Basilica San Paolo fuori le Mura

La Basilica di San Paolo fuori le Mura si trova in piazzale San Paolo 1, 00146 Roma, nel quartiere Ostiense, a poco meno di due chilometri dalla Porta San Paolo e dalle Mura Aureliane. Ci si arriva con la metropolitana linea B, direzione Laurentina, fermata Basilica San Paolo: dall'uscita della stazione al quadriportico si cammina tre minuti in piano. In superficie serve la linea 23, fermata Ostiense/Lungotevere San Paolo. Da Termini la metro B impiega una ventina di minuti ed è il mezzo più prevedibile, perché la via Ostiense in superficie è quasi sempre satura. L'ingresso in basilica è libero e non si prenota; la pagina degli orari dell'amministrazione indica apertura tutti i giorni dalle 7:00 alle 18:30, senza giorno di chiusura. Il percorso museale che comprende il chiostro duecentesco, la pinacoteca e l'area archeologica ha invece un biglietto a parte, 4 euro l'intero e 3 euro il ridotto, con apertura dalle 8:00 alle 18:00 e ultimo ingresso alle 17:30: gli orari di questa parte variano nel corso dell'anno, conviene ricontrollarli sul sito ufficiale della basilica prima di partire. Bookshop e punto ristoro seguono l'orario 8:00-18:30, la sacrestia apre 8:00-12:00 e 16:00-18:30, l'amministrazione dal lunedì al sabato 8:00-14:00. I telefoni sono 06 69880800 e 06 69880802, l'indirizzo di posta info@basilicasanpaolo.org. Le messe feriali sono alle 7:00, alle 10:00 e alle 17:00, i vespri alle 18:00; la domenica e nelle solennità si celebra alle 8:00, alle 10:00, alle 12:00 e alle 18:00, con i vespri alle 17:00. Le confessioni si tengono la mattina dalle 10:00 alle 12:00 e il pomeriggio dalle 16:00 alle 18:30.

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Musei Vaticani e Cappella Sistina✦ Vai all'apertura

Musei Vaticani e Cappella Sistina

Il primo slot della giornata o il tardo pomeriggio. A metà mattina è un nastro trasportatore, e non lo diciamo solo noi.

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Udienza papale✦ Mercoledì

Udienza papale

Ogni mercoledì, quando il Papa è a Roma. Il biglietto è gratuito ma va ritirato.

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Vaticano: ingresso anticipato✦ Prima dell'apertura

Vaticano: ingresso anticipato

Dentro i Musei prima del pubblico. La Sistina quasi vuota è un'altra cosa.

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Tour a piedi✦ Il classico

Tour a piedi

Roma si capisce camminando. La differenza la fa la guida, non l'itinerario: sono quasi tutti uguali sulla carta.

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Galleria Borghese✦ Prenotazione obbligatoria

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Bernini e Caravaggio in due ore contate. Senza prenotazione non si entra, punto.

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Catacombe e Appia Antica

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Colosseo, Foro e Palatino✦ Va a ruba

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L'ingresso a orario sparisce con giorni di anticipo in alta stagione. La versione con i sotterranei è quella che vale il s...

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Tour in golf cart✦ Poco cammino

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Il centro storico in un paio d'ore senza distruggerti i piedi, e passi dove i pullman non entrano.

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Corsi di cucina✦ Si mangia alla fine

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Pasta a mano e poi ci si siede a tavola. La domanda giusta è quante persone ci sono per postazione.

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Frascati, Castel Gandolfo, il lago di Albano. Un'ora da Roma e sembra un'altra regione.

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Tivoli: Villa d'Este e Villa Adriana✦ Patrimonio UNESCO

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Due ville, due epoche, un solo biglietto mentale: le fontane di Villa d'Este e le rovine imperiali di Adriano.

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Colosseo: sotterranei e arena✦ Accesso limitato

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Il piano dove aspettavano gladiatori e belve, e il pavimento dell'arena. Posti contati ogni giorno.

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Se state costruendo un itinerario romano più ampio, l'elenco ragionato dei monumenti e dei musei della città è nella pagina delle attrazioni turistiche di Roma. Qui invece si scende nel dettaglio di un edificio che merita da solo un pomeriggio, e che quasi tutti liquidano in venti minuti perché hanno il pullman in doppia fila sul piazzale.

Vi anticipo l'opinione, così sapete con chi avete a che fare: San Paolo fuori le Mura è la basilica romana più fraintesa. Passa per una chiesa ottocentesca, quindi per una copia, quindi per una perdita di tempo rispetto a San Pietro. È esattamente il contrario. È l'unica delle quattro papali in cui si cammina dentro la forma di una basilica del IV secolo, con le proporzioni giuste, la luce giusta e il silenzio giusto. Che i marmi siano del 1840 cambia il materiale, non l'esperienza dello spazio. Chi la salta perché "è rifatta" fa lo stesso errore di chi salta un testo classico perché l'edizione è recente.

Basilica San Paolo fuori le Mura
La facciata vista dal vialetto centrale del quadriportico, tra le due palme e la statua di San Paolo con la spada del martirio

Prima della Basilica San Paolo fuori le Mura: il porto, la villa, il grande cimitero dell'Ostiense

Il primo errore da togliersi di mezzo è immaginare qui, duemila anni fa, una campagna vuota. Il tratto di via Ostiense fra la Porta e il fiume era uno dei nodi logistici della città. Poco a monte, sulla riva destra, funzionavano dal I secolo avanti Cristo le darsene di Pietra Papa, banchine attive fino almeno al II secolo dopo Cristo, dove le merci risalite da Ostia venivano trasbordate su imbarcazioni più piccole per l'ultimo tratto verso l'Emporio. La strada consolare correva parallela al Tevere e portava a Roma il grano, l'olio spagnolo, il marmo, il vino. Era una via di lavoro, rumorosa, percorsa da carri e da schiavi, non una passeggiata suburbana.

Sotto e intorno alla basilica gli scavi hanno riconosciuto i resti di una villa romana di circa 1100 metri quadrati, in uso fra il I secolo avanti Cristo e il III dopo Cristo, che una parte della letteratura archeologica riferisce per ipotesi alla famiglia dei Calpurni Pisoni. Ipotesi, appunto: nessuna iscrizione la dimostra, e vale la pena dirlo perché su questo dettaglio si costruiscono spesso racconti troppo sicuri di sé.

La cosa che conta davvero è un'altra. Lungo la via Ostiense, all'aperto, si estendeva un cimitero enorme, un sepolcreto subdiale usato dal I al III secolo e poi riutilizzato per tutta la tarda antichità. Non catacombe: sepolture a cielo aperto, allineate lungo la strada secondo la vecchia regola romana che vietava di seppellire dentro il pomerio. Le stime parlano di oltre cinquemila sepolture nell'area poi occupata dalla basilica, e di più di millesettecento lastre iscritte tuttora conservate sotto il pavimento e nei depositi. Quando entrate nella navata, camminate sopra un cimitero: la basilica non fu costruita accanto alle tombe, fu costruita dentro le tombe.

Questa è la ragione per cui i cristiani non ebbero bisogno di inventare nulla. Il luogo della sepoltura di Paolo era già un cimitero legale, riconosciuto, frequentato. Non un rifugio clandestino: un indirizzo.

La tomba di Paolo e la prima basilica di Costantino

Paolo di Tarso, cittadino romano, fu giustiziato per decapitazione: è la pena riservata ai cives, e la tradizione la colloca alle Aquae Salviae, il luogo che oggi si chiama Abbazia delle Tre Fontane. Le due datazioni antiche più ricorrenti sono il 64 e il 67 dopo Cristo, entrambe legate alla persecuzione neroniana: chi vi dice con sicurezza quale delle due sia quella giusta vi vende una certezza che le fonti non danno. Il corpo, secondo la tradizione, fu raccolto dalla matrona Lucina e sepolto in un suo possedimento sulla via Ostiense, il praedium Lucinae, a poca distanza dal luogo dell'esecuzione.

Il primo appiglio documentario solido arriva da Eusebio di Cesarea, che nella Storia ecclesiastica del IV secolo cita una lettera del presbitero romano Gaio, scritta al tempo di papa Zefirino, cioè fra la fine del II e l'inizio del III secolo. Gaio scrive di poter mostrare i "trofei" degli apostoli: quello di Pietro in Vaticano, quello di Paolo sulla via Ostiense. Trofeo, nel lessico dell'epoca, indica il segnacolo monumentale eretto sopra una tomba venerata. Vuol dire che intorno al 200 il sepolcro paolino era già un punto fisso della topografia cristiana di Roma, con una struttura visibile sopra.

Costantino intervenne su quel sepolcro. Il Liber Pontificalis registra la costruzione di una basilica a tre navate, orientata con l'abside verso il fiume, e la posa di una croce d'oro sulla tomba. La consacrazione è tradizionalmente fissata al 18 novembre del 324, sotto papa Silvestro I: fu la seconda fondazione costantiniana di Roma dopo il Laterano. Piccola, per gli standard che verranno: un edificio di dimensioni contenute, schiacciato fra la strada e il declivio verso il Tevere, che serviva a coprire e onorare la tomba, non ad accogliere folle.

Vale la pena fermarsi un secondo su questa idea. La basilica costantiniana non nacque come chiesa parrocchiale né come cattedrale: nacque come coperchio monumentale di una sepoltura. Tutta la storia successiva dell'edificio, comprese le decisioni ottocentesche che a molti sembrano assurde, si spiega con questo vincolo. Il punto fisso è il sepolcro. Ogni ricostruzione ha dovuto tornare lì.

La basilica dei tre imperatori: Teodosio, Graziano, Valentiniano II

Nel 386 un rescritto imperiale a nome di Valentiniano II, Teodosio I e Arcadio dispose l'ampliamento dell'edificio costantiniano, giudicato ormai indegno della memoria dell'Apostolo. La direzione dei lavori fu affidata a un tecnico di nome Ciriade, indicato nelle fonti come professor mechanicus, una qualifica che si potrebbe rendere con ingegnere capo. La scelta progettuale fu radicale: ribaltare l'orientamento, spostare l'abside dalla parte del fiume verso occidente, occupare il tracciato della via Ostiense antica e costruire una basilica a cinque navate con ottanta colonne e un quadriportico davanti.

La consacrazione avvenne nel 390 sotto papa Siricio, ma i lavori proseguirono per anni e la decorazione fu portata a termine sotto Onorio, entro i primissimi anni del V secolo. Il risultato era, in quel momento, la chiesa più grande della cristianità: più grande della basilica vaticana di Costantino. Per un paio di secoli Roma ebbe la sua chiesa maggiore non sul colle vaticano ma qui, in mezzo alle tombe dell'Ostiense.

Poi arrivarono le stratificazioni. Leone I, papa dal 440 al 461, fece rialzare il transetto, ordinò affreschi lungo le navate e avviò la serie dei ritratti dei pontefici, quella che nei secoli sarebbe diventata il fregio dei tondi. Simmaco, all'inizio del VI secolo, ristrutturò l'abside e fece costruire gli habitacula, alloggi per i pellegrini: la basilica funzionava già come meta di pellegrinaggio internazionale e serviva un'infrastruttura di accoglienza. Sergio I, alla fine del VII secolo, rinnovò quegli stessi alloggi.

Un dettaglio che dice molto: i pellegrini che arrivavano qui non venivano per una messa, venivano per una tomba. Dormivano vicino al sepolcro, toccavano il marmo, lasciavano graffiti. L'archeologia dei pavimenti e delle transenne di età tardoantica lo documenta bene. La liturgia si è costruita intorno a questo gesto, non viceversa.

