 9.30, perché a metà mattina gli uffici della zona hanno già occupato tutto.
Orari e biglietti del Museo nazionale preistorico etnografico Luigi Pigorini
Il museo apre dal martedì alla domenica, dalle 8.00 alle 19.00, con ultimo ingresso alle 18.30. Il lunedì è chiuso. L'apertura alle 8.00 è un'anomalia gentile nel panorama romano, dove la maggior parte dei musei alza la serranda alle 9.00 o alle 9.30: significa che si può fare un'ora abbondante di visita in un edificio praticamente vuoto, con la luce del mattino che entra dalle finestre alte del secondo piano. Chi conosce il museo ci va a quell'ora e basta.
Quanto costa il biglietto del Museo Pigorini
Intero 10,00 euro. Agevolato 2,00 euro per i cittadini dell'Unione Europea di età compresa fra i 18 e i 25 anni compiuti, che è la fascia più penalizzata dai musei italiani e qui invece se la cava con il prezzo di un caffè e un cornetto. Gratuito per i minori di 18 anni, per le persone con disabilità e per chi le accompagna, e per alcune categorie di studenti e docenti di indirizzi specifici. Esiste poi un biglietto Amico da 5,00 euro riservato a chi possiede il pass della fiera Roma Arte in Nuvola nei giorni della manifestazione e a chi partecipa agli incontri del ciclo In Piazza organizzati dal museo.
La card annuale del Museo delle Civiltà e le gratuità
La Card del Museo delle Civiltà costa 22,00 euro e vale un anno intero di accessi illimitati a tutte le sedi. Fatti i conti: si ripaga alla terza visita. Per chi abita a Roma e vuole prendersi il museo con calma, un piano alla volta, è la spesa più intelligente che si possa fare qui dentro, tanto più adesso che una parte delle collezioni riapre a scaglioni e conviene tornare. L'ingresso è gratuito per tutti ogni prima domenica del mese e il 25 aprile. La prima domenica del mese all'EUR non ha nulla della calca dei Fori: si entra, si gira, si esce, e quella è probabilmente la prima domenica gratuita meglio spesa di Roma.
Il Roma Pass e i biglietti online
Il Roma Pass è accettato, nelle versioni da 48 e da 72 ore, ed è utile a chi ha già in programma altri musei del circuito. Sulla vendita online il museo non offre un canale proprio: il biglietto si compra in cassa, all'ingresso del Palazzo delle Scienze. Diffidate dei rivenditori che promettono salta fila per questo museo. Qui la coda non esiste quasi mai, e quando esiste dura il tempo di tre persone davanti a voi.
Visite guidate al Museo Pigorini, gruppi e scolaresche
Il servizio educativo e le visite guidate sono affidati alla cooperativa AbIntra. Nel fine settimana vengono proposti percorsi guidati per i visitatori singoli al costo di 5,00 euro a persona, con prenotazione da chiudere entro il venerdì. Per i gruppi fino a venti partecipanti la visita guidata costa 100,00 euro, che diventano 120,00 euro se la si vuole in lingua inglese; i partecipanti oltre il ventesimo pagano 5,00 euro ciascuno, 6,00 euro in inglese. Il riferimento telefonico per prenotare è il numero +39 375 8323206, l'indirizzo di posta elettronica è didatticamuciv@abintra.it. Per gruppi e scolaresche la prenotazione è obbligatoria e comporta un diritto fisso di 10,00 euro. Un parere da chi accompagna gruppi per mestiere: cinque euro per una guida in un museo di questa complessità sono una cifra fuori mercato in senso favorevole al visitatore, e la visita guidata qui non è un lusso, è quasi una necessità, perché il nuovo allestimento del secondo piano ragiona per problemi e non per vetrine, e senza qualcuno che tenga il filo si rischia di uscire con la sensazione di aver visto tanti oggetti bellissimi senza capire che cosa li tenesse insieme.
Accessibilità del Museo delle Civiltà
Questo è uno dei musei più accessibili di Roma, e va detto con chiarezza perché in città non è frequente. Ci sono ascensori che servono il primo e il secondo piano, servizi igienici attrezzati su ogni piano, sedie a rotelle e sedie reclinabili disponibili gratuitamente al banco dell'accoglienza, due posti auto riservati davanti a ciascuno dei due palazzi e percorsi tattili in Braille lungo le collezioni. L'ingresso è gratuito per le persone con disabilità e per l'accompagnatore. I pavimenti sono lisci e continui, le sale ampie, le distanze fra una vetrina e l'altra generose: chi si muove in carrozzina qui gira davvero, e non con la fatica che tocca sopportare in molti palazzi storici del centro.
I cani al Museo Pigorini
I cani sono ammessi nel pomeriggio, dalle 14.00 alle 19.00, pagando il biglietto agevolato. I cani guida per persone non vedenti e i cani da servizio entrano gratuitamente e senza limiti di orario, come previsto dalla legge; gli animali di piccola taglia tenuti in braccio o dentro un trasportino entrano liberamente. È una politica di apertura piuttosto rara nei musei statali italiani, e chi arriva all'EUR con il cane al guinzaglio dopo una passeggiata al laghetto la apprezza molto.
Che cosa si vede oggi al Museo nazionale preistorico etnografico Luigi Pigorini
Il museo si legge per piani, e la logica è semplice una volta capita. Al secondo piano ci sono le collezioni di Preistoria e Protostoria, riallestite dal 26 ottobre 2022 con il titolo Preistoria? Storie dall'Antropocene: è la parte aperta, completa e più recente, ed è la ragione principale per cui vale la salita all'EUR. Al primo piano si trovano le collezioni di Arti e Culture africane, americane, asiatiche e oceaniane, oggi interessate dal cantiere di adeguamento impiantistico e sismico che le tiene chiuse fino all'inverno 2026. Al piano terra, all'ingresso, il museo espone a rotazione una selezione di capolavori di quelle stesse raccolte nel percorso In corso d'opera, che funziona da anticipazione e da risarcimento parziale. Nello stesso edificio hanno sede anche le collezioni dell'ex Museo Coloniale, i materiali del Museo dell'Alto Medioevo e quelle del Museo nazionale d'Arte Orientale Giuseppe Tucci, confluite tutte nel Museo delle Civiltà.
Il consiglio pratico che do sempre ai gruppi: cominciare dall'alto. Si prende l'ascensore, si sale al secondo piano, si fa la preistoria con la testa fresca e si scende poi verso il piano terra. Sembra un dettaglio da pignoli, ma il secondo piano richiede attenzione e lettura, e farlo alla fine, con le gambe stanche, significa saltarlo. La preistoria non perdona la stanchezza: è una materia che si capisce solo se si legge, perché gli oggetti sono piccoli, spesso frammentari, e parlano solo a chi ha voglia di ascoltarli.
Il secondo piano del Museo Pigorini: Preistoria? Storie dall'Antropocene
Il punto interrogativo nel titolo non è un vezzo grafico. L'allestimento inaugurato il 26 ottobre 2022 mette in discussione la nozione stessa di preistoria, e lo fa con una tesi precisa: l'idea di un tempo prima della storia nasce nell'Ottocento insieme a una gerarchia delle culture umane, e quella gerarchia ha prodotto disastri di cui il museo stesso porta la responsabilità storica. Il percorso quindi non celebra una marcia trionfale dall'uomo delle caverne all'uomo moderno; racconta come si sono formate le collezioni, con quali criteri, con quali silenzi, e che cosa ne facciamo oggi.
L'ominazione scientifica
La prima sezione ripercorre il processo di ominazione con gli strumenti della paleoantropologia attuale: reperti fossili, calchi, ricostruzioni, apparati che spiegano come si legge un osso e che cosa può dire e non dire. È la parte in cui il museo prende posizione contro l'immagine più radicata e più sbagliata che tutti abbiamo in testa, quella della fila di silhouette che si raddrizzano progressivamente fino a diventare noi. Quella figura è un'invenzione grafica del Novecento, ed è scientificamente falsa: l'evoluzione umana è un cespuglio con rami paralleli, estinzioni, ibridazioni e vicoli ciechi, non una scala. Il neandertaliano non è un gradino verso di noi: è un cugino contemporaneo, che ha convissuto con Homo sapiens, che si è incrociato con lui e che ci ha lasciato una percentuale del nostro genoma.
Dal Paleolitico all'epoca dei metalli
La seconda sezione è quella più tradizionale nella forma e più ricca nella sostanza: le civiltà della penisola italiana dal Paleolitico all'età dei metalli, con i grandi complessi di scavo che hanno fatto la storia della paletnologia italiana. Qui si incontrano le industrie litiche, la ceramica neolitica, i corredi funerari eneolitici, i bronzi delle età successive, i materiali sardi. Il taglio non è quello del catalogo: ogni nucleo è presentato come un problema di ricerca, con la storia dello scavo, il nome degli scavatori, le interpretazioni che si sono succedute e quelle che sono cadute.
