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Museo Archeologico Oreste Nardini

Il Museo Archeologico Oreste Nardini occupa gli ambienti del Palazzo Comunale di Velletri, in via Goffredo Mameli 4-6, 00049 Velletri (RM), telefono +39 06 96158268, posta elettronica museicivicivelletri@gmail.com oppure museo.civico@comune.velletri.rm.it. Il sito ufficiale dei Musei Civici di Velletri espone un avviso di chiusura estiva 2026: prima di mettersi in strada conviene una telefonata per farsi confermare le date, perché in agosto il calendario dei musei civici cambia. Per i gruppi e per le scolaresche la prenotazione è obbligatoria; il singolo visitatore entra negli orari di apertura senza appuntamento, e il 15 agosto il museo è comunque chiuso.

Gli orari indicati dal sito ufficiale a partire dal primo giugno sono questi: lunedì chiuso, da martedì a giovedì dalle 9.00 alle 13.00, venerdì dalle 15.00 alle 19.00, sabato, domenica e giorni festivi dalle 10.00 alle 14.00 e dalle 16.00 alle 19.00. Le altre giornate di chiusura sono il primo gennaio, la domenica di Pasqua, il 15 agosto e il 25 dicembre. La biglietteria chiude un'ora prima del museo. Il portale del Comune di Velletri pubblica per gli stessi musei una griglia oraria diversa, con apertura continuata dal martedì al venerdì la mattina e il fine settimana dalle 10.00 alle 17.00: nel dubbio vale la telefonata al museo, che risponde negli orari di servizio.

Le tariffe sono le stesse per tutto il Sistema Museale Urbano. Intero 5,00 euro per un museo, 8,00 euro per due musei, 2,00 euro per la sola Area Archeologica delle SS. Stimmate, 5,00 euro per area più un museo, 9,00 euro per area più due musei. Ridotto 3,00 euro per un museo, 5,00 euro per due, 1,00 euro per la sola area, 4,00 euro per area più un museo, 6,00 euro per area più due musei. La visita guidata per i singoli dai sei anni in su costa 4,00 euro per un museo e 6,00 euro per due; per i gruppi da 15 a 25 persone si passa a 60,00 euro per un museo e 90,00 euro per due, e in inglese, solo per gruppi, a 100,00 e 170,00 euro. Come ci si arriva: treno regionale della linea FL4 da Roma Termini fino al capolinea di Velletri, quaranta chilometri di ferrovia aperta nel 1863, e davanti alla stazione le fermate dei pullman Cotral e il posteggio dei taxi. Il quadro completo della zona è nella pagina del Parco dei Castelli Romani e in quella dedicata a Velletri.

Museo Archeologico Oreste Nardini, sale espositive
Museo Archeologico Oreste Nardini

Dove si trova il Museo Archeologico Oreste Nardini e come ci si arriva

Velletri è l'ultima delle città dei Castelli Romani scendendo verso sud, appoggiata al versante esterno del complesso vulcanico laziale, con le vigne che le girano intorno e la pianura pontina che comincia a valle. Il Museo Archeologico Oreste Nardini è dentro il Palazzo Comunale, l'edificio civile più importante della città, e questo dice già una cosa sul rapporto fra Velletri e la propria archeologia: le antichità non sono state confinate in un deposito periferico, sono rimaste nel palazzo dove si amministra la città.

Il treno per il Museo Archeologico Oreste Nardini

La soluzione più comoda da Roma resta il treno. La linea per Velletri è una ferrovia locale del Lazio, quarantuno chilometri complessivi da Roma Termini, dei quali soltanto i primi quattordici fino a Ciampino a doppio binario; il progetto risale al 1846, sotto Pio IX, come primo tratto del collegamento fra Roma e Napoli, e l'esercizio cominciò nel 1863. La trazione elettrica a 3000 volt arrivò il 15 dicembre 1948. Oggi il servizio è quello regionale FL4, con fermate a Ciampino, Pavona, Cecchina, Lanuvio e le stazioni minori di San Gennaro e Casabianca. Velletri è capolinea: non si rischia di superare la fermata leggendo il giornale.

Autobus, auto e il nodo dei parcheggi

Alla stazione di Velletri fanno capo le autolinee Cotral e Cotrav, oltre a un posteggio taxi. Chi arriva in macchina deve mettere in conto che il centro storico è in quota rispetto alla stazione e che le strade dentro le mura sono strette: conviene cercare posto nelle aree di sosta esterne e salire a piedi. Un dettaglio che nessuna app vi dice: il Museo Archeologico Oreste Nardini e il Museo Civico di Geopaleontologia e Preistoria dei Colli Albani sono adiacenti e si visitano con lo stesso biglietto cumulativo, quindi il viaggio da Roma rende molto più di quanto lasci pensare la parola museo civico al singolare.

Quanto costa il Museo Archeologico Oreste Nardini e chi entra gratis

Cinque euro per il solo museo archeologico, otto per la coppia archeologico più geopaleontologico, nove se si aggiunge l'Area Archeologica delle SS. Stimmate. È un listino da museo civico virtuoso, e per quello che si vede resta uno dei rapporti fra prezzo e contenuto più favorevoli del Lazio. Il ridotto vale per i residenti a Velletri, per la fascia dai sei ai diciotto anni, per gli over 65, per gli studenti universitari iscritti a corsi di indirizzo archeologico e storico artistico, a Scienze biologiche, ambientali e Agrarie, e per gli enti convenzionati. Lo stesso ridotto viene applicato durante la Festa delle Camelie, la Festa dell'Uva e dei Vini e la Notte dei Musei.

Le gratuità al Museo Archeologico Oreste Nardini

Entrano gratis i bambini sotto i sei anni, le guide turistiche, gli insegnanti, i visitatori con disabilità e il loro accompagnatore, i soci ICOM, i giornalisti e i gruppi scolastici. Ci sono poi le giornate a ingresso libero per tutti: la Giornata ICOM, le Giornate Europee dell'Archeologia, la Festa della Donna e il 31 dicembre. La mia opinione, netta: se avete meno di venticinque euro da spendere in due e volete una giornata piena, il biglietto da otto euro per i due musei di Velletri vale più di molte mostre romane a quindici euro a testa, dove si entra a orario contingentato e si esce dopo quaranta minuti spintonati.

