Campo dei Miracoli
Ci sono indirizzi romani che promettono più di quanto mantengono, e indirizzi che mantengono molto più di quanto promettano. Via Poggio Verde 455 appartiene alla seconda categoria, e il fatto che il posto si chiami Campo dei Miracoli non aiuta a capirlo: il nome fa pensare alla piazza di Pisa, oppure alla favola di Collodi, e invece non c'entrano né la torre pendente né il Gatto e la Volpe. Siamo a Corviale, periferia sud-ovest di Roma, municipio XI, a un paio di chilometri dal Grande Raccordo Anulare, e il Campo dei Miracoli è un centro sportivo. Un centro sportivo molto particolare, costruito con legno e argilla invece che con il cemento, nato nel 2009 dentro uno dei quartieri di edilizia popolare più discussi d'Europa, e diventato negli anni una delle poche cose di cui a Corviale si parla senza dover abbassare la voce.
Lo dico subito, perché è giusto che chi legge sappia dove sta mettendo i piedi: il Campo dei Miracoli non è un monumento, non è un museo, non è una chiesa barocca. È la sede operativa di un'associazione sportiva dilettantistica senza scopo di lucro che si chiama Calciosociale, e la sua ragione sociale completa è Campo dei Miracoli - centro sportivo Valentina Venanzi. Non si compra un biglietto e non si entra a orario continuato per ammirare qualcosa. Eppure è uno dei luoghi più interessanti di questo quadrante di Roma, e la ragione è tutta architettonica, sociale e - lasciatemelo dire senza retorica - civile. Chi arriva fin qui trova un edificio che è stato inserito in Open House Roma, il festival internazionale di architettura che apre gratuitamente le porte di edifici notevoli in venti città del mondo, da Londra a New York. Non capita a molti campi di calcio di periferia.
Nelle righe che seguono racconto tre cose in ordine: che cosa è esattamente il Campo dei Miracoli e come funziona; che cos'è Corviale, il quartiere che lo contiene, con la sua storia urbanistica clamorosa e i suoi mille anni di campagna romana alle spalle; e che cosa c'è intorno da vedere davvero, perché il quadrante fra la via Portuense e la via di Bravetta nasconde casali seicenteschi, riserve naturali, catacombe, un forte ottocentesco che è un luogo di memoria nazionale e una tenuta papale di caccia che apparteneva al capitolo di San Pietro. Il grosso della sorpresa, per chi viene da fuori, è proprio qui.
Campo dei Miracoli: dove si trova esattamente
L'indirizzo è via Poggio Verde 455, 00148 Roma. Via Poggio Verde è una delle quattro strade che delimitano il complesso residenziale del Nuovo Corviale, insieme a via Ettore Ferrari, via Marino Mazzacurati e via dei Sampieri: significa che il Campo dei Miracoli si trova letteralmente all'ombra del Serpentone, l'edificio lungo 986 metri che dagli anni Ottanta è diventato, nell'immaginario collettivo italiano, il simbolo stesso della periferia romana. Chi arriva la prima volta ha una reazione quasi obbligata: guarda il muro di cemento lungo un chilometro che gli corre accanto, poi guarda il cancello del centro sportivo, e capisce che il contrasto non è casuale ma è esattamente il punto.

Dal punto di vista amministrativo siamo nella zona urbanistica 15F Corviale, che si estende sul suburbio S. VIII Gianicolense e appartiene al Municipio Roma XI. La zona confina a nord con il Buon Pastore, a est con i Colli Portuensi, a sud con il Trullo e a ovest con la Magliana. È un quadrante che i romani del centro conoscono poco e attraversano ancora meno, e che invece ha una densità di storia sorprendente: sotto l'asfalto e sotto i prati ci sono la via Portuense antica, le tenute del capitolo vaticano, i fossi che scendono al Tevere e i boschi residui della Silva Maesia, la selva che in età classica occupava tutta la sponda destra del fiume dall'Urbe fino al mar Tirreno.
Il rapporto con la via Portuense
La via Portuense è la spina dorsale di tutto il quadrante ed è una strada consolare vera, non una circonvallazione moderna con un nome altisonante. Collegava Roma a Portus, il porto imperiale di Claudio e Traiano alla foce del Tevere, e ha dato il nome al quartiere Portuense (il Q. XI, uno dei primi quindici quartieri nati nel 1911 e istituiti ufficialmente nel 1921) e al suburbio S. VII. Il Campo dei Miracoli si trova poco a monte della Portuense, sulla collina che sale verso la Casetta Mattei: chi arriva in automobile dal Raccordo o dalla città imbocca quasi sempre la Portuense e poi sale.
Le coordinate mentali per orientarsi
Se dovessi spiegare la posizione a qualcuno che conosce solo la Roma da cartolina, direi così: prendete piazza San Pietro, tiratene una linea verso sud-ovest per una decina di chilometri, superate Monteverde e la Villa Doria Pamphilj, scavalcate i Colli Portuensi, e vi trovate sull'altopiano che digrada verso il Tevere fra la Portuense e la Bravetta. Da alcuni punti di questo altopiano la cupola di San Pietro si vede benissimo, in fondo, piccola e nitida: è un dettaglio che i progettisti seicenteschi delle ville di qui avevano calcolato con precisione, e che chi passeggia nella Riserva della Valle dei Casali ritrova ancora oggi intatto.
Come si arriva a Campo dei Miracoli
Nessuna metropolitana arriva a Corviale, e questo è uno dei nodi storici del quartiere: le due linee A e B della metropolitana romana passano lontano, e l'intero quadrante dipende dagli autobus di superficie e dalla ferrovia regionale che corre lungo il Tevere. Il modo più semplice per arrivare con i mezzi pubblici è raggiungere la stazione di Roma Trastevere oppure la stazione della Magliana e da lì prendere un autobus in direzione Corviale-Casetta Mattei: gli autobus percorrono la via Portuense e poi salgono lungo via della Casetta Mattei o via Poggio Verde, e le fermate sono a poche decine di metri dai cancelli del centro sportivo. Le linee cambiano con una certa frequenza e conviene verificarle il giorno stesso sull'applicazione del trasporto pubblico romano, perché in questo quadrante le deviazioni per lavori sono una costante.
In automobile è più semplice di quanto sembri: dal Grande Raccordo Anulare l'uscita di riferimento è quella della via Portuense, poi si sale verso Corviale seguendo le indicazioni per il centro commerciale Casetta Mattei, che è il punto di riferimento che tutti conoscono in zona. Il parcheggio non è un problema, e questa è una delle rare notizie liete che si possono dare a un automobilista a Roma: qui gli spazi ci sono, l'urbanistica degli anni Settanta aveva previsto un intero piano interrato di parcheggi sotto il Serpentone e le strade perimetrali sono larghe.
Quanto tempo ci vuole dal centro
Dal centro storico servono realisticamente fra i quaranta e i sessanta minuti con i mezzi pubblici, a seconda della coincidenza, e fra i venti e i trentacinque in automobile fuori dalle ore di punta. Non è una gita che si improvvisa in mezz'ora fra il Pantheon e Trastevere: è una mezza giornata, e va organizzata come tale. La buona notizia è che nel raggio di tre chilometri ci sono abbastanza cose da vedere da giustificare ampiamente il viaggio, e ne parlo diffusamente più avanti.
Un avvertimento pratico sugli orari
La segreteria di Calciosociale riceve il pubblico dal lunedì al venerdì, la mattina dalle 9 alle 13 e il pomeriggio dalle 16 alle 19.30. Questi sono gli orari degli uffici, non quelli di una biglietteria: il Campo dei Miracoli è una struttura sportiva in attività , con allenamenti, campionati, gruppi scolastici e attività educative, e l'accesso di chi non è iscritto va concordato. Il telefono e l'indirizzo di posta elettronica sono pubblicati sul sito dell'associazione, e una telefonata prima di mettersi in viaggio risparmia un'ora di autobus.
Che cos'è davvero Campo dei Miracoli
Calciosociale nasce nel 2005 come società sportiva dilettantistica senza scopo di lucro. Il suo fondatore è Massimo Vallati, ex calciatore ed ex ultras, che decide di applicare una idea semplice e piuttosto radicale: se il calcio è il fenomeno sociale e mediatico più potente che abbiamo, allora cambiare le regole del calcio è un modo per provare a cambiare le regole del mondo. Nel 2009, con il lavoro di volontari, istituzioni, aziende e cittadini, quell'idea prende un corpo fisico: nasce il Campo dei Miracoli, su un'area pubblica che era stata completamente abbandonata, dentro il quartiere di Corviale.
La formula che l'associazione usa per definirsi è "trasformiamo i campi di calcio in palestre di vita", e il motto è ancora più netto: vince solo chi custodisce. Custodire l'ambiente, custodire le relazioni, custodire sé stessi. Detta così può suonare come lo slogan di una campagna pubblicitaria, e invece è la traduzione letterale di un regolamento sportivo che esiste, che si applica ogni settimana e che assegna punti veri in classifica. Su questo torno fra poco, perché è la parte più interessante di tutta la faccenda.
I numeri dell'esperienza
L'associazione dichiara circa tremila fra ragazzi e famiglie coinvolti, nove esperienze di calciosociale attive in Italia e quattro in Europa. In Italia il metodo è arrivato oltre che a Roma anche a Montevarchi e a Empoli in Toscana, a Napoli nel quartiere di Scampia, a Quartu Sant'Elena in Sardegna e a Carsoli in Abruzzo. Ogni anno vengono organizzati gemellaggi e campi estivi che mettono in contatto le diverse esperienze, e il Campo dei Miracoli di Corviale funziona da casa madre di tutta la rete.
Non è un impianto commerciale, ed è bene dirlo
Vale la pena essere chiari su un punto che a Roma genera confusione infinita: il Campo dei Miracoli non è un centro sportivo privato che affitta il campetto all'ora ai gruppi di amici del giovedì sera. È la sede di un'organizzazione del terzo settore che vive di donazioni, del cinque per mille, di progetti finanziati da enti pubblici e fondazioni, e in parte dell'uso della struttura da parte di aziende per eventi, meeting e attività di formazione. Chi vuole sostenere il lavoro può farlo, chi vuole visitare la struttura può chiedere, chi vuole iscrivere un figlio alla scuola calcio può farlo. Chi cerca semplicemente un campo a nolo probabilmente sbaglia indirizzo, e sbaglia anche l'idea del posto.
Le regole del gioco che si praticano a Campo dei Miracoli
Qui la faccenda diventa affascinante, e vi chiedo di seguirmi perché non è una stranezza folkloristica: è un impianto pedagogico costruito con una certa precisione. Al Campo dei Miracoli il calcio si gioca con regole riscritte da capo, e tutte le regole hanno lo stesso scopo dichiarato, cioè favorire la cura delle relazioni rispetto alla semplice competizione sportiva.
Le squadre sono miste: ragazzi e ragazze giocano insieme, di qualunque età , origine e religione. Non c'è l'arbitro: le decisioni le prendono i giocatori, il che significa che ogni fallo dubbio diventa una negoziazione e ogni negoziazione diventa un esercizio. I rigori li tirano i giocatori più deboli, e questa è la regola che spiazza di più chi la sente per la prima volta: nel calcio normale il rigore lo batte il più forte, qui lo batte chi ha meno tecnica, e la squadra deve fare i conti con questa asimmetria invece di aggirarla. E soprattutto le partite non si giocano solo in campo: si giocano anche fuori dal campo, dove i punti si conquistano con azioni di cittadinanza attiva, con il recupero di spazi degradati, con incontri e laboratori su legalità , inclusione e tutela dell'ambiente.
