Joe Jackson + Band a Roma — 12 novembre 2026
Giovedì 12 novembre 2026, alle 20, Joe Jackson sale sul palco della Sala Sinopoli con la sua band. È un concerto dentro l’Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone, il complesso di Renzo Piano nella zona del Villaggio Olimpico, e non uno di quei live estivi sotto le stelle a cui Roma ci ha abituati: sala chiusa, poltrone numerate, riscaldamento acceso, cappotto al guardaroba. Novembre, insomma. E per un artista come lui, che da quarant’anni costruisce dischi pensati per essere ascoltati e non solo sentiti, la differenza conta parecchio.
Il programma della serata ruota attorno al ritorno di Jackson al formato rock con una band vera, dopo anni in cui ha alternato progetti orchestrali, omaggi al songbook americano e serate in solo al pianoforte. Il tour che lo porta in Italia viene presentato come il giro di concerti legato al nuovo disco, uscito nella primavera del 2026 con il titolo Hope and Fury, ed è il primo album rock che pubblica dopo sette anni di distanza dal precedente. La Fondazione Musica per Roma lo annuncia semplicemente come Joe Jackson + Band, e già il titolo dice qualcosa: non un ospite con accompagnamento, ma un gruppo che suona insieme.
Di seguito metto tutto quello che serve per arrivarci preparati: chi è davvero l’uomo che troverai al pianoforte, com’è fatta la sala in cui suonerà, come ci si arriva senza perdere mezz’ora a girare in macchina intorno al Villaggio Olimpico, dove sedersi, cosa fotografare e cosa invece lasciare perdere, e una serie di cose sull’Auditorium che quasi nessuno racconta pur essendo scritte nero su bianco da vent’anni.
Che serata è, in concreto
Partiamo dalle cose secche, quelle che servono per decidere. Il concerto è fissato per giovedì 12 novembre 2026 con inizio alle ore 20, in Sala Sinopoli, dentro l’Auditorium Parco della Musica di viale Pietro de Coubertin 30. I biglietti partono da 46 euro e la biglietteria di riferimento della Fondazione Musica per Roma resta quella ufficiale del complesso. Le ore 20 sono un orario da prendere sul serio: è presto, più presto della media dei concerti pop romani, e chi calcola i tempi come se si trattasse di un live delle 21 e 30 rischia di entrare a primo brano già iniziato.

La Sala Sinopoli ha 1133 posti a sedere. Per capirci: è la sala mediana del complesso, quella di mezzo fra la Santa Cecilia da 2756 posti e la Petrassi da 673. Non è un palazzetto e non è un teatro da camera. È esattamente la misura in cui una band elettrica con un cantautore al centro può suonare forte senza diventare una parete di rumore, e in cui un pianoforte a coda può restare udibile anche quando la batteria entra in tutta la sua ampiezza. Chi ha visto Jackson in contesti più grandi sa che la sua musica perde parecchio quando lo spazio è sbagliato: qui lo spazio è giusto.
Tutti i posti sono a sedere e numerati. Questo significa che la corsa sotto palco non esiste, che il posto lo scegli al momento dell’acquisto e che il valore di una fila rispetto a un’altra si decide mesi prima. Significa anche che la serata ha una durata prevedibile: si entra, si ascolta, si esce, e chi deve rientrare in periferia con i mezzi ha ancora margine. Non è un dettaglio secondario a novembre, quando le corse serali si diradano.
Sul fronte del repertorio, la logica di un tour legato a un disco nuovo è sempre la stessa: una buona porzione di materiale recente, e poi il resto pescato da una carriera che comincia nel 1979. Jackson è uno che i suoi classici li suona, ma raramente li suona uguali al disco. Questo è un punto su cui conviene arrivare con le aspettative tarate bene, e ci torno più avanti.
Chi è Joe Jackson, al di là delle due canzoni che tutti conoscono
Nell’immaginario italiano Joe Jackson è, nove volte su dieci, l’uomo di Steppin’ Out e di Is She Really Going Out with Him?. Due canzoni giustissime, una del 1982 e una del 1979, che però stanno agli estremi di un percorso molto più largo e raccontano solo la parte di lui che è passata dalla radio. La biografia vera è quella di un musicista formato in conservatorio che ha deciso di fare canzoni, e la differenza si sente in ogni arrangiamento.
Nasce a Burton upon Trent, nello Staffordshire, e cresce a Portsmouth, nel quartiere di Paulsgrove. A undici anni comincia col violino, poi passa al pianoforte e convince il padre a comprarne uno per casa. A sedici anni suona già il piano nei bar. A diciotto vince una borsa di studio per studiare composizione alla Royal Academy of Music di Londra, dove il suo insegnante di composizione è Richard Stoker. È un percorso che in Inghilterra, alla fine degli anni Settanta, non era esattamente la scorciatoia per diventare una star del new wave: era semmai il contrario.
La prima band si chiama Edward Bear, poi cambia nome in Arms and Legs, pubblica due singoli che non vanno da nessuna parte e si scioglie nel 1976. Jackson passa un periodo a suonare nel circuito del cabaret per mettere da parte i soldi necessari a registrare un demo. È quel demo che nel 1978 finisce nelle mani di un produttore e gli fa firmare un contratto con la A&M Records.
Nel 1979 esce Look Sharp!, con la formazione che diventerà la Joe Jackson Band: Jackson alla voce e alle tastiere, Gary Sanford alla chitarra, Graham Maby al basso, David Houghton alla batteria. Il disco è una miscela di rock, jazz melodico e new wave che lo mette immediatamente accanto a Elvis Costello e Graham Parker, i due nomi con cui verrà accostato per sempre. La critica lo accoglie benissimo: nel 2013 Rolling Stone lo inserirà al numero 98 nella sua lista dei cento migliori album di debutto di tutti i tempi. Il singolo Is She Really Going Out with Him? entra nelle prime quaranta posizioni in cinque paesi e arriva al numero 9 in Canada.
Lo stesso anno arriva I’m the Man, che contiene It’s Different for Girls, il singolo che resta il suo miglior piazzamento nella classifica britannica, numero 5. Nel 1980 pubblica Beat Crazy, e alla fine di quell’anno la band si scioglie: Houghton, stanco dei tour e della notorietà, se ne va. Maby invece resterà accanto a Jackson per i decenni successivi, diventando la presenza più costante della sua storia musicale. La formazione originale si ricomporrà soltanto nel 2003, per l’album Volume 4 e per il lungo tour che lo accompagna.