I materiali della ricerca in corso
La terza parte mostra il museo come laboratorio. Non è un modo di dire: il Museo delle Civiltà conserva archivi di scavo, campioni, materiali in corso di studio, e da qualche anno ha scelto di renderli visibili invece di tenerli nei depositi. Il visitatore vede cassette, etichette, schede, campioni di sedimento, e capisce che un museo archeologico non è un magazzino di cose belle ma una infrastruttura di conoscenza che produce risultati nuovi ogni anno, spesso su materiali scavati settant'anni fa.
Gli interventi d'arte contemporanea nel percorso
Dentro il percorso preistorico il museo ha innestato opere d'arte contemporanea che funzionano da contrappunto critico. Ali Cherri, artista libanese, è presente con il film The Digger, che gli è valso il Leone d'argento alla Biennale di Venezia del 2022: un ritratto del custode di una necropoli neolitica nel deserto, che interroga il senso stesso del conservare. Elizabeth A. Povinelli, antropologa e teorica, contribuisce con testi e immagini che riscrivono la parola preistoria come sedimentazione: non un prima, ma uno strato che continua a depositarsi sotto i nostri piedi mentre camminiamo. Il mio giudizio su questi innesti è positivo, e non è scontato: troppo spesso l'arte contemporanea nei musei archeologici è un vestito alla moda messo addosso a un corpo che non lo chiedeva. Qui invece l'operazione tiene, perché le opere pongono la stessa domanda che pone l'allestimento.
L'ominazione immaginifica
La chiusura del percorso è la parte che divide di più i visitatori. Si chiama ominazione immaginifica e chiede di immaginare scenari futuri: che cosa resterà di noi, che cosa scaverà chi verrà dopo, quale strato geologico lasceremo. Chi entra al museo cercando la vetrina con le frecce di selce esce spaesato. Chi entra con la disponibilità a farsi spostare esce con qualcosa in più. La mia opinione, dopo averci portato decine di gruppi, è che questa sezione funzioni benissimo con gli adolescenti e male con chi ha meno di dieci anni: i bambini piccoli vogliono l'osso, la punta di freccia e la piroga, e su quelli bisogna puntare.
I pezzi da vedere assolutamente al Museo Pigorini
Se il tempo è poco, questa è la lista da cui non si scappa. Sono undici nuclei, e tutti insieme si fanno in un'ora e mezza camminando con metodo.
Il cranio neandertaliano Guattari 1 del Museo Pigorini
È il pezzo più famoso del museo ed è l'originale, non un calco: una cosa che vale la pena ripetere, perché molti visitatori arrivano convinti del contrario. Il cranio fu trovato il 24 febbraio 1939 a San Felice Circeo, quando alcuni operai incaricati dal proprietario del terreno, Alessandro Guattari, stavano cavando pietre e aprirono per caso una cavità che una frana antichissima aveva sigillato. Dentro, sul fondo di quello che venne chiamato l'Antro dell'Uomo, giaceva un cranio di Homo neanderthalensis in stato di conservazione eccezionale, privo di una porzione dell'orbita destra e con il margine occipitale danneggiato. In superficie furono raccolte due mandibole, catalogate come Guattari 2 e Guattari 3.
Guardatelo bene, davanti alla vetrina. Le arcate sopraccigliari continue e spesse, la faccia proiettata in avanti, l'assenza di mento, la volta bassa e lunga: sono i caratteri di una specie umana diversa dalla nostra, che ha abitato l'Europa e il Vicino Oriente per oltre duecentomila anni e si è estinta circa quarantamila anni fa. Il cranio del Circeo è uno dei pochissimi neandertaliani completi trovati in Italia, e per decenni è stato il fossile umano più discusso del paese.

La Sala Guattari e il Laboratorio Neanderthal
Dal 18 dicembre 2025 la Sala Guattari ha una veste completamente nuova e un nome nuovo: Laboratorio Neanderthal, le scoperte di Grotta Guattari. L'allestimento multimediale porta la firma di Studio Azzurro, con la direzione artistica di Leonardo Sangiorgi e Giuseppe Carmosino; la curatela è di Maria Grazia Filetici e Andrea Viliani, con un comitato tecnico scientifico che riunisce la Direzione generale Musei, la Soprintendenza e i ricercatori delle università di Bologna, Sapienza, Tor Vergata e Firenze. La sala è buia, l'architettura richiama la cavità, la luce è calibrata per far emergere gli oggetti dal nero come emergevano dal fango dello scavo.
Dentro ci sono i reperti del 1939 e quelli delle campagne aperte nell'ottobre 2019: quindici nuovi resti umani fra elementi cranici, ossa post craniali e denti isolati, che hanno portato a undici il numero minimo di individui neandertaliani documentati nel sito e ne fanno il campione più consistente mai trovato in un solo giacimento italiano. Accanto ai resti umani si vedono le industrie litiche della cosiddetta industria pontiniana, fatta con i piccoli ciottoli di selce delle spiagge del Circeo, e una fauna che racconta un paesaggio irriconoscibile: cervi, uri, cavalli, iene, elefanti, rinoceronti. Ci sono postazioni interattive, un tavolo che risponde ai gesti, una visita virtuale della grotta e pannelli bilingui. Il ricordo che va tenuto a mente prima di partire da casa: la sala segue orari propri, sabato e domenica dalle 8.30 alle 13.00, e dal martedì al venerdì apre su prenotazione per gruppi e scuole. Chi arriva un mercoledì pomeriggio senza aver prenotato non la vede, e questa è la delusione più frequente che registro fra i visitatori del museo.
Le tre Veneri paleolitiche
Il museo espone tre statuette femminili del Paleolitico superiore che vengono chiamate per comodità Veneri, con un nome ottocentesco che oggi nessuno studioso difende più: quella di Savignano, quella del lago Trasimeno e quella della Marmotta. La più celebre è la Venere di Savignano, trovata nel 1925 durante gli scavi per le fondamenta di un edificio rurale nel podere Pra Martino, presso Savignano sul Panaro in provincia di Modena; fu acquistata dallo scultore Giuseppe Graziosi, che la donò poi al museo di Roma. È in serpentino, una roccia bruno verdastra che viene dalle formazioni ofiolitiche dell'Appennino modenese, misura 22,1 centimetri di altezza per 5 di larghezza e 5,5 di spessore, e pesa 585 grammi. La datazione, fondata sui confronti stilistici con le figurine femminili europee del Gravettiano, oscilla fra ventottomila e ventiquattromila anni fa.
Davanti all'originale si nota quello che le fotografie non restituiscono: la testa e la parte inferiore sono lavorate a punta piramidale, mentre seno, ventre, glutei e cosce hanno una plasticità piena e sicura; le gambe unite sono percorse da un solco longitudinale. La figura funziona da qualunque lato la si guardi, cosa che non tutte le veneri paleolitiche fanno. Se dovessi indicare un solo oggetto del museo a chi ha dieci minuti e vuole capire che cosa sia la scultura, indicherei questo, non il cranio.
Le piroghe del lago di Bracciano al Museo Pigorini
Le piroghe monossili del sito della Marmotta sono la cosa che colpisce di più i bambini e, se devo essere sincero, anche gli adulti. Sono scavate in un unico tronco, lunghe diversi metri, e hanno un'età che si fa fatica a dire ad alta voce senza sembrare esagerati: il villaggio da cui provengono fu abitato fra il 5700 e il 5300 avanti Cristo. Sono fra le imbarcazioni più antiche del Mediterraneo, e sono arrivate fino a noi perché il fango anaerobico del fondale del lago di Bracciano le ha protette per settemila anni dall'ossigeno che avrebbe fatto marcire il legno in una stagione.
Il villaggio neolitico della Marmotta
Il sito della Marmotta, davanti ad Anguillara Sabazia, è considerato il più antico villaggio lacustre dell'Europa occidentale ed è sommerso sotto diversi metri d'acqua. Dagli scavi sono uscite cinque piroghe e una quantità di oggetti che nessun sito neolitico asciutto potrebbe restituire: attrezzi agricoli in legno, elementi di architettura, falci intere e frammentarie, resti tessili, semi. Il legno più usato è la quercia. Per capire l'importanza della cosa: nella stragrande maggioranza dei villaggi neolitici europei del legno non resta nulla, e gli archeologi devono dedurre le case dai buchi dei pali. Alla Marmotta le case ci sono ancora, e con esse gli strumenti che le hanno costruite. Il sito è un riferimento internazionale per lo studio della tecnologia neolitica e dell'espansione delle prime comunità agricole nel bacino del Mediterraneo. La quinta piroga, conservata per quindici anni nel centro visite di Anguillara Sabazia, è oggetto di un accordo fra il Museo delle Civiltà e il Comune per un restauro che richiederà circa diciotto mesi di sola impregnazione, più altri sei o dieci mesi di lavorazione.
La Tomba della Vedova e l'Eneolitico
L'Eneolitico, in Italia, va all'incirca dal 3500 al 2200 avanti Cristo ed è il momento in cui gli strumenti di metallo si affiancano a quelli di pietra, cambiando il modo in cui le comunità si organizzano, commerciano e si differenziano al proprio interno. Nel Lazio settentrionale e nell'Etruria meridionale questo periodo ha un nome preciso, cultura di Rinaldone, e va dal 3600 al 2500 avanti Cristo circa. Le sepolture sono a grotticella, camere scavate artificialmente nel terreno, oppure a fossa; il rito prevede inumazioni singole, in coppia o collettive, con riaperture successive della tomba per deporvi altri defunti.