Che cosa cambia davvero, in pratica
Il risultato è che la classifica del campionato non premia chi segna di più. Lo ha detto meglio di me il giornalista Domenico Iannacone, che al Campo dei Miracoli ha dedicato due puntate del suo programma televisivo su Rai 3: "In questo campo, dove tutti possono giocare, non vince chi segna di più ma chi più si prende cura delle cose e degli altri". È una frase che sembra un manifesto e invece è la descrizione tecnica di un regolamento.
Il torneo cambia tema ogni anno
Ogni edizione del campionato è dedicata a un tema, e le squadre prendono il nome di persone legate a quel tema. In una edizione il filo è stata la tutela dell'ambiente, e i ragazzi hanno portato sulle maglie i nomi di donne e uomini che si sono battuti per essa. Nel 2026 il tema è la libertà di stampa, e le squadre portano i nomi di giornalisti e cronisti che hanno pagato con la vita o hanno lottato per raccontare la verità : Enzo Baldoni, Simone Camilli, Ilaria Alpi, Pippo Fava, Mario Francese, Elena Milashina, Sai Zaw Thaike e altri. Chi indossa quella maglia deve sapere chi era la persona il cui nome porta sulle spalle, e questo fa parte del gioco tanto quanto il pallone.
L'architettura di Campo dei Miracoli: un edificio senza cemento
Adesso arriviamo alla parte che interessa chi ama l'architettura, e che giustifica da sola il viaggio. La sede del Campo dei Miracoli è costruita con legno, argilla, canapa e canniccio, con pannelli solari e con un impianto geotermico. L'associazione lo dice con una formula che ha il pregio della brevità : nel Campo dei Miracoli non c'è cemento. Ed è un'affermazione che assume tutt'altro peso quando si considera che l'edificio sorge esattamente sotto novecentottantasei metri di setti in cemento armato, cioè sotto il monumento involontario alla fiducia italiana nel calcestruzzo.
Il centro viene descritto come il primo esperimento di architettura sociale in una periferia romana, ed è stato costruito secondo criteri di bioarchitettura. Proprio per queste caratteristiche è stato inserito nel programma di Open House Roma, il festival internazionale di architettura sviluppato in quattro continenti e in venti città , che una volta l'anno apre gratuitamente le porte di centinaia di edifici notevoli e propone visite guidate. E ha ricevuto il Premio per lo sviluppo ecosostenibile a Ecomondo, la fiera internazionale dedicata ai progetti che si distinguono per innovazione ed efficacia nello sviluppo sostenibile.
Le misure degli spazi
Lo spazio interno principale misura 18 metri per 38, con un'altezza di 7 metri: sono le dimensioni che permettono di ospitare eventi di una certa scala, e sono anche le dimensioni che un architetto legge immediatamente come un volume unico non frazionato. La sala polifunzionale misura 9 metri per 5,60 ed è dotata di impianto geotermico, il che significa temperatura stabile d'inverno e d'estate senza consumo forsennato di energia. L'intero pavimento interno è ricoperto con parquet di faggio naturale.
Nessuna barriera architettonica
Un dettaglio che di solito passa inosservato e che invece qui è strutturale: l'edificio non ha barriere architettoniche. La combinazione fra l'assenza di barriere e la varietà degli sport praticabili significa che la struttura è accessibile davvero a chiunque, e non nel senso pubblicitario del termine. In un quartiere dove il quarto piano di un edificio di nove piani è stato per decenni un problema di accessibilità in sé, questo non è un dettaglio decorativo.
Il tetto di cortecce di Campo dei Miracoli
Se dovessi scegliere un solo elemento del Campo dei Miracoli da raccontare a chi non ci verrà mai, sceglierei il tetto. La copertura in cemento grigio dell'edificio misura novecento metri quadrati, e su quei novecento metri quadrati sono state applicate cinquemila scorze d'albero. La scorza, cioè la corteccia, è normalmente uno scarto della lavorazione del legno: finisce nei camini e nelle stufe. Qui è stata scortecciata, frollinata, verniciata e trasformata in materiale da rivestimento, dando vita a quello che l'associazione rivendica come il primo tetto al mondo realizzato interamente con scorze d'albero.
La parte più toccante è il metodo. Ogni corteccia è stata lavorata a mano da persone e associazioni di tutta Italia, dal sud al nord: ragazzi, bambini, volontari e abitanti del quartiere. Ogni scorza è diversa da tutte le altre - perché le cortecce sono così, non esistono due alberi identici - e insieme compongono una superficie unica. Ci sono voluti mesi e mesi di lavoro. Il risultato è che gli abitanti di Corviale guardano quel tetto e sanno che una parte di esso l'hanno fatta loro, il che è una definizione di riqualificazione urbana molto più solida di parecchi piani regolatori.
Perché un tetto conta più di una facciata
A Corviale il tetto ha un significato aggiuntivo che chi arriva da fuori non coglie subito. Il Serpentone è alto trentasette metri, e da parecchi appartamenti dei piani alti si guarda in basso. Vuol dire che il tetto del Campo dei Miracoli non è una quinta scenica per i passanti: è la superficie che centinaia di famiglie vedono ogni giorno dalla finestra della cucina. Rivestirlo di legno invece di lasciarlo grigio è stata una scelta rivolta a loro, non ai visitatori. È architettura pensata dal punto di vista di chi la guarda dall'alto, e conosco pochi altri casi romani in cui questo sia stato fatto consapevolmente.
I campi da gioco di Campo dei Miracoli
I campi da calcio della struttura storica sono due: un campo a 7 che misura 41 metri per 31 e un campo a 8 che misura 55 metri per 35. Sono superfici ecosostenibili, realizzate con un brevetto Limonta e con un intaso di sughero, cocco e olio di lino: nessuna delle tre parole appartiene al vocabolario abituale dei campi in erba sintetica, e la scelta è coerente con tutto il resto dell'edificio.
Per i campi nuovi l'associazione ha adottato una strada diversa e altrettanto interessante: l'uso di materiali che derivano dal riciclo degli pneumatici fuori uso. È il principio dell'economia circolare applicato a un campo di calcio, e non è un'invenzione locale ma una pratica che diverse società sportive italiane hanno adottato negli ultimi anni. Fra i sostenitori del progetto compare infatti anche il consorzio che in Italia si occupa proprio della gestione degli pneumatici a fine vita.
Perché le misure contano
Un campo a 7 di 41 metri per 31 e un campo a 8 di 55 per 35 non sono misure regolamentari da stadio, e non devono esserlo: sono le misure che servono per far giocare bambini e ragazzi in gruppi piccoli, dove ognuno tocca il pallone molte volte per partita. È esattamente la logica del metodo di allenamento che la scuola calcio della struttura adotta, il FUNiño, cioè il gioco in campi ridotti con squadre ridotte, che è il metodo con cui sono cresciuti nella cantera del Barcellona giocatori come Xavi, Iniesta e Messi. Chi conosce la didattica del calcio giovanile sa che la differenza fra un ragazzino che tocca il pallone otto volte in una partita e uno che lo tocca ottanta volte è tutto.
Il campo a 11 di Campo dei Miracoli
Per anni il limite della struttura è stato anagrafico prima ancora che sportivo. I ragazzi cresciuti nella scuola calcio, superati i tredici anni, dovevano andarsene: senza un campo a 11 non si partecipa ai tornei federali, e il percorso educativo cominciato al Campo dei Miracoli si interrompeva proprio nell'età in cui interromperlo fa più danno. Costruire un campo regolamentare da undici contro undici, in una periferia, senza denaro pubblico ordinario, è stato il progetto che l'associazione ha inseguito per un decennio, finanziandolo anche con una campagna di raccolta fondi in cui si potevano letteralmente comprare le zolle del prato.
Il 26 febbraio 2022 il campo a 11 è stato inaugurato. È il primo campo regolamentare di calcio a 11 di Corviale, e per il quartiere ha un significato che va oltre lo sport: significa che le squadre vengono qui invece di andarsene da qui. Alla mattina dell'inaugurazione ha partecipato il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, le cui parole ai ragazzi sono state riportate dall'associazione e meritano di essere lette per intero: "Quello che emerge dalle regole di Calciosociale è l'importanza di fare del momento del gioco, dell'incontro, un luogo di amicizia che si sviluppa, che cresce, un luogo di rispetto reciproco fra tutte le persone, un moto di fiducia. Non perdete queste abitudini, ragazzi. Non perdete questi criteri, aiutatevi sempre fra di voi, abbiate fiducia reciproca. Perché se questo si afferma nella società , poi si afferma sempre anche tra gli adulti".
Chi ha reso possibile il campo a 11
La rete dei sostenitori del campo a 11 dice molto sulla natura ibrida di questa esperienza, che tiene insieme enti pubblici, federazioni sportive, fondazioni bancarie e assicurative e imprese private: Ater Roma, Sport e Salute, Regione Lazio, Istituto per il Credito Sportivo, la Federazione Italiana Giuoco Calcio, il consorzio per gli pneumatici fuori uso, la Fondazione Ania, Acea, Acqua Lete, adidas, Unicusano e Duferco. In un Paese in cui l'impiantistica sportiva di base è ferma da decenni, un campo costruito con questa composizione di forze è un caso di studio.
Il calcio femminile
Uno dei tre pilastri dichiarati del progetto del campo a 11 riguarda le ragazze. La scuola calcio è maschile e femminile fin dall'inizio, e con il campo nuovo l'associazione ha impostato una campagna esplicitamente rivolta a scardinare gli stereotipi di genere nell'accesso al calcio. Chi ha frequentato campi di periferia negli anni Novanta sa quanto questa cosa fosse impensabile allora, e quanto sia ancora tutt'altro che scontata adesso.
La Curva dei Miracoli
Il 21 ottobre 2025 al Campo dei Miracoli è nata la Curva dei Miracoli, presentata dall'associazione come la prima curva antimafia d'Italia. Non è soltanto una gradinata in più: è una scelta di linguaggio, e per chi conosce il mondo del tifo organizzato italiano è una scelta piuttosto ardita. La curva, nel lessico calcistico, è il settore dove il tifo si organizza, e negli ultimi quarant'anni è stata anche il luogo in cui si sono radicate dinamiche di violenza e, in alcune città , di infiltrazione criminale. Prendere quella parola e ribaltarla - una curva etica, positiva e gioiosa, dove si balla, si canta e si produce cultura della legalità - è un'operazione che ha senso solo se la fa qualcuno che quel mondo lo conosce dall'interno. Il fondatore di Calciosociale, ricordiamolo, è un ex ultras.
La curva ha anche una funzione pratica banale e importante: aumenta i posti a sedere, e quindi permette al Campo dei Miracoli di accogliere più persone durante le partite. Il tifo per i ragazzi diventa un fatto di comunità , e le domeniche del quartiere acquistano un luogo dove stare. In una zona dove i luoghi di aggregazione all'aperto si contano sulle dita di una mano, una gradinata nuova vale più di quanto sembri.