Il vero scarto arriva subito dopo lo scioglimento, e per molti resta il gesto più sorprendente della sua carriera: invece di rifare un altro disco new wave, Jackson registra Jumpin’ Jive, un album di swing e blues di vecchia scuola, con brani di Cab Calloway, Lester Young, Glenn Miller e Louis Jordan. Nel 1981, in piena era post punk, era una scelta quasi provocatoria. Il disco e il singolo escono accreditati a Joe Jackson’s Jumpin’ Jive.
Nel 1982 arriva Night and Day, il suo unico album in studio a entrare nella top ten sia britannica sia statunitense: numero 3 nel Regno Unito, numero 4 negli Stati Uniti. Da lì escono Steppin’ Out e Breaking Us in Two, entrambi nella top twenty americana. Nello stesso disco ci sono Real Men e A Slow Song, due brani che parlano in modo obliquo della cultura gay newyorchese dei primi anni Ottanta, l’uno criticandone le chiusure, l’altro chiedendo semplicemente una canzone lenta in discoteca. Real Men arriva nella top ten australiana. Sono canzoni che a rileggerle oggi, quarant’anni dopo, suonano sorprendentemente poco datate.
Dal 1984 New York diventa la sua base. Lì registra Body and Soul, che lui stesso descriverà come un disco fatto dal punto di vista di un nuovo arrivato, e che pesca a piene mani dal pop, dagli standard jazz e dalla salsa. Ne esce il singolo You Can’t Get What You Want (Till You Know What You Want), numero 15 negli Stati Uniti. Nel 1985 suona il pianoforte nell’album Secret Secrets di Joan Armatrading; nel 1986 collabora con Suzanne Vega al singolo Left of Center per la colonna sonora di Pretty in Pink.
Poi Big World, nel 1986, che è forse l’idea più bizzarra di tutta la sua discografia: canzoni tutte nuove registrate dal vivo davanti a un pubblico a cui era stato chiesto di restare in silenzio mentre la musica suonava. Uscì come doppio disco con tre facciate incise; la quarta conteneva un solco unico e un’etichetta che avvisava che su quel lato non c’era musica. Il gesto è molto suo: metà provocazione, metà problema tecnico risolto con onestà.
Nel 1987 pubblica Will Power, strumentale, pesantemente influenzato dal classico e dal jazz. Prima di lasciarsi il pop alle spalle escono ancora Blaze of Glory, che nel tour successivo eseguirà per intero, e Laughter & Lust. Alla fine degli anni Novanta firma per Sony Classical e nel 1999 pubblica la sua Symphony No. 1, che gli vale un Grammy nel 2001 nella categoria Best Pop Instrumental Album. Nel 2000 esce Night and Day II, con Graham Maby al basso, Sue Hadjopoulos alle percussioni, il quartetto d’archi Ethel e tre voci ospiti, fra cui Marianne Faithfull.
Negli anni successivi la carriera prosegue per strappi laterali: nel 2004 canta su una cover di Common People dei Pulp insieme a William Shatner, per l’album Has Been prodotto da Ben Folds. Nel 2005 gira Stati Uniti ed Europa con Todd Rundgren e il quartetto Ethel. Nel 2006 lascia l’appartamento di New York, in parte per protesta contro l’estendersi dei divieti di fumo, e si trasferisce a Berlino, nel quartiere di Kreuzberg. È lì che registra Rain, uscito nel gennaio 2008 e seguito da un tour di cinque mesi.
Poi The Duke nel 2012, dedicato a Duke Ellington; Fast Forward nel 2015; Fool nel gennaio 2019, che entra nelle prime venti posizioni in Olanda, Belgio, Germania e Svizzera, debutta al numero 25 nella classifica statunitense delle vendite di album e al numero 13 nella Indie Albums Chart britannica. Nel novembre 2023 arriva What a Racket!, noto anche come Mr. Joe Jackson Presents Max Champion in “What a Racket!”, il suo ventunesimo album in studio: nei concerti di quel tour la prima parte era Joe da solo e la seconda l’album intero con una band numerosa.
Detta così sembra la carriera di un musicista che cambia continuamente pelle. Lui la vede diversamente, e lo ha detto in modo esplicito: sostiene che la maggior parte dei suoi dischi appartiene a quello che chiama il suo personale mainstream, cioè raccolte di canzoni pop sofisticate costruite su ritmi e combinazioni di strumenti sempre diversi. Chi lo conosce davvero sa che ha ragione lui.
Hope and Fury, il disco da cui nasce questo tour
Nell’aprile del 2026 Jackson ha pubblicato Hope and Fury, il suo primo album rock dopo sette anni. Lo hanno preceduto tre singoli: Welcome To Burning-by-Sea, Fabulous People e After All This Time. Il tour lungo che lo accompagna era già previsto per tutto il 2026, con partenza a maggio, e la tappa romana di novembre cade quindi nella seconda metà del giro, quando una band ha ormai smesso di leggere le scalette e ha cominciato a suonare come un organismo unico. Per chi va ai concerti, è il momento migliore per intercettare un tour.
La presentazione del disco, sul sito dell’artista, contiene una descrizione onesta: Hope and Fury potrebbe colpire un ascoltatore di lunga data come un incrocio fra Fool del 2019, Laughter and Lust del 1991 e Night and Day del 1982. Tre coordinate molto diverse fra loro, che però delimitano bene la zona: canzone pop adulta, scrittura pianistica, un fondo ritmico che guarda al latino e al jazz senza mai diventare esercizio di stile.
Per la registrazione Jackson ha riunito la band con cui lavora a intermittenza dal 2016: Graham Maby al basso, che nelle sue parole è il bassista a vita, Teddy Kumpel alla chitarra e Doug Yowell alla batteria, con l’aggiunta delle percussioni latine del peruviano Paulo Stagnaro. Questa è la formazione del disco. Sul palco della Sala Sinopoli la formazione potrebbe non essere identica nota per nota, perché nei tour lunghi qualcosa cambia sempre, ma il nucleo di quel suono è quello e chi conosce il modo di suonare di Maby lo riconosce dalla prima battuta.
Vale la pena fermarsi un secondo su Graham Maby, perché è il vero filo rosso di tutta questa storia. Entra nella Joe Jackson Band nel 1979 con Look Sharp! e da allora non se n’è più andato davvero: c’è in Night and Day II nel 2000, c’è in Rain nel 2008, c’è in Hope and Fury nel 2026. Quarantasette anni di collaborazione con lo stesso musicista sono una rarità assoluta nella musica popolare, e spiegano perché le linee di basso nei dischi di Jackson non siano mai semplici accompagnamento: sono la controparte melodica del pianoforte.
