Riserva Naturale Laurentino – Acqua Acetosa

La Riserva Naturale Laurentino Acqua Acetosa occupa il fondovalle a sud del quartiere Laurentino, nel Municipio IX, e la sede operativa indicata dall'ente gestore è in via Carlo Emilio Gadda 187, 00143 Roma, telefono 06 5082 9723. Il coordinamento amministrativo è dell'Ente Regionale RomaNatura, con uffici in via Gomenizza 81, 00195 Roma, telefono 06 35405310. Non esiste biglietteria: è un'area protetta regionale ad accesso libero, senza tornelli e senza orario di chiusura dichiarato, e la percorrenza dipende dalla luce del giorno più che da un cancello. La fermata di metropolitana più vicina è Laurentina, capolinea meridionale della linea B, da cui si prosegue verso i quartieri della Laurentina e del Vallerano; le linee di superficie cambiano con gli orari e conviene controllarle sul sito dell'azienda di trasporto prima di muoversi. In automobile si arriva dalla via Laurentina e dalle strade interne del Laurentino, con parcheggio libero su strada. L'area archeologica dell'Acqua Acetosa, che ricade nello stesso comprensorio, è invece chiusa al pubblico e resta di competenza della Soprintendenza: si vede da fuori, non si visita.

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Castelli Romani✦ Fuori porta

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Frascati, Castel Gandolfo, il lago di Albano. Un'ora da Roma e sembra un'altra regione.

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Tivoli: Villa d'Este e Villa Adriana✦ Patrimonio UNESCO

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Tour in e-bike✦ Senza fatica

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Le sette colline con l'assistenza al pedale. L'Appia Antica e il Gianicolo diventano facili.

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Colosseo, Foro e Palatino

L'ingresso a orario sparisce con giorni di anticipo in alta stagione. La versione con i sotterranei è quella che vale il s...

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Il primo slot della giornata o il tardo pomeriggio. A metà mattina è un nastro trasportatore, e non lo diciamo solo noi.

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Tour in golf cart✦ Poco cammino

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Il centro storico in un paio d'ore senza distruggerti i piedi, e passi dove i pullman non entrano.

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Tour a piedi✦ Il classico

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Roma si capisce camminando. La differenza la fa la guida, non l'itinerario: sono quasi tutti uguali sulla carta.

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Food tour✦ Vieni affamato

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Bar hopping e vita notturna✦ Dopo le 21

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Tre o quattro locali con qualcuno che sa quali sono aperti quella sera. Funziona meglio da soli che in coppia.

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Vespa e Ape Calessino✦ Foto garantite

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In Ape ti portano loro, in Vespa guidi tu (serve la patente). Due esperienze molto diverse sotto lo stesso nome.

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Tour in sidecar✦ Il più scenografico

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Il sidecar vintage con conducente: costa più della Vespa, ma è il giro che finisce in tutte le foto.

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Corsi di cucina✦ Si mangia alla fine

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Pasta a mano e poi ci si siede a tavola. La domanda giusta è quante persone ci sono per postazione.

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Degustazioni di vino✦ Anche in città

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In enoteca in centro o tra le vigne dei Castelli. Due cose diverse: una dura un'ora, l'altra una giornata.

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Catacombe e Appia Antica✦ Sottoterra

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Colosseo: sotterranei e arena✦ Accesso limitato

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Il piano dove aspettavano gladiatori e belve, e il pavimento dell'arena. Posti contati ogni giorno.

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Da Roma si fa in giornata, ma è una giornata vera: sveglia presto e rientro a sera.

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Mausoleo, fortezza, prigione e rifugio dei papi. E la terrazza con la vista migliore su San Pietro.

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Un'ora e dieci di treno. Il centro storico, il museo archeologico e la pizza vera.

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Dentro i Musei prima del pubblico. La Sistina quasi vuota è un'altra cosa.

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Se cercate le altre aree protette della città e gli itinerari a piedi dentro Roma, la mappa completa parte dalla pagina Decima Malafede, la riserva sorella che confina con questa a sud oltre il Grande Raccordo Anulare.

Riserva Naturale Laurentino-Acqua Acetosa
Riserva Naturale Laurentino-Acqua Acetosa

Che cosa è davvero la Riserva Naturale Laurentino Acqua Acetosa

Chi arriva qui aspettandosi un parco urbano con i vialetti asfaltati resta spiazzato, e fa bene. Questa è campagna residua, stretta fra l'edilizia pubblica degli anni Settanta e l'anello autostradale, con i fossi che scendono verso il Tevere e i casali che reggono ancora in piedi il ricordo di una economia agricola finita da mezzo secolo. La superficie indicata dalla scheda dell'ente regionale è di 152 ettari; il perimetro è stato oggetto di proposte di ampliamento e il dato aggiornato va controllato sul sito ufficiale dell'ente, perché le cifre in circolazione non coincidono. In ogni caso siamo davanti a una delle aree protette più piccole del sistema romano, e anche a una delle più fragili.

L'istituzione arriva con la legge regionale del Lazio 6 ottobre 1997, numero 29, pubblicata sul bollettino ufficiale del 10 novembre 1997. Quella legge nasce come riordino complessivo delle aree protette regionali e porta dentro il sistema di RomaNatura un pezzo di territorio che, fino a quel momento, aveva una destinazione ben diversa: urbanizzazione intensiva, edilizia residenziale pubblica e privata. Il punto merita di essere detto con chiarezza, perché spiega tutto il resto: la Riserva Naturale Laurentino Acqua Acetosa esiste non perché qualcuno l'abbia conservata, ma perché qualcuno ha smesso di costruirla.

I numeri della Riserva Naturale Laurentino Acqua Acetosa

Ente di gestione: RomaNatura, l'ente regionale che amministra le aree protette dentro il territorio di Roma Capitale. Comune: Roma. Tipologia: riserva naturale regionale. Estensione dichiarata dalla scheda regionale: 152 ettari. Confini: a nord gli edifici del Laurentino, a sud il Grande Raccordo Anulare, a est la via Laurentina, a ovest il comprensorio dell'Acqua Acetosa Ostiense. Dentro questo quadrilatero irregolare scorrono tre corsi d'acqua minori, si aprono tre valli, si contano alcuni casali storici e un pianoro che gli archeologi hanno scavato per quattro stagioni. Non è molto, in ettari. È moltissimo, in stratigrafia.