Che cosa si vede da lassù
Dalla curva si vede il campo, ovviamente, ma si vede anche il profilo del Serpentone che chiude l'orizzonte a nord. È una delle inquadrature più efficaci della Roma contemporanea: in primo piano un prato verde e dei ragazzini, sullo sfondo un chilometro di cemento armato del 1975. Non serve un commento, l'immagine parla da sola.
La scuola calcio di Campo dei Miracoli
Le attività educative della struttura si articolano su due gambe. La prima è l'Accademia del Talento, che l'associazione definisce la prima scuola calcio fondata sui principi del calciosociale: accanto agli allenamenti tecnici e alla preparazione atletica, i ragazzi seguono una volta a settimana un percorso formativo su fair play, inclusione e antirazzismo, e vengono inseriti nel torneo di calciosociale. L'obiettivo dichiarato è crescere campioni nello sport e nella vita, formula che sarebbe insopportabile se non fosse accompagnata da un regolamento che la traduce in punti.
La seconda è la Miracoli Football Club, la scuola calcio maschile e femminile che rappresenta l'evoluzione della prima. Gli iscritti partecipano un giorno a settimana al campionato di calciosociale e per il resto seguono allenamenti con il metodo FUNiño. La società tecnica che veste la Miracoli FC è adidas, che ha scelto Calciosociale in coincidenza con gli Europei di calcio ospitati anche a Roma, e ne è diventata partner tecnico.
Chi può iscriversi
Le attività educative si rivolgono a bambini e ragazzi dai 5 ai 17 anni, e uno degli obiettivi espliciti del campo a 11 era proprio ampliare questa fascia rendendo possibile la continuità oltre i tredici anni. Le informazioni sulle iscrizioni si chiedono alla segreteria, negli orari di apertura al pubblico.
Il volontariato
Chi ha compiuto diciotto anni e vuole dare una mano può candidarsi come volontario: le aree sono il torneo di calciosociale, le attività dell'Accademia del Talento, la raccolta fondi e la comunicazione. La procedura prevede una candidatura scritta e un colloquio con lo staff, il che è un modo educato per dire che il volontariato qui non è un pomeriggio di beneficenza ma un impegno con un calendario.
I progetti che passano da Campo dei Miracoli
Un centro sportivo che fosse solo un centro sportivo non avrebbe una lista di progetti finanziati da ministeri, fondazioni e dalla Commissione europea. Il Campo dei Miracoli invece è la base operativa di una quantità notevole di iniziative, e vale la pena scorrerle perché raccontano meglio di qualunque descrizione che cosa succede davvero dentro quei cancelli.
CROSS, il progetto europeo
CROSS, acronimo di Cohesion and Re-integration Opportunities through Social Soccer, è stato finanziato dall'agenzia EACEA della Commissione europea nell'ambito della call "Collaborative Partnership" del programma Erasmus+ Sport, con un finanziamento di 398.125,60 euro. Il progetto ha costruito una rete in cinque Paesi membri, con Calciosociale come capofila, insieme all'Università di Roma Tor Vergata, al College West Anglia in Inghilterra, al Debreceni Honved SE in Ungheria, allo SC Levski in Bulgaria e a Stockle Sport and Care in Germania. Che una associazione nata in una periferia romana faccia da capofila di un consorzio europeo su cinque Paesi non è ordinaria amministrazione.
Il Triangolare della spiritualitÃ
Realizzato con il Dipartimento per le Pari Opportunità attraverso l'UNAR, il Triangolare ha messo in relazione tre associazioni di tre città molto diverse per dimensione, regione e composizione della popolazione straniera: Roma con il quartiere Corviale, Empoli e Quartu Sant'Elena. Alla fine di tre mesi di lavoro condiviso, più di cento ragazzi provenienti da Sardegna, Toscana, Marche e Piemonte si sono ritrovati al Campo dei Miracoli per confrontarsi sull'integrazione e sulla conoscenza reciproca, anche attraverso i patrimoni culturali e gastronomici delle minoranze coinvolte.
Palestre di vita
Il progetto ha organizzato tornei simultanei a Grosseto, Empoli, Roma e Modica, con più di trecento partecipanti divisi in squadre miste composte da ragazzi e ragazze fra gli undici e i diciotto anni e da donne e uomini fino ai settanta. Le partite fuori dal campo sono state azioni di recupero di spazi urbani. Il finanziamento è arrivato dall'Ufficio per lo Sport della Presidenza del Consiglio.
Periphery Organizing
Un progetto di comunità educante che ha messo insieme Corviale, Tor Bella Monaca e Tor San Lorenzo, con una decina di partner fra cui l'Università di Roma Tor Vergata, e che ha applicato il metodo del community organizing: la formazione di leader locali e la costruzione di coalizioni civiche per la rigenerazione urbana e l'inclusione. Il finanziatore è stata la Fondazione Con i Bambini, l'ente nato per contrastare la povertà educativa minorile.
Calcio d'inizio
Duecentoquaranta studenti delle scuole medie degli istituti comprensivi "Margherita Hack" e "Antonio Gramsci" sono stati ospitati al Campo dei Miracoli in un ciclo di incontri articolato su tre attività : le partite di calciosociale, un laboratorio radiofonico in cui i ragazzi hanno prodotto podcast sotto forma di intervista ragionando sulle differenze fra il calcio tradizionale e le regole del calciosociale, e un laboratorio di autoproduzione in cui hanno realizzato un detergente liquido a basso impatto ambientale e imparato a far germogliare le lenticchie e a seminare i pomodori. Il progetto è stato finanziato dal Ministero dell'Istruzione nell'ambito degli interventi rivolti alle aree di maggiore deprivazione socio-culturale del Paese dopo l'emergenza sanitaria.
Il Festival della Legalità al Campo dei Miracoli
Dal 27 al 29 maggio 2022, a trent'anni dalle stragi di Capaci e di via d'Amelio, il Campo dei Miracoli ha ospitato il Festival della Legalità e della Spiritualità : tre giorni di laboratori, conferenze, dibattiti e concerti. L'accostamento fra le due parole, legalità e spiritualità , non è casuale e viene spiegato dagli organizzatori con una frase che vale la pena riportare: per costruire una società più giusta bisogna ripartire dalla cura di sé stessi e dall'ascolto degli altri.
Il programma di quelle tre giornate dà la misura di che cosa può diventare un campo di calcio di periferia quando qualcuno decide di usarlo bene. La mattina del 27 maggio erano coinvolti gli studenti di quindici istituti scolastici; alle dieci si è esibita la Fanfara a piedi della Polizia di Stato dentro il campo a 11; a seguire gli studenti hanno assistito alle dimostrazioni dei cinofili e degli artificieri e all'esibizione del Gruppo Sportivo Giovanile delle Fiamme Oro. Il pomeriggio è stato dedicato alla presentazione di un libro scritto da un funzionario della Polizia di Stato, a una partita fra forze dell'ordine e ragazzi di Calciosociale e a un concerto in serata.
La seconda e la terza giornata
Il 28 maggio la mattina è stata dedicata agli anziani, con un incontro su come difendersi dalle truffe, poi al cyberbullismo e alla sicurezza stradale, con l'associazione per le vittime della strada intitolata a Elena Aubry, la Fondazione Ania e rappresentanti della Polizia Stradale. Nel pomeriggio i ragazzi hanno incontrato investigatori impegnati in operazioni antimafia, si è giocato un quadrangolare e in serata si è tenuto un incontro con Luigi Verdi della Fraternità di Romena. Il 29 maggio si è aperto con una celebrazione in ricordo delle persone che hanno dato la vita per la legalità e la giustizia, ed è finito con una partita.
Perché un festival così sta in un campo sportivo
Perché il campo sportivo, in un quartiere come questo, è uno dei pochissimi luoghi neutri che esistono. Non è una scuola, non è una parrocchia, non è una sede di partito, non è un centro commerciale. È uno spazio dove un ragazzino di quindici anni e un poliziotto in divisa possono trovarsi nello stesso perimetro senza che nessuno dei due si senta in casa d'altri. Chi lavora nelle periferie sa quanto questo sia raro e quanto costi costruirlo.
I riconoscimenti di Campo dei Miracoli
Nel 2012 Calciosociale è stata invitata a Bruxelles, nella sede del Parlamento europeo, per raccontare la propria esperienza come esempio di progetto di integrazione da esportare nelle capitali europee. Nel 2014, durante il semestre italiano di presidenza dell'Unione europea, l'esperienza è stata indicata come Italian Best Practice for Sport and Social Inclusion. Sono riconoscimenti istituzionali, di quelli che si annotano in un curriculum e si dimenticano il giorno dopo, ma che in questo caso hanno avuto una conseguenza pratica: hanno aperto la strada ai finanziamenti europei che hanno permesso ai progetti di crescere.
Sul versante non istituzionale, l'organizzazione è entrata nel network internazionale di Ashoka, che seleziona imprenditori sociali innovativi ed è attivo in novanta Paesi: i fellow eletti nel mondo sono circa tremilasettecento, di cui una ventina in Italia. Nell'ottobre del 2020 Calciosociale è entrata anche nel programma Periferiacapitale della Fondazione Charlemagne, dedicato alle associazioni delle periferie romane, insieme ad altre diciassette realtà .
I riconoscimenti architettonici
Sono già stati citati ma vale la pena ripeterli perché sono quelli che interessano di più chi visita: l'inserimento in Open House Roma e il Premio per lo sviluppo ecosostenibile a Ecomondo. Il primo certifica che l'edificio è degno di essere visitato per ragioni architettoniche, il secondo che le sue scelte costruttive hanno un valore che va oltre il caso singolo.
Visitare Campo dei Miracoli: che cosa aspettarsi
Sono onesto fino in fondo, perché non voglio che nessuno prenda un autobus per un'ora e poi resti deluso. Il Campo dei Miracoli non ha una biglietteria, non ha un percorso di visita segnalato, non ha un bookshop e non ha pannelli esplicativi. È un impianto sportivo vivo, dove ogni pomeriggio si allenano decine di bambini e dove nel fine settimana si giocano le partite del campionato. Chi si presenta al cancello senza avvisare troverà , nella migliore delle ipotesi, qualcuno di gentile che gli spiega che stanno lavorando.
Il modo giusto di visitarlo è un altro, ed è duplice. Il primo è telefonare o scrivere in anticipo alla segreteria e chiedere: l'associazione dichiara esplicitamente che chi vuole vedere la struttura è il benvenuto, e i gruppi vengono ricevuti. Il secondo è aspettare l'edizione annuale di Open House Roma e controllare se il centro è nell'elenco degli edifici aperti: in quel caso la visita è gratuita, guidata e pensata proprio per chi vuole capire come è fatto l'edificio.
Il terzo modo, che è il migliore
C'è però una terza possibilità , e per me è quella che restituisce il posto per quello che è: andare la domenica, durante una giornata di campionato, e sedersi in curva. Non c'è biglietto, non c'è tornello e non c'è alcuna aura museale. Ci sono ragazzi e ragazze che giocano insieme, adulti che discutono un fallo senza arbitro, una gradinata che canta e un chilometro di cemento armato sullo sfondo. In venti minuti si capisce del calcio italiano, e delle periferie romane, più che in venti articoli.
Campo dei Miracoli per aziende, eventi e gruppi
Una parte del sostentamento della struttura arriva dall'uso degli spazi da parte di aziende e organizzazioni per meeting, convegni, seminari, formazione, attività di team building ed eventi. Le misure, già indicate (lo spazio interno di 18 metri per 38 con sette metri di altezza e la sala polifunzionale di 9 per 5,60 con impianto geotermico), vanno lette come quello che sono: la possibilità concreta di tenere una riunione aziendale dentro un edificio in legno e argilla con un tetto di cortecce, invece che in una sala congressi qualunque di un albergo dell'EUR.