Una curiosità su Joe Jackson + Band a Roma — 12 novembre 2026
Joe Jackson non si chiama Joe. All’anagrafe è nato David Ian Jackson, e il nome con cui lo conosce il mondo gli è arrivato addosso per scherzo, ai tempi in cui suonava negli Arms and Legs. I compagni di band gli attaccarono il soprannome perché a loro dire assomigliava a Joe 90, il personaggio di una serie televisiva britannica a pupazzi animati: un bambino con gli occhiali spessi che, grazie a un macchinario inventato dal padre scienziato, riceveva nel cervello le competenze di chiunque e diventava un agente segreto geniale. Non esattamente un complimento, se ci pensi. Eppure il nome è rimasto, e a vent’anni Jackson lo ha reso ufficiale cambiando legalmente il proprio primo nome in Joe.
Trovo che sia la curiosità perfetta da portarsi in tasca in Sala Sinopoli, perché racconta più di quanto sembri. Un ragazzo che studia composizione alla Royal Academy of Music, che ha cominciato col violino a undici anni, si presenta al mondo con il soprannome di un pupazzo televisivo per bambini. È la stessa doppiezza che poi attraversa tutta la sua discografia: la competenza tecnica di un musicista formato sul serio, e un rifiuto altrettanto costante di prendersi troppo sul serio. Quando nel 1981 sceglie di registrare un album di swing anni Quaranta in piena era new wave, o quando nel 2023 si inventa un personaggio edoardiano di nome Max Champion per un intero disco, sta facendo esattamente la stessa cosa che ha fatto a vent’anni accettando di chiamarsi come Joe 90.
Un secondo dettaglio, minore ma delizioso: Jackson ha recitato in un solo film, un cameo in The Greatest Game Ever Played del 2005, dove lo si vede e lo si sente per pochi secondi eseguire Hello! Hello! Who’s Your Lady Friend? in un chiassoso pub inglese di inizio Novecento. Era stato contattato inizialmente per comporre la colonna sonora del film, ma lo studio scelse un altro compositore. Un brano del film, Angel, interpretato dal soprano Dawn Upshaw, resta comunque accreditato a lui.
Nel 1999 ha pubblicato anche un’autobiografia, A Cure for Gravity, che lui stesso ha definito un libro sulla musica travestito da memoir. Racconta l’infanzia operaia a Portsmouth e la sua vita musicale dall’infanzia al ventiquattresimo compleanno, e si ferma lì. Secondo Jackson, la vita da pop star non meritava di essere raccontata. È una frase che, letta prima di un concerto, cambia il modo in cui guardi l’uomo seduto al pianoforte.
La Sala Sinopoli, come è fatta davvero
Le tre sale da concerto dell’Auditorium sono, viste da fuori, tre volumi in mattoni sormontati da gusci rivestiti di listelli di piombo. La forma che richiamano, e che ormai tutti i romani usano per descriverle, è quella di tre scarabei disposti a raggiera attorno a un teatro all’aperto, la cavea, che può accogliere circa tremila spettatori. Il piombo all’esterno, il legno all’interno: è questa la grammatica dell’edificio.
La Sinopoli è la sala di mezzo, 1133 posti. La sua caratteristica principale, quella che Renzo Piano e gli acustici hanno perseguito fin dal progetto, è l’adattabilità: lo spazio interno può essere modificato in funzione del numero di esecutori e del comportamento acustico richiesto dall’evento. È il motivo per cui in questa sala può suonare un quartetto d’archi la sera prima e una band elettrica la sera dopo, senza che nessuno dei due suoni fuori posto.
Esteticamente è la più sobria delle tre. Pareti e controsoffitto perpendicolari, nessun gesto scenografico, una galleria che si sviluppa su tre dei quattro lati della sala. Chi entra aspettandosi la meraviglia da fotografia della Santa Cecilia, con i suoi ventisei gusci in legno di ciliegio americano appesi al soffitto, resta un attimo spiazzato. Poi la musica comincia e capisce perché la sala è fatta così: qui l’architettura non chiede attenzione, la cede.
L’acustica delle tre sale è stata curata da Jürgen Reinhold dello studio Müller-BBM di Monaco di Baviera, che ha lavorato in sinergia con Piano fin dalla vittoria del concorso a inviti del 1993. Il paesaggio esterno e la consulenza urbanistica sono invece di Franco Zagari. Vale la pena saperlo, perché l’Auditorium è uno dei pochi edifici pubblici italiani recenti in cui il nome dell’acustico conta quanto quello dell’architetto, e per una buona ragione: Roma era rimasta senza una vera sala da concerto per oltre sessant’anni.
Una nota pratica sulla scelta del posto, per chi deve ancora comprare. In una sala rettangolare con galleria su tre lati, il centro della platea nelle file intermedie resta la posizione più equilibrata. Le prime file sono vicinissime al palco e questo, per un concerto in cui il pianoforte è centrale, può voler dire sentire più lo strumento acustico che il bilanciamento complessivo. Le posizioni laterali di galleria, quelle che affacciano sui fianchi lunghi, offrono una visuale ottima sul pianista e sulle mani, che per un concerto di Joe Jackson non è affatto un dettaglio secondario, ma pagano qualcosa in termini di immagine stereofonica. Il fondo di galleria, come in tutte le sale con galleria, è la posizione in cui il suono arriva più compatto e meno dettagliato.
Una cosa che non ti dice nessuno su Joe Jackson + Band a Roma — 12 novembre 2026
La sala in cui Joe Jackson suonerà porta il nome di un uomo che quella sala non l’ha mai vista. Giuseppe Sinopoli, direttore d’orchestra veneziano, è morto improvvisamente a Berlino il 20 aprile 2001, a cinquantaquattro anni, stroncato da un infarto mentre dirigeva l’Aida di Verdi alla Deutsche Oper. La Sala Sinopoli dell’Auditorium di Roma è stata inaugurata il 21 aprile 2002. Un anno e un giorno dopo. Non è una coincidenza casuale: fu la prima delle sale del complesso ad aprire, e l’intitolazione arrivò come omaggio quasi immediato.
Ma la parte che davvero nessuno racconta viene dopo. Sinopoli non era soltanto un direttore d’orchestra. Era laureato in medicina e chirurgia all’Università di Padova, con una tesi in antropologia criminale discussa nel 1972. Aveva studiato con György Ligeti e Karlheinz Stockhausen ai corsi estivi di Darmstadt, composizione con Franco Donatoni all’Accademia Chigiana di Siena, direzione d’orchestra a Venezia con Bruno Maderna e a Vienna con Hans Swarowsky. E, parallelamente a tutto questo, era un appassionato di archeologia: era laureando alla Sapienza di Roma e avrebbe dovuto discutere la tesi proprio il giorno del suo funerale. La laurea in archeologia gli è stata riconosciuta post mortem.