Da Gregorio Magno a Giovannipoli: la Basilica San Paolo fuori le Mura nell'alto medioevo

Gregorio Magno, papa dal 590 al 604, prese una decisione che ancora oggi determina il modo in cui si visita la basilica: fece rialzare il piano del presbiterio sopra il livello della tomba, creando la Confessione, cioè lo spazio incassato che permette al fedele di avvicinarsi al sepolcro senza salire sull'altare. È la stessa soluzione adottata in Vaticano. Da quel momento l'altare maggiore sorge esattamente sopra il corpo dell'Apostolo, in verticale, e non altrove.

Sempre da Gregorio Magno arriva la prima menzione certa di una presenza monastica sul posto: un monastero femminile dedicato a Santo Stefano. Il vero organizzatore della vita benedettina qui fu però Gregorio II, papa dal 715 al 731, che dispose il restauro del monastero di San Cesario e la sua unione a quello di Santo Stefano: da quella fusione nasce l'abbazia paolina, con l'incarico di custodire la basilica, amministrarne i beni e tenere accesa la lampada sulla tomba. Paolo I, papa dal 757 al 767, morì proprio presso questo monastero.

Poi ci fu l'846. I Saraceni risalirono il Tevere: le fonti dell'abbazia parlano di settantatré navi, undicimila uomini e cinquecento cavalieri. San Pietro in Vaticano fu saccheggiata; a San Paolo, secondo la memoria monastica, i contadini della zona respinsero gli assalitori. La lezione fu comunque chiara e la risposta pontificia arrivò su due fronti: Leone IV fortificò il Vaticano con la Città Leonina, Giovanni VIII, papa dal 872 all'882, cinse di mura e torri la basilica ostiense creando una vera cittadella fortificata che dal suo nome fu detta Giovannipoli.

Provate a tenere a mente questa immagine mentre camminate sul piazzale: qui non c'era un edificio isolato, c'era un borgo murato con case, un mulino, una chiesa e un porto sul fiume. Un paese autosufficiente costruito intorno a una tomba. Le Mura Aureliane, che potete ancora percorrere a Porta San Paolo e di cui trovate il racconto nella pagina dedicata alle Mura Aureliane, proteggevano la città; Giovannipoli proteggeva l'Apostolo.

Nel X secolo la riforma cluniacense, avviata a Roma da sant'Oddone di Cluny intorno al 936, rimise ordine nella disciplina monastica: da allora scompare il titolo di Abbas Stephani et Caesarii e si afferma quello di Abbas Sancti Pauli. Giovanni XVIII, papa fra il 1003 e il 1009, era stato monaco professo di questa abbazia. Nell'XI secolo l'abbazia fu affidata da Leone IX al monaco Ildebrando come provisor apostolicus: quell'Ildebrando diventò papa Gregorio VII nel 1073 e conservò il titolo di abate di San Paolo. Alla sua eredità si legano la bolla del 1081 che istituisce la prelatura nullius, sottraendo l'abate a ogni autorità vescovile eccetto quella del papa, la celebre Bibbia carolingia miniata conservata in abbazia e la porta di bronzo bizantina del 1070 che ancora oggi si vede nel nartece.

Il potere di questi abati non era simbolico. Innocenzo III, con bolla del 13 giugno 1203, concesse loro l'uso delle insegne episcopali e la facoltà di amministrare la cresima nei possedimenti dell'abbazia. Il feudo di Ardea appartenne a San Paolo fino al 1421, quando fu ceduto ai Colonna. Durante il periodo avignonese, con il papa lontano dal 1309 al 1377, l'abate di San Paolo divenne il prelato più importante fisicamente presente a Roma.

I secoli dei grandi artisti: Vassalletto, Cavallini, Arnolfo di Cambio

Fra XII e XIII secolo la basilica ostiense fu un cantiere di primo livello europeo, e questo è il periodo che oggi si legge meglio, perché è anche quello che l'incendio del 1823 risparmiò in buona parte.

Nel 1170 Nicolò D'Angelo e Pietro Vassalletto firmarono il candelabro per il cero pasquale, una colonna marmorea istoriata alta più di cinque metri che è uno dei capolavori assoluti della scultura romanica romana. La stessa bottega dei Vassalletto realizzò nel Duecento il chiostro, con le sue colonnine tortili e i suoi intarsi cosmateschi. Pietro Cavallini, il più grande pittore romano prima di Giotto, lavorò ai mosaici della facciata e agli affreschi della navata centrale. Nel 1285 Arnolfo di Cambio, chiamato dall'abate Bartolomeo, costruì sopra la tomba il ciborio gotico che ancora oggi domina il presbiterio.

Poi il ritmo cambia. Nel Quattrocento l'abbazia entra nel circuito della riforma: Martino V affida San Paolo al cardinale Gabriele Condulmer, futuro Eugenio IV, e Condulmer chiama Ludovico Barbo, l'uomo che aveva riformato Santa Giustina di Padova. I monasteri riformati confluiscono nella Congregazione de Unitate, poi detta di Santa Giustina; quando nel 1504 vi aderisce anche Montecassino, la congregazione prende il nome di Cassinese. Nel 1687 Innocenzo XI approva presso l'abbazia un gymnasium di studi filosofici e teologici.

Da quella scuola esce un monaco benedettino di nome Barnaba Chiaramonti, per nove anni lettore di filosofia. Diventerà vescovo e cardinale sotto Pio VI e, nel conclave di Venezia del 1800, sarà eletto papa con il nome di Pio VII. Tenete a mente questo nome: fra poche righe torna, e il modo in cui torna è una delle coincidenze più crudeli della storia romana.

Nel frattempo si continuava ad aggiungere. Adriano I rifece il pavimento dell'atrio nell'VIII secolo; Leone III, nel IX, stese il primo pavimento marmoreo; il campanile medievale sorse accanto alla navata settentrionale nell'XI secolo. Clemente VIII fece costruire l'altare maggiore nel 1600 e Benedetto XIII, nel 1724, sistemò la cappella del Crocifisso, oggi cappella del Santissimo Sacramento. Nel dicembre del 1787 Johann Wolfgang von Goethe entrò qui durante il suo soggiorno romano e ne parlò nel Viaggio in Italia: vide la basilica teodosiana, con le sue ottanta colonne antiche e i suoi mosaici, trentasei anni prima che sparisse.

La notte del 15 luglio 1823

Un incendio che dura cinque ore può cancellare millequattrocento anni. È successo qui.

Nella notte fra il 15 e il 16 luglio 1823 uno stagnaio che stava lavorando alle grondaie del tetto lasciò acceso il braciere. Il fuoco prese le capriate lignee della copertura, che erano quelle originali o poco più recenti, e da lì si propagò a tutta la navata. Le fonti dell'abbazia ricordano che a dare l'allarme fu un buttero, Giuseppe Perna, che pascolava il bestiame nelle vicinanze e vide il bagliore. I pompieri, guidati dal marchese Origo, arrivarono dopo circa due ore: troppo tardi, e comunque privi di qualunque mezzo adeguato a un edificio di quelle dimensioni. Salvarono il monastero, non la chiesa.

Quello che andò perduto è impressionante da elencare: il tetto, l'intera navata centrale con gli affreschi di Pietro Cavallini, la maggior parte delle colonne antiche, il pavimento, gli arredi. Quello che si salvò è altrettanto significativo: il transetto, l'abside con il suo mosaico duecentesco, l'arco trionfale, il ciborio di Arnolfo, il candelabro pasquale, il chiostro e la cappella del Santissimo Sacramento. Non fu un caso: erano le parti più arretrate, protette dalla massa muraria del transetto e lontane dal tetto della navata che bruciava.

Stendhal, che passò a vedere le rovine, annotò che la chiesa era ingombra di travi nere, fumanti e mezzo bruciate. È la descrizione di un testimone, non una ricostruzione retorica.

E qui torna Pio VII. Il papa che aveva studiato in questa abbazia, che era benedettino della congregazione cassinese, che aveva vissuto qui da giovane monaco, il 6 luglio era caduto e si era fratturato il femore. La notte dell'incendio era in agonia. Morì il 20 agosto 1823 senza che nessuno, in Vaticano, avesse avuto il coraggio di dirgli che la sua basilica era bruciata. È un dettaglio che racconto sempre ai gruppi, e ogni volta cala un silenzio diverso.

Come fu ricostruita la Basilica San Paolo fuori le Mura

Leone XII prese la decisione politica più importante della vicenda: ricostruire dov'era e com'era. Il 25 gennaio 1825, giorno della Conversione di San Paolo, pubblicò l'enciclica Ad plurimas, con cui apriva una sottoscrizione universale per la ricostruzione. Il 18 settembre dello stesso anno un documento pontificio vietò esplicitamente qualunque innovazione architettonica: la nuova basilica doveva ripetere forme, misure e proporzioni di quella bruciata.

Va detto che questa scelta ebbe un costo. Per riportare la basilica alla presunta purezza paleocristiana si demolì l'arco di Galla Placidia nella sua collocazione e si smantellarono aggiunte medievali e moderne, e il quadriportico antico fu ricostruito ex novo. Nel dibattito ottocentesco ci fu chi protestò, e aveva le sue ragioni. Ma il risultato, letto oggi, è l'unico luogo di Roma in cui si può entrare in uno spazio basilicale tardoantico a grandezza reale. Nessun'altra delle quattro papali lo consente.

Le offerte arrivarono da mezzo mondo, e non solo cattolico. Contribuirono il re di Sardegna, la Francia, il Regno delle Due Sicilie, i Paesi Bassi. Lo zar Nicola I, ortodosso, mandò i blocchi di malachite e lapislazzuli con cui furono costruiti i due altari gemelli del transetto. Il viceré d'Egitto inviò le colonne di alabastro. Più tardi re Fuad I d'Egitto donerà le lastre di alabastro delle finestre. Un cantiere finanziato da uno zar ortodosso e da un sovrano musulmano: succedeva nel 1825, e vale la pena ricordarlo.

Sul piano tecnico il primo progetto fu di Giuseppe Valadier; la direzione passò poi a Pasquale Belli, con i lavori avviati dal 1826, e infine a Luigi Poletti, che è l'uomo a cui si deve la fisionomia attuale dell'edificio: il soffitto a cassettoni, il campanile, l'impianto del quadriportico, la cappella di San Benedetto. Poletti lavorò con un'idea archeologica e insieme scenografica: ricostruire la basilica del IV secolo con la tecnica e i marmi dell'Ottocento.

Le date della riapertura sono due. Il 5 ottobre 1840 Gregorio XVI consacrò l'altare della Confessione e la parte già compiuta: si tornava a celebrare sulla tomba. Il 10 dicembre 1854 Pio IX consacrò l'intera basilica, approfittando della presenza a Roma dell'episcopato mondiale radunato per la proclamazione del dogma dell'Immacolata Concezione, avvenuta due giorni prima. Fu una delle più grandi assemblee episcopali dell'età moderna prima del Vaticano I.

I mosaici della facciata furono portati a termine nel 1874. Il quadriportico esterno, con le sue circa centocinquanta colonne, fu costruito fra il 1890 e il 1928 su progetto avviato da Poletti e ripreso da Guglielmo Calderini e Giuseppe Sacconi, lo stesso Sacconi del Vittoriano. Il 23 aprile 1891 lo scoppio della polveriera di Forte Portuense mandò in frantumi le vetrate dipinte da Antonio Moroni intorno al 1830: furono sostituite dalle lastre sottili di alabastro che oggi filtrano la luce e che, a mio parere, sono la cosa più bella dell'intero edificio. Nel dicembre 2006 i lavori davanti all'altare papale portarono alla demolizione di un altare recente e resero di nuovo parzialmente visibile il sarcofago marmoreo dell'Apostolo.

