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Piscina Le Mura

C'è una piscina all'aperto a Roma est dove, se ti metti sul bordo lungo e alzi lo sguardo oltre la rete e i pini, vedi passare un acquedotto. Non una riproduzione, non un muro di tufo rimesso in piedi per fare scenografia: arcate vere, mattone su mattone, che tagliano il cielo sopra la vasca e continuano per chilometri in mezzo alle officine, ai binari e alle palazzine di questa parte di città. La piscina si chiama Le Mura, e il nome non è un vezzo pubblicitario: è la descrizione letterale di quello che hai davanti mentre nuoti.

Chi ci va per la prima volta di solito arriva per caso. Cerca una piscina scoperta che non costi come uno stabilimento balneare, la trova su una mappa dentro una tasca di verde stretta fra la via Casilina e la via del Mandrione, pensa che sia il solito impianto di quartiere con l'acqua clorata e le sedie di plastica, e poi si ritrova un monumento del Cinquecento appoggiato sulle spalle di un monumento del Duecento avanti Cristo a fare da recinzione naturale. La reazione tipica è una risata, seguita da una foto, seguita dalla domanda: perché nessuno me l'aveva detto.

Questa è una guida lunga a un posto piccolo. Ti racconto dove ti trovi esattamente, che cosa è quel muro antico che vedi dall'acqua, come funziona il listino senza inseguire numeri che invecchiano in fretta, quando conviene andarci, che fotografia si porta a casa e che storia si porta dietro questo pezzo di Roma, che è una delle storie più dense e meno turistiche della città. Alla fine, se avrai voglia di continuare a camminare invece di tornare a casa, ti do anche qualche coordinata su che cosa c'è nel raggio di venti minuti a piedi.

Dove ci si trova davvero

L'indirizzo è via Piegaro 174, nell'area urbana di Villa Certosa, dentro i confini storici di Torpignattara, a ridosso di via del Mandrione, in un lembo di Municipio VII che confina con il Quadraro. Il codice di avviamento postale è 00181. Metto insieme tanti toponimi perché qui i confini amministrativi e i confini reali litigano da un secolo: la zona urbanistica dice una cosa, il quartiere ne dice un'altra, il municipio ne dice una terza, e la gente che ci abita usa un quarto nome ancora, che di solito è semplicemente Mandrione.

Il modo più onesto di spiegarlo è geografico e non burocratico. Prendi Porta Maggiore, che è il grande nodo dove le acque antiche entravano in città. Da lì parte una lingua di terra stretta e lunghissima, schiacciata fra i fasci di binari che escono da Termini verso sud e la via Casilina che corre parallela poco più in alto. Quella lingua di terra è il Mandrione, e ci passa dentro un acquedotto. La strada scende verso sud est fino a Porta Furba, dove incrocia la via Tuscolana. Via Piegaro è una traversa che si apre su questo asse, nel tratto centrale, dove la via si allarga un poco e la campagna residua diventa cortile, officina, orto, campo da tennis.

La conseguenza pratica è che sei dentro Roma in senso pieno, a cinque chilometri scarsi dal Colosseo in linea d'aria, eppure in un contesto che di Roma centrale non ha quasi niente. Non ci sono palazzi umbertini, non ci sono cupole, non ci sono negozi di souvenir. Ci sono capannoni bassi, carrozzieri, vivai, un paio di ristoranti con il pergolato, cancelli di ferro verniciato, cani che abbaiano da dietro le reti, e sopra tutto questo un acquedotto lungo come un treno fermo.

Che cosa è quel muro che vedi dalla vasca

Qui va fatta una precisazione, perché in giro si legge di tutto e spesso si legge sbagliato. Lungo il Mandrione le arcate che vedi non sono un acquedotto solo: sono due epoche sovrapposte. La struttura che corre in alto, continua, con il canale in muratura e il profilo regolare, è l'acquedotto Felice, voluto da papa Sisto V, al secolo Felice Peretti, e costruito fra il 1585 e il 1587. È il primo acquedotto realizzato a Roma dopo la caduta dell'Impero d'Occidente, ed è un fatto che vale la pena pesare: per più di mille anni la città non era stata capace di costruirne uno nuovo.

Sotto, e a tratti dentro, ci sono le arcate romane più antiche, quelle dell'acqua Marcia con i condotti della Tepula e della Iulia sovrapposti nello stesso ordine di piloni, secondo la logica di economia strutturale che i Romani applicavano da sempre: un'arcata, tre canali, tre acque diverse a quote diverse. Giovanni Fontana, che completò il cantiere sistino dopo che il primo direttore dei lavori aveva sbagliato le pendenze, riutilizzò e in parte demolì quelle strutture antiche per far correre l'acqua nuova. È un riuso brutale e geniale insieme, e quando cammini lungo la strada lo leggi a occhio nudo: cambiano i mattoni, cambiano le malte, cambia il colore.

Poi ci sono gli acquedotti che tutti citano quando si parla di Roma est e che però corrono più a sud: l'Anio Novus e il Claudio, inaugurati nel 52 dopo Cristo, le arcate altissime che fanno da fondale al Parco degli Acquedotti e che si intrecciano al Felice dalle parti di Tor Fiscale, dove due acquedotti si incrociano formando un quadrilatero chiuso che nel Medioevo venne usato come recinto difensivo. E c'è l'acquedotto Alessandrino, l'undicesimo e ultimo dei grandi acquedotti antichi, costruito nel 226 da Alessandro Severo per alimentare le terme di Nerone rifatte a nuovo in Campo Marzio, che scende da Pantano Borghese, scavalca l'attuale viale Palmiro Togliatti con arcate che toccano i venti metri e sessantacinque, e poi si interra proprio verso Torpignattara.

Quindi: dalla vasca di via Piegaro guardi il Felice del Cinquecento appoggiato sulle spalle della Marcia del secondo secolo avanti Cristo. Il Claudio e l'Alessandrino sono i vicini di casa, a poche centinaia di metri o a qualche chilometro, e fanno parte dello stesso sistema idrico. Detto altrimenti: nuoti dentro la rete idraulica più ambiziosa che il mondo antico abbia costruito, e non c'è nessun cartello a dirtelo.

Che cosa è la struttura

Le Mura non è una piscina comunale e non è un parco acquatico. È un circolo sportivo privato con una lunga storia di tennis: sette campi, una piscina estiva scoperta, una vasca coperta d'inverno con il pallone pressostatico, una sala fitness, un bar con ristorante e pizzeria, e un parcheggio interno che nel quadrante è una rarità assoluta. Il nome societario che compare nei registri è quello di un'associazione sportiva dilettantistica, ed è questo il motivo per cui nel listino esiste una voce che nelle piscine pubbliche non trovi: la quota associativa.