La sua collezione di vasi antichi, pubblicata in un volume che porta il nome di Aristaios, comprende ceramiche di epoca minoica, greca arcaica, greca classica e ritrovamenti dell’Italia meridionale, in condizioni di conservazione eccezionali. Quella collezione, dopo un accordo fra il Ministero dei beni culturali, che la rilevò dalla famiglia, e l’istituzione musicale, è esposta dentro l’Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone come Museo Aristaios.
Quindi: la sera del 12 novembre entrerai in un edificio che ospita, nello stesso complesso, una band rock britannica e una collezione di vasi greci raccolta da un direttore d’orchestra morto sul podio. E la sala in cui ascolterai Steppin’ Out porta il suo nome. Non sono molti i posti al mondo in cui una serata pop poggia su una stratificazione del genere, ed è un buon motivo per arrivare con mezz’ora di anticipo invece che con tre minuti.
Aggiungo una seconda cosa che non si legge quasi mai, e che riguarda un vuoto invece che una presenza. In nessuna delle tre sale dell’Auditorium esiste un organo a canne. La questione fu sollevata pubblicamente già nel 2002, a lavori non ancora ultimati, dall’associazione Italia Nostra, ed ebbe un’eco molto ampia sulla stampa: il critico musicale Paolo Isotta arrivò a definire la Sala Santa Cecilia un salotto senza divano. Per lo strumento erano stati stanziati oltre un milione di euro ed era stata nominata una commissione di organisti, che venne però sciolta proprio quando era stata raggiunta una faticosa intesa sulle caratteristiche foniche. Da allora Roma è rimasta l’unica capitale europea senza un organo a canne in una sala da concerto, e negli auditorium si usano strumenti elettronici con campionamenti digitali. Per un concerto rock non cambia nulla, ovviamente. Ma dice parecchio su come funzionano le grandi opere pubbliche italiane, e su quanto il complesso più visitato d’Europa possa restare incompiuto in un dettaglio che nessuno nota.
Come si arriva all’Auditorium, per davvero
Questa è la parte in cui la maggior parte dei racconti di concerti mente per omissione. L’Auditorium è un posto splendido con un problema di accessibilità noto fin dalla progettazione, e vale la pena saperlo prima e non mentre giri in macchina alle 19 e 40.
La stazione della metropolitana più vicina è Flaminio, sulla linea A, e non è vicina: da lì all’ingresso di viale de Coubertin ci sono circa venti minuti a piedi lungo viale Tiziano, oppure un cambio sul tram. Quando fu scelta l’area del Villaggio Olimpico, nel 1992, la distanza dalla metropolitana e dalle direttrici del trasporto pubblico fu una delle obiezioni principali sollevate contro quella localizzazione. Aveva ragione chi la sollevava, e in oltre vent’anni la situazione non è cambiata granché.
Il mezzo più comodo, per chi arriva dal centro, resta il tram 2: si prende a piazzale Flaminio, cioè all’uscita della metro A, e le fermate utili sono Flaminia/Reni e Apollodoro. Da lì all’ingresso dell’Auditorium sono pochi minuti a piedi attraverso il Villaggio Olimpico. Davanti all’ingresso passano inoltre le linee di autobus 910, 982, 53 e, nei giorni feriali, la 168.
Sui parcheggi conviene essere chiari: i posti auto interni all’Auditorium sono pochi e considerati cari dal pubblico, tanto che questo scoraggia sistematicamente l’uso del parcheggio e riversa le auto nelle strade del Villaggio Olimpico. Nelle sere di concerto quel quartiere diventa un lungo esercizio di pazienza. Se hai la macchina e non vuoi rischiare, la scelta sensata è lasciarla molto prima, in zona Flaminio o vicino a piazza Mancini, e fare l’ultimo tratto con il tram o a piedi. Se invece punti sul taxi, tieni presente che all’uscita di una sala da 1133 persone la coda si forma in pochi minuti, e che di sere in cui escono contemporaneamente più sale ce ne sono parecchie.
C’è poi la via bella, quella che consiglio a chi arriva presto e non ha fretta: attraversare il Tevere sul Ponte della Musica, il ponte pedonale e ciclabile che collega il Flaminio al Foro Italico. Se arrivi dal lato opposto del fiume è un ingresso in scena molto più elegante di qualunque parcheggio, e a novembre, con la luce che cala presto, il fiume visto da lì merita la deviazione.
Il consiglio che ti do per visitare Joe Jackson + Band a Roma — 12 novembre 2026
Arriva un’ora prima. Non quaranta minuti: un’ora. E non per la fila ai controlli, che a novembre in una sala interna è quasi sempre rapida, ma perché l’Auditorium è uno dei pochi luoghi di spettacolo romani in cui la cosa da fare prima del concerto è dentro il complesso stesso, non fuori.
Intorno alle tre sale corre un vasto terrazzo praticabile, aperto, che si percorre a piedi girando attorno ai tre volumi in piombo. Da lì si vedono i gusci da sotto, si capisce la geometria a raggiera, e soprattutto, nel tratto compreso fra la Sala Santa Cecilia e la Sala Sinopoli, si affaccia sui resti di una villa romana. Alle 19 di un giovedì di novembre quel terrazzo è quasi vuoto, illuminato, e il contrasto fra il piombo dei gusci e le pietre della villa è la cosa più bella dell’intero complesso. Dieci minuti lassù cambiano la serata.
Secondo consiglio, meno poetico e più utile: cena prima, non dopo. Con inizio alle 20, se pensi di mangiare prima devi essere a tavola alle 18 e 30, cosa che a Roma è praticamente un’impresa perché molte cucine aprono più tardi. La soluzione è invertire l’ordine: aperitivo o qualcosa di veloce nel quartiere prima del concerto, cena vera dopo, perché uscendo da un concerto iniziato alle 20 sei fuori a un orario perfettamente romano per sedersi a tavola.
Terzo: il guardaroba. A novembre entri con il cappotto, e una sala da 1133 posti con riscaldamento acceso diventa calda in fretta. Tenersi il soprabito sulle ginocchia per due ore è una scelta che ti rovina il concerto e rovina quello dietro di te. Il servizio di guardaroba esiste, va usato, e va usato all’andata perché all’uscita la coda si accumula.