La Tomba della Vedova, da Ponte San Pietro presso Ischia di Castro in provincia di Viterbo, è il pezzo forte di questa sezione e ha una storia interpretativa istruttiva. Conteneva un uomo adulto e una giovane donna; il corredo maschile era ricchissimo, con pugnale e ascia in rame, ascia martello in pietra levigata e quattordici punte di freccia. Per decenni la tomba è stata letta come la prova di un sacrificio femminile rituale: la vedova uccisa e sepolta con il suo uomo, con tanto di frattura cranica a confermare la violenza. Le analisi radiometriche moderne hanno smontato la ricostruzione pezzo per pezzo. Le due morti non furono contemporanee: l'uomo si colloca fra il 3750 e il 3537 avanti Cristo, la donna fra il 3635 e il 3376. E la frattura del cranio femminile, esaminata da vicino, risulta prodotta da roditori, non da un colpo. È uno dei casi più eleganti che conosca di come l'archeologia corregga sé stessa, e il museo lo racconta senza nascondere l'errore. Quel nome, Tomba della Vedova, resta però nei cartellini: la memoria dei musei è più lenta della scienza.
Gricignano d'Aversa
Lo scavo di Gricignano d'Aversa, in Campania, ha documentato un villaggio della cultura di Laterza intorno al 3000 avanti Cristo, con numerose capanne di pianta ellittica e una necropoli a fosse. Il dato che colpisce è la differenziazione rituale fra i sessi: le tombe maschili contengono vasi e armi, quelle femminili sono prive di corredo. È un'informazione che dice molto di come funzionasse quella società, e che nessuna fotografia di un vaso potrebbe trasmettere da sola. Materiali di questo tipo sono la ragione per cui al Museo Pigorini leggere i pannelli conta quanto guardare le vetrine.
Polada e le palafitte dell'età del Bronzo
I materiali del sito eponimo di Polada, presso Lonato del Garda, definiscono una delle culture chiave dell'antica età del Bronzo padana, quella che precede e prepara le terramare. Anche qui il fango ha conservato il legno, la corda, i tessuti: manici di ascia, ruote, contenitori. La cultura di Polada è materia da specialisti, ma il pubblico che si ferma davanti a un manico di ascia intero di quattromila anni fa capisce immediatamente perché gli archeologi si emozionano per un pezzo di legno.
Il ripostiglio di Coste del Marano
Il ripostiglio di Coste del Marano, nel territorio di Tolfa, è uno dei complessi di bronzi più importanti della fine dell'età del Bronzo in Italia centrale. Un ripostiglio è un deposito volontario di oggetti di metallo, nascosto sotto terra: può essere il magazzino di un fonditore, una riserva di valore, oppure un'offerta rituale che non fu mai recuperata. Nel caso di Coste del Marano il repertorio comprende oggetti di ornamento in lamina lavorata a sbalzo di qualità altissima. Sono pezzi che si guardano con la lente, ed è il momento in cui conviene avere gli occhiali giusti.
I bronzetti nuragici e le spade votive
La sezione sarda è una delle più belle del museo e una delle meno frequentate. Il bronzetto di guerriero nuragico, con lo scudo, l'elmo cornuto e la postura frontale, appartiene a una produzione che non somiglia a nulla di quanto si fa nello stesso momento nel resto d'Italia: un linguaggio figurativo autonomo, geometrizzante, sviluppato in Sardegna fra il Bronzo finale e la prima età del Ferro. Accanto ai bronzetti si vedono le spade votive, esemplari di dimensioni fuori scala e di funzione manifestamente non pratica, deposte nei santuari come offerta. Chi arriva qui dopo aver visto i bronzi etruschi al Museo Etrusco di Villa Giulia coglie la differenza in tre secondi.
La Fibula Prenestina del Museo Pigorini
Piccola, d'oro, e capace di aver tenuto in scacco per trent'anni la filologia latina. La Fibula Prenestina porta incisa l'iscrizione MANIOS MED FHEFHAKED NUMASIOI, che in latino classico suonerebbe Manius me fecit Numerio: Manio mi ha fatto per Numerio. Se la datazione regge, ed è collocata intorno alla metà del VII secolo avanti Cristo, siamo davanti alla più antica iscrizione in lingua latina che si conosca. La storia dell'oggetto è degna di un romanzo. L'archeologo tedesco Wolfgang Helbig la presentò nel 1887, dichiarando di averla acquistata nel 1876 e indicando poi come provenienza la tomba Bernardini di Palestrina, dalla quale sarebbe stata sottratta. Nel 1919 la fibula uscì dagli inventari per mancanza di certezze sulla provenienza archeologica. Nel 1980 l'epigrafista Margherita Guarducci sostenne pubblicamente che sia l'iscrizione sia la fibula fossero un falso, frutto di un accordo fra Helbig e l'antiquario Francesco Martinetti. La questione si è chiusa nel 2011, quando Daniela Ferro dell'Istituto per lo studio dei materiali nanostrutturati del CNR ed Edilberto Formigli, con microscopio elettronico e microsonda, hanno verificato la congruenza fra le tecniche orafe visibili sull'oggetto e quelle praticate in ambiente etrusco nel periodo indicato. Il pezzo che vedete al museo è quello vero; una riproduzione moderna è esposta alle Terme di Diocleziano. Un consiglio da guida: leggete l'iscrizione ad alta voce, sillabandola. Sentire quella lingua che diventa il latino è un'esperienza che nessun pannello sostituisce.
Le collezioni di Arti e Culture del Museo delle Civiltà
Il primo piano del Palazzo delle Scienze ospita le raccolte di Arti e Culture africane, americane, asiatiche e oceaniane, ed è la parte oggi interessata dal cantiere che le rende visitabili solo a scaglioni fino all'inverno 2026. Vale comunque la pena sapere che cosa c'è, per due ragioni: perché la selezione esposta al piano terra in In corso d'opera ruota e pesca proprio da lì, e perché chi torna a Roma fra qualche mese trova una delle raccolte etnografiche più importanti d'Europa.
I numeri, in ordine di grandezza, sono questi: circa ventimila opere americane, circa quindicimila oceaniane, circa diecimila africane, alle quali si aggiungono le collezioni asiatiche del Pigorini, oltre quindicimila oggetti, e i circa quarantamila pezzi del Museo nazionale d'Arte Orientale Giuseppe Tucci, confluito anch'esso nel Museo delle Civiltà. È un patrimonio che nessuna sala potrebbe esporre per intero, e infatti non lo espone.
Arti e Culture Americane del Museo delle Civiltà
La raccolta americana è la più antica del museo per data di formazione e ha una radice romana precisa: il Museo Kircheriano del Collegio Romano, formato fra il 1635 e il 1680 con i materiali che i missionari della Compagnia di Gesù inviavano a Roma dal Brasile, dalla Cina e dal Canada. A quel nucleo si aggiunsero nel tempo raccolte cappuccine dal Congo e dall'Angola, doni diplomatici, acquisti di collezioni private ottocentesche.
Il percorso mesoamericano parte dagli Olmechi, fra il 1700 e il 300 avanti Cristo, e attraversa Mixtechi, Zapotechi, Totonachi fino agli Aztechi, dal 1300 alla conquista spagnola del 1521. Le maschere rivestite in mosaico di turchese sono i pezzi che tutti fotografano e che tutti ricordano: superfici composte da migliaia di tessere minuscole, lavorate con una pazienza che oggi fa quasi paura. L'area andina è coperta in modo altrettanto serio, con Chavín, Paracas, Nasca, Moche, Recuay, Pukara, Tiwanaku, Chimú, Chincha, i regni aymara e infine gli Inka. Ci sono tessuti Paracas, ceramiche Moche a ritratto, oreficerie. Da guida che ha accompagnato molti viaggiatori diretti in Perù, dico una cosa impopolare: questa raccolta merita più della tappa distratta che le riservano quasi tutti i visitatori, e il tessuto andino, se guardato con attenzione al modo in cui è costruito, è tecnicamente più complesso dell'oggetto d'oro che si guarda per primo.
Arti e Culture Oceaniane
La sezione oceaniana raccoglie circa quindicimila oggetti da Melanesia, Polinesia, Micronesia e Australia, con importanti raccolte ottocentesche dalla Nuova Guinea, arrivate a Roma nella stagione delle grandi esplorazioni scientifiche. Il percorso si organizza per grandi temi: la haus tambaran, la casa cerimoniale degli uomini nella regione del Sepik, con le sue maschere e i suoi pali scolpiti; il circuito di scambio kula delle isole Trobriand, dove collane e bracciali di conchiglia viaggiavano in direzioni opposte lungo un anello di isole creando alleanze e prestigio; le sculture malagan della Nuova Irlanda, intagliate per una sola cerimonia funebre e poi destinate a essere abbandonate; i materiali delle isole Salomone e della Nuova Caledonia; il concetto polinesiano di mana come potenza che si accumula negli oggetti e nelle persone; gli esseri ancestrali della cosmologia australiana.