Perché la riserva è nata dove doveva nascere un quartiere

Negli anni Settanta questo fondovalle era destinato a diventare l'ennesimo comparto di edilizia economica e popolare della fascia meridionale. Le ricognizioni preliminari all'urbanizzazione, quelle che si fanno prima di aprire i cantieri, hanno restituito nel 1976 un abitato protostorico e la sua necropoli. Da lì in avanti il destino dell'area cambia direzione: prima il vincolo archeologico del 1976 sul villaggio e sulla necropoli, poi, vent'anni dopo, la legge regionale che istituisce la riserva. È una sequenza che a Roma si ripete spesso, ma raramente con questa nettezza. La mia opinione, dopo averci portato gruppi più volte, è che la Riserva Naturale Laurentino Acqua Acetosa sia il caso di studio più onesto che si possa mostrare a chi vuole capire come funziona davvero la tutela in periferia: si tutela quello che si scopre, e si scopre quello che si sta per distruggere.

Le tre valli della Riserva Naturale Laurentino Acqua Acetosa

L'ossatura del paesaggio è idraulica. Tre fossi incidono il tufo e disegnano tre vallecole parallele che convergono verso ovest, in direzione del Tevere. Chi cammina qui non segue sentieri panoramici: segue l'acqua, e l'acqua racconta il terreno meglio di qualsiasi cartello.

Il fosso dell'Acqua Acetosa

È la valle centrale, quella che dà il nome all'intera riserva. Il fosso raccoglie le acque del versante e passa accanto alla sorgente minerale che ha reso celebre questo tratto di Laurentina. Il letto è modesto, spesso ridotto a un filo d'acqua in agosto, gonfio e torbido dopo i temporali di ottobre. Lungo le rive la vegetazione si infittisce e diventa una fascia continua di salici e pioppi che, vista dall'alto del pianoro, disegna un nastro verde scuro dentro il giallo dei campi.

Il fosso di Vallerano

Il Vallerano è il collettore principale del settore, e il fosso dell'Acqua Acetosa gli porta il suo tributo prima che l'insieme raggiunga la sinistra idrografica del Tevere. Il toponimo ha generato negli anni una certa confusione con località omonime del Lazio settentrionale: qui si parla del fosso romano, non del paese della Tuscia. La valle del Vallerano è la più aperta delle tre e la più segnata dall'agricoltura recente, con appezzamenti che fino a pochi decenni fa erano ancora seminati.

Il fosso del Ciuccio

Il terzo fosso ha il nome più romano dei tre e la fauna più interessante. Nelle sue acque, e nelle pozze che si formano nelle vecchie cave di basalto presso i casali di San Sisto, sopravvivono popolamenti di tritone e di rana verde: sono gli animali che gli ecologi usano come spia della qualità dell'acqua, perché la pelle degli anfibi non perdona l'inquinamento. Trovarli a poche centinaia di metri dal Grande Raccordo Anulare è la notizia migliore che questa riserva possa dare.

La sorgente che dà il nome a tutto

Intorno al chilometro otto della via Laurentina affiora una sorgente di acqua minerale leggermente acidula, ferruginosa e con una componente sulfurea. Il sapore aspro le è valso il nome popolare di acqua acetosa, che a Roma indica più fonti: quella dei Parioli, nota ai viaggiatori del Grand Tour, e questa, distinta dagli antichi toponomasti come Acqua Acetosa Ostiense proprio per evitare l'equivoco. Chi confonde le due sbaglia quartiere di undici chilometri.

L'acqua acetosa degli antichi e gli acquacetosari

La fonte era conosciuta in età romana e le veniva riconosciuto un uso terapeutico, come accadeva per molte acque minerali del suburbio. La tradizione locale racconta che l'acqua venisse portata in città da venditori ambulanti, gli acquacetosari, che la caricavano in recipienti di terracotta e la distribuivano nei rioni. È un mestiere sparito, come lo scopino e il vetturino, e sopravvive soltanto in qualche fotografia e nei nomi di strada. Vale la pena ricordarlo quando si guarda il rudere dello stabilimento: prima dell'imbottigliamento industriale, la distribuzione dell'acqua minerale era un lavoro a piedi.

La Fonte San Paolo e l'impianto del 1937

Nel 1937 la sorgente viene captata e industrializzata con un impianto di raccolta e commercializzazione intitolato Fonte San Paolo, dal nome della basilica ostiense che segna tutto questo settore urbano. L'acqua entra nel circuito delle minerali romane e per decenni compare sulle tavole della città. L'impianto è oggi chiuso, e la chiusura non ha una data di riapertura: la causa dichiarata è l'inquinamento della falda. Il fabbricato resta dentro il perimetro, in stato di abbandono, e chi passa lo scambia facilmente per un capannone qualunque.

Perché la fonte oggi non si beve

Lo dico senza giri: l'acqua di questa sorgente non va bevuta. Non è una precauzione formale, è la ragione per cui lo stabilimento è chiuso. La falda di questo settore ha subito decenni di pressione urbana, discariche abusive e sversamenti, e la bonifica dell'area è una delle partite ancora aperte fra Municipio, Roma Capitale e l'ente gestore. Se portate bambini, questa è la sola regola davvero non negoziabile della giornata.

Gli eucalipti della Riserva Naturale Laurentino Acqua Acetosa

Fra i filari che si incontrano risalendo la valle centrale ci sono alcuni allineamenti di eucalipto, piantati alla fine dell'Ottocento. Non sono un capriccio paesaggistico: appartengono alla grande stagione della lotta alla malaria nell'Agro Romano, quando si riteneva che l'albero australiano, con la sua sete formidabile e le sue foglie balsamiche, potesse prosciugare i ristagni e purificare l'aria. La scienza ha poi chiarito che il vettore era la zanzara e non il miasma, ma gli eucalipti sono rimasti, e oggi sono monumenti botanici involontari di un errore scientifico generoso. Si riconoscono al primo sguardo per la corteccia che si sfalda a strisce e per l'odore che resta sulle dita dopo aver stropicciato una foglia. Li trovate anche lungo la via Appia e nei terreni bonificati della costa, e raccontano la stessa storia: chi cammina nel Parco dell'Appia Antica incontra gli stessi filari con la stessa origine.