Quarto, e questo vale specificamente per Joe Jackson: non aspettarti la versione da disco. È uno di quegli artisti che riarrangia costantemente il proprio repertorio, che porta in tour formazioni diverse a seconda del progetto e che ha passato quarant’anni a rifiutare l’idea di essere il tributo a se stesso. Se vai lì per sentire Steppin’ Out identica alla radio, c’è una probabilità concreta che tu esca deluso da una serata che invece è stata ottima. Se ci vai per sentire cosa quell’uomo riesce a fare oggi con quelle canzoni, esci contento.
Quinto, sul silenzio. La Sinopoli è una sala progettata per l’ascolto, non un club. Significa che ogni conversazione in platea si sente, che il chiacchiericcio durante i pezzi lenti è percepito come una scortesia e che il pubblico romano dell’Auditorium, su questo, è piuttosto severo. È una cosa che a me piace, ma se sei abituato ai live in piedi con il bicchiere in mano è un cambio di registro da mettere in conto.
Dove andare prima e dopo, senza allontanarsi
Il quartiere intorno all’Auditorium è il Villaggio Olimpico, costruito per i Giochi del 1960 e tagliato in due dal viadotto di corso di Francia. Non è una zona da cartolina e non ha una vita notturna vera, ma ha qualcosa che il centro non ha: spazio, silenzio e una scala umana che dopo un concerto è esattamente quello che serve. Le palazzine su pilotis, i portici bassi, i pini: è uno dei pezzi di architettura moderna italiana più interessanti di Roma, e la sera è tranquillissimo.
A pochi minuti a piedi, sulla stessa direttrice, c’è il MAXXI, il museo nazionale delle arti del XXI secolo progettato da Zaha Hadid. Se decidi di fare pomeriggio e concerto nello stesso giorno, quella è la combinazione più naturale che esista in questa parte di città: si esce dal museo nel tardo pomeriggio, si cammina venti minuti e si entra in Sala Sinopoli. Nella stessa zona, poco più in là verso Valle Giulia, c’è anche il Museo Etrusco di Villa Giulia, che per chi ha letto il paragrafo su Sinopoli e sui suoi vasi ha improvvisamente un senso diverso.
Per chi vuole allungare la serata in direzione musica, Roma ha un circuito di locali che non chiude presto. L’Alexanderplatz resta il riferimento storico del jazz romano; il Gregory’s Jazz Club e l’Elegance Café, entrambi in centro, funzionano bene come secondo tempo. Se invece ti interessa capire dove la musica dal vivo vive tutto l’anno in questa città, la Casa del Jazz, che fa parte dello stesso sistema di fondazioni dell’Auditorium, è il posto da tenere d’occhio.
Un’ultima nota sugli orari del complesso. Da ottobre a marzo l’Auditorium osserva l’orario invernale, con apertura dalle 11 alle 20, domeniche e festivi compresi. Questo significa che il 12 novembre, arrivando alle 19, trovi il complesso vivo: librerie, spazi comuni, bar. Non è un teatro che apre le porte venti minuti prima dello spettacolo, e questa è una delle sue qualità migliori.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Sotto l’Auditorium c’è una villa romana, e quella villa ha cambiato il progetto di Renzo Piano.
Durante gli scavi per la costruzione del complesso emersero resti archeologici di rilievo tale da imporre una modifica radicale del progetto originario. Due dei tre scarabei furono traslati verso ovest, fino quasi a sfiorare il viadotto di corso di Francia, con tutta la catena di conseguenze che una traslazione del genere comporta: modifiche alla viabilità, fra cui la chiusura al traffico automobilistico di viale De Coubertin. In pratica, l’edificio che oggi tutti fotografano dall’alto ha la forma che ha perché sotto c’era qualcosa che non si poteva spostare.
La stratificazione di quel luogo è più profonda di quanto il solo termine villa lasci immaginare. L’impianto romano fu edificato dove sorgeva una piccola fattoria di epoca arcaica, datata al VI secolo avanti Cristo; il primo edificio fu poi sostituito nel III secolo avanti Cristo da una villa patrizia, una costruzione che è stata anche interpretata come legata al culto di Anna Perenna, la divinità il cui bosco sacro è stato individuato in zona piazza Euclide. I reperti sono esposti in un piccolo museo ricavato sotto la cavea, e le rovine si vedono dal terrazzo, fra la Santa Cecilia e la Sinopoli.
Il secondo fatto risaputo eppure raramente messo in fila riguarda il motivo per cui questo complesso esiste. Roma è rimasta priva di una sala pensata espressamente per la musica per oltre sessant’anni, cioè da quando nel 1936 fu demolita la sala dell’Augusteo. Il dibattito su dove costruirne una nuova si aprì subito dopo quella demolizione, riprese negli anni Cinquanta con l’ipotesi del Borghetto Flaminio, produsse un concorso e perfino una variante urbanistica nel 1960, naufragò per una vertenza sugli espropri, riprese negli anni Settanta e si chiuse soltanto nel 1992 con la scelta dell’area del Villaggio Olimpico. Cinquantasei anni di discussione per decidere dove mettere un auditorium. Il concorso a inviti vinto da Renzo Piano è del 1993; i lavori si svolsero fra il 1995 e il 2002.
E non fu un cantiere sereno. Il contratto con la ditta aggiudicataria fu risolto in corso d’opera e si dovette indire una nuova gara d’appalto, con una forte lievitazione dei costi su cui si concentrarono critiche e rilievi della Corte dei conti. Nel 1995 e nel 1997 il Consiglio superiore dei lavori pubblici emise pareri fortemente critici, che l’allora sindaco Francesco Rutelli minimizzò, sostenuto in quell’occasione dalla stampa e da larga parte dell’opinione pubblica.
Vale la pena chiudere questo capitolo con il riconoscimento che quell’edificio si è preso nonostante tutto. L’Auditorium è incluso nel Censimento delle architetture italiane dal 1945 a oggi, il progetto nazionale promosso dal Ministero della cultura per documentare le opere significative dell’architettura contemporanea italiana. La scheda ministeriale lo attribuisce al Renzo Piano Building Workshop, lo riferisce al periodo 1994-2002, lo classifica nella tipologia degli edifici per la promozione culturale e gli attribuisce tutti e sette i criteri previsti dalla metodologia del Censimento. In quella tipologia figurano settantanove architetture in tutta Italia: soltanto due soddisfano tutti e sette i criteri, l’Auditorium Parco della Musica e la ristrutturazione del Lingotto di Torino. Entrambe firmate dallo stesso studio.