Il kula, in particolare, è una delle cose più interessanti che un museo etnografico possa spiegare, perché è un sistema economico che non produce ricchezza materiale e serve invece a produrre relazioni. Bronislaw Malinowski lo descrisse nel 1922 in Argonauti del Pacifico occidentale, e da allora l'antropologia non ha smesso di discuterne. Davanti a un bracciale mwali si capisce, meglio che leggendo cento pagine, perché il valore di un oggetto possa non avere niente a che fare con il materiale di cui è fatto.
Arti e Culture Africane
Le circa diecimila opere africane hanno una provenienza stratificata che il museo oggi dichiara apertamente invece di nasconderla dietro il termine neutro di collezione. Ci sono materiali della Casa Reale, ci sono le raccolte dei cardinali Flavio Chigi senior e Stefano Borgia, ci sono i frutti delle spedizioni promosse dalla Società Geografica Italiana con Romolo Gessi e Giacomo Bove, e ci sono pezzi arrivati dalla Biennale di Venezia del 1922. Ci sono avori nigeriani e figure di potere del bacino del Congo.
Il punto storico che il museo mette in evidenza è che questa raccolta si è formata nel quadro politico aperto dalla Conferenza di Berlino del 1884, cioè nel momento in cui le potenze europee si spartirono l'Africa, e che fu ordinata secondo la scala evolutiva ottocentesca, quella che collocava le culture africane all'ultimo posto di una gerarchia immaginaria. L'allestimento attuale non riproduce quella gerarchia: la espone come oggetto di studio, mostrando le fotografie storiche delle sale come documenti antropologici a loro volta. È una scelta che condivido senza riserve. Un museo che ha costruito le proprie vetrine su una teoria sbagliata ha due possibilità: fingere che non sia successo, oppure raccontarlo. Qui hanno scelto la seconda, ed è quello che rende questo museo diverso da molti suoi omologhi europei.

Arti e Culture Asiatiche
Alle collezioni asiatiche del Pigorini si sono aggiunti i materiali del Museo nazionale d'Arte Orientale Giuseppe Tucci, che portano in dote settemila anni di storia dell'arte fra Iran, Afghanistan, India, Cina e Vietnam. Il nucleo iranico e afghano deriva in buona parte dagli scavi dell'Istituto Italiano per il Medio ed Estremo Oriente, l'ente fondato da Giuseppe Tucci, tibetologo e orientalista che fu una delle figure più imponenti e più discusse della cultura italiana del Novecento. La sezione tibetana, con dipinti su stoffa e bronzi rituali, è quella che colpisce di più chi non se l'aspetta.
L'ex Museo Coloniale e il Museo delle Opacità
Questa è la parte del Museo delle Civiltà di cui si parla di più fuori dai confini italiani e di meno nelle conversazioni romane, e merita di essere raccontata per intero perché è la vicenda che più di ogni altra spiega che cosa sia oggi questo istituto.
Che cosa fu il Museo Coloniale
Il Museo Coloniale di Roma fu inaugurato nel 1923 per volontà di Benito Mussolini, con sede iniziale nel Palazzo della Consulta. Nel 1935 fu trasferito in via Aldrovandi, ai Parioli. Nel 1940 cambiò nome in Museo dell'Africa Italiana, in coerenza con la retorica imperiale del regime. Riaperto nel 1947, sopravvisse alla caduta del fascismo e alla fine delle colonie fino alla chiusura, avvenuta nel 1971. Le raccolte erano state devolute nel 1956 all'Istituto Italiano per l'Africa, e da lì, dopo altri passaggi, sono confluite nel patrimonio del Ministero della cultura nel 2017, per essere infine assegnate al Museo delle Civiltà.
Il totale è di circa dodicimila oggetti: reperti archeologici, opere d'arte, manufatti artigianali, semi, strumenti scientifici, carte geografiche, e perfino i dispositivi espositivi originali, cioè le vetrine e i pannelli con cui il colonialismo italiano si raccontava a sé stesso. Quel materiale è rimasto nei depositi per oltre cinquant'anni. Documenta quasi un secolo di presenza italiana in Africa, dal 1882 al 1960.
Il Museo delle Opacità
Il 6 giugno 2023 il Museo delle Civiltà ha aperto il capitolo intitolato Museo delle Opacità, che riporta quei materiali nelle sale mettendoli in dialogo con opere d'arte contemporanea. Il termine opacità ha una doppia radice: da un lato rimanda alla rimozione collettiva del passato coloniale italiano, dall'altro riprende la nozione teorica di Édouard Glissant, per il quale l'opacità è il diritto di ciascuno a mantenere un'identità propria senza essere ridotto, tradotto e classificato dallo sguardo altrui.
Le installazioni si distribuiscono sugli ammezzati dei due palazzi. Una sezione è dedicata alle collezioni etiopiche, alle vicende di appropriazione e alle restituzioni, comprese le pitture parlamentari etiopiche del 1936 e 1938 e la loro restituzione parziale negli anni Cinquanta, e la documentazione del rientro dell'obelisco di Axum. Un'altra sezione riguarda la Libia e il ruolo della cartografia nella cancellazione della memoria territoriale. C'è uno spazio cinema, dove viene proiettato Inconscio italiano di Luca Guadagnino. C'è un'installazione rivolta al futuro, ph0n0museum rome, ambientata nel 2154 e immaginata da Wissal Houbabi, Toi Giordani e Ismael Astri Lo.
Fra gli artisti presenti: Sammy Baloji con Gnosis del 2022, una sfera in vetroresina nera che riflette e deforma ciò che la circonda, acquisita attraverso il Piano per l'Arte Contemporanea del 2022; DAAR, cioè Sandi Hilal e Alessandro Petti, con Ente di Decolonizzazione, Borgo Rizza, l'opera del 2021 che è valsa loro il Leone d'oro alla Biennale di Venezia; e ancora Jermay Michael Gabriel, Francis Offman, Theo Eshetu, Adelita Husni Bey, Rossella Biscotti, Peter Friedl. La ricerca è condotta con metodo partecipativo, coinvolgendo cittadini, collettivi, comunità, artisti, curatori e studiosi.
Provenienze, restituzioni e il museo che non aprirà
Dal 2022 un gruppo di ricerca internazionale lavora sulle provenienze delle collezioni e sulle possibili restituzioni, e la materia è regolata anche dal decreto del 18 ottobre 2021 che ha istituito il comitato per il recupero e la restituzione dei beni culturali. Su un punto conviene essere chiari, perché in rete circola ancora l'informazione opposta: il progetto di un nuovo Museo Italo-Africano Ilaria Alpi come istituto autonomo non è nei programmi. La direzione ha scelto la strada del riallestimento critico dentro il Museo delle Civiltà, che è una scelta molto più difficile e molto più onesta che aprire un museo nuovo e lasciare intatte le domande.
Da dove viene il Museo Pigorini: quattro secoli in ordine
Il Museo Kircheriano, il nonno del Museo Pigorini
Tutto comincia al Collegio Romano, nel palazzo che i gesuiti costruirono alla fine del Cinquecento. Lì, fra il 1635 e il 1680, il padre Athanasius Kircher, gesuita tedesco di curiosità sconfinata e di metodo discutibile, radunò una wunderkammer che teneva insieme antichità, macchine, minerali, obelischi in miniatura e materiali etnografici spediti a Roma dalle missioni di tutto il mondo. Quel museo delle meraviglie è il nonno diretto delle collezioni che si vedono oggi all'EUR: la parte etnografica del Kircheriano è confluita nel Pigorini, e con essa il primo nucleo americano.
Luigi Pigorini
Luigi Pigorini nacque a Fontanellato, nel parmense, il 10 gennaio 1842. A sedici anni, nel 1858, era già alunno del Museo di Antichità di Parma: una precocità che oggi sembra romanzesca e che allora era il modo normale in cui si formavano gli eruditi di provincia. Si laureò in scienze politiche e amministrative, viaggiò, insegnò, e nel 1875 fondò insieme a Gaetano Chierici e Pellegrino Strobel il Bullettino di Paletnologia Italiana, la rivista che ha fatto nascere la disciplina in Italia. Lo stesso anno entrò nella Direzione generale dei Musei e degli Scavi d'Antichità del Regno, a Roma, e propose al ministro di creare un museo preistorico nazionale.
La proposta fu accolta. Il Regio Museo Preistorico ed Etnografico fu inaugurato il 14 marzo 1876 nel Palazzo del Collegio Romano. Nel 1877 Pigorini ottenne la prima cattedra di Paletnologia dell'Università di Roma e la tenne per circa quarant'anni. Fu nominato senatore nel 1912 e vicepresidente del Senato nel 1919, carica che mantenne fino alla morte, avvenuta a Padova il primo aprile 1925.