Basilica San Paolo fuori le Mura
Il quadriportico visto da uno dei suoi angoli, con la facciata a mosaici e la statua di San Paolo al centro del giardino sullo sfondo

Il quadriportico e la facciata della Basilica San Paolo fuori le Mura

Il quadriportico e la statua di San Paolo

Il quadriportico misura settanta metri di lato ed è uno degli spazi meno capiti di Roma. Serve a due cose: separare la strada dalla chiesa e preparare l'occhio alla misura dell'edificio. Il portico ha una fila di colonne sui fronti, doppia fila sui lati e tripla fila davanti all'ingresso, dove le colonne sono anche più alte e più robuste. Nei medaglioni delle pareti laterali sono raffigurati i simboli degli apostoli e dei discepoli di Paolo; nella parete d'ingresso, i dodici apostoli.

Al centro del giardino, fra le palme, la statua marmorea di San Paolo di Giuseppe Obici, in marmo di Carrara: l'Apostolo regge la spada, che nell'iconografia cristiana non è un'arma ma lo strumento del suo martirio, esattamente come le chiavi di Pietro non sono un mazzo di chiavi qualunque. È un dettaglio che quasi nessuno spiega ai gruppi, e che cambia completamente la lettura della figura.

Il terremoto del 30 ottobre 2016, con epicentro fra Norcia e Visso e magnitudo 6,5, si fece sentire anche qui: la cronaca del giorno registrò crepe, cornici cadute e il distacco di uno dei supporti che reggono un grande candelabro. La basilica fu chiusa immediatamente per consentire le verifiche di sicurezza e riaprì dopo i controlli. La struttura ottocentesca, in muratura massiccia, si comportò bene.

I mosaici della facciata di San Paolo fuori le Mura

I mosaici della facciata furono eseguiti fra il 1854 e il 1874 su cartoni di Filippo Agricola e Nicola Consoni, che si ispirarono all'apparato musivo medievale documentato prima dell'incendio. Si leggono in tre fasce sovrapposte, dal basso verso l'alto.

In basso i quattro profeti dell'Antico Testamento: Isaia, Geremia, Ezechiele e Daniele, i profeti maggiori, cioè l'annuncio. Al centro l'Agnello mistico sul monte del paradiso, da cui scendono i quattro fiumi, con dodici agnelli che avanzano in due gruppi: gli apostoli. In alto, nel timpano, Cristo benedicente fra Pietro e Paolo. È un programma teologico compatto: promessa, sacrificio, Chiesa.

Vi do il consiglio pratico: quei mosaici si guardano la mattina, fra le nove e le undici, quando il sole li prende in pieno. Nel pomeriggio la facciata va in ombra e l'oro si spegne. Chi arriva alle quattro del pomeriggio e si lamenta che le foto vengono grigie non ha sbagliato macchina, ha sbagliato ora.

Le cinque porte della Basilica San Paolo fuori le Mura

Il nartece si apre con cinque portali. La porta centrale, in bronzo, è opera di Antonio Maraini e fu installata nel 1931: misura 7,48 metri di altezza per 3,35 di larghezza, raffigura episodi della vita di Pietro e Paolo e porta una grande croce decorata ad agemina d'argento e incrostata di lapislazzuli. È una delle poche opere del Novecento romano che regge il confronto con il contesto in cui si trova.

La porta di destra è molto più antica: è la porta bizantina dell'XI secolo, che le fonti dell'abbazia datano al 1070, fusa a Costantinopoli e divisa in cinquantaquattro pannelli con scene della vita di Gesù e degli apostoli, agemine d'argento su bronzo. Fino al 1967 fu l'ingresso principale della basilica; danneggiata dall'incendio, restaurata e infine ricollocata all'interno. Guardatela da vicino: i profili in argento, dove sopravvivono, sono di una finezza che il bronzo da solo non lascerebbe immaginare.

La Porta Santa

La Porta Santa attuale, opera di Enrico Manfrini, misura 3,71 per 1,82 metri e reca un distico latino: "Ad sacram Pauli cunctis venientibus aedem, sit pacis donum perpetuoque salus", cioè che a tutti coloro che vengono al tempio sacro di Paolo sia dato il dono della pace e la salvezza perpetua. La scelta di destinare a Porta Santa quel varco risale al 1967, quando l'antica porta bizantina fu spostata e sostituita.

Nel Giubileo del 2025 la Porta Santa è stata aperta e poi richiusa il 28 dicembre 2025 dal cardinale James Michael Harvey, arciprete della basilica: fu la terza a chiudersi, dopo Santa Maria Maggiore il 25 dicembre e San Giovanni in Laterano il 27. Da allora il portale è murato e resta tale fino al prossimo Anno Santo. Chi arriva oggi non trova quindi l'indulgenza giubilare legata al varco: trova la porta chiusa, che è un'immagine sua propria e non priva di forza.

Il campanile

Il campanile progettato da Luigi Poletti fu terminato nel 1860 e sorge dietro l'abside, non in facciata. Si articola in cinque ordini: tre inferiori a pianta quadrata con loggiato tuscanico finto, uno ottagonale con colonne ioniche e, in cima, una cella circolare corinzia coperta a cupola. È neoclassico fino al midollo e non piace a tutti. A me sembra l'elemento più debole del complesso: composto, corretto, freddo. Ospita sette campane, fuse quasi tutte nel 1959 dalla fonderia Marinelli di Agnone; la maggiore, chiamata Pierpaola, pesa intorno ai cinquemila chili e ha due metri di diametro. La campana più acuta è invece del 1653 e viene dalla basilica precedente.

Basilica San Paolo fuori le Mura
Il timpano della facciata, con i mosaici del Cristo tra i profeti, e sotto la statua di San Paolo che regge la spada del martirio

Dentro la Basilica San Paolo fuori le Mura: le cinque navate

Le proporzioni e le colonne

La pianta è a croce latina. L'aula misura circa 131 metri di lunghezza, 65 di larghezza e 29,70 di altezza: la seconda chiesa di Roma per dimensioni dopo San Pietro. Cinque navate separate da quattro file di venti colonne monolitiche in granito di Montorfano, cavato sul lago Maggiore: ottanta colonne, come nella basilica teodosiana. Non ci sono cappelle laterali lungo le navate, e questa è la scelta che rende l'interno così diverso da qualunque altra chiesa romana. Nessuna nicchia, nessun altare privato, nessuna famiglia gentilizia che ti chiama a guardare la sua cappella. Solo colonne e spazio.

Le pareti e il pavimento sono rivestiti di marmi policromi a motivi geometrici. I finestroni arcuati non hanno vetrate colorate ma lastre sottili di alabastro trattenute da intelaiature in ferro battuto: la luce che ne esce è calda, densa, quasi materica. Entrate alle otto del mattino d'inverno e capirete perché insisto tanto sull'orario.

Il soffitto a cassettoni dorati, disegnato da Poletti, chiude l'invaso in alto. Non è antico e non pretende di esserlo: è un fondale ottocentesco perfettamente consapevole. La basilica tardoantica aveva capriate a vista, molto più povere. Qui l'Ottocento si è concesso il suo lusso, e onestamente ha fatto bene.

I tondi dei papi della Basilica San Paolo fuori le Mura

Sopra le arcate corre la fascia con i ritratti in mosaico di tutti i pontefici, da Pietro fino al papa regnante, su fondo oro. La serie riprende un'idea già presente nella basilica antica, dove esisteva una galleria analoga avviata al tempo di Leone I e documentata prima dell'incendio; la realizzazione attuale fu avviata nel 1847 sotto Pio IX. Ogni tondo porta il nome del pontefice e gli anni del pontificato.

È la cosa che i visitatori guardano più a lungo, e a ragione: è una linea del tempo lunga duemila anni disposta su una parete, e la si legge camminando. Consiglio di percorrerla partendo dalla controfacciata, sul lato sinistro, dove comincia con Pietro, e di seguirla fino all'abside senza fermarsi: la sensazione di accelerazione che si prova negli ultimi metri, dove i pontificati si accorciano e i volti si moltiplicano, vale il collo indolenzito.

Il tondo di Leone XIV

L'ultimo ritratto della serie è quello di Leone XIV, eletto nel 2025. Il mosaico è stato consegnato dallo Studio del Mosaico Vaticano della Fabbrica di San Pietro il 14 gennaio 2026 e presentato dal cardinale Mauro Gambetti, dal cardinale arciprete James Michael Harvey e dall'abate dom Donato Ogliari. Misura 137 centimetri di diametro, è composto da oltre quindicimila tessere fra smalti vetrosi e ori montate su struttura metallica, con la tecnica del taglio tradizionale e il caratteristico stucco oleoso della scuola vaticana; alcune tessere impiegate risalgono all'Ottocento. Il disegno pittorico a grandezza naturale è del maestro Rodolfo Papa e resta conservato alla Fabbrica di San Pietro insieme alla serie completa dei ritratti pontifici; lo Studio del Mosaico è diretto da Paolo Di Buono.

Il tondo è collocato nella navata destra, nella fascia sopra gli archi, a circa tredici metri di altezza, accanto al ritratto di papa Francesco. La luce che lo illumina è stata accesa il 25 gennaio 2026, durante i vespri della solennità della Conversione di San Paolo presieduti dal Pontefice. Se venite adesso, è l'ultimo volto della fila: guardatelo e poi voltatevi indietro, verso Pietro. Duemila anni in cinquanta metri di parete.

Gli affreschi con le storie di Paolo

Nella fascia sopra i tondi, lungo la navata centrale e nel transetto, corrono trentasei riquadri affrescati con episodi della vita di San Paolo. Furono voluti da Pio IX, eseguiti da un gruppo di pittori dell'Ottocento romano fra cui Vincenzo Morani, e completati intorno al 1860. Riprendono, nell'impianto narrativo, il ciclo perduto che decorava la basilica antica.

Sono pittura accademica di buon livello, non capolavori. Ma servono a qualcosa di preciso: raccontano la conversione sulla via di Damasco, i viaggi, i naufragi, la prigionia, il martirio. Chi visita con dei ragazzi troverà qui il modo più efficace di spiegare chi fosse Paolo senza aprire un libro.

Le statue del presbiterio

Ai lati della scalinata che sale al presbiterio sono collocate due statue ottocentesche: San Pietro di Salvatore Revelli e San Paolo di Ignazio Jacometti. Sono opere di scuola purista, levigate e composte. Il San Paolo di Jacometti, con la spada abbassata e lo sguardo fisso, è notevolmente migliore del suo dirimpettaio: guardate la resa del panneggio sul braccio sinistro.

L'arco di Galla Placidia

L'arco trionfale che separa la navata centrale dal transetto porta il nome di Galla Placidia, figlia di Teodosio I, sorella di Onorio, madre di Valentiniano III e per anni reggente dell'impero d'Occidente. Fu lei a finanziare la decorazione musiva, eseguita durante il pontificato di Leone I, nella prima metà del V secolo. È il pezzo più antico che si vede in basilica.

Le due iscrizioni sono la chiave di lettura. Quella in alto ricorda che Teodosio cominciò e Onorio portò a termine l'aula consacrata al corpo di Paolo dottore del mondo; la seconda dice che la mente pia di Placidia gioisce del decoro dell'opera paterna. Sono testi imperiali, non devozionali: dichiarano una committenza dinastica. La famiglia teodosiana si presenta come costruttrice della memoria apostolica, e lo scrive a lettere d'oro sopra la testa dei fedeli.

Il mosaico: al centro, dentro un clipeo, il busto del Cristo Pantocratore benedicente, con raggi dorati. Ai lati i quattro simboli degli evangelisti, il bue di Luca e l'angelo di Matteo da una parte, l'aquila di Giovanni e il leone di Marco dall'altra, in mezzo a nuvole rosse e verdi su cielo d'oro. Sotto, ventiquattro vegliardi dell'Apocalisse, disposti in gruppi, con il pallio e la corona offerta a braccia tese. Nella fascia inferiore, su fondo blu scuro, le figure di Paolo a sinistra e di Pietro a destra.