La configurazione è quella classica dei circoli romani di periferia nati fra gli anni Sessanta e Ottanta: prima i campi da tennis, che erano il vero business, poi la piscina aggiunta come servizio estivo per i soci, poi la copertura invernale per allungare la stagione e far quadrare i conti, poi i corsi di nuoto per bambini che oggi tengono in piedi buona parte del bilancio. La zona solarium è verde vero, con alberi, non una colata di cemento: ed è una differenza che a luglio senti sulla pelle, perché l'ombra naturale a Roma vale più di qualunque impianto di nebulizzazione.

Come funziona il listino

Qui devo essere chiaro sul metodo, perché è la parte che fa più danni quando viene raccontata male. In rete girano tariffe puntuali per Le Mura, con le cifre in euro, e girano da anni, copiate di pagina in pagina senza che nessuno indichi a quale stagione si riferiscano. Riportarle come se fossero quelle di oggi sarebbe il modo più rapido di farti arrivare al cancello con l'importo sbagliato in tasca. Quindi non lo faccio. Ti spiego invece come è costruito il listino, che è una cosa molto più stabile dei numeri e molto più utile da sapere, e per gli importi aggiornati ti rimando alla struttura, che è l'unica fonte che non invecchia.

L'impianto del listino ha cinque elementi, e li ritrovi quasi identici in tutti i circoli romani con piscina scoperta.

Il primo elemento è la distinzione fra giornata intera e mezza giornata. La giornata intera copre tutto l'orario di apertura, dalla mattina alla chiusura del pomeriggio. La mezza giornata di solito ha uno spartiacque fisso intorno all'ora di pranzo: o entri la mattina e esci nel primo pomeriggio, o entri dopo pranzo e resti fino a sera. Conviene chiedere l'orario esatto dello spartiacque, perché cambia da circolo a circolo e perché la differenza di prezzo fra le due formule di solito è contenuta: se pensi di fermarti più di quattro o cinque ore, la giornata intera si ripaga da sola.

Il secondo elemento è la differenza fra feriale e festivo. Sabato e domenica costano più dei giorni infrasettimanali, in entrambe le formule. È la stessa logica degli stabilimenti al mare, e risponde a una realtà semplice: il weekend il circolo riempie e i lettini finiscono. La forbice fra feriale e festivo nelle piscine di questo tipo è quasi sempre modesta in valore assoluto, ma cambia molto la qualità della giornata, perché il martedì hai la vasca quasi libera e la domenica no.

Il terzo elemento è l'ombrellone, che qui è compreso nel biglietto. Non è scontato e non è un dettaglio: in molti impianti romani l'ombrellone è un supplemento, e con le temperature di luglio e agosto è la voce che decide se la giornata è sostenibile o no. Se l'ombrellone è incluso, significa che il prezzo che leggi è davvero il prezzo che paghi per stare all'ombra, senza sorprese alla cassa.

Il quarto elemento è il lettino, che invece si paga a parte. È la scelta opposta rispetto all'ombrellone, e ha una ragione gestionale: i lettini sono un numero finito, si consumano, vanno riparati, e farli pagare a chi li usa è il modo più semplice di non farli sparire tutti alle nove del mattino. La regola non scritta è che se porti un telo grande e ti metti sul prato, il lettino non ti serve; se invece hai bisogno di stare sollevato da terra, mettilo in conto quando fai la somma.

Il quinto elemento è la quota associativa stagionale. È una cifra una tantum, valida per tutta l'estate, che paghi la prima volta che entri e che non ripaghi alle visite successive. Non è una furbizia: è il modo in cui un'associazione sportiva dilettantistica tiene insieme la propria natura giuridica e la propria copertura assicurativa. Chi entra diventa formalmente socio, e da socio è coperto dall'assicurazione del circolo. La conseguenza pratica è che se pensi di andarci una volta sola devi sommare la quota al biglietto del giorno, mentre se ci vai cinque o sei volte in una stagione la quota si spalma e il costo per giornata scende parecchio. È un listino costruito per i frequentatori abituali, non per il passante.

Un sesto elemento, che non è una tariffa ma pesa quanto una tariffa: il parcheggio interno è gratuito. In una zona dove parcheggiare vuol dire fare tre giri e poi lasciare l'auto a quattrocento metri, quel cancello che si apre è un pezzo di valore reale.

Per gli importi in euro, la telefonata alla struttura resta il sistema più rapido e più affidabile. Chiedi tre cose insieme: la tariffa del giorno in cui vuoi andare, l'orario dello spartiacque fra mattina e pomeriggio, e se la stagione scoperta è ancora in corso. Le tre risposte insieme ti danno tutto quello che serve per organizzare la giornata.

Una curiosità su Piscina Le Mura

La curiosità che preferisco riguarda il nome, e non è quella che pensi. Tutti danno per scontato che Le Mura si chiami così per le mura antiche che ha accanto, e in un certo senso è vero. Ma quelle che vedi non sono mura: sono un acquedotto. Un acquedotto è esattamente il contrario di un muro, perché un muro serve a fermare e un acquedotto serve a far passare. Eppure a Roma, da secoli, la gente chiama mura tutto quello che è antico, lungo, di mattoni e più alto di una persona. Il Mandrione ha convissuto per generazioni con le arcate del Felice chiamandole semplicemente il muro, o le mura, e da quella confusione linguistica popolare nasce il nome di un circolo sportivo.

La cosa si fa più divertente se guardi la toponomastica ufficiale del quadrante. A Roma esistono almeno tre cose completamente diverse che si chiamano mura e che nessuno distingue: le Mura Aureliane, che sono la cinta difensiva del 271 dopo Cristo e sono mura vere; le mura serviane, molto più antiche, di cui restano brandelli attorno a Termini e all'Aventino; e poi tutto il resto, cioè qualunque struttura in laterizio che attraversi un campo. Le arcate del Mandrione appartengono alla terza categoria, quella affettiva, e il nome della piscina certifica questa abitudine meglio di qualunque saggio di dialettologia.