Su Pigorini vale la pena essere precisi anche sul lato scomodo. La sua idea di museo era dichiaratamente politica: costruire, attraverso la preistoria della penisola, un racconto di continuità nazionale per un paese unificato da pochi anni e privo di memoria condivisa. Le sue teorie sulle terramare padane come nucleo originario dell'italianità sono state smontate dalla ricerca del Novecento. Resta però il fatto che quell'uomo ha inventato una disciplina, ha creato una rete di corrispondenti in tutta Italia e ha messo insieme il patrimonio che oggi visitiamo. Si può discutere le sue tesi senza smontare il suo museo, ed è quello che il museo stesso fa oggi.
Dal Collegio Romano all'EUR
Nel 1911, in occasione del cinquantenario dell'Unità, il Congresso di Etnografia Italiana e la mostra che lo accompagnò produssero il nucleo di quello che sarebbe diventato il museo delle arti e tradizioni popolari, oggi ospitato nel Palazzo delle Arti e Tradizioni Popolari Lamberto Loria, al civico 8 della stessa piazza. Il trasferimento delle collezioni preistoriche ed etnografiche dal Collegio Romano all'EUR si svolse a tappe fra il 1962 e il 1977, con il grosso del lavoro concentrato negli anni fra il 1975 e il 1977. La ragione fu prosaica quanto decisiva: il Collegio Romano serviva al neonato Ministero per i Beni Culturali e Ambientali, e il museo dovette fare spazio. Il Museo dell'Alto Medioevo era arrivato al Palazzo delle Scienze già nel 1967.
La riforma del 2016
Con i decreti del 2016 firmati dall'allora ministro Dario Franceschini nacque il Museo delle Civiltà, che riunì in un solo istituto il Museo preistorico etnografico Luigi Pigorini, il Museo dell'Alto Medioevo, il Museo nazionale d'Arte Orientale Giuseppe Tucci e il Museo delle Arti e Tradizioni Popolari Lamberto Loria. Dal 2011 erano già confluite al Pigorini le collezioni dell'ex museo africano. Nel 2022 si sono aggiunte le collezioni geologiche e mineralogiche dell'ISPRA, erede di quel Regio Ufficio Geologico che fu istituito nel 1873 per iniziativa di Quintino Sella e Felice Giordano.
Il nome Pigorini, quindi, oggi non indica un istituto autonomo: indica un fondo, una storia, una tradizione di studi. La targa fuori dal portone dice Museo delle Civiltà. I romani continuano a dire il Pigorini, e faranno così per almeno altri vent'anni.
Il Palazzo delle Scienze, la casa del Museo Pigorini
L'edificio merita una sosta a sé. Fu costruito fra il 1938 e il 1943 su progetto di Luigi Brusa, Gino Cancellotti, Eugenio Montuori e Alfredo Scalpelli, sotto il coordinamento generale di Marcello Piacentini, ed era destinato alla Mostra della Scienza Universale dell'Esposizione del 1942, la manifestazione che diede il nome al quartiere e che non fu mai inaugurata perché la guerra la travolse. Piazza Guglielmo Marconi, che allora si chiamava piazza Imperiale, era pensata come uno dei fulcri dell'intera esposizione: sui tre lati dovevano sorgere i musei dell'arte antica, dell'arte moderna e della scienza, e sul quarto un teatro cinema che non fu mai costruito.
Il linguaggio è quello del razionalismo italiano nella sua declinazione monumentale: portici a pilastri quadrangolari, rivestimenti in travertino, simmetria assoluta, finestre alte e regolari. Piace o non piace, ma va guardato per quello che è, cioè un documento di architettura politica costruito per impressionare, e va letto insieme al resto del quartiere. Chi vuole capirlo davvero dedichi mezz'ora al quartiere dell'EUR prima o dopo la visita, perché il museo e il palazzo che lo contiene raccontano due storie diverse che si sono incontrate per caso, nel 1977, quando lo Stato dovette trovare una casa alle collezioni sfrattate dal Collegio Romano.
Una curiosità su Museo nazionale preistorico etnografico Luigi Pigorini - Museo delle Civiltà
Per quasi un secolo questo museo è stato una macchina narrativa a senso unico, e la macchina era costruita nell'architettura stessa delle sale. Le collezioni di Arti e Culture erano ordinate secondo la scala evolutiva ottocentesca, una gerarchia immaginaria delle civiltà umane che assegnava all'Asia il posto più alto, e via via più in basso le Americhe, l'Oceania e per ultima l'Africa. Il visitatore che attraversava le sale non stava semplicemente guardando oggetti: stava compiendo, senza saperlo, un percorso ideologico che gli spiegava dove collocare i popoli del mondo, e dove collocare sé stesso rispetto a loro. La preistoria, al piano di sopra, forniva il gradino zero di quella scala, quello dell'uomo primitivo, e il confronto fra un vaso neolitico italiano e una maschera africana contemporanea serviva a suggerire che le due cose appartenessero allo stesso stadio di sviluppo. Non era un errore ingenuo. Era la scienza ufficiale del tempo, e serviva a giustificare una politica.
La curiosità vera è che il museo non ha cancellato quella storia: l'ha trasformata in materia da esporre. Le fotografie storiche degli allestimenti sono oggi trattate come documenti antropologici a pieno titolo, esattamente come gli oggetti che raffigurano. Vengono studiate, pubblicate, mostrate, perché permettono di ricostruire l'impianto interpretativo che le ha prodotte e di capire da dove veniva chi metteva quegli oggetti dentro quelle vetrine, in quell'ordine. È un ribaltamento raro, e nel panorama museale europeo pochi istituti hanno avuto il coraggio di farlo su sé stessi. Da guida che porta gente in giro per Roma da vent'anni dico che questa è la ragione per cui, dovendo scegliere fra i musei della città quello che oggi ha di più da dire a un adulto pensante, indicherei senza esitare il Museo Pigorini e non uno dei grandi nomi del centro. Qui non si viene a guardare cose belle: si viene a capire come si è imparato a guardarle.
Una cosa che non ti dice nessuno su Museo nazionale preistorico etnografico Luigi Pigorini - Museo delle Civiltà
La cosa più importante di questo museo è quella che non vedrete. Il Museo delle Civiltà occupa fra i due palazzi di piazza Guglielmo Marconi circa cinquantamila metri quadrati fra sale e depositi, e la percentuale di patrimonio effettivamente esposta è una frazione modesta del totale. Le sole raccolte di Arti e Culture contano decine di migliaia di pezzi: circa ventimila americane, circa quindicimila oceaniane, circa diecimila africane, oltre quindicimila asiatiche del fondo Pigorini, e altre quarantamila circa dal Museo Tucci. Nessun allestimento immaginabile potrebbe reggere quei numeri. Il museo che si visita è quindi una selezione, e ogni selezione è una scelta, e ogni scelta si può discutere.
Il caso più clamoroso riguarda i dodicimila oggetti dell'ex Museo Coloniale. Chiuso quel museo nel 1971, le sue raccolte sono rimaste nelle casse per oltre cinquant'anni: archeologia, opere d'arte, artigianato, semi, strumenti scientifici, carte geografiche, e persino i pannelli e le vetrine originali con cui il colonialismo italiano si autorappresentava. Cinquant'anni di silenzio non sono un incidente logistico, sono una scelta culturale di un intero paese. Il fatto che oggi quel materiale sia in sala, dentro il progetto del Museo delle Opacità aperto il 6 giugno 2023, è la notizia più rilevante che riguardi questo indirizzo negli ultimi trent'anni, ed è la meno raccontata dalle guide turistiche generaliste.
La seconda cosa che nessuno dice è pratica e costa cara a chi non la sa: la Sala Guattari, quella del cranio neandertaliano, ha orari suoi, autonomi rispetto al resto del museo. Apre al pubblico libero soltanto il sabato e la domenica dalle 8.30 alle 13.00; dal martedì al venerdì è visitabile su prenotazione per gruppi e scolaresche. Chi organizza la giornata su un martedì pomeriggio e viene qui per il cranio del Circeo trova la porta chiusa e il biglietto già pagato.
Il consiglio che ti do per visitare Museo nazionale preistorico etnografico Luigi Pigorini - Museo delle Civiltà
Primo: venite di sabato mattina, alle 8.00 in punto. Il museo apre a quell'ora, cosa che a Roma quasi nessun altro fa, e nella prima ora l'edificio è vostro. Alle 8.30 apre la Sala Guattari, e voi siete già dentro e già sul posto giusto: fatela per prima, con la testa lucida, perché è la sala che chiede più attenzione e la sola che chiuda alle 13.00.
Secondo: salite subito al secondo piano e scendete. La preistoria richiede lettura e concentrazione, e affrontarla dopo due ore di cammino significa attraversarla senza vederla. Chi comincia dal basso, sistematicamente, arriva al secondo piano stanco e si guarda le vetrine da lontano. Chi comincia dall'alto esce sapendo qualcosa.
Terzo: prendete la visita guidata del fine settimana. Cinque euro a persona, prenotazione da chiudere entro il venerdì, e il servizio è affidato ad AbIntra. Non è una spesa, è la differenza fra capire e non capire, perché il nuovo allestimento del secondo piano ragiona per problemi e non per sequenze cronologiche, e senza qualcuno che tenga il filo il visitatore raccoglie oggetti sparsi.