La vegetazione della Riserva Naturale Laurentino Acqua Acetosa

La copertura forestale è modesta e frammentata, e sarebbe disonesto raccontarla come un bosco. L'uso agricolo intenso e l'urbanizzazione ai margini hanno ridotto le formazioni arboree a boschetti isolati. Ma quei boschetti sono veri, e hanno una composizione che vale la pena leggere pianta per pianta.

I boschetti di querce

Si riconoscono cerri, roverelle, farnie, lecci e sughere, con l'acero campestre a fare da secondo piano. È la compagine tipica del bosco misto laziale di bassa quota, quella che nel Lazio costiero convive con la macchia mediterranea. Il leccio è sempreverde e tiene il colore anche a gennaio; la roverella perde le foglie ma spesso se le tiene attaccate secche per tutto l'inverno, ed è il modo più semplice per distinguerle a distanza. La presenza della sughera, in un contesto così urbanizzato, è il segno di suoli acidi e di una continuità forestale antica che l'aratro non ha cancellato del tutto.

Le rive dei fossi

Lungo l'acqua la vegetazione cambia completamente: salici e pioppi formano la galleria ripariale, con rovi e biancospino a chiudere il sottobosco in una barriera che d'estate diventa invalicabile. Dentro l'acqua compaiono la veronica acquatica e il crescione, due piante che in cucina hanno avuto una lunga carriera e che qui indicano acqua corrente e ossigenata. Chi vuole capire la differenza fra un fosso vivo e un canale di scolo non ha bisogno di un laboratorio: guarda se c'è il crescione.

Le erbe spontanee e le orchidee

Nei prati e negli incolti si trovano borragine, malva, carota selvatica, cardo mariano e papaveri, la flora ruderale che colonizza i terreni agricoli abbandonati. La sorpresa vera arriva in primavera, ed è la ragione per cui aprile è il mese giusto: dentro la riserva sono segnalate orchidee spontanee dei generi Ophrys, Serapias e Orchis. Le ofridi sono quelle che imitano l'addome di un insetto per attirare i maschi impollinatori, uno degli inganni più eleganti del regno vegetale. Non si raccolgono, non si scavano, si fotografano stando in piedi sul sentiero: sono specie protette e il bulbo non sopravvive al trapianto.

La fauna della Riserva Naturale Laurentino Acqua Acetosa

La biodiversità è quella di un'area protetta piccola e circondata, quindi con molte specie antropofile e poche specie esigenti. Detto questo, l'elenco è più lungo di quanto si immagini scendendo dal Raccordo.

Anfibi e granchi di fiume

Nei fossi di acqua dolce vivono il granchio di fiume, la rana verde, il rospo comune e il tritone. Il granchio di fiume merita una riga in più: è un crostaceo d'acqua dolce che non tollera acque sporche e che a Roma sopravvive in pochissimi corsi minori. Trovarlo qui significa che almeno alcuni tratti dei fossi hanno ancora una qualità decente. Il tritone crestato, segnalato nelle pozze delle vecchie cave di basalto, è la specie più delicata dell'intero elenco.

Rettili

La biscia dal collare frequenta le rive e si tuffa quando la disturbate: è innocua e caccia anfibi. Il biacco è il serpente nero e veloce che vedrete attraversare i sentieri in giugno, altrettanto innocuo e temuto a torto. Completano il quadro le lucertole comuni e il geco comune, che a fine giornata compare sui muri dei casali.

Mammiferi

La volpe c'è, e si muove al crepuscolo lungo i margini dei campi. L'istrice lascia gli aculei sui sentieri e scava tane profonde nelle scarpate di tufo. Il riccio e la talpa completano il quadro dei piccoli mammiferi, insieme ai roditori dei prati e alle colonie di pipistrello nano che al tramonto escono dalle fessure dei casali. Chi vuole vedere qualcosa di vivo deve venire nell'ultima ora di luce, non a mezzogiorno.

Uccelli e rapaci

Sui fossi si osservano l'airone cenerino, il martin pescatore e la ballerina bianca; sui campi aperti la poiana e il gheppio, che caccia a volo fermo sopra l'erba alta. Nei casali nidificano civetta e barbagianni, e il falco pellegrino è segnalato come presenza cacciatrice. Fra i passeriformi si contano usignolo, upupa, codirosso, merli, passeri, storni e rondini; il fagiano comune circola nei campi come eredità delle vecchie immissioni venatorie. L'upupa, con la sua cresta a ventaglio e il canto a tre note, è l'uccello che i gruppi ricordano meglio.

Insetti

Bombi, api selvatiche e farfalle popolano i prati fioriti: aurora, macaone e podalirio sono le tre più riconoscibili, e il macaone, con le sue code posteriori, è la farfalla che tutti fotografano male perché non sta ferma. Se volete portare a casa uno scatto decente, cercatela al mattino presto, quando la temperatura bassa la tiene immobile sui fiori.

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L'abitato protostorico dell'Acqua Acetosa Laurentina

Qui la riserva smette di essere una questione di alberi e diventa una questione di secoli. Nel 1976, durante i lavori preliminari all'urbanizzazione del quartiere Laurentino, fu individuato sul pianoro prospiciente il fosso e la fonte un abitato protostorico. Le campagne di scavo, dirette da Alessandro Bedini, si svolsero fra il 1976 e il 1980 e restituirono un insediamento fortificato all'ottavo chilometro della via Laurentina, a sud di Roma.

Il fossato e l'aggere

Il sistema difensivo è la parte che colpisce di più chi conosce l'archeologia laziale. Sul lato settentrionale, quello più esposto, fu scavato nel tufo un fossato profondo lungo circa duecento metri; la terra e gli scheggioni di tufo cavati vennero accumulati all'interno a formare un terrapieno, un aggere, che ancora oggi si conserva per undici metri di dislivello. Sul versante meridionale il pianoro si difendeva da solo, con pareti di tufo ripide. Gli accessi erano ridotti a passaggi stretti alle due estremità, facilmente sbarrabili. Lo scavo del fossato è datato all'inizio dell'ottavo secolo avanti Cristo: significa che qui, mentre Roma stava appena nascendo come aggregato di villaggi, una comunità laziale aveva già la capacità organizzativa e la manodopera per fortificare un pianoro.