Seconda curiosità, minore ma istruttiva: l'acqua che alimentava quelle arcate e l'acqua che alimenta oggi la vasca hanno la stessa origine geografica, a distanza di duemiladuecento anni. Le sorgenti storiche del sistema orientale romano si trovano tutte nella stessa fascia, fra Subiaco, la valle dell'Aniene e la zona di Pantano Borghese ai piedi dei Colli Albani. L'acqua Marcia nasce in alta valle dell'Aniene, l'acqua Felice fu captata a Pantano de' Grifi, poi Pantano Borghese, al ventesimo chilometro della Casilina, esattamente dove Alessandro Severo aveva preso l'acqua per il suo acquedotto quattordici secoli prima. Gli ingegneri papali non cercarono sorgenti nuove: andarono a riprendere quelle che i Romani avevano già trovato, perché erano le migliori, ed erano ancora lì.

Terza curiosità, di quelle che fanno sorridere i romani e stupire tutti gli altri: la portata calcolata dell'acquedotto Alessandrino, il vicino di quartiere, era di circa ventunomilaseicentotrentadue metri cubi al giorno, cioè intorno ai duecentocinquanta litri al secondo. Prova a immaginare che cosa vuol dire in termini di piscine. Una vasca scoperta di misura media contiene qualche centinaio di metri cubi d'acqua. Quell'acquedotto, da solo, ne portava abbastanza da riempire decine di piscine come questa, ogni giorno, per portare l'acqua a un complesso termale nel centro della città. E non era il più grande degli undici.

Una cosa che non ti dice nessuno su Piscina Le Mura

Che non è nata come piscina per bagnanti. È nata come piscina per soci di un circolo di tennis, e questa origine ti resta addosso in ogni dettaglio, se sai leggerlo.

Lo capisci dalla proporzione degli spazi: i campi occupano molto più terreno della vasca, e il verde attorno alla piscina è quello che avanzava fra un campo e l'altro, non un solarium progettato a tavolino. Lo capisci dalla disposizione, perché la piscina non ha la posizione migliore del complesso, che è quella dei campi centrali. Lo capisci dal pubblico, perché in una giornata feriale di luglio vedi contemporaneamente famiglie con bambini piccoli, ragazzi dei corsi di nuoto, adulti che fanno vasche con costanza monastica, e signori in bianco che escono dai campi sudati e si tuffano per cinque minuti prima di andare al bar. È un mescolamento che nelle piscine commerciali non esiste.

La seconda cosa che non ti dice nessuno è che l'estate qui è la stagione breve. Il modello economico di questi circoli si regge sull'inverno: il pallone pressostatico si gonfia sopra la vasca in autunno, dentro ci finiscono i corsi di nuoto per bambini, l'acquagym, la preparazione atletica, e quello è il fatturato che non dipende dal meteo. L'apertura scoperta estiva è bella, è quella per cui vale la pena parlarne, ed è anche quella più fragile: dipende dal caldo, dipende dal personale stagionale, dipende da quanta gente ha ancora voglia di stare in città a luglio. Il che significa che le date di apertura e chiusura della stagione all'aperto cambiano di anno in anno, e che vanno chieste, non dedotte.

La terza cosa che non ti dice nessuno riguarda il rumore, ed è importante per capire se questo posto fa per te. Qui passano i treni. Tre linee ferroviarie si snodano attorno al Mandrione, e il fascio che esce da Roma Termini verso sud corre a poca distanza. Se hai in testa il silenzio assoluto di un resort, questa non è la piscina giusta. Se invece ti piace l'idea di stare a galla mentre un regionale passa dietro un acquedotto del Cinquecento, allora quel rumore diventa parte dell'esperienza, e a me personalmente non dispiace affatto. È il suono di Roma che lavora, non di Roma che si mette in posa.

La quarta, infine: la zona ha una stratificazione umana che nessun materiale promozionale racconta, perché è scomoda. Il Mandrione è stato per quarant'anni una delle aree più povere e più fotografate d'Italia, e ne parlo diffusamente più avanti. Oggi è residenziale, artigiano, tranquillo, con qualche locale di buon livello. Ma la memoria di quel passato è dentro i muri, e chi arriva pensando di trovare un pezzo di centro storico con la piscina rimane spiazzato per mezz'ora e poi, di solito, si affeziona.

Il consiglio che ti do per visitare Piscina Le Mura

Il consiglio grosso, quello da cui dipendono tutti gli altri, è uno: telefona prima. Non è un consiglio generico. In un circolo privato con gestione stagionale la piscina scoperta può essere chiusa per una giornata di manutenzione, può avere un orario ridotto, può essere riservata la mattina ai corsi, può aver già smontato tutto per fine stagione. Nessuna di queste informazioni finisce online in tempo reale. Una telefonata di due minuti ti risparmia un viaggio.

Il secondo consiglio riguarda il giorno. Vai in settimana, se puoi. Martedì e mercoledì sono i giorni migliori: la vasca respira, i lettini ci sono tutti, il bar serve senza coda e il solarium non è un tetris di teli. Sabato e domenica il circolo riempie, e paghi anche di più. Se il weekend è l'unica opzione, allora anticipa: essere al cancello all'apertura, non alle undici e mezza, cambia completamente la giornata, perché ti scegli il posto all'ombra invece di prendere quello che avanza.

Il terzo consiglio riguarda l'ora del giorno, ed è controintuitivo. In molte piscine scoperte romane il momento più bello non è mezzogiorno: è il tardo pomeriggio, fra le sedici e la chiusura. La luce si abbassa, le famiglie con i bambini piccoli se ne vanno, l'acqua è ancora calda del sole di tutto il giorno, e la formula della mezza giornata pomeridiana costa meno della giornata intera. Se il tuo obiettivo è nuotare in pace e guardare l'acquedotto che si accende di arancione, quella è la finestra giusta e nessuno te la contende.

Che cosa portare

Cuffia obbligatoria. Nelle piscine italiane è la regola quasi ovunque, e nei circoli con corsi di nuoto viene fatta rispettare senza eccezioni. Se te la dimentichi la compri al bar o in segreteria, ma paghi il triplo del suo valore e ti danno quella che avanza. Portala.

Ciabatte da bordo vasca, e non per eleganza: i camminamenti di certi impianti estivi diventano roventi a mezzogiorno e scivolosi vicino alle docce. Telo grande, più grande di quello che pensi, perché se non prendi il lettino il prato è la tua base. Un cambio asciutto: tornare a casa in costume bagnato d'estate a Roma è un classico che non ha mai funzionato per nessuno.

Acqua propria, in bottiglia. C'è il bar, e in un circolo il bar funziona, ma con quaranta gradi la quantità di liquido che serve a un adulto in una giornata al sole è superiore a quello che si ha voglia di comprare a bicchieri. Crema solare alta, e riapplicata: qui l'ombra c'è, ma è ombra di alberi, cioè si muove, e a metà pomeriggio ti ritrovi al sole senza accorgertene.