Le attività proposte alle aziende includono i tornei interni per reparti, i corsi di pizzeria e pinsa romana e le esperienze condivise con i ragazzi dell'associazione. La logica dichiarata è che il campo diventa una metafora del luogo di lavoro: i colleghi sono compagni di squadra, il responsabile è il coach, e le regole del calciosociale - squadre miste, nessun arbitro, rigori ai più deboli - producono in tre ore di gioco una quantità di attriti e di negoziazioni che nessun corso di comunicazione riesce a simulare. Chi organizza formazione aziendale capirà al volo perché funziona.
Le forme di sostegno
Oltre all'uso degli spazi, un'impresa può sostenere l'associazione con erogazioni liberali in denaro oppure con donazioni di beni e servizi: attrezzature tecniche e materiali per le attività dei bambini, spazi pubblicitari per le campagne di sensibilizzazione. Un privato può donare direttamente, destinare il cinque per mille o candidarsi come volontario. Tutte le modalità sono spiegate sul sito ufficiale dell'associazione, calciosociale.it.
Corviale, il quartiere che ospita Campo dei Miracoli
Adesso alziamo lo sguardo dal campo e guardiamo il contesto, perché senza il contesto il Campo dei Miracoli è incomprensibile. Il complesso residenziale che lo sovrasta si chiama ufficialmente Nuovo Corviale, prende il nome dalla zona urbanistica in cui è stato costruito e i romani lo chiamano il Serpentone. Ospita circa quattromilacinquecento abitanti, è di proprietà dell'ATER del Comune di Roma - l'ex Istituto autonomo per le case popolari - ed è, senza esagerazione, uno degli edifici residenziali più celebri e più discussi del mondo.
La progettazione parte nel 1972 e viene affidata a un gruppo di ventitré architetti coordinati da Mario Fiorentino, con nomi di primissimo piano come Federico Gorio, Piero Maria Lugli, Giulio Sterbini e Michele Valori. L'idea non era costruire un casermone: era esattamente l'opposto. Fiorentino voleva reagire allo sviluppo urbanistico romano degli anni Sessanta, quello che aveva prodotto interi quartieri privi di servizi, i famigerati quartieri dormitorio. Il Nuovo Corviale doveva essere autosufficiente, un frammento compiuto di città capace di offrire servizi a tutta la collettività che lo avrebbe abitato. Parole sue: "Il nuovo Corviale è una grande unità residenziale, un unico complesso edilizio che contiene ed esprime la complessità e la ricchezza di relazioni propria della città ".
Che cosa prevedeva il progetto originale
L'elenco dei servizi previsti fa impressione ancora oggi: quattro teatri all'aperto, gli uffici circoscrizionali, una biblioteca, le scuole dall'asilo alle medie, i servizi sanitari, un mercato, una sala riunioni da cinquecento posti, e un intero piano - il quarto - riservato esclusivamente ad attività commerciali e artigianali, affacciato panoramicamente sul verde dell'Agro romano. Milleduecento appartamenti di taglie diverse, integrati con spazi collettivi, con ballatoi, cortili e sale condominiali per ogni lotto. Sulla carta era il tentativo più ambizioso di edilizia pubblica mai fatto in Italia.
Il giudizio della critica
L'architetto Franco Purini ha dato del progetto una lettura particolarmente lucida: "Fiorentino aveva una concezione dell'abitare come movimento eroico, voleva che la sua mastodontica macchina abitativa fosse una specie di comunità che si sarebbe autoregolata facendo prevalere gli interessi collettivi su quelli individuali; Fiorentino arrivò però fuori tempo massimo, quando ormai in architettura alla fine degli anni settanta si era affermato il post-moderno, che, al contrario, esaltava piuttosto il singolo individuo e i suoi bisogni privati". E poi la sentenza: "Corviale è l'opera più importante realizzata a Roma in tutti gli anni settanta e una delle architetture più significative della produzione mondiale di quegli anni". Non è un complimento di circostanza: è il riconoscimento che qui si è giocata una partita di scala internazionale, e la si è persa per ragioni che con l'architettura c'entrano poco.
Le misure del Serpentone che si vede da Campo dei Miracoli
I numeri di Corviale vanno detti con precisione, perché sono la ragione della sua fama. Il corpo principale è lungo 986 metri, alto 37, ha nove piani più il piano interrato dei parcheggi ed è diviso in cinque lotti, con ballatoi, cortili e spazi comuni all'interno. Il secondo corpo, sul lato ovest e parallelo al primo, è lungo anch'esso 986 metri ma alto nove, diviso in cinque lotti di tre e cinque piani, ed è collegato al primo da cinque ponti posti in corrispondenza dei cinque assi di accesso. Il terzo corpo, separato e collocato sul lato est, è ruotato di quarantacinque gradi rispetto agli altri due, è lungo 253,4 metri e ha un'altezza variabile fra i 19 e i 23 metri.
Dentro i cortili corre, per tutta la lunghezza, un'altra fila di abitazioni basse di due o tre piani, che si affacciano da un lato sui cortili e dall'altro sulla campagna retrostante. L'intero complesso è costituito da setti in cemento armato. Milleduecento appartamenti censiti, più una quantità non censibile di abitazioni sorte abusivamente negli spazi comuni e in quella che doveva essere la galleria dei negozi del quarto piano.
Perché un chilometro
La domanda che tutti fanno guardando il Serpentone è: perché così lungo? La risposta ha a che fare con la topografia e con l'ideologia insieme. La stecca segue il crinale della collina e traccia un limite netto fra la città costruita e l'Agro romano: da un lato l'urbano, dall'altro la campagna, senza la sfrangiatura di villette e capannoni che ha divorato tutte le altre periferie romane. Era una dichiarazione di principio urbanistica: la città finisce qui, e finisce con un gesto, non con una sbavatura. Il paradosso è che quel gesto ha funzionato: ancora oggi, dietro Corviale, comincia davvero la campagna, con i suoi casali, i suoi fossi e le sue riserve naturali. Se il quadrante ha conservato tanto verde, una parte del merito - involontario - è di quel muro lungo un chilometro.
La storia difficile del quartiere intorno a Campo dei Miracoli
I lavori vengono affidati a un'unica impresa edile, la Salice II, e cominciano nel 1975. Avanzano fra difficoltà e ritardi, e nel 1982 si fermano per il fallimento dell'impresa. Nello stesso anno Mario Fiorentino muore per un infarto, senza aver visto completare il suo progetto. La leggenda metropolitana che circola da quarant'anni, secondo cui si sarebbe tolto la vita per il rimorso di aver creato un mostro, è semplicemente falsa, e chi la ripete fa un torto alla memoria di un architetto serio.
Le prime abitazioni vengono consegnate nell'ottobre del 1982 e il blocco residenziale è terminato nel 1984. Ma già pochi mesi dopo cominciano le occupazioni abusive: circa settecento famiglie, e il fenomeno continua per tutti gli anni Ottanta e Novanta, mentre i servizi previsti a complemento delle abitazioni non vengono realizzati. Il quarto piano della stecca centrale, quello che doveva ospitare i negozi e le botteghe artigiane con la vista sull'Agro, viene occupato e trasformato in abitazioni. La situazione dura ancora oggi.
Il meccanismo del degrado
Vale la pena guardarlo da vicino, perché è un meccanismo che si è ripetuto in mezza Italia. Un progetto che poggia interamente sulla presenza dei servizi collettivi viene consegnato senza i servizi collettivi. Le famiglie arrivano e trovano soltanto le case. Gli spazi destinati alla vita comune restano vuoti e, essendo vuoti, vengono occupati da chi una casa non ce l'ha. A quel punto realizzare i servizi diventa impossibile, perché significherebbe sfrattare centinaia di persone. Il progetto si rovescia nel suo contrario in meno di cinque anni, e la colpa viene attribuita all'architetto morto, che è sempre l'imputato più comodo.
Che cosa c'è oggi nella spina centrale
Con lentezza, i lavori di completamento sono andati avanti. La parte centrale, la cosiddetta "spina servizi" fra le due stecche, è stata completata e oggi ospita alcuni uffici del Municipio XI, un centro per il disagio mentale della azienda sanitaria, il Gruppo XV della polizia locale e il centro culturale e artistico "Il Mitreo". Negli spazi della spina hanno trovato sede anche un gruppo di artigiani sfrattati dalle botteghe del centro storico, un fatto che ha un che di poetico e di amaro insieme. All'interno del complesso ci sono l'incubatore d'impresa del Comune di Roma, un ambulatorio sanitario, un centro anziani, un supermercato e diverse cooperative e attività sociali e imprenditoriali.
La riqualificazione di Corviale vista da Campo dei Miracoli
Per decenni la proposta più gettonata è stata l'abbattimento, sostenuta a più riprese da architetti e politici di orientamento diversissimo. Non se n'è mai fatto nulla, per la ragione banale che dentro ci vivono quattromilacinquecento persone e che demolire un chilometro di case popolari senza avere altrettante case pronte è un esercizio retorico, non un piano.
Nel 2008 l'ATER e la Regione Lazio hanno presentato un piano articolato su due interventi. Il primo si chiama Km verde ed è firmato dall'architetta Guendalina Salimei: prevede la completa ristrutturazione del quarto piano, con l'abbattimento di ciò che è stato costruito abusivamente e la realizzazione di 103 nuovi alloggi al posto dei servizi immaginati da Fiorentino. I lavori sono cominciati nel gennaio del 2019 e proseguono. Il secondo è il progetto vincitore del concorso internazionale Rigenerare Corviale del 2015, del team coordinato da Laura Peretti Architects: un nuovo masterplan per lo spazio pubblico dell'intero comparto, la realizzazione dei servizi originariamente previsti al quarto piano, il ridisegno della circolazione carrabile e pedonale e una nuova permeabilità fra città e campagna. Il punto più interessante di quel progetto riguarda gli accessi all'edificio, che passerebbero da cinque a ventisette, e la zona della "frattura" centrale, destinata a diventare una piazza.
Ventisette accessi invece di cinque
Questo dettaglio è la chiave di tutto. Un edificio lungo un chilometro con cinque soli ingressi è, di fatto, una barriera: per passare dall'altra parte bisogna cercare uno dei cinque varchi, e chi non abita lì non ha nessuna ragione di entrarci. Ventisette accessi trasformano lo stesso edificio in un tessuto attraversabile. È la differenza fra un muro e una città , e si ottiene con le porte, non con le ruspe. Il Campo dei Miracoli, nel suo piccolo, ha già fatto la stessa cosa con altri mezzi: ha dato alla gente di fuori una ragione per entrare e a quella di dentro una ragione per uscire.
Il Mitreo e gli altri presidi culturali vicino a Campo dei Miracoli
Nella spina centrale di Corviale funziona un centro culturale e artistico chiamato "Il Mitreo", che negli anni ha ospitato mostre, residenze d'artista e progetti di arte pubblica. È uno dei casi romani in cui l'arte contemporanea si è insediata stabilmente in una periferia senza essere un'operazione calata dall'alto per una stagione sola. Insieme al Campo dei Miracoli, ai laboratori artigiani e all'incubatore d'impresa, compone una rete di presidi che negli ultimi vent'anni ha cambiato in modo lento e reale la percezione del quartiere.
