Orti Urbani Garbatella
Il luogo. Gli Orti Urbani Garbatella occupano un’area verde pubblica dentro la Garbatella, nel Municipio VIII di Roma Capitale, nel settore del quartiere che si apre lungo Via Rosa Raimondi Garibaldi, a ridosso di Viale Padre Guido Chiaravalli e a pochi passi da Piazza Caterina Sforza e da Via Maria Drago Mazzini. Codice di avviamento postale 00147. Sulle mappe libere l’area compare censita come giardino comunitario e come terreno a lotti coltivati, con la dicitura tecnica che i cartografi usano per gli spazi nati dal basso e non da una lottizzazione amministrativa.
Che cos’è. Uno spazio pubblico autogestito da volontari, dedicato alla cura dell’ambiente e del territorio, al relax e alla cultura per grandi e piccoli. Coltivazioni che vanno dagli ortaggi ai fiori, un parco giochi, un parco cani, un’ampia area verde e una quantità di iniziative e feste sociali distribuite in quasi tutte le stagioni. La descrizione è asciutta e dice già tutto: non un parco attrezzato dal Comune, non un’azienda agricola didattica a pagamento, non un giardino botanico con i cartellini sulle piante. Un pezzo di città che un gruppo di persone ha deciso di tenere vivo con le proprie mani.
Come funziona. Autogestione, che è una parola che in Italia si usa spesso a sproposito e qui invece va presa alla lettera: chi coltiva decide, chi decide coltiva. Non c’è una biglietteria, non c’è un orario da consultare su un tabellone, non c’è un custode in divisa. C’è un gruppo di persone che si organizza, un calendario di attività che nasce dalle disponibilità reali di chi partecipa e una quantità di lavoro manuale che nessuno paga.
Vale la pena mettere subito in chiaro una cosa, perché è la differenza che cambia tutto il modo in cui conviene avvicinarsi a un posto come questo. Un orto urbano non è un giardino pubblico con qualche aiuola in più. È un luogo di lavoro. Ci sono attrezzi appoggiati ai muretti, tubi dell’acqua stesi per terra, teli, pali, cassette, compost in decomposizione, semenzai coperti, recinzioni improvvisate che servono a tenere fuori qualcosa e non a tenere fuori qualcuno. Ci sono persone che hanno impiegato anni a portare un terreno da uno stato di abbandono a uno stato di produttività, e che quel lavoro se lo sono pagato in sudore, in ferie non prese e in sabati mattina passati con la schiena piegata. Chi arriva lì con lo stesso atteggiamento con cui entra a Villa Borghese si comporta male senza nemmeno accorgersene. Chi arriva capendo che quella è terra di qualcuno, anche se il terreno è di tutti, di solito viene accolto benissimo.
Dove sono di preciso, e perché è più difficile da spiegare di quanto sembri
La Garbatella ha un problema di orientamento che chiunque ci abbia camminato conosce: è un quartiere costruito per lotti, e i lotti hanno una logica interna che non coincide quasi mai con la logica delle strade. Un indirizzo ti porta all’ingresso di un cortile, il cortile ha tre uscite, due delle quali sboccano su vie diverse da quella da cui sei entrato, e nel giro di cinque minuti hai perso completamente il senso dell’orientamento pur non essendoti allontanato di duecento metri. È una caratteristica, non un difetto, e chi progettò il quartiere negli anni Venti lo fece apposta: voleva una contrada agreste, con cortili e scalinate, non una scacchiera.
Gli orti si trovano nel settore sud-orientale del quartiere, quello più recente, dove le strade portano nomi di donne: Rosa Raimondi Garibaldi, Maria Drago Mazzini, Caterina Sforza, Alessandra Macinghi Strozzi. Sono i nomi della madre di Giuseppe Garibaldi, della madre di Giuseppe Mazzini, di una condottiera del Rinascimento e di una gentildonna fiorentina del Quattrocento nota per le lettere ai figli esuli. Camminare da quelle parti leggendo le targhe è già un piccolo esercizio di storia, e il contrasto con l’odonomastica del nucleo originario della Garbatella, che invece è tutta marinara, racconta due epoche diverse della stessa espansione urbana.
Il percorso verso gli orti attraversa questo settore. Viale Padre Guido Chiaravalli, che li costeggia, è una di quelle strade interne che sulle carte compaiono come percorso pedonale prima ancora che come carreggiata, e questo dice qualcosa sul carattere del posto: non ci si arriva in macchina passando davanti a un cancello con il cartello, ci si arriva camminando dentro il tessuto del quartiere. Il fatto che l’area risulti mappata come giardino comunitario con lotti di coltivazione conferma esattamente ciò che dice la descrizione di partenza: coltivazioni vere, distribuite in appezzamenti, dentro un recinto verde più ampio che ospita anche il resto.
Preferisco non spingermi oltre e non dare numeri civici né indicazioni di ingresso che potrebbero essere cambiate. Gli spazi autogestiti si spostano, ampliano, restringono, chiudono un varco e ne aprono un altro, e nessuna pagina scritta a tavolino può tenere il passo di quelle variazioni. Chi ci va per la prima volta faccia la cosa più semplice e più efficace: arrivi in zona, guardi dove c’è il verde coltivato, e chieda alla prima persona che vede con una zappa in mano. Alla Garbatella funziona ancora così, ed è uno dei motivi per cui vale la pena andarci.
Che cosa vuol dire davvero orto urbano
La formula orto urbano circola ormai da vent’anni abbondanti e si è riempita di significati diversi, alcuni dei quali si escludono a vicenda. Conviene metterli in fila, perché aiuta a capire in quale casella si colloca la Garbatella.
Il primo significato è quello amministrativo. In molte città italiane esistono orti assegnati dal Comune, in genere con un bando, in genere a cittadini che superano una certa età o che rientrano in determinate fasce, con un canone simbolico e un regolamento scritto. Sono appezzamenti numerati, delimitati, spesso con una casetta degli attrezzi identica per tutti, e la gestione è in ultima istanza in capo all’ente pubblico. Questo modello ha il vantaggio della certezza giuridica e lo svantaggio della rigidità: se il regolamento dice che non puoi piantare un albero, non pianti un albero, anche quando piantarlo avrebbe tutto il senso del mondo.
Il secondo significato è quello associativo. Un gruppo organizzato, un’associazione o un comitato prende in carico un’area verde pubblica attraverso una convenzione o un patto di collaborazione con l’amministrazione, e se ne occupa. Qui la gestione quotidiana è dei cittadini, la proprietà resta pubblica, e il rapporto tra le due cose è regolato da un documento che ogni tanto si rinnova e ogni tanto no. È il modello che si è diffuso di più negli ultimi quindici anni, e in molti casi ha salvato dal degrado aree che nessun ufficio comunale aveva le risorse per mantenere.
Il terzo significato è quello informale. Un pezzo di terra abbandonato viene ripulito, dissodato e coltivato da chi abita intorno, senza che all’inizio esista nessun atto formale. È la forma più antica e più diffusa, quella che a Roma si vede lungo le ferrovie, sui bordi delle marrane, nelle pieghe delle aree di risulta. Ha il vantaggio dell’immediatezza e lo svantaggio della fragilità: un cambio di destinazione d’uso, una recinzione, un progetto edilizio, e anni di lavoro spariscono in una mattinata di ruspe.
Il quarto significato è quello sociale in senso stretto: l’orto come strumento e non come fine. Orti terapeutici dentro strutture sanitarie, orti scolastici, orti di comunità per persone con disabilità, orti che servono a far incontrare fasce d’età che altrimenti non si incontrerebbero mai. Qui la verdura è quasi un effetto collaterale: quello che conta è la relazione che si costruisce intorno a un rastrello.