Clemente XII fece restaurare l'insieme fra il 1731 e il 1740. Dopo l'incendio il mosaico fu staccato, restaurato e ricollocato, e l'arco fu ricostruito con le tessere antiche recuperate. Va detto con onestà: la percentuale di tessere originali contro quelle di reintegro ottocentesca è materia di discussione fra gli specialisti, e chi vi dice che si vede il V secolo tale e quale semplifica. Ma l'impianto compositivo, le proporzioni delle figure, il ritmo dei vegliardi sono quelli tardoantichi, e sono straordinari.

Opinione personale: fra tutti i mosaici paleocristiani di Roma, questo è quello che paga di più la distanza. Da sotto si perde. Fermatevi a metà navata, contro una colonna, e guardatelo da lì. La composizione si ricompone e i vegliardi smettono di sembrare una folla per diventare quello che sono, una processione ordinata.

Il ciborio di Arnolfo di Cambio e la Confessione

Il ciborio sopra l'altare papale è firmato e datato: Arnolfo di Cambio, 1285, con un collaboratore indicato come socius di nome Petrus, che parte della critica identifica per ipotesi con Pietro di Oderisio. La committenza è dell'abate Bartolomeo. Arnolfo aveva circa quarantacinque anni e veniva dalla bottega di Nicola Pisano; venti anni dopo avrebbe progettato Santa Maria del Fiore a Firenze. Qui è al culmine della sua stagione romana.

La struttura è un'edicola marmorea gotica su quattro colonne. Sopra i capitelli si aprono quattro cuspidi con archi a sesto acuto; agli angoli, dentro nicchie coronate da cuspidi triangolari, si trovano le statue di Paolo, Pietro, Benedetto e Timoteo. Sopra corre un loggiato gotico e infine una cuspide alta, sormontata da una croce dorata. Le colonne corinzie in porfido rosso furono sostituite nei restauri ottocenteschi.

La cosa che quasi nessuno dice ai gruppi è che questo oggetto rischiò due volte. La prima nel 1823, quando l'incendio lo lambì senza abbatterlo. La seconda dopo, quando la ricostruzione neoclassica lo giudicò inadatto al nuovo interno e lo nascose sotto un baldacchino ottocentesco. Rimase coperto per decenni. Fu il gusto novecentesco a liberarlo, demolendo la struttura sovrapposta. Se oggi lo vedete, è perché qualcuno ha cambiato idea in tempo.

Un giudizio: il ciborio di San Paolo è più bello di quello di Arnolfo in Santa Cecilia in Trastevere, e non è un'opinione minoritaria. La differenza riguarda la misura delle proporzioni fra le colonne e la cuspide, che qui è calibrata sul punto di vista di chi arriva dal fondo della navata. Arnolfo aveva calcolato la distanza.

La Confessione e il sarcofago di Paolo

Sotto il ciborio, al livello più basso della navata centrale, si apre la Confessione, raggiungibile da due scale in marmo. Fino ai primi anni Duemila lo spazio era occupato da un altare addossato alla parete, dove si celebrava la messa feriale. Nei lavori del 2002 e poi nel dicembre 2006 quell'altare fu rimosso e si aprì un vano quadrangolare che rende visibile il sarcofago marmoreo dell'Apostolo e un tratto dell'abside della basilica costantiniana.

Il sarcofago porta l'iscrizione PAVLO APOSTOLO MART, in caratteri del IV secolo. È il motivo per cui esiste tutto il resto. La gente scende, guarda dentro una grata, e in genere non capisce che quello che ha davanti è l'oggetto attorno al quale sono stati costruiti e ricostruiti tre edifici in milleseicento anni. Prendetevi trenta secondi in più del necessario.

Il candelabro del cero pasquale

Sul lato destro del presbiterio si erge il candelabro per il cero pasquale, firmato da Nicolò D'Angelo e Pietro Vassalletto e datato intorno al 1170. È una colonna marmorea istoriata su più registri sovrapposti: alla base mostri e figure ferine, poi scene della Passione e della Resurrezione di Cristo alternate a girali vegetali, in alto un fusto scanalato che regge il piatto del cero.

Guardate la fascia con il processo davanti a Pilato e la deposizione: la resa dei volti, l'uso del trapano nelle pieghe, il senso del racconto. È scultura romanica romana del più alto livello, e sopravvisse all'incendio perché era nel transetto. Se avete un solo oggetto da guardare bene in questa basilica, per me è questo, non i mosaici.

Basilica San Paolo fuori le Mura
La navata centrale vista verso l'abside, sotto il soffitto ottocentesco a cassettoni dorati disegnato da Poletti

L'abside di Onorio III

Il catino absidale conserva il mosaico realizzato sotto Onorio III, fra il 1216 e il 1227, da maestranze che le fonti dicono provenienti dal cantiere di San Marco a Venezia. È un Duecento veneziano trapiantato a Roma, e si vede: la stilizzazione delle vesti, i fondi oro compatti, la fissità degli sguardi appartengono al linguaggio bizantino adriatico, non alla tradizione romana di Cavallini.

Al centro il Redentore in trono, il libro dei Vangeli aperto nella sinistra, la destra in gesto di benedizione. Ai lati, della stessa grandezza, Pietro e Paolo, Andrea apostolo e Luca evangelista: la scelta di dare loro la medesima scala del Cristo è teologicamente significativa, perché li presenta come colonne della Chiesa e non come devoti. Ai piedi del trono, minuscolo, Onorio III in abiti pontificali che bacia il piede del Redentore. La sproporzione fra il papa e i santi è voluta, ed è il modo medievale di dire chi comanda.

Nella fascia inferiore, fra due greche geometriche, campeggia la Croce gemmata affiancata da angeli alternati a palme e da dieci dei dodici apostoli. Ai piedi della croce compaiono tre figure minori: papa Niccolò III, cioè Giovanni Gaetano Orsini, che era stato abate di questa basilica prima di salire al soglio, il monaco Ardinolfo e i Santi Innocenti.

Su questi ultimi conviene fermarsi, perché è un fatto che nessuna guida racconta. Fino al pontificato di Sisto V questa basilica fu il principale santuario romano dei Santi Innocenti, i bambini uccisi da Erode: le reliquie erano custodite qui. Sisto V le fece traslare a Santa Maria Maggiore alla fine del Cinquecento, e il culto si spostò con loro. Il mosaico resta come testimone di un titolo perduto.

Un'ultima nota tecnica: questo mosaico è autenticamente duecentesco, non un rifacimento ottocentesco. Si salvò perché l'abside era arretrata rispetto al tetto della navata che andò a fuoco, e perché la massa muraria del transetto fece da schermo. Restaurato più volte, certo, ma nella sostanza è l'opera di Onorio III.

Il transetto e le quattro cappelle della Basilica San Paolo fuori le Mura

Il transetto è la parte in cui la basilica cambia carattere. Nella navata si cammina dentro il IV secolo; qui si entra nell'Ottocento pontificio più sontuoso. Ai due estremi si trovano gli altari gemelli in stile neoclassico costruiti con la malachite e i lapislazzuli donati dallo zar Nicola I: quello del lato destro con la pala dell'Incoronazione della Vergine, quello del lato sinistro con la Conversione di San Paolo. Il verde della malachite russa nel bianco del marmo carrarese è un accostamento che nel 1840 doveva apparire violentissimo, e che oggi funziona benissimo.

Attorno all'abside si aprono quattro cappelle, due per lato.

La cappella di Santo Stefano

Conserva il Martirio di santo Stefano di Francesco Podesti, uno dei pittori più richiesti della Roma di Gregorio XVI e di Pio IX, e la statua del protomartire scolpita da Rinaldo Rinaldi, allievo di Canova. La dedicazione non è casuale: Santo Stefano era il titolo del monastero femminile altomedievale che sorgeva qui, quello nominato da Gregorio Magno e ritrovato dagli scavi.

La cappella del Santissimo Sacramento

È la cappella che scampò all'incendio del 1823, e questo da solo giustifica la visita. Fu progettata da Carlo Maderno, l'architetto della facciata di San Pietro, che ne scolpì anche la statua di santa Brigida di Svezia. Qui si conserva il grande Crocifisso ligneo del XIV secolo davanti al quale, secondo la tradizione, sant'Ignazio di Loyola e i primi compagni pronunciarono i voti nel 1541.

L'attribuzione del Crocifisso è un piccolo caso di storia dell'arte. Vasari lo assegnava a Pietro Cavallini; la critica moderna propende per la scuola senese dei primi decenni del Trecento e ha avanzato il nome di Tino di Camaino. Diciamo così: documentato il secolo, discussa la mano. È esattamente il tipo di distinzione che una guida seria deve fare, invece di scegliere l'attribuzione più altisonante.

La cappella di San Lorenzo

Progettata anch'essa da Carlo Maderno, conserva gli stalli lignei intarsiati del coro dei monaci e dipinti di Giuseppe Ghezzi, fra cui un'Ultima Cena. Il pezzo che conta è però un altro: il trittico marmoreo di Andrea Bregno, datato 1494, sopravvissuto all'incendio e ai restauri. Bregno è lo scultore lombardo che ha riempito Roma di tabernacoli e monumenti funebri fra Sisto IV e Alessandro VI: qui firma un'opera di grande finezza che nessuno guarda, perché è in una cappella laterale e perché i gruppi hanno fretta.

La cappella di San Benedetto

Disegnata da Luigi Poletti, è l'unico ambiente in cui l'architetto si è concesso una citazione archeologica esplicita: l'idea è quella della cella di un tempio pagano, con dodici colonne antiche provenienti da Veio. Al centro, la statua marmorea di san Benedetto assiso in cattedra scolpita da Pietro Tenerani, il maggiore scultore purista della Roma dell'Ottocento e allievo di Thorvaldsen. È una cappella fredda e bellissima. Andateci con calma, è quasi sempre vuota.

La Sala del Martirologio e l'oratorio di San Giuliano

Sul lato dell'abbazia si conservano ambienti medievali con affreschi del XII e XIII secolo, dedicati ai santi venerati dal monastero: fra questi Cesario di Terracina e Stefano, i due titoli monastici antichi che Gregorio II unificò nell'VIII secolo. Sono spazi che non rientrano sempre nel percorso ordinario di visita: quando sono accessibili, valgono il tempo, perché documentano lo strato romanico che l'incendio ha cancellato altrove.

Gli organi della Basilica San Paolo fuori le Mura

L'organo maggiore proviene dalla basilica di San Giovanni in Laterano, da cui fu trasferito nella seconda metà dell'Ottocento; lo strumento è legato al materiale della bottega bergamasca dei fratelli Serassi, la più importante dinastia organaria italiana dell'Ottocento. Fu collocato in origine nel transetto sinistro, con trasmissione meccanica.

La sua storia successiva è un manuale di storia dell'organaria italiana. Nel 1895 l'organaro veronese Domenico Farinati lo ampliò e trasformò la trasmissione da meccanica a pneumatica, con una nuova consolle. Nel 1896 lo strumento fu temporaneamente trasferito a Santa Maria degli Angeli per le nozze di Vittorio Emanuele III con Elena del Montenegro, e del trasloco e del rientro si occupò Pacifico Inzoli. Altri interventi si registrano nel 1910 con Carlo Vegezzi Bossi, poi nel 1975 e infine fra il 1993 e il 1995, quando la ditta romana Buccolini convertì la trasmissione da pneumatica a elettrica e installò la nuova consolle nell'abside. Oggi lo strumento dispone di trentasei registri per circa duemilacinquecentocinquanta canne. La cassa neoclassica fu disegnata da Virginio Vespignani.