Chi si occupa di politiche urbane usa una parola per descrivere questo fenomeno: infrastrutturazione sociale. Detta meglio: in un posto dove mancano i servizi, i luoghi che le persone costruiscono da sole diventano il servizio. Non è una soluzione, è una supplenza, e sarebbe ipocrita raccontarla come un lieto fine. Ma è il motivo per cui a Corviale, oggi, si può portare una scolaresca.
Le scuole del quadrante
Gli istituti comprensivi della zona - fra cui il "Margherita Hack" e l'"Antonio Gramsci", che hanno lavorato con Calciosociale - sono l'altro presidio decisivo. Chi conosce le periferie sa che la scuola, in questi contesti, è l'unica istituzione dello Stato che apre tutti i giorni alla stessa ora e che tutti riconoscono. Il fatto che un centro sportivo lavori sistematicamente con le scuole del proprio quadrante, invece che limitarsi a raccogliere iscrizioni, è la ragione tecnica per cui l'esperienza ha attecchito.
Corviale al cinema, a due passi da Campo dei Miracoli
Il Serpentone è probabilmente l'edificio residenziale italiano più filmato del dopoguerra, e la lista è lunga abbastanza da meritare un capitolo. Nel 1983 compare in Sfrattato cerca casa equo canone di Pier Francesco Pingitore, con Pippo Franco. Nel 1984 in I predatori dell'anno Omega di David Worth, uno di quei film postapocalittici in cui Corviale interpreta sé stesso senza bisogno di scenografia. Nel 1993 in Dove siete? Io sono qui di Liliana Cavani. Nel 2001 in La banda di Claudio Fragasso, dove il complesso ha un ruolo centrale nella vita dei protagonisti.
Poi, nel nuovo secolo: il mediometraggio Il palazzo di Katharina Copony del 2006, il documentario Il silenzio del Corviale di Marco Danieli del 2008, Et in terra pax di Matteo Botrugno e Daniele Coluccini del 2010, Scusate se esisto! di Riccardo Milani del 2014 con Paola Cortellesi nel ruolo di un'architetta incaricata della riqualificazione, Zeta - Una storia hip-hop di Cosimo Alemà del 2016, e nel 2017 il film americano American Assassin di Michael Cuesta. Nel 2021 il complesso è stato la location principale delle sei puntate della serie Christian, diretta da Stefano Lodovichi e Roberto Cinardi e trasmessa l'anno successivo.
Corviale in musica e in televisione
Nel 1991 il complesso è finito nella rubrica "Italia Bella" condotta da Marco Messeri all'interno del programma Avanzi. Nel 1995 il gruppo rock demenziale romano Santarita Sakkascia gli ha dedicato una canzone intitolata semplicemente Serpentone. È citato in Eclissi di periferia di Max Gazzè, nell'album del 2001, e nel singolo Ventre della città di Mario Venuti del 2014. Nel 2017 è stato usato come sfondo per il video di Bye Bye di Annalisa.
Il problema di essere una location
C'è un aspetto meno allegro di tutta questa filmografia, ed è bene dirlo. Nella stragrande maggioranza dei casi Corviale viene usato come sinonimo visivo di degrado, criminalità o apocalisse. Per chi ci abita, vedersi restituire la propria casa in questa forma per quarant'anni ha un costo che nessuna produzione cinematografica ha mai rimborsato. È anche per questo che il tetto di cortecce del Campo dei Miracoli conta: è la prima immagine di Corviale che qualcuno ha costruito per gli abitanti invece che sugli abitanti.
La campagna alle spalle di Campo dei Miracoli
Qui comincia la parte che, per un visitatore, vale il viaggio quanto il centro sportivo. Dietro il Serpentone non c'è altra periferia: c'è la campagna romana, protetta da due riserve naturali regionali e punteggiata di casali, torri e ville che hanno cinque secoli di storia documentata. Chi arriva al Campo dei Miracoli e ha un pomeriggio davanti può camminare per chilometri dentro un paesaggio che nel resto d'Europa sarebbe segnalato con i cartelli marroni.
La ragione di tanto verde superstite è amministrativa e recente: nel 1997 la Regione Lazio ha istituito due aree protette che si toccano quasi, la Riserva naturale della Tenuta dei Massimi e la Riserva naturale della Valle dei Casali, entrambe gestite nel sistema delle aree protette del Comune di Roma. Insieme coprono un pezzo di Agro romano che parte dalle spalle di Villa Doria Pamphilj e arriva fin quasi al Tevere.
La Riserva della Tenuta dei Massimi
Si estende fra le zone della Pisana e di Ponte Galeria, ed è un'area di valore naturalistico alto, in gran parte ancora coltivata. Ci sono piccoli boschi di cerro con esemplari di sughera, che nel Lazio è sempre una presenza che merita una sosta. La fauna è quella dei sistemi agricoli: fra i roditori il topo selvatico, fra gli uccelli il gheppio, il nibbio bruno, il barbagianni e il picchio rosso maggiore. Alla riserva è annesso il Bosco Somaini, che è il pezzo più prezioso di tutto il comprensorio e di cui racconto la storia fra due paragrafi, perché è una storia che comincia nel Cinquecento e passa per un imprenditore comasco e novanta famiglie venete.
La Riserva della Valle dei Casali
Istituita anch'essa nel 1997, si trova fra i quartieri Gianicolense e Portuense, delimitata da via del Casaletto, via dei Silvestri, via di Bravetta e via Portuense. È la prosecuzione ideale di Villa Doria Pamphilj, dalla quale dista pochi metri: chi conosce il grande parco storico di Roma e non sa che continua in questa forma resta di solito piuttosto sorpreso. Il paesaggio è un altopiano che digrada verso il Tevere con una serie di colline e di fossi. La flora comprende pini mediterranei, aceri, palme, pioppi, salici e ginestre, e lungo i percorsi si incontrano ulivi e gelsi, testimoni della vocazione agricola della zona. La fauna comprende ricci, volpi, donnole, gheppi, poiane, cornacchie, fagiani, storni, merli e, negli ultimi anni, colonie nidificanti di parrocchetto dal collare e parrocchetto monaco: i pappagalli verdi che ormai fanno parte del rumore di fondo di Roma.
La Casetta Mattei, la tenuta che c'era prima di Campo dei Miracoli
Prima che ci fossero Corviale, il Campo dei Miracoli e il centro commerciale, qui c'era una tenuta sola, immensa, e si chiamava la Casetta. È una delle storie fondiarie più belle dell'Agro romano, e la racconto per intero perché spiega perché il paesaggio intorno al campo è fatto così.
Il fondo compare esplicitamente nelle fonti solo dalla fine del XV secolo, quando risulta già proprietà del capitolo della basilica di San Pietro in Vaticano. Come vi sia entrato non è noto con certezza, ma è probabile che facesse parte dei vasti appezzamenti di demanio pubblico che l'imperatore Costantino aveva donato alla Chiesa di Roma nel IV secolo. La tenuta prendeva il nome da un piccolo casale con torre fortificata del XIII secolo che sorgeva al centro di essa, ed era coperta in buona parte da boschi fitti: le ultime vestigia dell'antica Silva Maesia, la selva che in età classica occupava la sponda destra del Tevere dall'Urbe fino al mare.
La riserva di caccia dei papi
Quei boschi ospitavano cinghiali e cervi, e per questo la tenuta veniva usata soprattutto come riserva di caccia dai pontefici, che avevano poco lontano la loro residenza extraurbana: la villa della Magliana. È un dettaglio che cambia la percezione di tutto il quadrante. Le colline dietro il Campo dei Miracoli non sono un residuo di campagna dimenticato: sono un bosco che si è conservato per secoli proprio perché i papi ci andavano a caccia, e quindi nessuno poteva tagliarlo. Mentre tutte le tenute circostanti venivano disboscate per far posto al pascolo, la Casetta restava intatta.
Il passaggio ai Mattei
Dopo il sacco di Roma del 1527 il capitolo di San Pietro si trovò a dover pagare i danni dei lanzichenecchi e i riscatti degli ostaggi, e fu costretto a liquidare gran parte delle sue proprietà fondiarie. Ne approfittò Pietro Antonio Mattei, esponente di una delle famiglie più ricche della nobiltà romana, che acquistò a buon prezzo molte di quelle tenute, fra cui la Casetta. Da allora si chiamò "Casetta dei Mattei", e il nome è arrivato fino a noi: al centro commerciale, alla via e, colloquialmente, al quartiere.
Sotto i Mattei del ramo di Paganica il bosco - la "macchia Mattei" - perse il ruolo centrale nell'economia della tenuta, anche perché la selvaggina più pregiata si era estinta per caccia eccessiva, e il fondo fu convertito all'agricoltura. Ma la terra qui non ha mai reso: l'abbondanza d'acqua produceva acquitrini che rovinavano i raccolti e favorivano la malaria. L'edificio della Casetta invece fu ampliato e migliorato fino al Settecento inoltrato, trasformandosi da casale fortificato in una vera residenza nobiliare, con una scala d'ingresso monumentale, ampie logge e una cappella con campanile dove si celebrava messa nei giorni festivi. Divenne una tappa importante sul percorso fra la città e il mare, e fu dotata perfino di una stazione per il cambio dei cavalli, di cui si servirono anche i papi nei loro spostamenti.
Il Catasto Alessandrino e le misure della tenuta
Nel 1660 papa Alessandro VII obbligò tutti i possidenti dell'Agro romano a fornire una agrimensura aggiornata dei loro fondi, per la compilazione del Catasto Alessandrino. L'allora proprietario, Muzio Mattei, fece redigere una nuova planimetria, e grazie a quel documento sappiamo esattamente com'era la tenuta a metà Seicento. Estensione complessiva: 685,5 rubbi, pari a circa 1.267 ettari, una delle più vaste dell'intero Agro romano. Era attraversata perpendicolarmente dalla via Portuense e dal corso della Magliana, che la dividevano in quattro settori catastali: il Quartaccio a nord-est, il Quarto della Pisana a nord-ovest (dove sorgeva la Casetta), il Quarto di Valle Lupara a sud-ovest e il Quarticciolo della Torre a sud-est. Prati per la maggior parte, qualche vigna, e il bosco ridotto ma ancora considerevole su entrambi i lati della Portuense, con un'estensione sostanzialmente identica a quella che conserva oggi. Nelle vicinanze dell'edificio principale si vedevano ancora tre arcate di un antico acquedotto romano, oggi perdute.
Monaldo Leopardi e i settanta contadini marchigiani
All'inizio dell'Ottocento la tenuta passò agli Antici Mattei. Nel 1802 papa Pio VII impose una pesante sovrattassa sui terreni lasciati incolti, e per evitarla i Mattei concessero la tenuta in enfiteusi a una società del conte Monaldo Leopardi - sì, il padre di Giacomo - che era cognato e compaesano di Carlo Teodoro Antici. Monaldo trovò il fondo in semiabbandono e la Casetta abitata dal solo guardiano. Per rimetterla in produzione fece venire dalle sue terre marchigiane settanta contadini esperti, che piantarono vigneti, costruirono edifici, cominciarono il disboscamento per vendere il legname e avviarono le canalizzazioni per bonificare i terreni. Dopo pochi mesi molti contrassero la malaria; alcuni morirono; gli altri chiesero e ottennero di tornare a casa. Anche questo tentativo naufragò.