Gli Orti Urbani Garbatella, per quello che se ne legge nella loro stessa descrizione, tengono insieme almeno tre di queste quattro anime. C’è la coltivazione vera, ortaggi e fiori. C’è la dimensione collettiva e autogestita. C’è la funzione sociale esplicita, dichiarata nella presenza di un parco giochi, di un’area cani e di un calendario di feste e iniziative. Manca soltanto, o comunque non è dichiarata, la dimensione della concessione formale numerata e regolamentata dall’alto. Il che rende questo posto un caso interessante e, aggiungo, piuttosto romano: una soluzione pratica costruita camminando, che funziona perché qualcuno ci mette il tempo.
Una curiosità su Orti Urbani Garbatella
La curiosità più bella riguarda il nome del quartiere, e non è affatto sicura, ma è talmente adatta al posto che meriterebbe di essere vera anche se non lo fosse.
Sull’origine del toponimo Garbatella si discute da un secolo e le ipotesi in campo sono almeno quattro. La più popolare racconta di un’ostessa benvoluta, una donna che gestiva una locanda sulla via Ostiense, lungo il percorso dei pellegrini diretti a San Paolo, e che per la sua gentilezza sarebbe stata chiamata la garbata ostella, formula poi contratta in Garbatella. Una variante più recente e più documentata, pubblicata nel volume collettivo uscito per il centenario nel 2019, identifica quella donna in Clementina Eusebi, attiva intorno alla metà dell’Ottocento, e fa derivare il soprannome dal cognome della madre, Maddalena Garbata: la madre era la Garbata, la figlia la Garbatella. Una terza ipotesi tira in ballo semplicemente l’amenità del luogo.
La quarta, però, è quella che interessa a chi si occupa di orti. Secondo questa lettura, che ha qualche fondamento agronomico, il nome deriverebbe da una tecnica di coltivazione della vite, detta a barbata o a garbata, in cui le viti non vengono sostenute da pali ma appoggiate ad alberi vivi, tipicamente aceri od olmi. Era la vite maritata, un sistema antichissimo, di origine etrusca e poi romana, che in Italia centrale è sopravvissuto fino alla meccanizzazione del secondo dopoguerra. La tecnica sarebbe stata in uso nei terreni della cosiddetta Tenuta dei dodici cancelli, che comprendeva l’attuale via delle Sette Chiese, posseduti nell’Ottocento da un monsignore che fu anche ministro dell’agricoltura dello Stato Pontificio.
Se quella ipotesi è corretta, allora il quartiere che oggi ospita un orto urbano autogestito prende il nome da un modo di coltivare. Non da un santo, non da un condottiero, non da un evento storico: da una pratica agricola. E il gesto di piantare pomodori e fiori in quel pezzo di terra non è un’aggiunta estranea al luogo, ma un ritorno. Ripeto che si tratta di una delle ipotesi in campo e non di un dato acquisito. Ma resta il fatto che il quartiere, prima di essere un quartiere, era vigna e pascolo, e che qualcuno lì sopra ha maritato le viti agli alberi per secoli.
La città giardino, ovvero l’idea che c’era prima dei palazzi
Per capire perché un orto alla Garbatella non è un corpo estraneo bisogna risalire all’idea urbanistica che ha generato il quartiere, che è un’idea inglese e che ha una data precisa.
Nel 1898 Ebenezer Howard pubblica il libro che avvia il movimento delle città giardino. La sua proposta nasce da un problema concreto: le città industriali dell’Ottocento erano invivibili, la campagna era povera e si spopolava, e Howard sostiene che la soluzione non è scegliere tra le due ma costruire un terzo modello che prenda il meglio di entrambe. Insediamenti di dimensioni controllate, circondati da una cintura verde, con quote proporzionate di residenza, industria e agricoltura, collegati alla città grande ma non inghiottiti da essa. L’idea gira l’Europa in fretta e produce realizzazioni concrete nel Regno Unito nei primi anni del Novecento.
Quando Roma, uscita dalla prima guerra mondiale, deve alloggiare le maestranze che arrivano da tutto l’agro laziale, il modello della città giardino è già disponibile e viene adottato. La Garbatella nasce dichiaratamente su quella matrice: villini e palazzine di non più di tre piani, cortili condivisi, scalinate, lavatoi, stenditoi, botteghe, cantine. E, punto decisivo, spazi verdi coltivabili. Non decorativi: coltivabili. Il verde della prima Garbatella doveva fornire ai lavoratori residenti una fonte di sussistenza aggiuntiva, cioè letteralmente l’orto.
Questo è il punto che quasi nessuno racconta quando si parla della Garbatella come del quartiere pittoresco di Roma sud. Il rapporto tra superficie verde e superficie edificata nei lotti più antichi, quelli intorno a piazza Benedetto Brin, era fra i più alti dell’Italia dell’epoca. E quel verde non era un parco: era terra da lavorare. L’idea dei progettisti era che l’operaio che arrivava dalla provincia e si trasferiva in città non dovesse rinunciare del tutto al gesto che conosceva meglio, cioè seminare qualcosa e raccoglierlo qualche mese dopo. Era, in termini moderni, una politica di transizione: si attutiva il trauma della migrazione interna lasciando alle famiglie un pezzo di terra.
Visto in questa luce, l’orto urbano autogestito della Garbatella del ventunesimo secolo non è un’invenzione contemporanea calata dall’alto sulla scia di una moda ecologista. È la ripresa, con altri mezzi e altre motivazioni, di una funzione che il quartiere aveva scritta nel proprio progetto fondativo e che poi ha perso. La differenza è che allora l’orto serviva a integrare il salario, mentre oggi serve a integrare qualcos’altro: il tempo, la socialità, la qualità dell’aria, il rapporto con le stagioni. Ma la forma del gesto è identica.
Il 18 febbraio 1920, e quello che fu scritto sul muro
La data di nascita della Garbatella è nota con una precisione che pochi quartieri romani possono vantare, e questo perché esiste una lapide. Il 18 febbraio 1920, mercoledì delle ceneri, il re Vittorio Emanuele III posò la prima pietra in piazza Benedetto Brin. Sindaco di Roma era allora Adolfo Apolloni, che aveva seguito da vicino i progetti e che si era speso perché nella città fosse aumentato e valorizzato il verde, promuovendo in particolare il criterio di inserire giardini nell’edilizia popolare.
L’iscrizione murata nell’edificio centrale della piazza è un documento straordinario, perché mette per iscritto gli attori e le intenzioni. Cita l’Ente autonomo per lo sviluppo marittimo e industriale, l’Istituto delle Case popolari di Roma, la collaborazione delle Cooperative di lavoro, e dichiara lo scopo: offrire quieta e sana stanza agli artefici del rinascimento economico della Capitale. Definisce il quartiere aprico, cioè esposto al sole, soleggiato, riparato. È un aggettivo agricolo, quello che si usa per un versante buono, per una posizione dove le cose crescono.
Quel testo racconta anche il progetto che non si è mai realizzato. L’Ente per lo sviluppo marittimo e industriale non è lì per caso: la Garbatella nasce come quartiere di lavoratori portuali. Roma doveva avere un porto commerciale vicino al centro, collegato al lido di Ostia attraverso un canale navigabile parallelo al Tevere, e i lotti abitativi sui colli che dominano la basilica di San Paolo dovevano alloggiare le maestranze di quel porto. Il canale non fu mai scavato. Il porto non esiste. Restano però i nomi delle strade, che nel nucleo originario sono quasi tutti marinari, e restano i lotti, costruiti per una città che non è arrivata.