Le fasi dell'abitato

I frammenti ceramici più antichi, raccolti in giacitura secondaria, risalgono al Bronzo finale, fra il dodicesimo e il decimo secolo avanti Cristo. La fase piena è quella della prima età del ferro e dell'orientalizzante, fra l'ottavo e il settimo secolo. L'area indagata copre circa due ettari, con capanne di dimensioni modeste, la tipologia consueta del Lazio antico, ed è probabile che nelle fasi più tarde l'abitato si sia esteso oltre la collina fortificata. Una strada tagliata nel tufo collegava il fondovalle alla zona della necropoli, a nord est. Verso la fine del settimo secolo l'insediamento entra in declino, e la vita sul pianoro continua in forme molto più modeste fino ad età più recenti.

Perché proprio quel pianoro

La posizione non è casuale. Il sito controlla la valle dell'Acqua Acetosa e i passaggi verso il Tevere, i Colli Albani e le città costiere di Laurentum, Lavinium e Ardea. È un nodo di traffici, non un rifugio: i corredi funerari lo dimostrano con oggetti che vengono da lontano. Chi vuole capire a occhio la geografia di questi rapporti può percorrere il litorale fino ad Ardea, l'antica capitale dei Rutuli, e poi risalire verso Ostia Antica: sono i due capi della stessa rete commerciale che passava di qui.

La necropoli e i corredi principeschi

Dall'abitato si passa ai suoi morti, e i morti di questo sito hanno fatto storia. Le campagne di scavo hanno restituito circa centosettantacinque sepolture, un campione statistico raro per il Lazio protostorico, che ha permesso di leggere lo sviluppo sociale della comunità come si legge un grafico.

Dalle tombe modeste ai tumuli

Le sepolture dell'ottavo secolo contengono corredi ceramici sobri, quasi uniformi: una società ancora poco differenziata. Nel corso del settimo secolo, in piena età orientalizzante, il quadro cambia bruscamente. Compaiono famiglie aristocratiche che si fanno costruire tumuli di oltre trenta metri di diametro, con tombe a pseudo camera che superano i quattro metri per tre, sostegni di legno o di pietra e copertura a tumulo. È il momento in cui la ricchezza smette di essere nascosta e diventa architettura funeraria visibile a chilometri di distanza.

Il carro di bronzo e gli oggetti di lusso

Le tombe di vertice contengono fino a un centinaio di vasi, vasellame bronzeo come bacili e tripodi, armi di ferro, vaghi di ambra, fibule d'oro e scudi di bronzo decorati, tutti indicatori di rango particolarmente elevato. Fra i materiali recuperati la documentazione dell'ente gestore segnala un carro di bronzo, l'oggetto che più di ogni altro definisce il proprietario come membro di un'élite guerriera e cerimoniale. L'ambra arriva dal Baltico attraverso le vie continentali, l'oro passa per le botteghe dell'Etruria meridionale: dentro una tomba della Laurentina c'è mezza Europa dell'età del ferro.

Dove si vedono oggi i corredi

I materiali della necropoli sono conservati nelle raccolte del Museo Nazionale Romano. Chi vuole vederli, o vedere il contesto laziale a cui appartengono, deve muoversi verso le sedi del museo in centro: la sezione protostorica e le collezioni archeologiche si distribuiscono fra Palazzo Massimo alle Terme, l'Aula Ottagona delle Terme di Diocleziano e la Crypta Balbi. Conviene verificare sul sito del museo quale sede esponga i materiali della Laurentina nel periodo in cui andate, perché gli allestimenti ruotano.

Tellenae, Politorium e la questione del nome

Come si chiamava questo posto? Non lo sappiamo. La posizione a sud di Roma, fra Ficana e Castel di Decima, ha portato gli studiosi a proporre l'identificazione con Politorium o con Tellenae, due centri latini che la tradizione annalistica ricorda distrutti durante l'espansione territoriale romana di età regia, con la popolazione deportata sull'Aventino. È un'ipotesi, non un fatto: nessuna iscrizione trovata sul pianoro pronuncia un nome. Chi ve la racconta come certezza vi sta vendendo una suggestione.

La cosa interessante è un'altra. Se anche l'identificazione fosse sbagliata, resterebbe il dato strutturale: qui c'era un centro autonomo, fortificato, con un'aristocrazia ricca, a otto chilometri dal Foro Romano, e verso la fine del settimo secolo ha smesso di contare. La storia della formazione dello stato romano è anche la storia di questi vicini che spariscono. La Riserva Naturale Laurentino Acqua Acetosa custodisce, sotto l'erba, uno dei perdenti di quella partita.

I casali e gli edifici storici della Riserva Naturale Laurentino Acqua Acetosa

Il patrimonio costruito è la terza anima della riserva, e la più trascurata dai visitatori. Sono edifici rurali e industriali che raccontano quattro secoli di uso del suolo.

Il casale di San Sisto

Il complesso di San Sisto, di impianto seicentesco, sorge in prossimità dell'abitato protostorico. La destinazione prevista dai programmi dell'ente gestore è quella di museo laboratorio e centro visita dell'area archeologica: sarebbe il presidio che a questa riserva manca da sempre. Al momento della vostra visita conviene controllare sul sito dell'ente se il centro sia effettivamente aperto, perché i tempi dei recuperi romani sono quelli che sono. Accanto al casale si aprono le vecchie cave di basalto, oggi pozze d'acqua che ospitano tritoni e rane verdi.

Il Castellaccio e la vaccheria

Sulla collina del Castellaccio si conserva una vecchia vaccheria la cui grande sala basilicale, con le arcate che scandivano le poste degli animali, è destinata a diventare centro espositivo e museale. Le vaccherie dell'Agro Romano sono un capitolo di architettura rurale che quasi nessuno racconta: edifici imponenti, costruiti per la stabulazione del bestiame nella campagna malarica, spesso di qualità costruttiva sorprendente. Questa merita il piccolo sforzo di salire fin lassù anche solo per vederla da fuori.

Lo stabilimento della fonte e il deposito giudiziario

Nel perimetro ricadono anche il vecchio stabilimento di imbottigliamento della Fonte San Paolo, chiuso per l'inquinamento della falda, e il deposito giudiziario dei veicoli sequestrati, una distesa di lamiera che è forse il vicino più stridente che una riserva naturale possa avere. Sono i due nodi da sciogliere per uno sviluppo coerente dell'area: finché restano così, qualunque discorso sulla riqualificazione resta teorico. Lo dico senza diplomazia: il giorno in cui il deposito trova un'altra collocazione, questa riserva raddoppia di valore.