La visita di Pio IX, e perché l'orfanotrofio non si fece qui
Nel 1815, dopo il sequestro napoleonico dei beni della famiglia, la tenuta fu venduta all'Ospedale di Santo Spirito in Sassia. Rimase inutilizzata per trent'anni, finché nel 1846 non attirò l'attenzione di papa Pio IX, che voleva fondare nell'Agro un istituto di accoglienza e formazione agricola per gli orfani e i poveri di Roma. I pareri dei consulenti furono discordi, e allora il papa decise di andare a vedere di persona: il 30 dicembre si recò alla Casetta accompagnato dal medico Agostino Cappello, dal professore di scienze naturali Pietro Carpi, da don Carlo Torlonia e dal commendatore dell'Ospedale di Santo Spirito Enrico Orfei. Fecero una ricognizione completa, testarono terreni e acque, e alla sera - dopo aver murato sull'edificio una lapide a memoria della visita papale - tornarono al Quirinale. Due giorni dopo i due scienziati consegnarono un parere che bocciava la tenuta su tutta la linea: troppa umidità , impaludamento, malaria, e il precedente di tutti i tentativi falliti. L'istituto agricolo fu fondato altrove, lungo la stessa via Portuense, in una tenuta del cardinale Vannicelli Casoni che fu ribattezzata Vigna Pia in onore del pontefice. Il nome esiste ancora oggi sulla toponomastica romana.
Il Borgo Somaini e le novanta famiglie venete
Dopo l'unità d'Italia la tenuta fu di nuovo sottratta alla proprietà ecclesiastica, frazionata e venduta: nel 1900 risultava divisa fra sette proprietari diversi. La svolta arrivò fra il 1922 e il 1930, quando nell'ambito della bonifica dell'Agro romano la metà occidentale dell'antica tenuta - circa seicento ettari, comprendenti le aree boschive e la Casetta - fu acquistata dall'industriale comasco Francesco Somaini, che vi fondò un'azienda agricola. Per coltivarla fece insediare novanta famiglie venete e costruì per loro un borgo vero e proprio, con abitazioni, strutture agricole, edifici comunitari, una scuola e una chiesa: il Borgo Somaini. Grazie al lavoro di questi coloni e alle tecnologie moderne, le acque furono finalmente drenate e incanalate e i terreni resero per la prima volta nella loro storia. La vecchia macchia Mattei tornò a crescere dopo un secolo di tagli, e prese il nome di bosco Somaini. L'azienda si specializzò in vivaismo e allevamento di bovini da latte, e fu uno dei principali fornitori della Centrale del Latte di Roma fino al 1954, quando fu sciolta.
Che cosa resta oggi
Nel 1997 la maggior parte delle aree ancora agricole dell'antica tenuta è entrata nella Riserva naturale della Tenuta dei Massimi, compreso l'edificio della Casetta Mattei, rimasto a lungo in stato di decadenza e poi acquistato da una società privata che lo ha ristrutturato negli anni Dieci. La metà orientale della tenuta, invece, è stata urbanizzata: nel 1972 uno dei terreni dell'antico Quartaccio fu espropriato dall'Istituto autonomo per le case popolari per realizzare il Nuovo Corviale. In altre parole, il Serpentone che si vede dal Campo dei Miracoli sorge su un pezzo della tenuta di caccia dei papi. E il fosso che scende in fondo alla valle, affluente di sinistra della Magliana, si chiama ancora oggi Fosso dei Mattei.
Villa York e i casali intorno a Campo dei Miracoli
A pochi chilometri dal Campo dei Miracoli, nel territorio della Valle dei Casali, si trova uno dei complessi seicenteschi più notevoli della periferia romana: Villa York, il cui ingresso è in via di Bravetta 725. La villa gode di un affaccio prospettico sulla cupola di San Pietro che ne accresce il valore paesaggistico, e si trova a poca distanza da Villa Doria Pamphilj, dal Complesso del Buon Pastore e dal Casal Ninfeo.
Le origini risalgono al 1647, quando Zenobio Baldinotti acquistò un fondo già ecclesiastico chiamato "Casal di Marcello" e avviò la costruzione di una villa barocca e della chiesa di Santa Chiara, avvalendosi dell'opera di Pietro Paolo Drei. Nel 1697 la proprietà passò alla marchesa Girolama Bichi Ruspoli, che promosse una nuova stagione di abbellimenti affidando le decorazioni pittoriche a Giovanni Ulisse Cariaci. Passò poi al principe Benedetto Giustiniani fino al 1804, e quindi al personaggio che le ha dato il nome: il cardinale Enrico Benedetto Stuart, duca di York, nipote di Giacomo II d'Inghilterra e ultimo esponente del ramo cattolico degli Stuart, escluso dal trono inglese dopo la Gloriosa rivoluzione. La villa fu sua fino al 1808.
Dalla villa aristocratica all'azienda agricola
Nell'Ottocento la proprietà passò alle famiglie Silvestri e Troiani e la villa si convertì in azienda agricola, perdendo la vocazione rappresentativa. Finì poi nel patrimonio della Federconsorzi, restando coinvolta nella lunga vicenda concorsuale di quell'ente. È stata venduta a privati nel febbraio del 2017 e dal 2022 è oggetto di un imponente restauro che ha riguardato il corpo principale, il Ninfeo e il parco storico, con una rifunzionalizzazione come sede per eventi. Non è visitabile liberamente, ma è di quei luoghi che vale la pena sapere che esistono quando si passa da via di Bravetta.
Gli altri casali del quadrante
L'elenco dei casali e delle ville storiche del suburbio Gianicolense è lungo e sorprendente per chi credeva che qui ci fosse solo cemento. La Torretta dei Massimi su via della Pisana è una torre a pianta quadrata del XII secolo, eretta sopra i resti di una lussuosa villa romana del I secolo avanti Cristo. Il Casal Ninfeo su via dei Gattilusio è un casale del Seicento con il suo ninfeo monumentale. Il Casino Consorti, detto anche Casino Lanfranco, sul vicolo Silvestri, risale al 1646 e fu progettato e affrescato dal maestro Giovanni Lanfranco, uno dei grandi del barocco romano: che una sua opera si trovi qui, e non in un palazzo del centro, è uno di quei fatti che riordinano le idee su questa città . Il Villino Cantone su via della Casetta Mattei è un casale del Seicento; il Serenello, o Villa di Sant'Isaia, su via dei Martuzzi, è una villa dello stesso secolo; il Casale al Divin Maestro sulla via Portuense è ottocentesco. Sulla collina di Monte Cucco, nel versante portuense della riserva, si trova la Torre Righetti, belvedere o casino di caccia da cui si domina tutta la valle del Tevere.
Il Complesso del Buon Pastore
Merita un paragrafo a parte, perché è una delle architetture del Novecento romano che meno si conoscono e più impressionano: costruito fra il 1929 e il 1943 su via di Bravetta all'angolo con via Silvestri, è opera di Armando Brasini, l'architetto della Roma monumentale del ventennio, autore fra l'altro del Ponte Flaminio e del santuario del Cuore Immacolato a piazza Euclide. Il Buon Pastore è un blocco enorme e teatrale, e per chi arriva dalla campagna della Valle dei Casali l'apparizione è memorabile.
Forte Bravetta e la memoria del Novecento vicino a Campo dei Miracoli
A poca distanza, alla fine di via di Bravetta, fra la via Aurelia e la via Portuense, si trova uno dei quindici forti costruiti intorno a Roma fra il 1877 e il 1891 per la difesa della nuova capitale. Il Forte Bravetta fu iniziato nel 1877 e terminato nel 1883, occupa 10,6 ettari ed è costruito sopra i resti della villa romana di Lucio Fabio Pollione. Ma la ragione per cui il suo nome è nei libri di storia non ha nulla a che vedere con l'architettura militare.
Durante il fascismo il forte fu adibito a luogo di esecuzione delle sentenze capitali del Tribunale speciale per la difesa dello Stato. Il 17 giugno 1932 vi furono fucilati il repubblicano Domenico Bovone e l'anarchico Angelo Sbardellotto, accusati di aver progettato attentati contro Mussolini. Fra l'11 ottobre 1943 e il 3 giugno 1944, durante l'occupazione tedesca di Roma, vi furono eseguite per ordine del tribunale militare germanico e per mano della Gestapo di Herbert Kappler le fucilazioni di settantasette partigiani. Un monumento accanto all'ingresso ricorda i martiri della Resistenza. Fra il 1944 e il 1945 vi furono fucilati anche fascisti condannati a morte dall'Alta corte di giustizia.
Il Parco dei Martiri
Il 9 settembre 2009 è stato inaugurato accanto al forte il "Parco dei Martiri", un giardino comunale di dieci ettari aperto al pubblico e dedicato alle vittime del nazifascismo. Nel corso della cerimonia è stato piantato un ulivo, simbolo di pace, donato dal Fondo Nazionale Ebraico e proveniente da Gerusalemme. Alla riapertura al pubblico del giugno 2011 si è ricordata la decisione di destinare gli edifici del forte a un Museo della Memoria.
Perché mettere Forte Bravetta in un itinerario sportivo
Perché a quattro chilometri da un campo di calcio dove si gioca un campionato dedicato alla libertà di stampa e alla legalità c'è il luogo dove settantasette persone furono fucilate per aver resistito. Non è una coincidenza da sottolineare con enfasi, è semplicemente la geografia di questo quadrante. Chi porta qui una classe di ragazzi e fa entrambe le tappe nella stessa mattina ha fatto una lezione di educazione civica che nessun libro riesce a dare.
Il Trullo e le catacombe di Generosa, poco lontano da Campo dei Miracoli
Scendendo verso il Tevere si entra nella zona urbanistica del Trullo, che confina a nord proprio con Corviale. Il nome viene da una tomba romana del I secolo posta lungo l'argine del Tevere, che portava l'iscrizione Trullus de Maximis, e da un casino di caccia del Seicento sulla collina di Montecucco la cui forma ricordava quella dei trulli pugliesi. Il sepolcro fu chiamato prima Turlone, poi Torraccio, infine Trullo dei Massimi, e risulta essere stato proprietà di un certo Massimo detto "Donne Rogata" nel XIII secolo. Si trova su via delle Idrovore della Magliana e c'è ancora.
Ma il pezzo forte archeologico della zona sono le catacombe di Generosa, su via delle Catacombe di Generosa: un cimitero paleocristiano del IV secolo su un'altura della Magliana, con una basilica ipogea, dove furono sepolti i corpi dei fratelli Simplicio e Faustino, uccisi durante la persecuzione di Diocleziano nel 303. I due martiri sono i patroni della città tedesca di Fulda, che si è gemellata con la Magliana e le ha dedicato una strada, la Maglianastrasse. È il tipo di dettaglio che fa capire quanto poco conosciamo la nostra geografia religiosa: mentre i turisti fanno la fila alle catacombe della via Appia, qui c'è un complesso del IV secolo che quasi nessuno visita.