C’è qualcosa di molto adatto in questo, per un posto dove oggi si coltivano ortaggi. La Garbatella è un quartiere nato per un porto che non c’è, che nel frattempo è diventato altro e che quell’altro lo ha costruito da solo, generazione dopo generazione, riempiendo di senso spazi progettati per un senso diverso. Un orto in un’area verde autogestita è esattamente la stessa operazione, ripetuta a un secolo di distanza e su scala più piccola.
I lotti, e il verde che si coltiva
Il sistema dei lotti merita un paragrafo a sé, perché è la ragione fisica per cui alla Garbatella nascono cose collettive con una frequenza che altrove non si registra.
La Garbatella è suddivisa in lotti numerati, e ogni lotto è un insieme di edifici che circondano un cortile, spesso con un giardino, quasi sempre con più di un accesso. Non sono condomini con androne e portiere. Sono corti, nel senso mediterraneo e antico del termine. Un tempo ospitavano lavatoi e stenditoi comuni, botteghe, cantine, sedie portate fuori la sera, muretti su cui sedersi. Il progetto prevedeva che la vita quotidiana si svolgesse in parte fuori dalle case, e questo ha prodotto per un secolo una densità di relazioni di vicinato che i quartieri costruiti intorno all’automobile non producono.
Lo stile architettonico di quei primi lotti ha un nome che i suoi stessi creatori gli diedero: barocchetto. Lo misero a punto Gustavo Giovannoni e Innocenzo Sabbatini, affiancati poi da Costantino Costantini, Massimo Piacentini, Mario De Renzi e Felice Nori. Il barocchetto prende dal barocco le modanature, i fregi con figure di animali, l’uso esteso di decorazioni di ispirazione floreale e botanica, e li traduce nei materiali dell’edilizia popolare: niente marmi, ma stucchi e calce bianca. Chi cammina per la Garbatella con gli occhi alzati trova ghirlande, grappoli, foglie, pigne, ceste di frutta scolpite sulle facciate di case operaie. È un repertorio agricolo, e non è un caso.
Tra i lotti vale la pena citare il 24, quello delle cosiddette casette modello, tredici villini tra via delle Sette Chiese, via De Jacobis e via Borri, costruiti in occasione del dodicesimo Congresso Internazionale delle Abitazioni e Piani Regolatori del 1929. Agli ingressi ci sono lapidi con i nomi degli architetti che progettarono ciascuna palazzina, e il concorso fu vinto dall’edificio d’angolo tra via delle Sette Chiese e via Borri, progettato da Mario De Renzi. È uno dei pochi posti al mondo dove un quartiere popolare firma le proprie case come se fossero opere d’autore, perché nelle intenzioni lo erano.
Chi arriva agli orti e poi si concede un’ora di cammino tra i lotti storici capisce una cosa che dalla sola area coltivata non si coglie: l’orto non è un’eccezione dentro un quartiere di cemento. È il pezzo più esplicito di un quartiere che è sempre stato, nelle sue intenzioni, semiagricolo.
Gli alberghi suburbani, ovvero quando l’orto sparì dal progetto
La storia però non procede in linea retta, e alla Garbatella c’è un punto preciso in cui il verde coltivabile smette di essere una priorità. Vale la pena raccontarlo, perché spiega perché oggi un orto in quel quartiere vada difeso e non dato per scontato.
Con l’avvento del fascismo la pianificazione urbanistica del quartiere cambia in modo drastico. Il rapporto tra verde ed edificato cala sensibilmente. L’idea del porto fluviale viene definitivamente abbandonata. Si cominciano a costruire edifici più simili ai condomini moderni che alle villette dei primi anni, perché il numero di persone da alloggiare cresce e cresce in fretta. Resta l’intenzione di prevedere spazi pubblici, stenditoi, asili nido, ma i giardini e gli orti comuni escono progressivamente dal progetto.
Il capitolo più sorprendente di questa trasformazione sono gli alberghi suburbani. A partire dal 1927, nei pressi di piazza Eugenio Biffi, vengono costruiti quattro grandi complessi chiamati con i nomi dei loro colori: Rosso, Bianco, Giallo, Beige. Non erano alberghi nel senso turistico. Erano strutture di alloggio collettivo, pensate per accogliere in modo temporaneo famiglie che non avevano una casa, comprese quelle sfollate dalle demolizioni del centro storico. In quegli anni Roma abbatte la Spina di Borgo per aprire via della Conciliazione e sventra interi isolati per realizzare via dei Fori Imperiali, e le famiglie che ci abitavano vengono spostate in periferia. Molte finirono qui. È il motivo per cui la Garbatella ha la fama di ospitare persone e famiglie di antica romanità: perché ci furono portate.
Gli alberghi suburbani sono architetture notevoli e sono anche la testimonianza di una scelta: in condizioni di emergenza abitativa si costruisce, e il terreno coltivabile diventa la prima cosa a cui si rinuncia. La stessa dinamica si è ripetuta innumerevoli volte in un secolo di urbanistica italiana, e si ripete tuttora. Quando oggi un gruppo di volontari tiene coltivato un pezzo di verde pubblico, quello che fa, che lo dichiari o no, è tenere occupato uno spazio con un uso visibile e vivo. Un’area verde frequentata e lavorata è molto più difficile da cancellare di un’area verde che nessuno guarda.
Una cosa che non ti dice nessuno su Orti Urbani Garbatella
Quello che non ti dice nessuno è che un orto urbano, per funzionare, ha bisogno di molta più burocrazia relazionale che agricoltura. La parte botanica è la più semplice. Le zucchine crescono quasi da sole. È tutto il resto che consuma energie.
Provo a elencare le questioni che un gruppo di volontari che gestisce uno spazio del genere deve risolvere, e che chi passa a fare una foto non immagina nemmeno. L’acqua: da dove arriva, chi la paga, come si distribuisce, cosa succede in agosto quando serve tutti i giorni e non c’è nessuno in città. Gli attrezzi: dove si custodiscono, di chi sono, cosa si fa quando ne sparisce uno. I turni: chi annaffia quando il titolare del pezzo di terra va in ferie, e cosa succede se nessuno lo fa. I confini interni: quanto spazio a testa, come si assegna, cosa succede quando una persona smette di venire e il suo appezzamento va in malora accanto a quello di chi invece viene ogni giorno. I rifiuti verdi: il compost va gestito, e un compost gestito male attira animali e proteste. Gli alberi: chi decide se si pianta, chi decide se si taglia, chi risponde se un ramo cade. Le assicurazioni. I rapporti con il Municipio. I rapporti con i residenti che affacciano sull’area e che hanno opinioni molto precise su ogni singola decisione. Le feste, che sono bellissime e che comportano una quantità di adempimenti che chi non le ha mai organizzate non si immagina.
Ognuna di queste questioni si risolve parlando, e parlare richiede tempo. È il motivo per cui gli spazi autogestiti hanno cicli: anni di grande vitalità, anni di stanchezza, ricambi generazionali che riescono e ricambi generazionali che non riescono. Non è un difetto del modello, è il modello. Un gruppo che ha tenuto in piedi per anni un orto, un parco giochi, un’area cani e un calendario di iniziative sociali ha fatto, in termini di lavoro non retribuito, qualcosa che vale quanto un piccolo ufficio comunale.
La seconda cosa che non si dice è che il rendimento agricolo di un orto urbano non è quasi mai il punto. Un appezzamento di pochi metri quadrati in città non sfama nessuno, e chi ci coltiva lo sa benissimo. Le insalate raccolte costano, in ore di lavoro, molto più di quanto costerebbero al mercato. Quello che si produce davvero è altro: conoscenza pratica che si trasmette, presidio di uno spazio, occasioni di incontro tra persone che non si sarebbero mai parlate, bambini che vedono da dove viene una carota. Se si misurano gli orti urbani con il metro della produttività agricola si conclude che sono inefficienti. Se si misurano con il metro di quello che producono davvero, sono uno degli investimenti più redditizi che una città possa fare, anche perché il capitale iniziale lo mettono i cittadini.