Quarto: se abitate a Roma o tornate spesso, comprate la card annuale a 22,00 euro. Si ripaga alla terza visita e vi permette di fare quello che questo museo chiede davvero, cioè tornare. Finché il primo piano resta in cantiere fino all'inverno 2026, la card è anche l'unico modo intelligente per non perdere le riaperture progressive delle sale.
Quinto, e questo è il consiglio che nessuno vi darà: non venite qui a fine giornata dopo i Fori e il Colosseo. Non funziona. Questo museo va affrontato con l'energia del mattino e va abbinato all'EUR, non al centro storico. Una mattinata qui, un pranzo su viale Europa, un pomeriggio fra il Colosseo Quadrato e il laghetto dell'EUR: quella è la giornata giusta, ed è una giornata romana che quasi nessun turista fa.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Tutti sanno che al Museo Pigorini c'è il cranio di Neanderthal del Circeo. Quasi tutti sanno anche la storia che lo ha reso celebre: il foro occipitale allargato artificialmente, il cranio deposto al centro di un rozzo cerchio di pietre, e l'interpretazione di Alberto Carlo Blanc, che condusse i primi scavi e vide in quei segni la prova di un cannibalismo rituale, con il cervello estratto attraverso il foro per essere consumato in una cerimonia. Quella lettura fece il giro del mondo, entrò nei manuali, alimentò per decenni l'immagine del neandertaliano bruto e sanguinario, e generò una letteratura divulgativa sterminata.
Quello che si cita molto meno è che la teoria è caduta. Nel 1989, cinquant'anni esatti dopo il ritrovamento, un convegno internazionale riunito al Circeo riesaminò le evidenze con i metodi della tafonomia moderna, cioè lo studio di ciò che accade a un corpo dopo la morte. Il risultato fu netto: gli unici segni riconoscibili sulle ossa erano prodotti da denti di iena. La grotta, intorno a cinquantamila anni fa, era stata una tana di iene; furono le iene a trasportare i resti nell'antro e a intaccare il cranio nutrendosi. Nessun rito, nessun banchetto, nessun cerchio di pietre disposto da mani umane, ma un normalissimo accumulo di carnivori. La revisione ha ridimensionato una leggenda e ha reso il fossile più interessante, non meno, perché ha spostato la domanda dalla mitologia alla ricerca.
Vale la pena aggiungere il seguito, che è di questi anni. Le campagne di scavo riprese nell'ottobre 2019 hanno restituito quindici nuovi resti umani, fra frammenti cranici, ossa post craniali e denti isolati, che portano a undici il numero minimo di individui neandertaliani documentati nella grotta: il campione più consistente mai recuperato in un singolo giacimento italiano. Otto di quei resti si collocano fra cinquantamila e sessantottomila anni fa, uno risale a un intervallo fra centomila e novantamila. Un fossile che sembrava chiuso da ottant'anni ha ricominciato a parlare, e la nuova Sala Guattari serve esattamente a raccontare quella conversazione riaperta.
La foto giusta da fare a Museo nazionale preistorico etnografico Luigi Pigorini - Museo delle Civiltà
La foto che tutti provano è quella del cranio del Circeo, ed è quasi sempre una foto brutta. Il motivo è tecnico: la vetrina è ben illuminata per l'occhio ma pessima per il sensore, il vetro riflette il soffitto e il vostro corpo, e il flash è vietato oltre che inutile perché appiattisce il rilievo delle arcate sopraccigliari, che è precisamente la cosa che vale la pena mostrare. Se ci tenete a farla, questa è la procedura: obiettivo appoggiato al vetro o a un paio di centimetri, corpo che fa da schermo alla luce alle vostre spalle, sensibilità alzata senza timore fino a milleseicento o tremiladuecento ISO, esposizione ridotta di uno stop per non bruciare l'osso chiaro, e scatto in leggero tre quarti anziché di profilo, così l'ombra scava l'arcata e il cranio smette di sembrare un sasso.
La foto veramente bella, però, è un'altra e non è dentro una vetrina: è la piroga della Marmotta ripresa in tutta la sua lunghezza, con una persona nell'inquadratura per dare la scala. Senza un corpo umano accanto nessuno capisce quanto è lunga, e la fotografia diventa un pezzo di legno; con una figura al fianco diventa una barca di settemila anni fa, e la differenza è tutta lì. Mettetevi al fondo della sala, obiettivo grandangolare moderato intorno ai ventotto millimetri equivalenti, e riprendete in diagonale seguendo l'asse dello scafo.
Fuori dal museo, la fotografia che porto sempre a casa io è quella del portico del Palazzo delle Scienze visto dalla piazza nell'ultima ora di luce. Il travertino a quell'ora vira sull'ambra, i pilastri quadrangolari proiettano ombre nette e regolari come una scansione musicale, e l'architettura razionalista dà il meglio esattamente quando è più severa. In controluce, all'alba, funziona anche meglio, e siccome il museo apre alle 8.00 chi arriva presto d'inverno la trova già servita. Un consiglio da chi ha visto centinaia di persone sbagliare inquadratura in questa piazza: non mettete tutto il palazzo dentro il fotogramma. Prendete cinque pilastri, o sei, e lasciate che l'occhio completi il resto.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
La cronologia di questo museo è una cronologia dello Stato italiano, e conviene percorrerla per date perché ogni passaggio corrisponde a un'idea diversa di che cosa serva un museo.
Il 14 marzo 1876 fu inaugurato nel Palazzo del Collegio Romano il Regio Museo Preistorico ed Etnografico, voluto da Luigi Pigorini e approvato dal ministero l'anno prima. Era il primo museo nazionale di preistoria del Regno, e nasceva con un compito politico esplicito: dare al paese appena unificato una profondità temporale condivisa. L'anno precedente, il 1875, Pigorini aveva fondato con Gaetano Chierici e Pellegrino Strobel il Bullettino di Paletnologia Italiana, e nel 1877 avrebbe ottenuto la prima cattedra italiana della disciplina.
Nel 1911, per il cinquantenario dell'Unità, il Congresso di Etnografia Italiana e la grande mostra che lo accompagnò misero insieme il nucleo delle collezioni di arti e tradizioni popolari, quelle legate al nome di Lamberto Loria, che avrebbero poi trovato casa nel palazzo di fronte.
Fra il 1938 e il 1943 fu costruito il Palazzo delle Scienze per la Mostra della Scienza Universale dell'Esposizione del 1942, che non fu mai inaugurata: la guerra fermò tutto, e l'edificio restò per anni un guscio monumentale in cerca di funzione. Nel 1967 vi arrivò il Museo dell'Alto Medioevo. Fra il 1962 e il 1977, con la fase decisiva concentrata fra il 1975 e il 1977, vi si trasferirono le collezioni preistoriche ed etnografiche, cacciate dal Collegio Romano dalla nascita del Ministero per i Beni Culturali e Ambientali.
Nel 2011 confluirono al Pigorini le collezioni dell'ex museo africano. Nel 2016, con i decreti firmati dal ministro Dario Franceschini, nacque il Museo delle Civiltà, che riunì quattro istituti in uno solo. Nel 2022 arrivarono le collezioni geologiche e mineralogiche dell'ISPRA, eredi del Regio Ufficio Geologico istituito nel 1873 su iniziativa di Quintino Sella e Felice Giordano. Il 26 ottobre 2022 aprì il nuovo allestimento del secondo piano, Preistoria? Storie dall'Antropocene. Il 6 giugno 2023 aprì il Museo delle Opacità, con il rientro in sala dei materiali dell'ex Museo Coloniale. Il 18 dicembre 2025 fu inaugurata la nuova Sala Guattari con l'installazione Laboratorio Neanderthal, firmata da Studio Azzurro.
Fuori da queste mura ma dentro questa storia c'è una data che conta più di tutte: il 24 febbraio 1939, quando gli operai di Alessandro Guattari, cavando pietre a San Felice Circeo, aprirono per caso una grotta sigillata da una frana antichissima e trovarono il cranio che avrebbe fatto la fama del museo.
Chi è passato da Museo nazionale preistorico etnografico Luigi Pigorini - Museo delle Civiltà
Il primo nome è quello del fondatore. Luigi Pigorini, nato a Fontanellato il 10 gennaio 1842 e morto a Padova il primo aprile 1925, ha diretto questo museo dalla fondazione e ne ha fatto il centro di una rete nazionale di scavi, corrispondenti e pubblicazioni. Senatore dal 1912, vicepresidente del Senato dal 1919, tenne per quarant'anni la prima cattedra di Paletnologia dell'Università di Roma. Prima di lui, e alle sue spalle, c'è la figura di Athanasius Kircher, il gesuita tedesco che fra il 1635 e il 1680 raccolse al Collegio Romano il museo delle meraviglie da cui viene il primo nucleo etnografico e americano di queste collezioni.