Contanti. Molti circoli accettano la carta, molti altri preferiscono il contante per la quota associativa e per il bar, e il bancomat più vicino non è a portata di ciabatta. Un documento, perché la quota associativa comporta un tesseramento e il tesseramento vuole un nome, un cognome e spesso un codice fiscale.

Come arrivarci

Con i mezzi è più semplice di quanto il posto lasci pensare. La linea A della metropolitana ha due fermate utili, Porta Furba e Numidio Quadrato, e dalla parte alta del Mandrione si scende a piedi verso la piscina in una ventina di minuti camminando proprio lungo l'acquedotto, che è il tragitto più bello e va fatto almeno una volta. Dal lato opposto, la fermata di Pigneto sulla stessa linea e la stazione ferroviaria omonima ti lasciano all'imbocco nord della via del Mandrione. La linea C della metropolitana serve invece la Casilina più a est, con le fermate di Malatesta e Pigneto.

In autobus, la Casilina è percorsa da linee frequenti che collegano Porta Maggiore a Torpignattara e oltre, e scendendo alla fermata giusta ti restano poche centinaia di metri. In tram, la rete che serve Porta Maggiore e la zona di Prenestina ti porta abbastanza vicino da fare l'ultimo pezzo a piedi.

In auto c'è il parcheggio interno, gratuito, e nel quadrante è un argomento decisivo. Considera però che la via del Mandrione è stretta, a tratti a senso unico, con curve cieche e mezzi di lavoro fermi in doppia fila: prendila con calma e non fidarti troppo della prima indicazione del navigatore, che ogni tanto ti manda su strade di servizio che non passano.

In bicicletta è una scelta ottima, con un avvertimento: il fondo stradale del Mandrione è irregolare, con sanpietrini, buche e attraversamenti ferroviari, e con le ruote sottili è una sofferenza. Con una bici da città o una gravel è invece uno dei percorsi urbani più suggestivi di Roma, perché per due chilometri hai un acquedotto alla tua sinistra e i treni alla tua destra.

Un errore da non fare

Non trattare Le Mura come una tappa da mezza giornata dentro un programma turistico pieno. Non funziona. Questo è un posto da giornata lenta: arrivi, ti sistemi, nuoti, mangi qualcosa, dormi un'ora all'ombra, nuoti ancora, esci quando il sole cala e cammini lungo l'acquedotto verso Porta Furba o verso il Pigneto. Se ci arrivi alle due con l'idea di ripartire alle quattro per andare ai Musei Vaticani, hai speso male i soldi e peggio il pomeriggio.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Che Roma ha inventato la piscina pubblica e poi se n'è dimenticata per millecinquecento anni.

Lo sanno tutti che i Romani facevano i bagni. Quello che si cita poco è la scala del fenomeno e la sua natura profondamente urbana. Le terme imperiali non erano stabilimenti di lusso per pochi: erano infrastrutture di massa, gratuite o quasi, dove ci si lavava, si faceva ginnastica, si leggeva, si chiacchierava e si nuotava davvero. La natatio, cioè la vasca scoperta per il nuoto, era un elemento standard degli impianti grandi. Alle Terme di Caracalla la natatio è ancora lì, misurabile: un rettangolo enorme all'aperto, con i muri decorati, che in pianta somiglia in modo imbarazzante a una piscina olimpionica moderna. Alle Terme di Diocleziano il complesso era ancora più grande.

Il punto è che tutto quel sistema funzionava grazie agli acquedotti. Senza l'acqua portata da fuori città con pendenze calcolate al millesimo, nessuna di quelle vasche avrebbe potuto esistere. La sequenza è lineare: sorgente, acquedotto, castellum di distribuzione, terme. Quando gli acquedotti smisero di funzionare, durante e dopo le guerre gotiche del sesto secolo, le terme si svuotarono nel giro di poco e la popolazione romana si ritirò verso il Tevere, nell'ansa dove l'acqua si poteva ancora prendere a mano. La città si rimpicciolì di dieci volte anche per questo.

E poi, per quindici secoli, a Roma non si nuotò più in vasca. Ci si lavò in catini, ci si bagnò nel fiume, si costruirono fontane monumentali quando gli acquedotti tornarono, e le fontane sono la prova che l'acqua era tornata: la Fontana di Trevi è il terminale dell'acqua Vergine, la Fontana dell'Acqua Paola è il terminale dell'acqua Paola, la Fontana del Tritone era alimentata proprio dall'acqua Felice, la stessa che passa sopra questa piscina. Ma la vasca per nuotare, come istituzione pubblica, non tornò. Tornò solo nel Novecento, e in forma sportiva, non termale.

Ecco il fatto poco citato: le piscine scoperte romane moderne, quelle di quartiere, quelle dei circoli, quelle che aprono a giugno e chiudono a settembre, sono la reincarnazione tarda e minore della natatio antica, e quasi nessuna di loro lo sa. Le Mura lo sa per caso, perché ha l'acquedotto in cortile. Ma il legame vale per tutte.

C'è poi un secondo fatto risaputo che merita di essere detto meglio. Roma è una città con pochissime piscine scoperte rispetto alla sua dimensione e al suo clima. Le città di mare hanno il mare e non ne sentono il bisogno; le città del nord hanno meno caldo; Roma ha quaranta gradi a luglio, il mare a quaranta minuti buoni con il traffico, e un numero di vasche all'aperto che si conta senza fatica. Il risultato è che le poche che esistono sono un bene collettivo, e che ciascuna ha un suo pubblico fedelissimo. La Piscina delle Rose all'EUR è la più nota, con la sua vasca olimpionica scoperta e la sua storia legata all'Olimpiade del 1960. Le altre sono piccole, sparse, spesso legate a circoli, e vivono di passaparola. Le Mura appartiene a questa seconda famiglia, e ne è un esemplare quasi perfetto.

Un terzo elemento che si dice raramente: il Comune di Roma, da diversi anni, dentro le misure del cosiddetto piano caldo, apre alcune piscine all'aperto con accesso agevolato durante le ondate di calore, con un sistema di prenotazione. È una misura di sanità pubblica prima che di svago, pensata per chi non ha un condizionatore in casa e per chi ha più di sessantacinque anni. Non riguarda i circoli privati come questo, ma riguarda la stessa questione di fondo: in una città che d'estate diventa un forno, l'acqua non è un lusso, è un servizio.

La foto giusta da fare a Piscina Le Mura

La foto giusta è una sola e non è quella che fanno tutti.