La foto giusta da fare a Joe Jackson + Band a Roma — 12 novembre 2026
La foto giusta non è quella del palco. Sarà buia, sgranata, con le teste davanti, e ne esistono già diecimila identiche. La foto giusta si fa fuori, sul terrazzo praticabile che corre attorno alle tre sale, nel tratto compreso fra la Sala Santa Cecilia e la Sala Sinopoli, quello da cui si vedono i resti della villa romana.
L’inquadratura che funziona è questa: le pietre antiche in primo piano, in basso, e dietro la curva di uno dei gusci rivestiti in piombo che sale fuori campo. Due materiali, due epoche, nessuna didascalia necessaria. A novembre il buio arriva presto e l’illuminazione del complesso è accesa già dal tardo pomeriggio, quindi il momento buono è fra le 18 e 30 e le 19, quando il cielo conserva ancora un residuo di blu e le luci artificiali sono già dominanti. Una decina di minuti di finestra, non di più: se arrivi alle 19 e 45 il cielo è nero e la fotografia perde tutta la profondità.
Il piombo, dal punto di vista fotografico, è un materiale generoso. Non riflette come il metallo lucido e non assorbe come la pietra: restituisce una superficie opaca e leggermente irregolare che con luce radente mostra tutti i listelli. Se hai il telefono e non una macchina fotografica, la regola è semplice: avvicinati e blocca l’esposizione sulle pietre della villa, non sulle luci. Il telefono, lasciato fare, misura sui punti luce e ti restituisce delle rovine nere.
Una seconda inquadratura che merita, per chi arriva a piedi dal fiume, è quella dal Ponte della Musica al tramonto, con il Tevere in basso e la sagoma del complesso sullo sfondo. Funziona meglio in senso orizzontale e funziona solo prima che faccia completamente buio.
Dentro la sala, invece, la regola è una sola e conviene rispettarla: niente flash, niente riprese prolungate, e il telefono giù durante i pezzi. Non per moralismo, ma perché in una sala progettata per l’ascolto uno schermo acceso in platea è visibile da tutta la galleria. Se proprio vuoi una foto dall’interno, falla a luci accese prima dell’inizio, con la sala che si riempie: l’architettura sobria della Sinopoli, con la galleria che gira su tre lati, in quel momento fotografa benissimo.
Formazione e repertorio: cosa aspettarsi davvero
Un concerto di Joe Jackson nel 2026 è, prima di tutto, una questione di equilibrio fra quattro o cinque persone su un palco. La band con cui ha inciso il nuovo disco è la stessa con cui lavora a intermittenza dal 2016: Graham Maby al basso, Teddy Kumpel alla chitarra, Doug Yowell alla batteria, più le percussioni latine di Paulo Stagnaro. Jackson, al pianoforte e alla voce, ha sempre scritto pensando alla mano sinistra come a un secondo strumento ritmico, e con un bassista come Maby accanto quella mano sinistra può permettersi di andare altrove.
Sul repertorio non faccio previsioni di scaletta, perché sarebbero inventate e perché lui è l’ultimo artista al mondo di cui si possa prevedere una scaletta. Quello che si può dire con ragionevole certezza è la geografia del materiale disponibile. C’è il primo Jackson, quello nervoso e tagliente di Look Sharp! e I’m the Man, con Is She Really Going Out with Him? e It’s Different for Girls. C’è il Jackson newyorchese di Night and Day, quello di Steppin’ Out, Breaking Us in Two e Real Men, che è la sua zona più riconoscibile. C’è il Jackson maturo di Rain, Fast Forward e Fool. E c’è il materiale nuovo di Hope and Fury, a partire dai tre singoli che lo hanno preceduto: Welcome To Burning-by-Sea, Fabulous People e After All This Time.
Una cosa che vale la pena tenere a mente riguarda Steppin’ Out, perché è quasi certamente il brano per cui metà della sala avrà comprato il biglietto. È una canzone del 1982 nata da una New York che non esiste più, e lui lo ha detto in modo brutale in un’intervista del 2018: la città e lui hanno avuto una storia d’amore e adesso sono rimasti amici, ma devono comunque continuare a vedersi per restare tali. Ha aggiunto che la New York che conosceva alla fine del 1981 e nel 1982 non c’è più. Oggi vive a Berlino, pur mantenendo case a New York e a Portsmouth. Quando la sentirai partire in Sala Sinopoli, sappi che chi la suona ha un rapporto complicato con quel pezzo, e che è proprio per questo che continua a riarrangiarlo.
Sulla durata: un concerto con band in una sala da concerto, con inizio alle 20, si colloca di norma fra le due ore e le due ore e mezza, intervallo o bis compresi. La scaletta della serata romana non è nota, ma con quell’orario di inizio l’uscita ragionevole è fra le 22 e le 22 e 45. È un calcolo che serve soprattutto a chi deve prendere l’ultimo mezzo o organizzare un rientro fuori Roma.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
La Sala Sinopoli ha una data di nascita precisa e un primato che quasi nessuno le riconosce: fu la prima sala del complesso ad aprire, il 21 aprile 2002, mentre il resto dell’Auditorium arrivò soltanto il 21 dicembre dello stesso anno. Per otto mesi, in pratica, l’Auditorium Parco della Musica fu la Sala Sinopoli e basta.
Quella sera d’aprile ci fu anche un episodio che merita di essere ricordato. Goffredo Petrassi, allora molto avanti negli anni, volle assistere di persona all’inaugurazione, ed ebbe l’onore di una prima assoluta proprio in Sala Sinopoli: la sua Ouverture da Concerto per Orchestra, composta nel 1931, veniva eseguita per la prima volta a settantun anni di distanza dalla scrittura. Poco dopo, nel 2003, alla sua morte, la sala più piccola del complesso, fino ad allora chiamata genericamente Sala Settecento dal numero dei posti, venne intitolata a lui.
Il 21 dicembre 2002 fu la volta della Sala Grande, intitolata a Santa Cecilia, patrona della musica, inaugurata con un concerto dell’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia diretta da Chung Myung-whun. La cavea esterna, da tremila posti, è intitolata a Luciano Berio; il Teatro Studio, da 308 posti, a Gianni Borgna.
I primi mesi non furono trionfali su tutta la linea. Alcuni problemi di acustica emersero subito: il direttore d’orchestra Wolfgang Sawallisch, all’indomani dell’inaugurazione, dichiarò che il nuovo Auditorium era impressionante ma che della sala non lo convincevano il palcoscenico e l’acustica, e si registrarono problemi acustici anche al concerto di Ivano Fossati. Negli anni successivi furono apportate modifiche per ottimizzare la resa delle sale. Le critiche alla sala grande si concentrarono anche sul riscaldamento e sull’accessibilità: non essendo stato possibile intervenire nel sottosuolo, la Santa Cecilia poggia su un piano molto elevato rispetto al terreno e per raggiungere le gallerie ci sono soltanto due ascensori.