Il Palazzo Comunale di Velletri, sede del Museo Archeologico Oreste Nardini

La sede non è un contenitore neutro. Il Palazzo Comunale di Velletri fu avviato nel 1575 su progetto legato ai nomi di Jacopo Barozzi da Vignola e di Giacomo Della Porta e portato a termine nel 1590: architettura tardocinquecentesca di scuola romana, con quella misura severa che a Roma si vede nei palazzi della stessa stagione. Nel 1944 l'edificio fu gravemente danneggiato e in seguito ricostruito, e questo spiega perché l'interno che si percorre oggi alterni murature antiche e strutture novecentesche.

Perché la sede conta per il Museo Archeologico Oreste Nardini

Un museo archeologico dentro un palazzo di governo cittadino è un'idea ottocentesca e municipale nel senso alto del termine: la collezione civica come atto di identità. A Velletri l'idea ha retto per un secolo. Il percorso si sviluppa su due piani ed è articolato, secondo la scheda del Comune, in dodici sezioni. Trovate il bookshop, un ascensore, la biblioteca specializzata, il laboratorio di restauro, due depositi, una sala conferenze e gli uffici: un museo piccolo di superficie ma completo di funzioni, cosa che non capita spesso fuori dai capoluoghi.

La storia delle collezioni del Museo Archeologico Oreste Nardini

La materia prima del Museo Archeologico Oreste Nardini viene da lontano, ed è una storia fatta più di perdite che di acquisizioni. Fin dal Seicento umanisti e prelati veliterni raccolsero le antichità che il territorio restituiva ad ogni aratura. Da quella stagione nacquero il Museo Borgiano, la Collezione Ginnetti, il nucleo che sarebbe poi confluito nel Museo Diocesano.

Il cardinale Stefano Borgia e la collezione perduta

Stefano Borgia (1731-1804), veliterno, cardinale e prefetto di Propaganda Fide, mise insieme una delle raccolte private più straordinarie del Settecento europeo: antichità egizie, etrusche, italiche, orientali, curiosità arrivate a Roma per le vie delle missioni. Nel 1817 gli eredi vendettero quasi tutta la collezione a Ferdinando IV per il Museo Borbonico di Napoli. A Velletri restarono, per l'ostinazione di un'accademia locale, la Societa Letteraria Volsca Veliterna, alcune iscrizioni. È il primo grande svuotamento: il paradosso di un museo civico nato dove c'era stata la collezione più ricca e privato proprio di quella.

Dal Fosso del Metabo all'inaugurazione del 1920

Il primo nucleo delle raccolte civiche vere e proprie si forma intorno al 1881 con i materiali del Fosso del Metabo. Poi arriva l'uomo che da il nome al museo: l'ingegner Oreste Nardini, Regio Ispettore Onorario ai Monumenti e agli Scavi di Velletri, che nel 1920 inaugura il museo civico. Non è un collezionista da salotto: è un tecnico che scava, registra, documenta, e che di anno in anno accresce la raccolta con ritrovamenti, donazioni e acquisti. L'intitolazione a lui arrivera solo nel 2001, ottant'anni dopo.

La guerra, le dispersioni e il ritorno

La seconda guerra mondiale colpi Velletri come poche altre città del Lazio. La città si trovo sulla linea Cesare, il fronte tedesco a sud di Roma, e fu bombardata; la liberazione arrivò il primo giugno 1944, dopo lo sfondamento americano sul Monte Artemisio. Il museo pagò il conto: perdite e dispersioni di materiali, il Palazzo Comunale danneggiato. La ripresa comincia nel 1955, e comincia nel modo più clamoroso possibile, con il ritrovamento del grande sarcofago di marmo pario che oggi è il simbolo del museo.

Le riaperture, il restauro e il Marchio di Qualità

Il museo riapre nel 1982 e nel decennio successivo entra in una fase di stabilizzazione. Il cantiere più importante è quello che si chiude nel 2001: la struttura viene adeguata alle normative su sicurezza e conservazione, l'allestimento viene ripensato, nascono la biblioteca specializzata, il laboratorio di restauro, i depositi e la sala conferenze. Dal 2004 il museo porta il Marchio di Qualità dell'organizzazione museale regionale, riconoscimento che gli viene riconfermato. Nel 2003 la donazione Pellegrini aveva aggiunto centosettanta frammenti di lastre Campana dall'area di Madonna degli Angeli. I numeri di pubblicò restano quelli di un museo di provincia: circa novemila visitatori nel 2024. È poco, ed è ingiusto.

Il percorso di visita del Museo Archeologico Oreste Nardini, sala per sala

L'allestimento è distribuito su due piani con un ordinamento insieme cronologico e tematico, costruito per ricomporre il quadro storico ed evolutivo, ambientale e umano, dell'area veliterna. Detto in italiano corrente: non è una fila di vetrine con i cartellini, è un racconto che parte dal paesaggio e arriva all'alto medioevo. Il visitatore che entra sapendo questo capisce il doppio.

Le due sezioni introduttive al piano terra

Prima del percorso vero e proprio, al piano terra, ci sono due piccole sezioni che affrontano temi diversi fra loro. La prima è dedicata alla conservazione dei beni culturali: come si recupera un reperto, cosa succede fra il campo e la vetrina, perché un frammento pulito male perde per sempre le informazioni che portava addosso. La seconda racconta le collezioni veliterne dal Seicento a oggi, e qui il museo compie un gesto raro: dedica un pannello ampio al patrimonio conservato al Museo Diocesano di Velletri, cioè manda i propri visitatori in un altro museo. Nel mondo museale italiano, dove ognuno difende il proprio orticello, è un gesto di intelligenza politica.