Quella che fanno tutti è il primo piano dell'acqua con le arcate sullo sfondo, scattata da bordo vasca in piedi, a mezzogiorno. Non funziona quasi mai, per tre ragioni tecniche: a mezzogiorno il sole è a picco e appiattisce i mattoni, che diventano una massa grigia senza rilievo; dal bordo in piedi l'acquedotto entra nell'inquadratura come una striscia sottile in alto, schiacciata; e il riflesso dell'acqua alle dodici è bianco e brucia tutto.

La foto giusta la fai nell'ultima ora e mezza prima della chiusura, quando il sole scende a occidente e prende le arcate di taglio. Il laterizio romano, illuminato radente, si accende: passa dal grigio al rosso mattone al miele, e ogni singolo corso di mattoni proietta la propria ombra, così che la struttura riacquista la sua tridimensionalità. È lo stesso principio per cui i fotografi di architettura antica non lavorano mai a mezzogiorno.

La posizione giusta è bassa. Inginocchiati, o meglio ancora appoggia la macchina o il telefono quasi a filo del pelo dell'acqua, sul bordo, tenendo l'obiettivo pochi centimetri sopra la superficie. Da quell'altezza succedono due cose insieme: l'acquedotto si alza nell'inquadratura e domina la scena invece di fare da cornice, e la superficie della piscina diventa uno specchio. Se l'acqua è ferma, cioè se aspetti il momento in cui nessuno nuota, ottieni il riflesso completo delle arcate: una fila di archi vera in alto e una fila di archi rovesciata in basso. È l'immagine che vale il viaggio.

Se invece vuoi la foto con le persone, ed è quella più onesta, allora aspetta che qualcuno entri in acqua e scatta mentre nuota verso di te, tenendo comunque il punto di vista basso e l'acquedotto alto sullo sfondo. Il contrasto fra un gesto quotidiano assoluto, una bracciata, e un'infrastruttura di quattrocento anni che nel suo tratto inferiore ne ha duemiladuecento, è tutta la fotografia che serve. Non ti serve nessun filtro.

Le altre foto della zona che meritano

Fuori dal cancello, il Mandrione è uno dei posti più fotografati e più fotogenici di Roma, e non da ieri. Le immagini che hanno definito l'immaginario di questa strada le fece Franco Pinna nell'aprile del 1956, accompagnando l'antropologo Franco Cagnetta in un'inchiesta sulle borgate, e sono considerate fra le cose più importanti di tutta la fotografia neorealista italiana. Pinna fotografò le baracche costruite letteralmente sotto gli archi dell'acquedotto Felice, le famiglie che ci vivevano, i bambini, le danze. Chi arriva oggi con la macchina in mano cammina, che lo sappia o no, dentro un archivio.

Le inquadrature che oggi funzionano meglio lungo la strada sono tre. La prima è l'arco singolo con la strada che ci passa sotto, ripreso frontalmente, che restituisce il rapporto di scala fra un'automobile e una campata del Cinquecento. La seconda è la prospettiva lunga: mettiti in asse con l'acquedotto e lascia che le arcate si ripetano fino a sparire nella foschia, che è l'immagine classica degli acquedotti romani e che qui hai a portata di marciapiede. La terza, la più difficile e la più bella, è il treno: c'è un momento in cui un regionale passa parallelo alle arcate e per due secondi hai nella stessa inquadratura il 1587, il 1860 della ferrovia e il presente.

Se poi hai voglia di spingerti fino alle arcate monumentali, quelle altissime, la meta è il Parco degli Acquedotti, poco più a sud, dove l'acquedotto Claudio corre nel prato aperto e dove si gira metà del cinema italiano ambientato in periferia. Dalla parte opposta, verso il centro, la Basilica sotterranea di Porta Maggiore si trova sotto la zona in cui tutte queste acque arrivavano insieme, ed è una delle visite più strane e meno affollate della città.

Una nota sul rispetto degli altri

Una cosa pratica che vale in qualunque piscina e che qui, con la tentazione del panorama, si dimentica facilmente: in acqua e sul solarium ci sono altre persone, spesso bambini, e non tutte hanno voglia di finire in una fotografia. Inquadra la vasca vuota, inquadra l'acquedotto, inquadra chi è con te. Se vuoi la scena con gli sconosciuti dentro, tienili piccoli, di spalle, o chiedi. Costa niente e cambia l'aria che si respira.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

Qui, e intendo in questo fazzoletto di terra fra la Casilina e la Tuscolana, è successo molto più di quanto il paesaggio lasci immaginare. Provo a metterlo in ordine, perché è una sequenza che spiega Roma meglio di tanti musei.

Il secondo secolo avanti Cristo: l'acqua Marcia

Nel 144 avanti Cristo il pretore Quinto Marcio Re ricevette dal Senato l'incarico di riparare i condotti esistenti e di portarne uno nuovo in città. Ne venne fuori l'acqua Marcia, captata in alta valle dell'Aniene, lunga oltre novanta chilometri, considerata dagli antichi la migliore acqua di Roma per freschezza e limpidezza. L'ultimo tratto verso la città correva su arcate, ed è su quelle arcate che oggi si appoggia il Felice lungo il Mandrione. Vent'anni dopo, nel 125, sulla stessa struttura venne fatta correre l'acqua Tepula; nel 33 avanti Cristo, durante l'edilità di Marco Vipsanio Agrippa, si aggiunse la Iulia. Tre canali, un solo ordine di piloni: l'idea che oggi chiameremmo infrastruttura condivisa aveva duemila anni prima ancora di avere un nome.

Il primo secolo dopo Cristo: Claudio e Anio Novus

Caligola avviò il cantiere nel 38, Claudio lo completò nel 52. Due acquedotti insieme, l'Aqua Claudia e l'Anio Novus, con le arcate più alte e più spettacolari dell'intero sistema, quelle che oggi fanno da fondale al Parco degli Acquedotti e che a Tor Fiscale si incrociano con il Felice formando un recinto chiuso. Nel Medioevo quel quadrilatero venne usato come fortificazione naturale, e attorno a una delle torri di controllo nacque il toponimo che ancora oggi dà nome al parco.

Il 226: l'ultimo degli acquedotti antichi

Alessandro Severo fece costruire l'acquedotto Alessandrino per rifornire le terme di Nerone in Campo Marzio, ristrutturate a sue spese e ribattezzate per l'occasione terme Alessandrine. Fu l'undicesimo e ultimo dei grandi acquedotti dell'antica Roma. Ventidue chilometri e settecento metri dalle sorgenti di Pantano Borghese, quasi tutto su arcate in laterizio, con i tratti sotterranei ridotti a cunicoli di settantadue centimetri di larghezza per un metro e ottanta di altezza. Dopo la zona della Marranella, a pochi passi da qui, il condotto si interrava e proseguiva verso Porta Maggiore. Nessun avanzo del percorso rimane visibile dentro le Mura Aureliane.