C'è un secondo organo, nella cappella di San Lorenzo, entro una nicchia a sinistra dell'altare: fu costruito nel 1891 dall'organaro inglese William George Trice, arrivò dalla chiesa di Sant'Anselmo all'Aventino nel 1911 e fu collocato qui fra il 1925 e il 1930. Ha trasmissione pneumatica tubolare, due tastiere di cinquantotto note e pedaliera di trenta, per una dozzina di registri.

Consiglio da professionista: se capitate qui il pomeriggio dei vespri, restate. L'acustica di una navata di 131 metri senza cappelle laterali è una cosa che non si dimentica, e non esiste registrazione che la restituisca.

Il chiostro dei Vassalletto, la pinacoteca e l'area archeologica

Il chiostro è l'altra ragione per venire qui, e va detto subito che non è compreso nell'ingresso libero: si accede dal percorso museale con un biglietto di 4 euro, 3 il ridotto.

Fu costruito nel Duecento dalla bottega dei Vassalletto, la stessa famiglia di marmorari romani attiva a San Giovanni in Laterano. Le colonnine sono di forme diverse: lisce, binate, tortili, a spirale doppia, alcune rivestite di tessere musive dorate e di paste vitree secondo la tecnica cosmatesca. Nessuna coppia è identica a un'altra, e questo è il punto: il chiostro medievale romano non cerca l'uniformità classica, cerca la varietà come esercizio di ingegno. Sopra le arcate corre un fregio con iscrizioni e figure. Al centro, il giardino.

La mia opinione netta: il chiostro di San Paolo e quello del Laterano sono i due migliori di Roma, e questo dei due è il più integro. Quattro euro per venti minuti di silenzio a duecento metri dalla via Ostiense sono l'affare migliore del quartiere.

La pinacoteca e la Cappella delle Reliquie

Il percorso comprende una pinacoteca, una cappella delle Reliquie, una galleria espositiva e alcune sale annesse, per circa mille metri quadrati complessivi. Vi si conservano lapidi, iscrizioni funerarie e frammenti scultorei provenienti dalla basilica costantiniana e da quella teodosiana, oltre a materiale di reimpiego e a reperti recuperati negli scavi fra Ottocento e Novecento. Lungo il percorso sono disposti pannelli illustrativi e filmati multimediali.

Le lapidi sono la parte che consiglio di guardare con più attenzione, anche se a prima vista sembrano la più noiosa. Sono i nomi delle persone sepolte qui: uomini e donne del III, IV, V secolo, con l'età in anni, mesi e giorni, e a volte la formula che chiede a chi legge di non disturbare il riposo. Sono le persone che facevano la fila per farsi seppellire vicino a Paolo.

L'area archeologica nell'orto dei monaci

Nel 2007 l'abbazia avviò nella zona sud-ovest, nell'orto dei monaci, lo scavo per la costruzione di un edificio polifunzionale destinato ai servizi per i pellegrini. I lavori durarono circa due anni e restituirono un complesso altomedievale di grande interesse, tanto che il volume interrato fu trasformato in area di tutela archeologica e poi musealizzato.

Le indagini furono condotte sotto la direzione dei Musei Vaticani, con il Pontificio Istituto di Archeologia Cristiana, la Scuola di Specializzazione in Beni Architettonici e del Paesaggio della Sapienza e l'amministrazione della basilica.

Che cosa si vede. Le strutture del monastero femminile dei secoli V-VII con l'oratorio dedicato a Santo Stefano, che prima dello scavo era noto soltanto da una lapide conservata in abbazia e risalente al tempo di Gregorio Magno: sala del refettorio, portico, colonne, un pozzo, una torre campanaria. E poi il tratto del porticato che collegava la Porta di San Paolo alla basilica antica, la porticus Sancti Pauli, un colonnato coperto lungo circa un chilometro e mezzo che permetteva ai pellegrini di raggiungere il sepolcro senza uscire allo scoperto. Si vedono inoltre le tracce dei cantieri edilizi attivi in loco fra VIII e XV secolo: vasche per la malta, marmi accantonati per essere trasformati in calce.

Quest'ultimo dettaglio è il più istruttivo di tutta la visita. Per secoli, dentro l'area sacra, si è bruciato marmo antico per fare calce. La conservazione come la intendiamo noi è un'invenzione recente: il medioevo riusava, e riusava tutto.

Basilica San Paolo fuori le Mura
Il chiostro duecentesco dei fratelli Vassalletto: colonnine tortili con inserti a mosaico cosmatesco, tra i giardini interni della basilica

L'abbazia benedettina della Basilica San Paolo fuori le Mura, oggi

La comunità benedettina custodisce la basilica dall'VIII secolo e non se n'è mai andata, nemmeno quando lo Stato le tolse tutto. Le soppressioni del 1866 e quella romana del 1870 confiscarono i beni dell'abbazia; i monaci rimasero come custodi, continuando l'ufficiatura sul sepolcro. Sono millesettecento anni di continuità liturgica su una tomba, ed è una cosa che in Europa si conta sulle dita.

Fra Otto e Novecento l'abbazia divenne un nodo di rilancio del monachesimo europeo: da qui passarono o presero avvio esperienze in Germania con i fratelli Wolter, in Francia con dom Prosper Guéranger, che professò a San Paolo il 26 luglio 1837 prima di rifondare Solesmes, in Portogallo e in Brasile. Riaprirono le abbazie di Farfa e di Pontida. Monsignor Rudesindo Salvado, fondatore della missione di New Norcia in Australia, morì a San Paolo il 29 dicembre 1900. Fra gli abati si contano il beato Placido Riccardi e il beato Alfredo Ildefonso Schuster, che sarebbe diventato cardinale e arcivescovo di Milano.

Il quadro giuridico è cambiato in anni recenti. Dal 7 marzo 2005 il monastero ha assunto la denominazione di Abbazia di San Paolo fuori le Mura, perdendo il titolo territoriale; il 31 maggio 2005, con il motu proprio "L'antica e venerabile Basilica", Benedetto XVI estinse la prelatura nullius millenaria istituita da Gregorio VII e affidò la basilica a un arciprete nominato dal Pontefice, con giurisdizione ordinaria e immediata, come nelle altre basiliche papali di Roma. L'abate resta vicario per la cura pastorale. Gli arcipreti succedutisi sono stati il cardinale Andrea Cordero Lanza di Montezemolo dal 2005, Francesco Monterisi dal 2009 e James Michael Harvey dal 2012. L'abate in carica è dom Donato Ogliari.

I monaci esercitano il ministero della riconciliazione come penitenzieri apostolici minori, e in questa veste dipendono dal Tribunale della Penitenzieria Apostolica e non dal cardinale arciprete. Sul piano canonico l'abbazia fa capo all'Abate Presidente della Congregazione Cassinese Sublacense, nata dalla fusione dei due rami nel 2016; dallo stesso anno l'abbazia di San Pietro a Perugia è casa dipendente da quella ostiense.

Sul piano dello Stato, il complesso gode dell'extraterritorialità riconosciuta alla Santa Sede dai Patti Lateranensi del 1929: la Santa Sede vi esercita piena giurisdizione, senza possibilità di esproprio o di tassazione da parte italiana. Non è un'astrazione burocratica: quando varcate il portone del quadriportico state entrando in un regime giuridico diverso da quello del piazzale che avete appena attraversato. Con decreto di Giovanni Paolo II dell'11 luglio 1981 l'abate mantiene la cura pastorale ordinaria della zona extraterritoriale. Dal 1980 la basilica è iscritta nella lista del patrimonio mondiale Unesco, come parte del sito che comprende il centro storico di Roma e le proprietà extraterritoriali della Santa Sede.

Il pellegrinaggio delle sette chiese e la Porta Santa

La visita alle sette chiese è la più antica pratica devozionale romana ancora in vita, e nella forma codificata risale al Giubileo del 1300 indetto da Bonifacio VIII, per essere poi rilanciata nel Cinquecento da san Filippo Neri, che ne fece una camminata di un giorno intero con soste, canti e merenda al Colle Aventino. Le sette chiese sono San Pietro, San Paolo fuori le Mura, San Giovanni in Laterano, Santa Maria Maggiore, San Lorenzo fuori le Mura, Santa Croce in Gerusalemme e San Sebastiano fuori le Mura.

San Paolo è la seconda tappa del percorso classico, quella che si affronta uscendo dalla città verso sud. Se volete rifarlo a piedi tutto in un giorno, mettete in conto circa venticinque chilometri e partite all'alba: il tratto fra San Paolo e San Sebastiano, lungo l'Ostiense e poi verso l'Appia, è quello meno pedonale e va studiato prima.

Quanto alla Porta Santa: è uno dei cinque portali della facciata, aperta soltanto negli anni giubilari. Il Giubileo ordinario del 2025 si è chiuso il 28 dicembre 2025 con la cerimonia presieduta dal cardinale Harvey, e da quel giorno il varco è murato. Fino al prossimo Anno Santo non c'è indulgenza giubilare legata al passaggio: chi arriva oggi entra dai portali ordinari, e la visita conserva intatto il suo senso.

Come arrivare alla Basilica San Paolo fuori le Mura

Metropolitana linea B, direzione Laurentina, fermata Basilica San Paolo. L'uscita è su viale San Paolo e in tre minuti a piedi, in piano, si arriva al quadriportico. Da Termini sono una ventina di minuti senza cambi, ed è il modo migliore.

In superficie serve la linea 23, fermata Ostiense/Lungotevere San Paolo, che costeggia il Tevere e collega Piazzale Clodio a Piazzale del Verano passando per Trastevere, Testaccio e l'Ostiense. È una linea comoda se venite da Trastevere o da San Pietro, molto meno se avete fretta.

Da Fiumicino: Leonardo Express fino a Termini, poi metro B. In auto con traffico normale sono circa quaranta minuti, ma il traffico normale, sulla Roma-Fiumicino, è un concetto teorico. Da Ciampino: bus di linea o navetta fino a Termini, poi metro B.

In auto: sconsigliato. Il parcheggio intorno al piazzale è a pagamento e sempre pieno, la via Ostiense è congestionata, e non esiste un parcheggio dedicato ai visitatori. Se proprio dovete arrivare in macchina, lasciatela alla stazione Laurentina o a EUR Magliana e fate un tratto di metro.

Come si visita davvero la Basilica San Paolo fuori le Mura

Tempi realistici: quaranta minuti per la basilica se camminate con attenzione, un'ora e mezza o due se aggiungete chiostro, pinacoteca e area archeologica. Chi arriva con un tour organizzato in genere ha ventidue minuti, guarda l'abside, fotografa il ciborio e riparte. È un peccato, perché questo è uno dei pochi monumenti romani in cui non si fa la coda e non si lotta per il proprio metro quadro.

L'orario migliore è la prima ora del mattino, fra le sette e le nove. Non ci sono gruppi, la luce entra dai finestroni orientali attraverso l'alabastro e il colore che ne esce è quello per cui vale la pena alzarsi. La seconda finestra buona è l'ultima ora, verso le diciotto, quando le luci artificiali si accendono sui tondi e la navata prende un tono completamente diverso.

Il periodo dell'anno conta meno che altrove, perché l'edificio non soffre l'affollamento. Se dovessi scegliere direi febbraio o novembre, con la basilica quasi vuota. Il 25 gennaio, solennità della Conversione di San Paolo, è la festa titolare e la basilica è il centro delle celebrazioni: bellissimo da vedere, pessimo se cercate silenzio.

Codice di abbigliamento: è una basilica papale, quindi spalle e ginocchia coperte. Non c'è un controllo militare all'ingresso ma vi fermano, e avere lo scialle nello zaino evita discussioni.

La Basilica San Paolo fuori le Mura con i bambini

Funziona meglio di quanto ci si aspetti, e la ragione è spaziale. Qui non si cammina in fila indiana come nelle catacombe di San Callisto, non ci sono corridoi stretti né code: ci sono migliaia di metri quadrati in cui un bambino può camminare senza che nessuno si innervosisca.