Alberto Carlo Blanc, paletnologo di scuola italo francese, condusse le ricerche a Grotta Guattari dopo il ritrovamento del 1939 ed è l'autore dell'interpretazione rituale del cranio che fece scuola per mezzo secolo prima di essere smentita. Margherita Guarducci, la maggiore epigrafista italiana del Novecento, entrò nella storia di questo museo dal lato opposto: nel 1980 sostenne pubblicamente che la Fibula Prenestina fosse un falso ottocentesco, aprendo una controversia che sarebbe durata trentun anni e che si è chiusa soltanto nel 2011 con le analisi di Daniela Ferro e Edilberto Formigli. Prima ancora, nel 1887, era passato di qui Wolfgang Helbig, l'archeologo tedesco che presentò la fibula al mondo scientifico e la cui reputazione la vicenda ha travolto.
Lo scultore Giuseppe Graziosi comprò nel 1925 la statuetta di Savignano sul Panaro dai contadini che l'avevano trovata scavando le fondamenta di un edificio rurale e la donò a questo museo, dove si trova ancora. Romolo Gessi e Giacomo Bove, esploratori della Società Geografica Italiana, hanno lasciato qui i materiali delle loro spedizioni africane. Giuseppe Tucci, orientalista e tibetologo, fondatore dell'Istituto Italiano per il Medio ed Estremo Oriente, ha dato il nome al museo d'arte orientale confluito nel Museo delle Civiltà, portando in dote scavi in Iran e Afghanistan. Quintino Sella e Felice Giordano, dal 1873, hanno avviato quel Regio Ufficio Geologico le cui collezioni sono arrivate qui nel 2022.
Fra i contemporanei, il museo ha ospitato e ospita nomi che pesano nell'arte internazionale. Ali Cherri, Leone d'argento alla Biennale di Venezia del 2022, è presente nel percorso preistorico con il film The Digger. Sammy Baloji, artista congolese, ha lasciato Gnosis, opera del 2022 entrata nelle collezioni. Sandi Hilal e Alessandro Petti, che lavorano come DAAR, hanno portato qui Ente di Decolonizzazione, Borgo Rizza, premiata con il Leone d'oro. Luca Guadagnino è presente con il film Inconscio italiano. Elizabeth A. Povinelli firma i testi che riscrivono la nozione di preistoria. E dal dicembre 2025 c'è la mano di Studio Azzurro, con Leonardo Sangiorgi e Giuseppe Carmosino, nella sala del cranio: un collettivo che dagli anni Ottanta ha cambiato il modo in cui i musei italiani usano il video.
Come incastrare il Museo Pigorini in una giornata romana
Questo museo funziona male come tappa isolata e benissimo come perno di una giornata costruita bene. Ecco tre giornate che propongo abitualmente, in ordine di praticità.
Giornata EUR intorno al Museo Pigorini, senza uscire dal quartiere
Ingresso alle 8.00 al Palazzo delle Scienze, due ore piene di visita, poi si attraversa la piazza e si entra al civico 8, al Museo delle Arti e Tradizioni Popolari Lamberto Loria, che è l'altra metà del Museo delle Civiltà e racconta l'Italia contadina, artigiana e festiva con carri siciliani, strumenti da lavoro, costumi e presepi. Pranzo su viale Europa, dove i locali sono più da impiegati che da turisti e si mangia decorosamente a prezzi ragionevoli. Pomeriggio a piedi: il Palazzo della Civiltà Italiana, il Palazzo dei Congressi di Adalberto Libera, il laghetto con i ciliegi giapponesi e, se ci sono bambini a bordo, l'EUR Social Park per scaricare le gambe. Chi ha ancora energia può chiudere con il Museo della Via Ostiense scendendo verso Piramide, oppure con Cinecittà spostandosi in metro A.
Giornata preistoria del Lazio, con le piroghe come filo conduttore
Si comincia dal museo, con le piroghe della Marmotta e i materiali del villaggio neolitico, poi si prende la macchina e si va a vedere il posto da cui vengono: Anguillara Sabazia sul lago di Bracciano, il centro visite, il paese arroccato sopra l'acqua. Nel pomeriggio si sale al Castello Odescalchi di Bracciano, che con la preistoria non ha nulla a che spartire ma chiude la giornata con una vista che ripaga il viaggio. Chi preferisce spostare l'asse verso l'età del Ferro e gli Etruschi ha tre alternative di prim'ordine: il Parco di Veio, la Necropoli della Banditaccia a Cerveteri e Tarquinia. Verso sud, invece, il Museo Preistorico di Pofi in Ciociaria e il Museo Archeologico di Palestrina completano il quadro laziale in modo serio.
Giornata Guattari, se il cranio vi ha preso
Capita spesso, e capita soprattutto a chi non se lo aspettava. Se la Sala Guattari vi ha lasciato addosso la voglia di vedere il posto, il Parco Nazionale del Circeo è a poco più di due ore da Roma e restituisce il contesto ambientale in cui quei neandertaliani vivevano: la duna, la foresta planiziale, le paludi bonificate, il promontorio calcareo bucato di cavità. Pomeriggio sulla spiaggia di San Felice Circeo, cena a Sperlonga. Il promemoria che ripeto sempre: la Sala Guattari apre al pubblico libero solo il sabato e la domenica dalle 8.30 alle 13.00, quindi la giornata va costruita a partire da quella finestra e non viceversa.
Il Museo Pigorini e gli altri musei archeologici di Roma
Il Pigorini si incastra bene in un percorso di più giorni dedicato all'archeologia romana. Il Museo Etrusco di Villa Giulia è il complemento naturale per l'età del Ferro e per gli Etruschi. Palazzo Massimo alle Terme e le Terme di Diocleziano coprono la Roma classica, la Crypta Balbi il passaggio dall'antico al medioevo, la Centrale Montemartini l'accostamento fra scultura antica e archeologia industriale. Per chi cerca il Paleolitico dentro il Grande Raccordo Anulare, il Museo di Casal de Pazzi conserva un deposito fluviale di duecentomila anni fa scoperto durante lavori edilizi, con zanne di elefante antico e un frammento di cranio umano: è il miglior seguito possibile a una mattinata al Pigorini, ed è quasi sconosciuto anche ai romani.
Il Museo Pigorini con i bambini
Funziona, e funziona bene, a patto di sapere che cosa mostrare. Dai sei anni in su questo è uno dei musei più efficaci di Roma per i più piccoli, e la ragione è semplice: gli oggetti sono grandi, riconoscibili e collegati a storie che si raccontano in trenta secondi. La piroga è una barca, e una barca la capiscono tutti. Le spade nuragiche sono spade. Le maschere sono maschere. Il cranio è un cranio vero di un uomo che non era come noi, e nessun bambino resta indifferente davanti a quella frase.
Il percorso che consiglio con i bambini è breve e selettivo: la piroga, le Veneri, i bronzetti sardi, il cranio, e poi fuori. Un'ora e un quarto, non di più. Il museo propone laboratori didattici e organizza anche feste di compleanno con visita guidata, cosa che a Roma pochi musei statali offrono. La sezione conclusiva del secondo piano, quella sull'ominazione immaginifica e sugli scenari futuri, funziona con i ragazzi delle medie e delle superiori e lascia freddi i più piccoli: con loro, meglio saltarla e uscire finché sono ancora contenti. Il parco dell'EUR a duecento metri risolve il resto del pomeriggio meglio di qualunque sala.
Quando andare e quando evitare il Museo delle Civiltà
Il momento migliore in assoluto è il sabato mattina fra le 8.00 e le 10.00: museo aperto, Sala Guattari accessibile dalle 8.30, sale vuote, luce buona. Il secondo momento migliore è un martedì o un mercoledì mattina fuori stagione, quando il museo è praticamente deserto e si può leggere ogni pannello senza nessuno alle spalle.
I momenti da evitare sono tre. Il primo: la tarda mattinata dei giorni feriali durante l'anno scolastico, quando le scolaresche riempiono il secondo piano e la Sala Guattari è occupata dalle visite prenotate. Il secondo: il tardo pomeriggio, sempre, perché arrivare alle 17.30 con ultimo ingresso alle 18.30 significa fare metà museo di corsa e sentirsi in colpa. Il terzo: la prima domenica del mese se avete anche solo un dubbio sulla vostra tolleranza alla folla, anche se qui, va detto con onestà, la folla della prima domenica è una frazione di quella che si vede al centro.
Sul clima: il museo è climatizzato e d'estate offre un rifugio serio nelle ore peggiori. D'inverno le sale del secondo piano, alte e con grandi finestre, possono risultare fresche: una felpa in più non guasta. E siccome l'EUR è un quartiere che si gira a piedi con distanze lunghe fra un edificio e l'altro, le scarpe comode contano qui più che in centro.
Domande veloci su Museo nazionale preistorico etnografico Luigi Pigorini - Museo delle Civiltà
Il Museo Pigorini esiste ancora?
Come istituto autonomo no. Dal 2016 le collezioni preistoriche ed etnografiche fondate da Luigi Pigorini fanno parte del Museo delle Civiltà, insieme al Museo dell'Alto Medioevo, al Museo nazionale d'Arte Orientale Giuseppe Tucci e al Museo delle Arti e Tradizioni Popolari Lamberto Loria. Il nome Pigorini indica oggi un fondo e una tradizione di studi, non un museo separato. La sede è la stessa di sempre dal 1977.
Dove si trova esattamente il Museo Pigorini?