Dal 2006 l’Auditorium ospita la Festa del Cinema di Roma, che ogni autunno trasforma il complesso in un centro cinematografico per una decina di giorni. Dal 16 marzo 2010 trasmette Radio Parco della Musica, la web radio ufficiale della struttura; dal 4 ottobre 2011 esiste Auditorium TV, il canale YouTube con filmati d’archivio, interviste e incursioni nel backstage.
Nel 2020, dopo una riunione del consiglio comunale di Roma, è stata approvata l’intitolazione dell’Auditorium a Ennio Morricone. Da allora il nome completo del complesso è quello che leggi sul biglietto: Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone.
Sui numeri, due dati aiutano a capire di che scala parliamo. Nel 2016 la sola Fondazione Musica per Roma vi ha realizzato 608 eventi, esclusi quelli di natura congressuale, con 287.109 biglietti venduti. E i frequentatori totali del Parco della Musica nel 2014 sono stati calcolati in più di due milioni, il che lo ha confermato come prima struttura culturale europea per numero di visitatori e seconda al mondo dopo il Lincoln Center di New York. Quando entri per un concerto, entri in questo.
D’estate lo stesso complesso cambia completamente faccia: la cavea all’aperto ospita il Roma Summer Fest, che porta i grandi nomi internazionali sotto il cielo invece che sotto il piombo. La serata di Joe Jackson appartiene all’altra metà dell’anno, quella al chiuso, che a Roma è la meno raccontata e spesso la migliore.
Chi è passato da Joe Jackson + Band a Roma — 12 novembre 2026
La cosa più bella, qui, è che Joe Jackson stesso è già passato da questo indirizzo, e non una volta sola.
La prima volta documentata dal calendario della Fondazione Musica per Roma è mercoledì 19 marzo 2008, alle 21. Era il tour di Rain, il disco registrato a Berlino con Graham Maby e Dave Houghton e uscito nel gennaio di quell’anno. La presentazione dell’epoca lo inquadrava così: uno dei tre artisti britannici che, insieme a Elvis Costello e Graham Parker, sfidarono la scena punk e portarono il suono new wave negli Stati Uniti alla fine degli anni Settanta.
La seconda volta è mercoledì 31 ottobre 2012, sempre alle 21, ed è una serata di tutt’altra natura: Joe Jackson & The Bigger Band feat. Regina Carter, dentro il Roma Jazz Festival, in esclusiva, con l’album dedicato a Duke Ellington. Jackson presentò i classici di uno dei più grandi maestri dell’era dello swing filtrandoli attraverso la propria immaginazione, con groove e sonorità inattese, in una fusione di stili che rivendicava la stessa libertà che era stata di Ellington. Alla partita c’era la violinista Regina Carter, che di quel repertorio è una delle interpreti più riconoscibili in circolazione.
Diciotto anni fra la prima volta e questa, quattordici dalla seconda. Chi era in sala nel 2008 e nel 2012 troverà un uomo diverso, con una band diversa, e un catalogo cresciuto di sei album. Ma la ragione per cui l’Auditorium continua a chiamarlo è sempre la stessa: la programmazione del complesso ha fatto della musica d’autore, del jazz e delle contaminazioni una delle sue linee portanti, e Jackson di quella linea è quasi la definizione vivente.
Se allarghi lo sguardo alla Sala Sinopoli in generale, il tipo di pubblico e il tipo di serata si capiscono meglio guardando cosa passa da lì nell’arco di una stagione: musica classica e da camera, jazz italiano e internazionale, cantautori, musica del mondo, teatro di parola, incontri con autori, proiezioni. È una sala che nel giro di una settimana può ospitare un quartetto, un monologo e un concerto elettrico, ed è per questa ragione che è stata progettata adattabile.
Nello stesso complesso, nel corso dell’anno, si alternano le stagioni dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, una delle più antiche istituzioni musicali al mondo, con un corpo accademico di settanta membri effettivi e trenta onorari, e la programmazione della Fondazione Musica per Roma, nata il 19 luglio 2004 dalla trasformazione della società per azioni istituita nel 1999. Fra i soci fondatori della Fondazione ci sono il Comune di Roma, che ha concesso in uso l’immobile per novantanove anni, la Camera di Commercio, la Provincia di Roma e la Regione Lazio. Detta in modo meno burocratico: la sera del 12 novembre entrerai in un edificio pubblico, costruito dopo cinquantasei anni di discussioni, per ascoltare un cantautore inglese che ha cominciato suonando nei bar di Portsmouth a sedici anni.
Novembre a Roma, fuori dalla sala
Novembre a Roma è il mese che i romani amano e i turisti evitano. Le giornate sono corte, il buio arriva verso le 17, e la probabilità di pioggia è la più alta dell’anno insieme a ottobre. In compenso la città è vuota come non sarà più fino a gennaio, le file ai musei sono ragionevoli e la luce, nelle giornate limpide, è quella bassa e dorata che d’estate non esiste.
Per una serata all’Auditorium questo significa tre cose pratiche. La prima: cappotto sì, ombrello anche, e scarpe che tengano l’acqua, perché il tratto fra la fermata del tram e l’ingresso si fa a piedi e i sampietrini bagnati del Villaggio Olimpico non perdonano. La seconda: il terrazzo esterno del complesso, quello con le rovine, è scoperto, quindi la passeggiata prima del concerto dipende dal meteo e va decisa il giorno stesso. La terza: la temperatura interna della sala è alta, quindi vestiti a strati e usa il guardaroba.
Se stai costruendo un fine settimana lungo attorno a questa data, ti segnalo che novembre 2026 a Roma è denso di concerti. Il 3 novembre c’è Malika Ayane all’Auditorium Conciliazione; Francesco De Gregori tiene una lunga residenza al Teatro Sala Umberto fino al 15 novembre; il 13 novembre, il giorno dopo Joe Jackson, ci sono Aiello all’Atlantico e Mara Sattei; il 14 c’è Gigi D’Alessio al Palazzo dello Sport; il 16 doppia serata con i Blue per il venticinquesimo anniversario e con Hans Zimmer by Ensemble Symphony Orchestra; il 20 Michele Bravi al Brancaccio; il 29 Belle and Sebastian all’Orion di Ciampino. A dicembre, sempre all’Auditorium, c’è la lunga serie di Max Gazzè dal 26 al 30 dicembre, e il 14 dicembre Glen Hansard.