Il Laurentino, il vicino ingombrante

A nord, il fondale è quello del quartiere Laurentino, l'intervento di edilizia residenziale pubblica progettato da Pietro Barucci e realizzato a partire dalla seconda metà degli anni Settanta, diventato celebre per i corpi di collegamento sopraelevati che i romani chiamano semplicemente i ponti. Il quartiere ha attraversato decenni di cronaca difficile e una lunga stagione di interventi di recupero, e oggi la sua immagine pubblica è molto diversa da quella degli anni Ottanta. Per chi cammina nella riserva, il Laurentino è soprattutto uno sfondo: una quinta di cemento che chiude la valle e rende immediatamente leggibile il confine fra la città costruita e la campagna scampata. È anche, va detto, uno dei contrasti fotografici più forti che Roma offra a chi cerca il paesaggio urbano e non la cartolina.

Una curiosità su Riserva Naturale Laurentino – Acqua Acetosa

La curiosità più bella di questa riserva non riguarda un albero o un rudere: riguarda una cronologia. Il fossato difensivo dell'abitato protostorico è stato scavato all'inizio dell'ottavo secolo avanti Cristo. Prendete quella data e mettetela accanto alla data tradizionale della fondazione di Roma, il 753 avanti Cristo: siamo nello stesso mezzo secolo. Mentre sul Palatino e sul Campidoglio i villaggi di capanne stavano appena cominciando a pensarsi come una cosa sola, qui, a otto chilometri di distanza, una comunità aveva già la capacità di organizzare un cantiere collettivo, tagliare duecento metri di fossato nel tufo e accumulare un terrapieno alto undici metri. Non è poco: fortificare un abitato significa avere una autorità che decide, una manodopera che obbedisce e una eccedenza alimentare che permette a decine di persone di lavorare alla difesa invece che ai campi.

La seconda parte della curiosità è quella che chiude il cerchio. Quel terrapieno c'è ancora. Non è una ricostruzione, non è un disegno su un pannello: è un rilievo di terra e scheggioni di tufo che si attraversa camminando, e che da undici metri di dislivello si legge ancora perfettamente nella morfologia del pianoro. In una città che espone i suoi monumenti dentro le teche, la Riserva Naturale Laurentino Acqua Acetosa conserva una fortificazione dell'età del ferro a cielo aperto, senza biglietteria e senza cartelli. Il fatto che quasi nessun romano lo sappia è, a suo modo, la curiosità dentro la curiosità.

Una cosa che non ti dice nessuno su Riserva Naturale Laurentino – Acqua Acetosa

Che l'area archeologica non si visita. È l'informazione più importante e la più assente dalle pagine che parlano di questo posto, e produce ogni anno decine di gite sbagliate. Il villaggio protostorico e la sua necropoli furono protetti nel 1976 con l'istituzione della zona archeologica dell'Acqua Acetosa, che è un perimetro distinto e non fa parte della riserva naturale. Il sito è chiuso al pubblico e resta di competenza esclusiva della Soprintendenza archeologica: si può camminare nella riserva, si può girare attorno al pianoro, si possono leggere le forme del terreno, ma non si entra nell'area di scavo e non si vedono le strutture messe in luce.

Chi arriva convinto di trovare un parco archeologico visitabile, con i percorsi e i pannelli, torna a casa deluso e racconta che qui non c'è niente. È il contrario: c'è moltissimo, ma è tutelato e non allestito. La distinzione fra vincolo archeologico e fruizione pubblica è una cosa che in Italia si spiega poco e si subisce molto. Il progetto di aprire un centro visita nel casale di San Sisto va esattamente in questa direzione, e quando sarà operativo cambierà la percezione dell'intera riserva. Fino ad allora, il consiglio pratico è semplice: venite per la valle, per i fossi, per gli eucalipti e per la lettura del paesaggio, e considerate l'archeologia come un livello di conoscenza che vi portate addosso, non come una visita guidata che qualcuno vi farà.

Secondo punto che nessuno dice: la riserva non ha una segnaletica ricca né un sistema di sentieri numerati come le aree protette maggiori. Le tracce ci sono, sono battute, ma vanno lette con buon senso. Un'app di cartografia offline e scarpe chiuse valgono più di qualunque depliant.

Il consiglio che ti do per visitare Riserva Naturale Laurentino – Acqua Acetosa

Venite ad aprile, di mattina presto, e dedicate alla riserva due ore e mezza, non di più. Aprile è il mese in cui le orchidee spontanee sono in fiore, i prati sono ancora verdi, i fossi hanno acqua, le farfalle sono uscite e le zanzare non hanno ancora preso possesso del fondovalle. La mattina presto serve per due ragioni: la fauna si muove nelle prime e nelle ultime ore di luce, e la luce radente disegna il rilievo del terrapieno protostorico che a mezzogiorno diventa illeggibile.

Organizzazione pratica. Portate acqua, perché dentro la riserva non ci sono fontanelle affidabili e la sorgente non si beve. Scarpe chiuse con suola scolpita: i sentieri lungo i fossi restano fangosi per giorni dopo la pioggia e il tufo bagnato è scivoloso. Pantaloni lunghi, per i rovi e per le zecche, che in un'area con volpi e istrici sono una possibilità concreta fra maggio e settembre. Niente bicicletta da strada: il fondo non la regge. Un binocolo leggero cambia completamente la giornata, perché la fauna qui si osserva a distanza.

Il consiglio di metodo, quello che dò sempre ai gruppi, è di costruire la visita come una discesa e una risalita: si parte dal margine urbano, si scende nella valle del fosso dell'Acqua Acetosa, si risale sul pianoro dell'abitato protostorico e si chiude guardando il Laurentino dall'alto. In quella sequenza di quaranta minuti si attraversano tremila anni e due modi opposti di abitare la stessa valle. Se invece avete solo un'ora, saltate la parte alta e restate lungo il fosso: l'acqua è la cosa più viva che questa riserva abbia.

Ultimo avvertimento, e non è retorico: questa non è un'area attrezzata. Non ci sono bagni, non c'è un chiosco, non c'è un punto informazioni sempre aperto. Chi si aspetta i servizi di un parco urbano farà bene a scegliere il Parco della Caffarella o la Pineta di Castel Fusano. Chi invece cerca un paesaggio vero e poco frequentato, è nel posto giusto.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Che a Roma le acque acetose sono due, e che confonderle è l'errore più comune di chi cerca questo posto. L'Acqua Acetosa che tutti conoscono è quella dei Parioli, sulla riva sinistra del Tevere a nord del centro, con la fontana attribuita alla cerchia berniniana e il capolinea del tram che ne porta il nome. L'altra, quella di cui parliamo qui, è l'Acqua Acetosa Ostiense, a sud, sulla via Laurentina, e per distinguerla i toponomasti hanno dovuto aggiungerle il cognome del quartiere. Chi digita il nome nel navigatore e parte senza controllare rischia di trovarsi undici chilometri più a nord, davanti a un'altra fonte e a un'altra storia.