La borgata del Trullo
Il Borgo del Trullo, una delle borgate ufficiali di Roma, fu costruito fra il 1939 e il 1940 dall'Istituto Fascista Autonomo Case Popolari su progetto degli architetti Roberto Nicolini e Giuseppe Nicolosi, con il nome di "Costanzo Ciano". Doveva accogliere gli italiani emigrati all'estero e rimpatriati per iniziativa del Ministero degli Affari Esteri, e servire come residenza temporanea per i cittadini del rione Monti sfollati per la demolizione e la costruzione di via dei Fori Imperiali. Assunse il nome di Borgata del Trullo con una delibera del 2 febbraio 1945. Ecco un'altra di quelle catene romane che nessuno racconta: le famiglie sfrattate per aprire la via dei Fori Imperiali sono finite qui, a undici chilometri dal Colosseo.
La terra dei fratelli Arvali
Il Trullo si può definire propriamente un borgo agricolo, perché fin dall'inizio dell'impero romano qui lavoravano la terra i sacerdoti Arvali, il collegio che ogni anno in maggio celebrava la festa in onore della dea Dia, divinità dell'agricoltura e dei campi coltivati. Il bosco sacro e il tempio della dea Dia si trovavano in questo quadrante, lungo la via Campana-Portuense, e gli Atti degli Arvali - incisi su lastre marmoree e ritrovati proprio qui - sono una delle fonti epigrafiche più importanti che abbiamo sulla religione romana. Chi gioca a pallone al Campo dei Miracoli lo fa a pochi chilometri dal luogo dove per secoli si è pregato perché il grano venisse bene.
La Magliana e il castello dei papi, dalle parti di Campo dei Miracoli
A ovest di Corviale c'è la Magliana, che prende il nome dal corso d'acqua che l'attraversa. La sua storia comincia nel 1480, quando il cardinale Raffaele Riario fece edificare una costruzione in onore del duca di Sassonia, per riposarvi dopo le fatiche della caccia. Papa Innocenzo VIII trovò il luogo gradito per l'amenità del terreno e la bellezza del paesaggio, ristrutturò gli edifici esistenti e costruì una villa, conosciuta come Castello della Magliana. È la residenza extraurbana dei papi di cui si è parlato raccontando la Casetta Mattei: quando i pontefici andavano a caccia nei boschi che oggi sono il bosco Somaini, la sera dormivano qui.
I papi che si succedettero ampliarono il castello e lo abbellirono con un giardino e con una cappella dedicata a san Giovanni Battista, decorata con affreschi della scuola di Raffaello. Da quella dedicazione deriva il nome dell'ospedale che sorge lì vicino. Verso la metà del Settecento la villa papale, ormai in rovina, fu abbandonata. Dal 1957 è di proprietà del Sovrano Militare Ordine di Malta, che ne ha curato il restauro.
Una precisazione sulla parola Magliana
Vale la pena farla perché a Roma la confusione è generale. Con il nome di Magliana la popolazione ha sempre indicato soprattutto un'area del quartiere Portuense, e precisamente la zona urbanistica Pian due Torri, molto più popolosa della zona Magliana vera e propria e attraversata anch'essa dalla via della Magliana. La cronaca nera legata alla banda della Magliana ha fatto riferimento a quel nome, ma una parte degli esponenti del gruppo abitava nei palazzi costruiti nei primi anni Settanta a Pian due Torri, che il gergo immobiliare dell'epoca chiamava "Nuova Magliana". Sono distinzioni che sembrano pedanti e invece pesano su come un intero quadrante viene raccontato da mezzo secolo.
Le chiese del quadrante intorno a Campo dei Miracoli
La chiesa parrocchiale che serve la zona di via Poggio Verde è San Paolo della Croce, sulla stessa strada del Campo dei Miracoli: la parrocchia fu eretta il primo luglio 1977 con decreto del cardinale vicario Ugo Poletti, e l'edificio è del 1983. Poco lontano, su via dei Buonvisi, c'è la chiesa di San Girolamo a Corviale, del 1960: è la chiesa che c'era prima del Serpentone, e questo dice molto sul fatto che qui, prima delle case popolari, una comunità già esisteva.
Su via della Fanella si trova il Convento delle Mantellate al Corviale, ottocentesco, con il suo chiostro; sulla via Portuense all'angolo con via della Casetta Mattei c'è la Cappella Fantini, del XVII secolo. Scendendo verso il Trullo e la Magliana si incontrano la chiesa di Santa Maria del Rosario di Pompei alla Magliana, del 1915, la chiesa di San Raffaele Arcangelo del 1953 - la cui parrocchia fu eretta il primo febbraio di quell'anno con decreto del cardinale vicario Clemente Micara - e la cappella Gesù Maestro nella casa generalizia delle Pie Discepole del Divin Maestro sulla via Portuense, costruita fra il 1967 e il 1969.
Le chiese del suburbio Gianicolense
Allargando appena il raggio, il repertorio si arricchisce: la chiesa del Santissimo Crocifisso su via di Bravetta, la cui parrocchia fu eretta il 21 ottobre 1937 e che conserva diverse opere di Publio Morbiducci, fra cui il grande crocifisso sopra l'altare maggiore; Santa Maria della Perseveranza su via della Pisana, parrocchia dal 27 ottobre 1959; la Sacra Famiglia a Villa Troili, parrocchia dal 31 gennaio 1962; la chiesa dei Santi Martiri Coreani su via degli Aldobrandeschi, annessa al Pontificio Collegio Coreano; San Bruno su via della Pisana; la Natività di Maria su via di Bravetta, parrocchia dal 28 novembre 1981; e la chiesa sconsacrata di Santa Chiara dentro il parco di Villa York.
Perché le date delle parrocchie raccontano una storia
Guardatele in fila: 1937, 1953, 1959, 1962, 1977, 1981. Sono le date in cui la diocesi di Roma ha rincorso l'espansione della città verso sud-ovest, decennio dopo decennio, arrivando quasi sempre dopo che la gente si era già insediata. Ogni decreto di erezione di una parrocchia è la certificazione ecclesiastica di un pezzo di periferia diventato abbastanza popoloso da avere bisogno di un prete. La sequenza è una radiografia dell'espansione romana più precisa di parecchi piani regolatori.
Una giornata intorno a Campo dei Miracoli
Chi vuole usare bene la trasferta può costruire una giornata che ha senso, e la propongo in questo ordine. Mattina presto: Riserva della Valle dei Casali, ingresso dal lato di via di Bravetta, camminata fra i casali con la cupola di San Pietro sullo sfondo. A metà mattina: Forte Bravetta e il Parco dei Martiri, con la lapide dei settantasette. Verso mezzogiorno si sale a Corviale, si percorre a piedi il perimetro del Serpentone per capire davvero che cosa significhino novecentottantasei metri di edificio, e si arriva al Campo dei Miracoli.
Pomeriggio: se è una domenica di campionato ci si ferma in curva; altrimenti si scende verso la Portuense e si prosegue con le catacombe di Generosa e con il Castello della Magliana, che sono a pochi minuti di automobile. Chi ha ancora energia può chiudere alla Riserva della Tenuta dei Massimi, dalla parte del bosco Somaini, che al tramonto è uno dei posti più belli e meno frequentati del comune di Roma.
Che cosa mettere ai piedi
Scarpe da camminata vere. Il quadrante è collinare, i percorsi delle riserve sono sterrati e dopo la pioggia diventano fangosi con una velocità che sorprende sempre. In estate serve acqua, perché i punti di ristoro dentro le aree protette sono pochi e distanti. In inverno il vento sull'altopiano è quello che è: qui non ci sono i palazzi del centro a fare da paravento.
Con i bambini
La combinazione funziona bene: il campo sportivo, un parco, un bosco e una catacomba sono un programma che regge fino ai dodici anni senza lamentele. Il Serpentone, poi, ha su bambini e ragazzi un effetto ipnotico: la domanda che fanno tutti è "ma quanto è lungo?", e la risposta - quasi un chilometro - li sistema per il resto della giornata.
Quando andare a Campo dei Miracoli
Il calendario del Campo dei Miracoli segue quello scolastico e sportivo: da settembre a giugno la struttura è viva tutti i giorni, con gli allenamenti nel pomeriggio e le partite del campionato nel fine settimana. Da giugno cominciano i campi estivi e i gemellaggi con le altre esperienze italiane di calciosociale, che portano qui ragazzi da Toscana, Campania, Sardegna e Abruzzo. È il periodo in cui il posto è più affollato e più interessante da vedere, anche se il caldo romano di luglio su un campo in pieno sole non è una esperienza per tutti.
Le date da tenere d'occhio per chi vuole vedere l'edificio e non solo il campo sono due: l'edizione annuale di Open House Roma, che di solito cade in primavera, e le manifestazioni pubbliche che l'associazione organizza, come il festival dedicato alla legalità . In entrambi i casi l'ingresso è pensato per il pubblico esterno, che è la condizione migliore per capire il posto senza disturbare chi ci lavora.
Le domeniche di campionato
Se dovessi indicare un solo momento, direi una domenica mattina di campionato fra ottobre e maggio. Si vedono le squadre miste, si vede la gestione dei falli senza arbitro, si vede chi tira i rigori, si sente la curva. E si capisce, guardando gli spalti, che il pubblico è fatto di famiglie del quartiere: che è poi la differenza fra un progetto sociale calato dall'alto e uno che ha messo radici.
Una curiosità su Campo dei Miracoli
La curiosità riguarda il nome, ed è più sottile di quanto sembri. Il Campo dei Miracoli, nell'italiano di tutti, è il luogo della favola di Collodi dove il Gatto e la Volpe convincono Pinocchio a seppellire quattro zecchini d'oro promettendogli che nella notte crescerà un albero carico di monete. È l'immagine perfetta della truffa: il posto dove qualcosa si moltiplica da solo, senza fatica, per magia. E la truffa, in quel racconto, funziona proprio perché il burattino ci crede.
Prendere quel nome e appiccicarlo a un centro sportivo costruito in una periferia romana è un gesto di ironia notevole, perché qui il miracolo funziona esattamente al contrario: non c'è nulla che sia cresciuto da solo. Ci sono cinquemila cortecce d'albero scortecciate e verniciate a mano da volontari, bambini e abitanti del quartiere per rivestire novecento metri quadrati di tetto in cemento; ci sono anni di raccolta fondi in cui si vendevano le zolle del prato per costruire un campo regolamentare; c'è un'associazione nata nel 2005 che ha impiegato quattro anni per arrivare al primo cancello. Il miracolo, qui, è il nome che si dà al lavoro quando nessuno se lo aspettava.
C'è poi la seconda parte del nome, quella che quasi nessuno pronuncia perché è troppo lunga: la denominazione completa della struttura è Campo dei Miracoli - centro sportivo Valentina Venanzi. È una dedica, e resta nel nome ufficiale, nella sede legale e nei documenti dell'associazione. Chi frequenta il campo la conosce; chi arriva da fuori la legge sulle carte e tira dritto. Merita di essere scritta per intero almeno una volta.
Una cosa che non ti dice nessuno su Campo dei Miracoli
Che la classifica del campionato si decide fuori dal campo. Tutti raccontano le regole strane - squadre miste, niente arbitro, rigori ai più deboli - perché fanno colpo e si riassumono in una riga. Quasi nessuno racconta la regola che conta davvero, e cioè che una parte consistente dei punti si conquista con azioni che con il pallone non hanno niente a che fare: recuperare uno spazio degradato del quartiere, partecipare a un incontro sulla legalità , seguire un laboratorio sull'ambiente, prendersi cura di qualcosa che appartiene a tutti. Una squadra può vincere tutte le partite e arrivare seconda. Anzi: è previsto che accada.