Il consiglio che ti do per visitare Orti Urbani Garbatella
Il consiglio principale è uno solo e riguarda l’atteggiamento: arrivaci come arriveresti nel giardino di casa di qualcuno che non conosci ancora. Non come arriveresti in un parco pubblico, e nemmeno come arriveresti in un museo.
In pratica significa alcune cose molto concrete. Non entrare negli appezzamenti coltivati. I vialetti sono vialetti, il resto no, e la differenza non è sempre segnalata da una staccionata, ma è chiarissima a chi guarda dove mette i piedi. Non raccogliere niente: un pomodoro appeso è di qualcuno, anche se il terreno è pubblico, e coglierlo è una piccola cosa che però brucia parecchio a chi lo ha seminato in aprile. Non spostare teli, tubi, vasi, cassette. Se hai un cane, tienilo al guinzaglio finché non hai capito dove si trova l’area a lui dedicata, perché un cane che corre libero dentro un semenzaio fa in trenta secondi un danno di sei settimane. Se hai bambini, spiega loro la stessa cosa prima di entrare, non dopo.
Il secondo consiglio riguarda il momento. Un orto va visto la mattina presto o nel tardo pomeriggio, non a mezzogiorno. Non è una questione di luce, è una questione di persone: al centro della giornata, specialmente da maggio a settembre, l’orto è vuoto perché nessuno lavora la terra sotto il sole di Roma. Le persone ci sono presto, quando si annaffia, e verso sera, quando si annaffia di nuovo e si fa il giro. Se l’interesse è capire il posto, e non solo vederlo, il momento giusto è quello in cui c’è qualcuno con cui scambiare due parole.
Il terzo consiglio è di portarsi l’acqua, un cappello e delle scarpe che possano sporcarsi. Sembra ovvio, ma la Garbatella è collinare e il terreno di un orto, dopo un’annaffiatura, è terreno vero. Chi arriva con le scarpe da città finisce per camminare rigido, evitare i bordi e vedere metà di quello che c’è.
Il quarto consiglio, il più importante per chi ci va con l’idea di partecipare e non solo di guardare: se ti interessa dare una mano, chiedilo di persona e chiedilo a chi trovi sul posto, in un momento in cui quella persona non abbia le mani occupate. Gli spazi autogestiti accolgono volentieri, ma i tempi e i modi li decide il gruppo, e un’offerta di aiuto fatta con garbo vale molto più di dieci messaggi mandati a un recapito trovato in rete. Non prometto che troverai sempre qualcuno, perché dipende dal giorno e dalla stagione. Prometto che se lo trovi la conversazione sarà interessante.
Come ci si arriva, con la metro B e con i piedi
La stazione di riferimento è Garbatella, sulla linea B della metropolitana di Roma, che è anche la linea più antica della rete e la prima metropolitana costruita in Italia: il tronco originario Termini-Laurentina entrò in servizio nel 1955, con gran parte delle gallerie già scavate prima della guerra per collegare la stazione centrale all’area dell’Esposizione Universale mai inaugurata. Chi prende quella linea sta viaggiando dentro un’infrastruttura che è essa stessa un pezzo di storia urbana romana.
Dalla fermata agli orti c’è una camminata reale, dell’ordine di un quarto d’ora abbondante, tutta dentro il quartiere. Non è una passeggiata di trasferimento: è la parte migliore della visita. Si attraversano i lotti storici, si sale e si scende per scalinate, si passa accanto a cortili dove la biancheria è ancora stesa e a facciate con i fregi botanici del barocchetto. Chi vuole allungare può farlo senza fatica: la Garbatella è compatta, e in quaranta minuti di cammino lento si tocca la maggior parte di quello che vale la pena vedere.
Un’alternativa per chi arriva da nord è scendere a Basilica San Paolo e risalire, ma il percorso è più ripido e meno interessante dal punto di vista architettonico. Chi arriva in auto tenga presente che il quartiere non ha parcheggi comodi e che le strade interne sono strette: la metro è nettamente la scelta migliore, e lo dico da persona che a Roma non consiglia quasi mai la metro a cuor leggero.
Chi ha voglia di costruirsi una giornata intera intorno alla visita può incastrare gli orti con la Basilica di San Paolo fuori le mura, che è a pochi minuti di metro e che è una delle quattro basiliche papali, o con la Centrale Montemartini, il museo che espone statue antiche dentro una vecchia centrale termoelettrica e che è probabilmente l’allestimento museale più riuscito di Roma. Poco più in là, sulla stessa direttrice, ci sono la Piramide Cestia e il Museo della Via Ostiense.
La stagione, perché un orto è un calendario che non si può barare
Un orto ha un solo difetto rispetto a un museo: non si può visitare fuori stagione fingendo che la stagione non conti. Quello che si vede dipende integralmente dal mese in cui ci si va, ed è bene saperlo prima per non arrivare a dicembre aspettandosi i pomodori.
Da metà settembre, che è il periodo in cui scrivo, un orto romano è in una fase molto particolare e secondo me la più bella dell’anno. Le colture estive stanno chiudendo: le piante di pomodoro sono alte, scomposte, ingiallite alla base, con gli ultimi frutti che maturano lentamente perché le notti si sono accorciate. I peperoni e le melanzane danno ancora, ma con meno forza. I fagiolini sono quasi finiti. Contemporaneamente si prepara l’autunno: si vangano i pezzi liberati, si concima, si trapiantano i cavoli, i broccoli, i finocchi, le bietole, si seminano le insalate da taglio. Un orto di settembre mostra due stagioni in contemporanea sulla stessa superficie, ed è il momento in cui il lavoro è più visibile perché è tutto in corso.
In autunno inoltrato l’orto diventa più ordinato e più silenzioso. Le file sono nette, le piante basse, il verde è quello scuro e compatto delle brassiche. Le giornate di lavoro si accorciano ma non si interrompono, perché a Roma il gelo vero è raro e la produzione invernale regge benissimo. È la stagione in cui un orto urbano è meno fotogenico e più interessante da capire.
Tra gennaio e febbraio c’è il momento più fermo. Si pota, si prepara, si semina al coperto, si progetta la primavera. È anche il periodo in cui la Garbatella festeggia il proprio compleanno, perché la fondazione cade in febbraio e il quartiere lo celebra. Un orto a febbraio sembra vuoto a chi non sa leggerlo, e invece è la fase in cui si decide tutto il resto dell’anno.
La primavera è l’esplosione, e non serve che la descriva. Tra marzo e maggio l’orto passa da nudo a pieno nel giro di poche settimane, fioriscono le piante da fiore che in un orto urbano non sono un ornamento ma uno strumento, perché richiamano gli insetti impollinatori e tengono lontani certi parassiti. Da giugno ad agosto comanda l’acqua: chi non annaffia perde tutto, e la gestione dei turni estivi è la prova più dura per qualsiasi gruppo di volontari.
Il consiglio pratico che ne deriva è semplice: se puoi scegliere, vacci tra fine marzo e fine giugno oppure tra metà settembre e fine ottobre. Sono le due finestre in cui l’orto è pieno e il clima romano è civile.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Il fatto risaputo è che gli orti urbani in Italia non nascono negli anni Duemila con la sensibilità ambientale contemporanea. Nascono nelle guerre, e nascono per fame.