La sezione preistorica e la sepoltura ricostruita

Il percorso archeologico si apre con i materiali più antichi del territorio e con una delle scelte espositive più efficaci del Museo Archeologico Oreste Nardini: la ricostruzione di una sepoltura preistorica. Non è una scenografia gratuita. Davanti a una vetrina di corredi sciolti il visitatore vede oggetti; davanti a una sepoltura ricomposta vede un rito, cioè vede il senso per cui quegli oggetti erano stati messi lì. Portateci un ragazzo di dodici anni e guardate la differenza di attenzione rispetto alla vetrina precedente.

Le terrecotte volsche e la sfinge delle Stimmate

Qui il museo gioca la carta che lo rende unico. Le lastre fittili e le terrecotte architettoniche veliterne, riferibili al rivestimento e al tetto di un tempio tardoarcaico, sono materiale di primissimo ordine per capire l'arte dell'Italia centrale prima della romanizzazione: processioni, corse di cocchi, banchetti, un repertorio di forme che i manuali accostano alla coltura figurativa etrusca ma che a Velletri assume caratteri propri. Una parte comparve già nel 1784 durante i lavori all'oratorio della chiesa delle Stimmate, insieme a una testa di sfinge; altre lastre vennero alla luce nel 1910 con gli scavi dell'ispettore Giovacchino Mancini, che intercetto anche i resti murari in tufo del tempio. Guardatele con calma: sono l'unico posto dove i Volsci smettono di essere una riga nei libri di storia romana.

La favissa e gli ex voto

Un altro allestimento riuscito è quello degli ex voto, disposti a ricreare una favissa, cioè la fossa dove si depositavano gli oggetti sacri dismessi da un santuario, che non potevano essere buttati perché consacrati. Fra i materiali degli scavi dell'area sacra veliterna compaiono anche ex voto anatomici: piedi, mani, teste, organi interni modellati in terracotta e offerti alla divinità in cambio della guarigione. Sono il documento più diretto che abbiamo del rapporto fisico fra un antico e il proprio dio. Nessun testo letterario ci dice altrettanto.

Le lastre delle SS. Stimmate e le lastre Campana

Una sezione specifica valorizza le lastre provenienti dal complesso delle SS. Stimmate, con un allestimento pensato per renderne leggibile la sequenza. Ai materiali storici si sono aggiunti nel 2003, con la donazione Pellegrini, centosettanta frammenti di lastre Campana dall'area di Madonna degli Angeli. Le lastre Campana sono i rilievi fittili di rivestimento dell'edilizia romana di età tardorepubblicana e imperiale, prodotti a matrice e ripetuti in serie: il nome viene dal marchese Giampietro Campana, il collezionista ottocentesco che ne radunò la raccolta più celebre.

La sezione romana e la ricostruzione del colombario

Con l'età romana il Museo Archeologico Oreste Nardini cambia registro. Velitrae è municipio, la città è attraversata dal sistema viario che gravita sull'Appia, e il materiale si fa monumentale: sculture, urne funerarie, are, iscrizioni. La ricostruzione del colombario, la camera sepolcrale con le nicchie per le urne cinerarie, è didatticamente il pezzo forte del piano: chi non ha mai visto un colombario romano dal vivo capisce in trenta secondi cosa fosse una sepoltura collettiva di liberti e di famiglie modeste.

Il lapidario e le iscrizioni

La sezione epigrafica raccoglie iscrizioni romane del territorio, alcune superstiti della dispersione borgiana grazie alla Societa Letteraria Volsca Veliterna. Le iscrizioni sono la parte del museo che i visitatori attraversano più in fretta e che invece contiene i nomi veri delle persone: chi finanzio un restauro, chi seppelli un figlio, chi si fece ricordare per una carica municipale. Fermatevi almeno su due o tre e leggete i cartellini per intero.

Fino all'alto medioevo

Il percorso non si ferma alla caduta dell'impero. I materiali arrivano fino all'età altomedievale, il che permette di seguire il passaggio dalla città romana al borgo fortificato, la fase in cui Velletri si arrocca e comincia la vicenda che porterà, nel 1353, all'inaugurazione della Torre del Trivio, simbolo dell'autonomia comunale. È la parte più trascurata dai visitatori e una delle più utili per capire il paesaggio che si attraversa arrivando in treno.

Allestimento del Museo Archeologico Oreste Nardini di Velletri
Museo Archeologico Oreste Nardini

Il Sarcofago delle Fatiche di Ercole, il capolavoro del Museo Archeologico Oreste Nardini

Il 10 luglio 1955 un contadino, lavorando nelle campagne di Velletri, urta con l'attrezzo qualcosa di duro. Non è una pietra: è il coperchio di un sarcofago di marmo pario lungo due metri e sessanta, alto un metro e mezzo, profondo un metro e venti, scolpito ad altorilievo su tutti i lati. È il Sarcofago di Velletri, noto anche come Sarcofago delle Fatiche di Ercole, e nella letteratura archeologica internazionale è uno dei sarcofagi romani più studiati in assoluto.

La datazione e la struttura del sarcofago

La datazione oggi accolta lo colloca fra il 140 e il 150 dopo Cristo, in piena età antonina. La cassa è concepita come un edificio in miniatura: colonne di ordine dorico e ionico, registri sovrapposti, un tetto a doppio spiovente. Gli studiosi hanno contato ottantasei figure fra umane e divine, comprese cariatidi e telamoni, quarantatré creature mitiche e quaranta animali. Non è decorazione: è un programma iconografico completo, montato come un teatro a più piani.

Le scene: Ercole, Persefone e l'aldilà

Sul fronte campeggiano Plutone e Persefone in trono, e intorno si dispongono le storie di chi dall'aldilà è riuscito a tornare o è stato riportato indietro: Protesilao, Alcesti, e il ratto di Persefone con Minerva e le sue compagne. Sul retro corrono le fatiche di Ercole, il cinghiale, la cerva cerinite, la cintura di Ippolita, le stalle di Augia, il toro di Creta, le cavalle di Diomede. Nel registro inferiore i dannati: Sisifo con il masso, Caronte, Tantalo, le Danaidi con le loro anfore forate. Sul tetto, ghirlande di frutta scolpite a tutto tondo e sorrette da amorini.