Il quadriportico è il posto giusto per far scaricare l'energia prima o dopo: giardino, palme, ghiaia, la grande statua al centro. Dentro, il gioco che funziona sempre è la caccia ai tondi: dare a un ragazzino il compito di trovare il ritratto di un papa preciso lungo cinquanta metri di parete tiene occupata un'intera visita e insegna qualcosa. Con i più grandi funzionano bene i trentasei riquadri affrescati con le storie di Paolo, che raccontano naufragi, prigionie e viaggi.

L'area archeologica, con i suoi pannelli e i filmati, interessa dai dieci anni in su; sotto quell'età è un percorso lungo e buio, meglio saltarlo. Nel percorso museale non ci sono fasciatoi segnalati: mettete in conto di organizzarvi da soli.

Accessibilità della Basilica San Paolo fuori le Mura

Il quadriportico e la basilica sono su un unico piano, senza gradini rilevanti fra l'ingresso e la navata centrale, e gli spazi sono larghissimi: per chi si muove in sedia a rotelle o spinge un passeggino è una delle chiese papali più praticabili di Roma. Il presbiterio e la Confessione richiedono invece di superare alcuni gradini.

Il percorso museale, chiostro compreso, presenta soglie e superfici irregolari, perché è un impianto del Duecento con pavimentazioni originali. L'area archeologica interrata ha rampe e passerelle, ma conviene verificare telefonicamente la praticabilità del giorno prima di andarci: i numeri sono 06 69880800 e 06 69880802.

Per il biglietto del percorso museale l'amministrazione indica la gratuità per le persone con disabilità e per il loro accompagnatore. Nel giardino del quadriportico c'è ombra e ci si può sedere; dentro il recinto non ci sono fontanelle, quindi portatevi l'acqua, soprattutto d'estate.

Quanto costa visitare la Basilica San Paolo fuori le Mura

La basilica è gratuita. Sempre, tutti i giorni, senza prenotazione, senza biglietto, senza fasce orarie. Vale la pena ripeterlo perché un numero sorprendente di visitatori arriva convinto di dover pagare qualcosa.

Si paga solo il percorso che comprende chiostro, pinacoteca e area archeologica: 4 euro l'intero, 3 euro il ridotto, con gratuità per le persone con disabilità e il loro accompagnatore, per l'accompagnatore dei gruppi e per l'insegnante che accompagna una scolaresca. Il biglietto si compra sul posto.

Per le visite guidate organizzate dalla basilica, le tariffe e le modalità si concordano scrivendo a info@basilicasanpaolo.org o telefonando ai numeri dell'amministrazione. Non esiste un servizio a orari fissi con tariffe stabili tutto l'anno.

Consiglio pratico sul risparmio: San Paolo, insieme a Santa Maria Maggiore, San Giovanni in Laterano e San Pietro, forma un itinerario di quattro basiliche papali interamente gratuite. Sono le quattro chiese più importanti del cattolicesimo e non costano un euro. Se avete un giorno e un budget stretto, questo è l'itinerario romano con il miglior rapporto fra quello che vedete e quello che spendete.

L'Ostiense intorno alla Basilica San Paolo fuori le Mura

Il quartiere che circonda la basilica non è un contorno: è una delle stratificazioni più dense di Roma, e capirlo cambia la visita.

Fra la fine dell'Ottocento e i primi decenni del Novecento l'amministrazione capitolina decise di concentrare qui l'apparato produttivo della città. Nacquero il Gazometro, i Mercati Generali, il Mattatoio di Testaccio, la centrale termoelettrica Montemartini, accesa nel 1912 come prima centrale elettrica pubblica di Roma. Intorno crebbero le case degli operai, dei ferrovieri, dei magazzinieri. Per mezzo secolo questo è stato il quartiere del lavoro pesante romano, con la basilica papale in mezzo, come una nave ferma in un porto industriale.

Negli ultimi vent'anni la trasformazione è stata radicale. La Centrale Montemartini è diventata la sede distaccata dei Musei Capitolini in cui le statue antiche convivono con i motori diesel e le caldaie: uno dei tre o quattro allestimenti museali più intelligenti d'Italia. La zona di via del Porto Fluviale si è riempita di murales di grande formato e di locali serali. Roma Tre ha portato migliaia di studenti. Il Mattatoio ospita mostre e la Città dell'Altra Economia, e il rione Testaccio confinante è diventato una delle mete gastronomiche più battute della città.

Riassumendo la stratigrafia: un cimitero romano del I secolo, una basilica paleocristiana, un borgo fortificato del IX secolo, un impianto industriale del primo Novecento, e sopra tutto questo l'arte urbana contemporanea. Cinque strati in un chilometro quadrato. Non conosco molti quartieri in Europa che reggano il confronto.

Cosa vedere vicino alla Basilica San Paolo fuori le Mura

Nel raggio di una fermata di metro o di una camminata breve:

La Piramide Cestia, tomba di Caio Cestio costruita fra il 18 e il 12 avanti Cristo e poi inglobata nelle Mura Aureliane: è a due fermate di metro, alla stazione Piramide, e visitarla dopo la basilica ha senso perché racconta l'altro modo romano di trattare la morte, quello monumentale e privato.

Il Museo della Via Ostiense, allestito dentro la Porta San Paolo, con modellini e reperti del porto fluviale e della strada consolare: piccolo, gratuito, quasi sempre vuoto, e indispensabile per capire il contesto di cui abbiamo parlato all'inizio.

L'Abbazia delle Tre Fontane, nel vallone alle spalle dell'EUR, dove la tradizione colloca il martirio di Paolo e dove la leggenda vuole che la testa recisa, rimbalzando tre volte, abbia fatto sgorgare tre fonti. È il complemento naturale di questa visita, ed è un luogo di grande pace: si arriva con la metro B, fermata Laurentina.

Le catacombe di Commodilla e quelle di Santa Tecla, entrambe sull'Ostiense e legate proprio al sepolcreto di cui la basilica occupa una porzione, oltre al museo delle catacombe di Generosa. Sono ipogei ad accesso regolamentato, non si entra passando per caso.

Più lontano ma nella stessa logica funeraria, il Cimitero del Verano, cresciuto anch'esso addossato a una basilica costantiniana, San Lorenzo: la stessa idea di seppellire vicino al martire, applicata dall'Ottocento in poi.

Una curiosità su Basilica San Paolo fuori le Mura

La curiosità riguarda la fascia dei tondi papali, e non è quella che vi aspettate.

Fra i romani, e nel repertorio orale di generazioni di guide e di monaci, circola da tempo la voce secondo cui, quando i tondi disponibili saranno esauriti e non ci sarà più spazio per il ritratto di un nuovo pontefice, arriverà la fine del mondo. In alcune varianti la profezia è meno apocalittica e più pratica: la basilica dovrà essere demolita e ricostruita per far posto ad altri ritratti. È una leggenda popolare, non un documento ufficiale, e va presa per quello che è: un pezzo di folclore romano che ha attraversato due secoli.

Quello che rende la storia interessante è che nessuno riesce a smettere di contare. Provate voi stessi: entrate, individuate il tondo del papa regnante, e poi guardate quanti riquadri vuoti rimangono lungo la parete. Vi assicuro che il conto lo fanno tutti, credenti e non credenti, e che tutti abbassano la voce mentre lo fanno.

Vale la pena aggiungere il dato tecnico che sgonfia la profezia e insieme la rende più affascinante. La serie non è nata nell'Ottocento: la basilica antica ne aveva già una, avviata al tempo di Leone I, nel V secolo, e in quel caso lo spazio fu semplicemente riorganizzato più volte nel corso dei secoli. Quando lo spazio finiva, si aggiungeva un registro, si ridisegnava la fascia, si spostava la sequenza. Vale a dire: il problema si è già presentato, e la soluzione è sempre stata architettonica, mai apocalittica.

La mia opinione: è una delle poche leggende romane che vale la pena raccontare per intero, perché non è folclore inerte. Costringe chi la ascolta a guardare la parete come una linea del tempo che continua, invece che come decorazione. E in una basilica dove tutto è stato rifatto due volte, la vera curiosità è proprio questa, che l'unico elemento davvero continuo non è la pietra ma l'elenco dei nomi.

Una cosa che non ti dice nessuno su Basilica San Paolo fuori le Mura

Sotto il pavimento su cui camminate ci sono più di cinquemila sepolture, e più di millesettecento lastre iscritte. Non è una stima retorica: è il risultato dei recuperi archeologici condotti dall'Ottocento in poi, e una parte di quel materiale è esposta nella galleria del percorso museale.

Il punto che nessuna guida sviluppa è il perché. Dalla fine del III secolo esisteva un mercato regolare delle sepolture ad sanctos, cioè vicino al corpo di un martire. Si comprava la vicinanza. Più si era prossimi alla tomba dell'Apostolo, più si pagava, esattamente come oggi si paga la vista sul mare. Il presupposto teologico era che il martire, nel giorno della resurrezione, avrebbe trascinato con sé i vicini; il presupposto economico era che di posti vicini ce n'erano pochi.

Questo generò abusi documentati e ripetuti: sepolture vendute due volte, ossa rimosse per far posto a nuovi acquirenti, occupazioni abusive di loculi altrui. I concili e i vescovi legiferarono ripetutamente contro il traffico di sepolture, il che dimostra che il fenomeno era diffuso e persistente. Attorno alle grandi tombe apostoliche di Roma si mosse per secoli un'economia immobiliare vera e propria, con prezzi, intermediari e contenziosi.

Camminando nella navata non ve ne accorgete, perché il pavimento è quello ottocentesco a marmi policromi e perché tutti guardano in alto. Ma vicino agli ingressi laterali, e in alcuni tratti del percorso museale, si vedono le tracce di questa stratificazione: frammenti di lastre reimpiegate, iscrizioni tagliate, marmi rilavorati. La prossima volta che entrate, dedicate due minuti al pavimento invece che al soffitto.

Aggiungo il dato che di solito completa il quadro nei miei gruppi: quando Gregorio Magno rialzò il piano del presbiterio, alla fine del VI secolo, non lo fece per ragioni estetiche ma per gestire proprio questa pressione. Serviva separare il sepolcro dell'Apostolo dalla ressa dei fedeli e delle sepolture private. La Confessione è nata come dispositivo di ordine pubblico, prima ancora che di liturgia.

Il consiglio che ti do per visitare Basilica San Paolo fuori le Mura

Il consiglio è di dividere la visita in tre tempi netti e di non mescolarli. È il metodo che uso con i gruppi da vent'anni, e funziona perché rispetta la gerarchia con cui l'edificio è stato pensato.

Primo tempo, il quadriportico. Non attraversatelo di corsa per entrare. Fermatevi al centro, guardate la facciata dorata, girate intorno al colonnato, valutate la profondità della tripla fila davanti all'ingresso. Servono cinque minuti e servono a tarare l'occhio: quando poi entrate, la scala dell'interno non vi sorprende, vi conferma.

Secondo tempo, la navata centrale, in linea retta e senza deviazioni. Non guardate le cappelle, non guardate i tondi, non fermatevi alle statue. Camminate dal portale fino alla balaustra del presbiterio guardando dritto davanti a voi, verso il mosaico dell'abside. Sono novanta metri circa: fateli lentamente. È l'unico modo per capire che cosa fosse una basilica tardoantica, cioè un percorso guidato verso un punto unico.

Terzo tempo, i dettagli. Solo ora tornate indietro e prendetevi il ciborio di Arnolfo, l'arco di Galla Placidia dal punto giusto a metà navata, il candelabro pasquale, le quattro cappelle del transetto, i tondi. E se avete i quattro euro e mezz'ora, il chiostro.