Durante la prima guerra mondiale e, con molta più intensità, durante la seconda, in tutta Europa le città si riempirono di coltivazioni. Ogni spazio libero divenne potenzialmente terreno agricolo: giardini pubblici, aiuole spartitraffico, cortili di scuole, terreni di risulta, campi sportivi, persino le fasce laterali delle ferrovie. In Gran Bretagna la campagna aveva uno slogan diventato celebre che invitava a scavare per la vittoria. Negli Stati Uniti si parlava di orti della vittoria. In Italia si parlò di orti di guerra, e la pratica fu incoraggiata dalle autorità come misura di autosufficienza alimentare in un contesto di razionamento.
Roma non fece eccezione, e anzi per ragioni geografiche fu un caso estremo: la città aveva e ha dentro il proprio perimetro amministrativo una quantità di terreno agricolo che nessun’altra capitale europea possiede. L’agro romano arriva a ridosso delle case, e nei mesi più duri, tra il 1943 e il 1944, ogni pezzo di verde che potesse produrre qualcosa fu messo a coltura. È una pagina di storia urbana che si racconta poco perché non è eroica e non è monumentale, ma che ha lasciato tracce profonde nella memoria delle famiglie romane.
Quando quella necessità finì, negli anni del boom, gli orti cittadini furono percepiti come un segno di arretratezza da cancellare in fretta. Coltivare in città significava essere rimasti indietro. Ci sono volute due generazioni perché lo stesso gesto tornasse a essere letto come una scelta e non come una condizione. La fase attuale, quella degli orti sociali e degli orti condivisi, comincia in Italia tra gli anni Novanta e i primi anni Duemila, e cresce parecchio dopo la crisi economica del 2008, quando la dimensione economica torna a contare accanto a quella ambientale e sociale.
Sapere questo cambia il modo in cui si guarda un appezzamento coltivato dentro un quartiere popolare romano. Non è un vezzo, non è una moda importata dalle capitali del nord Europa, non è una novità. È la ripresa di una pratica che in questa città non si è mai davvero interrotta, e che nella Garbatella in particolare era addirittura prevista dal piano che ha generato il quartiere.
Il parco giochi, l’area cani e tutta la parte che non è orto
La descrizione di partenza elenca, accanto alle coltivazioni, tre cose che meritano attenzione: un parco giochi, un parco cani e un’ampia area verde. Sono le componenti che trasformano un orto in un pezzo di quartiere, e sono anche quelle più delicate da tenere insieme.
Il parco giochi dentro un’area coltivata ha una funzione che va oltre l’intrattenimento dei bambini. Serve a far sì che le famiglie abbiano un motivo per esserci anche quando non hanno un appezzamento. Un orto frequentato solo da chi coltiva diventa in fretta un club chiuso, con tutti i problemi che i club chiusi generano nei quartieri. Un orto con uno spazio dove i bambini giocano mentre i genitori chiacchierano diventa invece un luogo pubblico a tutti gli effetti, e chi coltiva guadagna una platea che capisce quello che fa e che, all’occorrenza, lo difende.
L’area cani risponde a una necessità pratica che chiunque abbia un cane a Roma conosce bene: gli spazi recintati dove un cane può correre libero sono pochi e quasi sempre insufficienti. Averne uno accanto a un orto è, dal punto di vista della convivenza, una scelta coraggiosa, perché cani e coltivazioni sono una combinazione che richiede regole chiare e rispettate. Il fatto che le due cose coesistano dice che qualcuno ha lavorato parecchio per farle coesistere.
L’ampia area verde non coltivata è la parte che rende il posto usabile da chi non ha nessuna delle due esigenze precedenti. È lo spazio dove ci si siede, dove si fanno le assemblee, dove si montano i tavoli quando c’è una festa, dove si porta una coperta di pomeriggio. Le iniziative e le feste sociali che la descrizione cita in quasi tutte le stagioni si svolgono lì, ed è la componente che tiene insieme il resto.
Le iniziative e le feste ricorrono in quasi tutte le stagioni, come dichiara la descrizione stessa del luogo, e sono la parte che tiene insieme il resto. Chi vuole intercettarle faccia la cosa più efficace: passi di persona e guardi se c’è un cartello, perché gli spazi autogestiti comunicano ancora moltissimo attraverso la carta attaccata a un palo.
La foto giusta da fare a Orti Urbani Garbatella
La foto giusta non è quella dell’orto intero visto dall’alto, che è la prima che viene in mente e che è anche la meno interessante. Un orto fotografato da lontano sembra sempre un disordine verde, e in una sola immagine non si legge nulla.
La foto che funziona è ravvicinata e mostra due elementi nello stesso inquadratura: qualcosa di coltivato in primo piano e qualcosa di urbano sullo sfondo. Una fila di pomodori legati ai tutori e, dietro, la sagoma di un edificio residenziale. Una zucchina larga e sfacciata e, oltre la recinzione, una macchina parcheggiata. Un filare di girasoli e un palo della luce. È il contrasto che racconta il senso del posto, e senza il contrasto la foto potrebbe essere stata scattata in qualsiasi campagna d’Italia.
La seconda immagine che consiglio di cercare è quella delle mani. Non un ritratto, che va sempre chiesto, ma un dettaglio: mani che legano, che tagliano, che spostano terra, che tengono un annaffiatoio. È il soggetto che restituisce la natura del posto meglio di qualunque panoramica, perché quello che distingue un orto urbano da un giardino è appunto che qualcuno ci lavora.
E una raccomandazione di buona educazione che vale più di tutte le precedenti: se nell’inquadratura entra una persona riconoscibile, chiedi. Sempre. Un orto autogestito non è un set e chi ci lavora non ha firmato nessuna liberatoria. Nella mia esperienza in posti come questo la risposta è quasi sempre sì, spesso accompagnata da un racconto che vale più della foto.
La biodiversità urbana, ovvero perché un orto in città non è soltanto un orto
C’è un aspetto degli orti urbani che viene sottovalutato anche da chi li frequenta, ed è il loro ruolo ecologico. Un appezzamento coltivato in modo vario dentro un tessuto urbano è, dal punto di vista della biodiversità, molto più ricco di un prato all’inglese della stessa superficie.
Il motivo è la varietà. Un orto ha decine di specie vegetali diverse che si succedono nell’arco dell’anno, con fioriture scaglionate da marzo a ottobre. Le fioriture attirano impollinatori: api domestiche e selvatiche, bombi, sirfidi, farfalle. Gli impollinatori attirano predatori. La presenza di compost, di legno, di pietre e di zone non lavorate crea micro-habitat per invertebrati, che a loro volta sostengono uccelli insettivori. Un orto ben tenuto in città ospita più specie di un giardino ornamentale e infinitamente di più di un’area asfaltata.
A questo si aggiunge il ruolo climatico, che nelle città mediterranee sta diventando decisivo. Una superficie coltivata e irrigata abbassa la temperatura locale rispetto a una superficie impermeabile, per evaporazione e per ombreggiamento. Il suolo permeabile assorbe l’acqua piovana invece di scaricarla nelle fognature, che nelle bombe d’acqua ormai frequenti fa una differenza concreta. Il verde intercetta polveri. Sono benefici piccoli se misurati su una singola area e rilevanti se moltiplicati per il numero di aree simili presenti in una città.
Roma, da questo punto di vista, ha una dotazione teorica enorme. La superficie agricola dentro i confini comunali è tale da fare della capitale italiana uno dei comuni agricoli più estesi d’Europa. Il problema non è la quantità di verde: è la sua gestione, la sua accessibilità e la sua continuità. Un’area verde abbandonata non produce quasi nessuno dei benefici appena elencati, perché si degrada, si secca, diventa discarica e alla fine viene percepita dai residenti come un problema anziché come una risorsa. Un’area verde coltivata da un gruppo di persone produce tutti quei benefici e in più produce presidio.