Il fatto è risaputo fra i romani del quadrante sud, ed è quasi ignorato altrove, con conseguenze curiose: in rete circolano fotografie della fontana dei Parioli attribuite alla riserva del Laurentino, e viceversa. La ragione del doppio nome è la stessa in entrambi i casi, cioè la presenza di acque minerali acidule e ferruginose, frequenti nel sottosuolo vulcanico laziale. Roma è costruita su tufi e pozzolane che rilasciano anidride carbonica e sali di ferro: le sorgenti acidule sono il risultato geologico normale di quel sottosuolo, non una rarità. Quello che è raro è che una di queste sorgenti abbia dato il nome a un'area protetta e a una necropoli dell'età del ferro. Vale la pena aggiungere che nel quadrante meridionale la toponomastica delle acque è fittissima: dall'Acqua Santa alle sorgenti dell'Appia, l'intero settore è mappato sui punti dove l'acqua affiora, e i Parco degli Acquedotti ne è la traduzione monumentale.

La foto giusta da fare a Riserva Naturale Laurentino – Acqua Acetosa

La fotografia che vale il viaggio è una sola, e non è quella dei fiori. Salite sul bordo del pianoro dell'abitato protostorico nella prima mattina, mettetevi in modo da avere davanti la valle del fosso dell'Acqua Acetosa e sullo sfondo i corpi del Laurentino, e inquadrate tenendo bassa la linea dell'orizzonte. Quello che entra nel fotogramma è un salto di tremila anni: in primo piano il terrapieno di terra e tufo dell'ottavo secolo avanti Cristo, in mezzo i filari di eucalipto piantati contro la malaria alla fine dell'Ottocento, in fondo il cemento dell'edilizia pubblica degli anni Settanta. Tre modi di occupare la stessa valle, tre epoche, un solo scatto. Non conosco a Roma molti punti dove la stratigrafia urbana si legga così bene senza bisogno di didascalie.

Consigli tecnici, perché la foto è difficile. La luce giusta è quella radente del mattino, entro la prima ora e mezza dall'alba: serve a scolpire il dislivello dell'aggere, che con il sole alto sparisce e diventa un prato qualunque. Usate una focale moderatamente lunga, fra i cinquanta e i novanta millimetri equivalenti, per comprimere i piani e avvicinare il Laurentino: con il grandangolo il quartiere diventa una striscia insignificante e la foto perde il senso. Chiudete il diaframma per tenere a fuoco sia il primo piano sia lo sfondo. Se c'è foschia, aspettate: la foschia in questa valle è frequente nelle mattine di ottobre e novembre e appiattisce tutto.

La seconda foto, per chi ha pazienza, è quella del fosso: acqua corrente, crescione, rovi che si chiudono sopra. Serve un tempo lungo e un appoggio stabile, e serve accettare di sporcarsi le scarpe. La terza, la più difficile, è il martin pescatore: un lampo azzurro che attraversa il fosso e sparisce. Se lo prendete, avete fatto la giornata.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

Il primo avvenimento è la fortificazione del pianoro all'inizio dell'ottavo secolo avanti Cristo. Non è una battaglia e non ha un nome, ma è l'atto fondativo di questo luogo: una comunità decide di scavare duecento metri di fossato nel tufo e di alzare un aggere di undici metri, e nel farlo si dichiara città. Da quel momento il sito controlla le vie verso il Tevere, i Colli Albani e le città costiere.

Il secondo avvenimento è l'esplosione aristocratica del settimo secolo. Nell'arco di due o tre generazioni la necropoli passa dalle sepolture uniformi dell'ottavo secolo ai tumuli di oltre trenta metri di diametro, alle tombe a pseudo camera, ai corredi con un centinaio di vasi, bronzi, armi di ferro, ambra baltica e oro. È il momento in cui la ricchezza commerciale di questa valle diventa visibile e ostentata.

Il terzo avvenimento è il declino, verso la fine del settimo secolo. L'abitato perde peso e la necropoli si spegne. La tradizione annalistica romana colloca in questi decenni la distruzione dei centri latini vicini e la deportazione delle loro popolazioni a Roma: se l'identificazione con Politorium o Tellenae fosse fondata, quello che leggiamo nel terreno sarebbe la faccia archeologica di una conquista raccontata dalle fonti letterarie. Resta un'ipotesi, ma è una ipotesi che tiene.

Il quarto avvenimento appartiene all'Ottocento e ha la forma di alcuni filari di alberi: la piantagione degli eucalipti nella campagna malarica, scelta terapeutica e agronomica di una stagione che credeva nell'aria cattiva più che nella zanzara. Il quinto è del 1937, quando la sorgente viene captata e nasce lo stabilimento della Fonte San Paolo, che porta l'acqua acidula della Laurentina sulle tavole romane fino alla chiusura per inquinamento della falda.

Il sesto avvenimento è del 1976: le ricognizioni preliminari all'urbanizzazione individuano l'abitato e la necropoli, partono le campagne di scavo dirette da Alessandro Bedini e viene istituita la zona archeologica dell'Acqua Acetosa. Il settimo è del 6 ottobre 1997, quando la legge regionale numero 29 istituisce la riserva naturale e affida la gestione a RomaNatura. In ventuno anni, un fondovalle destinato al cemento diventa due volte area protetta: prima per quello che nasconde sotto, poi per quello che porta sopra.

Chi è passato da Riserva Naturale Laurentino – Acqua Acetosa

I primi ad avere un nome sono anonimi ma non generici: le famiglie aristocratiche del settimo secolo avanti Cristo sepolte nei tumuli della necropoli, uomini e donne che si facevano accompagnare nella tomba da un carro di bronzo, da scudi decorati, da fibule d'oro e da ambra venuta dal Baltico. Non conosciamo i loro nomi perché nessuna iscrizione del pianoro ce li restituisce, ma conosciamo il loro rango, i loro traffici e il loro gusto, che è più di quanto sappiamo di molti personaggi con un nome.