Perché il sarcofago del Museo Archeologico Oreste Nardini conta davvero

Il tema non è la morte come fine, è il superamento della morte. Ercole è l'eroe che scende agli inferi e ne risale; Alcesti è la moglie che torna dal regno dei morti; il committente, chiunque fosse, si è fatto seppellire dentro un discorso di salvezza costruito con l'unico repertorio disponibile prima del cristianesimo. Marion Lawrence gli dedicò nel 1965 uno studio nell'American Journal of Archaeology che resta il riferimento; Riccardo Bartoccini ne pubblicò la prima presentazione dopo il ritrovamento. Nel luglio 2025 Velletri ha celebrato i settant'anni dalla scoperta con un fine settimana di iniziative. La mia opinione: da solo vale il viaggio da Roma, e chi lo conosce dalle fotografie non ha idea di quanto cambi vedere quei piani sovrapposti girandoci intorno.

Sarcofago di Velletri o Sarcofago delle Fatiche di Ercole
Sarcofago di Velletri o Sarcofago delle Fatiche di Ercole. Museo Archeologico Oreste Nardini

Il sarcofago del 1980 e gli altri marmi romani del Museo Archeologico Oreste Nardini

Nel 1980 la Soprintendenza archeologica recupera a Velletri un secondo grande sarcofago romano, riferito al terzo secolo dopo Cristo, con la coppia dei defunti e una vittoria alata. Fra i due pezzi corrono almeno centocinquant'anni, e il confronto diretto è una piccola lezione di storia dell'arte tardoantica: dal virtuosismo antonino, con il trapano che scava sottosquadri profondi e la superficie che vibra, si passa a un linguaggio più compatto e frontale, dove il ritratto conta più della narrazione. Chi visita il museo di corsa vede due sarcofagi; chi si ferma vede il cambio di mentalità di un impero.

La Lastra dell'Orante del Museo Archeologico Oreste Nardini

È il pezzo che gli specialisti citano subito dopo il sarcofago. La Lastra dell'Orante risale all'età costantiniana, ai primi decenni del quarto secolo, e decorava il fronte di un sepolcro. Al centro una donna anziana, velata, con le braccia aperte nel gesto della preghiera; a sinistra il Buon Pastore con la pecora sulle spalle; a destra un pastore appoggiato a una roccia con il gregge.

Le scene bibliche della lastra

Intorno alle tre figure corre un repertorio di scene che chiunque abbia visitato le catacombe romane riconosce: Daniele nella fossa dei leoni, Giona inghiottito dal mostro marino, Adamo ed Eva, Noe nell'arca, la moltiplicazione dei pani e dei pesci. È il linguaggio figurativo della prima comunita cristiana, fatto di episodi di salvezza e di scampato pericolo. Il valore documentario è alto perché testimonia una committenza cristiana già strutturata in un centro dei Colli Albani nei decenni immediatamente successivi alla svolta costantiniana. Se vi interessa questo filone, la pagina del Museo della Città e del Territorio di Cori e quella di Cori raccontano un territorio parallelo e altrettanto stratificato.

La Pallade di Velletri, il capolavoro che al Museo Archeologico Oreste Nardini non c'è

All'ingresso vi accoglie una Atena colossale. Non è l'originale, ed è giusto dirlo subito: è la replica in gesso donata nel 1968 dal comune di Puteaux, gemellato con Velletri. L'originale è al Louvre, ala Sully, sala 344, numeri di inventario MR 281, N 1021, Ma 464.

Il ritrovamento del 1797

La statua venne alla luce nel settembre 1797 durante lavori agricoli nella vigna di Giovanni Battista De Santis, in località Troncavia. Alta tre metri e cinque centimetri, larga un metro e settantasette, in marmo di Taso per le parti antiche e marmo di Carrara per le integrazioni moderne, è una copia di età romana, riferita al primo secolo dopo Cristo, di un originale bronzeo greco attribuito a Kresilas e datato al terzo quarto del quinto secolo avanti Cristo, intorno al 410. Atena porta l'elmo, il peplo, l'egida con il serpente e il gorgoneion, la cintura serpentiforme, l'himation semidrappeggiato, i sandali.

Sei anni di contese, sequestri e trattative

La vicenda successiva è un romanzo. Sul ritrovamento litigarono il proprietario del terreno De Santis, il canonico Bernardino Nardi che la vigna l'aveva posseduta prima, lo scultore Vincenzo Pacetti e il duca Luigi Braschi. Il 26 aprile 1798 i francesi la sequestrarono. Nell'ottobre 1799 le truppe borboniche la portarono a Napoli, dove rimase fino al settembre 1802. Poi Napoleone intervenne di persona presso Ferdinando di Borbone e ottenne il trasferimento: nell'autunno del 1803 la Pallade arrivava a Parigi, dove il Louvre la registra come acquisto dal re di Napoli. Sei anni, quattro contendenti, due eserciti. La statua non è più tornata.

Il Museo Civico di Geopaleontologia e Preistoria dei Colli Albani

Accanto al Museo Archeologico Oreste Nardini, con lo stesso biglietto cumulativo, c'è il secondo museo civico veliterno, ed è una sorpresa vera: un percorso sul passato remoto dei Colli Albani, dalle origini geologiche di diverse centinaia di milioni di anni fa fino all'età del Ferro. Cinque sezioni su due livelli: al piano terra Geologia, Paleontologia e Antropologia, al piano superiore Preistoria e Protostoria.

Il condotto di fuoco e il plastico del Vulcano Laziale

Il percorso si apre con un condotto di fuoco: un ambiente che riproduce un'eruzione con effetti sonori e immagini tridimensionali. Sembra un'attrazione, e invece è la premessa didattica corretta, perché tutto il paesaggio dei Castelli Romani, i laghi di Albano e di Nemi compresi, è il prodotto del complesso vulcanico laziale. Nella sezione geologica c'è il plastico del Vulcano Laziale; in quella paleontologica i dinosauri e la spiegazione dei processi di fossilizzazione. Antropologia, Preistoria e Protostoria completano il racconto con calchi, filmati e plastici ricostruttivi fino alla soglia della scrittura. Se il tema vi prende, la pagina del Museo geopaleontologico di Rocca di Cave e quella del lago di Albano raccontano lo stesso vulcanismo da altri due punti di osservazione.