È questa, a mio parere, la ragione più solida per cui esperienze come quella della Garbatella meritano attenzione: non perché siano pittoresche, ma perché risolvono un problema reale con un costo pubblico prossimo allo zero. Chi guarda un orto urbano e vede soltanto qualche pianta di pomodoro non ha capito il conto economico che c’è dietro.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
La cronologia del quartiere che contiene questi orti è solida e documentata, e alcune sue tappe hanno un legame diretto con il tema della terra coltivata e degli spazi comuni. Le metto in fila.
Il 18 febbraio 1920 è la data fondativa. Prima pietra in piazza Benedetto Brin, alla presenza del re, con una lapide che dichiara per iscritto gli enti coinvolti e lo scopo dell’operazione. Il quartiere nasce ufficialmente quel giorno, ed è per questo che ogni febbraio la Garbatella festeggia il proprio compleanno con un’iniziativa pubblica che è ormai una tradizione consolidata.
Gli anni Venti sono quelli dei lotti storici e del barocchetto di Giovannoni e Sabbatini, con il rapporto più alto tra verde e costruito mai raggiunto in un quartiere popolare italiano dell’epoca. Dal 1927 cominciano gli alberghi suburbani presso piazza Eugenio Biffi, che segnano il cambio di paradigma. Nel 1929 il lotto 24 delle casette modello viene realizzato per il congresso internazionale sulle abitazioni e i piani regolatori, e resta uno dei brani di edilizia popolare più curati d’Europa.
Gli anni Trenta portano l’arrivo delle famiglie sfollate dalle demolizioni del centro, quelle della Spina di Borgo e delle case abbattute per via dei Fori Imperiali. È l’innesto che dà alla Garbatella la sua composizione sociale caratteristica e la sua fama di quartiere di romani di antica data.
Gli anni della guerra e dell’occupazione sono quelli in cui il quartiere, come Testaccio, Ostiense e Portuense, diventa un appoggio saldo della Resistenza. In quel contesto si colloca una vicenda che ricordo perché cade proprio oggi: il 12 settembre 1944 muore Iole Zedde, sedici anni, nata e cresciuta al lotto 28 di via Guglielmo Massaia, colpita da una raffica sparata da un soldato tedesco di guardia ai vagoni nella stazione ferroviaria dell’Ostiense. Nel 2007 il Municipio le ha dedicato una targa in travertino sulla casa dove viveva. È il tipo di memoria che alla Garbatella non è affidata ai libri ma ai muri.
Il 1955 porta la metropolitana: la linea che oggi chiamiamo B entra in servizio ed è la prima metropolitana italiana. La stazione Garbatella cambia per sempre il rapporto del quartiere con il resto della città.
Il 3 dicembre 1978 papa Giovanni Paolo II, eletto da poche settimane, sceglie la chiesa di San Francesco Saverio in piazza Damiano Sauli come prima visita ufficiale in una parrocchia romana. Il motivo è personale: nel 1946, da giovane sacerdote, aveva fatto il confessore proprio lì.
Gli anni Settanta sono anche quelli delle demolizioni speculative che cancellano alcuni dei lotti più antichi. Gli anni Novanta portano il recupero di piazza Damiano Sauli nell’ambito di un programma di riqualificazione delle piazze romane, e la trasformazione dell’ex cinema rionale in teatro universitario legato all’Università Roma Tre, che nel frattempo si insedia nelle vecchie vetrerie ai piedi del quartiere.
Il 2019 e il 2020 sono gli anni del centenario, celebrato con pubblicazioni, mostre e ricerche d’archivio che hanno rimesso in circolo una quantità notevole di documentazione sul quartiere, compresa la ricostruzione più attendibile dell’origine del toponimo.
Sant’Isidoro e Santa Eurosia, i due patroni più adatti che si potessero trovare
C’è un dettaglio che nella storia della Garbatella passa sempre in secondo piano e che invece, in una pagina dedicata a un orto, merita il primo.
Prima che il quartiere esistesse, su quei terreni sorgeva una chiesetta che il popolo chiamava semplicemente la Chiesoletta. Fu eretta nel 1818 per iniziativa di Nicola Maria Nicolai, e alla sua costruzione risulta interessato Giuseppe Valadier, l’architetto del Pincio, che ne lasciò uno schizzo tra i suoi appunti conservati alla Biblioteca Nazionale. La dedica dell’epigrafe è esplicita: la chiesa serviva alla comodità dei viandanti diretti alle sante basiliche, perché passava di lì il percorso delle Sette Chiese.
Ma il punto è la titolazione. La chiesetta è dedicata ai santi Isidoro ed Eurosia. Isidoro è Isidoro l’agricoltore, patrono dei contadini, un bracciante madrileno del dodicesimo secolo intorno al quale si è costruita tutta l’iconografia del lavoro dei campi. Eurosia è la santa che nella tradizione contadina europea si invoca contro le intemperie, la grandine, i temporali che rovinano il raccolto a pochi giorni dalla mietitura. Non esistono due patroni più precisamente agricoli di questi due, e su quella collina, un secolo prima che ci si costruisse un quartiere operaio e due secoli prima che ci si coltivassero orti collettivi, qualcuno aveva già messo una chiesa sotto la loro protezione.
Vale la pena aggiungere, per completezza, che secondo una tradizione locale proprio in quel luogo si sarebbero incontrati Filippo Neri, che del pellegrinaggio delle Sette Chiese fu l’ideatore, e Carlo Borromeo. È una leggenda e la riporto come tale, ma dice quanto quel tratto di strada fosse frequentato molto prima che diventasse periferia.
Chi visita gli orti e poi fa una deviazione verso via delle Sette Chiese trova quindi una continuità che non è retorica: terra coltivata, santi dei campi, pellegrini, vigne maritate agli alberi, contadini diventati operai, operai diventati cittadini, cittadini tornati a coltivare. Un secolo e mezzo di storia in un raggio di poche centinaia di metri.
Chi è passato da Orti Urbani Garbatella
La risposta onesta è che da un orto urbano autogestito passa esattamente chi ci vive intorno, e che elencare nomi celebri sarebbe un esercizio di fantasia. Le persone che hanno fatto quel posto non hanno una pagina enciclopedica: sono i volontari che hanno ripulito il terreno, quelli che hanno tirato i tubi dell’acqua, quelli che hanno montato le altalene, quelli che hanno organizzato la prima festa e quelli che ci vanno la domenica mattina da anni senza che nessuno lo scriva da nessuna parte. È una risposta poco spettacolare ed è quella vera.
Detto questo, la Garbatella nel suo insieme ha una lista di frequentatori illustri che vale la pena richiamare, perché spiega perché il quartiere abbia una reputazione culturale sproporzionata rispetto alla sua dimensione.
Nanni Moretti ha dedicato alla Garbatella una delle sequenze più note del cinema italiano degli anni Novanta: la passeggiata in vespa di Caro diario, in cui il quartiere viene definito senza mezzi termini quello che gli piace più di tutti. Alcune scene di Bianca erano già state girate qui, con la scuola elementare monumentale di piazza Damiano Sauli sullo sfondo.
Pier Paolo Pasolini ha ambientato alla Garbatella molte pagine di Una vita violenta, e il confronto tra i lotti del quartiere e la baraccopoli confinante, quella che i romani chiamavano Shangai e che oggi è Tor Marancia, è uno dei nodi del romanzo.
Alberto Sordi girò alcune sequenze di un suo film negli spazi dell’oratorio filippino del quartiere, e nel campo di calcio di quell’oratorio hanno cominciato a giocare calciatori che sarebbero arrivati in serie A, tra cui Agostino Di Bartolomei.