Il consiglio dentro il consiglio: venite presto. Fra le sette e le nove del mattino la basilica è praticamente vostra, la luce attraverso l'alabastro è calda e i gruppi non sono ancora arrivati. Dalle undici in poi cambia tutto, e non in meglio. Se dovete scegliere fra dormire un'ora in più e vedere questa basilica vuota, scegliete la seconda: è un'esperienza che nella Roma turistica del 2026 si può ancora avere gratis, e sono sempre meno i luoghi di cui si possa dire lo stesso.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Che San Paolo fuori le Mura sia la seconda basilica di Roma per dimensioni dopo San Pietro lo sanno tutti. Quasi nessuno tira la conseguenza.

La conseguenza è questa: fra le quattro basiliche papali, San Paolo è l'unica che conservi, nell'impianto e nelle proporzioni, la forma di una basilica paleocristiana. San Pietro fu demolita e reinventata nel Cinquecento e nel Seicento, e oggi è un edificio rinascimentale e barocco che della basilica costantiniana non conserva nulla di visibile. San Giovanni in Laterano fu trasformata da Borromini. Santa Maria Maggiore conserva la navata antica ma è stata rivestita e alterata a più riprese. San Paolo, bruciata nel 1823, fu ricostruita con l'ordine esplicito di non innovare.

Il paradosso che ne deriva merita di essere detto chiaramente: l'edificio più recente delle quattro è quello che assomiglia di più all'originale. Leone XII, nel documento del 18 settembre 1825, vietò le innovazioni architettoniche e impose il rispetto delle forme e delle proporzioni preesistenti. Fu una decisione conservativa che nell'Ottocento apparve retrograda a molti architetti, e che oggi si è rivelata un regalo: nessun altro luogo in Europa permette di camminare a grandezza reale dentro lo spazio di una basilica del IV secolo.

Chi visita Roma spesso stabilisce una gerarchia mentale in cui San Pietro viene prima e le altre tre seguono. Sul piano dell'esperienza architettonica, per capire come funzionava una chiesa cristiana antica, l'ordine si rovescia. San Pietro racconta il potere pontificio del Seicento. San Paolo racconta la liturgia del IV secolo. Sono due cose diverse, ed è un errore misurarle con lo stesso metro.

La foto giusta da fare a Basilica San Paolo fuori le Mura

Ce ne sono due, e nessuna delle due è quella che fanno tutti.

Fuori, la foto sbagliata è quella frontale scattata dal vialetto centrale del quadriportico: comprime la facciata, appiattisce i mosaici e non racconta nulla dello spazio. La foto giusta si scatta da un angolo del portico, mettendosi fra due colonne e usandole come quinta. Così la facciata dorata compare in fondo, incorniciata dal colonnato e dalle palme, e la prospettiva restituisce la profondità del cortile. Ora migliore: fra le nove e le undici del mattino, quando il sole prende in pieno i mosaici. Nel pomeriggio la facciata va in ombra e l'oro diventa marrone.

Dentro, la foto giusta si prende dal fondo della navata centrale, in asse, con un obiettivo grandangolare. Il trucco che cambia tutto è abbassare la macchina all'altezza del bacino invece di tenerla all'occhio: le colonne diventano più imponenti, il soffitto a cassettoni dorati chiude l'inquadratura in alto e la scala dell'edificio si legge subito. Se avete un treppiede piccolo, appoggiate la macchina a terra e usate l'autoscatto: con l'alabastro alle finestre la luce è calda ma scarsa, e i tempi si allungano.

Terza opzione, per chi ha pazienza: il chiostro. Non fotografate l'insieme, che risulta sempre confuso. Fotografate un solo gruppo di colonnine tortili controluce, con il giardino sfocato dietro. Le tessere dorate degli intarsi cosmateschi si accendono, ed è l'unico modo per far vedere in un'immagine perché quel chiostro è importante.

Regole pratiche: le fotografie sono ammesse, il flash e il treppiede ingombrante no, e durante le celebrazioni si mette via tutto. Chi scatta con il telefono ottiene risultati decenti se blocca l'esposizione sulla parte illuminata dell'abside invece di lasciare fare all'automatismo, che sovraespone i mosaici e brucia l'oro.

Basilica San Paolo fuori le Mura
Il mosaico absidale del Duecento, con il Cristo in trono tra i santi, e a sinistra il ciborio gotico di Arnolfo di Cambio

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

Il 18 novembre del 324, secondo la tradizione registrata dal Liber Pontificalis, papa Silvestro I consacrò la prima basilica costantiniana sopra la tomba di Paolo. Era la seconda fondazione imperiale di Roma dopo il Laterano.

Nel 386 un rescritto imperiale ordinò l'ampliamento; nel 390 papa Siricio consacrò la nuova basilica a cinque navate, completata sotto Onorio entro i primi anni del V secolo. Per un paio di secoli fu la chiesa più grande del mondo cristiano.

Nell'846 i Saraceni risalirono il Tevere e saccheggiarono San Pietro. Qui, secondo la memoria dell'abbazia, gli assalitori furono respinti dai contadini della zona. La risposta pontificia fu la costruzione, sotto Giovanni VIII, della cittadella fortificata detta Giovannipoli: mura, torri, case, un mulino, un porto sul fiume.

Nel 1081 Gregorio VII, che di questa abbazia era stato abate, emise la bolla che istituiva la prelatura nullius, sottraendo l'abate a ogni autorità vescovile fuorché quella del papa. Il privilegio durò novecentoventiquattro anni, fino al 2005.

Nel 1285 Arnolfo di Cambio consegnò il ciborio gotico sopra il sepolcro. È l'unico monumento romano firmato e datato dell'artista che avrebbe poi progettato il duomo di Firenze.

Il 22 aprile 1541, davanti al Crocifisso ligneo della cappella oggi detta del Santissimo Sacramento, Ignazio di Loyola e i primi compagni pronunciarono i voti solenni: la Compagnia di Gesù nasce giuridicamente altrove, ma qui compie il suo atto fondativo comunitario.

Nella notte fra il 15 e il 16 luglio 1823 l'incendio distrusse gran parte della basilica in cinque ore, cancellando gli affreschi di Cavallini e quasi tutte le colonne antiche. Papa Pio VII, che era stato monaco benedettino della congregazione cassinese, morì il 20 agosto senza che gli fosse detto.

Il 25 gennaio 1825 Leone XII pubblicò l'enciclica Ad plurimas aprendo la sottoscrizione internazionale per la ricostruzione. Contribuirono sovrani cattolici, ortodossi e musulmani.

Il 5 ottobre 1840 Gregorio XVI riconsacrò l'altare della Confessione. Il 10 dicembre 1854 Pio IX consacrò l'intera basilica davanti all'episcopato mondiale radunato a Roma per la proclamazione del dogma dell'Immacolata Concezione.

Il 23 aprile 1891 lo scoppio della polveriera di Forte Portuense distrusse le vetrate dipinte da Antonio Moroni, sostituite dalle lastre di alabastro che oggi danno all'interno la sua luce caratteristica.

Il 25 gennaio 1959, nella sala capitolare dell'abbazia, al termine della celebrazione per la Conversione di San Paolo, Giovanni XXIII annunciò ai cardinali riuniti la convocazione del Concilio Ecumenico Vaticano II. È l'avvenimento moderno più importante accaduto in questo complesso, ed è anche il meno ricordato dai visitatori: una lapide dettata dal cardinale Antonio Bacci lo commemora.

Il 30 ottobre 2016 il terremoto del centro Italia provocò crepe e cadute di cornici; la basilica fu chiusa per le verifiche e riaperta dopo i controlli.

Il 20 maggio 2025 Leone XIV, eletto pochi giorni prima, venne a pregare sul sepolcro dell'Apostolo davanti a circa duemila fedeli, accolto dall'abate dom Donato Ogliari e dal cardinale arciprete James Michael Harvey; incensò il trophaeum e tenne un'omelia sulla grazia, la fede e la giustizia. Il 28 dicembre 2025 il cardinale Harvey chiuse la Porta Santa del Giubileo. Il 25 gennaio 2026, durante i vespri della Conversione di San Paolo, è stata accesa la luce sul tondo musivo del nuovo pontefice.

Chi è passato da Basilica San Paolo fuori le Mura

Paolo di Tarso, prima di tutti, ma da morto: qui arriva il suo corpo, non la sua predicazione.

Gli imperatori. Costantino fondò la prima basilica; Teodosio I, Graziano e Valentiniano II ordinarono la seconda; Onorio la completò. Galla Placidia, figlia di Teodosio e reggente dell'impero d'Occidente, pagò di tasca propria il mosaico dell'arco trionfale e lo fece scrivere nell'iscrizione.

I papi, in numero difficile da riassumere. Silvestro I consacrò la basilica costantiniana, Siricio quella teodosiana. Leone I avviò la serie dei ritratti pontifici. Gregorio Magno creò la Confessione. Gregorio II fondò di fatto l'abbazia. Giovanni VIII costruì Giovannipoli. Giovanni XVIII era stato monaco qui. Gregorio VII fu abate di questo monastero prima di diventare il papa della lotta per le investiture. Niccolò III, cioè Giovanni Gaetano Orsini, fu abate e si fece ritrarre nel mosaico absidale. Solo due pontefici riposano in basilica: san Felice III e Giovanni XIII.

Gli artisti. Pietro Vassalletto e Nicolò D'Angelo firmarono il candelabro pasquale intorno al 1170; la bottega dei Vassalletto costruì il chiostro nel Duecento. Pietro Cavallini affrescò la navata e lavorò ai mosaici della facciata: la sua opera qui è andata perduta nell'incendio, ed è una delle perdite più gravi della pittura italiana. Arnolfo di Cambio consegnò il ciborio nel 1285. Nell'Ottocento passarono Giuseppe Valadier, Pasquale Belli, Luigi Poletti, Antonio Moroni, Filippo Agricola, Nicola Consoni, Giuseppe Obici, Pietro Tenerani, Salvatore Revelli, Ignazio Jacometti, Rinaldo Rinaldi, Francesco Podesti, Virginio Vespignani; nel Novecento Guglielmo Calderini, Giuseppe Sacconi, Antonio Maraini ed Enrico Manfrini. Nel 1494 Andrea Bregno aveva lasciato il suo trittico marmoreo nella cappella di San Lorenzo, e Carlo Maderno progettò due cappelle del transetto.

I santi e i riformatori. Sant'Oddone di Cluny portò qui la riforma nel X secolo. Ludovico Barbo, chiamato da Gabriele Condulmer, riformò l'abbazia nel Quattrocento. Ignazio di Loyola e i primi gesuiti pronunciarono qui i voti solenni il 22 aprile 1541. Dom Prosper Guéranger professò a San Paolo il 26 luglio 1837, prima di rifondare Solesmes e di riscrivere la storia del canto gregoriano. Rudesindo Salvado, fondatore della missione benedettina di New Norcia in Australia, morì qui il 29 dicembre 1900. Il beato Ildefonso Schuster fu abate prima di diventare cardinale e arcivescovo di Milano.

I viaggiatori. Johann Wolfgang von Goethe venne nel dicembre 1787 e ne scrisse nel Viaggio in Italia: è una delle poche descrizioni dirette della basilica teodosiana che ci restano prima dell'incendio. Stendhal arrivò dopo il 1823 e annotò l'immagine delle travi nere, fumanti e mezzo bruciate.

I contemporanei. Giovanni XXIII annunciò qui il Concilio il 25 gennaio 1959. Leone XIV è venuto a pregare sul sepolcro il 20 maggio 2025 e vi ha presieduto i vespri della Conversione il 25 gennaio 2026. Il cardinale James Michael Harvey è arciprete dal 2012, dom Donato Ogliari è l'abate della comunità benedettina.