Poi c'è la tradizione letteraria, e va presa per quello che è. Gli annalisti romani raccontano che i re della prima età, e in particolare Anco Marzio, distrussero i centri latini a sud di Roma, fra cui Politorium e Tellenae, deportandone gli abitanti sull'Aventino. Se l'identificazione del pianoro con uno di quei centri fosse corretta, allora su questa collina sarebbe passato un esercito romano di età regia. È una tradizione, non un fatto accertato: la scrivo così, e così va letta.

Dall'Ottocento in poi passano di qui gli agronomi e i tecnici della bonifica dell'Agro Romano, quelli che piantarono gli eucalipti convinti di combattere la malaria, e gli acquacetosari, i venditori ambulanti che portavano in città l'acqua della fonte. Nel Novecento arrivano gli industriali dell'acqua minerale che nel 1937 impiantarono la Fonte San Paolo.

Il nome moderno più importante è quello di Alessandro Bedini, l'archeologo che fra il 1976 e il 1980 diresse gli scavi dell'abitato e della necropoli e che ha pubblicato i risultati nella serie di Archeologia Laziale: senza il suo lavoro questa valle sarebbe oggi un comparto edilizio e basta. Accanto a lui, l'architetto Pietro Barucci, autore del progetto del quartiere Laurentino che chiude la riserva a nord: due uomini che hanno lavorato negli stessi anni sullo stesso pezzo di città, uno scavando nel passato e uno costruendo il futuro, e che oggi si guardano da una parte all'altra della valle.

Come si visita davvero la Riserva Naturale Laurentino Acqua Acetosa

La visita si costruisce da soli, e questa è insieme la difficoltà e il pregio del posto.

Quanto dura la visita

Due ore e mezza per il giro completo con la risalita sul pianoro; un'ora se restate lungo il fosso dell'Acqua Acetosa; quattro ore se collegate anche il settore del fosso del Ciuccio e i casali. Non è un'area vasta, ma i dislivelli e il fondo irregolare rallentano più di quanto la mappa suggerisca.

La Riserva Naturale Laurentino Acqua Acetosa con i bambini

Funziona molto bene dai sei anni in su, a patto di impostare la giornata sull'acqua e sugli animali: granchi di fiume, rane, tritoni nelle pozze delle cave, aculei di istrice sui sentieri. Sotto i sei anni il fondo sconnesso e l'assenza di servizi la rendono faticosa. Il passeggino è da escludere. Regola ferrea, ripetuta due volte ai più piccoli: non si beve l'acqua della sorgente e non si entra nei fossi.

Accessibilità

L'area non è attrezzata per la visita in sedia a rotelle: i percorsi sono su terra battuta, con pendenze e tratti fangosi, e mancano passerelle. Chi ha difficoltà motorie può comunque affacciarsi sui margini dal lato urbano e leggere la valle dall'alto, che è già un buon quadro d'insieme. Per un'esperienza naturalistica accessibile nella stessa città, meglio orientarsi verso il Laghetto dell'EUR.

Con il cane

È un'area protetta con anfibi, rettili e nidificazioni a terra: il cane va tenuto al guinzaglio, sempre, e tenuto fuori dai fossi. Non è una formalità burocratica, è la differenza fra una passeggiata e un danno.

Quando andare e quando evitarla

Il periodo migliore va da metà marzo a fine maggio, con aprile in testa per le fioriture. Buono anche ottobre, con i colori del bosco ripariale e l'acqua tornata nei fossi. Da evitare luglio e agosto: il fondovalle è afoso, l'erba è secca, gli animali si nascondono e le zanzare hanno il sopravvento. Da evitare anche i due giorni successivi a una pioggia forte, quando i sentieri diventano impraticabili.

Cosa c'è intorno alla Riserva Naturale Laurentino Acqua Acetosa

Il quadrante meridionale è il più ricco di verde protetto di tutta Roma, e da qui si costruiscono giornate intere. A sud, oltre il Grande Raccordo Anulare, si apre la vastissima Decima Malafede, la maggiore delle riserve di RomaNatura, con boschi veri e casali. Verso il centro, la via Ostiense porta alla Basilica di San Paolo fuori le Mura e al Museo della Via Ostiense, che spiega la topografia antica di questo settore meglio di qualunque cartina. Poco distante, l'Abbazia delle Tre Fontane conserva un altro pezzo di campagna dentro la città, con l'eucalipto che qui è addirittura un prodotto monastico.

Sul versante moderno c'è il quartiere dell'EUR, a pochi minuti di strada, con i suoi assi monumentali e il laghetto. Chi vuole continuare sul filo dell'archeologia protostorica e funeraria trova il confronto più istruttivo nella Necropoli della Banditaccia di Cerveteri, dove i tumuli orientalizzanti si vedono in piedi e a grandezza naturale: è il modo migliore per immaginare come doveva apparire la necropoli della Laurentina prima che l'aratro la spianasse. Per chi resta in città, la Riserva Naturale Valle dei Casali e la Riserva di Monte Mario completano il giro delle aree protette urbane, e il Parco del Pineto offre la stessa lettura di valle e fosso sul versante opposto della città.

Se volete costruire una giornata organizzata e non improvvisata su questo quadrante, la rete di accompagnatori e guide di TourLeaderPro a Roma lavora abitualmente sui percorsi meno battuti del suburbio, e il servizio di accompagnamento turistico è pensato per i gruppi che vogliono un professionista a gestire tempi e logistica. Per chi viaggia in inglese e mette insieme un itinerario più ampio, la guida best things to do in Rome e la pagina dedicata a Lazio danno il quadro regionale, mentre chi cerca natura e cammini trova il panorama italiano in mountains and nature in Italy.

Domande veloci sulla Riserva Naturale Laurentino Acqua Acetosa

Quanto costa entrare nella Riserva Naturale Laurentino Acqua Acetosa

Niente. È un'area protetta regionale ad accesso libero, senza biglietteria e senza tornelli.

Dove si trova esattamente la Riserva Naturale Laurentino Acqua Acetosa

Nel settore meridionale di Roma, fra il quartiere Laurentino a nord, il Grande Raccordo Anulare a sud e la via Laurentina a est. Il riferimento indicato dall'ente gestore è via Carlo Emilio Gadda 187, 00143 Roma.