L'Area Archeologica delle SS. Stimmate, il terzo biglietto

Il terzo elemento del sistema è l'Area Archeologica delle SS. Stimmate, visitabile con supplemento di due euro sul solo sito o inclusa nei cumulativi da cinque e nove euro. Il percorso di visita è circolare e l'allestimento è moderno.

Duecentoquarant'anni di scavi sotto una chiesa

La storia del sito è lunga. Nel 1784, durante le ristrutturazioni dell'oratorio della chiesa, emersero le lastre fittili e le terrecotte architettoniche riferibili al tetto di un tempio tardoarcaico, insieme alla testa di sfinge; nello stesso anno venne alla luce la celebre Tabula Veliterna, la lamina di bronzo iscritta in lingua volsca che oggi si trova al Museo Archeologico Nazionale di Napoli. Nel 1910 l'ispettore Giovacchino Mancini riportò alla luce i resti murari in tufo del tempio e parte della sfinge, oggi al museo civico. A metà degli anni Settanta l'area fu danneggiata da lavori edilizi seguiti alla chiusura e alla sconsacrazione della chiesa. Dopo l'acquisizione da parte del Comune nel 1992 sono ripartite le indagini con la Soprintendenza, proseguite nel 2005 e 2006 e poi fra il 2014 e il 2016: terrecotte arcaiche, vasi d'impasto, bucchero, frammenti iscritti protoitalici, ex voto anatomici e le tracce di una capanna protostorica sotto il tempio tardoarcaico.

Il Sistema Museale Urbano di Velletri

Il Museo Archeologico Oreste Nardini, il Museo Civico di Geopaleontologia e Preistoria dei Colli Albani e il Museo Diocesano costituiscono insieme il Sistema Museale Urbano di Velletri: un itinerario unico dentro il quale si ricompongono le tappe della storia e della cultura cittadina. Il museo archeologico è inserito nell'Organizzazione Museale Regionale del Lazio e la direzione è affidata alla dottoressa Raffaella Silvestri. Il modello, per chi ama i confronti, è lo stesso che regge altri poli territoriali: si vedano il Museo Archeologico di Palestrina e il Museo la Reggia dei Volsci.

Come si visita davvero il Museo Archeologico Oreste Nardini

Due ore e mezza per i due musei sono la misura onesta: un'ora abbondante per l'archeologico se ci si ferma sul sarcofago e sulle terrecotte, quaranta minuti per il geopaleontologico, il resto per l'area delle Stimmate. Consiglio di ordine pratico: cominciate dall'archeologico e finite con il geopaleontologico, non il contrario. Il condotto di fuoco e i dinosauri alzano il livello di eccitazione dei ragazzi in modo tale che dopo, davanti alle lastre volsche, non li tenete più.

Il Museo Archeologico Oreste Nardini con i bambini

Funziona meglio di quanto la parola archeologia lasci temere, e il merito è degli allestimenti ricostruttivi: la sepoltura preistorica, il colombario, la favissa degli ex voto. Sono tre dispositivi che trasformano vetrine in scene. Aggiungeteci il secondo museo, che con l'eruzione e i fossili ha un impatto immediato, e avete una mattinata che regge fino ai dieci, undici anni senza sforzo. Sotto i sei anni si entra gratis, il che rende il conto famiglia molto leggero.

Accessibilità del Museo Archeologico Oreste Nardini

Il museo è dotato di ascensore e la scheda del Comune lo indica accessibile alle persone con disabilità; l'ingresso è gratuito per il visitatore con disabilità e per l'accompagnatore, e la visita guidata per loro non si paga. Sul fronte dei servizi digitali il museo è stato giudicato indietro: mancavano codici QR e audioguide, e il programma di miglioramenti annunciato prevedeva pannelli in braille, allestimenti multisensoriali e postazioni interattive. Chi ha esigenze specifiche faccia una telefonata prima di partire: il personale è poco numeroso e risponde meglio di qualunque pagina web.

Cosa vedere intorno al Museo Archeologico Oreste Nardini

Uscendo dal Palazzo Comunale siete nel centro storico di Velletri, con la Torre del Trivio inaugurata nel 1353 a pochi passi e il Museo Diocesano nel circuito del biglietto cumulativo. Poi c'è tutto il resto dei Castelli: Lariano a due passi, Lanuvio sulla stessa linea ferroviaria, Genzano di Roma con la sua infiorata, Nemi affacciata sul lago, Ariccia con il palazzo Chigi, Albano Laziale e i suoi resti severiani, Castel Gandolfo, Rocca di Papa in quota, Marino e Frascati delle ville tuscolane. Chi vuole legare Velletri alla grande archeologia suburbana romana trova il filo nel Parco dell'Appia Antica, e chi scende verso il mare può chiudere la giornata al Museo dello Sbarco di Anzio, che racconta lo stesso 1944 visto dalla costa.

Quando andare al Museo Archeologico Oreste Nardini

Il fine settimana è l'unico momento in cui l'orario copre pomeriggio e mattina, quindi è la scelta obbligata per chi arriva da Roma senza svegliarsi all'alba. Il venerdì pomeriggio, con apertura dalle 15.00 alle 19.00, è la finestra più tranquilla in assoluto: sono stato in sale dove non c'era nessun altro. Evitate agosto senza aver telefonato prima. Il periodo migliore in assoluto è l'autunno, quando la città è nel pieno della vendemmia e la Festa dell'Uva e dei Vini porta anche la tariffa ridotta.