Per chi invece vuole restare in zona anche il giorno dopo, il triangolo Flaminio, Villaggio Olimpico e Valle Giulia si percorre interamente a piedi: MAXXI, Villa Giulia, Ponte della Musica e Foro Italico. Con la Galleria Borghese a un quarto d’ora di distanza e la Casa del Cinema dentro il parco, è una delle porzioni di città più dense di cose da vedere che Roma abbia, e in novembre è anche una delle meno affollate.
Le domande più frequenti
A che ora si entra in sala?
Il concerto è dato per le 20. L’Auditorium, nell’orario invernale in vigore da ottobre a marzo, è aperto dalle 11 alle 20, quindi il complesso è accessibile molto prima. L’apertura delle porte della sala avviene in genere nella mezz’ora precedente l’inizio.
Quanto costa il biglietto?
I prezzi partono da 46 euro. Il costo effettivo dipende dal settore scelto e dai diritti di prevendita applicati dal circuito di vendita.
È un concerto con posti a sedere?
Sì. La Sala Sinopoli ha 1133 posti a sedere numerati, con una galleria che corre su tre dei quattro lati.
Qual è il posto migliore?
Il centro della platea nelle file intermedie è la scelta più equilibrata. Le posizioni laterali di galleria danno la visuale migliore sulle mani al pianoforte. Le prime file sono molto vicine al palco e sbilanciano l’ascolto verso gli strumenti acustici.
Come ci arrivo con i mezzi?
Metro A fino a Flaminio, poi tram 2 fino a Flaminia/Reni o Apollodoro, e pochi minuti a piedi. Davanti all’ingresso fermano anche le linee di autobus 910, 982, 53 e, nei giorni feriali, la 168.
Conviene venire in macchina?
No, se puoi evitarlo. I parcheggi interni sono pochi e cari, e nelle sere di concerto le auto occupano tutto il Villaggio Olimpico. Meglio lasciare l’auto in zona Flaminio o vicino a piazza Mancini e fare l’ultimo tratto con il tram.
Si può fotografare durante il concerto?
Le regole le stabilisce l’organizzazione serata per serata e vanno verificate all’ingresso. In ogni caso, in una sala progettata per l’ascolto il flash e le riprese prolungate sono fuori luogo, e il pubblico dell’Auditorium tende a farlo notare.
C’è un guardaroba?
Sì, e a novembre conviene usarlo: la sala si scalda in fretta e tenere il cappotto addosso per due ore rovina la serata a te e a chi hai dietro.
Quanto dura il concerto?
La durata ufficiale della serata romana non risulta pubblicata. Per un concerto con band in una sala da concerto, con inizio alle 20, l’uscita si colloca ragionevolmente fra le 22 e le 22 e 45.
Vale la pena arrivare prima?
Sì, e non per la fila. Il terrazzo che gira attorno alle tre sale, con la vista sui resti della villa romana fra Santa Cecilia e Sinopoli, è la cosa più bella del complesso ed è gratis.
Il giudizio finale, dopo molte serate passate in quella sala, è che questa sia una delle occasioni migliori dell’autunno romano e che il motivo non riguardi soltanto il nome sul cartellone. Joe Jackson è un musicista che ha passato quarantasette anni a rifiutare di diventare la copia di se stesso, e la Sala Sinopoli è una scatola costruita apposta per far sentire le differenze fra un arrangiamento e l’altro. Le due cose insieme, un giovedì sera di novembre, con mille persone sedute in silenzio e un pianoforte al centro del palco, sono esattamente il tipo di serata per cui questo edificio è stato immaginato dopo cinquantasei anni di discussioni. Non serve essere un fan della prima ora: serve arrivare presto, fare il giro del terrazzo e poi lasciare che la sala faccia il suo lavoro.
Domande frequenti su Joe Jackson + Band a Roma, 12 novembre 2026
Quando si tiene il concerto di Joe Jackson a Roma?
Il concerto di Joe Jackson a Roma è fissato per giovedì 12 novembre 2026, con inizio alle ore 20. È l'unica data annunciata a Roma della seconda parte del tour legato all'album Hope and Fury, uscito nell'aprile 2026.
Dove si tiene il concerto?
Il concerto si tiene in Sala Sinopoli, dentro l'Auditorium Parco della Musica, in viale Pietro de Coubertin 30. La Sala Sinopoli, inaugurata il 21 aprile 2002, è la prima delle tre sale del complesso ad avere aperto, otto mesi prima delle altre due.
Quanto costa il biglietto?
I biglietti per il concerto di Joe Jackson partono da 46 euro, con la biglietteria ufficiale della Fondazione Musica per Roma come canale di riferimento. Il costo effettivo varia poi in base al settore scelto dentro la sala.
A che ora si apre la sala?
Il concerto è dato per le 20:00 e l'apertura delle porte della Sala Sinopoli avviene in genere nella mezz'ora precedente l'inizio. L'Auditorium, nell'orario invernale in vigore da ottobre a marzo, è comunque accessibile dalle 11 alle 20, quindi il complesso si può visitare molto prima del concerto.
Come si arriva all'Auditorium Parco della Musica?
La stazione della metropolitana più vicina è Flaminio, sulla linea A, ma non è vicina: da lì all'ingresso di viale de Coubertin ci sono circa venti minuti a piedi. È un punto debole noto fin dalla progettazione del complesso, quindi conviene mettere in conto tempi di avvicinamento più lunghi del previsto.
Perché conviene arrivare un'ora prima del concerto?
Conviene arrivare un'ora prima, non quaranta minuti, non tanto per la fila ai controlli, che a novembre in una sala interna è di solito rapida, quanto perché l'Auditorium è uno dei pochi luoghi di spettacolo romani in cui la cosa da fare prima del concerto si trova dentro il complesso stesso: il vasto terrazzo praticabile che gira intorno alle tre sale.
Chi suona con Joe Jackson in questo tour?
La band con cui Joe Jackson ha inciso il nuovo disco Hope and Fury e con cui suona a Roma è la stessa con cui lavora a intermittenza dal 2016: Graham Maby al basso, Teddy Kumpel alla chitarra, Doug Yowell alla batteria, con l'aggiunta delle percussioni latine di Paulo Stagnaro.
Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P. Per una serata organizzata a Roma con accompagnatore turistico abilitato, trasferimenti inclusi, si parte dalla pagina contatti di TourLeaderPro; i tour operator che costruiscono itinerari musicali fra l’Auditorium, il centro e i quartieri del Novecento trovano il servizio di consulenza nella sezione dedicata ai tour operator.
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