Alvaro Amici, interprete della canzone romana, nacque e visse al lotto 31, accanto alla fontana della Carlotta, dove gli è stata dedicata una targa. Le Sgarbatelle, una società di mutuo soccorso formata spontaneamente nel dopoguerra dalle donne del quartiere, aiutavano le famiglie in difficoltà con le quote versate dalle affiliate: sono loro, molto più dei registi, le antenate dirette di chiunque oggi gestisca uno spazio collettivo alla Garbatella.
E infine c’è un passaggio che non riguarda un nome ma un ruolo: il 3 dicembre 1978 il papa appena eletto scelse questo quartiere per la sua prima visita parrocchiale romana, perché ci era stato confessore trent’anni prima. Tra tutte le chiese di Roma, scelse quella di una borgata giardino costruita per lavoratori portuali di un porto mai realizzato.
Che cosa vedere intorno, nel raggio di venti minuti
Chi arriva agli orti e ha mezza giornata a disposizione ha, nel raggio di una camminata, una concentrazione di cose notevoli che pochi quadranti romani offrono.
Dentro il quartiere, il giro obbligato tocca piazza Benedetto Brin con la lapide della fondazione, piazza Damiano Sauli con la scuola monumentale, piazza Ricoldo da Montecroce con la fontana della Carlotta e la scalinata detta degli Innamorati, piazza Eugenio Biffi con il ponticello medievale e gli alberghi suburbani, e il lotto 24 delle casette modello tra via delle Sette Chiese e via Borri. Sono tutti punti raggiungibili a piedi l’uno dall’altro, e il percorso tra essi è più interessante dei punti stessi.
Appena fuori, verso la via Ostiense, c’è il Museo della Via Ostiense dentro la Porta San Paolo, e poco più in là la Piramide Cestia, che è il monumento più improbabile e più fotogenico di Roma. La Centrale Montemartini merita da sola il viaggio: marmi antichi esposti tra caldaie e motori diesel, in un accostamento che quando fu allestito era un ripiego temporaneo ed è diventato uno degli allestimenti museali più imitati al mondo.
La Basilica di San Paolo fuori le mura è la grande presenza che domina il paesaggio da sotto i colli della Garbatella, ed è anche il motivo storico per cui quei colli si chiamavano Colli di San Paolo. Il chiostro cosmatesco vale da solo la visita.
Dentro il quartiere, nel parco che occupa l’area dell’antica vigna, ci sono le Catacombe di Commodilla, con una piccola basilica ipogea di fine quarto secolo e un ciclo di pitture che comprende una delle più antiche raffigurazioni del Cristo barbato di tipo orientale.
Chi attraversa verso nord trova il Nuovo Mercato Testaccio e il Museo Diffuso del Rione Testaccio, che raccontano un altro quartiere popolare romano con una storia parallela e diversa. Chi invece scende verso sud arriva all’EUR, che è l’esatto opposto urbanistico della Garbatella: monumentale dove questa è domestica, assiale dove questa è tortuosa.
Per chi si interessa di piante e vuole proseguire il tema, l’Orto Botanico di Roma sull’altra sponda del Tevere è il complemento colto della giornata, mentre chi vuole restare sul versante del verde vissuto e non catalogato può proseguire verso il Parco della Caffarella, dove pecore e archeologia convivono a tre chilometri dalle Mura Aureliane, o verso il Parco degli Acquedotti.
E se capita di essere in zona a metà luglio, vale la pena controllare se è in corso L’Aperossa, la rassegna di cinema d’archivio, memoria e diritti che da qualche anno occupa per una decina di giornate gli spazi pubblici tra la Garbatella e l’Ostiense.
Il quadro, alla fine
Gli Orti Urbani Garbatella sono una cosa semplice da descrivere e difficile da tenere in piedi: un pezzo di verde pubblico dentro un quartiere popolare romano, coltivato e curato da persone che non ci guadagnano nulla, con accanto uno spazio per i bambini, uno spazio per i cani e uno spazio per stare insieme. Non ci sono biglietti, non ci sono orari di apertura scolpiti nella pietra, non c’è un percorso segnalato. C’è terra, ci sono piante, ci sono attrezzi e ci sono persone.
La cosa notevole è quanto poco quel modello sia estraneo al luogo in cui si trova. La Garbatella nasce nel 1920 come borgata giardino su modello inglese, con spazi verdi coltivabili previsti dal progetto perché l’orto integrasse il salario degli operai. Prende forse il nome da un modo di maritare le viti agli alberi. Ha sulla collina, da prima che il quartiere esistesse, una chiesetta dedicata al patrono dei contadini e alla santa che protegge i raccolti dalla grandine. Ha attraversato la guerra coltivando ogni pezzo di terra disponibile, come tutta Roma. E ha poi vissuto sessant’anni in cui coltivare in città era considerato un segno di arretratezza.
Quello che un gruppo di volontari fa oggi in quell’area verde, quindi, non è un’innovazione: è un ripristino. La forma è cambiata, le motivazioni sono cambiate, l’economia è completamente diversa. Ma il gesto è lo stesso che i progettisti di questo quartiere avevano messo per iscritto un secolo fa, e che il quartiere aveva perso strada facendo per ragioni di emergenza abitativa e poi di moda culturale.
A chi ci va consiglierei di non aspettarsi un’attrazione e di non giudicarla come tale. Un orto urbano non è mai spettacolare. È interessante, che è una cosa diversa e che richiede un minimo di curiosità da parte di chi guarda. Chi arriva pronto a chiedere che cos’è quella pianta, perché è coperta, chi ha messo quel palo e come si fa a farla sopravvivere ad agosto, se ne va con parecchio in più di quanto avrebbe ottenuto da un pomeriggio in un parco. Chi arriva cercando un panorama da fotografare in tre minuti probabilmente si annoierà, e va benissimo così: non tutti i luoghi devono piacere a tutti.
E resta il fatto, di cui sono convinto e che ripeto volentieri, che un posto del genere vale per la città molto più di quanto costi. Costa zero e produce presidio, biodiversità, socialità, ombra, permeabilità del suolo e conoscenza pratica. Nessun progetto finanziato con fondi pubblici raggiunge quel rapporto tra investimento e risultato. La sola cosa che serve perché continui a esistere è che la gente ci vada, la rispetti e ogni tanto dia una mano.
Domande frequenti su Orti Urbani Garbatella
Dove si trovano gli Orti Urbani Garbatella?
Gli Orti Urbani Garbatella si trovano nel quartiere Garbatella, a Roma, un quartiere costruito per lotti la cui logica interna non coincide quasi mai con quella delle strade, per cui conviene calcolare qualche minuto in più per orientarsi una volta arrivati.
Come si arriva agli Orti Urbani Garbatella con i mezzi?
La stazione di riferimento per raggiungere gli Orti Urbani Garbatella è Garbatella, sulla linea B della metropolitana di Roma, la linea più antica della rete, il cui tronco originario Termini Laurentina entrò in servizio nel 1955.
Cosa si trova dentro gli Orti Urbani Garbatella oltre alle coltivazioni?
Oltre alle coltivazioni, gli Orti Urbani Garbatella comprendono un parco giochi, un'area cani e un'ampia area verde, elementi che trasformano lo spazio in un pezzo di quartiere e non solo in un terreno coltivato.
Quando conviene visitare gli Orti Urbani Garbatella?
Da metà settembre gli Orti Urbani Garbatella sono in una fase molto particolare dell'anno, con le colture estive che terminano e i primi segnali della stagione successiva: quello che si vede dipende integralmente dal mese in cui ci si va, quindi conviene non aspettarsi le stesse colture in ogni stagione.
Si può entrare liberamente negli Orti Urbani Garbatella?