Una curiosità su Museo Archeologico Oreste Nardini

Il 22 febbraio 1787 Johann Wolfgang von Goethe si ferma a Velletri sulla strada per Napoli e visita il gabinetto del cavaliere Borgia. Nel resoconto del viaggio annota che il padrone di casa, per la parentela con il cardinale e per i rapporti con la Propaganda, aveva avuto modo di radunare antichità stupende e altre cose rare. Elenca gli idoli egiziani formati di pietra di straordinaria durezza, le piccole figure in metallo di tempi anteriori e posteriori, le cassettine cinesi con le scene dell'allevamento del baco e della coltivazione del riso. Ma la riga che riguarda direttamente il Museo Archeologico Oreste Nardini è un'altra: Goethe registra gli oggetti lavorati in terracotta scoperti nelle vicinanze della città, i quali, scrive, darebbero argomento di ascrivere ai Volsci uno stile loro proprio e speciale.

Sono le terrecotte veliterne, lo stesso genere di materiale che oggi si vede nelle vetrine del museo. Goethe chiude il passo con una lamentela che a distanza di due secoli e mezzo suona ancora attualissima: si stupisce che oggetti tanto preziosi, così vicini a Roma, siano così poco conosciuti e così poco visitati, e ne attribuisce la colpa al disagio del viaggio e alla forza di attrazione che Roma esercita su chiunque arrivi. Novemila visitatori nel 2024 dicono che Goethe aveva ragione e che nessuno lo ha ascoltato. La curiosità, per me, è tutta qui: la più celebre guida turistica involontaria della storia europea ha segnalato Velletri nel 1787, e il problema che denunciava è rimasto identico.

Una cosa che non ti dice nessuno su Museo Archeologico Oreste Nardini

Il museo di Velletri è stato svuotato due volte, e nessuna delle due per colpa dei veliterni. La prima volta nel 1817, quando gli eredi del cardinale Stefano Borgia vendettero quasi per intero la collezione a Ferdinando IV per il Museo Borbonico di Napoli: partirono le antichità egizie, italiche, orientali, i pezzi che avevano fatto di Velletri una tappa del Grand Tour. A trattenere qualche iscrizione fu soltanto l'ostinazione di un'accademia locale, la Societa Letteraria Volsca Veliterna. La seconda volta nel 1798, con il sequestro francese della Pallade, che dopo cinque anni di passaggi fra Roma, Napoli e Parigi entrò al Louvre e non tornò mai più.

Aggiungete la Tabula Veliterna, la lamina bronzea con l'iscrizione in lingua volsca trovata nel 1784 sotto la chiesa delle Stimmate e finita anch'essa a Napoli, e il quadro è completo: il documento linguistico più importante prodotto da questo territorio si legge in un'altra regione. Ecco perché il Museo Archeologico Oreste Nardini va guardato con occhi diversi da quelli con cui si guarda un museo nazionale. Non è una collezione che ha scelto cosa esporre: è quello che è rimasto dopo due secoli di prelievi. E ciò che è rimasto, il sarcofago in testa, è abbastanza da reggere il confronto con chiunque. Sapere questo cambia completamente il modo in cui si attraversano le sale.

Il consiglio che ti do per visitare Museo Archeologico Oreste Nardini

Telefonate. Non è un consiglio generico: è il consiglio specifico per questo museo. Il numero è +39 06 96158268 e negli orari di servizio risponde qualcuno che sa. Le ragioni sono tre. La prima è il calendario estivo, che quest'anno prevede una chiusura di cui conviene farsi dire le date esatte. La seconda è che le griglie orarie pubblicate dal Comune e dal sito dei musei civici non coincidono, e partire da Roma in treno per trovare la porta chiusa alle 13.05 è una delle esperienze più frustranti che conosca. La terza è che il personale è poco numeroso e una visita annunciata viene accolta meglio di una visita a sorpresa.

Secondo consiglio, di metodo: comprate il cumulativo da nove euro e prendetevi l'intera mattinata, oppure l'intero venerdì pomeriggio. Fare solo l'archeologico è come andare a un concerto e uscire dopo il primo tempo. Terzo: se siete in gruppo, la visita guidata per quindici o venticinque persone costa sessanta euro per un museo e novanta per due, cioè fra i tre e i sei euro a testa, e con un materiale come le terrecotte volsche o come il sarcofago la differenza fra guardare e capire la fa esattamente quella. Ultima cosa, e vale come opinione netta: non portate il gruppo di corsa davanti al sarcofago per la fotografia e poi via. Giratelo. È scolpito su tutti e quattro i lati, e chi lo vede solo di fronte ne perde più della metà.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Che Velletri sia la patria della famiglia di Augusto lo dicono tutte le guide. Quello che poi nessuno si prende la briga di spiegare è che questo dato ha conseguenze materiali dentro il museo. La gens Octavia era originaria di Velitrae, e la tradizione locale, riportata dalle fonti antiche, conserva persino il presagio secondo cui a Velletri, colpita in antico da un fulmine in un tratto di mura, fu profetizzato che un cittadino di quella città si sarebbe un giorno impadronito del potere. Augusto nacque a Roma, ma la radice della famiglia era qui, e le proprietà della gens nel territorio veliterno sono la chiave con cui alcuni studiosi leggono i rilievi in terracotta dipinta di età tardorepubblicana conservati al museo, ipotizzando che provengano dalla villa degli Ottavi.

È un'ipotesi, non un fatto documentato, e va detto con chiarezza. Ma spiega il senso della sezione romana del Museo Archeologico Oreste Nardini: Velitrae non era un paese qualunque colonizzato da Roma, era un municipio con un legame diretto con la casa imperiale. Aggiungete l'altro dato che si cita di rado: nel 338 avanti Cristo, dopo l'ennesima ribellione, Roma punì Velletri con una durezza che le fonti registrano in poche parole terribili, mura abbattute e senato deportato. La città che nel primo secolo darà i natali alla famiglia del principe era stata, tre secoli prima, punita come nemica. Il museo racconta entrambe le fasi, e chi lo attraversa senza saperlo si perde il filo più interessante.

La foto giusta da fare a Museo Archeologico Oreste Nardini

La fotografia che tutti fanno è il fronte del sarcofago con Plutone e Persefone in trono. È una bella fotografia ed è la più inutile, perché esiste già in mille versioni migliori della vostra. La fotografia giusta è il lato corto, preso di tre quarti, con la luce radente che entra dalla finestra: da quell'angolo si vedono contemporaneamente lo spessore della cassa, il gioco delle colonne doriche e ioniche e il tetto a doppio spiovente con le ghirlande di frutta scolpite a tutto tondo e sorrette dagli amorini. In una sola inquadratura si capisce la cosa fondamentale, e cioè che quel sarcofago è un edificio in miniatura, non un pannello decorato.