Il sesto secolo: il buio

Durante la guerra gotica i condotti vennero tagliati. Nel 537 le forze di Vitige recisero gli acquedotti che alimentavano Roma assediata, e da quel momento in poi il sistema non tornò mai integro. Le terme si svuotarono, i mulini ad acqua si fermarono, la popolazione crollò. La campagna riprese possesso di tutta questa fascia orientale, e per quasi mille anni le arcate furono cave di materiale da costruzione, ripari per pastori, confini di proprietà. Il nome stesso di Mandrione viene da lì: dalle mandrie che si portavano a pascolare in questi prati.

1585 e 1587: Sisto V rimette l'acqua

Felice Peretti divenne papa Sisto V e, lo stesso giorno in cui prese possesso della basilica di San Giovanni in Laterano, decise di costruire un acquedotto nuovo. Ventiquattro chilometri, dalle campagne fra Zagarolo e Palestrina fino al Viminale e al Quirinale. La direzione dei lavori fu affidata a Matteo Bartolini, che commise errori di progettazione così gravi sulle pendenze che l'acqua non sarebbe arrivata in città; l'incarico passò allora a Giovanni Fontana, che portò a termine l'opera nel 1587 pagando il prezzo della distruzione di parti degli antichissimi condotti della Marcia, della Tepula e della Iulia. È il paradosso che si legge ancora oggi sui piloni: per far tornare l'acqua nel Cinquecento si demolì l'acquedotto che l'acqua l'aveva portata per sei secoli.

Nello stesso 1585, dove il nuovo acquedotto incrociava la via Tuscolana, venne eretto un arco monumentale che ancora chiamiamo Porta Furba, e accanto una fontana, poi restaurata e ampliata da papa Clemente XII nel 1733. Quell'arco è a poco più di un chilometro da qui, in fondo alla strada, e vale la passeggiata.

Ottocento: arrivano i binari

Nella seconda metà del secolo la ferrovia taglia in due questa campagna. Il fascio di linee che esce da Roma verso sud e verso est corre parallelo all'acquedotto per chilometri, e crea quella condizione che ancora oggi definisce il Mandrione: una striscia di terra chiusa fra un muro antico e una massicciata. Terra di nessuno, poco edificabile, poco controllata. È la premessa fisica di tutto quello che succederà nel Novecento.

19 luglio 1943: il bombardamento di San Lorenzo

Le bombe alleate colpiscono il quartiere San Lorenzo e lo scalo ferroviario adiacente. Migliaia di persone perdono la casa. Molti sfollati si spostano verso sud est e costruiscono baracche esattamente dove trovano un muro già in piedi da usare come parete: sotto gli archi dell'acquedotto Felice, lungo la via del Mandrione. Nasce così, dalla notte alla mattina, una delle baraccopoli più fotografate d'Europa. Le arcate che oggi guardi dalla piscina hanno avuto per decenni famiglie che ci abitavano dentro.

17 aprile 1944: il rastrellamento del Quadraro

A poche centinaia di metri da qui, dall'altra parte della Casilina, si consuma uno degli episodi più duri dell'occupazione tedesca di Roma. I comandi tedeschi chiamavano il Quadraro nido di vespe, per la resistenza diffusa che ci trovavano: un quartiere povero, pieno di sfollati dalle zone del fronte, dove si diceva che per sfuggire ai tedeschi o andavi in Vaticano o andavi al Quadraro. La mattina del 17 aprile 1944 il quartiere venne circondato e rastrellato. Oltre novecento uomini furono deportati in Germania. Alla fine della guerra ne tornò circa la metà. Il 17 aprile 2004, sessant'anni dopo, al quartiere venne assegnata la medaglia d'oro al merito civile. Il monumento che ricorda quel giorno si trova nel giardino di Monte del Grano, attorno al mausoleo romano del terzo secolo che dà il nome alla piazza.

Aprile 1956: l'inchiesta al Mandrione

L'antropologo Franco Cagnetta e il fotografo Franco Pinna scendono al Mandrione per un'indagine sulle borgate romane, sostenuti dall'editore Giangiacomo Feltrinelli e seguiti da vicino da Elsa Morante, Goffredo Parise e Pier Paolo Pasolini. Il lavoro si innesta su una ricerca etnomusicologica di Giorgio Nataletti e Diego Carpitella sulle pratiche musicali e coreutiche delle comunità rom insediate lungo la Casilina: le fotografie di Pinna e le registrazioni sonore vengono prodotte insieme, in una documentazione integrata che in Italia non aveva precedenti. L'inchiesta prosegue lungo la strada fino alle baracche dell'acquedotto Felice. Quelle immagini sono diventate, nel giudizio corrente, fra le più importanti di tutta la fotografia neorealista italiana.

Anni Sessanta e Settanta: la baraccopoli dell'Appio Claudio

Il fenomeno non riguarda solo il Mandrione. Sotto le arcate dell'acquedotto Felice, più a sud, verso l'Appio Claudio, nasce un altro insediamento di baracche, del quale restano tracce sporadiche e commoventi: piastrelle da cucina ancora attaccate ai muri dell'acquedotto, all'altezza di dove c'era il lavandino di qualcuno. Chi cammina oggi nel Parco degli Acquedotti passa accanto a quelle piastrelle senza vederle. Sono lì.

1975 e 1984: il Mandrione cambia

Fra questi due anni si svolge il lavoro di Angelina Linda Zammataro, conosciuta anche come Linda Fusco, psicologa e pedagogista, fondatrice del metodo della psicoanimazione. Partita dall'integrazione scolastica dei bambini rom in una scuola elementare del Tuscolano, arriva alla conclusione che senza risolvere il problema abitativo nessun inserimento è possibile, e conduce una lunga mobilitazione politica e culturale, accompagnata da due documentari realizzati per la Rai con la regia di Gianni Serra e da mostre dedicate. Il risultato è l'assegnazione di alloggi popolari a Spinaceto per le famiglie che vivevano nelle baracche di via del Mandrione. È il momento in cui la strada smette di essere quello che era stata per trent'anni.