Al Palazzo delle Scienze, piazza Guglielmo Marconi 14, quartiere EUR, Roma. La fermata di riferimento è EUR Fermi sulla metro B, a cinque minuti a piedi. Il palazzo gemello sull'altro lato della piazza, al civico 8, ospita il Museo delle Arti e Tradizioni Popolari.
Quanto costa il biglietto del Museo delle Civiltà?
Intero 10,00 euro, agevolato 2,00 euro per i cittadini dell'Unione Europea fra 18 e 25 anni, gratuito per i minori di 18 anni. C'è anche un biglietto Amico da 5,00 euro riservato ad alcune categorie legate agli eventi del museo. La card annuale del Museo delle Civiltà costa 22,00 euro. Ingresso libero la prima domenica del mese e il 25 aprile.
Si comprano online i biglietti del Museo Pigorini?
Il museo non gestisce un canale di vendita online proprio: il biglietto si acquista in cassa, all'ingresso del Palazzo delle Scienze. Considerata l'affluenza, non è un problema. Se qualcuno vi propone un salta fila per questo indirizzo, state pagando per un servizio che non serve.
Quando è chiuso il Museo delle Civiltà?
Il lunedì. Negli altri giorni, dal martedì alla domenica, apre alle 8.00 e chiude alle 19.00, con ultimo ingresso alle 18.30. Le chiusure nei giorni festivi vanno controllate sul sito ufficiale prima di partire.
Il cranio di Neanderthal del Circeo è l'originale o un calco?
È l'originale. Il cranio Guattari 1, trovato il 24 febbraio 1939 a San Felice Circeo, è esposto qui in originale nella Sala Guattari, riallestita dal 18 dicembre 2025 con il progetto Laboratorio Neanderthal.
Come si visita la Sala Guattari?
La sala segue orari propri: sabato e domenica dalle 8.30 alle 13.00 per il pubblico libero, dal martedì al venerdì su prenotazione per gruppi e scolaresche. Trattandosi di uno spazio con impianti dedicati, può chiudere per manutenzione: una verifica sul sito ufficiale il giorno prima è tempo ben speso.
A che piano è la preistoria al Museo Pigorini?
Al secondo piano del Palazzo delle Scienze, con l'allestimento Preistoria? Storie dall'Antropocene aperto il 26 ottobre 2022. Le collezioni di Arti e Culture africane, americane e oceaniane occupano il primo piano. Gli ascensori servono entrambi i livelli.
Le collezioni africane, americane e oceaniane si possono vedere?
Il primo piano è interessato da un cantiere di adeguamento antisismico e impiantistico e resta chiuso fino all'inverno 2026. Nel frattempo una selezione a rotazione di capolavori di quelle raccolte è esposta al piano terra nel percorso In corso d'opera.
Quanto tempo serve per visitare il Museo Pigorini?
Due ore per una visita onesta del Palazzo delle Scienze, tre se si legge tutto, mezza giornata abbondante se si aggiunge il palazzo di fronte. Con i bambini, un'ora e un quarto ben selezionata rende più di due ore complete.
Il Museo Pigorini è adatto ai bambini?
Dai sei anni in su, molto. Piroga, spade nuragiche, maschere e cranio funzionano su qualunque bambino. Il museo organizza laboratori didattici e feste di compleanno con visita guidata. La sezione finale sugli scenari futuri è invece materia da ragazzi più grandi.
Serve prenotare la visita al Museo delle Civiltà?
Per la visita individuale no. Per gruppi e scolaresche sì, con un diritto di prenotazione di 10,00 euro. Le visite guidate del fine settimana per singoli visitatori vanno prenotate entro il venerdì.
Quanto costano le visite guidate?
Cinque euro a persona per i percorsi guidati del fine settimana. Cento euro per un gruppo fino a venti partecipanti, centoventi euro in inglese; i partecipanti oltre il ventesimo pagano cinque euro ciascuno, sei in inglese. Il servizio è affidato ad AbIntra, con prenotazioni al numero +39 375 8323206 o all'indirizzo didatticamuciv@abintra.it.
Il Roma Pass vale al Museo Pigorini?
Sì, il museo rientra nel circuito Roma Pass, nelle versioni da 48 e da 72 ore.
Il Museo delle Civiltà è accessibile in sedia a rotelle?
Sì, ed è fra i più attrezzati di Roma: ascensori al primo e al secondo piano, servizi igienici attrezzati a ogni piano, sedie a rotelle e sedie reclinabili in prestito gratuito, percorsi in Braille lungo le collezioni, due parcheggi riservati davanti a ciascun palazzo. Ingresso gratuito per la persona con disabilità e per l'accompagnatore.
Si possono fare fotografie al Museo Pigorini?
Le fotografie senza flash e senza cavalletto sono normalmente consentite nelle sale delle collezioni permanenti. Per le mostre temporanee possono valere regole diverse: si chiede al personale di sala, che risponde volentieri.
Si può entrare con il cane?
Sì, dalle 14.00 alle 19.00, pagando il biglietto agevolato. I cani guida e i cani da servizio entrano gratuitamente senza limiti di orario, e gli animali di piccola taglia trasportati in braccio o in borsa entrano liberamente.
C'è il guardaroba?
All'ingresso è disponibile un servizio di deposito per borse e zaini ingombranti, secondo le regole di sicurezza in vigore nei musei statali. Zaini grandi e ombrelli vanno lasciati, le borse piccole si portano in sala.
Si aspetta molto in coda?
Quasi mai. Questo museo ha uno dei rapporti più favorevoli fra qualità delle collezioni e affluenza di tutta Roma. Anche nelle giornate migliori la fila alla biglietteria si smaltisce in pochi minuti.
Che differenza c'è fra il Museo Pigorini e il Museo Etrusco di Villa Giulia?
Coprono epoche diverse e in parte consecutive. Il Pigorini racconta dal Paleolitico all'età dei metalli, con l'aggiunta delle collezioni etnografiche extraeuropee; Villa Giulia parte dall'età del Ferro e si concentra sulla civiltà etrusca e sull'Italia preromana. Chi vuole capire la sequenza completa li visita in quest'ordine, prima il Pigorini e poi Villa Giulia.
Che differenza c'è fra il Museo Pigorini e il Museo delle Civiltà?
Non sono due musei diversi. Il Museo delle Civiltà è l'istituto nato nel 2016 che comprende, fra le altre, le collezioni preistoriche ed etnografiche fondate da Pigorini. Chi cerca il Pigorini deve andare al Museo delle Civiltà, e ci trova anche altro.
Aprirà un Museo Italo-Africano Ilaria Alpi?
Il progetto di un nuovo museo autonomo non è nei programmi. La strada scelta è il riallestimento critico delle collezioni dell'ex Museo Coloniale dentro il Museo delle Civiltà, nel quadro del progetto Museo delle Opacità aperto il 6 giugno 2023, insieme al lavoro sulle provenienze e sulle possibili restituzioni avviato nel 2022.
Che cos'è la Fibula Prenestina e perché è famosa?
È una piccola fibula d'oro con l'iscrizione MANIOS MED FHEFHAKED NUMASIOI, cioè Manio mi ha fatto per Numerio: se la datazione alla metà del VII secolo avanti Cristo regge, è la più antica iscrizione latina conosciuta. Fu accusata di essere un falso nel 1980 da Margherita Guarducci e riabilitata nel 2011 dalle analisi condotte da Daniela Ferro e Edilberto Formigli.
Si mangia dentro il museo?
Non c'è un ristorante interno paragonabile a quelli dei grandi musei del centro. La soluzione pratica è viale Europa, a pochi minuti a piedi, con bar e trattorie frequentate soprattutto da chi lavora nel quartiere e prezzi lontani da quelli turistici.
Il Museo Pigorini è climatizzato?
Sì, ed è uno dei rifugi migliori dell'estate romana: sale ampie, temperatura controllata, poca gente. Nelle ore centrali di luglio e agosto vale come scelta di sopravvivenza oltre che culturale.
Vale la pena andarci se ho poco tempo a Roma?
Se avete due o tre giorni e non siete mai stati a Roma, no: prima vengono il Colosseo, i Fori, il Pantheon e i Musei Vaticani. Se avete cinque giorni o più, oppure se tornate a Roma per la seconda o terza volta, allora sì, e con convinzione: è uno dei musei che restituiscono di più per il tempo che gli si dedica.
Chiudo con l'opinione che mi sono fatto accompagnando qui centinaia di persone. Il Museo Pigorini è il museo romano che paga meglio la curiosità di chi entra. Non ha una sala celebre da fotografare, non ha una statua che i visitatori cercano per anni, non ha una coda che certifichi la sua importanza. Ha invece una piroga di settemila anni fa, un cranio che ha cambiato tre volte significato in ottant'anni, una fibula d'oro che ha tenuto sotto scacco la filologia latina per una generazione, e un allestimento che fa una cosa rara e scomoda: mette in discussione il museo stesso mentre ve lo mostra. Andateci di sabato mattina presto, salite subito al secondo piano, prendete la guida da cinque euro e datevi due ore piene. Uscirete sapendo di più, che è poi l'unica cosa che si dovrebbe chiedere a un museo.
Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.
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