La seconda fotografia da portare a casa è una macro delle terrecotte volsche: un dettaglio di processione o di corsa di cocchi, riempendo tutto il fotogramma, senza vetrina in campo. Sono le immagini che nessuno ha nel telefono e che raccontano un mondo figurativo pre romano che si vede quasi soltanto qui. Terza opzione, per chi viaggia con bambini: il colombario ricostruito, fotografato dal basso in modo che le nicchie si allineino in prospettiva. Regola pratica per tutte e tre: niente flash, appoggiate il gomito o la fotocamera a una superficie ferma e alzate la sensibilità, perché l'illuminazione delle sale è buona ma calda e il flash appiattisce il rilievo esattamente nel punto in cui il rilievo è tutto. Prima di scattare, chiedete al personale: le condizioni di ripresa nei musei civici possono cambiare da una sala all'altra.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

Il primo avvenimento è del 1784: durante i lavori all'oratorio della chiesa delle Stimmate emergono le lastre fittili, le terrecotte architettoniche, la testa di sfinge del tetto di un tempio tardoarcaico, e insieme a loro la Tabula Veliterna, la lamina di bronzo con la più importante iscrizione in lingua volsca che si conosca. Tre anni dopo Goethe passa da Velletri e ne scrive. Il secondo è del settembre 1797, quando nella vigna De Santis in località Troncavia affiora la Pallade: dal 26 aprile 1798, con il sequestro francese, comincia il suo viaggio verso Parigi passando per Napoli.

Il terzo è del 1881, con i materiali del Fosso del Metabo che formano il primo nucleo delle raccolte civiche; il quarto è del 1910, quando l'ispettore Giovacchino Mancini scava sotto le Stimmate e recupera le terrecotte volsche e i resti in tufo del tempio; il quinto è del 1920, l'inaugurazione del museo per opera dell'ingegner Oreste Nardini. Poi arriva la guerra: Velletri finisce sulla linea Cesare, viene bombardata, il Palazzo Comunale è danneggiato, il museo perde e disperde materiali, e la città viene liberata il primo giugno 1944 dopo lo sfondamento americano sul Monte Artemisio. Il 10 luglio 1955 un contadino urta con l'attrezzo il sarcofago delle Fatiche di Ercole e il museo rinasce intorno a quel marmo. Nel 1980 la Soprintendenza recupera il secondo sarcofago; nel 2001 si chiude il grande restauro e il museo viene intitolato a Nardini; nel 2003 la donazione Pellegrini porta centosettanta frammenti di lastre Campana; nel luglio 2025 Velletri celebra i settant'anni dal ritrovamento del suo capolavoro.

Chi è passato da Museo Archeologico Oreste Nardini

Il nome più grande è quello di Goethe, che il 22 febbraio 1787 visitò a Velletri il gabinetto del cavaliere Borgia, cioè la collezione dalla quale discende in linea diretta l'idea stessa di un museo veliterno, e che nel suo diario di viaggio segnalò proprio le terrecotte locali come prova di uno stile volsco autonomo. Il secondo nome è quello di Stefano Borgia, veliterno, cardinale e prefetto di Propaganda Fide, il collezionista che quelle antichità le aveva radunate e che a Velletri riceveva i viaggiatori europei del Grand Tour.

Poi ci sono i personaggi che sono passati da questo palazzo e da questa città per ragioni che con l'archeologia hanno poco a che vedere. Napoleone Bonaparte non mise piede al museo, che non esisteva, ma intervenne personalmente presso Ferdinando di Borbone per ottenere il trasferimento della Pallade a Parigi: la sua firma pesa sulle sale di Velletri più di quella di molti direttori. Giuseppe Garibaldi combatté qui nel 1849 e sconfisse le truppe di Ferdinando II alle porte della città, e il suo quartier generale veliterno è ancora ricordato da lapidi. Prima di lui, nel 1744, Velletri era stata teatro di una battaglia della guerra di successione austriaca fra austriaci e ispano napoletani.

Sul versante scientifico, i nomi che contano sono quelli degli archeologi: Giovacchino Mancini, l'ispettore che nel 1910 riportò alla luce il tempio delle Stimmate; l'ingegner Oreste Nardini, che del museo fu il fondatore e il motore; Riccardo Bartoccini, che pubblicò il sarcofago dopo il ritrovamento; Marion Lawrence, la studiosa americana che nel 1965 gli dedicò sull'American Journal of Archaeology lo studio ancora oggi di riferimento. E, in filigrana, la famiglia di Augusto, i cui possedimenti nel territorio veliterno restano l'ipotesi più accreditata per la provenienza di alcune terrecotte del museo.

Domande veloci su Museo Archeologico Oreste Nardini

Dove si trova il Museo Archeologico Oreste Nardini

Nel Palazzo Comunale di Velletri, via Goffredo Mameli 4-6, 00049 Velletri (RM), in provincia di Roma, ai margini meridionali dei Castelli Romani.

Quanto costa il biglietto del Museo Archeologico Oreste Nardini

Intero 5,00 euro per il solo museo archeologico, 8,00 euro per il cumulativo con il museo geopaleontologico, 9,00 euro aggiungendo l'Area Archeologica delle SS. Stimmate. Ridotto rispettivamente 3,00, 5,00 e 6,00 euro.

Quali sono gli orari del Museo Archeologico Oreste Nardini

Secondo il sito ufficiale dei Musei Civici, dal primo giugno: lunedì chiuso, da martedì a giovedì 9.00-13.00, venerdì 15.00-19.00, sabato, domenica e festivi 10.00-14.00 e 16.00-19.00. La biglietteria chiude un'ora prima. Il portale del Comune riporta una griglia diversa: meglio confermare al telefono.