1997: il restauro

Gli ultimi lavori significativi sull'acquedotto Alessandrino risalgono al 1997, nell'area del parco Sangalli, poco più a nord. È la data che segna il passaggio definitivo di queste strutture dallo stato di rudere abitato a quello di bene tutelato e restaurato, con tutto quello che ne consegue in termini di manutenzione, illuminazione, accessibilità.

Oggi

Il Mandrione è una zona residenziale e artigiana, con officine, botteghe, palazzine, qualche locale di buon livello, i treni che passano e l'acquedotto che tiene insieme il tutto come una cucitura. I circoli sportivi che occupano le tasche di verde residuo, e Le Mura è uno di questi, sono il risultato diretto di questa storia: si sono insediati proprio dove la città non poteva costruire palazzi, cioè nella fascia di rispetto fra l'acquedotto e la ferrovia. Il fatto che tu possa nuotare guardando un monumento del Cinquecento non è un colpo di fortuna estetico: è una conseguenza urbanistica.

Chi è passato da Piscina Le Mura

La risposta vera è meno glamour e più interessante di quella che ti aspetti: da qui è passato il quartiere. Intere generazioni di bambini del Tuscolano, di Torpignattara, del Quadraro e del Pigneto hanno imparato a nuotare in una vasca di questo tipo, con un istruttore che urlava dal bordo e una cuffia che tirava i capelli. I circoli di periferia, in una città con poche piscine, hanno fatto per decenni un lavoro di alfabetizzazione acquatica che nessun impianto pubblico riusciva a coprire, e continuano a farlo. Se chiedi in giro nel quadrante, trovi facilmente chi ci ha fatto il primo tuffo trent'anni fa e chi oggi ci porta i figli.

La seconda categoria è quella dei tennisti. Prima della piscina, qui c'era il tennis, e il tennis romano di quartiere è un mondo con le sue dinastie, i suoi maestri storici, i suoi tornei sociali di fine stagione e le sue rivalità decennali fra circoli a tre chilometri di distanza. I sette campi di via Piegaro hanno visto passare migliaia di partite, e la piscina è nata come premio dopo la partita.

La terza categoria è quella degli operai, degli artigiani e dei ferrovieri del Mandrione, perché una piscina con la tariffa da mezza giornata e l'ombrellone incluso non è mai stata un posto per il ceto alto della città. Qui si viene dopo il turno, si viene il sabato con la famiglia, si viene per non partire.

E chi è passato su questa strada

Fuori dal cancello, il discorso cambia, e diventa una lista che a Roma pesa. Non ci sono elementi per dire che una qualunque di queste persone abbia messo piede dentro il circolo: quello che è documentato è che hanno frequentato, percorso e in alcuni casi abitato questa strada e i suoi dintorni.

Pier Paolo Pasolini, prima di tutti. Il Mandrione è citato in diverse opere letterarie e cinematografiche, e quelle di Pasolini sono le più note; è stato ritratto molte volte mentre camminava lungo via del Mandrione e nei dintorni. La geografia umana che ha raccontato nei romanzi e nei primi film è esattamente questa: la fascia fra la Casilina, la Prenestina e la Tuscolana, le borgate, i ragazzi delle baracche, il fiume e le marane. Chi arriva qui con in testa quelle pagine riconosce le distanze e le luci.

Elsa Morante e Goffredo Parise seguirono da vicino l'inchiesta del 1956, insieme allo stesso Pasolini, e per loro questa strada fu un luogo di lavoro e non un'escursione. Franco Cagnetta ci portò gli strumenti dell'antropologia, Franco Pinna quelli della fotografia, Giorgio Nataletti e Diego Carpitella quelli dell'etnomusicologia. Giangiacomo Feltrinelli mise i soldi.

Gianni Serra girò qui, per la Rai, i due documentari legati al lavoro di Angelina Linda Zammataro, e quei film raccontano il passaggio dalla baracca alla casa popolare con una precisione che nessuna cronaca ha eguagliato.

E poi ci sono le migliaia di persone che nessuno ha fotografato: gli sfollati di San Lorenzo del 1943, i deportati del Quadraro del 1944, le famiglie rom e sinti che hanno abitato sotto gli archi per trent'anni, gli immigrati dal Cassinate arrivati con la guerra, i lavoratori del Sud arrivati negli anni Sessanta, e le comunità più recenti, bangladesi, cinesi, romene, egiziane, che hanno fatto di Torpignattara uno dei quartieri più mescolati d'Italia. Questa strada le ha viste passare tutte, e le arcate del Felice sono l'unica cosa che era già qui prima e che ci sarà dopo.

Che cosa c'è intorno, se ti avanza tempo

Il bello di questo angolo è che cammini poco e cambi mondo. Ti do quattro direzioni.

Verso sud est, lungo il Mandrione, arrivi a Porta Furba in venti minuti scarsi: l'arco monumentale del 1585 con la fontana di Clemente XII, che è il punto in cui l'acquedotto attraversa la Tuscolana. Da lì, continuando ancora, si entra nella zona di Tor Fiscale e poi nel Parco degli Acquedotti, che è la meta finale naturale di tutta questa passeggiata e uno dei paesaggi più riconoscibili di Roma. D'estate ci si organizzano arene e rassegne, come Roma Cinema Arena, con proiezioni sotto le arcate.

Verso nord ovest, sempre lungo il Mandrione, in una mezz'ora sei a Porta Maggiore, dove tutte le acque antiche entravano in città e dove si trova la Basilica sotterranea di Porta Maggiore, un ipogeo del primo secolo con gli stucchi intatti, una delle visite più sorprendenti e meno battute della città. Sulla stessa direttrice, poco prima, la strada passa accanto a Snodo Mandrione.

Verso nord, attraversando la Casilina, sei nel cuore di Torpignattara e del Pigneto: mercati, forni, ristoranti bangladesi, bar storici, murales. È il quadrante che negli ultimi quindici anni ha cambiato pelle più di ogni altro a Roma, e la sera ha una vita notturna vera. Il Castagneto Prenestino e il Circolo Sportivo Villa De Sanctis sono altri due presidi di verde e sport nella stessa fascia.

Verso est, lungo la Casilina, si arriva a Centocelle e poi alla grande spina di viale Palmiro Togliatti, dove l'acquedotto Alessandrino raggiunge la sua quota massima e diventa davvero monumentale. Sempre da questa parte, gli Studi di Cinecittà sono a pochi minuti di metropolitana, e chiudono il cerchio con la storia del quartiere: buona parte delle maestranze del cinema italiano abitava proprio qui.