Qual è il numero di telefono della riserva

Il recapito indicato per la riserva è 06 5082 9723; la sede centrale di RomaNatura, in via Gomenizza 81, risponde allo 06 35405310.

Quanto è grande la Riserva Naturale Laurentino Acqua Acetosa

La scheda dell'ente regionale indica 152 ettari. Il perimetro è stato oggetto di proposte di ampliamento e in rete circolano cifre diverse: per il dato aggiornato conviene fare riferimento al sito dell'ente gestore.

Quando è stata istituita la riserva

Con la legge regionale del Lazio 6 ottobre 1997, numero 29, pubblicata sul bollettino ufficiale del 10 novembre 1997.

Chi gestisce la Riserva Naturale Laurentino Acqua Acetosa

L'Ente Regionale RomaNatura, che amministra il sistema delle aree naturali protette nel territorio di Roma Capitale.

Si può visitare l'area archeologica

No. La zona archeologica dell'Acqua Acetosa, istituita nel 1976, è chiusa al pubblico e di competenza esclusiva della Soprintendenza. Si cammina nella riserva, non nello scavo.

Si può bere l'acqua della sorgente

No. Lo stabilimento di imbottigliamento è chiuso per inquinamento della falda e l'acqua non è potabile. Portate la vostra borraccia.

Quanto dura la visita alla Riserva Naturale Laurentino Acqua Acetosa

Un'ora restando lungo il fosso, due ore e mezza per il giro con la risalita sul pianoro, fino a quattro ore se si collegano anche i casali e il fosso del Ciuccio.

Qual è il periodo migliore per andarci

Da metà marzo a fine maggio, con aprile in testa per le orchidee spontanee e le farfalle. Ottobre è la seconda scelta. Luglio e agosto sono da evitare.

È adatta ai bambini

Sì dai sei anni in su, impostando la visita sull'acqua e sulla fauna. Sotto i sei anni il fondo sconnesso e l'assenza di servizi la rendono faticosa, e il passeggino non passa.

È accessibile in sedia a rotelle

No. I percorsi sono su terra battuta, con pendenze e tratti fangosi, e non esistono passerelle attrezzate.

Si può portare il cane

Sì, al guinzaglio e lontano dai fossi, perché l'area ospita anfibi e nidificazioni a terra.

Ci sono bagni, chioschi o punti informativi

Non sono presenti servizi stabili. È previsto un centro visita nel casale di San Sisto: prima di partire conviene controllare sul sito dell'ente gestore se sia attivo.

Come si arriva con i mezzi pubblici

La stazione di metropolitana di riferimento è Laurentina, capolinea meridionale della linea B, da cui proseguono le linee di superficie verso i quartieri della Laurentina. Gli itinerari e gli orari dei bus vanno verificati sul sito dell'azienda di trasporto pubblico.

Si arriva in automobile e dove si parcheggia

Si arriva dalla via Laurentina e dalle strade interne del quartiere Laurentino; il parcheggio è libero su strada, senza aree dedicate.

Che animali si vedono nella Riserva Naturale Laurentino Acqua Acetosa

Volpe, istrice, riccio, talpa e pipistrelli fra i mammiferi; biscia dal collare, biacco, lucertole e geco fra i rettili; rana verde, rospo e tritone fra gli anfibi; airone cenerino, martin pescatore, poiana, gheppio, civetta, barbagianni, upupa, usignolo e fagiano fra gli uccelli. Nei fossi sopravvive il granchio di fiume.

Che differenza c'è con l'Acqua Acetosa dei Parioli

Sono due luoghi diversi e distanti. Quella dei Parioli è sulla riva sinistra del Tevere a nord del centro, con la sua fontana monumentale; questa è l'Acqua Acetosa Ostiense, a sud, sulla via Laurentina, dentro la riserva naturale.

Dove sono conservati i reperti della necropoli

Nelle raccolte del Museo Nazionale Romano. Quale sede li esponga dipende dagli allestimenti del momento e va verificato sul sito del museo.

Si possono fare foto e usare il drone

Le fotografie sono libere. Per i droni valgono le norme nazionali e le limitazioni dello spazio aereo romano, con l'aggravante della vicinanza al Grande Raccordo Anulare: va verificato caso per caso presso l'ente gestore e l'autorità competente.

Ci sono sentieri segnati

La riserva non ha una rete di sentieri numerati come le aree protette maggiori. Esistono tracce battute lungo i fossi, riconoscibili ma non segnalate in modo capillare: una cartografia offline sul telefono è consigliata.

Si può fare birdwatching

Sì, ed è forse l'attività che rende meglio. Le ore giuste sono la prima e l'ultima di luce, i punti migliori sono le rive dei fossi e i margini dei campi aperti dove cacciano poiana e gheppio.

Perché si chiama Acqua Acetosa

Per il sapore leggermente acidulo dell'acqua minerale della sorgente, dovuto alla componente ferruginosa e sulfurea tipica delle acque del sottosuolo vulcanico laziale.

Vale la pena andarci se ho poco tempo a Roma

Se avete due o tre giorni, no: restate in centro. Se vivete a Roma o se tornate spesso e volete capire come è fatta la città oltre l'anello, allora sì, e vale doppio.

Vi lascio con l'opinione che mi sono fatto portandoci gruppi e amici: la Riserva Naturale Laurentino Acqua Acetosa non è un posto bello, è un posto importante, e la differenza va detta con onestà. Chi cerca il paesaggio da fotografare troverà meglio altrove. Chi vuole capire come si è formata Roma, come si è difesa una comunità dell'età del ferro, come si è tentato di curare la malaria con gli alberi e come si è deciso, a un certo punto degli anni Settanta, di non costruire più su una valle, qui ha davanti un libro aperto che nessun museo può sostituire. Andateci in aprile, presto, con le scarpe giuste, e prendetevi il tempo di salire sul pianoro: quel terrapieno di undici metri vale da solo il viaggio.

Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.

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RiassuntoRiserva Naturale Laurentino - Acqua Acetosa - Via Carlo Emilio Gadda, 187, 00143 Roma RM, Italia
Tags"zona archeologica" dell'Acqua AcetosaAcqua Acetosa OstienseLaurentino-Acqua AcetosaParco naturaleRiserva naturaleRiserva Naturale Laurentino-Acqua Acetosa

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IndirizzoVia Carlo Emilio Gadda, 187, 00143 Roma RM, Italia 143
Telefono0635405310
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