Il Museo Archeologico Oreste Nardini è aperto ad agosto

Il 15 agosto è chiuso, e il sito ufficiale espone un avviso di chiusura estiva 2026. Le date esatte vanno chieste al numero +39 06 96158268 prima di partire.

Serve prenotare per visitare il Museo Archeologico Oreste Nardini

Per i singoli no, si entra negli orari di apertura. Per gruppi e scolaresche la prenotazione è obbligatoria.

Qual è il numero di telefono del Museo Archeologico Oreste Nardini

+39 06 96158268. La posta elettronica è museicivicivelletri@gmail.com, in alternativa museo.civico@comune.velletri.rm.it.

Qual è l'opera più importante del Museo Archeologico Oreste Nardini

Il Sarcofago delle Fatiche di Ercole, detto anche Sarcofago di Velletri, marmo pario del 140-150 dopo Cristo, lungo due metri e sessanta, scolpito ad altorilievo su tutti i lati.

Quando è stato trovato il sarcofago di Velletri

Il 10 luglio 1955, per caso, da un contadino che lavorava nelle campagne di Velletri.

La Pallade di Velletri è esposta al Museo Archeologico Oreste Nardini

No. L'originale è al Louvre, ala Sully, sala 344. A Velletri si vede la replica in gesso donata nel 1968 dal comune gemellato di Puteaux.

Quanto dura la visita al Museo Archeologico Oreste Nardini

Circa un'ora e un quarto per il solo museo archeologico, due ore e mezza per i due musei e l'area archeologica.

Il Museo Archeologico Oreste Nardini è adatto ai bambini

Sì, grazie agli allestimenti ricostruttivi: la sepoltura preistorica, il colombario, la favissa degli ex voto. Il museo geopaleontologico accanto, con l'eruzione simulata e i dinosauri, funziona ancora meglio.

I bambini pagano al Museo Archeologico Oreste Nardini

Sotto i sei anni l'ingresso è gratuito. Dai sei ai diciotto anni si paga il ridotto.

Il Museo Archeologico Oreste Nardini è accessibile in sedia a rotelle

Il museo dispone di ascensore ed è indicato come accessibile; l'ingresso è gratuito per il visitatore con disabilità e per l'accompagnatore, e per loro la visita guidata non si paga. Per esigenze particolari conviene telefonare prima.

Si possono fare fotografie al Museo Archeologico Oreste Nardini

Le condizioni di ripresa vanno verificate con il personale in sala. In ogni caso il flash è sconsigliato perché appiattisce il rilievo del sarcofago e delle terrecotte.

Quanto costa la visita guidata al Museo Archeologico Oreste Nardini

Per i singoli dai sei anni in su 4,00 euro per un museo e 6,00 per due. Per gruppi da 15 a 25 persone 60,00 euro per un museo e 90,00 per due; in inglese, solo per gruppi, 100,00 e 170,00 euro.

Chi entra gratis al Museo Archeologico Oreste Nardini

Bambini sotto i sei anni, guide turistiche, insegnanti, visitatori con disabilità e accompagnatore, soci ICOM, giornalisti e gruppi scolastici. Ingresso libero anche nella Giornata ICOM, nelle Giornate Europee dell'Archeologia, nella Festa della Donna e il 31 dicembre.

Come si arriva al Museo Archeologico Oreste Nardini da Roma

Con il treno regionale della linea FL4 da Roma Termini fino al capolinea di Velletri, poi a piedi verso il centro storico. Davanti alla stazione ci sono le fermate Cotral e i taxi.

Che differenza c'è fra il Museo Archeologico Oreste Nardini e il museo geopaleontologico

Il primo racconta la storia umana del territorio dalla preistoria all'alto medioevo, il secondo il passato geologico e paleontologico dei Colli Albani in cinque sezioni. Sono adiacenti e si visitano con lo stesso biglietto cumulativo.

Che cos'è il Sistema Museale Urbano di Velletri

La rete che unisce il Museo Archeologico Oreste Nardini, il Museo Civico di Geopaleontologia e Preistoria dei Colli Albani e il Museo Diocesano in un unico itinerario di visita cittadino.

Il Museo Archeologico Oreste Nardini ha un bookshop

Sì, il museo dispone di bookshop, oltre a biblioteca specializzata, laboratorio di restauro, depositi e sala conferenze.

Quanti visitatori ha il Museo Archeologico Oreste Nardini

Circa novemila nel 2024, un numero molto basso rispetto alla qualità delle collezioni.

Chi era Oreste Nardini

Un ingegnere veliterno, Regio Ispettore Onorario ai Monumenti e agli Scavi di Velletri, che nel 1920 inaugurò il museo civico e ne guidò la crescita. Il museo gli è stato intitolato nel 2001.

Che cos'è l'Area Archeologica delle SS. Stimmate

Il sito, con percorso di visita circolare, dove sorgeva un tempio tardoarcaico veliterno e dove nel 1784 fu trovata la Tabula Veliterna. Costa 2,00 euro da sola, oppure è inclusa nei biglietti cumulativi da 5,00 e 9,00 euro.

Quando conviene visitare il Museo Archeologico Oreste Nardini

Il venerdì pomeriggio per la tranquillita, il fine settimana per l'orario più ampio, l'autunno per la città nel periodo della vendemmia. In agosto solo dopo aver confermato l'apertura al telefono.

Di musei civici del Lazio ne ho visitati parecchi in vent'anni di lavoro, e pochissimi mi hanno lasciato la sensazione di sproporzione che mi lascia Velletri: un capolavoro assoluto dell'arte romana, un corpus di terrecotte preromane che i manuali citano, una lastra paleocristiana di prima grandezza, e novemila persone all'anno. Se dovessi indicare un solo museo dei Castelli Romani da vedere prima di morire, indicherei questo, e lo direi anche a chi crede di aver già visto tutto a Roma. Portateci due ore, non quaranta minuti, e giratevi intorno al sarcofago almeno due volte.

Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.

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RiassuntoMuseo Archeologico Oreste Nardini - Via Goffredo Mameli, 6, 00049 Velletri RM, Italia
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IndirizzoVia Goffredo Mameli, 6, 00049 Velletri RM, Italia 49
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