Un nome che nessuno associa a questo luogo e che invece merita di chiudere l'elenco: Barnaba Chiaramonti, monaco benedettino formatosi nella scuola di questa congregazione, eletto papa nel 1800 come Pio VII. Fu il pontefice che tenne testa a Napoleone e visse cinque anni di prigionia in Francia. Morì un mese dopo l'incendio, senza saperlo.

Domande veloci su Basilica San Paolo fuori le Mura

Quanto costa entrare nella Basilica San Paolo fuori le Mura?

Niente. L'ingresso in basilica è libero tutti i giorni, senza biglietto e senza prenotazione. Si paga soltanto il percorso che comprende chiostro, pinacoteca e area archeologica: 4 euro l'intero, 3 euro il ridotto.

Che orari ha la Basilica San Paolo fuori le Mura?

La pagina degli orari dell'amministrazione indica apertura ogni giorno dalle 7:00 alle 18:30, senza giorno di chiusura settimanale. L'orario serale può variare con la stagione e con le celebrazioni: conviene verificarlo sul sito ufficiale della basilica il giorno prima.

Che orari e che prezzo ha il chiostro?

Il percorso museale apre alle 8:00 e chiude alle 18:00, con ultimo ingresso alle 17:30; il biglietto costa 4 euro, ridotto 3 euro. Anche qui gli orari sono soggetti a variazioni stagionali.

Come si arriva alla Basilica San Paolo fuori le Mura con la metropolitana?

Metro B, direzione Laurentina, fermata Basilica San Paolo. Dall'uscita si cammina tre minuti in piano. Da Termini sono circa venti minuti senza cambi.

C'è un autobus che arriva alla basilica?

Sì, la linea 23, fermata Ostiense/Lungotevere San Paolo. Collega Piazzale Clodio al Verano passando per Trastevere, Testaccio e l'Ostiense: comoda se venite da quelle zone, lenta se avete fretta.

Qual è l'indirizzo esatto?

Piazzale San Paolo 1, 00146 Roma. L'ingresso ufficiale non è su via Ostiense ma sul piazzale interno, attraverso il quadriportico.

Serve prenotare per visitare la Basilica San Paolo fuori le Mura?

No. Per la basilica non esiste prenotazione né biglietteria. Il biglietto del percorso museale si acquista sul posto.

Quanto dura la visita?

Quaranta minuti per la sola basilica, se camminate con attenzione. Un'ora e mezza o due se aggiungete chiostro, pinacoteca e area archeologica. I gruppi organizzati la liquidano in venti minuti, e sbagliano.

Dove si trova la tomba di San Paolo?

Sotto l'altare papale, nella Confessione, cioè lo spazio incassato al centro del presbiterio a cui si scende da due scale di marmo. Il sarcofago è visibile attraverso l'apertura quadrangolare aperta nei restauri dei primi anni Duemila, e reca l'iscrizione PAVLO APOSTOLO MART.

Chi è il papa raffigurato nell'ultimo tondo della navata?

Leone XIV, eletto nel 2025. Il suo ritratto musivo, realizzato dallo Studio del Mosaico Vaticano su disegno di Rodolfo Papa, è stato consegnato il 14 gennaio 2026 e collocato nella navata destra a circa tredici metri di altezza, accanto a quello di papa Francesco.

Si possono fare fotografie dentro la Basilica San Paolo fuori le Mura?

Sì, senza flash e senza treppiedi ingombranti. Durante le celebrazioni si mette via tutto. Per l'interno serve un obiettivo luminoso o una superficie d'appoggio, perché l'alabastro alle finestre dà una luce calda ma scarsa.

La Basilica San Paolo fuori le Mura è adatta ai bambini?

Molto. Gli spazi sono enormi e non ci sono corridoi stretti né code. Il quadriportico funziona come sfogatoio prima o dopo, e la caccia ai tondi papali lungo la parete tiene occupato un ragazzino per tutta la visita.

La basilica è accessibile a chi ha difficoltà motorie?

Quadriportico e navate sono su un unico piano senza gradini rilevanti, con spazi ampi: è fra le chiese papali romane più praticabili. Presbiterio e Confessione richiedono alcuni gradini. Il percorso del chiostro ha soglie e superfici irregolari: conviene telefonare prima ai numeri 06 69880800 o 06 69880802.

Perché si chiama fuori le Mura?

Perché sorge fuori dalla cinta delle Mura Aureliane, a poco meno di due chilometri dalla Porta San Paolo, sul tracciato della via Ostiense. La legge romana vietava le sepolture dentro il perimetro urbano, quindi le tombe, e le basiliche costruite sopra le tombe, si trovano tutte fuori dalle mura: lo stesso vale per San Lorenzo e per San Sebastiano.

La Basilica San Paolo fuori le Mura appartiene all'Italia o alla Santa Sede?

Alla Santa Sede. Il complesso gode dell'extraterritorialità riconosciuta dai Patti Lateranensi del 1929: giurisdizione vaticana piena, nessuna possibilità di esproprio o tassazione da parte italiana. Il piazzale esterno è invece territorio italiano.

Quanti papi sono sepolti nella basilica?

Due soltanto: san Felice III e Giovanni XIII. È un numero sorprendentemente basso per una basilica papale, e si spiega con il fatto che il sepolcro qui è uno solo e appartiene all'Apostolo.

Che cosa vuol dire che è patrimonio Unesco?

Dal 1980 la basilica rientra nel sito Unesco che comprende il centro storico di Roma e le proprietà extraterritoriali della Santa Sede. Sul piano pratico significa vincoli di tutela e obblighi di conservazione, non biglietti o restrizioni per il visitatore.

Cosa si vede nell'area archeologica?

Le strutture del monastero femminile dei secoli V-VII con l'oratorio di Santo Stefano, un tratto della porticus Sancti Pauli che collegava la Porta San Paolo alla basilica, e i cantieri edilizi attivi in loco fra VIII e XV secolo, con le vasche per la malta e i marmi antichi accantonati per farne calce. Gli scavi partirono nel 2007 e durarono circa due anni.

Che differenza c'è fra la Basilica San Paolo fuori le Mura e le catacombe dell'Appia?

Le catacombe sono cimiteri ipogei scavati nel tufo e si visitano solo con guida, in orari e percorsi stabiliti. Qui il cimitero era in superficie, all'aperto, e la basilica ci fu costruita sopra: si entra liberamente e si cammina sulle sepolture senza accorgersene.

Che cos'è il ciborio sopra l'altare?

Un'edicola marmorea gotica realizzata da Arnolfo di Cambio nel 1285 per volere dell'abate Bartolomeo, con statue di Paolo, Pietro, Benedetto e Timoteo agli angoli. Serve a marcare architettonicamente il punto esatto della tomba.

Da dove viene l'organo maggiore?

Dalla basilica di San Giovanni in Laterano, da cui fu trasferito nella seconda metà dell'Ottocento; lo strumento è legato al materiale della bottega dei fratelli Serassi ed è stato più volte ricostruito, da Domenico Farinati nel 1895 fino alla ditta Buccolini fra il 1993 e il 1995. Oggi conta trentasei registri per circa duemilacinquecentocinquanta canne.

Si può assistere a una messa?

Certo, ed è gratuito come tutto il resto. Feriali alle 7:00, alle 10:00 e alle 17:00, con i vespri alle 18:00; domenica e solennità alle 8:00, alle 10:00, alle 12:00 e alle 18:00, con i vespri alle 17:00. La messa conventuale domenicale delle 10:00 è quella cantata dai monaci.

C'è un bookshop o un punto ristoro?

Sì, entrambi aperti ogni giorno dalle 8:00 alle 18:30. La sacrestia apre 8:00-12:00 e 16:00-18:30, l'amministrazione dal lunedì al sabato 8:00-14:00.

Cosa vedere nei dintorni della Basilica San Paolo fuori le Mura?

La Piramide Cestia e il Museo della Via Ostiense a Porta San Paolo, la Centrale Montemartini con le statue capitoline fra le turbine, l'Abbazia delle Tre Fontane dove la tradizione colloca il martirio di Paolo, le catacombe di Commodilla e di Santa Tecla sull'Ostiense.

La basilica ha subito danni con il terremoto del 2016?

Sì. Il 30 ottobre 2016 la scossa di magnitudo 6,5 con epicentro fra Norcia e Visso provocò crepe, cadute di cornici e il distacco di un supporto di un grande candelabro. La basilica fu chiusa per le verifiche di sicurezza e riaperta dopo i controlli: nessun danno strutturale.

Si può salire sul campanile?

Il campanile di Poletti, alto cinque ordini e terminato nel 1860, non fa parte del percorso di visita, e la basilica non offre punti panoramici.

Si prega ancora oggi sulla tomba di Paolo?

Ogni giorno. La comunità benedettina custodisce la basilica dall'VIII secolo e assicura l'ufficiatura sul sepolcro senza interruzioni, comprese le stagioni in cui lo Stato le aveva confiscato ogni bene.

Qual è il periodo migliore per visitare la Basilica San Paolo fuori le Mura?

Qualunque, perché non si fa la coda. Se potete scegliere, febbraio o novembre a prima mattina. Il 25 gennaio, festa della Conversione di San Paolo, la basilica è il centro delle celebrazioni: spettacolare da vedere, inadatto a chi cerca silenzio.

Si entra con zaini grandi o trolley?

Non ci sono divieti formali né un deposito bagagli. Il buon senso vale più del regolamento: uno zaino da giornata non crea problemi, un trolley da stiva in una chiesa in cui si celebra ogni ora, sì.

Quanto costa una visita guidata organizzata dalla basilica?

Le tariffe e le modalità si concordano scrivendo a info@basilicasanpaolo.org o telefonando all'amministrazione. Non esiste un listino fisso e permanente.

La Basilica San Paolo fuori le Mura fa parte del giro delle sette chiese?

Sì, ed è la seconda tappa del percorso classico codificato dal Giubileo del 1300 e rilanciato nel Cinquecento da san Filippo Neri. Le altre sono San Pietro, San Giovanni in Laterano, Santa Maria Maggiore, San Lorenzo fuori le Mura, Santa Croce in Gerusalemme e San Sebastiano fuori le Mura.

La Porta Santa è ancora aperta?

No. Il Giubileo ordinario del 2025 si è concluso e la Porta Santa della basilica è stata chiusa il 28 dicembre 2025 dal cardinale arciprete James Michael Harvey. Resta murata fino al prossimo Anno Santo.

Quanto è grande la Basilica San Paolo fuori le Mura?

Circa 131 metri di lunghezza, 65 di larghezza e 29,70 di altezza, con cinque navate divise da quattro file di venti colonne di granito di Montorfano. È la seconda chiesa di Roma per dimensioni dopo San Pietro.

Che cos'è la Confessione e perché si chiama così?

È lo spazio incassato davanti all'altare che permette di avvicinarsi alla tomba senza salire sul presbiterio. Il nome viene dal latino confessio, che indica la testimonianza resa dal martire con il sangue: la tomba del martire è, letteralmente, la sua confessione di fede.

Quanto tempo serve per vedere anche l'area archeologica?

Mettete in conto quaranta minuti in più rispetto alla sola basilica, e un'altra mezz'ora per il chiostro. Con calma, il complesso completo occupa due ore piene, che restano poche per quello che c'è da vedere.

Un'ultima cosa, e poi vi lascio andare. Se avete un solo giorno a Roma, questa basilica non entrerà nella vostra lista, e va bene così. Ma se ne avete tre, o se ci tornate per la seconda volta, prendete la metro B una mattina presto e venite qui prima di ogni altra cosa. Vi trovate in una chiesa immensa, gratuita, quasi vuota, costruita sopra una tomba che qualcuno visita ininterrottamente da milleottocento anni. Poi andate a fare la fila ai Musei Vaticani, se volete. Ma l'ordine giusto, per me, è questo.

Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.

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RiassuntoBasilica San Paolo fuori le Mura - Piazzale San Paolo, 1, 00146 Roma RM
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