La conseguenza pratica è che il campionato dura tutta la settimana anche se si gioca la domenica, e che la parola "allenamento" copre attività che in nessun'altra società sportiva verrebbero chiamate così. È anche la ragione per cui il metodo ha attirato finanziamenti europei e ministeriali che a un normale torneo di calcio giovanile non sarebbero mai arrivati: dal punto di vista di chi valuta un progetto, quello che succede fuori dal campo è misurabile, replicabile e trasferibile. Il pallone è il pretesto, e chi lo dice non offende nessuno: lo dicono per primi loro.
La seconda cosa che nessuno racconta è più scomoda. Il vero banco di prova non sono i bambini, che si adattano a qualunque regola in dieci minuti: sono gli adulti. Togliere l'arbitro a una partita di adulti significa costringerli a discutere ogni contatto, ammettere un fallo commesso, accettare la parola di un avversario. Chi ha giocato a pallone in Italia sa che è la cosa più difficile che si possa chiedere. Le aziende che vengono qui a fare formazione lo scoprono nel giro di un tempo di gioco, e quasi sempre con un certo imbarazzo.
Il consiglio che ti do per visitare Campo dei Miracoli
Il primo consiglio è banale e decisivo: telefonate prima. Non è un museo con un orario di apertura, è una struttura sportiva con una segreteria che riceve dal lunedì al venerdì, mattina e pomeriggio. Una telefonata evita di arrivare nel mezzo di un allenamento di trenta bambini con le migliori intenzioni e la peggiore tempistica. L'associazione scrive esplicitamente che chi vuole vedere la struttura è benvenuto, ma essere benvenuti e presentarsi senza avvisare sono due cose diverse in qualunque parte del mondo.
Il secondo consiglio riguarda l'ordine della visita, e su questo sono categorico: prima il Serpentone, poi il campo. Arrivate a piedi lungo via Poggio Verde e percorrete almeno un tratto lungo del perimetro dell'edificio, guardando in alto. Novecentottantasei metri non si capiscono in automobile e non si capiscono in fotografia: si capiscono camminando, quando dopo cinque minuti di passo normale il muro non è ancora finito e cominciate a chiedervi quanto manca. Solo dopo aver fatto quell'esperienza fisica il tetto di cortecce del Campo dei Miracoli acquista il significato che ha. Fatelo nell'ordine inverso e vi sembrerà semplicemente un edificio grazioso.
Il terzo consiglio è di non venire solo per il campo. Mettete in conto mezza giornata e aggiungete almeno una tappa fra la Riserva della Valle dei Casali, il Forte Bravetta con il Parco dei Martiri e le catacombe di Generosa. La trasferta da centro storico è lunga abbastanza da meritare un programma, e questo quadrante restituisce molto più di quanto prometta dalla finestra dell'autobus. Portate scarpe da camminata e, in estate, acqua a sufficienza.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Che Corviale sia il simbolo del degrado delle periferie romane lo sanno tutti: è il luogo comune più consolidato dell'urbanistica italiana degli ultimi quarant'anni, ripetuto in migliaia di articoli e in una ventina di film. Quello che si cita molto meno è il giudizio della critica architettonica seria, ed è un giudizio opposto. Franco Purini, che di architettura romana capisce parecchio, ha scritto che Corviale è "l'opera più importante realizzata a Roma in tutti gli anni settanta e una delle architetture più significative della produzione mondiale di quegli anni". Non "un progetto interessante ma sbagliato": la più importante.
Il fatto altrettanto risaputo e altrettanto poco citato è che il progetto non è mai stato realizzato. Il Nuovo Corviale che esiste è la metà di quello disegnato: sono state costruite le case e non i servizi. Mancano i quattro teatri all'aperto, manca la sala riunioni da cinquecento posti, manca il mercato, mancano le scuole previste, e soprattutto manca il quarto piano, l'intero livello di negozi e botteghe artigiane affacciato sull'Agro romano che avrebbe dovuto essere il motore economico e sociale dell'edificio. Quel piano fu occupato pochi mesi dopo la consegna, da persone che una casa non ce l'avevano, ed è abitato ancora oggi. Giudicare Corviale per come è venuto, dicendo che l'idea era sbagliata, equivale a giudicare una sinfonia ascoltando solo la sezione degli archi.
E infine la leggenda, che è la cosa più citata di tutte e la più falsa: Mario Fiorentino non si è tolto la vita per il rimorso di aver creato un mostro. È morto nel 1982 per un infarto, mentre il cantiere si fermava per il fallimento dell'impresa costruttrice. La leggenda circola da quarant'anni perché è una storia troppo bella per verificarla, ed è esattamente il tipo di racconto che si costruisce sulle periferie quando è più comodo avere un colpevole singolo che una responsabilità collettiva.
La foto giusta da fare a Campo dei Miracoli
La fotografia che riassume tutto si fa dalla gradinata, cioè dalla Curva dei Miracoli, e la composizione è già data: in primo piano il verde del campo con i ragazzi che giocano, sullo sfondo il profilo orizzontale del Serpentone che chiude l'inquadratura da un margine all'altro. È una fotografia che si commenta da sola perché mette nella stessa cornice le due Rome che quasi mai si vedono insieme: il cemento armato dell'utopia fallita e il prato di un'utopia più piccola che invece ha funzionato. Se avete un obiettivo grandangolare, è il momento di tirarlo fuori.
La luce giusta è quella del tardo pomeriggio. Il Serpentone corre in direzione nord-sud sul crinale, e nelle ore centrali della giornata restituisce una superficie piatta e slavata; verso il tramonto il sole radente scava i ballatoi e i setti in cemento, e la facciata diventa una griglia di ombre profonde. Lo stesso vale per il tetto di cortecce, che con la luce piena appare come una superficie marrone uniforme e con la luce radente rivela di essere fatto di cinquemila pezzi diversi: solo in quel momento la fotografia racconta il lavoro che c'è dietro.
Se invece cercate l'inquadratura meno ovvia, allontanatevi. Salite verso la Casetta Mattei o entrate nella Riserva della Valle dei Casali e cercate un punto in cui il Serpentone si vede da lontano, di fianco, con la campagna in primo piano e la cupola di San Pietro sulla destra in fondo. Da lì si capisce la cosa che nessuna fotografia ravvicinata riesce a dire: che quel muro lungo un chilometro è il confine fra la città e l'Agro romano, e che il Campo dei Miracoli è nato esattamente sulla linea di quel confine. Una raccomandazione ovvia e sempre necessaria: dentro il campo si fotografano gli spazi, non i minori, e i bambini che giocano vanno lasciati fuori dall'inquadratura.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
Il primo avvenimento non riguarda il campo ma la terra su cui poggia. Il 30 dicembre 1846 papa Pio IX percorse questi terreni di persona, accompagnato dal medico Agostino Cappello, dal professore di scienze naturali Pietro Carpi, da don Carlo Torlonia e dal commendatore Enrico Orfei, per decidere se fondare qui l'istituto agricolo destinato agli orfani e ai poveri di Roma. Fecero una ricognizione completa, testarono i terreni e le acque, e alla sera murarono sull'edificio della Casetta Mattei una lapide a memoria della visita. Due giorni dopo il parere dei consulenti bocciò la tenuta per l'umidità e la malaria, e l'istituto fu fondato altrove, a Vigna Pia. Prima ancora, in questi boschi andavano a caccia i papi che dormivano al Castello della Magliana; e fra il 1922 e il 1930 novanta famiglie venete si insediarono qui, costruirono il Borgo Somaini e resero produttivi per la prima volta terreni che nessuno era riuscito a coltivare in cinque secoli.
Poi comincia la storia recente. Nel 1972 l'Istituto autonomo per le case popolari espropria un terreno dell'antico Quartaccio per costruire il Nuovo Corviale; i lavori partono nel 1975 e si fermano nel 1982; le prime case sono consegnate nell'ottobre di quell'anno e il blocco residenziale è finito nel 1984. Nel 2005 nasce Calciosociale come società sportiva dilettantistica senza scopo di lucro; nel 2009, su un'area pubblica abbandonata, nasce il Campo dei Miracoli. Nel 2012 l'associazione è chiamata a Bruxelles, nella sede del Parlamento europeo, a raccontare la propria esperienza; nel 2014, durante il semestre italiano di presidenza dell'Unione europea, l'esperienza viene indicata come buona pratica italiana per lo sport e l'inclusione sociale.
Le date più recenti sono tre. Il 26 febbraio 2022 viene inaugurato il primo campo di calcio a 11 di Corviale, il traguardo inseguito per un decennio, alla presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Dal 27 al 29 maggio 2022, a trent'anni dalle stragi di Capaci e di via d'Amelio, il campo ospita il Festival della Legalità e della Spiritualità , con quindici istituti scolastici coinvolti, la Fanfara a piedi della Polizia di Stato, gli incontri con gli investigatori antimafia e le partite fra forze dell'ordine e ragazzi. Il 21 ottobre 2025 nasce la Curva dei Miracoli, presentata come la prima curva antimafia d'Italia. E nel 2026 il campionato viene dedicato alla libertà di stampa, con le squadre intitolate a giornalisti uccisi o perseguitati per aver raccontato la verità .
Chi è passato da Campo dei Miracoli
Il nome più alto è quello del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, le cui parole ai ragazzi nella mattina dell'inaugurazione del campo a 11 sono diventate una specie di carta costituzionale interna del posto: l'importanza di fare del gioco e dell'incontro un luogo di amicizia e di rispetto reciproco, l'invito a non perdere quelle abitudini e ad aiutarsi sempre fra di loro, perché quando questo si afferma tra i ragazzi poi si afferma anche tra gli adulti. Non è una frase di circostanza: descrive con precisione il regolamento che si applica su quel campo.
Da qui è passato Domenico Iannacone, che al Campo dei Miracoli ha dedicato due puntate del suo programma su Rai 3 e ne ha lasciato le due formule più citate: "In questo campo, dove tutti possono giocare, non vince chi segna di più ma chi più si prende cura delle cose e degli altri", e la frase di un ragazzo del quartiere, "Io lo vedo con occhi differenti da come lo vedi tu. Io lo vedo magico questo posto. Per noi questo è casa". Sono passati gli studenti di quindici istituti scolastici durante il festival della legalità e i duecentoquaranta ragazzi delle medie degli istituti comprensivi "Margherita Hack" e "Antonio Gramsci"; sono passati gli agenti della Polizia di Stato con i cinofili, gli artificieri, la fanfara e il gruppo sportivo giovanile delle Fiamme Oro; è passato Luigi Verdi della Fraternità di Romena; sono passati più di cento ragazzi di culture diverse arrivati da Sardegna, Toscana, Marche e Piemonte per il triangolare della spiritualità .
E poi c'è il passaggio meno visibile e più significativo: quello dei partner europei del progetto CROSS, arrivati dall'Inghilterra, dall'Ungheria, dalla Bulgaria e dalla Germania, insieme ai ricercatori dell'Università di Roma Tor Vergata, per studiare come si applica un metodo nato a Corviale in contesti completamente diversi. Un'associazione di periferia che fa da capofila a un consorzio europeo su cinque Paesi, con quasi quattrocentomila euro di finanziamento della Commissione, è un rovesciamento di ruoli che vale la pena registrare. Per una volta non è la periferia ad andare a imparare al centro: è il centro che viene a prendere appunti in periferia.
Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.
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