Settembre, e la stagione che finisce

Vale la pena dirlo con chiarezza, perché cambia il senso di tutto quello che hai letto fin qui. A metà settembre la stagione delle piscine scoperte romane è finita o agli sgoccioli. Le vasche all'aperto chiudono in genere fra la fine di agosto e la prima metà di settembre, quando i corsi invernali ripartono e i palloni pressostatici tornano sopra l'acqua. Le date precise le decide ogni gestione, guardando il meteo e le iscrizioni, e non esiste un calendario cittadino unico.

Questo vuol dire due cose pratiche. La prima è che se leggi queste righe in autunno o in inverno, la giornata al sole con l'acquedotto davanti è un progetto per l'estate prossima, non per il fine settimana. La seconda è che il circolo non chiude: la vasca coperta, la sala fitness e i campi da tennis lavorano tutto l'anno, e se ti interessa un corso di nuoto in zona, settembre è esattamente il mese in cui si organizzano le iscrizioni.

C'è anche un modo di guardarla completamente diverso. La passeggiata lungo l'acquedotto descritta sopra, in settembre e ottobre è molto meglio che a luglio: la luce è più bassa, il caldo è gestibile, i colori del laterizio sono più caldi e non devi camminare sull'asfalto rovente. Se la piscina è chiusa, il paesaggio che la circonda è aperto tutto l'anno e non costa niente.

Le domande più frequenti

La piscina è aperta al pubblico o solo ai soci? Si entra pagando l'ingresso giornaliero più la quota associativa stagionale, quindi in pratica è aperta a chiunque, ma formalmente si diventa soci. È una formula comunissima nei circoli romani e non comporta obblighi oltre il pagamento.

Serve prenotare? Di norma no per l'ingresso in piscina, ma nei fine settimana di alta stagione il circolo riempie, e una telefonata serve comunque a farsi confermare orari e disponibilità.

La cuffia è obbligatoria? Sì, come quasi ovunque in Italia. Portala da casa.

C'è da mangiare? Sì, il circolo ha bar con ristorante e pizzeria. Molti però portano il pranzo da casa e lo consumano all'ombra, e nessuno ci trova niente di strano.

È adatta ai bambini? Sì, ed è uno dei suoi punti forti, perché il contesto è quello di un circolo di quartiere e non di un impianto anonimo. Verifica con la struttura le regole sulla profondità e sugli orari riservati ai corsi.

Si può parcheggiare? Sì, all'interno, gratuitamente, ed è uno dei motivi per cui molti la preferiscono ad altre piscine più centrali.

Si vede davvero l'acquedotto dall'acqua? Sì. Non è una formula pubblicitaria: le arcate sono lì, sopra la recinzione, e in certe ore del pomeriggio si riflettono nella vasca.

È rumorosa? Passano i treni, e si sentono. Per qualcuno è un difetto, per molti altri è esattamente il motivo per cui ci tornano.

Domande frequenti su Piscina Le Mura

Dove si trova Piscina Le Mura?

Piscina Le Mura si trova in via Piegaro 174, nell'area urbana di Villa Certosa, dentro i confini storici di Torpignattara, a ridosso di via del Mandrione, in un lembo di Municipio VII al confine con il Quadraro, codice postale 00181.

Piscina Le Mura è aperta al pubblico o solo ai soci?

Piscina Le Mura è formalmente riservata ai soci, ma in pratica risulta aperta a chiunque, perché si entra pagando l'ingresso giornaliero più la quota associativa stagionale: è una formula comunissima nei circoli romani e non comporta obblighi oltre il pagamento.

Serve prenotare per andare a Piscina Le Mura?

Di norma non serve prenotare per entrare a Piscina Le Mura, ma nei fine settimana di alta stagione il circolo si riempie, quindi una telefonata prima di partire è consigliata per essere sicuri di trovare posto.

Quanto costa l'ingresso a Piscina Le Mura?

Il costo esatto dell'ingresso a Piscina Le Mura non è indicato con certezza nelle informazioni disponibili: in rete circolano da anni tariffe copiate di pagina in pagina senza che sia chiaro a quale stagione si riferiscano, quindi conviene verificare il listino aggiornato direttamente con il circolo prima di andare.

Piscina Le Mura è aperta a metà settembre?

A metà settembre la stagione delle piscine scoperte romane, compresa Piscina Le Mura, risulta generalmente finita o agli sgoccioli, perché le vasche all'aperto chiudono fra la fine di agosto e la prima metà di settembre quando ripartono i corsi invernali. Le date precise le decide ogni gestione, quindi telefonare prima è il consiglio principale.

Perché è meglio telefonare prima di andare a Piscina Le Mura?

Conviene telefonare prima di andare a Piscina Le Mura perché, in un circolo privato con gestione stagionale, la piscina scoperta può essere chiusa per manutenzione, avere un orario ridotto, essere riservata la mattina ai corsi o aver già smontato tutto per fine stagione. Nessuna di queste informazioni è disponibile online in tempo reale.

Per continuare il viaggio

Se questa passeggiata fra acqua, arcate e binari ti ha messo voglia di organizzare qualcosa di più ampio, ci sono due posti dove vado a cercare gli strumenti giusti. Il primo è Tour Leader Pro, utile quando serve la prospettiva di chi accompagna gruppi per mestiere: itinerari costruiti sul tempo reale degli spostamenti, non su quello teorico delle mappe, e una quantità di soluzioni pratiche per tenere insieme visite, pasti e trasferimenti senza far impazzire nessuno. Il secondo è Italy Planner, che è il posto dove mando chi deve costruire un viaggio in Italia da zero, anche partendo dall'estero, e vuole capire come incastrare Roma con il resto senza perdere giornate intere nei treni sbagliati.

Fra i due si copre praticamente tutto: il dettaglio operativo di una giornata romana e il disegno complessivo di una vacanza italiana. Per il resto, l'unico consiglio che vale davvero rimane quello di sempre: quando sei in una piscina con un acquedotto di quattrocento anni sopra la testa, spegni il telefono per un'ora e guarda in alto.

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RiassuntoPiscina Le Mura Via Piegaro, Roma Piscina di Roma Est, con vista acquedotto romano. Ingressi: tutta la giornata € 8, mezza giornata € 6. Sabato e domenica € 8 la mezza giornata, € 10 l'intera giornata. Ombrellone compreso, lettino a parte. Quota associativa di € 5 valida per tutta l'estate.
Tagsche fare a Romaestate romanaeventi romaFamiglie e Bambini - Roma

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IndirizzoPiscina Le Mura Piscina Le Mura
Via Piegaro,
Roma Roma Città, Roma Città

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