Si può visitare lo spazio, ma il consiglio è di comportarsi come ospiti in un giardino che non si conosce ancora: non bisogna entrare negli appezzamenti coltivati, perché i vialetti sono vialetti e il resto no, anche quando non c'è una staccionata a segnalarlo.
Chi gestisce gli Orti Urbani Garbatella?
Gli Orti Urbani Garbatella sono coltivati e curati da volontari che non ne ricavano un guadagno: sono le persone che hanno ripulito il terreno, tirato i tubi dell'acqua, montato le altalene e organizzato le prime feste dello spazio.
Quando è nato il quartiere Garbatella, dove sorgono gli orti?
Il quartiere Garbatella, dove sorgono gli orti, è nato ufficialmente il 18 febbraio 1920, quando il re Vittorio Emanuele III posò la prima pietra in piazza Benedetto Brin, come attesta ancora oggi una lapide.
Se questo giro ti serve davvero
Due indirizzi utili per chi vuole andare oltre la lettura. Se accompagni gruppi, costruisci itinerari per altri o lavori nel settore dell’accoglienza e della guida, gli strumenti e i materiali di TourLeaderPro sono pensati per chi deve mettere in piedi percorsi che reggano sul campo, compresi quelli meno turistici e più difficili da spiegare a un gruppo, come un quartiere di edilizia popolare o uno spazio gestito da volontari. Se invece stai organizzando il tuo viaggio in Italia e vuoi capire come incastrare Roma con il resto senza sprecare giornate, ItalyPlanner è il posto giusto per mettere in fila tappe, spostamenti e priorità. Due esigenze diverse, stessa logica di fondo: prima si capisce un luogo, poi si decide che cosa farci.
Confronta le esperienze a Roma
Ogni scheda apre una pagina di confronto qui su estateromana.com: le differenze tra le opzioni, le fasce di prezzo indicative e il link per prenotare sul sito del venditore. Puoi salvare quello che ti interessa in "Il mio viaggio".
✦ Poco camminoTour in golf cart
Il centro storico in un paio d'ore senza distruggerti i piedi, e passi dove i pullman non entrano.
✦ Libertà di scesaBus hop-on hop-off
Sali e scendi dove vuoi per 24 o 48 ore. Utile il primo giorno, per orientarsi.
✦ Con i bambiniScuola dei gladiatori
Due ore con la spada di legno in mano, sulla via Appia. Con i ragazzini funziona sempre.
✦ Va a rubaColosseo, Foro e Palatino
L'ingresso a orario sparisce con giorni di anticipo in alta stagione. La versione con i sotterranei è quella che vale il s...
✦ Vai all'aperturaMusei Vaticani e Cappella Sistina
Il primo slot della giornata o il tardo pomeriggio. A metà mattina è un nastro trasportatore, e non lo diciamo solo noi.
✦ Centro storicoTrevi, Pantheon e piazze
Il cuore barocco a piedi, più il biglietto del Pantheon che ora serve davvero.
✦ Il classicoTour a piedi
Roma si capisce camminando. La differenza la fa la guida, non l'itinerario: sono quasi tutti uguali sulla carta.
✦ Vieni affamatoFood tour
Non è un pranzo: sono sei-otto tappe piccole. Il valore è nei posti in cui non saresti mai entrato da solo.
✦ Dopo le 21Bar hopping e vita notturna
Tre o quattro locali con qualcuno che sa quali sono aperti quella sera. Funziona meglio da soli che in coppia.
✦ Foto garantiteVespa e Ape Calessino
In Ape ti portano loro, in Vespa guidi tu (serve la patente). Due esperienze molto diverse sotto lo stesso nome.
✦ Il più scenograficoTour in sidecar
Il sidecar vintage con conducente: costa più della Vespa, ma è il giro che finisce in tutte le foto.
✦ Si mangia alla fineCorsi di cucina
Pasta a mano e poi ci si siede a tavola. La domanda giusta è quante persone ci sono per postazione.
✦ Anche in cittàDegustazioni di vino
In enoteca in centro o tra le vigne dei Castelli. Due cose diverse: una dura un'ora, l'altra una giornata.
✦ Fuori portaCastelli Romani
Frascati, Castel Gandolfo, il lago di Albano. Un'ora da Roma e sembra un'altra regione.
✦ Patrimonio UNESCOTivoli: Villa d'Este e Villa Adriana
Due ville, due epoche, un solo biglietto mentale: le fontane di Villa d'Este e le rovine imperiali di Adriano.
✦ Prenotazione obbligatoriaGalleria Borghese
Bernini e Caravaggio in due ore contate. Senza prenotazione non si entra, punto.
✦ SottoterraCatacombe e Appia Antica
Chilometri di gallerie sotto la via Appia. A temperatura costante tutto l’anno, e sorprendentemente poco affollate.
✦ Accesso limitatoColosseo: sotterranei e arena
Il piano dove aspettavano gladiatori e belve, e il pavimento dell'arena. Posti contati ogni giorno.
✦ Giornata lungaPompei e Costiera Amalfitana
Da Roma si fa in giornata, ma è una giornata vera: sveglia presto e rientro a sera.
✦ Alta velocitàFirenze in giornata
Un'ora e mezza di treno e sei sotto il Duomo. Si fa, se accetti di vedere tre cose e non dieci.
✦ Terrazza panoramicaCastel Sant'Angelo
Mausoleo, fortezza, prigione e rifugio dei papi. E la terrazza con la vista migliore su San Pietro.
✦ Dopo il tramontoRoma di notte
Le stesse piazze, senza la folla e con le luci giuste. La città cambia completamente.
✦ MareCapri e Costiera Amalfitana
Da Roma è lunga, ma in due giorni si fa con calma. In giornata solo se accetti di correre.
✦ Poco sforzoSegway e monopattino
Copri il doppio del centro senza camminare. Dieci minuti di pratica e ci stai sopra.
✦ MercoledìUdienza papale
Ogni mercoledì, quando il Papa è a Roma. Il biglietto è gratuito ma va ritirato.
✦ Poco affollatoTerme di Caracalla
Muri alti trenta metri e quasi nessuno intorno. Uno dei posti più sottovalutati di Roma.
✦ A 30 minutiOstia Antica
La Pompei di Roma, raggiungibile col treno urbano. Strade, taverne e mosaici, senza folla.
✦ Alta velocitàNapoli e Pompei
Un'ora e dieci di treno. Il centro storico, il museo archeologico e la pizza vera.
✦ Prima dell'aperturaVaticano: ingresso anticipato
Dentro i Musei prima del pubblico. La Sistina quasi vuota è un'altra cosa.
✦ Senza faticaTour in e-bike
Le sette colline con l'assistenza al pedale. L'Appia Antica e il Gianicolo diventano facili.
Contact Information
Via Rosa Raimondi Garibaldi ,
Roma Roma Città, Roma Città
Roma Tourist Card: più attrazioni in un biglietto
Se in questi giorni vedi Colosseo, Vaticano e altro, il pacchetto unico conviene rispetto ai biglietti sciolti.
Bus hop-on hop-off: giro di Roma
Sali e scendi dove vuoi. Sali e scendi dove vuoi: tra una tappa e l’altra ti siedi e guardi Roma dal piano di sopra.
Transfer dall’aeroporto al centro
Un autista ti aspetta a Fiumicino o Ciampino: prezzo concordato prima e nessuna coda ai taxi.
Noleggio auto a Roma e dintorni
Serve se vuoi uscire dalla città: Castelli Romani, Tivoli, il mare di Ostia e Sperlonga.
Voli per Roma: cerca le tariffe
Compagnia low cost con voli diretti su Fiumicino: guarda date e tariffe.
Confronta tutte le compagnie per Roma
Comparatore su più compagnie: sposta le date di un giorno e spesso il prezzo cambia parecchio.
